SUL COME RICONOSCERE I SANTI

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SUL COME RICONOSCERE I SANTI

Questo scritto è una provocazione. Per due motivi.
Il primo: oggi non si sente il “bisogno” di santi come, d’altronde, non si sente il “bisogno” di Dio.
Il secondo: tale argomento pare scontato ad alcuni mentre, in realtà, non lo è affatto. Chi vorrà leggere capirà il perché.
Il santo, di primo acchito, pare uno qualsiasi. La sua figura non ha nulla di particolarmente eccezionale. Potrebbe pure passare per un essere di poco conto. Nel libro dell’Esodo notiamo che Dio, per rivolgersi al popolo, preferisce Mosè ad Aronne. Un particolare rivela la “bizzarria” di Dio: Mosè era balbuziente (Es 4, 12). È dunque scelto un balbuziente, un “minorato”, per comunicare una rivelazione divina!
La nostra mentalità si pone all’esatto contrario. Per noi il santo dovrebbe essere una specie di star, una persona in grado di soddisfare la nostra idealità umana. In realtà non è nulla di tutto ciò! Basti pensare che il santo, con il suo stile, spacca tutte le nostre sicurezze perché ne ha scoperte di altre, più solide e fondate, e c’invita a coglierle. Ma osserviamo qualche suo aspetto o caratteristica.
Il santo ha uno “strano” atteggiamento. Non fa girare lo sguardo qua e là, non va in cerca di sapere tutto su tutti, non si agita e non crea agitazioni, non ha impeti passionali, evita di giudicare, non ha attaccamenti o feticci borghesi… È assolutamente tranquillo e pare stia con la mente “da un’altra parte”. Dalla sua persona promana una particolare concentrazione. Pare che non osservi, pare che non ascolti, pare che non si ricorderà di chi lo visita… Invece bisogna ricredersi! Osserva ma attraverso “qualcosa” che gli vive dentro, un po’ come un miope mette a fuoco il suo sguardo attraverso gli occhiali che porta. Ascolta, ma ad un livello più profondo. Passa il tempo e, anche se lo si ha visto per cinque minuti e una sola volta, si ricorderà bene di chi ha incontrato.
Il nostro amore verso le persone è sempre, più o meno, “appiccicoso”. Amiamo perché vogliamo essere riamati. Il santo no. Ha un amore intenso ma assolutamente puro e libero. Ama ma non chiede nulla perché ha un altro orizzonte, un orizzonte che non si chiude davanti a chiunque gli sta di fronte: egli si rivolge alle realtà che non si consumano.
Il santo è un uomo che fugge dagli uomini e che, se può, non si fa trovare da loro: aborrisce la notorietà. Fugge da qualsiasi cosa lo deconcentri perché ha colto il cuore della rivelazione neotestamentaria: il regno di Dio è dentro di voi! Il santo è colui che ha fatto il vuoto in sé privandosi di tutto fuorché dell’essenziale. Egli si è avvicinato alla porta del Cielo che ha dentro e l’ha spalancata. Dietro ad essa ha scoperto “fiumi di acqua viva” (Gv 7, 38) e una Presenza dalla quale non si vuole mai allontanare. Con questa Presenza, nascosta dentro la sua vita, s’intrattiene in preghiera senza contare il tempo che passa. Incontra il suo prossimo senza staccarsi dal volto del Cristo che porta in sé e che continuamente considera. Nell’incontro con una persona così si percepisce qualcosa di “diverso” qualcosa, appunto, di “Altro”.
“Hai incontrato quel santo monaco?” chiesi un giorno ad un pellegrino. Da cosa ti sei accorto che era santo? Mi rispose: “Lo senti!”. In queste due parole c’è racchiuso uno splendido mistero, un mistero che ci tocca nel profondo.
Lo senti. Significa che, anche se nessuno ce lo ha mai insegnato, abbiamo una facoltà con la quale “sentiamo” con certezza qualcosa di particolare e di positivo.
Lo senti. Significa che queste cose non possono essere descritte. Si vivono e basta.
Il santo ci dispiega altri orizzonti, c’illustra qualcosa che non è più umano ed è in grado di donarci una stabile speranza. Dio, per lui, non è una filosofia, un pensiero consolatorio; è il centro della sua stessa vita e lo sente come noi sentiamo il battito del nostro cuore, nei rari momenti in cui vi prestiamo attenzione.
