Archive pour décembre, 2017

Angelo dell’Annunciazione

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Publié dans:immagini sacre |on 21 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

24 DICEMBRE 2017 – 4A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE – OMELIE

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24 DICEMBRE 2017 – 4A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
È l’ultima domenica che precede il Natale. La festa è nell’aria, in un balenare di stelle e di luci. È la festa più bella dell’anno che coinvolge tutti, anche chi non vorrebbe avere niente a che spartire con Gesù di Nazaret. Il vangelo di questa domenica ci presenta « il mistero nascosto per secoli » che si svela in Maria. È così che il Natale trova il suo vero significato e la festa un senso pieno.

La Parola di Dio
2 Samuele 7,1-5.8b-12.14a.16.
Il giovane Davide, preso dai pascoli, a custodia del gregge, diventa re d’Israele e vuole costruire un tempio al Signore. Ma Iahvè per bocca del profeta Natan, gli dice che sarà suo figlio Salomone a costruirlo, promettendogli in questo modo una discendenza e la stabilità del regno.
Romani 16,25-27.
In queste poche righe, che concludono la lettera ai Romani, Paolo dice che con il suo vangelo si fa annunciatore del « mistero nascosto per secoli », un mistero di amore misericordioso che si è rivelato in Gesù Cristo.
Luca 1,26-38.
A dieci secoli dal tempo del re Davide, dopo una storia di attesa e di infedeltà del popolo d’Israele, si compiono finalmente in pienezza le promesse: Dio si cerca una madre, il mistero si fa vicino nel ventre di Maria. È la vergine Maria il tempio vivo di Dio in cui si rivelano l’amore e la fedeltà di Dio.

Riflettere
o Ecco realizzarsi le promesse di Dio. Nell’annunciazione Dio si consegna all’umanità prendendo vita nel seno di una giovane donna. Anche Maria si consegna a Dio e si fa strumento nelle sue mani. È grazie a lei, la ragazza di Nazaret, la sposa di Giuseppe, che la salvezza giunge sulla terra.
o All’annuncio dell’angelo non mancano paure, bisogno di chiarimenti, esultanza del cuore, piena disponibilità, proprio come avviene in ogni impegno d’amore. In questo momento, nel ventre di Maria, si realizza l’unione sponsale tra Dio e l’umanità.
o Le scelte di Dio si realizzano nel tempo. Anzitutto Dio si sceglie un popolo, il più piccolo dei popoli dell’antichità, un popolo di nomadi, e ne fa il suo interlocutore privilegiato, il portatore della sua parola nel mondo.
o Dio sceglie poi un re e una dinastia, quella di Davide. Davide è un re carico dei suoi peccati, un uomo astuto e violento, che dovrà più volte invocare la misericordia di Dio. Ma è anche un uomo che, a suo modo, risponde alle scelte di Dio e le accoglie. Dalla sua dinastia nascerà il messia, attraverso la persona di Giuseppe, che è appunto della stirpe di Davide.
o Infine Dio sceglie una ragazza. Maria è la serva di Iahvè, il nuovo tempio di Gerusalemme, la nuova Eva. È la risposta dell’uomo a Dio, è la nostra offerta al Dio che ci cerca e si fa uomo.
o In Maria diventa possibile l’impossibile e si realizza l’incarnazione, la venuta di Dio fra noi: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra ».
o « Ecco la serva del Signore », dice Maria. È il momento in cui Maria si consegna ai piani di Dio. La volontà di Dio diventa la sua volontà: più che a Betlemme, è questo l’istante dell’incarnazione, perché è ora che Dio si consegna a lei facendosi uomo nel suo grembo. Da quel sì di Maria potremmo dire che il cuore di Dio ha assunto i palpiti di un vero uomo: Dio si fa nostro fratello, assume la nostra umanità, si fa carne. « Vero Dio e vero uomo », grazie al sì di Maria.
o La nascita di Gesù coinvolge oltre che Maria anche Giuseppe e i progetti di Dio s’intrecciano con i loro. Giuseppe, appena comprende le intenzioni di Dio sulla sua promessa sposa, decide di farsi da parte. Ma l’angelo si fa vivo anche con lui: « Non temere di prendere con te Maria: il bambino che lei aspetta è opera dello Spirito Santo. Maria partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù » (Mt 1,20).

