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Le lacrime di Dio

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LA SERIA FELICITÀ DELLE LACRIME

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LA SERIA FELICITÀ DELLE LACRIME

Luigini Bruni sabato 10 ottobre 2015

La felicità promessa dalle beatitudini non è quella promossa e promessa dalla nostra cultura. Quella delle beatitudini ha poco a che fare col piacere, non è il buon  » (eu) demone (daimon), fiorisce dal dolore. Possiamo ottenere anche piacere dalle cose della vita se la ricerca del piacere non diventa l’unica cosa della vita. Perché confondendo la felicità col piacere finiamo per non avere né l’una né l’altro. Le beatitudini sono una « forma di vita », sono un altro già. Sono una proposta concreta e un giudizio sulla nostra giustizia e ingiustizia, sugli abbracci e sui muri, sulle nostre indifferenze e sulle nostre consolazioni. Chi crede alla verità delle beatitudini entra nel mondo concretissimo di chi vede poveri, miti, puri, e li chiama beati. E poi desidera di abitare nel loro Regno. La beatitudine degli afflitti, la felicità di coloro che piangono, sembra la più paradossale, quella dell’ultimo giorno, non quella dei nostri giorni penultimi. Quale felicità ci può essere dentro un pianto? Il pianto biblico non sono le lacrime di gioia, né quelle false e prodotte a scopo di lucro nei talk show televisivi. Sono le lacrime degli afflitti, il pianto disperato dei lutti, quello delle separazioni, dei fallimenti, quelle versate per i figli che sbagliano e non tornano a casa, quelle che cadono quando non riusciamo ad impedire a un fratello o a un amico di buttar via la propria vita. Quelle delle guerre, dei troppi poveri schiacciati e degli oppressi, quelle di chi perde il lavoro, quelle dei tradimenti. Ma sono anche quelle dei pentimenti e dei perdoni, quelle del dolore per le conversioni nostre e degli altri. Quelle delle beatitudine sono tutte lacrime molto serie. Nella Bibbia si incontra spesso l’esperienza del pianto. Piangono anche i patriarchi, i re, Giobbe. Gesù piange per l’amico morto, per Gerusalemme, e forse quel suo ultimo grido di abbandono fu anche un grido di pianto. I salmi sono pieni di lacrime feconde. Le lacrime sono il primo linguaggio degli umani. Possiamo parlare lingue diversissime, credere in Dei diversi, avere costumi e culture molti distanti tra di loro; tutti però capiamo il linguaggio del pianto, tutti sappiamo decifrarlo immediatamente. Gli uomini, le donne, i popoli hanno iniziato a conoscersi piangendo nei lavori dei migranti, quando John non capiva la lingua di Sergej ma poteva consolarlo quando piangeva, guardando la foto sgualcita dei figli e della sposa lontani. Lapo non capiva quasi nulla delle parole di Carmelo, ma le lacrime che cadevano a entrambi nella trincea dialogavano e si capivano perfettamente. Non tutti siamo perseguitati per la giustizia, non tutti siamo miti, ma tutti piangiamo. La beatitudine di chi piange è promessa universale, che raggiunge ogni essere umano nella sua condizione più essenziale, radicale, feriale, nuda. E vale per tutti gli esseri umani: donne, uomini, vecchi, bambini e bambine. Chiamando beati gli afflitti Gesù ha reso beati tutti gli uomini e tutte le donne della storia e della terra. Entriamo nel mondo piangendo, e il pianto muto è spesso la nostra ultima parola prima di lasciarlo. Come ci insegna Giobbe, c’è anche un pianto degli animali, degli alberi, della terra, dei vermi. Nel mondo ci sono più lacrime di quelle degli umani. Esiste una sofferenza della natura, un’attesa dolorosa di una consolazione, un grido della creazione. Quando riusciamo a sentirne qualche sua eco, accediamo a una dimensione più profonda della vita, scopriamo una fraternità cosmica, con Francesco – ieri e oggi – cantiamo un altro « Laudato si’ ». E ci nasce il bisogno di vedere arrivare la consolazione per gli esseri umani, ma anche per la terra umiliata e offesa, per gli animali non rispettati e schiacciati, per le specie viventi che ogni giorno muoiono. Sentiamo che « deve » esserci una consolazione delle lacrime del mondo, che « deve » arrivare un consolatore, un riscattatore, un Goel. Si diventa pienamente umani quando iniziamo a soffrire per il non-avvento di queste consolazioni – una sofferenza che una volta iniziata non ha mai fine e cresce con noi. La beatitudine che si trova dentro il pianto si chiama « consolazione »: «Saranno consolati». La parola greca che noi traduciamo con « consolazione » è « parakaleo », che indica la figura di chi sta vicino alla vittima, come un avvocato, per difenderla dal suo accusatore. La beatitudine consiste allora nel fare l’ »esperienza » dell’arrivo di una consolazione. Scoprire una presenza reale che ci consola mentre piangiamo. E con la consolazione smettiamo di piangere, o piangiamo diversamente. In questa beatitudine, diversamente dalle altre, la felicità sta nel cambiamento della condizione che genera la beatitudine. I miti, i misericordiosi, i costruttori di pace, i poveri, i perseguitati e assetati per la giustizia, restano in quella loro condizione quando la promessa si compie. Non si smette di essere poveri