Archive pour août, 2017

La donna cananea

salmi eit - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 18 août, 2017 |Pas de commentaires »

20 AGOSTO 2017 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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20 AGOSTO 2017 | 20A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
La salvezza è destinata a tutti. Gesù ha annunciato il vangelo anzitutto a quelli della sua terra, ma ha dato ai suoi apostoli il mandato di evangelizzare tutti i popoli. E lui stesso ha fatto un grande elogio della fede di alcuni stranieri.

La parola di Dio
Isaia 56,1.6-7. Il profeta Isaia afferma che la salvezza viene offerta a tutti i popoli. Lo stesso tempio di Gerusalemme è destinato a diventare un luogo di preghiera universale.
Romani 11,13-15.29-32. Paolo ha aperto la salvezza anche ai pagani e questo ha fatto ingelosire gli ebrei. Ma – dice Paolo – questa è una cosa positiva, se può servire a salvarli. Perché se è vero che agli ebrei per primi è stata donata la salvezza, tutti, sia gli ebrei che i pagani, sono coinvolti allo stesso modo, dal momento che tutti hanno bisogno della misericordia di Dio.
Matteo 15,21-28. Gesù viene pregato da una donna straniera ricca di fede e proprio per lei fa un miracolo in territorio pagano.

Riflettere
Matteo nello stendere questo brano ha avuto delle preoccupazioni teologiche e pastorali. La comunità primitiva degli apostoli doveva spiegare come mai la chiesa stava avendo un’enorme diffusione tra i pagani, mentre Gesù aveva predicato quasi esclusivamente « alle pecore perdute della casa di Israele ».
All’evangelista Matteo, per legittimare questa nuova prosenza nella chiesa, è servito bene questo episodio che Gesù ha vissuto nel territorio di Tiro e Sidone, cioè in territorio pagano, e che ha per protagonista una donna cananea. Il dialogo di Gesù con questa donna riflette probabilmente le discussioni vivaci, che i primi cristiani avevano tra di loro proprio sul tema dell’apertura della chiesa ai pagani, discussioni che erano state molto tese tra gli stessi apostoli.
Matteo in sostanza dice, sottolineando la fede grande di questa donna non ebrea, che ciò che davvero diventa discriminante per diventare cristiani non è più l’appartenenza a un popolo, ma la fede in Gesù.
E la fede questa donna l’aveva giusta. Rivolgendosi a Gesù lo chiama « Figlio di Davide », dimostrando di riconoscerlo come messia, cosa che sfuggirà a molta parte degli ebrei.
Invece le parole di Gesù verso questa donna sono di una durezza che non trova facilmente riscontro altrove nel vangelo. Forse il dialogo è stato schematizzato da Matteo, o forse Gesù ha voluto davvero mettere in risalto la fede e l’umiltà di quella straniera.
Una umiltà che è dettata prima di tutto da amore verso la figlia. Così com’era l’amore che l’aveva spinta a farsi avanti, superando il disagio e l’imbarazzo, andando contro certe usanze che facevano ritenere sconveniente a una donna fermarsi a parlare liberamente con degli uomini.
Ed è un’umiltà che nasce dalla certezza che Gesù ha il potere di fare quel miracolo. In questo senso la sicurezza di questa donna è la stessa di Maria, la madre di Gesù, quando a Cana, noncurante di ciò che le aveva detto il figlio (« Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora ») dice ai servi di casa di aspettare ordini da lui (Gv 2,1-11).
Ed è infine un’umiltà che nasce da un’intesa profonda che si è creata tra Gesù e lei. Essa legge in Gesù una rettitudine e una bontà che va al di là delle parole e che le permettono di avere piena fiducia e confidenza in lui. Anzi la durezza crescente di Gesù la interpreta come un invito a chiedere con più coraggio, come una provocazione che prelude l’esaudimento pieno.
È Gesù del resto che aveva invitato a pregare con insistenza, senza stancarsi: « Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto » (Mt 7,7, ma anche Lc 11,5-13).
Gesù conclude facendo l’elogio della fede grande di questa donna: « Donna, grande è la tua fede! » e per lei compie il miracolo.