Attualizzare
* È inevitabile alla vigilia di questo Natale confrontare le scelte di Dio che viene a noi con il nostro modo di attendere il Natale. Dio vuole ancora rivelarsi a noi anche oggi, ma lui si serve di mezzi poveri ed è venuto a noi nella povertà. Mentre le tante, troppe luci del nostro Natale offuscano la luminosità del mistero dell’incarnazione.
* Gesù si incarna in Maria a Nazaret, in Galilea, a 140 km nord della capitale Gerusalemme. Nazaret è una cittadina che oggi ha 40 mila abitanti, più della metà musulmani. E nasce a Betlemme, dove non trova ospitalità e viene alla luce in un capanno per gli animali, accolto da umili pastori, mal considerati dai capi degli ebrei.
* Il Natale di Gesù avviene nella semplicità e nel silenzio. Gesù nasce di notte, non nel fracasso e nella baraonda. Solo nel silenzio è possibile cogliere la profondità del mistero, conoscere noi stessi, capire l’amore inventivo di Dio. Il modo migliore per prepararci al Natale, oggi più che mai, è quello di creare un po’ di silenzio: per cercare Dio, per farci trovare da Dio.
* Scrive il detenuto Benedetto, che attende in carcere il Natale con malinconia: « Un Natale lontano da casa, un Natale molto triste, lontano da chi ci vuole bene e da chi siamo affezionati. Dove solo noi sappiamo cosa si prova ». Sì, l’attesa del Natale è anche nostalgia per gli affetti persi o per i legami spezzati. È la stessa atmosfera del Natale che ci porta a sentimenti di malinconia e tenerezza. Ed è tutto così comprensibilmente umano. Ma non è propriamente questo il Natale cristiano, quello dell’incontro con Gesù. Anche noi, come Maria e Giuseppe dovremmo in un primo tempo sentirci turbati e quasi sconvolti dall’incarnazione, dall’arrivo di Dio sulla terra. Poi, inevitabilmente, lasciarci prendere dalla gioia profonda cantata dagli angeli nella notte santa: « Pace in terra agli uomini che Dio ama ».

Carne della sua carne
Ecco come parla di Maria di Nazaret lo scrittore Jean Paul Sartre: « Cristo è suo figlio, carne della sua carne e frutto delle sue viscere. Ella lo ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio… Ella sente insieme che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che egli è Dio. Ella lo guarda e pensa: « Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia ». Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolissimo, che si può prendere tra le braccia e coprire di baci ».
Anche un non credente capisce l’importanza del silenzio
« Nulla può essere realizzato senza la solitudine. Io ho cercato di realizzare per me la più completa solitudine. Ma non ci sono riuscito. Da quando esiste l’orologio è finita la possibilità di realizzare la solitudine. Ve l’immaginate un eremita con l’orologio? E allora bisogna accontentarsi di una « solitudine simulata ». Ma in questi limiti sprofondarsi. Con se stessi. Solitudine non vuol dire rifiuto del mondo. Anzi vuol dire collocarsi in un osservatorio dove tutte le cose del mondo possono penetrare, ma decantate e rese limpide » (Pablo Picasso).

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA:

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L’Annunciazione

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Publié dans:immagini sacre |on 19 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

DIO MANDÒ SUO FIGLIO, NATO DA DONNA (PROCLO DI COSTANTINOPOLI)

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DIO MANDÒ SUO FIGLIO, NATO DA DONNA (PROCLO DI COSTANTINOPOLI)

SPIRITUALITA ORTODOSSA

Che sussulti di gioia la natura e che esulti tutto il genere umano, anche le donne, infatti, sono elevate all’onore. Che l’umanità danzi in coro…: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5:20). Ci ha radunati qui la santa Madre di Dio, la Vergine Maria, tesoro purissimo della verginità, paradiso spirituale del secondo Adamo, luogo dell’unione delle nature, luogo di scambio in cui si è compiuta la nostra salvezza, stanza nuziale nella quale Cristo ha sposato la nostra carne. Essa è il roveto spirituale che il fuoco del parto di un Dio non ha consumato, la nuvoletta (1 Re 19:44) che ha portato colui che ha il suo trono sui cherubini, il vello purissimo, che ha ricevuto la rugiada celeste (Gdc 6:38)… Maria, serva e madre, vergine, cielo, ponte unico fra Dio e gli uomini, telaio dell’incarnazione sul quale la tunica dell’unione delle nature è stata mirabilmente tessuta: lo Spirito Santo ne è stato il tessitore.
Nella sua bontà, Dio non si è sdegnato di nascere da donna, anche se colui che sarebbe stato formato in lei era la vita stessa. Se però la madre non fosse rimasta vergine, non ci sarebbe stato in questo parto nulla di strano; semplicemente sarebbe nato un uomo. Ma poiché lei è rimasta vergine anche dopo il parto, come non potrebbe trattarsi di Dio e di un mistero inesprimibile? È nato in un modo ineffabile, senza macchia, colui che, dopo, entrerà senza ostacoli, a porte chiuse, e davanti al quale Tommaso esclamerà, contemplando l’unione delle sue due nature: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28).
Per amore nostro, colui che per natura è incapace di soffrire, si è esposto a numerose sofferenze. Cristo non è affatto divenuto Dio a poco a poco; assolutamente! Invece essendo Dio, la sua misericordia l’ha spinto a diventare uomo, come impariamo dalla fede. Non predichiamo un uomo divenuto Dio, bensì proclamiamo Dio fatto carne. Ha scelto come madre la sua serva, colui che per natura non conosce madre e che si è incarnato nel tempo senza padre.