Dicono che il santo è uno che ama le persone. È una frase che, soprattutto oggi, ha bisogno di essere ben definita. Il santo ama gli uomini attraverso qualcosa di non umano: Dio. Per questo può disattendere aspettative troppo “umane”, perché vede ben oltre i piccoli ed angusti nostri orizzonti. Egli può, a volte, leggere nei pensieri, riconoscere la storia di un uomo e il suo nome anche se nessuno gliene ha mai parlato. Come fa? Immaginiamo che su un tavolo ci siano due radio accese. Se sono tutte e due sintonizzate sulla stessa emittente suoneranno entrambe la stessa musica. La prima radio non “indovina” o “rapisce” la musica dalla seconda. La riceve dal trasmettitore sul quale è sintonizzata. Il santo è “sintonizzato” sull’energia di Dio il quale dona vita sia a lui che al suo prossimo. Attraverso la forza di Dio, riceve informazioni dell’altro e, così, lo “legge” come se fosse un libro aperto. Ecco perché il santo monaco Paissios del Monte Athos diceva a qualche suo visitatore: “Ti leggo come se fossi un libro aperto!” La sua virtù non era quella d’indovinare i pensieri dell’altro, era quella di sintonizzarsi in Chi lo faceva entrare nell’altro. Il resto era un gioco…
Dio, vivendo nel santo, lo rivela agli altri. Tutto quello che il santo compie lo “tradisce” perché porta un marchio particolare che lo contraddistingue. Ecco perché è la Chiesa, popolo di Dio, che “riconosce” il santo. La Chiesa non può certo “fare” un santo, può solo “riconoscerlo”, riconoscendo in lui i segni di Dio. Essa lo può riconoscere perché pure lei è segno di Dio. Chi, nella Chiesa, inventasse dal nulla dei “santi” elevando uomini, magari buoni ma non “santificati”, agirebbe contro Dio e confonderebbe la Chiesa. Il santo, infatti, è la più autentica immagine della Chiesa; non lo si può sostituire con qualcosa che non gli sia all’altezza.
Il santo non ha bisogno di leggi scritte: ha scoperto che la legge è nel suo cuore. Sente da dentro cosa deve fare e cosa deve evitare. Perciò non rimprovera né accusa gli altri ma solo se stesso. Non accusa nessuno, a meno di non essere costretto a denunciare le eresie, ossia le idee che rendono l’uomo refrattario all’azione di Dio! E qui ha un’autorità che colpisce. Non ha bisogno di urlare, come gli animatori di certe sette o di certi movimenti cristiani settari. Essi infatti urlano perché sono deboli e instabili. Hanno bisogno di farlo per colpire esternamente le persone. Il santo, invece, può benissimo parlare piano ma le sue poche parole sono scandite con una forza e una stabilità notevole. Giungono direttamente al cuore. Rivelano che egli si appoggia sulla roccia ferma ed è divenuto lui stesso roccia ferma della fede sulla quale si edifica la Chiesa.
Il santo è una persona che può guarire e compiere miracoli. Qui, però, bisogna fare altre distinzioni che il nostro mondo non è in grado normalmente di cogliere. Dietro alla realtà, diciamo così, materiale esiste una realtà spirituale di varia natura e genere. Ci sono forze che ordinariamente non conosciamo ma che le società antiche riconoscevano meglio di noi. Pensiamo a cosa potevano fare gli sciamani con i loro riti, alla conoscenza spirituale di alcuni monaci buddisti o, ancora, agli strani poteri che esistono presso certi stregoni animisti. Questa sfera entra all’interno dell’ordine “spirituale” ma non appartiene a Dio. Dio, tuttavia, ne permette l’ esistenza esattamente come permette all’uomo di andare contro se stesso.
Ciò significa che un uomo che compie miracoli e guarisce persone, può benissimo non essere santo. Prima dell’avvento di Cristo esistevano molti uomini che compivano miracoli. La letteratura biblica apocrifa è colma di descrizioni di fatti miracolosi. Credo che il nostro tempo stia scoprendo sempre più i “santoni” e i “guaritori” forse perché costoro non sono spiritualmente “esigenti” come i santi, non conducono sullo stesso percorso! D’altra parte i santi vogliono portare le persone al loro livello: non amano avere presso di sé degli schiavi! Per non essere schiavi o passivi bisogna lavorare, rinunciare e faticare e ciò è odiato dalla gente del nostro comodo mondo…
I santoni possono attrarre a sé anche per la loro alta moralità e il loro amore verso il prossimo. Un esempio per tutti: Sai Baba. Egli è in grado di materializzare oggetti, guarisce dal cancro molti, apre case di cura e ospedali… Ma la forza di Sai Baba è in Dio, nel Dio rivelato da Cristo, nel Dio che non vuole chiamare l’uomo “schiavo” ma “amico”? No! Il santone potrà certo guarire il corpo ma non elevare il corpo e lo spirito come un santo! Non ha lo stesso livello ma uno molto inferiore. I Padri della Chiesa davanti a ciò erano netti: tutto ciò che non viene da Dio viene dal Maligno. Se in una realtà cristiana si ha bisogno di santoni pagani vuol dire che la qualità del cristianesimo è scesa ad un livello “inferiore” rispetto allo stesso paganesimo. D’altronde, i risultati stessi ce lo mostrano. C’è da chiedersi cosa abbia scatenato tutto ciò…
