Archive pour janvier, 2018

FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – (2012)

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CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Mercoledì, 25 gennaio 2012

Cari fratelli e sorelle!

È con grande gioia che rivolgo il mio caloroso saluto a tutti voi che vi siete radunati in questa Basilica nella Festa liturgica della Conversione di San Paolo, per concludere la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, in quest’anno nel quale celebreremo il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, che il beato Giovanni XXIII annunciò proprio in questa Basilica il 25 gennaio 1959. Il tema offerto alla nostra meditazione nella Settimana di preghiera che oggi concludiamo, è: “Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo nostro Signore” (cfr 1 Cor 15,51-58).
Il significato di questa misteriosa trasformazione, di cui ci parla la seconda lettura breve di questa sera, è mirabilmente mostrato nella vicenda personale di san Paolo. In seguito all’evento straordinario accaduto lungo la via di Damasco, Saulo, che si distingueva per lo zelo con cui perseguitava la Chiesa nascente, fu trasformato in un infaticabile apostolo del Vangelo di Gesù Cristo. Nella vicenda di questo straordinario evangelizzatore appare chiaro che tale trasformazione non è il risultato di una lunga riflessione interiore e nemmeno il frutto di uno sforzo personale. Essa è innanzitutto opera della grazia di Dio che ha agito secondo le sue imperscrutabili vie. È per questo che Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto alcuni anni dopo la sua conversione, afferma, come abbiamo ascoltato nel primo brano di questi Vespri: “Per grazia di Dio … sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana” (1 Cor 15,10). Inoltre, considerando con attenzione la vicenda di san Paolo, si comprende come la trasformazione che egli ha sperimentato nella sua esistenza non si limita al piano etico – come conversione dalla immoralità alla moralità –, né al piano intellettuale – come cambiamento del proprio modo di comprendere la realtà –, ma si tratta piuttosto di un radicale rinnovamento del proprio essere, simile per molti aspetti ad una rinascita. Una tale trasformazione trova il suo fondamento nella partecipazione al mistero della Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, e si delinea come un graduale cammino di conformazione a Lui. Alla luce di questa consapevolezza, san Paolo, quando in seguito sarà chiamato a difendere la legittimità della sua vocazione apostolica e del Vangelo da lui annunziato, dirà: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20).
L’esperienza personale vissuta da san Paolo gli permette di attendere con fondata speranza il compimento di questo mistero di trasformazione, che riguarderà tutti coloro che hanno creduto in Gesù Cristo ed anche tutta l’umanità ed il creato intero. Nella seconda lettura breve che è stata proclamata questa sera, san Paolo, dopo avere sviluppato una lunga argomentazione destinata a rafforzare nei fedeli la speranza della risurrezione, utilizzando le immagini tradizionali della letteratura apocalittica a lui contemporanea, descrive in poche righe il grande giorno del giudizio finale, in cui si compie il destino dell’umanità: “In un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba … i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati” (1 Cor 15,52). In quel giorno, tutti i credenti saranno resi conformi a Cristo e tutto ciò che è corruttibile sarà trasformato dalla sua gloria: “È necessario infatti – dice san Paolo – che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità” (v. 15,53). Allora il trionfo di Cristo sarà finalmente completo, perché, ci dice ancora san Paolo mostrando come le antiche profezie delle Scritture si realizzano, la morte sarà vinta definitivamente e, con essa, il peccato che l’ha fatta entrare nel mondo e la Legge che fissa il peccato senza dare la forza di vincerlo: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. / Dov’è, o morte, la tua vittoria? / Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? / Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge” (vv. 54-56). San Paolo ci dice, dunque, che ogni uomo, mediante il battesimo nella morte e risurrezione di Cristo, partecipa alla vittoria di Colui che per primo ha sconfitto la morte, cominciando un cammino di trasformazione che si manifesta sin da ora in una novità di vita e che raggiungerà la sua pienezza alla fine dei tempi.
È molto significativo che il brano si concluda con un ringraziamento: “Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!” (v. 57). Il canto di vittoria sulla morte si tramuta in canto di gratitudine innalzato al Vincitore. Anche noi questa sera, celebrando le lodi serali di Dio, vogliamo unire le nostre voci, le nostre menti e i nostri cuori a questo inno di ringraziamento per ciò che la grazia divina ha operato nell’Apostolo delle genti e per il mirabile disegno salvifico che Dio Padre compie in noi per mezzo del Signore Gesù Cristo. Mentre eleviamo la nostra preghiera, siamo fiduciosi di essere trasformati anche noi e conformati ad immagine di Cristo. Questo è particolarmente vero nella preghiera per l’unità dei cristiani. Quando infatti imploriamo il dono dell’unità dei discepoli di Cristo, facciamo nostro il desiderio espresso da Gesù Cristo alla vigilia della sua passione e morte nella preghiera rivolta al Padre: “perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). Per questo motivo, la preghiera per l’unità dei cristiani non è altro che partecipazione alla realizzazione del progetto divino per la Chiesa, e l’impegno operoso per il ristabilimento dell’unità è un dovere e una grande responsabilità per tutti.
Pur sperimentando ai nostri giorni la situazione dolorosa della divisione, noi cristiani possiamo e dobbiamo guardare al futuro con speranza, in quanto la vittoria di Cristo significa il superamento di tutto ciò che ci trattiene dal condividere la pienezza di vita con Lui e con gli altri. La risurrezione di Gesù Cristo conferma che la bontà di Dio vince il male, l’amore supera la morte. Egli ci accompagna nella lotta contro la forza distruttiva del peccato che danneggia l’umanità e l’intera creazione di Dio. La presenza di Cristo risorto chiama tutti noi cristiani ad agire insieme nella causa del bene. Uniti in Cristo, siamo chiamati a condividere la sua missione, che è quella di portare la speranza là dove dominano l’ingiustizia, l’odio e la disperazione. Le nostre divisioni rendono meno luminosa la nostra testimonianza a Cristo. Il traguardo della piena unità, che attendiamo in operosa speranza e per la quale con fiducia preghiamo, è una vittoria non secondaria, ma importante per il bene della famiglia umana.
Nella cultura oggi dominante, l’idea di vittoria è spesso associata ad un successo immediato. Nell’ottica cristiana, invece, la vittoria è un lungo e, agli occhi di noi uomini, non sempre lineare processo di trasformazione e di crescita nel bene. Essa avviene secondo i tempi di Dio, non i nostri, e richiede da noi profonda fede e paziente perseveranza. Sebbene il Regno di Dio irrompa definitivamente nella storia con la risurrezione di Gesù, esso non è ancora pienamente realizzato. La vittoria finale avverrà solo con la seconda venuta del Signore, che noi attendiamo con paziente speranza. Anche la nostra attesa per l’unità visibile della Chiesa deve essere paziente e fiduciosa. Solo in tale disposizione trovano il loro pieno significato la nostra preghiera ed il nostro impegno quotidiani per l’unità dei cristiani. L’atteggiamento di attesa paziente non significa passività o rassegnazione, ma risposta pronta e attenta ad ogni possibilità di comunione e fratellanza, che il Signore ci dona.
In questo clima spirituale, vorrei rivolgere alcuni saluti particolari, in primo luogo al Cardinale Monterisi, Arciprete di questa Basilica, all’Abate e alla Comunità dei monaci benedettini che ci ospitano. Saluto il Cardinale Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e tutti i collaboratori di questo Dicastero. Rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, ed al Reverendo Canonico Richardson, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, qui convenuti questa sera. Inoltre, mi è particolarmente gradito salutare alcuni membri del Gruppo di lavoro composto da esponenti di diverse Chiese e Comunità ecclesiali presenti in Polonia, che hanno preparato i sussidi per la Settimana di Preghiera di quest’anno, ai quali vorrei esprimere la mia gratitudine e il mio augurio di proseguire sulla via della riconciliazione e della fruttuosa collaborazione, come pure i membri del Global Christian Forum che in questi giorni sono a Roma per riflettere sull’allargamento della partecipazione al movimento ecumenico di nuovi soggetti. E saluto anche il gruppo di studenti dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese.
All’intercessione di san Paolo desidero affidare tutti coloro che, con la loro preghiera e il loro impegno, si adoperano per la causa dell’unità dei cristiani. Anche se a volte si può avere l’impressione che la strada verso il pieno ristabilimento della comunione sia ancora molto lunga e piena di ostacoli, invito tutti a rinnovare la propria determinazione a perseguire, con coraggio e generosità, l’unità che è volontà di Dio, seguendo l’esempio di san Paolo, il quale di fronte a difficoltà di ogni tipo ha conservato sempre ferma la fiducia in Dio che porta a compimento la sua opera. Del resto, in questo cammino, non mancano i segni positivi di una ritrovata fraternità e di un condiviso senso di responsabilità di fronte alle grandi problematiche che affliggono il nostro mondo. Tutto ciò è motivo di gioia e di grande speranza e deve incoraggiarci a proseguire il nostro impegno per giungere tutti insieme al traguardo finale, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore (cfr 1 Cor 15,58). Amen.