San Proclo di Costantinopoli (ca. 390-446), vescovo
da “Discorsi”, 1 ; PG 65, 682

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Natività

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Publié dans:immagini sacre |on 18 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

«DOVE CE STA GESÙ SE SONA E CANTA» (2008)

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«DOVE CE STA GESÙ SE SONA E CANTA» (2008)

Incontro con Ambrogio Sparagna, una vita professionale dedicata al recupero e alla rivitalizzazione della tradizione musicale popolare italiana: da alcuni anni ha riscoperto il canto popolare sacro. Il successo del suo progetto “La Chiara Stella”

Intervista con Ambrogio Sparagna di Tommaso Ricci

«Chi canta prega due volte» (sant’Agostino); «chi prega certamente si salva» (sant’Alfonso Maria de’ Liguori”). Applicando il sillogismo aristotelico alle cose dello Spirito, si dovrebbe concludere che «chi canta si salva doppiamente». Non possiamo sapere se in Cielo conti la logica però un granello di verità in questo spericolato ragionare c’è: l’esperienza del cantare e fare musica insieme è un atto di comunione tra gli uomini, un riscatto – certo effimero quanto la durata di una nota, e spesso inconsapevole – dalla solitudine della condizione umana. Quando poi il canto si fa lode all’«Altissimo, onnipotente, bon Signore», la salvezza dall’humana tristitia, benché provvisoria, diventa più percepibile anche a livello di coscienza, già qui sulla terra.
«Oggi un bambino c’è nato / da Maria Vergine e madre / Figlio al Padre divino / che in terra volle incarnarsi / fu dal Padre a noi mandato / per divino decreto eterno/ per salvarci dall’inferno / ed aprirci il cielo serrato». Mentre Gianni Aversano canta sul palco questi versi di una ballata popolare toscana sull’Epifania alle prove del concerto “La Chiara Stella” (Auditorium Parco della Musica di Roma, 3, 4, 5 e 6 gennaio 2009) si viene fulminati dal pensiero che è da quella notte di Natale che il canto umano non è più soltanto d’attesa ma è anche di gioia e di lode; il Cielo ormai è disserrato, non dobbiamo più solo implorare che «nubes pluant Iustum», possiamo esultare alla «capanna santa, / dove ce sta Gesù se sona e canta» (dal canto popolare maceratese Natu natu Nazarè). Il concerto in preparazione è un’idea del musicista ed etnomusicologo Ambrogio Sparagna, 51 anni, di Maranola, nel basso Lazio. La sua vita professionale l’ha dedicata al recupero e alla rivitalizzazione della tradizione musicale popolare italiana (non solo sacra peraltro, lui è anche l’artefice della “rinascita della taranta”, la musica da ballo profana tipica delle terre del Salento.