perché siamo nel Regno dei cieli, di esseri misericordiosi quando incontriamo misericordia, di costruire la pace quando un giorno ci sentiamo chiamare «figli di Dio». Quando invece dentro il nostro pianto e la nostra disperazione ci raggiunge la consolazione, il pianto di riduce, cambia tono, le lacrime iniziano a essere asciugate. Tutti conosciamo le beatitudini dentro le lacrime. Sono iscritte nel Dna morale degli esseri umani. Il giogo della vita sarebbe insopportabile se dentro le lacrime non trovassimo anche una consolazione. Una prima consolazione la incontriamo nell’esperienza di poter piangere. La sofferenza inconsolabile è quella che non riesce più (o ancora) a piangere. Molti pentimenti, ad esempio, iniziano con un profondo e irrefrenabile pianto. Un pianto diverso, che solo quando arriva possiamo conoscerlo nel suo dolore e nella sua beatitudine tipici. Quando arriva il momento del pentimento e del « tornare a casa », il primo moto è quasi sempre un pianto a dirotto – ognuno a modo suo, pianti tutti simili e tutti diversi. È un pianto beato, l’inizio della vita nuova. « Mentre » si piange ci si sente chiamare beati: «Erano lacrime di felicità nate dal risveglio dell’essere morale sopito in lui da molti anni» (Lev Tolstoi, « Resurrezione »). Prima di « alzarsi » per « tornare » da suo padre, il figliol prodigo avrà iniziato il suo ritorno con un grande pianto. Dentro l’inferno si apre uno squarcio di paradiso, e la possibilità di poterlo finalmente raggiungerlo è già paradiso. La strada verso casa è già casa. Queste lacrime sono tutte e solo beatitudine, rigenerazione. Dolorosissime e salvifiche, tremende e meravigliose assieme. Afflitti e beati. Questo pianto diventa un mezzo di scoperta e di conoscenza delle dimensioni più profonde della vita. Se vuoi conoscere qualcuno veramente, incontralo e ascoltalo mentre piange per un pentimento, per un perdono, per una conversione. I grandi perdoni, soprattutto quelli tra fratelli e tra amici, si compiono piangendo insieme in abbracci infiniti e senza tempo: «Allora Giuseppe disse ai fratelli: « Avvicinatevi a me! ». Si avvicinarono e disse loro: « Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto » … Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva, stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse» (Genesi 45, 4-15). C’è poi un’altra forma di consolazione-beatitudine. È quella che nasce dal poter piangere insieme a qualcuno che accompagna il nostro dolore. Com-piangere, con-patire, è una forma speciale di felicità. Condividere il dolore e mischiare le lacrime con un amico è per molti la sola felicità dentro vite dove il dolore e le lacrime sono l’unico « pane ». In queste afflizioni la consolazione arriva con il volto concreto di un amico che si china sul nostro dolore. Se ci sono troppe afflizioni non beate è anche perché mancano i consolatori, amici capaci di piangere con noi. Nei pianti senza consolazioni che abbondano attorno a noi ci sono troppe latitanze di consolatori. Tante lacrime potrebbero essere consolate e asciugate, depressioni accompagnate, solitudini riempite, se ci vedessimo nel ruolo di consolatori e non in quello di chi è in attesa di consolazione. Sono io che manco nel troppo dolore inconsolato del mondo. Ogni beatitudine è anche un invito rivolto direttamente a noi, a te, a me. La prima terra promessa è quella della mia casa che condivido con chi non ce l’ha, la prima consolazione del pianto dell’altro è il mio pianto solidale. Una consolazione speciale e piena di mistero è poi quella della poesia, della letteratura, dell’arte. Il poeta, lo scrittore, il pittore, con la sua opera può raggiungere i disperati della terra, e nel crearli consolarli. Si fa loro prossimo, compagno di strada, e così li fa beati. Nelle storie più grandi non occorre l’ »happy end », il lieto fine, perché la disperazione vista e « toccata » dall’artista è già felicità. L’arte ci dona anche queste beatitudini. Ma c’è ancora un’altra consolazione degli afflitti. È quella che arriva come un « angelo ». Qui non c’è un amico che ci consola. È il « paraclito », che arriva come « padre dei poveri ». È splendido che nella Bibbia il primo angelo arriva sulla terra per consolare Agar, una schiava cacciata via nel deserto dalla sua padrona. La prima teofania e la prima annunciazione sono per lei (Genesi 16). Le annunciazioni, le teofanie, la salvezza di un bambino, accadono spesso al culmine delle grandi afflizioni, quando un angelo ci raggiunge dove nessuno ci poteva più raggiungere, e ci consola. È la consolazione dello spirito, il paraclito consolatore, che ci risorge mentre moriamo sulle croci. È il consolatore perfetto, che riscalda, raddrizza, bagna. Se riusciamo ad alzarci ogni mattina quando la notte prima pensavamo di non farcela più, è perché il paraclito è all’opera, e bacia la ferita delle nostre anime mentre ancora dormiamo e sogniamo, e le cura. Non tutti sappiamo, o vogliamo, fare esperienza di Dio. Ma moltissimi, forse tutti, abbiamo incontrato nella vita almeno una volta questo spirito consolatore, o lo incontreremo in un pianto futuro. È una promessa. «Beati coloro che sono nel pianto, saranno consolati»