Chagall, La malinconia

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Publié dans:immagini sacre |on 22 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 1. ISAIA 40: “CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO…” (2016)

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PAPA FRANCESCO – 1. ISAIA 40: “CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO…” (2016)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 dicembre 2016

La Speranza cristiana

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi una nuova serie di catechesi, sul tema della speranza cristiana. E’ molto importante, perché la speranza non delude. L’ottimismo delude, la speranza no! Ne abbiamo tanto bisogno, in questi tempi che appaiono oscuri, in cui a volte ci sentiamo smarriti davanti al male e alla violenza che ci circondano, davanti al dolore di tanti nostri fratelli. Ci vuole la speranza! Ci sentiamo smarriti e anche un po’ scoraggiati, perché ci troviamo impotenti e ci sembra che questo buio non debba mai finire.
Ma non bisogna lasciare che la speranza ci abbandoni, perché Dio con il suo amore cammina con noi. “Io spero, perché Dio è accanto a me”: questo possiamo dirlo tutti noi. Ognuno di noi può dire: “Io spero, ho speranza, perché Dio cammina con me”. Cammina e mi porta per mano. Dio non ci lascia soli. Il Signore Gesù ha vinto il male e ci ha aperto la strada della vita.
E allora, in particolare in questo tempo di Avvento, che è il tempo dell’attesa, in cui ci prepariamo ad accogliere ancora una volta il mistero consolante dell’Incarnazione e la luce del Natale, è importante riflettere sulla speranza. Lasciamoci insegnare dal Signore cosa vuol dire sperare. Ascoltiamo quindi le parole della Sacra Scrittura, iniziando con il profeta Isaia, il grande profeta dell’Avvento, il grande messaggero della speranza.

Nella seconda parte del suo libro, Isaia si rivolge al popolo con un annuncio di consolazione:

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata […]».
Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore
e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato» (40,1-2.3-5).