Maestro, che cosa è “La Chiara Stella”?
Ambrogio Sparagna: “La Chiara Stella” – il nome viene da una bella tradizione canora natalizia dell’arco alpino – è un progetto musicale giunto alla seconda edizione. È un concerto, nella prestigiosa sede dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, in cui vengono suonati e cantati molti brani tradizionali, trovati nel corso delle mie ricerche e che ho rielaborato musicalmente secondo una sensibilità contemporanea ma nella fedeltà alla loro natura popolare. Si tratta di una ricchezza nazionale inaudita, che si trova perlopiù in stato di sonno se non in via di estinzione.
L’anno scorso i canti del centro-sud, con un accento sulla Sicilia, erano predominanti. Quest’anno il concerto è dedicato al nord. Perché?
Sparagna: Il meridione c’è anche nel concerto di quest’anno perché la tradizione del canto popolare sacro non può prescindere da quel gigante che è sant’Alfonso de’ Liguori, un promettente giovane avvocato napoletano del Settecento, fattosi sacerdote, diventato vescovo e poi dottore della Chiesa. La sua Tu scendi dalle stelle, in originale Quanno nascette ninno, è la prima vera canzone popolare italiana, il suo successo valicò i confini del Regno delle Due Sicilie e raggiunse l’intera nazione. Quest’anno ho voluto inserire anche molti canti del nord, perché c’è l’erronea convinzione che al nord la tradizione del canto popolare sacro sia estinta. È falso. Hanno dei canti bellissimi, dalla filastrocca milanese Santa Clara («O santa Clara, / imprestemm la vostra scala / per andà in Paradis / a trovà san Dionis…») al canto di questua bresciano Stella di Vico Capovalle, dal friulano Stami atent alla ninna nanna lombarda Verbum caro fastumes.
Maestro, però in latino è «factum est»…
Sparagna: Qui è il punto! C’era nel popolo una confidenza talmente forte e diffusa con l’avvenimento del Natale che vinceva sulla correttezza formale del latino. Pur di cantare la gioia per la nascita di Gesù bambino, pur di comunicarla ai più piccini – si tratta di una ninna nanna – si storpiava il latino, che d’altronde ascoltavano sì tutti in chiesa ma conoscevano in pochi. C’è qualcosa di commovente in questo umile attaccamento popolare al fatto di Betlemme. In un’altra canzoncina di sant’Alfonso si dice dei pastori, cioè degli strati più bassi del popolo: «Pigliata confidenza se mettettero a sonare, e a cantà co’ l’angeli e co’ Maria». Cioè Natale è comunione, gli spiriti più semplici possono cantare insieme con quelli più sublimi.
Nel programma del concerto di gennaio c’è anche uno struggente dialogo tra una zingara siciliana e la Madonna in fuga verso l’Egitto…
Sparagna: Lo compose, secoli fa, un frate palermitano. Ci ricorda quello che in fondo si sa ma continuamente, soprattutto oggi, si dimentica. Che Natale è festa in particolare per gli ultimi, i meno considerati dal mondo “per bene” e che, d’altro canto, Gesù la maggior solidarietà la riceve proprio da costoro, che possiedono ben poco oltre alla loro povertà. «Sugnu na carusa zingaredda, / e macari ca sugnu puuredda / ccu cori ti offru casa mia, / puru cca non è cosa ppi tia», canta la donna a Maria. C’è poco da commentare e molto da meditare di fronte a queste parole.
Lei suona con l’Orchestra popolare italiana, da lei fondata e diretta. Solo strumenti della tradizione, ghironde e zampogne, tamburelli e organetti, ciaramelle e chitarre battenti…
Sparagna: In questa scelta c’è la mia ammirazione e la mia fedeltà d’artista alla tradizione, oltre a una ormai ultratrentennale consuetudine personale. Io i pastori che vengono a cantare la novena di Natale a Maranola me li ricordo bene. Peraltro in alcune zone d’Italia, più numerose di quelle che noi immaginiamo, queste sonorità sono ancora vive e sono sinonimo di Natale e Pasqua, cioè delle feste religiose.
Come è nato questo suo interesse?
Sparagna: Beh, intanto i miei genitori erano musicisti tradizionali. Poi nella mia terra queste abitudini musicali erano molto presenti. Inoltre ho vissuto, da giovane, l’atmosfera effervescente, anche se un po’ intrisa di ideologia, degli anni Sessanta e Settanta: volevamo contestare sia l’industria musicale, sensibile perlopiù a standard stranieri, sia gli elitarismi da accademia. Insomma, si voleva la musica per il popolo. Io però, tra la perplessità di molti miei compagni, mi accorsi che il popolo la sua musica ce l’aveva già, e non c’erano solo i canti di lotta e di lavoro: molti canti popolari erano legati alla fede religiosa. Dovetti subire anche dei “processi politici” – che allora andavano di moda, ahimè – per questa mia constatazione. Però seppi difendermi, esporre le mie ragioni e da allora il lavoro di riscoperta e rielaborazione di questa musica, aiutato anche dai miei studi universitari in etnomusicologia col professor Diego Carpitella, non si è più fermato.
Quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato?
Sparagna: Di certo l’industria discografica non è mai stata molto aperta alla lezione popolare. Oggi quell’industria è in crisi ma ha lungamente forgiato l’orecchio, il gusto contemporaneo, privandolo di questa dimensione. Poi c’è una diffusa mentalità secondo cui si tratta di cose del passato destinate irrimediabilmente all’oblio. Inoltre, parliamoci chiaro, i giudizi di Pier Paolo Pasolini sul dissolvimento – in qualche modo “provocato”, “voluto” dai poteri o dal Potere che domina nella nostra società –, sulla disarticolazione di un’esperienza di popolo erano profetici. Si è avverato tutto. E questo tipo di musica nasce dal popolo e viene fruito da un popolo, non è adatto al consumo individuale. Infine devo confessare che per la parte “sacra”, “religiosa”, della musica popolare, mi sarei aspettato un maggiore interesse da parte degli uomini di Chiesa. Invece spesso incontro diffidenza.
Orchestra popolare italiana durante
il concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma
Orchestra popolare italiana durante il concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Perché secondo lei?
Sparagna: Me lo chiedo anch’io. Intanto c’è una “mondanizzazione” che contagia anche il ceto ecclesiastico. E così quando si organizza una manifestazione musicale o un concerto si invitano i divi pop-rock in auge in quel momento… Per carità, molti di loro sono stimati colleghi nonché miei amici, però di fatto si fa avvizzire una ricchezza che è frutto dell’esperienza della comunità cristiana che ci ha preceduto nei secoli. Guardi che nello scrigno della tradizione non c’è solo il gregoriano, che giustamente papa Benedetto XVI vuole tutelare. Le zampogne dei pastori sono un organo portatile che ha dato solennità a tante celebrazioni religiose. E poi, mi viene da dire, a Betlemme c’era sì il sublime canto degli angeli ma anche quello umile e gioioso dei poveri pastori. Anche il loro punto di vista andrebbe preso in considerazione. Io, di fronte al Dio bambino mi identifico più nel povero, ignorante pastore. E i canti che dirigo, suono e canto in concerto è come se portassero la firma di quei semplici testimoni del fatto del Natale. Questo “disinteresse” di parte cattolica, dalla gerarchia alla stampa, mi stupisce perché i testi che io rimetto in circolazione – magna pars sono le canzoncine spirituali di sant’Alfonso, ma ogni regione e zona d’Italia ha i propri – contengono una vividezza straordinaria nel descrivere i misteri della fede. Insomma sant’Alfonso ha evangelizzato con questi brani: se non altro per questa ragione, come si fa a ignorarli? Magari poi si vanno a cercare i gospel mentre in casa abbiamo questi tesori inestimabili. Se mi è concesso, anche quanto a rigore teologico, non c’è paragone con i gospel. È come il buon vino paragonato alla Coca Cola, con tutto il rispetto.
Però, sia chiaro, io sono ottimista. Chi viene ai nostri concerti, chi ascolta i nostri dischi, il minimo che si può dire è che resti incuriosito. E io su questa curiosità, su questa ricerca di qualcosa di diverso, tipica dell’età giovanile, voglio continuare a far leva.