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Bibbia, citazioni

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Publié dans:immagini sacre |on 26 février, 2018 |Pas de commentaires »

LA PAROLA DI DIO VA A BUON FINE (Is 55, 10-11)

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LA PAROLA DI DIO VA A BUON FINE (Is 55, 10-11)

di Sergio Tattoli
18 marzo 2016

Un giorno una parola – commento a Isaia 55, 10- 11

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.
Isaia 55, 10-11
Gesù disse: «Quelli che hanno ricevuto il seme in buona terra sono coloro che odono la parola e l’accolgono e portano frutto»
Marco 4, 20
Gli eventi naturali della pioggia e della neve che cadono producendo l’effetto di irrigare la terra e renderla fruttuosa offrono al profeta Isaia lo spunto per parlare dell’incontrastabile efficacia della parola divina. La realtà è costellata di eventi in palese contrasto con la volontà di Dio! Non ci spieghiamo l’esistenza del bene e del male! Non comprendiamo il perché dell’arroganza, dell’odio, della violenza che noi esseri siamo proclivi a esercitare contro i nostri simili! Evidentemente fanno parte di un disegno il cui contorno ci appare poco nitido, e non riusciamo a decifrare la figura che rappresenta: non riusciamo a comprendere compiutamente il suo volere e il perché del suo agire.
La metafora proposta dal profeta Isaia ci rende attenti a prendere sul serio la parola del Signore, poiché la sua efficace parola è in grado di produrre veri, duraturi, profondi benefici in chi l’accoglie. Ha effetti trasformanti nella vita di coloro che lo seguono. È il faro verso il quale guardare per orientarci nel turbolento mare della vita.
Di fronte alle contraddizioni della realtà di questo mondo tendiamo a pensare che siano le inspiegabili forze del male ad avere il sopravvento. Ma Dio non ci ha lasciati senza una valida speranza di fronte alle nostre perplessità umane. Ha preso l’iniziativa, e nella persona di Gesù si è rivelato: è venuto a parlarci toccando l’essenza della nostra umanità. La parola di Dio si è fatta carne nella persona di Gesù.

Trasfigurazione

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Publié dans:immagini sacre |on 25 février, 2018 |Pas de commentaires »

25 FEBBRAIO 2018 – 2A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

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25 FEBBRAIO 2018 – 2A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
Quaresima: tempo forte di conversione, tempo di rinnovamento per rifarci gli occhi e il cuore. Dopo il rito delle ceneri e aver rivissuto la Quaresima di Gesù e la sua vittoria sulle tentazioni, oggi viviamo con Pietro, Giacomo e Giovanni l’esperienza della trasfigurazione, che anticipa la Pasqua.
La Parola di Dio
Genesi, 22,1-2.9a.10-13.15-18. Abramo, il generoso, il fedele a Dio, non gli nega neppure il figlio della promessa. Un episodio oscuro e tragico, che richiama il sacrificio del Figlio di Dio sulla croce.
Romani 8,31b-34. « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? », dice Paolo. La bontà di Dio è senza misura, dal momento che per nostro amore ha consegnato il proprio Figlio nelle nostre mani.
Marco 9,2-10. Accanto a Gesù trasfigurato compaiono Mosè ed Elia, la legge e la profezia. È l’investitura solenne di Gesù, il messia promesso e atteso. Preceduta e seguita dalle parole di Gesù sulla sua passione e morte, la trasfigurazione è un’anticipazione della risurrezione per i tre apostoli presenti.

