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Il Buon Pastore

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Publié dans:immagini sacre |on 6 mai, 2017 |Pas de commentaires »

7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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7 MAGGIO 2017 | 4A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Io sono il Buon Pastore

Per cominciare
Oggi, domenica del Buon Pastore, è la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Il sacerdozio è un grande dono di Gesù. Cristo Risorto si è mostrato visibilmente, ma ha poi inviato i suoi apostoli, e ha dato loro pieni poteri: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ». Ha fatto di ogni prete un altro se stesso, ha detto a loro di continuare la sua opera di evangelizzazione.

La parola di Dio
Atti 2,14a.36-41.
Il giorno di Pentecoste Pietro incomincia a fare « il pescatore di uomini ». È come sempre un uomo pronto ed entusiasta, ma adesso si mette con il suo temperamento a servizio della predicazione e della testimonianza del nome di Gesù.
1 Pietro 2,20b-25.
Pietro parla ormai ai cristiani della chiesa costituita, li invita a imitare Cristo, ad accoglierlo come Pastore. È l’inizio del suo magistero, del suo ministero. « Eravate erranti come pecore senza pastore… », ora siete una comunità.
Giovanni 10,1-10.
Gesù usa la metafora del buon pastore e parla di un rapporto vivo, efficacissimo tra il pastore e le sue pecore. Parole che indicano il desiderio di avere con ciascuno di noi un’amicizia personale e intima.

Riflettere
Il brano degli Atti degli apostoli presenta il secondo dei numerosi discorsi che Luca inserisce nelle vicende della chiesa delle origini, che sono destinati a spiegare a chi legge ciò che sta avvenendo.
Pietro il giorno di Pentecoste spiega a chi li prende per ubriachi il senso di ciò che è avvenuto, il vento impetuoso, il fragore, le lingue di fuoco e il parlare in lingue. Dimostrando di conoscere bene le scritture, cita alcuni passaggi dell’antico testamento che sarebbero inspiegabili, senza la risurrezione di Gesù.
Investito dallo Spirito, accusa poi gli ebrei di aver crocifisso Gesù. Alle sue parole la gente si sente trafiggere il cuore, si apre al pentimento e riceve il battesimo. Sono migliaia, il primo nucleo del nuovo Israele.
Il vangelo di Giovanni ci presenta un Gesù inesauribile nel dichiarare il rapporto di amore e di alleanza che vuole avere con ciascuno di noi: qui si paragona al pastore, che a quel tempo aveva un legame strettissimo con le sue pecore. Il pastore conosce e ama le sue pecore a una a una, cammina con loro. Ed esse riconoscono la sua voce, lo seguono, si fidano di lui.
« Io sono la porta delle pecore », dice Gesù. E fa riferimento alla porta che si trova nel lato nord-est del muro, non lontano dal tempio di Gerusalemme. È davanti al tempio e a quella che era chiamata la « Porta delle Pecore », presso l’attuale Piscina Probatica o « delle pecore » che Gesù, ha detto con solennità: « Io sono il buon pastore… Io sono la porta delle pecore ».
Gesù si presenta in questo modo nella figura del vero pastore del popolo di Dio. Gesù, come Iahvè (ricordiamo il celebre Salmo 23: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome…). Ma qui Gesù si definisce in qualche modo anche « la porta del tempio », cioè la porta che conduce al luogo che rappresenta il cuore della religiosità degli ebrei.
Gesù si contrappone ai farisei. Essi cacciano dalla sinagoga quelli che credono in Gesù (cf « il cieco nato »). Egli afferma al contrario in modo assoluto (« Io sono ») che lui è autorizzato a essere la porta che conduce alla salvezza: « Se uno entra attraverso me sarà salvo ».
Essi invece non amano le pecore, non le conoscono, non le liberano, non sono al loro servizio, ma impongono su di loro pesi smisurati. Ma le pecore non ascoltano questi falsi pastori, non li seguono.
« Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza ». Attraverso la « Porta delle Pecore » entravano le pecore che venivano sacrificate nel tempio. Ma Gesù non solo non uccide le sue pecore, ma dà la vita per loro.
Attenzione ai verbi che vengono usati da Giovanni in questo brano: « entrare », « ascoltare », « condurre », « seguire », « conoscere »: tutti richiamano un rapporto speciale del pastore con le pecore, e, fuori metafora, del cristiano con Gesù.

