Archive pour avril, 2017

I discepoli di Emmaus

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Publié dans:immagini sacre |on 29 avril, 2017 |Pas de commentaires »

30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

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30 APRILE 2017 | 3A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

I discepoli di Emmaus

Per cominciare
La Quaresima che prepara alla Pasqua ha una durata di 40 giorni; il tempo di Pasqua è di sette settimane, cioè di 50 giorni. Sono giorni di gioia, un’occasione preziosa per riflettere sulla risurrezione di Gesù e sulla prima testimonianza della chiesa nascente. I due discepoli di Emmaus ci aiutano ad accogliere con maggior convinzione il Cristo risorto

La parola di Dio
Atti 2,14a.22-33. Il giorno di Pentecoste è il giorno del riscatto dell’apostolo Pietro. A Gerusalemme c’è gran folla ed egli si alza insieme agli altri undici apostoli, prende la parola a voce alta e testimonia la risurrezione di Gesù.
1 Pietro 1,17-21. Il primo papa ricorda ai cristiani l’impegno della vita nuova, per essere pronti al giudizio del Padre. Dice: « Ricordatevi che siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo ». Ma li rassicura, dicendo che il Padre ha messo a fondamento della loro speranza la risurrezione di Gesù dai morti.
Luca 24,13-35. È il notissimo episodio dei discepoli di Emmaus. I due abbandonano Gerusalemme, nonostante le molte testimonianze sul ritorno alla vita di Gesù. Loro non credono alle parole delle donne e degli altri, ma Gesù si affianca a loro, li aiuta a leggere le Scritture e li rende suoi testimoni.

Riflettere
Il racconto dei discepoli di Emmaus nasce dalla raffinata arte narrativa di Luca. È uno degli episodi più belli della Pasqua di Cristo. È la parabola della scelta di fede, che è frutto di una faticosa ricerca, di un cammino che può essere difficile.
E di cammino si parla qui. Camminare è una delle parole-chiave della bibbia. Un camminare che è un crescere nello spirito. « Camminate nella verità », « Camminate nell’amore » sono espressioni care a Paolo e a Giovanni. Gesù ha detto con più profondità: « Camminate nella luce ».
È il pomeriggio di Pasqua, dopo il grande sabato ebraico. Questi due discepoli non ce la fanno più e abbandonano tutto, tornano a casa loro. I loro dubbi e la loro diffidenza fanno così bene alla nostra fede. Non tanto perché ci ritroviamo in loro, quanto perché ci caricano di certezze sulla risurrezione di Gesù. Come avrebbero potuto inventarsi la risurrezione questi uomini che non vogliono credere e dubitato anche dopo che si è presentato risorto? Come loro, così Tommaso, ma anche Pietro e gli altri, che non si fidano delle donne e si spaventano, più che rallegrarsi.
I due discepoli hanno abbandonato il gruppo. La prova e la delusione spengono la generosità e l’amore. Ci si riprende ciò che si aveva donato, si bada ai fatti propri, alla propria felicità individuale, ai propri interessi. Hanno dato fiducia a Gesù, che è morto in croce. Hanno sentito che forse è avvenuto qualcosa di nuovo e di sorprendente, ma non vogliono essere nuovamente delusi. Paolo dice: « Se Cristo non fosse risorto noi saremmo i più miserabili degli uomini ». Ed è esattamente quel che capita a questi due discepoli tentati dalla rassegnazione. Vogliono dimenticare e voltare pagina. Accontentarsi di una vita assolutamente feriale. È incredibile come si possa mettere tra parentesi tutto ciò che si visto e si è vissuto.
Gesù si affianca a loro nella maniera più normale. Non è « il maestro » autorevole della vita pubblica questa volta, ma un semplice « catechista » che aiuta i due discepoli a leggere le scritture e a capire il collegamento tra la parola e gli avvenimenti capitati a Gerusalemme in quei giorni.
Lo riconoscono nello spezzare il pane… in un gesto probabilmente abituale di Gesù con i discepoli. Un gesto semplice e umano che li aiuta a credere. Gesù è presente anche quando scompare ai loro occhi, e oggi, come allora, nello spezzare il pane della domenica. Fino alla fine del mondo.
Ed ecco che, stanchi com’erano – era ormai sera – si mettono a correre e ritornano sui loro passi. E la loro testimonianza si aggiunge a quella degli apostoli e di Pietro, a cui il Signore è apparso.