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San Giovanni Battista

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17 DICEMBRE 2017 – 3A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE – OMELIE

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17 DICEMBRE 2017 – 3A DOMENICA DI AVVENTO B | LETTURE – OMELIE

3a Domenica di Avvento – Anno B

Per cominciare
La terza domenica di Avvento è tradizionalmente la domenica della gioia. Paolo nell’antifona di apertura esclama: « Rallegratevi sempre nel Signore! Ve lo ripeto: rallegratevi! Il Signore è vicino ». E nella seconda lettura dice ai Tessalonicesi: « State sempre lieti: questa è la volontà di Dio ». Il Signore viene e rinnoverà ogni cosa, il Signore viene e ci sorprenderà.
La Parola di Dio

Isaia 61,1-2a.10-11.
Isaia ci presenta un brano che ci è famigliare, perché Gesù stesso (cf Luca 4) quelle parole le ha fatte proprie parlando nella sinagoga di Nazaret e annunciando la venuta del regno di Dio. È l’investitura del messia atteso, che viene anzitutto per i poveri, per la liberazione degli schiavi, per farsi consolazione a chi è piagato nello spirito.
1 Tessalonicesi 5,16-24.
Paolo invita i cristiani a vivere nella gioia. Una gioia che viene da una vita buona, da una vita nuova. C’è l’invito a non spegnere lo spirito, a diventare santi fino alla perfezione, a conservarsi pronti, irreprensibili per la venuta del Signore.
Giovanni 1,6-8,19-28.
Giovanni annuncia la luce che deve venire e lo fa anche in questa domenica attraverso la parola di Giovanni il Battista. Non è lui la luce, dice di sé Giovanni, ma uno che rende testimonianza alla luce. È un testimone, una voce che grida nel deserto di preparare la strada al Signore che viene. Il Battista non è il messia, anche se la gente se lo domanda e riconosce la forza della sua persona. È un testimone credibile e austero, che indica la venuta di uno che « non conosciamo » e che ci sorprenderà.

