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Pesach

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LA STORIA DELLA PASQUA

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LA STORIA DELLA PASQUA

La festa di Pasqua ha una storia molto lunga. Noi la celebriamo come festa cristiana ma, in realtà, la Pasqua esisteva già da molto tempo come festa ebraica, prima che nascesse il cristianesimo. Non solo: a quanto pare la festa di Pasqua si celebrava già prima ancora che il popolo ebraico esistesse come tale, con una sua precisa identità storica: è davvero il caso di dire che le origini della festa di Pasqua «si perdono nella notte dei tempi».
Gli studiosi dicono che ancor prima dell’epoca di Mosè (siamo attorno al sec. XIII a.C.) una festa chiamata «Pesach» veniva celebrata dai pastori nomadi semiti nella notte del plenilunio di primavera, immediatamente prima della partenza verso i pascoli estivi. Il significato preciso del nome rimane oscuro (forse in origine indicava una sorta di danza rituale), ma è da esso che deriva direttamente il nome «Pasqua» che noi usiamo ancor oggi.
Al tramonto del sole si «immolava» – cioè si uccideva nel corso di un rito sacrificale – un agnello o un capretto, il cui sangue veniva asperso sull’ingresso della tenda come segno di protezione e di difesa contro ogni influsso malefico, mentre la carne veniva mangiata in un banchetto cultuale che contribuiva a rinsaldare i vincoli familiari e tribali.
Secondo le antichissime tradizioni che sono state tramandate dalla Bibbia, il grande evento dell’Esodo degli Ebrei dall’Egitto avvenne precisamente nella ricorrenza di questa festa primaverile. Così nell’ambito del popolo ebraico la festa di Pesach cambiò significato, pur conservando il nome, la data e anche i gesti rituali ereditati dalla tradizione precedente.
Il nome fu interpretato nel senso di «passaggio», applicato sia a Dio (Jahvè), che mentre «passava per il paese d’Egitto» colpendo i primogeniti, «passò oltre» le case degli Israeliti, contrassegnate dal sangue degli agnelli (cfEs 12,12- 13.23.27), sia agli Israeliti, che passarono dalla schiavitù alla libertà nell’uscita dall’Egitto (cfEs 13,3-8).
Il rito tradizionale della festa di Pesach l’agnello immolato la sera del giorno 14 del primo mese di primavera, il sangue asperso «sui due stipiti e sull’architrave delle case», l’agnello consumato insieme – diventò per il popolo d’Israele il memoriale della «Pasqua del Signore»: un rito celebrato «di generazione in generazione» per ricordare e rivivere nel suo valore di perenne attualità l’esperienza della propria liberazione per opera di Jahvè (cf Es 12,1-14).
Quando poi gli Israeliti si furono insediati in Palestina, un po’ per volta la festa di Pasqua finì con l’assorbire anche un’altra antica festa preesistente, quella degli Azzimi. In origine si trattava di una festa di carattere agricolo che celebrava l’inizio del raccolto dell’orzo: con le primizie di tale raccolto si preparava del pane non lievitato (= àzzimo) che veniva mangiato per una settimana. Nella tradizione d’Israele, anche la festa degli Azzimi, unita a quella di Pasqua, fu collegata alla memoria dell’Esodo: «Per sette giorni mangerai gli azzimi, pane di afflizione, perché sei uscito in fretta dal paese d’Egitto…» (Dt 16,3).
Nella tradizione religiosa ebraica, la festa di Pasqua divenne sempre più importante. La notte di Pasqua fu interpretata come una specie di sintesi di tutta la storia – passata, presente e futura – come luogo in cui Dio «si manifesta» con la sua azione nel mondo.
La «notte della Pasqua per il nome di Jahvè» è la notte «fissata e riservata per la salvezza di tutte le generazioni d’Israele», come dice il Poema delle Quattro Notti: «La prima notte fu quella in cui Jahvè si manifestò sul mondo per crearlo… La seconda notte fu quando Jahvè si manifestò ad Abramo all’età di cento anni e a Sarà sua moglie… La terza notte fu quando Jahvè ‘si manifestò contro gli Egiziani nel mezzo della notte… La quarta notte sarà quando il mondo, giunto alla sua fine, sarà dissolto…». A questa «quarta notte» – soprattutto negli ultimi secoli prima di Cristo – una convinzione assai diffusa ai tempi di Gesù collegava l’attesa della «venuta» e della manifestazione del Messia.
