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San Paolo Apostolo

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Publié dans:immagini sacre |on 5 juin, 2017 |Pas de commentaires »

LA SPIRITUALITÀ DEL DESERTO – PER DIVENTARE UOMINI DI PROFONDA INTERIORITÀ

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LA SPIRITUALITÀ DEL DESERTO – PER DIVENTARE UOMINI DI PROFONDA INTERIORITÀ

APPROFONDIMENTI

Nella spiritualità cristiana il deserto è il simbolo del rapporto intimo e particolare con Dio, il luogo dove Dio conduce per tessere un nuovo inizio, caratterizzato da un legame interiore, forte, come un segno indelebile che determina una vita rinnovata perché alla Sua presenza, in Sua compagnia. Nella sua spiritualità Giaquinta ha messo a fuoco, nell’alveo della spiritualità del deserto, l’esperienza dell’alleanza, riletta come il punto della storia della salvezza nel quale prende forma concreta la relazione tra Dio e l’uomo come legame d’amore. Un legame interiore i cui frutti si irradiano nella Chiesa e nel mondo.
Alle origini del deserto
Quando penso al deserto, la prima immagine che mi viene in mente è una distesa di sabbia infuocata, i cui confini si perdono all’orizzonte.
Nel deserto è facile perdersi, non ci sono strade, non ci sono punti di riferimento.
Solo sabbia, sole, calore, silenzio.
Chi si avventura nel deserto si inoltra in un percorso difficile, pericoloso, rischia di perdersi o di mettere a repentaglio la sua vita.
Nella Bibbia il deserto evoca un luogo da evitare, perché abitato da bestie feroci, da briganti, un luogo dove non ci sono punti di riferimento fissi, ma sempre in movimento; è il luogo senza parola, come dice il significato del termine in ebraico. E Dio, nella sua sapienza fantasiosa e geniale, ha saputo trasformare questo luogo terribile in un simbolo di salvezza, anzi nell’esperienza intima, mistica, profonda dell’amore, della provvidenza, della tenerezza di Dio per l’uomo.
Solo Dio poteva compiere questo miracolo, necessario per far capire che veramente Lui è più forte della morte e dove arriva la sua Parola accade l’impossibile, il deserto fiorisce come un giardino, il silenzio lascia il posto alla voce dello Spirito che porta vita nuova lì dove c’era solo vuoto, buio, desolazione.
La storia della vita comincia nel deserto. Il libro della Genesi si apre descrivendo così cosa c’è prima della creazione: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. E Dio disse…” (Gen 1, 2).
All’inizio della storia del mondo, Dio fissa quasi un imprinting nella creazione stessa: c’è la realtà, oscura, vuota e tenebrosa, di un deserto informe, ma quando Dio pronuncia la sua parola ogni cosa prende vita, forma, colore, è la presenza di Dio che fa la differenza trasformando un luogo ostile in esperienza di grazia, di incontro con la vita.
Nel deserto si rifugiano i profeti, in fuga da chi li perseguita, stanchi della loro missione; così succede al profeta Elia, in fuga dalla furia della regina Gezabele, che si inoltra nel deserto desideroso di morire. E in quel deserto è straordinariamente raggiunto da Dio che lo nutre, gli ridà vigore e lo conduce fino all’Oreb, dove si rivela nel sussurro di una brezza leggera, per consegnargli rinnovata la sua missione profetica.
Nel deserto l’alleanza: il segno della speranza
Ma il deserto è il luogo del grande cammino del popolo di Israele dall’Egitto alla terra promessa. Per Israele il deserto è più che un luogo di transito, è il simbolo di un cammino speciale, del cammino che determina e caratterizza il rapporto con il suo Signore. Israele si inoltra nel deserto non di sua iniziativa, ma per uno specifico invito di Dio, dietro una promessa precisa: “Ti condurrò in una terra dove scorre latte e miele, dove sarai libero ed io sarò il tuo dio e tu sarai il mio popolo”. La promessa è quella di un legame intimo e indissolubile che prendere il nome di alleanza, un legame che dà una nuova prospettiva e un nuovo orientamento.
La spiritualità del deserto è spiritualità dell’alleanza. I segni più profondi e incisivi che il Signore compie nell’Esodo avvengono all’inizio del percorso, non a conclusione. Prima di partire dall’Egitto, il Signore fa celebrare la Pasqua, anticipazione del passaggio, della liberazione che presto il popolo sperimenterà. Anche l’alleanza sul Sinai avviene durante il cammino, non è il termine, e ne segna il ritmo: da quel momento il popolo ha nella Legge scritta da Dio lo spartito sul quale modulare la vita.
Ma non basta, non è ancora sufficiente, il popolo tradisce quel patto, rivela tutta la sua fragilità. Il seme gettato nel deserto da Dio stesso non rimane senza frutto, è un seme di speranza, è una promessa di un compimento che giungerà al momento opportuno.
“Il popolo di Israele non riesce a seguire il ritmo dell’amore. Dopo i tanti fallimenti Dio stabilisce allora una economia e una alleanza differenti: scende dentro l’uomo, fa in modo che l’uomo non veda più l’alleanza come una realtà esterna, ma come un qualcosa che sta in lui, al di dentro. Non si tratta di osservare semplicemente una legge, ma di fare una esperienza; l’alleanza diventa esperienza di vita”(G. Giaquinta, L’alleanza, 61).
Nel cuore del deserto nasce la speranza, attraverso una parola nuova che Dio dice all’uomo: “Scriverò la mia legge nel tuo cuore, anzi ti darò un cuore nuovo, un cuore di carne al posto del cuore di pietra, un cuore capace di contenere il mio spirito”.
Una speranza per l’umanità