Attualizzare
Domenica scorsa ricordavamo la fede incerta e debole di Pietro. Oggi la fede forte e ferma di questa donna straniera, che non si ferma davanti al rifiuto durissimo di Gesù e continua a pregarlo.
Si rimane sconcertati di fronte all’indifferenza di Gesù e poi alle sue dure parole. Appare quasi crudele, insensibile, impietoso verso le lacrime di questa madre che chiede la guarigione della figlia.
Gesù, uomo del suo tempo, può davvero aver usato questo linguaggio tipico del modo di esprimersi degli ebrei nei confronti dei pagani.
E ribadisce la dimensione non immediatamente universalistica della sua missione pubblica, che si rivolge alla gente della sua terra, pur sottolineando – ogni volta che gli capita – la fede straordinaria e la generosità di alcuni pagani, dal centurione romano al samaritano guarito dalla lebbra, e affermerà la destinazione universale del vangelo: « Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli » (Mt 28, 19).
Ma probabilmente Gesù vuole prima di tutto purificare la fede di questa donna e rifiuta di essere scambiato semplicemente per un guaritore. Lei lo ha chiamato « figlio di Davide », ma in realtà è lì soprattutto per la guarigione della figlia.
Una donna nella quale spiccano la determinatezza e l’umiltà. La sua è la tenacia dei deboli, il coraggio della gente semplice. Quando c’è di mezzo un bene da fare, spesso sono proprio i più umili che si fanno sotto per primi, che spingono gli indecisi, che spazzano gli ultimi dubbi sulla possibilità di poter portare a compimento un’impresa.
Non si può non rimanere stupiti della serena maturità di questa donna, della sua umiltà e « fede grande », così come emergono proprio dalle parole impietosamente sferzanti di Gesù.
Se per gli ebrei il fatto di essere fuori dal popolo eletto era già motivo di disapprovazione, per Gesù, e poi per Paolo, la fede e la salvezza non sono legate alla « carne e al sangue », ma sono un dono di Dio per tutti e dipendono dalla apertura del cuore di ognuno.
La storia è piena di episodi di persone lontane dalla fede e a volte anche dalla legalità e dalla moralità, che nell’occasione, per istinto o per amore, per un richiamo della coscienza, diventano capaci di grandi atti di bontà e di eroismo.
È necessario allora che ogni cristiano diventi « cattolico » e riconosca che siamo tutti fratelli o perché già credenti o perché siamo chiamati a diventarlo. Perché tutti siamo figli di Dio. Papa Giovanni XXIII si rivolse ai carcerati di Regina Coeli dicendo: « Miei cari figlioli, miei cari fratelli… ».
L’episodio può apparire addirittura emblematico della preferenza di Gesù per i lontani. Come dicevamo, Matteo potrebbe averlo riportato per togliere i dubbi alla chiesa primitiva, indecisa di fronte all’apertura ai pagani. La tenacia di questa donna può essere portata di esempio anche ai credenti, proprio per dire: « Guardate la sua fede incrollabile, che non si ferma neanche di fronte alle dure parole di Gesù ».
Del resto, ogni volta che gli è possibile Gesù sottolinea la sua simpatia per i semplici, per i lontani, per i peccatori, per gli stranieri. A differenza di quelli che si sentono i destinatati primi della salvezza che invece gli girano attorno solo per coglierlo in difficoltà.
Ma anche i semplici provano simpatia per Gesù. Lo cercano, lo ascoltano, si rivolgono a lui con fiducia piena, come ha fatto questa donna.
La preghiera insistente di questa cananea e l’atteggiamento di Gesù ci fa anche pensare ai silenzi di Dio. Quante volte la nostra preghiera appare inascoltata e accusiamo Dio di essere insensibile alle nostra difficoltà, alle nostre preghiere. In realtà Dio intende proprio purificare la nostra preghiera, mettere alla prova la nostra fede.
Tra i temi di forte attualità che possono essere sviluppati in questa domenica c’è anche quello del bisogno di accoglienza legato al fenomeno migratorio che coinvolge il nostro paese. Non è facile spalancare le porte della propria abitazione a chi si presenta con una cultura diversa dalla nostra e segue una religiosità che non ispira simpatia, anzi che è spesso vista carica di violenza.
Essi che spesso ricevono solo le briciole della nostra solidarietà, dovrebbero almeno ricevere le briciole della nostra disponibilità a concedere loro spazi per esprimere la loro fede. Ma anche l’occasione per realizzare un confronto che li apra a sentieri di una fede più genuina.
La preghiera insistente
San Tommaso a proposito di preghiera insistente dice che la preghiera insistente fatta agli uomini ci rende a loro fastidiosi, mentre la preghiera insistente fatta a Dio ci rende a lui familiari e amici. Come a dire che questo modo di pregare più che a Dio serve a noi: per purificare le nostre intenzioni, per corresponsabilizzarsi, per approfondire il nostro rapporto con Lui. Diceva Padre Pio: « La preghiera deve essere insistente. L’insistenza denota fede ».

Don Lorenzo Milani: « Io non ho patria »
« Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri ».

Assunzione di Maria

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Publié dans:immagini sacre |on 14 août, 2017 |Pas de commentaires »

SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – BENEDETTO XVI

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20050815_assunzione-maria.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Parrocchia Pontificia di San Tommaso da Villanova, Castel Gandolfo
Lunedì, 15 agosto 2005

Cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari Fratelli e Sorelle,
innanzi tutto, un cordiale saluto a voi tutti. Per me è una grande gioia celebrare la Messa nel giorno dell’Assunta in questa bella chiesa parrocchiale. Saluti al Cardinale Sodano, al Vescovo di Albano, a tutti i sacerdoti, al Sindaco, a tutti voi. Grazie per la vostra presenza. La festa dell’Assunta è un giorno di gioia. Dio ha vinto. L’amore ha vinto. Ha vinto la vita. Si è mostrato che l’amore è più forte della morte. Che Dio ha la vera forza e la sua forza è bontà e amore.
Maria è assunta in cielo in corpo e anima: anche per il corpo c’è posto in Dio. Il cielo non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una madre. E la Madre di Dio, la Madre del Figlio di Dio, è la nostra Madre. Egli stesso lo ha detto. Ne ha fatto la nostra Madre, quando ha detto al discepolo e a tutti noi: “Ecco la tua Madre!” Nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo è aperto, il cielo ha un cuore.
Nel Vangelo abbiamo sentito il Magnificat, questa grande poesia venuta dalle labbra, anzi dal cuore di Maria, ispirata dallo Spirito Santo. In questo canto meraviglioso si riflette tutta l’anima, tutta la personalità di Maria. Possiamo dire che questo suo canto è un ritratto, una vera icona di Maria, nella quale possiamo vederla proprio così com’è. Vorrei rilevare solo due punti di questo grande canto. Esso comincia con la parola “Magnificat”: la mia anima “magnifica” il Signore, cioè “proclama grande” il Signore. Maria desidera che Dio sia grande nel mondo, sia grande nella sua vita, sia presente tra tutti noi. Non ha paura che Dio possa essere un “concorrente” nella nostra vita, che possa toglierci qualcosa della nostra libertà, del nostro spazio vitale con la sua grandezza. Ella sa che, se Dio è grande, anche noi siamo grandi. La nostra vita non viene oppressa, ma viene elevata e allargata: proprio allora diventa grande nello splendore di Dio.
Il fatto che i nostri progenitori pensassero il contrario fu il nucleo del peccato originale. Temevano che, se Dio fosse stato troppo grande, avrebbe tolto qualcosa alla loro vita. Pensavano di dover accantonare Dio per avere spazio per loro stessi. Questa è stata anche la grande tentazione dell’epoca moderna, degli ultimi tre-quattro secoli. Sempre più si è pensato ed anche si è detto: “Ma questo Dio non ci lascia la nostra libertà, rende stretto lo spazio della nostra vita con tutti i suoi comandamenti. Dio deve dunque scomparire; vogliamo essere autonomi, indipendenti. Senza questo Dio noi stessi saremo dei, facendo quel che vogliamo noi ». Era questo il pensiero anche del figlio prodigo, il quale non capì che, proprio per il fatto di essere nella casa del padre, era “libero”. Andò via in paesi lontani e consumò la sostanza della sua vita. Alla fine capì che, proprio per essersi allontanato dal padre, invece che libero, era divenuto schiavo; capì che solo ritornando alla casa del padre avrebbe potuto essere libero davvero, in tutta la bellezza della vita. E’ così anche nell’epoca moderna. Prima si pensava e si credeva che, accantonando Dio ed essendo noi autonomi, seguendo solo le nostre idee, la nostra volontà, saremmo divenuti realmente liberi, potendo fare quanto volevamo senza che nessun altro potesse darci alcun ordine. Ma dove scompare Dio, l’uomo non diventa più grande; perde anzi la dignità divina, perde lo splendore di Dio sul suo volto. Alla fine risulta solo il prodotto di un’evoluzione cieca e, come tale, può essere usato e abusato. E’ proprio quanto l’esperienza di questa nostra epoca ha confermato.