Riflettere…
o L’episodio della trasfigurazione è uno dei più attraenti della vita di Gesù e ha ispirato da sempre la fede dei cristiani. Lo si trova nei tre vangeli sinottici, ma anche in Pietro, che dice: « Egli ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: « Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento ». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte » (2Pt 1,17-18).
o Marco, che pure scrive il vangelo più breve, dà sulla trasfigurazione molti particolari. Dice che le vesti erano splendenti, bianchissime (« Nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche ». E riferisce le parole di Pietro: « Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia ». Precisando: « Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati ». Come si sa, molto probabilmente Marco riporta la predicazione di Pietro.
o Quello della trasfigurazione è un episodio ricco di significato proprio per il momento in cui avviene (è preceduta e seguita dagli annunzi della passione e morte di Gesù), per la presenza di testimoni qualificati dell’antico e del nuovo testamento (Mosè ed Elia), per il legame che ha con il battesimo di Gesù nel Giordano: anche là il Padre era intervenuto per rivelare l’identità di Gesù.
o Scrivendo questo episodio, Marco avrà pensato al capitolo 24 del libro dell’Esodo, quando Mosè salì sul monte per ricevere la legge nel contesto di una grande manifestazione di gloria.
o Ora Mosè è lì a testimoniare la grandezza di Gesù. Marco, ma anche Matteo e Luca, dicono che c’è anche Elia, ed è facile comprendere perché: nella tradizione ebraica si parla spesso di « Mosè e i profeti » ed Elia rappresentava « il profeta tra i profeti ». Messo anche lui al fianco di Gesù nel ruolo di testimone, indica che Gesù è superiore a Mosè e a tutti i profeti dell’antico testamento.
o Singolare in questo episodio la reazione di Pietro, che si rifà all’idea trionfalistica del messia. Pietro pare vedere in questo momento solenne finalmente l’occasione per superare un’idea riduttiva del regno di Dio. Di sperimentare forse anche la bontà della sua scelta di mettersi al seguito di un maestro che non cessava di spegnere gli animi di chi era sempre in attesa di qualcosa di straordinario.
o Il Padre conferma sostanzialmente le parole dette al momento del battesimo di Gesù: « Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo! ».
o Ma alla fine non rimane che Gesù nella sua semplicità di uomo: « Improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro ». Quasi a sottolineare che la trasfigurazione è una parentesi, e che la vita della chiesa deve continuare a seguire le orme di questo maestro normale.
o Gesù appare nella sua gloria proprio a Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre che saranno testimoni muti e indifferenti dell’abbattimento del Getsemani. La trasfigurazione sarebbe quindi destinata a sostenere la fede debole degli apostoli, che non riusciranno ad accettare la morte in croce del messia.
o Ma l’episodio è anche un’anticipazione della gloria della risurrezione, destinato a dare a Gesù e agli apostoli piena coscienza del senso finale della missione del messia. È questo il senso delle parole di Gesù: « Ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti ». Ma essi, è evidente, si chiedevano « che cosa volesse dire risorgere dai morti ».
o Nella prima lettura Abramo appare come l’uomo fedele a Dio fino in fondo, senza resistenze, disponibile addirittura a sacrificare Isacco, il figlio della promessa.
o I sacrifici umani erano normali in quel tempo, e con questo tragico episodio Iahvè intendeva affermare la propria riprovazione per questi macabri sacrifici.
o Non possiamo dimenticare che ciò che non ha subito Isacco, lo subirà Gesù. È questa la tradizione ecclesiale, che vede realizzarsi puntualmente nella passione e morte di Gesù quel sacrificio che ad Abramo è stato impedito di consumare.
o È inevitabile quindi collegare la prima lettura anche agli due brani della parola di Dio: Paolo sottolinea che « Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi » (Rm 8,32); mentre il vangelo, come dicevamo, è preceduto e seguito da due annunzi della sua passione.

Attualizzare