Gesù fu crocifisso a Gerusalemme in coincidenza con la festa di Pasqua: con molta probabilità, la vigilia di Pasqua dell’anno 30, il giorno stesso in cui venivano immolati al tempio gli agnelli per la cena pasquale (cf Gv 18,28; 19,31). Si trattava di un venerdì, poiché quell’anno Pasqua cadeva di sabato. Il giorno dopo il sabato le donne che lo avevano seguito dalla Galilea (cfMc 15,40-41) andando al sepolcro per imbalsamare il suo corpo trovarono la tomba vuota e si sentirono dire: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui» (cf Me 16,1-8).
Verso la metà degli anni 50, scrivendo ai cristiani di Corinto per esortarli a «togliere via» di mezzo a loro il «lievito vecchio» del peccato, san Paolo ricorda loro: «Infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!» (1 Cor 5,7: «immolare la Pasqua» era un’espressione corrente per parlare del sacrificio dell’agnello pasquale). E la’ prima volta che la parola «Pasqua» viene usata in senso esplicitamente cristiano: riferita a Gesù stesso, considerato come il vero agnello pasquale che è stato «immolato» sulla croce.
Gli apostoli e i primi cristiani hanno riconosciuto nell’avvenimento della morte/risurrezione di Gesù l’evento decisivo per la liberazione di tutti gli uomini dal potere del male e della morte, così come la tradizione ebraica riconosceva (e tuttora riconosce) nei fatti dell’Esodo l’evento-segno della «salvezza» quale opera di Dio per il suo popolo. I cristiani hanno visto nella vicenda di Gesù il compimento delle Scritture. Così l’avvenimento della morte/risurrezione di Gesù fu considerato come la vera Pasqua, quella definitiva: l’evento in cui l’amore misericordioso di Dio si è manifestato in tutta la sua grandezza per la salvezza di tutta l’umanità.
San Paolo e il Vangelo di Giovanni hanno re-interpretato il senso della festa ebraica di Pasqua soprattutto partendo dall’avvenimento della morte di Gesù in croce: Gesù stesso è il vero «agnello» pasquale, che con il sacrifìcio di se stesso ha «tolto via il peccato del mondo» (Gv 1,29).
I Vangeli di Matteo, Marco e Luca hanno invece sottolineato il passaggio dalla Pasqua antica a quella nuova attraverso il rito della cena pasquale (allora si diceva correntemente «mangiare la Pasqua»: cfMc 14,12) che diventa V Eucaristia cristiana: «Fate questo in memoria di me» (Le 22,19). Ormai ogni Eucaristia sarà per i cristiani celebrazione del «mistero pasquale» di Cristo, soprattutto ogni Eucaristia domenicale; finché si celebrerà in modo esplicito anche la memoria annuale della morte/risurrezione di Gesù (con certezza, almeno dal sec. II). Così Pasqua è diventata festa cristiana.
La Pasqua cristiana
Già più volte, nel corso di queste nostre riflessioni sulla liturgia, abbiamo fatto esplicito riferimento alla morte- e-risurrezione di Gesù. Non c’è da stupirsi se questo rimando ritorna spesso nel nostro discorso; perché è proprio questo evento che sta al centro del Credo e alla base di tutta la fede cristiana. È di questo evento che «si fa memoria» ogni volta che si celebra l’Eucaristia (cf la Preghiera eucarìstica II: «Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio…»). Ed è la risurrezione di Gesù da morte che viene ricordata per così dire «ufficialmente» ogni domenica.
Già abbiamo visto come il fatto della crocifissione/risurrezione di Gesù venga presentato nel NT come «l’adempimento», la piena realizzazione del significato dell’antica festa di Pasqua: è Gesù il vero «agnello pasquale»; è la sua morte, quale dono totale di sé nell’amore, il vero sacrificio della «nuova ed eterna alleanza»; è il suo sangue versato in croce la vera fonte della «remissione dei peccati».