Dio Padre consola suscitando consolatori, a cui chiede di rincuorare il popolo, i suoi figli, annunciando che è finita la tribolazione, è finito il dolore, e il peccato è stato perdonato. È questo che guarisce il cuore afflitto e spaventato. Perciò il profeta chiede di preparare la via al Signore, aprendosi ai suoi doni e alla sua salvezza.
La consolazione, per il popolo, comincia con la possibilità di camminare sulla via di Dio, una via nuova, raddrizzata e percorribile, una via da approntare nel deserto, così da poterlo attraversare e ritornare in patria. Perché il popolo a cui il profeta si rivolge stava vivendo la tragedia dell’esilio a Babilonia, e adesso invece si sente dire che potrà tornare nella sua terra, attraverso una strada resa comoda e larga, senza valli e montagne che rendono faticoso il cammino, una strada spianata nel deserto. Preparare quella strada vuol dire dunque preparare un cammino di salvezza e di liberazione da ogni ostacolo e inciampo.
L’esilio era stato un momento drammatico nella storia di Israele, quando il popolo aveva perso tutto. Il popolo aveva perso la patria, la libertà, la dignità, e anche la fiducia in Dio. Si sentiva abbandonato e senza speranza. Invece, ecco l’appello del profeta che riapre il cuore alla fede. Il deserto è un luogo in cui è difficile vivere, ma proprio lì ora si potrà camminare per tornare non solo in patria, ma tornare a Dio, e tornare a sperare e sorridere. Quando noi siamo nel buio, nelle difficoltà non viene il sorriso, ed è proprio la speranza che ci insegna a sorridere per trovare quella strada che conduce a Dio. Una delle prime cose che accadano alle persone che si staccano da Dio è che sono persone senza sorriso. Forse sono capaci di fare una grande risata, ne fanno una dietro l’altra, una battuta, una risata … ma manca il sorriso! Il sorriso lo dà soltanto la speranza: è il sorriso della speranza di trovare Dio.
La vita è spesso un deserto, è difficile camminare dentro la vita, ma se ci affidiamo a Dio può diventare bella e larga come un’autostrada. Basta non perdere mai la speranza, basta continuare a credere, sempre, nonostante tutto. Quando noi ci troviamo davanti ad un bambino, forse possiamo avere tanti problemi e tante difficoltà, ma ci viene da dentro il sorriso, perché ci troviamo davanti alla speranza: un bambino è una speranza! E così dobbiamo saper vedere nella vita il cammino della speranza che ci porta a trovare Dio, Dio che si è fatto Bambino per noi. E ci farà sorridere, ci darà tutto!
Proprio queste parole di Isaia vengono poi usate da Giovanni il Battista nella sua predicazione che invitava alla conversione. Diceva così: «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore» (Mt 3,3). È una voce che grida dove sembra che nessuno possa ascoltare – ma chi può ascoltare nel deserto? – che grida nello smarrimento dovuto alla crisi di fede. Noi non possiamo negare che il mondo di oggi è in crisi di fede. Si dice “Io credo in Dio, sono cristiano” – “Io sono di quella religione…”. Ma la tua vita è ben lontana dall’essere cristiano; è ben lontana da Dio! La religione, la fede è caduta in una espressione: “Io credo?” – “Sì!”. Ma qui si tratta di tornare a Dio, convertire il cuore a Dio e andare per questa strada per trovarlo. Lui ci aspetta. Questa è la predicazione di Giovanni Battista: preparare. Preparare l’incontro con questo Bambino che ci ridonerà il sorriso. Gli Israeliti, quando il Battista annuncia la venuta di Gesù, è come se fossero ancora in esilio, perché sono sotto la dominazione romana, che li rende stranieri nella loro stessa patria, governati da occupanti potenti che decidono delle loro vite. Ma la vera storia non è quella fatta dai potenti, bensì quella fatta da Dio insieme con i suoi piccoli. La vera storia – quella che rimarrà nell’eternità – è quella che scrive Dio con i suoi piccoli: Dio con Maria, Dio con Gesù, Dio con Giuseppe, Dio con i piccoli. Quei piccoli e semplici che troviamo intorno a Gesù che nasce: Zaccaria ed Elisabetta, anziani e segnati dalla sterilità, Maria, giovane ragazza vergine promessa sposa a Giuseppe, i pastori, che erano disprezzati e non contavano nulla. Sono i piccoli, resi grandi dalla loro fede, i piccoli che sanno continuare a sperare. E la speranza è la virtù dei piccoli. I grandi, i soddisfatti non conoscono la speranza; non sanno cosa sia.
Sono loro i piccoli con Dio, con Gesù che trasformano il deserto dell’esilio, della solitudine disperata, della sofferenza, in una strada piana su cui camminare per andare incontro alla gloria del Signore. E arriviamo al dunque: lasciamoci insegnare la speranza. Attendiamo fiduciosi la venuta del Signore, e qualunque sia il deserto delle nostre vite – ognuno sa in quale deserto cammina – diventerà un giardino fiorito. La speranza non delude!

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 22 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

Chiamata dei discepoli

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Publié dans:immagini sacre |on 19 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

21 GENNAIO 2018 – 3A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO – B | LETTURE – OMELIE

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21 GENNAIO 2018 – 3A DOMENICA / TEMPO ORDINARIO – B | LETTURE – OMELIE

3a Domenica – Tempo Ordinario B

Per cominciare
All’inizio della sua vita pubblica Gesù sintetizza quella che è la sua proposta di vita e dell’intero vangelo: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo ». A differenza della predicazione di Giona a Ninive, che minaccia il castigo di Dio e la distruzione della città, convertirsi secondo Gesù è cambiare modo di vedere le cose, accogliere una speranza nuova, aprirsi a lui.

La Parola di Dio
Giona 3,1-5.10. Alla predicazione di Giona l’intera città di Ninive si converte e cambia vita, dal più importante al più piccolo. Lo stesso re abbandona il trono, si toglie il mantello, si veste di sacco anche lui e fa penitenza.
1 Corinzi 7,29-31. Il tempo è breve, dice Paolo agli abitanti di Corinto: passa la scena di questo mondo e dobbiamo dare importanza a ciò che è importante, vedere le cose in modo profondamente nuovo.
Marco 1,14-20. Inizia la lettura continua del vangelo di Marco, il vangelo più breve, quello che raccoglie i ricordi di Pietro, prigioniero a Roma. Gesù invita alla conversione, perché i tempi sono maturi e annuncia la venuta del regno di Dio. Poi chiama i primi apostoli a lasciare tutto e a seguirlo.