* Nella nostra vita, carica del peso dell’oscurità e della sofferenza, non mancano squarci di trasfigurazioni e di bellezza, nei quali Dio lo si incontra davvero, lo si sente a un passo da noi, se ne fa esperienza viva, immediata.
* Questi momenti di esperienza forte di Dio non sono un’illusione, dal momento che sono testimoniati praticamente da tutti i veri credenti. Diventano possibili soprattutto nei momenti di preghiera vera come per Gesù: « Gesù… salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante  » (Lc 9,28-29).
* Un sacerdote torinese, don Paolo Gariglio, fondatore di Radio Nichelino e di molte iniziative a vantaggio dei giovani, ha voluto invitare nel teatro della sua parrocchia tutti coloro che pensavano di aver incontrato Dio. Si sono ritrovati in trecento in un teatro gremito e molti hanno potuto raccontare la loro storia singolarissima, il loro incontro personale con Dio.
* « Dio si fa conoscere a coloro che lo cercano », dice Pascal. Ciò che noi dovremmo fare è creare le condizioni perché questa esperienza diventi possibile. Dio non si sperimenta nel trambusto, nel caos, nell’agitazione delle attività. Bisogna in qualche modo conquistarsi degli spazi in cui si possa fare silenzio, per entrare in noi stessi. « Volete conoscere Dio? Mettetevi in ginocchio » (Fulton Sheen).
* Anche noi che siamo qui, se non siamo venuti solo per una tradizione sociale, o per pura osservanza di un precetto religioso, lo siamo perché in qualche modo abbiamo conosciuto Dio.
* Dio si presenta a noi non tanto per un ragionamento intellettuale, ma attraverso un’esperienza vitale, un’intuizione di fondo irresistibile, che riconosce l’armonia dell’universo, che va oltre i dubbi e le brutture del mondo.
* Tutto il racconto della trasfigurazione ha nello sfondo la croce. La logica di Dio è diversa dalla logica degli uomini e la gloria passa attraverso il sacrifico. Questo è il progetto di Dio sulla vita di Gesù, ma anche sulla nostra vita. Senza croce, cioè senza affrontare la vita in modo che diventi obbedienza a Dio, non ci sarà trasfigurazione-risurrezione.
* La croce coinvolge anche noi, fa parte delle nostre esperienze di vita. Ma sono tanti i passi della parola di Dio che ci danno la certezza, che ? condividendo la vita e le scelte di Gesù ? condivideremo anche la sua gloria. « I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro » (Mt 13,43), dice Gesù. E Paolo ricorda che « le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi » (Rm 8,18); e ancora: « Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria » (Col 3,4).
Dio può farsi vedere
« Dio nel suo amore, nella sua bontà verso gli uomini, nella sua potenza è giunto fino a concedere a coloro che lo amano il privilegio di vederlo. L’uomo con le sue sole forze non potrà mai vedere Dio. Ma se Dio lo vuole, può farsi vedere da chi vuole, quando vuole e come vuole. Come coloro che vedono la luce, sono nella luce e partecipano al suo splendore, così coloro che vedono Dio sono in Dio e partecipano al suo splendore. Lo splendore di Dio dona la vita: coloro che vedono Dio ricevono dunque la vita » (sant’Ireneo).
Dio esiste, io l’ho incontrato
André Frossard nacque in una famiglia dove nessuno si poneva il problema di Dio. Nessuno ne parlava. Il padre era deputato e primo segretario del partito comunista francese. Quando si trasferì a Parigi, André frequentò il liceo, ma l’andare a scuola lo interessava poco. Preferiva « tagliare » e frequentare giardini e piscine, possibilmente in compagnia di ragazzine. Finiti gli studi, il padre lo fece entrare nella redazione di un giornale della sera. Fu li che conobbe André Willemin, un giovane ottimista col quale strinse fraterna amicizia. Il lavoro di giornalista lo interessava poco. Non aveva ideali, né problemi esistenziali, delusioni o dubbi. Era un ateo tranquillo. Fu a questo punto che Dio gli tese un’imboscata. Un pomeriggio, stanco di attendere l’amico Willemin, per ingannare il tempo entrò in chiesa. Sopra l’altar maggiore vi era un ostensorio per l’adorazione perpetua. Fece in un istante un’esperienza che non riuscì a descrivere, ma che lo trasformò totalmente. Uscendo da quella chiesa insieme all’amico, era diventato definitivamente « cattolico ». Scriverà il libro della sua vita, il best-seller Dio esiste; io l’ho incontrato.