Per questo i cristiani hanno chiamato a loro volta «Pasqua del Signore» il fatto della morte/risurrezione di Cristo, riconosciuto come il grande «segno» della grazia e della misericordia di Dio a favore di tutti gli uomini. È in questo evento che Dio si è manifestato come il Padre, che ha tanto amato il mondo da «dare» il suo Figlio (cf Gv 3,16), grazie al quale viene effuso sugli uomini il dono dello Spirito Santo. Ed è precisamente il «mistero pasquale» che sta alla base di tutti i sacramenti e che, in modi diversi, viene «celebrato» in ciascuno di essi.
Non sappiamo esattamente in che modo sia nata la celebrazione annuale della Pasqua come festa cristiana. Forse nelle prime comunità di origine ebraica «la Pasqua» è stata sempre celebrata, prendendo gradualmente un carattere specificamente cristiano pur sulla base della precedente tradizione rituale e religiosa ebraica.
Di fatto le notizie più antiche che noi abbiamo a proposito di una celebrazione annuale della Pasqua come festa cristiana risalgono al secolo II, provenienti dall’Asia Minore (attuale Turchia). I cristiani di queste regioni celebrano la «commemorazione della morte» di Cristo in coincidenza con la Pasqua ebraica, con una veglia notturna che ha inizio la sera del «14 di Nisan» (il primo mese del calendario ebraico, tra marzo e aprile) e si prolunga dopo la mezzanotte con la celebrazione dell’Eucaristia, fino «al canto del gallo» all’alba del giorno seguente.
Si sa con certezza che verso la fine del sec. II la festa di Pasqua veniva celebrata anche a Roma, a Gerusalemme, ad Alessandria d’Egitto e altrove. In tutte queste Chiese, però, la veglia notturna aveva luogo non la sera del «14 di Nisan» (qualunque giorno della settimana capitasse), bensì la sera del sabato seguente, in modo da concludere la veglia con la celebrazione dell’Eucaristia sempre sul mattino della domenica. Questo uso forse era già seguito a Roma fin dai tempi di papa Sisto (verso il 120), ma non sappiamo esattamente come e quando sia stato introdotto.
Di fatto, come riferisce Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica, ci furono forti discussioni – ai limiti della rottura – tra coloro che celebravano la Pasqua il «giorno 14» (furono chiamati i «Quartodecimani») e coloro che ritenevano invece di dover legare la celebrazione annuale della Pasqua al giorno di domenica.
Ma fu quest’ultima la pratica che finì col prevalere dovunque fin dal sec. IIIi: quasi a sottolineare che con la festa di Pasqua si fa memoria ogni anno di ciò che nella Chiesa si celebra ogni domenica.
Da allora in poi tutti i cristiani celebrano la festa di Pasqua la domenica che segue il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera (salvo difficoltà a mettersi d’accordo sull’organizzazione uniforme del calendario generale, per cui ancor oggi, purtroppo, succede che le diverse Chiese d’Oriente e d’Occidente non celebrano tutte la Pasqua lo stesso giorno).
Nella concezione cristiana antica, però, la celebrazione della Pasqua non si identifica con la «domenica di Pasqua». Pasqua non è solo la festa della risurrezione di Gesù; è celebrazione globale e unitaria della passione-e-risurrezione di Gesù. Detta celebrazione iniziava nell’antichità con uno o due giorni di digiuno (ora diremmo: il venerdì e sabato santo), aveva il suo momento centrale nella veglia notturna (la «veglia pasquale») e si prolungava, in certo modo, per cinquanta giorni, fino a quella che noi ora chiamiamo la domenica di Pentecoste.
La veglia pasquale si articolò via via in tre grandi momenti:
Anzitutto un’ampia «liturgia della Parola»: attraverso varie letture bibliche, intercalate dal canto di salmi e da preghiere, si fa memoria di tutta la «storia della salvezza» (dalla creazione ad Abramo, a Mosè, ai profeti) che trova il suo «momento vertice» in Gesù crocifisso/risorto.
In secondo luogo il Battesimo, il sacramento attraverso cui «si muore e si risorge con Cristo» (come insegna san Paolo in Rm 6,1-11).