Riflettere
o Al centro di questa terza domenica c’è la figura del Battista. Egli non predica se stesso, ma vive tutto in funzione di Gesù. I vangeli sinottici presentano Giovanni Battista come il precursore di Gesù, e la tradizione lo riconoscere come l’ultimo dei grandi profeti (il profetismo è scomparso da vari secoli). Qui invece per l’evangelista è il testimone. Giovanni con la sua vita è un testimone credibile, significativo convincente.
o Il Battista è un uomo « mandato da Dio », dice l’evangelista Giovanni, ma non è il messia. Non lo nasconde agli ambasciatori che vanno a chiederglielo, a nome del sinedrio. In realtà poteva farlo pensare, per la missione che ha intrapreso, per la vita che conduce, per il gruppo di giovani che ha raccolto e che attendono come lui la venuta del messia.
o Il Battista ha la missione di annunciare la luce che deve venire. È la « voce » che presenta il Cristo, di cui umilmente si sente « indegno di legargli i sandali ». Il Battista sa bene che « deve diminuire », man mano che il messia viene riconosciuto e si rende visibile.
o « In mezzo a voi c’è uno che non conoscete », dice. L’espressione è applicabile a milioni di persone che ancora oggi non conoscono Cristo, ma anche per molti cristiani, che non vivono la presenza di Cristo in loro e in mezzo a loro. Ma l’espressione ha un significato più alto. Perché Gesù è l’uomo-Dio che ti sorprende sempre, inesauribile nella sua persona, che non si può mai conoscere adeguatamente. A partire dal Natale, che ci rivela il Figlio di Dio che viene al mondo facendosi bambino, cioè in modo assolutamente sorprendente e inaspettato.
o Paolo invita i Tessalonicesi alla gioia. Ciò che più colpisce di questo suo invito sono gli avverbi che usa: sempre (siate lieti), incessantemente (pregate), tutto (ripetuto più volte). Si tratta di un radicalismo cristiano a cui Paolo è assuefatto, ma che a noi risulta più difficile e per il quale il tempo dell’Avvento può venirci in soccorso, spingendoci a un allenamento più deciso. È l’atteggiamento di chi si dà a Dio non a tempo parziale o a scadenza, ma definitivamente e seriamente.