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

il Turibolo

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Publié dans:immagini sacre |on 22 février, 2018 |Pas de commentaires »

4. DAVID, L’UOMO DEI SALMI

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4. DAVID, L’UOMO DEI SALMI

Si narra del Baal Shem Tov, l’iniziatore del movimento chassidico nella Polonia del XVIII secolo, che fosse soprannominato der Telim jid, in jiddish: « l’ebreo dei salmi ». Questo perché la spiritualità chassidica da lui iniziata, e la sua stessa formazione personale, erano incentrate sui Salmi più che sulla Torà. In altre parole, il suo messaggio era che si può essere dei buoni ebrei anche se non si è degli esperti in tutte le minuzie legali della Torà, ma non si può essere dei buoni ebrei se non si pregano i salmi.
Vi sono, del resto, vari punti di contatto tra Torà e Salterio: per esempio, nei salmi storici, in quelli creazionali, in quelli pasquali. Vi sono addirittura dei salmi, come il Sal 1, la seconda metà del Sal 19 e tutto il lunghissimo Sal 119, che non sono altro che elogi della Torà, e raccomandazioni in favore del suo studio, della sua pratica come sorgenti di vita. Infine, lo stesso Salterio è diviso in cinque libri, a imitazione della Torà, e questo è un fatto che, volendo approfondire l’argomento, insegnerebbe molte cose.
In sostanza, si può considerare il Salterio anche sotto questo punto di vista: come una Torà in miniatura, come un « microcosmo della Torà ». È dubbio che David, re d’Israele, sia stato un grande osservante della Torà mosaica – nonostante che varie testimonianze rabbiniche lo ritraggano nella veste insolita di studioso -, eppure egli è senza alcun dubbio l »‘uomo dei salmi ». Vale a dire: non un uomo esemplare sotto il profilo della sua condotta, non un uomo integro e irreprensibile in tutto, ma un uomo di preghiera, anzi il prototipo dell’orante.
Dei centocinquanta salmi canonici, la maggior parte sono attribuiti a lui, vuoi esplicitamente vuoi implicitamente (solo ventinove salmi sono espressamente attribuiti ad altri personaggi). Ma sono soprattutto alcuni titoli che contestualizzano il salmo in un particolare frangente dell’avventura davidica, facendo ne come lo specchio della sua anima in varie circostanze da lui vissute. Così, ad esempio, i Sal 3, 7, 18,34, e soprattutto quelli della seconda raccolta davidica (le « preghiere di David, figlio di Jesse »), in particolare quelli che vanno dal Sal 51 al Sal 63.
Con una sola eccezione gioiosa (il Te Deum regale del Sal 18, « quando il Signore lo liberò dalla mano di tutti i suoi nemici »), le circostanze della vita di David a cui alludono queste soprascritte sono tutte straordinariamente penose, e infatti introducono dei salmi che sono di lamento o di supplica. Tali circostanze sono quelle vissute da David nel suo vagabondaggio per il deserto, o nel suo asilo presso i filistei, prima di diventare re.
Il midrash fa molto caso a queste soprascritte, e il primo insegnamento che ne deduce è molto semplice: « Salmo di David, quand’era nel deserto di Giuda » (Sal 63,1). « Non sta scritto: Salmo di David quand’ era re ». Vale a dire che la vera preghiera nasce dall’umiliazione, e non dall’ esaltazione. A questo proposito si cita un passo di Isaia (26,16) che, tradotto alla lettera, recita forse così: « La tribolazione è preghiera per noi » (nr. 21).
Un luogo, in modo del tutto particolare, diventa la cifra della preghiera di David in questo periodo: è la caverna dove si è rifugiato per sfuggire a Saul (« Quando fuggì da Saul nella caverna »: Sal 57,1; « Di David, quand’era nella caverna »: Sal 142,1). Questa caverna, una specie di anticipazione delle grotte monastiche del deserto di Giuda, è il luogo più tipico della preghiera di David. Come sappiamo dal racconto di
1Sam 24, la caverna scelta da David come rifugio diviene proprio il luogo dell’incontro con Saul, che vi è entrato casualmente. Secondo il dettato biblico, chi si mette in pericolo di vita questa volta è proprio l’inseguitore, che viene a trovarsi, senza saperlo, alla mercé dell’inseguito. Ma per il midrash (non senza una profonda intelligenza dello stesso racconto biblico, là dove dice che David « si sentì battere il cuore »), questo incontro col nemico nella caverna è la situazione più difficile, la prova più grande in cui si sia trovato lo stesso David, e non Saul.
Ma il David in fuga per i nascondigli del deserto non va soltanto considerato un uomo braccato da un suo persecutore, egli è un uomo in fuga anche da se stesso. Nel Sal 7, David prega così: « Signore mio Dio se ho fatto questo, se c’è iniquità nelle mie mani, se ho ripagato il mio amico con il male. .. il nemico insegua la mia vita e la raggiunga ». Quindi egli sa che, se c’è un nemico fuori, è perché ce n’è uno anche dentro: se vi è un inseguitore all’esterno, è perché Dio gli dà il diritto di inseguirlo a motivo dei suoi peccati. Eppure il vero « errore di David » non è tanto la parola impulsiva che si è lasciato sfuggire contro Saul (« il Signore stesso lo percuoterà »), ma – sembra dire il midrash – è quello di non accorgersi che il Signore ha già neutralizzato il suo inseguitore, cioè gli ha già perdonato i suoi peccati (nr. 4).
David è stato, dunque, un uomo dei salmi, un uomo in preghiera, ancora prima, anzi soprattutto prima di sedere sul suo trono a Gerusalemme. Sono stati proprio i suoi scacchi, le sue sventure, che gli hanno insegnato a pregare, cioè a riporre in Dio la sua fiducia anche nelle circostanze apparentemente senza esito, come la caverna sbarrata dal nemico. Gli hanno insegnato a ringraziare sempre. « ‘Di David, salmo. Grazia e giustizia voglio cantare, a te Signore voglio inneggiare’ (Sal 101,1). Così disse David al Santo – benedetto sia -: Se tu mi fai grazia, ‘voglio cantare’; e se agisci verso di me con giustizia, ‘voglio cantare’. In un modo o nell’altro, ‘a te Signore voglio inneggiare’ » (nr. 34).