Solo se Dio è grande, anche l’uomo è grande. Con Maria dobbiamo cominciare a capire che è così. Non dobbiamo allontanarci da Dio, ma rendere presente Dio; far sì che Egli sia grande nella nostra vita; così anche noi diventiamo divini; tutto lo splendore della dignità divina è allora nostro. Applichiamo questo alla nostra vita. E’ importante che Dio sia grande tra di noi, nella vita pubblica e nella vita privata. Nella vita pubblica, è importante che Dio sia presente, ad esempio, mediante la Croce negli edifici pubblici, che Dio sia presente nella nostra vita comune, perché solo se Dio è presente abbiamo un orientamento, una strada comune; altrimenti i contrasti diventano inconciliabili, non essendoci più il riconoscimento della comune dignità. Rendiamo Dio grande nella vita pubblica e nella vita privata. Ciò vuol dire fare spazio ogni giorno a Dio nella nostra vita, cominciando dal mattino con la preghiera, e poi dando tempo a Dio, dando la domenica a Dio. Non perdiamo il nostro tempo libero se lo offriamo a Dio. Se Dio entra nel nostro tempo, tutto il tempo diventa più grande, più ampio, più ricco.
Una seconda osservazione. Questa poesia di Maria – il Magnificat – è tutta originale; tuttavia è, nello stesso tempo, un “tessuto” fatto totalmente di “fili” dell’Antico Testamento, fatto di parola di Dio. E così vediamo che Maria era, per così dire, “a casa” nella parola di Dio, viveva della parola di Dio, era penetrata dalla parola di Dio. Nella misura in cui parlava con le parole di Dio, pensava con le parole di Dio, i suoi pensieri erano i pensieri di Dio, le sue parole le parole di Dio. Era penetrata dalla luce divina e perciò era così splendida, così buona, così raggiante di amore e di bontà. Maria vive della parola di Dio, è pervasa dalla parola di Dio. E questo essere immersa nella parola di Dio, questo essere totalmente familiare con la parola di Dio le dà poi anche la luce interiore della sapienza. Chi pensa con Dio pensa bene, e chi parla con Dio parla bene. Ha criteri di giudizio validi per tutte le cose del mondo. Diventa sapiente, saggio e, nello stesso tempo, buono; diventa anche forte e coraggioso, con la forza di Dio che resiste al male e promuove il bene nel mondo.
E, così, Maria parla con noi, parla a noi, ci invita a conoscere la parola di Dio, ad amare la parola di Dio, a vivere con la parola di Dio, a pensare con la parola di Dio. E possiamo farlo in diversissimi modi: leggendo la Sacra Scrittura, soprattutto partecipando alla Liturgia, nella quale nel corso dell’anno la Santa Chiesa ci apre dinanzi tutto il libro della Sacra Scrittura. Lo apre alla nostra vita e lo rende presente nella nostra vita. Ma penso anche al “Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica”, che recentemente abbiamo pubblicato, nel quale la parola di Dio è applicata alla nostra vita, interpreta la realtà della nostra vita, ci aiuta ad entrare nel grande “tempio” della parola di Dio, ad imparare ad amarla e ad essere, come Maria, penetrati da questa parola. Così la vita diventa luminosa e abbiamo il criterio in base al quale giudicare, riceviamo bontà e forza nello stesso momento.
Maria è assunta in corpo e anima nella gloria del cielo e con Dio e in Dio è regina del cielo e della terra. E’ forse così lontana da noi? E’ vero il contrario. Proprio perché è con Dio e in Dio, è vicinissima ad ognuno di noi. Quando era in terra poteva essere vicina solo ad alcune persone. Essendo in Dio, che è vicino a noi, anzi che è “interiore” a noi tutti, Maria partecipa a questa vicinanza di Dio. Essendo in Dio e con Dio, è vicina ad ognuno di noi, conosce il nostro cuore, può sentire le nostre preghiere, può aiutarci con la sua bontà materna e ci è data – come è detto dal Signore – proprio come “madre”, alla quale possiamo rivolgerci in ogni momento. Ella ci ascolta sempre, ci è sempre vicina, ed essendo Madre del Figlio, partecipa del potere del Figlio, della sua bontà. Possiamo sempre affidare tutta la nostra vita a questa Madre, che non è lontana da nessuno di noi.
Ringraziamo, in questo giorno di festa, il Signore per il dono della Madre e preghiamo Maria, perché ci aiuti a trovare la giusta strada ogni giorno. Amen.

