25 GIUGNO 2017 | 12A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

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25 GIUGNO 2017 | 12A DOMENICA T. ORDINARIO – A | OMELIA

Per cominciare
« Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio », dice Gesù. Gesù parla agli apostoli e ai missionari e li incoraggia a non essere deboli e timorosi nella loro testimonianza, riponendo la propria sicurezza in Dio.

La parola di Dio
Geremia 20,10-13. Geremia è stato profeta in un periodo difficile della storia di Israele. Ha conosciuto persecuzione, carcere duro e morte in esilio. È un modello per chi non deve arrendersi nell’annunciare la parola di Dio.
Romani 5,12-15. Paolo afferma che come il peccato e la morte sono entrati nel mondo a causa del primo uomo, la salvezza è venuta da Gesù, l’uomo nuovo: una salvezza ben più significativa, avendo dato inizio a una nuova umanità.
Matteo 10,26-33. Continua la lettura del capitolo decimo di Matteo. Chi annuncia il vangelo, dice Gesù, lo deve fare con grande slancio e senza temere le difficoltà, i contrasti e la stessa persecuzione.

Riflettere
Geremia ha profetato tra il 626 a.C. e il 587. Soprattutto negli ultimi vent’anni è stato coinvolto con la storia del suo popolo, che subì due deportazioni per opera di Nabuccodonor, re di Babilonia: la prima nel 597, la seconda nel 587, con la distruzione della città, del tempio, della deportazione dei superstiti e dello stesso re Sedecia.
Sin dal 605 Nabuccodonosor governa sulla Palestina e Geremia invita la popolazione ad accettare questa sottomissione in attesa di tempi migliori, immaginando e minacciando, a nome di Dio, le tragiche conseguenze di una ribellione. Come avverrà.
Geremia fa il profeta quasi contro voglia: « Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me.… » (20,7).
Geremia veniva accusato di scoraggiare la gente e i soldati, fu gettato in una cisterna e poi fu anche lui deportato e probabilmente morì in Egitto.
L’esperienza della coraggiosa e contrastata predicazione di Geremia, si collega al capitolo 10 di Matteo, dove Gesù, scelti i dodici apostoli, li manda in missione, lasciando però ad essi alcune avvertenze, che dovranno caratterizzare il loro comportamento, ma anche l’incoraggiamento a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e ai contrasti a cui andranno incontro.
Gesù in poche battute ripete per tre volte l’invito a « non avere paura ». « Non abbiate paura degli uomini », dice. Parole che sanno di incoraggiamento, di consolazione, di sicurezza. Parole amiche, di chi prevede per i suoi seguaci tempi duri e vuole infondere coraggio. Parole che sanno di realismo, perché è inevitabile che chi segue lui vada incontro alla croce e alla persecuzione.
Parole accompagnate da alcuni passaggi forti, per far capire chi è che dà la forza di superare la paura: « Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo… » (Mt 10,28). Parole che intendono infondere coraggio e spingere gli apostoli a buttarsi senza riserve nella missione, sapendo di avere Dio dalla loro parte. Nel parallelo passo di Luca si legge: « Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il regno » (Lc 12,32).
La preoccupazione, la paura, può sorgere proprio dall’inadeguatezza e dalla sproporzione delle forze in campo di fronte alla costruzione del regno, e ai poteri forti che potrebbero contrastarle, ma Gesù assicura quel piccolo manipolo di persone che potranno sempre contare su un Padre che si curerà di loro, soprattutto nel momento della difficoltà. L’importante è che, più che ricercare di accrescere la loro forza nelle risorse umane, non perdano la fede in Dio.
« Nessun passero cade a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati » (Mt 10,30-31). È questa la certezza che l’ultima parola la dirà colui che ci manda ad annunciare agli altri la sua parola. Anche gli esseri più piccoli, i passeri, e la cosa più insignificante, i nostri capelli, sono nelle mani del Padre, che se ne prende cura.
« Quello che io vi dico nelle tenebre, voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze » (Mt 10, 27), dice Gesù, che chiede agli apostoli un entusiasmo che non ammette timidezze. Chi si mette al suo seguito deve essere mosso da forti convinzioni, dal bisogno di gridare a tutti la gioia e le convinzioni che si porta dentro.
È un parlare che fa pensare inoltre alla capacità di presentare quel che ha detto Gesù non solo in modo aperto e pubblico, senza complessi di inferiorità o « rispetto umano », ma anche facendo uso, diremmo oggi, di tutti quegli strumenti nuovi (tecnologici) che possano rendere più trasparente il messaggio.
« Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32). Non dimentichiamo che Gesù queste parole le dice a uomini che lo abbandoneranno nel momento del pericolo, che diranno di non conoscerlo, per paura della persecuzione.