Infine l’Eucaristia, «il sacramento» per eccellenza, con cui si celebra il memoriale di Cristo, «morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo», offrendo a Dio Padre il suo sacrifìcio e «comunicando al santo mistero del suo Corpo e del suo Sangue» per essere riuniti dallo Spirito Santo in un solo corpo, nell’attesa della sua venuta nella gloria.
A partire dal «centro» originario della veglia notturna, la celebrazione cristiana della Pasqua a poco a poco si dilatò nelle due direzioni del tempo precedente e seguente. Nella prima dirczione dapprima si formò l’idea del
«Triduo pasquale», quello che sant’Agostino chiamava «il sacratissimo triduo del crocifisso, sepolto, risorto» (noi oggi diremmo: venerdì santo, sabato santo, domenica di Pasqua); poi si parlò della «settimana santa» (dalla
«domenica delle Palme» alla domenica di Pasqua); e nel frattempo si veniva organizzando tutto il tempo quaresimale.
Nella seconda direzione, come già abbiamo accennato, si considerò come una sorta di «festa prolungata» tutto il tempo dei cinquanta giorni che seguono la domenica di Pasqua (è tutto questo periodo che anticamente veniva chiamato «Pentecoste»), quasi a voler significare che Pasqua è una festa senza fine, perché ormai la vittoria di Cristo sul male e sulla morte è una realtà definitiva, che nulla e nessuno potrà più contraddire, malgrado il permanere del peccato, della sofferenza e della morte sulla faccia della terra finché dura il mondo presente.
Dentro questo tempo dei cinquanta giorni, seguendo alla lettera la cronologia dei fatti come viene esposta da san Luca nel libro degli Atti, emergeranno un po’ alla volta, lungo il sec. IV, le due feste specifiche dell’Ascensione e della Pentecoste come le conosciamo oggi.
La settimana santa
Nella nostra società i ritmi di vita comuni sono scanditi essenzialmente in base a fattori concernenti l’attività lavorativa:
giorni di lavoro e giorni di festa, tempo di lavoro e tempo di ferie, orari di lavoro e «tempo libero».
Anche la festa di Pasqua si inscrive in questi ritmi. A Pasqua il calendario prevede non solo il normale week-end di sabato e domenica, ma anche il lunedì come «giorno di festa», cioè come giornata non-lavorativa. In più, c’è la variante delle vacanze scolastiche: dal giovedì santo al martedì dopo Pasqua. Naturalmente poi ognuno si gestisce queste giornate secondo i propri gusti o le proprie possibilità (di età, di famiglia, di salute, di soldi e così via).
Diversi elementi del nostro calendario hanno un’origine religiosa e più specificamente cristiana: così è, per esempio, per la domenica; così è anche per la festa di Pasqua. In altri tempi l’aspetto religioso incideva fortemente sui comportamenti sociali legati a queste ricorrenze. Oggi tale aspetto rimane sì testimoniato dal nome e dai riti religiosi che caratterizzano determinati giorni, ma spesso non appare più come fattore primario nel delineare la concreta immagine sociale di queste giornate. Così, mentre il «week-end di Pasqua» costituisce un punto di riferimento per tutti, per via della sospensione dell’attività lavorativa, la «settimana santa» rischia invece di apparire come una nozione residua, venuta dal passato, legata a un insieme di tradizioni religiose e popolari in qualche misura persistenti, ma come in secondo piano, «al di sotto» dei moderni ritmi di vita e di attività.
«Settimana santa»: è un’espressione che va oltre una pura e semplice indicazione di calendario. Parlare di settimana santa, in realtà è come fare una professione di fede. E stata chiamata così perché in questi giorni ricorre l’anniversario storico della crocifissione e della risurrezione di Gesù: fatto avvenuto a Gerusalemme, al tempo dell’imperatore Tiberio e del governatore Ponzio Filato.
Ma la settimana santa… è una settimana di otto giorni: va dalla domenica di passione (la «domenica delle palme») alla domenica di risurrezione («domenica di Pasqua»). Poiché la memoria della passione di Cristo – a cui fa riferimento la maggior parte delle tradizioni popolari relative alla settimana santa e su cui più spontaneamente tende a fermarsi l’attenzione della gente – in realtà non avrebbe molto significato senza la risurrezione. Se Gesù non fosse risorto da morte, tutto sommato anche la sua passione sarebbe soltanto l’amara storia di uno dei tanti
«poveri cristi» di cui è piena la storia dell’umanità.