 

M.M.Kolbe

kolbe

Publié dans:immagini sacre |on 13 août, 2017 |Pas de commentaires »

MASSIMILIANO MARIA KOLBE (1894-1941) 10 AGOSTO

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_19821010_massimiliano_kolbe_it.html

MASSIMILIANO MARIA KOLBE (1894-1941) 10 AGOSTO

presbitero, martire, O.F.M. Conv.

Massimiliano Maria Kolbe nacque a Zdunska-Wola (Lodz) nella Polonia centrale, l’8 gennaio 1894, e fu battezzato lo stesso giorno col nome di Raimondo. La famiglia si trasferì poi a Pabianice dove Raimondo frequentò le scuole primarie, avvertì un misterioso invito della B. Vergine Maria ad amare generosamente Gesù e sentì i primi segni della vocazione religiosa e sacerdotale. Nel 1907 Raimondo venne accolto nel Seminario dei Frati Minori Conventuali di Leopoli, dove frequentò gli studi secondari e più chiaramente comprese che per corrispondere alla vocazione divina doveva consacrarsi a Dio nell’Ordine francescano. Il 4 settembre 1910 incominciò il noviziato col nome di fra Massimiliano, e il 5 settembre 1911 emise la professione semplice.
Per proseguire la sua formazione religiosa e sacerdotale fu trasferito a Roma, dove dimorò dal 1912 al 1919, presso il « Collegio Serafico Internazionale » dell’Ordine. Qui fra Massimiliano continuò ad assimilare quelle virtù religiose che già lo rivelavano un degno ed esemplare figlio di S. Francesco, e lo preparavano a diventare un autentico sacerdote di Cristo. Emise la professione solenne il 1° novembre 1914 col nome di Massimiliano Maria. Conseguì nel 1915 la laurea in filosofia, e nel 1919 quella in teologia. Ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 celebrava la Prima Messa nel giorno successivo nella Chiesa di S. Andrea delle Fratte, all’altare che ricorda l’Apparizione della Vergine Immacolata ad Alfonso Ratisbonne.
Una formazione spirituale soda e sicura aveva aperto lo spirito di fra Massimiliano ad una acuta penetrazione e profonda contemplazione del mistero di Cristo. Come i teologi francescani egli ama contemplare nel piano salvifico di Dio la Volontà del Padre il quale per mezzo del Figlio e nello Spirito Santo crea. santifica e salva un mondo in cui il Verbo Incarnato e Redentore costituisce il punto finale dell’amore di Dio che si comunica e il punto di convergenza dell’amore delle creature che a Dio si riferiscono; e nello stesso disegno di Dio ama contemplare la presenza di Maria Immacolata che sta al vertice della partecipazione e della collaborazione rispetto alla Incarnazione Redentrice e all’azione santificante dello Spirito. Si sentiva inoltre fortemente e responsabilmente inserito nella storia e nella vita della Chiesa, come in quella del suo Ordine Francescano; e ardeva del desiderio di operare alla edificazione e difesa del Regno di Dio, sotto il patrocinio di Maria Immacolata, e di impegnare i confratelli ad un rinnovato filiale e cavalleresco servizio alla Madre di Dio.
Questi sentimenti di fede e propositi di zelo, che Massimiliano sintetizza nel motto:  » Rinnovare ogni cosa in Cristo attraverso l’Immacolata « , stanno alla base della istituzione della  » Milizia di Maria Immacolata  » (M.I.), cui aveva dato statuto e vita il 16 ottobre 1917; come pure costituiscono il fermento che animerà tutta la vita spirituale e apostolica del P. Massimiliano, fino al suo martirio di carità.
Nel 1919 P. Massimiliano è di nuovo in Polonia dove, nonostante le difficoltà di una grave malattia che lo costringe a prolungate degenze nel sanatorio di Zakopane, si dedica con ardore all’esercizio del ministero sacerdotale e alla organizzazione della M.I. Nel 1919 a Cracovia ottiene il consenso dell’Arcivescovo a stampare la  » Pagella di iscrizione  » alla M.I. e può reclutare fra i fedeli i primi militi dell’Immacolata. Nel 1922 dà inizio alla pubblicazione di  » Rycerz Niepokalanej  » (Il Cavaliere dell’Immacolata), Rivista ufficiale della M.I.; mentre a Roma il Cardinale Vicario approva canonicamente la M.I. come  » Pia Unione « . In seguito la M.I. troverà adesioni sempre più numerose tra sacerdoti, religiosi e fedeli di molte nazioni, attratti dal programma del Movimento mariano e dalla fama di santità del fondatore.
In Polonia intanto P. Massimiliano ottiene di poter costituire nel Convento di Grodno un centro editoriale autonomo che gli consente di pubblicare con più proficua redazione e diffusione « Il Cavaliere  » per « portare l’Immacolata nelle case, affinché le anime avvicinandosi a Maria ricevano la grazia della conversione e della santità « .
È una esperienza di vita spirituale e apostolica che dura cinque anni e prepara la programmazione di un’altra. impresa. Nel 1927 P. Kolbe dà inizio alla costruzione, nei pressi di Varsavia, di un Convento-città, che chiamerà « NIEPOKALANÓW » (Città dell’Immacolata). Fin dagli inizi Niepokalanów assunse la fisionomia di una autentica  » Fraternità francescana  » per l’importanza primaria data alla preghiera, per la testimonianza di vita evangelica e la alacrità del lavoro apostolico. I frati, formati e guidati da P. Massimiliano vivono in conformità alla Regola di S. Francesco nello spirito della consacrazione all’Immacolata, e collaborano tutti nella attività editoriale e nell’uso di altri mezzi di comunicazione sociale per l’incremento del Regno di Cristo e la diffusione della devozione alla Beata Vergine. Ben presto Niepokalanów diventa perciò un importante e fecondo centro vocazionale che accoglie i sempre più numerosi aspiranti alla vita francescana nei suoi seminari, e un centro editoriale che pubblica in aumentata tiratura:  » Il Cavaliere « , altre riviste per giovani e ragazzi e altre opere di divulgazione e formazione cristiana.