Attualizzare
Si direbbe che la persecuzione sia parte integrante dell’annuncio del vangelo. Gesù avvisa i suoi sin dall’inizio. Li ha appena scelti e li manda in missione. Ma li mette immediatamente in guardia. Li rende consapevoli che le sue parole non giungeranno a gente disposta a riceverle, ma, proprio perché si tratta di parole liberanti, quindi spesso provocatorie e alternative, sono destinate a non essere immediatamente e facilmente accolte, anzi rifiutate, contrastate, impedite.
Gli Atti degli apostoli ci raccontano che la persecuzione ha accompagnato la chiesa sin dai primi decenni. L’apostolo Giacomo, il diacono Stefano, Pietro e Giovanni hanno sperimentato con il carcere e la vita che la messa in guardia di Gesù non era tanto per dire. Ci sarà sempre chi si difenderà con ogni mezzo alla novità del vangelo, chi non vorrà abbandonare le proprie concezioni di vita e tradizioni.
La storia della chiesa rivela, sin dagli inizi, due movimenti in parallelo. Da una parte la straordinaria audacia e infaticabilità dei primi cristiani e dall’altra la persecuzione, i contrasti. Curiosa però questa intolleranza verso i cristiani, fino a diventare in ogni tempo autentica persecuzione, carcere, martirio. Perché ci si difende dai cristiani, perché danno fastidio e vengono perseguitati o derisi, emarginati? Perché chi è al potere teme coloro che parlano solo di amore, di fraternità, di giustizia?
Ma è stato così in ogni epoca, soprattutto quando il vento dello Spirito ha soffiato più forte e le istituzioni si sono sentite minacciate. Anche oggi in molte nazioni i cristiani subiscono persecuzione, carcere, emarginazione. Sono oltre un centinaio all’anno i missionari che vengono assassinati.
Ma anche nei paesi della democrazia avanzata e del benessere, il cristianesimo conosce l’emarginazione e chi si dichiara cristiano è talvolta oggetto di irrisione e di indifferenza. Molti si vergognano di dirsi cristiani, non si fanno riconoscere, temono di apparire poco moderni, poco aperti, troppo ossequienti ai preti e alla chiesa. Si mimetizzano per evitare disagi, opposizioni, contrapposizioni.
L’impressione è che se le chiese nei giorni di festa sono ancora abbastanza frequentate, si tratta sovente di un cristianesimo vissuto per abitudine. La vita reale sembra rimanere fuori e ogni cristiano vive i propri valori in solitudine, tra l’indifferenza dei più.
I cristiani nella nostra società non appaiono protagonisti e non sono per lo più persone di rottura. Molte battaglie condotte dai vertici sembrano dettate dalla paura di scomparire, lasciano i cristiani indifferenti, mentre il profumo delle verità evangeliche non si diffonde nei media moderni e non riesce a farsi strada, a raggiungere chi è vittima di un pensare comune piatto e scontato.
Il vero cristianesimo dovrebbe modificare profondamente la società e investire i rapporti umani. Il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha scritto qualche tempo fa ai suoi diocesani invitandoli al « rispetto e alla gentilezza, che aiutano a umanizzare il territorio: a fare un piacere gratuito, a dare volentieri la precedenza o a cedere un posto, a coltivare sentimenti di fiducia più che di diffidenza…. ». E di fronte al grave problema della casa, ha esortato: « Oso rivolgermi anzitutto alle comunità parrocchiali, agli istituti religiosi, alle realtà del mondo cattolico e alle famiglie che possiedono diverse unità abitative disponibili, perché si offrano a condividere almeno parte delle rispettive proprietà, dandole in locazione a prezzi accessibili ».
La parola di Dio ci invita a ricuperare il coraggio della testimonianza. Ispirandoci alla tenacia di Geremia, a quella degli apostoli, di Paolo. « Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato » (At 4,20), dicono Pietro e Giovanni davanti al tribunale ebraico per giustificare la loro condotta. Chi ha conosciuto il messaggio di Dio non può tenerlo per sé. È lo Spirito che spinge a rendere partecipi anche altri della propria gioia per il dono della vita nuova ricevuta.
Ricordiamo ciò che ha detto ai giovani Giovanni Paolo II a Tor Vergata: « Se sarete quello che dovete essere, metterete il fuoco in tutto il mondo ». A volte si è troppo timidi, quando qualcuno ti canzona o magari ti bestemmia in faccia per provocarti. Mentre i cristiani non temono il confronto e accettano la sfida, sanno rendere ragione delle proprie convinzioni e della propria felicità. Rifiutano il ghetto, non si staccano dalla vita, sanno di costruire la storia.

La fede difficile dei giovani
« Voglio esprimere il mio disagio », dice Cesare, un ragazzo di 16 anni di Vicenza: « Nel mio ambiente, tra gli amici e i compagni di scuola, sono tra i pochi della mia età ad avere il coraggio di definirmi cristiano. E per questo sono spesso offeso e deriso… ». Ha scritto alla rivista Dimensioni Nuove e altri giovani come lui gli hanno risposto che essere cristiani era difficile 2000 anni fa e lo è ancora oggi. Che dirsi cristiani non è cosa da poco, perché non si tratta solo di pronunciare una frase o partecipare a una messa: essere cristiani può significare avere il coraggio di restare in pochi. Ed è esattamente questo che dice Gesù quando chiede ai suoi discepoli di non avere paura, di rendergli aperta testimonianza, di non nascondersi, anzi di sbandierare la propria identità senza complessi.

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

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