Riflettere…
o Marco comincia il suo vangelo con il battesimo di Giovanni, a cui si sottopone anche Gesù. Al battesimo, seguono le tentazioni nel deserto: 40 giorni di penitenza per prepararsi alla vita pubblica.
o Potremmo dire che il momento è drammatico: il Battista è stato arrestato. Gesù ne è certamente turbato, ma non cede alla paura e dà inizio alla sua predicazione.
o La parola di Gesù sin dall’inizio presenta il cuore del vangelo: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo ».
o A questo annuncio è legato strettamente il gesto della chiamata dei primi quattro apostoli. Gesù non è semplicemente un pensatore, ma porta con sé un progetto di vita che prevede delle esperienze nuove. Gli apostoli saranno i primi a ricevere la proposta di realizzarlo. Certo lo saranno in modo pieno dopo la Pentecoste, ma in qualche misura lo vivranno già negli anni della vita pubblica di Gesù.
o Si direbbe che Gesù sceglie il modo più difficile per presentare il vangelo: non lo fa con una dottrina proclamata in modo astratto, ma attraverso la vita di una piccola comunità, quella degli apostoli.
o All’invito di Gesù, gli apostoli rispondono « subito » e si mettono immediatamente al suo seguito. L’avverbio « subito » è caratteristico in Marco, che lo usa una quarantina di volte nel suo vangelo.
o La risposta positiva degli apostoli non è conseguenza della pesca miracolosa, come leggiamo nel vangelo di Luca. La decisione immediata in Marco è dovuta al fatto che quando Gesù chiama, proprio perché si tratta di Gesù, la risposta non può che essere positiva e pronta.
o Nel vangelo di Marco sono tralasciati tutti i particolari che possono motivare sia la scelta di Gesù, sia la risposta degli apostoli.
o Gesù non è scelto dai suoi discepoli, come facevano i rabbini del suo tempo: è lui che chiama e la sua è una parola forte e creatrice come quella di Dio, e pone questi uomini in una situazione totalmente nuova.
o Per questo chiunque nella chiesa chiamerà qualcuno per metterlo al servizio del vangelo, potrà farlo soltanto in forza della parola di Gesù.

… Attualizzare
* Siamo ancora al primo capitolo di Marco. Gesù inizia oggi la sua vita pubblica. Lo abbiamo già ricordato quindici giorni fa, raccontando il battesimo di Gesù. In quel momento Gesù cambia vita, esce allo scoperto, passa dai trent’anni di vita in famiglia all’attività pubblica e si dà alla predicazione itinerante.
* Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto e viene tentato, quindi dà inizio alla predicazione e sin dalle prime battute traccia il suo programma, che abbiamo già ricordato: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo ».
* « Regno di Dio è un’espressione giudaica per dire che Dio è il signore della storia e si è fatto storia; e cammina con l’uomo sino alla caduta definitiva dei veli del tempo » (mons. Enrico Masseroni).
* La storia ha un inizio nuovo con la comparsa sulla scena di Gesù. La costruzione del regno ci coinvolge tutti, arruola tutti, è una proposta rivolta a ogni categoria di persone, chiamate a dare un senso nuovo alla propria esistenza, a convertirsi verso questo progetto che Gesù comincia a proclamare.
* Nell’aria c’è già il clima dei giorni del carnevale, ma si direbbe che il messaggio di questa domenica abbia invece già un sapore quaresimale. È un invito urgente, che fa impallidire anche gli interessi più sacrosanti dell’uomo: il matrimonio, la famiglia, gli affari, la malattia, i piaceri di ogni giorno (cf la 2ª lettura).
* Gesù nella sua predicazione ha fatto soprattutto uso della parola, oltre che offrire un modello di vita con la sua persona e le sue scelte. Potremmo domandarci se oggi non si servirebbe anche dei mezzi di comunicazione sociale: internet, stampa, radio, televisione, cinema, come cerchiamo di fare noi, anche se non modeste iniziative.
* Sappiamo di certo che Gesù ha scelto un’altra strada. Non ha scritto nulla, e ha puntato tutto sulla testimonianza personale, sull’annuncio diretto, sul passaparola. Ha scelto di mostrare il regno di Dio già in qualche misura realizzato nella vita di una piccola comunità: il gruppo degli apostoli e dei discepoli, delle donne che lo seguono.
* Non per niente la prima comunità cristiana trasmetterà questo messaggio vissuto. « La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e godeva il favore di tutto il popolo ». Così il libro degli atti degli apostoli, che riferisce nello stesso tempo le prime parole pronunciate da Pietro dopo la Pentecoste, le stesse di Gesù: l’esortazione a « convertirsi e a farsi battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei peccati » (At 2,38).
* Sia il testo di Giona, che le parole di Gesù, fanno riferimento all’urgenza del messaggio che viene annunciato. « Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta », dice Giona. « Il tempo è compiuto », dice Gesù, dando al presente, a ogni giorno, un’importanza senza misura. La salvezza passa dall’oggi, da un impegno di conversione che non può essere rimandato.
* Gli abitanti di Ninive si convertono. Sono pagani, sono Assiri e nemici storici degli Ebrei, ma il libro didascalico di Giona li propone come esempio di ascolto immediato e radicale della parola di Dio. Lo stesso Giona si dirà deluso per la loro rapida conversione e si lamenterà con Dio, quasi per aver fatto brutta figura come profeta avendo annunciato castighi che poi non si sono realizzati.
* Quella della conversione è una proposta che la chiesa oggi fa a noi, e che passa attraverso una parola più autorevole di quella di Giona, che invita a prendere sul serio la vita, dal momento che con la venuta del Figlio di Dio che si fa parola, i tempi sono giunti alla loro pienezza e tutto deve assume un colore nuovo, una finalità nuova, un’urgenza nuova.
* Convertirsi non vuol dire recitare un atto di dolore o fare una confessione. A meno che non esprimano la volontà di collocarsi davvero dalla parte di Dio. Convertirsi vuol dire vedere e giudicare ogni cosa con gli occhi di Gesù, cambiare mentalità, sentire l’urgenza del momento presente (ancora la 2ª lettura), fare spazio a Gesù, accoglierlo, perché è lui il vangelo e la vita nuova.
* Ci si può convertire in un solo istante, come è capitato a Paolo, ma in generale questo avviene più lentamente. Per sant’Agostino è stato un cammino faticoso, anche se poi conserverà per tutta la vita la nostalgia del tempo perso. Lo stesso Paolo, prima di raggiungere Gerusalemme dopo la sua conversione e incontrare gli apostoli, è vissuto per tre anni in disparte in Arabia (Gal 1,15-18).
* Convertirsi vuol dire abbandonare qualcosa, come è capitato in modo radicale per gli apostoli, che abbandonano tutto ? le reti e la famiglia ? affascinati dalla parola di Gesù. La conversione non può comunque essere una scelta indolore, che ti lascia in fondo nella situazione di sempre. È una scelta che se parte da un momento di maggior entusiasmo e rapimento, di maggior consapevolezza che ti fa aprire gli occhi e ti porta alla resa gioiosa, rimane però l’impegno di una vita, perché non ci si converte una volta per tutte, ma è una scelta che va confermata ogni giorno.