Da Niepokalanów, come già da Roma, lo sguardo di P. Kolbe spazia sul mondo spinto dall’amore verso Cristo e Maria.  » Per l’Immacolata al cuore di Gesù, ecco la nostra parola d’ordine… e poiché la consacrazione di Niepokalanów è incondizionata, così essa non esclude l’ideale missionario… Non desideriamo infatti consacrare soltanto noi stessi all’Immacolata, ma vogliamo che tutte le anime del mondo si consacrino a Lei « . Nel 1930 P. Kolbe, missionario di Cristo e di Maria, parti per l’Estremo Oriente. Nel mese di aprile approdò in Giappone e raggiunse Nagasaki, dove, accolto benevolmente dal Vescovo, dono armena un mese era in grado di pubblicare in lingua giapponese  » Il Cavaliere dell’Immacolata « . Fu poi costruito sulle vendici del monte Hicosan alla periferia di Nagasaki un nuovo Convento-città che prese il nome di  » Mugenzai no Sono  » (Giardino dell’Immacolata), e in cui P. Kolbe organizzò e formò la nuova comunità francescana missionaria. sul tino di quella di Niepokalanów. I risultati si rivelarono presto assai confortanti. Si moltiplicavano conversioni e battesimi, e tra i giovani battezzati maturavano vocazioni religiose e sacerdotali, per cui anche Mugenzai no Sono divenne fecondo centro vocazionale e sede di un noviziato e di un seminario filosofico-teologico. L’attività editoriale arrivò a pubblicare  » Il Cavaliere « , con una tiratura di 50.000 copie e in una redazione perfezionata che il Vescovo di Nagasaki riconobbe corrispondente « alla mentalità dei Giapponesi fino a destare entusiasmo e favorevoli consensi, e fino ad arrivare a seminare nei cuori pagani l’ammirazione prima, e poi l’amore verso l’Immacolata, e a chiamarli e condurli alla vera fede ».
P. Kolbe, autentico apostolo di Maria, avrebbe voluto fondare altre  » Città dell’Immacolata  » in varie altre parti del mondo; ma nel 1936 dovette ritornare in Polonia per riprendere la guida di Niepokalanów, e per essere, secondo i disegni di Dio, testimone dell’amore di Cristo e di Maria di fronte al mondo nella terribile ora incombente.
Negli anni 1936-39 Niepokalanów raggiunse il massimo sviluppo della sua attività vocazionale ed editoriale. P. Kolbe, ricco delle nuove esperienze acquisite in Giappone, si dedica non solo a impartire una intensa formazione spirituale alle numerose vocazioni che continuamente affluiscono, ma anche a curare la efficiente organizzazione dell’apostolato stampa. Circa 800 frati, consacrati all’Immacolata sono intenti alla redazione, alla stampa e alla diffusione di libri, opuscoli e periodici tra i quali:  » Il Cavaliere « , con tiratura di 750.000 e talvolta 1.000.000 di copie, e il « Piccolo Giornale », che raggiunge le 130.000 copie nei giorni feriali e 250.000 copie nei giorni festivi. Nel frattempo il P. Massimiliano ha l’opportunità di dedicarsi anche a completare l’organizzazione della M.I. ormai diffusa nel mondo; ricorre nel 1937 il Ventennale di fondazione e il P. Kolbe lo commemora a Roma, dove nel mese di febbraio getta le basi per la creazione di una  » Direzione Generale M.I. « . Nel settembre del 1939 ha inizio la tragica serie delle prove di sangue che il P. Kolbe aveva in certo modo intravisto. Una folle ideologia antiumana e anticristiana spinge forze brutali a invadere la Polonia e perpetrare stragi e oppressioni inaudite; e la persecuzione si abbatte anche su Niepokalanów dove è rimasto solo un ridotto numero di frati. P. Massimiliano affronta la situazione con eroica fermezza e carità.
Egli accoglie nel convento profughi, feriti, deboli, affamati, scoraggiati, cristiani ed ebrei, ai quali offre ogni conforto spirituale e materiale. Il 19 di settembre la Polizia nazista procede alla deportazione del piccolo gruppo dei frati di Niepokalanów presso il campo di concentramento di Amtitz in Germania, dove il P. Massimiliano animò i fratelli a trasformare la prigione in una missione di testimonianza. Poterono tutti rientrare liberi a Niepokalanów nel mese di dicembre, e riprendere un certo ritmo di attività nonostante le devastazioni subite dai vari reparti.
La nuova autorità amministrativa imposta dal nazismo conosce assai bene la potenza spirituale cristiana che Niepokalanów rappresenta ed esercita in Polonia contro ogni forma di ingiustizia e di errore; e conosce inoltre le ferme intenzioni che animano i frati cavalieri di Maria Immacolata, perché ha sentito direttamente dal P. Kolbe questa dichiarazione:  » Siamo pronti a dare la vita per i nostri ideali « . La Gestapo però ricorrerà all’inganno per incriminare P. Massimiliano.
Arrestato il 17 febbraio 1941 P. Massimiliano fu rinchiuso nel carcere di Pawiak dove subì le prime torture dalle guardie naziste; e il 28 maggio fu trasferito al campo di concentramento di Oswiipcim, tristemente famoso. La presenza del P. Kolbe nei vari blocchi del campo della morte fu quella del sacerdote cattolico testimone della fede, pronto a dare la vita per gli altri, quella del religioso francescano testimone evangelico di carità e messaggero di pace e di bene per i fratelli, quella del cavaliere di Maria Immacolata che all’amore della Madre divina affida tutti gli uomini. Coinvolto nelle stesse sofferenze inflitte a tante vittime innocenti, egli prega e fa pregare, sopporta e perdona, illumina e fortifica nella fede, assolve peccatori e infonde speranza.
Era pronto al dono supremo cui aveva aspirato fin dagli anni giovanili dando alla sua carità questa dimensione evangelica: « Da te ipsum aliis = Amor »; lo compì con estremo slancio di amore quando liberamente si offrì a prendere il posto di un fratello prigioniero condannato insieme ad altri nove per ingiusta rappresaglia, a morire di fame. Nel bunker della morte il P. Massimiliano fece risuonare con la preghiera il canto della vita redenta che non muore, il canto dell’amore che è l’unica forza creatrice, il canto della vittoria promessa alla fede in Cristo.
Il 14 agosto 1941, vigilia della festa della Assunzione di Maria SS., la ferocia inumana e anticristiana stroncò la sua esistenza terrena con una iniezione di acido fenico. La Vergine Immacolata, che gli aveva offerto in vita la corona della santità lo attendeva in cielo per offrirgli quella della gloria.
La fama della vita santa e dell’eroica morte del P. Massimiliano Maria Kolbe si diffuse nel mondo, ovunque ammirata ed esaltata. Espletati dalla autorità della Chiesa i processi e gli esami canonici sulla eroicità delle virtù del Servo di Dio Massimiliano Maria e sui miracoli attribuiti alla sua intercessione, il Santo Padre Paolo VI lo proclamava Beato il 17 ottobre 1971.
Il 10 ottobre 1982 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo proclama Santo e Martire.