Attualizzare
- La prima cosa che colpisce della parola di Dio di questa domenica è l’invito alla gioia. Nessuno, lo sappiamo, ha diritto più di noi cristiani di vivere questo tempo di attesa del Natale nella gioia. Ma la televisione e la pubblicità parlano della gioia di questi giorni in termini ben diversi: pioggia di panettoni (e qualcuno urla: « Adesso è Natale! »); « A Natale pretendi di più! », insinua un altro spot. Un canale televisivo cambia il suo logo in Natale 5. Il Natale è spesso tutto qui e la festa rischia di essere per lo meno dimezzata. Dobbiamo imparare a difenderci: a Natale non è proibito fare regali, dal momento che Gesù si è fatto dono per noi. Ma dobbiamo trovare il modo di non cadere nel consumismo più sfrenato.
-Non è possibile in questo contesto non sottolineare la semplicità e la povertà del Natale. Gesù nascendo ha rifiutato ricchezze, onori, potere (il diavolo lo tenterà sin dall’inizio della vita pubblica). La gente ha fatto addirittura fatica a riconoscerlo come messia. Ma i poveri, gli ammalati, gli esclusi, i miserabili, i peccatori lo hanno capito e non hanno avuto paura di lui. Questa gente non si avvicina ai cortei imperiali, non si avvicina ai re. Gesù ha fatto in modo che nessuno avesse paura di lui, che tutti potessero avvicinarlo, riconoscersi nella sua umanità di bambino indifeso, di adulto « normale ». Se si fosse presentato come un re potente, avrebbe visto le strade chiudersi al suo passaggio, gli sbarramenti delle guardie per tenere lontane le folle.
-Ma questa umanità di Gesù non deve fare velo e dobbiamo accoglierlo nella fede per quello che è: il Figlio di Dio, il messia atteso, il salvatore. Andiamogli incontro con la nostra fede. Anzi disponiamoci ad accoglierlo, perché in realtà è lui che viene a noi e ci cerca ancora una volta in questo Natale.
- La testimonianza di Giovanni Battista viene dal deserto. « Voce di uno che grida… nel deserto preparate la strada al Signore ». Quasi un terzo della terra abitata è deserto: il 33% della superficie terrestre. Ogni anno 135 milioni di persone abbandonano la propria terra perché si è desertificata e non produce più nulla. Ma oggi c’è soprattutto il deserto dell’anima, dei sentimenti. Le solitudini, la mancanza di persone di riferimento, di qualcuno di cui fidarsi, a cui poter telefonare… Rompiamo la solitudine con la tv, la radio, mentre sarebbe bello abbattere le barriere delle nostre case per parlare con qualcuno, approfittare del nostro deserto per incontrare Dio, leggere la Bibbia, imparare a pregare.
- Giovanni Battista è anche voce per noi, gente del nostro tempo. E invita anche noi a essere testimoni, banditori, battistrada del Signore che viene. Perché si prepari la strada al Signore che viene e l’uomo del nostro tempo viva il vero Natale, senza fermarsi ai suoi segni di festa folcloristici.
- « Chi sei? », domandano gli inviati dei farisei al Battista. Egli non nasconde la propria identità, non si monta la testa – « Non sono io il messia », dice – ma ha semplicemente la vocazione di preparagli la strada, disponendo quelli che vanno a farsi battezzare ad attenderlo. « Più che di maestri, abbiamo bisogno di testimoni », dice la Evangelii nuntiandi di Paolo VI.
- « Chi sei? », dovremmo chiederci anche noi, stimolati dalle letture di questa domenica. E domandarci come ci collochiamo di fronte al messia che viene. Dovremmo trovare il tempo di guardarci dentro senza paura e senza timore di perdere qualcosa. Perché c’è chi pensa che entrando in rapporto con Dio, con Cristo, perderà verrà privato di qualcosa, non sarà più libero, dovrà rinunciare a realizzarsi.
- Invece Dio si fa uomo perché io comprenda fino in fondo qual è il mio destino, la mia identità profonda e per aiutarmi a realizzarla. Per rendermi felice. Solo i malvagi e chi rifiuta di prendere la vita a occhi aperti, hanno motivo di temere.

Un Natale cristiano
Luca è un ragazzo ventenne che è stato investito a morte da un’auto. All’ospedale ha chiesto di poter vedere l’autista dell’altra macchina, perché voleva perdonarlo. Era un ragazzo in gamba questo Luca. Dopo la sua morte, i genitori hanno reso pubblica una lettera scritta poco prima, in occasione delle feste, e scriveva: « Non potremmo, per questo Natale, evitare i regali e fare davvero un Natale cristiano?

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

Hannukkah, Menorah, Gerusalemme

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Publié dans:immagini sacre |on 13 décembre, 2017 |Pas de commentaires »

CHANNUKKAH UN MIRACOLO CHE SI RIPETE – LA FESTA EBRAICA DELLE LUCI (13-20 dicembre)

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CHANNUKKAH UN MIRACOLO CHE SI RIPETE – LA FESTA EBRAICA DELLE LUCI (13-20 dicembre)