Vidi una nuova nascita
Uno dei protagonisti del romanzo La croce e il pugnale di David Wilkerson, racconta. « Qualche tempo fa incontrai un serpente gigantesco. Era grasso otto centimetri e lungo più di un metro e venti, e se ne stava lì al sole, incutendo terrore. Ebbi paura e non osai muovermi per molto tempo, e poi d’un tratto, mentre lo osservavo, assistetti a un miracolo. Vidi una nuova nascita. Vidi quel vecchio serpente mutare la sua pelle e lasciarla lì al sole, trasformandosi in un nuovo essere, veramente bello ».

Fonte autorizzata

Re David in preghiera

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Publié dans:immagini sacre |on 16 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

LA SCELTA DEL RE (Davide)

http://vitacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=23:la-scelta-del-re&catid=10&Itemid=113

LA SCELTA DEL RE (Davide)

di Ettore Panizon

Dio ci rivolge la sua parola perché anche noi ci rivolgiamo a Lui e non guardiamo più il futuro con gli occhi del passato, ma semmai impariamo a guardare alle cose che sono successe attraverso la parola profetica (« una lampada che splende in luogo oscuro », come è descritta in 2Pietro, 1:19), che ci insegna a vivere in vista di quelle « che devono avvenire tra breve » (Apocalisse, 1:1).
leoneInfatti, le cose che sono successe nel passato sono accadute e sono state scritte nella Bibbia per nostro ammaestramento (1Corinzi, 10:11), cioè perché non viviamo e non facciamo più le nostre scelte basandoci su quello che la carne ha provato e può provare ancora, ma seguiamo piuttosto il desiderio dello spirito, in quanto la parola di Dio ci dà una nuova speranza e un nuovo desiderio che vengono da un futuro completamente diverso dal nostro passato e dalle aspettative che ne possiamo derivare: « Non ricordate più le cose passate, non considerate più le cose antiche: Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; non la riconoscerete? Sì, io aprirò una strada nel deserto, farò scorrere dei fiumi nella steppa » (Isaia, 43:18-19).
Saul e Davide, i primi due re di Israele, rappresentano due opposti atteggiamenti di fronte alla parola di Dio e alla vita. Saul è il tipo del re chiesto dagli uomini per ottenere potenza davanti agli uomini (1Samuele, capp. 8 e 9) e infatti esprime l’atteggiamento dell’uomo naturale che si lascia guidare da quello che vede e che sente, obbedendo così solo parzialmente alla parola di Dio. Davide invece è il tipo del re scelto dal Signore, che « si è cercato un uomo secondo il suo cuore » (1Samuele, 13:14), un uomo che, che a sua volta, cerca il regno di Dio.
La Bibbia parla del re per parlare l’uomo in genere, perché ogni uomo tutto quello che ha lo ha in amministrazione, come un regno che gli viene affidato perché lo faccia fruttare alla gloria di Dio. Ma l’uomo da solo può difficilmente portare a termine questo compito. Senza l’aiuto di Dio, gli è anzi impossibile, a causa del suo incurabile egoismo. L’aiuto di Dio consiste nel dono dello Spirito Santo che ci trasmette la vita di Dio.
Lo Spirito, nella Bibbia è rappresentato dall’unzione, l’olio con cui in Israele venivano unti i sacerdoti e i re. Ma la storia di Saul, unto re dal sacerdote e profeta Samuele per indicazione di Dio (1Samuele, 10:1), ci mostra che anche l’unzione, se non è ricevuta e conservata con fede e umiltà, diventa un attributo esteriore che può anche essere utilizzato a scopi egoistici. È il naturale egoismo della creatura animale ciò che rende Saul tipo dell’uomo vecchio e del re che perde il suo regno (come il primo Adamo ha perso la sua posizione nel giardino dell’Eden). Nonostante fosse stato unto dal Signore, Saul viene infatti successivamente rigettato da Dio come re (1Samuele, 15:26), mentre l’unzione ricevuta da Davide per mano dello stesso Samuele (1Samuele, 16:13) produce lentamente il suo frutto, dandogli coraggio e senso di responsabilità. Come vero e « buon pastore » (Giovanni, 10:11-13), Davide mette a repentaglio la sua vita, prima per il suo gregge di pecore, poi per tutto il popolo di Israele (1Samuele, cap. 17). Saul invece, dopo che gli fu tolto il regno a causa della sua disobbedienza, diviene preda della triste e ossessiva preoccupazione di perdere ciò che in realtà non ha già più e prima invidia e poi perseguita Davide, considerandolo una minaccia mortale per il suo regno.
Durante il periodo di questa persecuzione, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo sono messi a confronto con grande chiarezza: in particolare, una volta che Saul, che era all’inseguimento di Davide assieme alle sue truppe, andò a « coprirsi i piedi » (cioè, a fare i suoi bisogni) in una grotta dove, a sua insaputa, si trovavano Davide e la gente che si era raccolta con lui (1Samuele 24:3-16). Era molto tempo che Saul li stava cercando per ucciderli. Saul non vede il fondo della caverna, perché è appena entrato e gli occhi non sono abituati all’oscurità. Davide e i suoi invece lo vedono bene, abbastanza almeno da riconoscerlo. Davide ha quindi un ovvio vantaggio su di lui e difatti i suoi gli dicono: «Ecco il giorno nel quale il SIGNORE ti dice: « Vedi, io ti do in mano il tuo nemico; fa’ di lui quello che ti piacerà »». Sono mesi e mesi che Davide e i suoi scappano inseguiti da Saul e dal suo esercito. Ora, la vera regalità di Davide si dimostra proprio nel fatto che si lascia guidare da Dio, secondo la definizione del re data da Salomone, figlio di Davide « Il cuore del re, nella mano del SIGNORE, è come un corso d’acqua; egli lo dirige dovunque gli piace » (Proverbi, 21:1). Per la guida di Dio, Davide non ascolta la voce della sua carne e del popolo che lo spingerebbe a considerarsi in diritto (e anzi in dovere) di fare fuori il re che lo sta inseguendo per ucciderlo assieme a tutti i suoi. Al tagliare il lembo della veste di colui che, ai suoi occhi, rimane nonostante tutto « l’unto del Signore », si sente tremare il cuore e non procede oltre nel fare quello che tutti si aspettavano che avrebbe fatto.
Se si confronta questo comportamento con i peccati commessi da Saul proprio per aver ascoltato la sua fretta e la voce del popolo anziché l’ordine del Signore (1Samuele, 13:8-13; 1Samuele, cap. 15:18-21), si comprende quanto sia importante che il re non tema l’uomo ma abbia invece timore di Dio, che infatti è chiamato « il principio della sapienza » (Proverbi, 9:10) per mezzo della quale « regnano i re e i prìncipi decretano ciò che è giusto » (Proverbi, 8:15).
In questo episodio appare chiaramente anche il rapporto tra il potere costituito e quello a venire. Perché il re ammaestrato per il regno di Dio rispetta l’autorità costituita (« ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio e le autorità che esistono sono stabilite da Dio » Romani, 13:1). Mentre il potere costituito perseguita ossessivamente coloro che cercano il regno di Dio, perché sa che gli resta ancora poco tempo, il regno a venire non combatte contro quello costituito e lascia piuttosto a Dio di fare giustizia (1Samuele, 24:13).