Publié dans:santi martiri |on 13 août, 2017 |Pas de commentaires »

Gesù cammina sulle acque

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Publié dans:immagini sacre |on 11 août, 2017 |Pas de commentaires »

13 AGOSTO 2017 | 19A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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13 AGOSTO 2017 | 19A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
Protagonista di questa domenica è l’apostolo Pietro. La tempesta sul lago rivela però la sua fede debole, incapace di fidarsi fino in fondo della parola del Signore Gesù.

La parola di Dio
1° Libro dei Re 19,9a.11-13a. Il profeta Elia, perseguitato dalla regina Gezabele, giunge al monte di Dio, l’Oreb. Il Signore gli si presenta nel mormorio di un vento leggero.
Romani 9,1-5. Nel brano di Paolo tutto l’amore dell’apostolo verso il suo popolo e tutto il dolore perché non è disposto ad accogliere Gesù. Eppure, dice Paolo, essi a pieno titolo sono inseriti nella storia della salvezza.
Matteo 14,22-33. Dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, Gesù si ritira in preghiera. Poi va incontro agli apostoli, che si agitano nelle acque del lago in tempesta. Pietro chiede di poterlo raggiungere, ma non ha abbastanza fede per stare a galla.

Riflettere
L’episodio segue la moltiplicazione dei pani. Gesù allontana la folla e invita gli apostoli a imbarcarsi. Poi si ritira tutto solo a pregare. Mentre Gesù è assente, il lago si agita e anche l’animo degli apostoli si fa burrascoso. È a questo punto che compare Gesù, che si avvicina camminando sulle onde.
Alla sua vista gli apostoli hanno la reazione più impensabile: lo prendono per un fantasma e si mettono a gridare per la paura. Quando Gesù li incoraggia, Pietro chiede quasi una prova per potersi fidare e domanda di poterlo raggiungere sulle acque. Ma per sentendosi andare a fondo perde la fiducia e si merita il rimprovero di Gesù: « Uomo di poca fede, perché hai dubitato? ».
L’episodio è simbolico e vuole rappresentare la chiesa che si trova nella condizione degli apostoli, come su una nave sballottata dalle onde.
A portare la calma è la parola di Gesù risorto. Anche dopo la risurrezione Gesù viene scambiato per un fantasma, anche di fronte a lui essi hanno dubitato: « Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: « Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho »" (Lc 24,37-39).
Pietro è al centro dell’episodio, sia per la posizione che ha sempre avuto durante la vita pubblica di Gesù, sia per quella che avrà nella chiesa primitiva e nella storia. Una fede piccola quella di Pietro, una fede ancora bisognosa di fermezza, e che cresce nel dubbio e nella fatica.
Nel racconto di Elia, l’audacia del profeta, che sfida i 400 sacerdoti di Baal. Vince la sfida, ma la lotta rimane aperta e, braccato dalla collera di Gezabele, è costretto a mettersi in salvo. Giunto a fatica all’Oreb, scopre il vero volto di Dio, che si rivela nel soffio di un vento leggero.
Nell’esperienza di Pietro e degli apostoli, come in quella di Elia, la sensazione di sentirsi lasciati a se stessi, abbandonati anche da Dio. Un Dio che si rivela e non si rivela, che può assumere l’apparenza di un fantasma o presentarsi in un soffio leggero e non travolgente e che sembra lasciarti nella tua debolezza. Ancora una volta comprendiamo che l’esperienza cristiana è destinata a persone coraggiose,m che sanno mettersi incondizionatamente nelle mani di Dio e accettare, pur indifesi, le sfide della vita e della testimonianza.

Attualizzare
L’episodio evangelico è fortemente simbolico e, contrariamente al solito, afferma in forma esplicita la volontà dell’evangelista di dichiarare la sovranità di Gesù, pari a quella di Iahvè, signore delle acque.
Pietro, incoraggiato dalla parola del Maestro, chiede di seguirlo, ma non ce la fa. La sua fede si fa « ragionevole » e si aggrappa alla logica del realismo, più che alla cieca fiducia in chi lo precede sull’acqua.
Come dicevamo, l’episodio è simbolico. Pietro è al centro delle attenzioni della comunità cristiana. Le note biografiche su di lui nei vangeli sono molto più abbondanti che per qualsiasi altro. E più volte si rivela intraprendente, il primo a prendere posizione su Gesù.
Nello stesso tempo Pietro fa fatica a schierarsi fino in fondo, e durante la passione di Gesù affermerà tre volte di non conoscerlo, di non essere un suo discepolo.
Agli inizi della chiesa, Paolo lo rimprovera proprio per la sua ambiguità (cf Gal 2,6-14). È Pietro che si è aperto per primo ai pagani, ma teme di rendere pubblica e ufficiale la sua iniziativa.
Così è nell’episodio che abbiamo appena ascoltato. Da una parte l’audacia e l’intraprendenza, alla limite della temerarietà. Dall’altra l’indecisione, la debolezza, i condizionamenti.
Sarà così nella chiesa di tutti i secoli. Per il successore di Pietro e per i singoli cristiani. Di fronte alla possibilità di gesti coraggiosi, che ci rendono più simili al Maestro, dopo un momento di slancio prevale la prudenza, il realismo piatto di chi ha paura di rischiare troppo, la scelta di comportamenti più ragionevoli, mentre la parola di Gesù ci inviterebbe a non fermarci, a proseguire con audacia, ad avere una fede più ferma.
L’episodio è figura della chiesa, piccola barca tra le tempeste del mondo. E Pietro, che pure la guida, non ci vede chiaro, chiede un segno, sta per affondare, perché la sua fede è troppo piccola.
Ma questa è la chiesa. Gesù è sul monte che prega per noi, che siamo come una barchetta affidata alle onde in tempesta e pieni di paura.
Nella nostra vita ci sono dei momenti in cui sembra che tutto ci crolli addosso: la perdita del posto di lavoro, una grave malattia, la scomparsa di una persona amata… Quello che era il mare calmo si fa tempesta.
Ci rivolgiamo a Dio, ci aggrappiamo a lui come all’ultima speranza. Ci facciamo delle domande: « Perché? È da Dio che viene questa prova? ». Vorremmo anche noi chiedere: « Se sei veramente tu, perché non risolvi in un colpo solo i miei problemi? ». Ma non succede nulla.
Gesù il più delle volte non compie il miracolo. Ci chiede invece di avere una fede più grande, che ci farà vedere la nostra situazione con occhi nuovi. Ci darà però la mano che ci sorreggerà mentre camminiamo sulle acque in tempesta.
Scrive l’eroico pastore battista inglese John Bunyan (1628-1688), facendo parlare Gesù: « Seguire me non è come seguire altri maestri. Il vento mi sbatte sempre contro il viso, e per questo la rabbia spumeggiante del mare di questo mondo, e le sue onde orgogliose e altere percuotono continuamente i fianchi della barca o della nave nella quale ci troviamo io, la mia causa e i miei seguaci; chi pertanto non vuole correre pericoli, o ha paura di rischiare di annegare, non metta piede in questo vascello ».