Gavriel Levi

Nel giorno di chanukkà che capita di shabbath, i lumi di chanukkà si accendono assieme con quelli dello shabbath e, la sera dopo assieme con quello dell’avdalà1. La vigilia di shabbath si accende prima la chanukkà e dopo i lumi dello shabbath; alla fine dello shabbath si accende prima la torcia dell’avdalà e dopo i lumi della chanukkà.
È evidente che questa regola è collegata con il divieto di accendere il fuoco durante lo shabbath: non si può accendere nessun fuoco dopo che è cominciato lo shabbath; non si può accendere nessun fuoco finché lo shabbath non è veramente finito. Tuttavia, se ci riflettiamo sopra, questa regola collega, con un significato più ampio e più profondo, i tre fuochi e le tre luci che accendiamo nelle nostre case e che, in modi diversi, rappresentano la forza creativa dell’uomo e la vita di Israele.
Solo se si è acceso il lume di chanukkà si può accendere il lume dello shabbath; solo se si è acceso il lume dell’avdalà si può accendere il lume di chanukkà.
Se si è lottato per rimanere ebrei, se ci si è conquistati il miracolo, allora si può rinunciare ad accendere ogni fuoco e si può godere del lume che deriva direttamente dai giorni della creazione e che riassume, già in sé, la luce del Mashiach.
Se si è acceso il fuoco che permette di accendere ogni fuoco nella settimana, che è stato regalato da Dio al primo uomo e che ci aiuta a distinguere, con i nostri mezzi, la luce dal buio, allora si può accendere, senza più divieti, il fuoco del miracolo.
Le luci della chanukkià devono rimanere divise e distinguibili l’una dall’altra: ogni giorno è un giorno completo di vita; ogni generazione è completa in se stessa ed è necessaria perché la generazione precedente possa vivere nella successiva.
Le luci dell’avdalà devono essere unite e indistinguibili l’una dall’altra: ogni giorno, anche il più banale, è parte del giorno completo che è tutto shabbath.
La luce dell’avdalà è la luce di un fuoco che si accende dopo lo shabbath; la sua benedizione è centrata nella creazione delle « luci » del fuoco e sulla nostra azione di guardarsi le mani, nel buio e alla luce.
La luce di chanukkà è la luce che si accende per rendere manifesto il miracolo; la sua benedizione riguarda l’obbligo di ripetere il miracolo e di preparare la luce di un giorno per farla ardere otto giorni.
Non può esistere la festa di chanukkà senza dentro una vigilia di shabbath, senza uno shabbath e senza un’uscita di shabbath.
Il miracolo di chanukkà (e cioè la luce di un giorno che deve durare fino al termine dei giorni, ed ancora un giorno di più) contiene dentro di sé: a) la luce del fuoco che esiste quando nessun fuoco può essere acceso dall’uomo; b) la luce di un fuoco che deve essere ricreato, per dividere il giorno umano dalla notte umana; il giorno di shabbath dai sei giorni dell’azione; le mani dell’uomo dalla creazione di Dio.
Il miracolo di chanukkà contiene anche due luci: la luce di un fuoco che non esiste (perché è stato acceso prima); la luce di un fuoco creato da D-o (ma acceso dagli uomini) perché l’uomo possa uscire, senza paura, nel mondo degli uomini.
Tra l’inizio di chanukkà e l’inizio dello shabbath esiste un momento di intervallo: noi ebrei abbiamo compiuto il nostro miracolo, quando il sole non è ancora calato; a D-o viene lasciato il tempo per compiere il suo miracolo, finire la creazione e portare il Mashiach.
Tra la fine dello shabbath e l’inizio di chanukkà esiste un altro momento di intervallo: la storia di tutti i giorni si è ripetuta; l’ebreo può accettare il dono del fuoco direttamente da D-o e, ancora una volta, ripetere il miracolo.
Se noi riusciamo a conservare l’olio per un giorno, anche quando ci sembra che il buio durerà più a lungo e quando ci sembra che non ci sia nessun posto per accendere una luce, D-o vedrà questa luce per otto giorni.
Se non conserviamo l’olio nel buio (ma questo è impossibile perché in fondo lo conserviamo anche senza saperlo) allora D-o dovrà fare il miracolo da solo e dovrà riprendere il fuoco di chanukkà da quello donatoci per l’avdalà.
Un cieco adempie al precetto di chanukkià partecipando, se ne ha la possibilità, con una perutà, all’accensione di un altro ebreo e, se non può perché è solo, accendendo la chanukkià, con qualunque aiuto, da solo.
Per quale luce accende la chanukkià, un cieco?
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Fonte: morasha.it

La giornata dello Shabbat si apre e si chiude con un’ accensione di lumi. All’imbrunire del venerdì si accendono due candele (in teoria ne basterebbe una) recitando la benedizione che termina con « e ci hai comandato di accendere il lume dello Shabbat ». Al termine dello Shabbat, nella cerimonia dell’Avdalà, la separazione tra il giorno di festa e quello feriale si accende una torcia formata da più luci che intrecciandosi formano un’unica fiamma. Su questo lume si benedice il Signore « creatore dei luminari di fuoco ». Nel Talmud Jeruscialmì (citato anche dal compendio « Torà Temimà » ai primi versi della Genesi) si ricerca la fonte del fatto che nella Avdalà si dice la benedizione sul lume solo dopo che il lume è acceso. Questo lascia supporre che nell’altro caso, l’accensione dei lumi dello Shabbat, prima si dica la benedizione e poi si accenda. In effetti ciò avviene quasi esclusivamente secondo il rito di Roma (quasi tutti gli altri oggi prima accendono e poi dicono la benedizione).
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Publié dans:Ebraismo : feste |on 13 décembre, 2017 |Pas de commentaires »
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