Questo rapporto tra potere costituito e regno di Dio si può vedere anche meglio espresso nella figura di Gionatan, figlio del re Saul, una figura che in qualche modo rappresenta la situazione di ogni uomo al bivio tra il regno vecchio e il regno nuovo (tra il visibile e l’invisibile) e che ricorda in particolare la situazione dei Goyim (come in ebraico si chiamano i non-ebrei, cioè i Gentili, letteralmente « le nazioni ») tutte le volte che l’antisemitismo è diventato legale o addirittura obbligatorio. Essendo figlio del re, Gionantan godeva di tutti i diritti e anzi, come lo stesso Saul un giorno gli aveva detto, il suo stesso regno era minacciato dai successi e dal crescente potere di Davide (1Samuele, 20:31). Ma Gionatan aveva anche la possibilità di amare Davide ed esporre la sua vita per amore dell’amico, cosa che scelse di fare. Allo stesso modo, i Goyim che si sono trovati di fronte alla persecuzione sofferta dagli Ebrei in forma sempre più chiara ed evidente almeno fino alla prima metà del ‘900, hanno dovuto scegliere tra se stessi e il popolo di Dio, cioè tra insistere nell’ingiustizia dei propri padri e governanti (credendo che questi potessero davvero regnare per sempre, nonostante la loro evidente iniquità) o fidarsi invece della parola di Dio che dice: « ancora un poco e l’empio non sarà più » (Salmi, 37:10).
Scegliere per il Signore non significa che bisogna prendere le armi per combattere l’empio e il suo apparente potere (che tramonta sempre, con il tempo, per l’azione di Dio), ma che si può vivere senza temerlo e senza mancare di amore per paura delle sue rappresaglie. Come Gionatan, che non ha avuto paura di incorrere nelle ire di suo padre, perché sapeva che il vero re era il suo amico Davide e che, a differenza di suo padre Saul, non si sentiva sminuito dal fatto di avere meno importanza di Davide e metteva anzi volentieri a repentaglio la sua vita per proteggere e fortificare il suo amico (1Samuele, 23:17).
Chiaramente, le persecuzioni non sono finite, né per Israele, né per la Chiesa (« del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » 2Timoteo, 3:12). La scelta rimane sempre la stessa: l’uomo vecchio, o l’uomo nuovo. Il potere degli uomini, o il regno di Dio. Il re che scegliamo noi, o il re che ha scelto il Signore. Non si può vivere per piacere ad entrambi. Nessuno può servire due padroni (Matteo, 6:24; Luca, 16:13). Man mano che il crimine prende il potere e l’illegalità viene moltiplicata (Matteo, 24:12), appare sempre più urgente e necessario che questa scelta diventi consapevole e chiara per ciascuno di noi.
Ma non si tratta solo di una questione storica, politica o sociale. L’apostolo Paolo nelle sue lettere parla di due misteri che si riferiscono a due diversi tipi di re e ai loro rispettivi regni: il mistero della pietà (1Timoteo, 3:16) e quello dell’empietà (2Tessalonicesi, 2:7). Il mistero della pietà è « il mistero di Dio, cioè Cristo » (Colossesi, 2:2) che in greco significa « unto » e in ebraico si dice Mashíach. Di lui è scritto che « respirerà come profumo il timore del Signore » (Isaia, 11:3). Il timore di Dio significa il rispetto e la considerazione per Dio che non vediamo che si esprime nel rispetto e la considerazione per il nostro prossimo, in particolare le persone più deboli e indifese.
Il mistero dell’empietà, è la manifestazione dell’uomo del peccato: « il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e proclamandosi Dio » (2Tessalonicesi, 2:3-4). L’empietà, cioè l’assenza del timore di Dio, è il comportamento di tutti coloro che pretendono di fare a meno di Dio e per questo disprezzano e, quando possono, cercano di sterminare le sue creature, in particolare il Suo popolo Israele. A cominciare da Amalec, che attaccò gli Israeliti quando, appena usciti dall’Egitto, erano stanchi e sfiniti, « piombando da dietro su tutti i deboli che camminavano per ultimi, (…) e non ebbe alcun timore di Dio » (Deuteronomio, 25:18). Di Amalec sparirà anche il ricordo (Deuteronomio, 25:19). L’uomo del peccato sarà infatti manifestato solo per venire distrutto dal Signore Gesù « con il soffio della sua bocca », e annientato « con l’apparizione della sua venuta » (2Tessalonicesi, 2:8).
Il mistero della pietà è la gloriosa manifestazione della Parola di Dio come eterno Re dell’Universo: « Colui che è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria » (1Timoteo, 3:16). Gesù il Cristo (Yeshu’a Ha-Mashíach) è già in cielo dove è salito e siede alla destra del trono di Dio (Romani, 8:34; Efesini, 1:20; Colossesi, 3:1; Ebrei, 1:3, 1:13, e 8:1; 1Pietro, 3:22). Come è salito in cielo, allo stesso modo ritornerà dal cielo (Atti, 1:9) per raccogliere coloro che lo aspettano e stabilire assieme a loro il suo regno in vista della definitiva sconfitta della morte: un regno nel quale conteranno le cose e i valori che in questo mondo dominato dalla morte contano solo a parole, quando non vengono apertamente penalizzati.
Il re secondo il cuore di Dio è il re che sceglie di temere Colui che non si vede, ma che era, che è e che viene. Come Dio disse di se stesso a Samuele il giorno che lo mandò a ungere re Davide (1Samuele, 16:7: « l’uomo guarda all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore »), il Mashíach « non giudicherà dall’apparenza » (Isaia, 11:3). Il regno che viene non sarà un regno di controllo esteriore e di paura, perché il Re « non darà sentenze stando al sentito dire, ma giudicherà i poveri con giustizia, pronuncerà sentenze eque per gli umili del paese » (Isaia, 11:3-4).
Il re che ha scelto Dio (e il re che Dio ha scelto) è il re che crede alla vittoria finale della vita, nonostatnte questa vita sia attualmente sotto l’evidente dominio della morte. Infatti, come ci dice anche la Scrittura, la natura è sottomessa alla schiavitù della corruzione e per questo geme ed è in travaglio (Romani, 8:22). Scadenze di tutti i tipi scandiscono le nostre giornate, settimane, stagioni e anni. Deadline con cui l’uomo naturale lavora e fa lavorare gli altri uomini. Ma la vera scadenza per ognuno non la può fissare l’uomo, né Satana (il nemico). Con il suo regno di morte, il diavolo teneva prigionieri gli uomini per tutta la vita, ma con la sua propria morte Cristo lo ha sconfitto (Ebrei, 2:14-15) e ora anche lui vede avvicinarsi la sua fine e sa di avere poco tempo a disposizione (Apocalisse, 12:12).
Il regno del vero Re è la risurrezione e la vita. A questo Re è stata data ogni autorità in cielo e in terra. Nel suo regno non ci sarà più sopraffazione, né morte: gli animali non dovranno più divorarsi l’uno con l’altro (Isaia, 11:6-9 e 65:25), tantomeno gli uomini. Non ci sarà più nessuna manifestazione delle tenebre (gravità, inerzia, opacità, impenetrabilità, divisione), tutto sarà luce e vita abbondante.
Tutto questo ora può sembrare solo un sogno, ma allora guarderemo alla nostra vita di adesso come a un sogno dal quale ci saremo finalmente svegliati per entrare in una realtà più ricca e più vera di quella in cui stiamo vivendo in questo corpo.