Il mondo è come il mare
Il vangelo racconta che Cristo Signore camminò sulle acque e che l’apostolo Pietro nel camminare sulle acque ebbe paura: diffidando, affondava; ma quando ebbe ritrovato la fede, riemerse. Riflettiamo al comportamento di Pietro, che in quella occasione era figura di tutti noi: ora si fida, ora dubita, ora si ritiene immortale, ora ha paura di morire. Quando ebbe fiducia nel Signore, ricevette forza da lui. Quando come uomo ebbe paura, si rivolse nuovamente al Signore, e questi, porgendogli il sostegno del suo braccio destro, lo afferrò mentre affondava, rimproverandolo per la sua diffidenza: « Uomo di poca fede! » (Mt 14,31). Il mondo è come il mare: vento violento, tempesta furiosa. Per ognuno di noi le passioni sono come la tempesta. Se ami Dio, cammini sul mare e il furore del mondo è sotto i tuoi piedi. Se ami il mondo, questo ti travolgerà: esso infatti sa divorare coloro che lo amano, non sostenerli. Ma quando il tuo cuore è agitato dalla passione, per vincerla invoca il Figlio di Dio. E se il tuo piede vacilla e hai dei dubbi, se non riesci a superare la difficoltà, se cominci ad affondare, grida: « Signore, salvami! » (sant’Agostino).

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

San Lorenzo

la mia eit - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 9 août, 2017 |Pas de commentaires »

SAN LORENZO – 10 AGOSTO DIACONO E MARTIRE – PATRONATO: CITTÀ DI ROMA

http://liturgia.silvestrini.org/santo/240.html

SAN LORENZO – 10 AGOSTO DIACONO E MARTIRE – PATRONATO: CITTÀ DI ROMA

(scusate a Roma fa molto caldo e non riesco a fare di più)

BIOGRAFIA

Morto nel 258. La « Passione di san Lorenzo » fu scritta almeno un secolo dopo la sua morte, e di conseguenza non è attendibile. Essa afferma che san Lorenzo, uno dei diaconi di Sisto II, fu messo a morte tre giorni dopo il martirio del papa venendo arrostito su una graticola; la maggioranza degli studiosi moderni sostiene invece che fu decapitato come Sisto II. Lorenzo è però sempre stato tra i più celebri fra i numerosi martiri romani, sia in Oriente che in Occidente. Il suo martirio deve avere prodotto una profonda impressione nei cristiani romani; la sua morte, dice Prudenzio, fu la morte dell’idolatria a Roma, perché da allora essa cominciò a scomparire. Lorenzo fu sepolto sulla Via Tiburtina nel « Campus Veranus » dove sorge la omonima basilica.

MARTIROLOGIO
Festa di san Lorenzo, diacono e martire, che, desideroso, come riferisce san Leone Magno, di condividere la sorte di papa Sisto anche nel martirio, avuto l’odine di consegnare i tesori della Chiesa, mostrò al tiranno, prendendosene gioco, i poveri, che aveva nutrito e sfamato con dei beni elemosinati. Tre giorni dopo vinse le fiamme per la fede in Cristo e in onore del suo trionfo migrarono in cielo anche gli strumenti del martirio. IL suo corpo fu deposto a Roma nel cimitero del Verano, poi insignito del suo nome.

DAGLI SCRITTI…
Beato Angelico, San Lorenzo consacrato diacono da san Sisto II, affresco nella Cappella Niccolina in Vaticano, 1447-50.
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Fu ministro del sangue di Cristo
Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambio quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliarli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si é inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento! Cristo si é umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si é fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).(Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397).

Publié dans:San Lorenzo |on 9 août, 2017 |Pas de commentaires »
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