Attualizzare
La prima considerazione e la prima domanda che dobbiamo farci quest’oggi è questa: piaccia o non piaccia, ognuno di noi segue dei modelli e si lascia influenzare nelle sue scelte da qualcuno, da qualcosa. Chi influisce di più nei nostri orientamenti di vita? È Cristo il nostro riferimento, il nostro pastore?
« Io sono la porta », dice di sé Gesù. Legando questa immagine meno consueta a quella del buon pastore. « Porta » indica libertà, possibilità di fuga e di ritorno; indica anche passaggio, dialogo, comunicazione.
In questo ultimo senso, è un’immagine dai significati attualissimi. Perché la nostra è l’epoca dei cellulari e della comunicazione (« Ovunque c’è un occhio. Ovunque c’è un obiettivo », scrive Milan Kundera, sottolineando anche i rischi degli eccessi e dell’invadenza), ma è anche l’epoca delle divisioni nette, delle incomprensioni, dell’innalzamento di nuovi muri, soprattutto simbolici. Bella invece l’immagine della porta, perché dice « lasciar passare », superare barriere, accogliere.
Questa è la domenica mondiale dedicata alla preghiera per le vocazioni. Secolarizzazione, edonismo, riduzione delle nascite, indisponibilità ad assumere impegni a lungo termine… sono alcune delle cause dell’attuale crisi delle vocazioni. « Mancano atteggiamenti di fondo in grado di dar vita a un’autentica cultura vocazionale » (Giovanni Paolo II).
In realtà ogni vita è vocazione e il primo « sì » a Dio lo diciamo accogliendo la vita, rispondendo alla chiamata di accettarci e di realizzarci secondo i piani che Dio ha sulla nostra vita.
Oggi ci sono tante forme di rifiuto della vita. E c’è anche chi è incapace di dire « grazie » per il dono della vita.
In questo clima è normale che non ci si senta di assumere impegni duraturi e impegnativi, sia di tipo matrimoniale che a servizio diretto della chiesa.
Ma la mancanza di vocazioni sacerdotali è un problema serissimo per le comunità cristiane. « Lasciate una parrocchia vent’anni senza prete e vedrete che si adoreranno le bestie », pare abbia detto il santo Curato d’Ars con un assoluto e tragico realismo, di cui tutti dovremmo farci carico.
Sono i sacerdoti a garantire l’eucaristia e la riconciliazione, che costruiscono la vita dei credenti e della comunità cristiana.

Il vero pastore nel sogno di Giovanni Paolo II
« Degli otto viaggi di Giovanni Paolo II in Africa, ricordo soprattutto il racconto di un sogno », ricordava il giornalista di Avvenire Silvano Stracca. Lo aveva narrato a Kaduna, in Nigeria, parlando in cattedrale ai catechisti. Era il febbraio del 1982 ed erano trascorsi solo nove mesi dai tre colpi di Alì Agca in piazza San Pietro, il 13 maggio di un anno prima. « Ieri », aveva raccontato il Papa, « ho sognato di trovarmi a colloquio con san Pietro, il quale mi chiese che cosa stavo facendo. Risposi: mi trovo in Nigeria. E san Pietro: non ci credo. Ho incontrato i giovani di Onitsha. E san Pietro: non ci credo. Sì che è vero, insisto io; e stamattina ho perfino ordinato cento preti a Kaduna e domani andrò a parlare all’università di Ibadan; e poi mi stanno aspettando nel Benin, nel Gabon e nella Guinea Equatoriale. Ma san Pietro non si convinse ancora. Allora gli mostrai la mia veste bianca dicendo: « Guarda com’è rossa della polvere per la strada che ho percorso ». Solo allora », concluse il Papa, « san Pietro mi ha creduto ». Vi riconosceranno che siete miei discepoli dalla polvere che sporca i vostri vestiti, ripeterebbe Gesù oggi.

Festa della mamma
C’è una donna che ha qualcosa di Dio per l’immensità del suo amore e molto di un angelo per l’instancabile sollecitudine verso i suoi cari.
Una donna che, da giovane, ha la saggezza di un’anziana e, nella vecchiaia, lavora con il vigore della gioventù.
Una donna che se è povera, è soddisfatta dalla felicità di coloro che ama; se è ricca darebbe volentieri tutto il suo tesoro per non subire la ferita dell’ingratitudine.
Una donna che pur essendo vigorosa, trema al pianto di un bambino e, pur essendo debole, ha il coraggio di un leone.
Questa donna è la mamma

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

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