 

Publié dans:biblica, BIBLICA APPROFONDIMENTI |on 16 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

PSICOLOGIA DEL COLORE, PANE E VINO

pane e vino psicologia-del-colore - Copia

Publié dans:immagini |on 15 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

IL VINO SECONDO LA BIBBIA

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IL VINO SECONDO LA BIBBIA 

Il vino che allieta il cuore dell’uomo»: un titolo insolito, per una lettera del vescovo ai fedeli della sua diocesi. In realtà si tratta di una citazione biblica a sottolineare il fatto che la bevanda occupa, nella Bibbia, un posto importante. Ma non è solo questo il motivo per cui il vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello, Mario Meini, ha scelto proprio il vino come argomento del messaggio inviato in questi giorni alla sua Chiesa.
di Riccardo Bigi

Il vino che allieta il cuore dell’uomo»: un titolo insolito, per una lettera del vescovo ai fedeli della sua diocesi. In realtà si tratta di una citazione biblica (dal Salmo 104) a sottolineare il fatto che la bevanda occupa, nella Bibbia, un posto importante. Ma non è solo questo il motivo per cui il vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello, Mario Meini, ha scelto proprio il vino come argomento del messaggio inviato in questi giorni alla sua Chiesa. Intorno al tema del vino si possono fare riflessioni storico-religiose ma anche riflessioni culturali e sociali di grande attualità.
Come mai ha scelto questo tema?
«In realtà l’idea è nata da una chiacchierata con il Prefetto, che mi ha illustrato tutti i rischi legati all’abuso di alcol, che riguardano purtroppo sempre di più i giovani. Da qui la richiesta che la Chiesa, una delle poche istituzioni ancora ritenute credibili, facesse sentire la sua voce. Ne ho parlato con i sacerdoti, perché ognuno si facesse carico di trasmettere questo messaggio. Da parte mia, ho pensato che il solito predicozzo non sarebbe servito a niente. Ho voluto invece scrivere qualcosa che sottolineasse il valore positivo del vino, che per un territorio come il nostro è una ricchezza importante. Senza dimenticare però che anche una cosa buona, usata senza moderazione, può diventare dannosa».
Non c’è dubbio che per la sua Diocesi, e per l’intera Toscana, il vino sia una ricchezza. Una ricchezza economica, ma anche culturale…
«Certo: ho voluto rivolgermi ai viticoltori della mia diocesi, dove il vino dà lavoro a tante persone. Qui si producono il Bianco di Pitigliano, il Morellino di Scansano, tanto per citare i vini più celebri. Ma l’importanza del vino non è solo economica: il vino è una realtà molto importante nella cultura della nostra regione. Il vino è il simbolo stesso della festa, dello stare insieme, del condividere: non c’è tavolata che non abbia al centro una buona bottiglia. E non a caso quando si accoglie qualcuno in casa, la prima domanda è ?cosa ti offro??»
E poi c’è l’aspetto religioso, che lei mette in luce nella sua lettera…
«Per un viticultore, se è cristiano, la massima speranza è che una parte di quel vino che produce arrivi sull’altare. Il vino così, da semplice bevanda, diventa sangue di Cristo: è il miracolo più bello, culmine di tutta la vita cristiana. Ma il vino è indicato già nell’Antico Testamento come segno di benedizione da parte di Dio, e viene versato durante i sacrifici come segno di lode e ringraziamento. È un dono di Dio ?creato per la gioia degli uomini?, come dice il Siracide. E per indicare il massimo della gioia e della prosperità nella Bibbia si dice: ?il mio calice trabocca?».
A proposito del vino sull’altare, che caratteristiche deve avere il vino usato nella Messa?
«Fondamentalmente deve essere un vino puro, genuino, ?frutto della terra e del lavoro dell’uomo?».