Un uomo come David, capace di ringraziare Dio in ogni circostanza della sua vita, sia gioiosa sia penosa, per il bene come per il male, è un uomo al quale il Signore fa molti doni. Diventa un uomo semplice, disarmato come una colomba (nr. 43), sempre in grado di stupirsi, di meravigliarsi per i doni di Dio, doni che egli sa eccedere qualunque merito personale. Tutto per lui è iniziato da questo stupore infantile: la sua stessa unzione regale quand’ era nient’ altro che un giovane pastore. « Egli pascolava il gregge di suo padre, e in un batter d’occhio venne fatto re. Tutti dicevano: Fino a un momento fa pascolava il gregge, e tutt’a un tratto è diventato re? Egli rispondeva loro: Voi vi stupite di me? Anch’io mi stupisco di me stesso ancor più di voi! Ma lo Spirito santo intervenne dicendo: ‘Dal Signore è venuto questo ed è uno stupore ai nostri occhi’ » (nr. 42).
Non si potrà, probabilmente, definire David uno zaddiq, un uomo « giusto » secondo il metro della Torà. Ma egli è certamente un grande chasid, un uomo « benevolo » e « grazioso », ciò che forse è ancora di più, perché la misura della « grazia » e della « misericordia » supera sempre, in Dio, quella della semplice giustizia, se questa è intesa come osservanza diligente dei precetti. Dio stesso, nel suo agire, va sempre al di là della « linea della giustizia »: agisce sempre per eccesso, per abundantiam cordis.
Nel Sal 86,2 David afferma: « Custodisci la mia vita, perché sono un chasid ». Il midrash si chiede: « Come può David chiamare se stesso chasid? ». Che cosa lo autorizza ad attribuirsi un titolo che spetta a Dio? E risponde: « Chiunque ascolta una maledizione su di sé e tace, benché abbia tutta la possibilità di controbattere, diviene partecipe degli attributi del Santo – benedetto sia -, il quale ascolta le bestemmie che gli rivolgono i pagani, eppure tace. Anche David si è sentito maledire, eppure ha taciuto. Per questo ha potuto dire: ‘Custodisci la mia vita, perché sono un chasid’ » (nr. 29). Nulla vieterebbe a uno zaddiq, a un uomo « giusto », di controbattere alle offese o agli oltraggi, dal momento che questi sono ingiustificati: sarebbe perfettamente nel suo diritto, ed egli lo sentirebbe, con tutta probabilità, come un suo dovere. Ma David non fa così: egli sa bene di essere peccatore, di meritare molti rimproveri, e questo gli fa accettare anche gli insulti ingiustificati. Così facendo, però – benché forse non lo sappia – egli è più simile a Dio di uno zaddiq.
Del resto, per chi è la Torà? Forse è per gli angeli? Forse è per coloro che sono senza difetto, senza peccato? No, insegna il midrash sul Sal 8 (nr. 5), uno dei più affascinanti dell’intera raccolta. Al contrario, il fatto che gli angeli siano esseri perfetti, creature senza macchia, è precisamente un loro handicap, non un loro vantaggio. Che cosa manca agli angeli? Manca l’esperienza del peccato (almeno di quel genere di peccati, tutti umani, di cui si occupa la Torà), ed è proprio questa loro « mancanza » che li rende inabili a ricevere la legge, fatta per correggere i peccatori e per riparare i guasti causati dal peccato. Con una parabola squisitamente umoristica, gli angeli desiderosi di ricevere la Torà (e di rifiutarla agli uomini) sono paragonati a un apprendista nell’ arte della tessitura al quale però manca un dito, quando in questo mestiere è essenziale possedere l’uso di tutte le dita. Vale la pena fermarsi ancora un istante a valutare l’arditezza di questa operazione ermeneutica, perché il Sal 8,6 afferma che è l’uomo ad essere stato creato « poco mancante » rispetto agli elohim o angeli. Il midrash rovescia completamente la prospettiva: sono gli angeli ad avere « di meno », e questo « di meno », ciò che loro non hanno, è la debolezza degli uomini.
Quindi si deve forse ridisegnare anche la figura dello zaddiq. Non è detto che egli debba essere un uomo senza peccati, senza difetti. Il Sal 11,5 dice che « il Signore prova il giusto ». Perché dovrebbe metterlo alla prova, se egli fosse già perfettamente giusto? Ma egli lo prova – secondo il midrash – perché lo sa capace di resistere alle prove (gli empi non sono provati per misericordia, perché non sarebbero capaci di reggere lo sforzo: nr. 6). « Giustizia », in questo contesto, non è sinonimo di perfezione morale, ma è piuttosto una capacità di resistenza nelle prove. Il giusto è un uomo provato, « giustificato » attraverso molte prove, molte sofferenze. E in questo senso, certamente anche David è stato un uomo giusto (cf. Sal 132, 1).
D’altra parte, quali altre connotazioni caratterizzano un giusto? Dal trattato Avot noi sappiamo che il « mondo » – vale a dire la vita degli uomini nel mondo – si regge sopra tre colonne, che sono lo studio (e la pratica) della Torà, la preghiera e le opere di misericordia (vedi il detto di Shim’on, detto appunto il « giusto », in PA 1,2). Nel midrash sul Sal 136, a proposito del versetto: « Distende la terra sulle acque », c’è tutta una discussione cosmologica per sapere su che cosa è fondata la terra, e la conclusione è la seguente: « La terra sta su una colonna sola, e questa colonna è il giusto, come è detto: ‘Il giusto è il fondamento del mondo’ (Pr 10,25) » (nr. 46). Quindi neppure tre, ma una colonna sola. Perché, in fondo, parlare di tre colonne è ancora, in un certo senso, un’astrazione. Da nessuna parte si trova lo « studio » o la « preghiera » o le « opere di misericordia »: esistono solamente degli uomini o delle donne che studiano, pregano, usano misericordia verso il prossimo. E il giusto è quell’uomo, quella donna, che meglio di altri e in maniera esemplare per tutti, unifica nella sua persona studio, preghiera e misericordia. Persone come queste sono il fondamento della convivenza tra gli uomini. Ora, David non era forse un grande studioso della Torà, ma era un profondo uomo di preghiera, e il suo Salterio è una specie di condensato esistenziale della Torà, di Torà fatta preghiera. Inoltre, l’espressione che io traduco, per mancanza di meglio, « opere di misericordia », in ebraico suona ghemilut chasadim, alla lettera qualcosa come « scambio di grazie » o « di favori » . Anche nella pratica della chesed, come si è visto, David è stato un maestro. Perciò non a torto si può dire che lui e la sua preghiera sono stati, e continuano ad essere, un « fondamento del mondo »: il fondamento inamovibile di un « mondo di grazia ».