Per Giaquinta ogni uomo è chiamato a realizzare la sua alleanza con Dio, a dire il suo sì pieno, totale, definitivo. E sebbene questo patto sia personale, interiore, è destinato a irradiarsi sul resto dell’umanità, perché è l’alleanza portata a compimento da Cristo, il quale “spalanca le porte, apre a tutta l’umanità, con una universalità che crea nell’umanità uno stato di speranza…
Cristo presente nella storia, nella storia personale di ciascuno, nella mia storia, nella mia vita, Lui che mi inserisce nella sua vita. Ciascuno deve poter dire: io sono un trasformato, un chiamato da Cristo, io devo stringere, o rinnovare, con Cristo la mia alleanza, assumere nella mia vita la legge che Lui mi detta, cioè quello che Egli vuole io viva. È un problema personale, certamente, ma anche comunitario.
[…] Accettare e vivere veramente una simile impostazione significa diventare capaci di rivoluzionare la propria vita personale e comunitaria. Non è possibile rimanere nel quieto vivere. Il Signore ha chiamato ogni battezzato a vivere in lui, alla sua presenza. Egli, che è presente in noi, ci ha dato la sua legge, e la rinnova continuamente come rinnova il nostro patto con lui” (G. Giaquinta, L’alleanza, 121).
L’alleanza è il sigillo che Dio pone sul cuore dell’uomo, è la chiamata alla sua santità, a vivere in profonda relazione con Lui e trarre da questo legame interiore, anzi da questa presenza intima la capacità di guardare con occhi nuovi il deserto e scoprire in esso semi di speranza da raccogliere, custodire, coltivare, affinché germoglino frutti buoni per tutti. Così come l’alleanza ha sempre questa duplice dimensione personale e comunitaria, il santo ha lo sguardo penetrante, reso tale dallo Spirito. Così Giaquinta sintetizza la missione del santo di oggi: “Quale dunque il santo di oggi? In primo luogo un uomo aperto, che abbia la capacità di cogliere il pullulare di bene, di ansie, di attese, di speranze, che sappia cogliere nei movimenti che attorno nascono, fioriscono e forse muoiono, la voce implorante dello Spirito, una creatura, cioè, aperta a tutte le suggestioni dello Spirito. Non è possibile rinchiudersi nei vari schematismi, ma è necessario avere l’ampiezza del cuore di Cristo e di Paolo nella piena fedeltà alla Chiesa, ma con l’ampiezza della chiesa stessa. Il santo moderno, quindi, deve avere un senso di ampiezza e di percezione dei valori positivi anche tra le realtà negative con il senso di ottimismo che nasce appunto dalla certezza che è lo Spirito che agisce, non dimenticando che anche la maturazione del mondo verso alcuni ideali, cui si è già accennato prima, è opera dello Spirito: è lo Spirito che agisce nel mondo, senza che questo ne abbia la percezione, spingendolo verso Cristo. Di qui la necessità di saper valorizzare gli aspetti positivi di un mondo che resiste allo Spirito”. (G. Giaquinta, La santità, 51)
Queste parole sono state dette quasi quaranta anni fa: eppure conservano intatta la loro carica programmatica. Oggi viviamo immersi in tanti deserti, nei quali i semi di speranza sono ben nascosti; eppure non occorre essere santi per aguzzare la vista e accorgersi di quel pullulare di bene, di ansie, di attese… sarebbe già un primo passo, un ottimo esercizio per trasformare qualche angolo di deserto da luogo inospitale e ostile a giardino di vita.
Ma Giaquinta ci ricorda che il santo, colui che ha accolto nella sua vita l’alleanza con il Signore quale legame intimo d’amore con Lui, sa riconoscere Colui che ha messo il seme della speranza nel deserto, vede il bene come seme gettato dallo Spirito nel cuore dell’uomo, nel cuore del mondo, nel cuore della società. E questo fa la differenza. Perché se il seme della speranza è un frutto spontaneo dura quanto la volubilità umana.
Ma se è dono dello Spirito, allora la sua opera sarà certamente portata a compimento. E, cosa ancora più straordinaria, il mondo ha degli aspetti positivi che vengono da una presenza e da un’azione dello Spirito, sebbene ci sia nel mondo stesso una resistenza allo Spirito; motivo in più per cui è necessaria una azione di animazione e di mediazione da parte del santo che agisce all’interno del mondo per aiutarne il cammino e lo sviluppo seguendo l’azione dello Spirito.
Fame e sete
Uno dei paradossi del nostro tempo è la mancanza di equilibrio tra vita interiore e vita esteriore: sembra che esista solo la seconda e la prima è diventata sempre più sottile, povera, vuota. È questo il vuoto da riempire con l’amorevole compagnia di chi ripete l’annuncio del profeta: “Ecco, germoglia qualcosa di nuovo… non te ne accorgi?”.
Alcuni giorni fa ho letto questo passo del libro del profeta Amos: “Ecco verranno giorni, oracolo del Signore, in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore” (Am 8, 11). Mi sono sembrate parole molto adatte per il nostro tempo, in cui c’è tanta fame e sete di affetti, di relazioni sincere, di persone dedite al servizio del bene comune in maniera disinteressata; c’è fame di rispetto, di accoglienza, di compagnia. E in tutto questo deserto, occorre far risuonare la Parola, farla risuonare con una testimonianza di vita. Non occorre una testimonianza ineccepibile, perfetta e impeccabile, ma il sorriso, la parola, lo sguardo, i gesti di chi dice, anche senza parlare, di aver incontrato Cristo e di essersi accorto che la vita da quell’incontro è stata trasformata.
Cristina Parasiliti Oblata Apostolica, Associata del Movimento Pro Sanctitate

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