Si racconta che un giorno giunse da padre Paissios un monaco buddista in grado di rompere piccole pietre con la forza del pensiero. Cominciò ad operare i suoi prodigi davanti all’anziano athonita. “Sei molto bravo”, gli disse Paissios senza lasciarsi minimamente scomporre né meravigliare. “Ora prova a spaccare questa pietra” aggiunse. E, così dicendo, gli diede una piccola pietra sulla quale, un istante prima, aveva tracciato un segno di croce. Il buddista provò molte volte ma invano…
Il santo conosce veramente Dio. Per i Padri della Chiesa, gli amici di Dio conoscono Colui che amano altrimenti non gli sono amici, ossia intimi. Conoscendo Dio e avendone intimità ne sono “plasmati” e ricevono da Lui il dono della santificazione. Nella continua interazione tra la creatura e il Creatore, la prima scopre le “caratteristiche” del Secondo, per quanto gli è consentito. Nei veri santi non esiste, dunque, una separazione tra dogma e spiritualità. Essi, ad esempio, sanno che in Dio c’è qualcosa d’immanente e qualcosa di trascendente, sanno cosa sia spiegabile e cosa non lo sia, sanno, ad esempio, che Cristo è Dio, che non si potrebbe mai ritrarre la sua divinità, ma unicamente la sua apparizione nella carne e via dicendo… Così la santità cristiana significa intimità con Dio, “conoscenza” di Dio. Ecco perché la santità è inscindibile dall’ortodossia (= la retta fede). La retta fede diviene, a sua volta, il principale criterio per riconoscere il vero santo. Ecco perché il livello del santo si stacca decisamente da quello dell’uomo buono, da quello dell’uomo comune, da quello dell’uomo negligente… Altra è, infatti, la tenebra, altra la luce di una candela, altra la luce di un neon, altra la luce del sole.
Recentemente è stato composto un “Martirologio Ecumenico” che raccoglie assieme testimoni e santi di tutte le confessioni cristiane. Considerando questa pubblicazione e alla luce di quanto appena esposto, risulta un vero inganno poter pensare di porre gli uomini significativi di ogni confessione cristiana sullo stesso piano. D’altronde questo genere di iniziativa, inglobando santi e testimoni di ogni confessione, si presta e può suggerire equivoci di tal genere. Ma ciò, oggettivamente parlando, è una violenza a chi si vuole esaltare. Martin Luther King non avrebbe mai desiderato essere avvicinato al concetto di santo se non altro perché, nella confessione alla quale apparteneva, non esiste il culto dei santi! Inoltre, questa confusione è ingannevole anche per un altro motivo. All’interno di ogni confessione cristiana gli uomini possono raggiungere gradi differenti di perfezione. Ciò dipende anche dagli strumenti che ogni confessione possiede, strumenti che esprimono l’identità, l’ethos, il modo di essere di quella Chiesa. Gli strumenti donati dal Protestantesimo, per l’elevazione umana, non coincidono con quelli del Cattolicesimo, quelli del Cattolicesimo non coincidono con quelli dell’Ortodossia. Quest’ iniziativa potrebbe spingere verso una totale mancanza di discernimento in tal campo! Ciò che è peggio, (e che qualcuno definirebbe propriamente “eretico”) sta esattamente nel fatto che non si può parificare chi conosce Dio intimamente con chi lo ha sentito solo nominare ed ha amato il suo prossimo come ha potuto o come meglio gli è riuscito. Un conto sono i filantropi, un conto sono i filotei, un conto sono i teofori. Un conto è amare l’uomo, un conto è amare l’uomo in nome di un ideale generico o evangelico, un conto è amare l’uomo attraverso il Dio vivente in sé.
Il santo si pone solo su quest’ultimo livello, un livello, oggi, sempre più raramente assunto e sempre più incompreso perché tutto viene giudicato a partire da criteri molto riduttivi ed egocentrici. Sarà sempre più così fintanto che non s’incontrerà sulla propria strada un santo…

 

Publié dans : meditazioni |le 8 janvier, 2018 |Pas de Commentaires »

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