Publié dans:EBRAICO-CRISTIANI STUDI |on 22 février, 2018 |Pas de commentaires »

Gesù spezza il pane

spezzare-il-pane

Publié dans:immagini sacre |on 21 février, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – - 10. LITURGIA DELLA PAROLA. III. CREDO E PREGHIERA UNIVERSALE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20180214_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – - 10. LITURGIA DELLA PAROLA. III. CREDO E PREGHIERA UNIVERSALE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 febbraio 2018

CATECHESI DEL SANTO PADRE

La Santa Messa – 10. Liturgia della Parola. III. Credo e Preghiera universale

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Buongiorno anche se la giornata è un po’ bruttina. Ma se l’anima è in gioia sempre è un buon giorno. Così, buongiorno! Oggi l’udienza si farà in due parti: un piccolo gruppo di ammalati è in aula, per il tempo e noi siamo qui. Ma noi vediamo loro e loro vedono noi nel maxischermo. Li salutiamo con un applauso.
Continuiamo con la Catechesi sulla Messa. L’ascolto delle Letture bibliche, prolungato nell’omelia, risponde a che cosa? Risponde a un diritto: il diritto spirituale del popolo di Dio a ricevere con abbondanza il tesoro della Parola di Dio (cfr Introduzione al Lezionario, 45). Ognuno di noi quando va a Messa ha il diritto di ricevere abbondantemente la Parola di Dio ben letta, ben detta e poi, ben spiegata nell’omelia. È un diritto! E quando la Parola di Dio non è ben letta, non è predicata con fervore dal diacono, dal sacerdote o dal vescovo si manca a un diritto dei fedeli. Noi abbiamo il diritto di ascoltare la Parola di Dio. Il Signore parla per tutti, Pastori e fedeli. Egli bussa al cuore di quanti partecipano alla Messa, ognuno nella sua condizione di vita, età, situazione. Il Signore consola, chiama, suscita germogli di vita nuova e riconciliata. E questo per mezzo della sua Parola. La sua Parola bussa al cuore e cambia i cuori!
Perciò, dopo l’omelia, un tempo di silenzio permette di sedimentare nell’animo il seme ricevuto, affinché nascano propositi di adesione a ciò che lo Spirito ha suggerito a ciascuno. Il silenzio dopo l’omelia. Un bel silenzio si deve fare lì e ognuno deve pensare a quello che ha ascoltato.
Dopo questo silenzio, come continua la Messa? La personale risposta di fede si inserisce nella professione di fede della Chiesa, espressa nel “Credo”. Tutti noi recitiamo il “Credo” nella Messa. Recitato da tutta l’assemblea, il Simbolo manifesta la comune risposta a quanto insieme si è ascoltato dalla Parola di Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 185-197). C’è un nesso vitale tra ascolto e fede. Sono uniti. Questa – la fede -, infatti, non nasce da fantasia di menti umane ma, come ricorda san Paolo, «viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). La fede si alimenta, dunque, con l’ascolto e conduce al Sacramento. Così, la recita del “Credo” fa sì che l’assemblea liturgica «torni a meditare e professi i grandi misteri della fede, prima della loro celebrazione nell’Eucaristia» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 67).
Il Simbolo di fede vincola l’Eucaristia al Battesimo, ricevuto «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», e ci ricorda che i Sacramenti sono comprensibili alla luce della fede della Chiesa.
La risposta alla Parola di Dio accolta con fede si esprime poi nella supplica comune, denominata Preghiera universale, perché abbraccia le necessità della Chiesa e del mondo (cfr OGMR, 69-71; Introduzione al Lezionario, 30-31). Viene anche detta Preghiera dei fedeli.
I Padri del Vaticano II hanno voluto ripristinare questa preghiera dopo il Vangelo e l’omelia, specialmente nella domenica e nelle feste, affinché «con la partecipazione del popolo, si facciano preghiere per la santa Chiesa, per coloro che ci governano, per coloro che si trovano in varie necessità, per tutti gli uomini e per la salvezza di tutto il mondo» (Cost. Sacrosanctum Concilium, 53; cfr 1 Tm 2,1-2). Pertanto, sotto la guida del sacerdote che introduce e conclude, «il popolo, esercitando il proprio sacerdozio battesimale, offre a Dio preghiere per la salvezza di tutti» (OGMR, 69). E dopo le singole intenzioni, proposte dal diacono o da un lettore, l’assemblea unisce la sua voce invocando: «Ascoltaci, o Signore».
Ricordiamo, infatti, quanto ci ha detto il Signore Gesù: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto» (Gv 15,7). “Ma noi non crediamo questo, perché abbiamo poca fede”. Ma se noi avessimo una fede – dice Gesù – come il grano di senape, avremmo ricevuto tutto. “Chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. E in questo momento della preghiera universale dopo il Credo, è il momento di chiedere al Signore le cose più forti nella Messa, le cose di cui noi abbiamo bisogno, quello che vogliamo. “Vi sarà fatto”; in uno o nell’altro modo ma “Vi sarà fatto”. “Tutto è possibile a colui che crede”, ha detto il Signore. Che cosa ha risposto quell’uomo al quale il Signore si è rivolto per dire questa parola – tutto è possibile a quello che crede-? Ha detto: “Credo Signore. Aiuta la mia poca fede”. Anche noi possiamo dire: “Signore, io credo. Ma aiuta la mia poca fede”. E la preghiera dobbiamo farla con questo spirito di fede: “Credo Signore, aiuta la mia poca fede”. Le pretese di logiche mondane, invece, non decollano verso il Cielo, così come restano inascoltate le richieste autoreferenziali (cfr Gc 4,2-3). Le intenzioni per cui si invita il popolo fedele a pregare devono dar voce ai bisogni concreti della comunità ecclesiale e del mondo, evitando di ricorrere a formule convenzionali e miopi. La preghiera “universale”, che conclude la liturgia della Parola, ci esorta a fare nostro lo sguardo di Dio, che si prende cura di tutti i suoi figli.

 

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