Anche Gesù beveva vino?
«Certo, non solo nell’ultima cena. Il primo miracolo di Gesù è la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. A Gesù piaceva stare con gli altri, anche a tavola: e questo già ai suoi tempi veniva notato, tanto che qualcuno usava questo argomento per criticarlo. E lui rispondeva: Giovanni Battista non vi andava bene perché digiunava sempre, io perché mangio e bevo… Possiamo dire, in generale, che Gesù è il migliore esempio dell’uso saggio, intelligente, festoso del vino».
La Bibbia però mette anche in guardia dai rischi legati al vino.
«Bevuto senza moderazione, il vino porta all’ubriachezza. La Bibbia descrive con parole molto precise l’aspetto e il comportamento di chi, ubriacandosi, perde ogni controllo e ogni dignità, traballa, ha la mente annebbiata. Purtroppo sono descrizioni ancora attuali: anche oggi può capitare di vedere scene simili. Vedere qualcuno ubriaco è uno spettacolo bruttissimo; soprattutto un giovane e ancora di più una giovane donna che dovrebbe essere il simbolo stesso della bellezza, dello stile. Può sembrare eccessivo dirlo ma secondo me l’alcolismo è una piaga peggiore anche della droga, perché è più diffuso ed è alla portata di tutti: molto spesso lo ?sballo? inizia proprio dall’eccesso del bere».

E lei, che rapporto ha col vino?
«Ho il ricordo di mio padre che aveva qualche vite e faceva il vino, anche se io per la verità ho cominciato a bere da più grande, in seminario a Roma. Quando mangio da solo bevo solo acqua, ma quando sono a tavola in compagnia un bicchiere lo bevo volentieri».

Non è un caso se ha scritto questa lettera proprio a settembre, il mese della vendemmia?
«Settembre è un mese importante per il vino: dalla qualità del raccolto si può capire come sarà il prodotto finale. È anche un mese di feste e sagre, momenti di gioia, momenti in cui far conoscere i prodotti locali. Purtroppo, queste feste diventano spesso anche occasioni di uso eccessivo. All’ubriachezza poi si legano anche altri fenomeni drammatici, come gli incidenti mortali sulle strade. Per questo ho voluto dedicare la lettera a tutti coloro che si impegnano perché il vino sia sempre motivo di festa e non diventi mai causa di pianto».

L’appello
Settembre, mese di vendemmia e feste. Ma anche di «episodi deplorevoli»
Si intitola «Il vino che allieta il cuore dell’uomo» la lettera che il vescovo Mario Meini ha indirizzato in questi giorni alla diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello. Il messaggio raccoglie i brani della Bibbia in cui si parla del vino. Nell’introduzione, però, mons. Meini fa anche un riferimento all’attualità: «Purtroppo le feste per la vendemmia sono spesso segnate da episodi deplorevoli di ebbrezza, che non si limitano poi al tempo della vendemmia, ma si estendono all’anno intero». Il vescovo accenna anche all’eccesso nel bere sempre più diffuso tra i giovani, che si accompagna spesso all’uso di stupefacenti, e alle targedie che l’ubriachezza provoca nelle strade. Il testo integrale della lettera sul sito www.diocesipitigliano.it

Cosa dicono le Scritture
Il vino allieta il cuore
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Tu fai crescere l’erba per il bestiame
e le piante che l’uomo coltiva
per trarre cibo dalla terra,
vino che allieta il cuore dell’uomo,
olio che fa brillare il suo volto
e pane che sostiene il suo cuore. (Salmo 104)
Segno di benedizione
Su, mangia con gioia il tuo pane,
bevi il tuo vino con cuore lieto,
perché Dio ha già gradito le tue opere (Qoelet)
Un nemico beffardo
Il vino è beffardo,
il liquore è tumultuoso;
chiunque si perde
dietro ad esso non è saggio (Libro dei Proverbi)
Non conviene ai re
Non conviene ai re bere il vino,
né ai prìncipi
desiderare bevande inebrianti,
per paura che, bevendo,
dimentichino ciò che hanno decretato e tradiscano
il diritto di tutti gli infelici.
Date bevande inebrianti
a chi si sente venir meno
e il vino a chi ha
l’amarezza nel cuore:
beva e dimentichi la sua povertà
e non si ricordi più delle sue pene. (Libro dei Proverbi)
Le nozze di cana
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto, – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: ?Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Vangelo di Giovanni)
Il calice dell’alleanza
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me. Ogni volta, infatti, che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga» (Prima lettera ai Corinzi)

Publié dans:simbolica biblica |on 15 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

Giovanni 1,38-39

ICONA BIBLICA. Maestro, dove dimori? . Disse loro: Venite e vedrete .

Publié dans:immagini sacre |on 12 janvier, 2018 |Pas de commentaires »
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