Questa settimana viene chiamata «santa» perché ricorda i giorni in cui è avvenuta la cosa più «grande» e paradossale che mai sia successa al mondo: che cioè il Figlio di Dio (il «Verbo fatto carne») sia stato crocifisso dagli uomini; e che un figlio d’uomo (Gesù di Nazaret, «nato da donna», il figlio di Maria) sia stato risuscitato da morte. Poiché Gesù era veramente l’una e l’altra cosa insieme.
Certo: sul Calvario era difficile riconoscere un’identità «divina» in quel poveraccio che stava per morire crocifisso (cf Mt 27,40: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!»); ed è pur vero che nessuno ha visto Gesù risorgere da morte. La «grandezza» nascosta nel fatto della crocifissione di Gesù e la «realtà» della sua risurrezione non sono cose evidenti per nessuno. Come non è mai «evidente» – al modo delle realtà terrene – la presenza e l’azione di Dio nella storia umana. Senza disponibilità alla riflessione, senza ricerca di preghiera, senza la «fatica» della fede, si rischia di non accorgersi di ciò che avviene in realtà, o di come stanno davvero le cose quando si tratta di Dio.
La settimana santa si chiama così perché è precisamente negli avvenimenti che si ricordano in questi giorni che si è manifestata tutta la santità di Dio: la sua grandezza piena di misericordia e di amore per gli uomini, la sua potenza più forte del male e della morte. E si chiama così, perché è negli avvenimenti che ricordiamo in questi giorni che sta la fonte della nostra santificazione, per la grazia di Cristo e il dono del suo Spirito.
Ai nostri giorni gli impegni abituali di lavoro e di rapporti sociali non si interrompono e non subiscono variazioni considerevoli per via della settimana santa: anche in queste giornate i ritmi di vita di ciascuno e le vicende del mondo continuano a svolgersi più o meno come al solito. Ma c’è modo e modo di organizzare il proprio tempo e le proprie giornate, pur con tutti i condizionamenti che ci vengono dai ritmi comuni della vita di oggi.
Da cristiani, facciamo in modo che per noi la settimana santa non sia solo una questione di calendario o di tradizioni. Sono giorni in cui tutti quanti, come cristiani, siamo chiamati a riflettere con un po’ di attenzione sul significato della nostra fede. Sono giorni in cui, pur in mezzo alle normali occupazioni e preoccupazioni quotidiane, tutti quanti siamo chiamati a trovare un po’ di tempo da dedicare alla preghiera. Sono giorni da vivere insieme, come credenti, nella comune partecipazione alle celebrazioni liturgiche.
Proviamo a confrontarci seriamente, con un po’ di coraggio e di realismo, con il dramma della passione di Cristo (domenica delle palme, venerdì santo). Senza fermarci al livello di una facile emotività in merito, ma lasciandoci «giudicare» dal racconto della passione; poiché in qualche modo ne siamo tutti protagonisti, e non dobbiamo avere paura di riconoscere qualcosa di noi stessi nei suoi personaggi.
Proviamo a ritrovare un po’ di «stupore» di fronte al sacramento dell’Eucaristia (giovedì santo), per scuoterci di dosso il terribile virus dell’assuefazione che rischia di rendere banali e insignificanti anche le cose più grandi. Riscopriamo come davvero si realizzino per ciascuno di noi – ogni volta che andiamo a Messa e facciamo la comunione – le parole di san Paolo: Cristo «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gai 2,20).
Proviamo a «immergerci» pienamente, con fede semplice e profonda, in quella visione del mondo, della storia e della nostra esistenza che ci viene presentata nella veglia pasquale: il mondo esiste perché è stato creato da Dio («In principio Dio creò il cielo e la terra…»); Dio non è lontano dalla vita degli uomini sulla terra (Abramo, Mosè, i profeti); davvero Gesù crocifìsso è risorto da morte (Vangelo): egli è il punto di incontro tra Dio e l’umanità, la garanzia della nostra speranza, la «luce» e la «via» da seguire, per trovare pienezza di senso all’esistenza e gioia di vivere pur in mezzo ai molti mali del mondo.

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