Attualizzare
Emmaus. « È curioso che gli studiosi non si siano ancora accordati sull’identificazione esatta di questo villaggio citato dall’evangelista Luca per una delle più famose apparizioni del Cristo risorto: tre o quattro località si contendono questo onore. Forse tale molteplicità potrebbe essere assunta a segno. Infatti la strada e il villaggio di Emmaus sono anche in ogni luogo dove i cristiani vivono la loro fede: l’incontro col Cristo risorto avviene infatti, per quei discepoli e per noi, quando la Scrittura è proclamata e ascoltata e quando il pane eucaristico è spezzato » (Gianfranco Ravasi).
Un tempo questa pagina di vangelo si leggeva il lunedì di Pasqua e la fuga dei due discepoli era vista come una scampagnata fuori porta, che si concludeva con l’incontro con il Risorto. In realtà niente di più serio della loro partenza.
Si aspettavano un Gesù diverso. « Noi speravamo che fosse lui a liberare il popolo di Israele! ». Ma la vittoria di Gesù è su un altro versante. È la vittoria della croce ed è difficile da capire e da accettare. Anche dopo duemila anni. Di fronte alla prova personale, alla fatica, alle delusioni è difficile pensare che lì il Signore vince ed è presente risorto. Che la strada che ti fa soffrire è quella che ti salva.
Qualcuno ha scritto che Gino Strada, il famoso medico chirurgo fondatore di Emergensy, un’organizzazione di medici volontari presenti in molti paesi a soccorso delle vittime della guerra, da qualche tempo non sorride più, nemmeno quando viene intervistato alla televisione. Dopo aver assistito a tante guerre, è profondamente deluso e ormai non crede più che l’uomo sia capace di costruire la pace. È la stessa tristezza che ha preso i discepoli di Emmaus. Così simile a ciò che proviamo noi quando qualcosa ci delude.
Anche il nostro è a volte un cammino per una strada in terra battuta e assolata che da Gerusalemme conduce a Emmaus. Anche noi siamo in fuga, in ricerca, dubbiosi. Non crediamo più che le situazioni possano cambiare in meglio, che l’umanità possa una buona volta risorgere. Non ci fidiamo di ciò che dicono su Gesù gli altri, i cristiani, la chiesa, i preti…
Il Risorto si mette al nostro fianco: ci parla, ci dona il suo corpo e il suo sangue, è con noi, ci infonde la speranza nell’uomo, nella storia, nel presente e nel futuro.

Qualcuno però camminava al nostro fianco
« A chi di noi non è familiare l’albergo di Emmaus? Chi non ha camminato per questa strada, una sera in cui tutto sembrava perduto? Cristo era morto dentro di noi. Ce l’avevano preso: il mondo, i filosofi, e i sapienti, le nostre passioni. Non c’era più Gesù per noi, sulla terra. Andavamo per una strada e Qualcuno camminava al nostro fianco. Eravamo soli e non più soli. È sera. Ecco una porta spalancata, l’oscurità d’una stanza in cui la fiamma del focolare non rischiara che la terra battuta e fa danzare le ombre, Oh, pane spezzato! Oh frazione del pane consumato malgrado tanta miseria! « Resta con noi, Signore, perché si fa sera »" (François Mauriac).

Mostrati, Signore
A tutti i cercatori del tuo volto, mostrati, Signore; a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore; con quanti si mettono in cammino e non sanno dove andare, cammina, Signore; affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade di Emmaus; e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro, tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori; non sanno che ti portano dentro: con loro fermati poiché si fa sera e la notte è buia e lunga, Signore (David Maria Turoldo),

1° maggio
Questa domenica pasquale spesso la viviamo a pochi giorni dalla tradizionale festa dei lavoratori. Le parole di Gesù: « Non vi lascerò orfani », e quelle di Pietro: « Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi », si fondono con un’epica storia di rivendicazioni e di lotte per la dignità e il lavoro. Niente di più attuale, soprattutto per i giovani. Se non tocca alla chiesa indicare le strade per risolvere i nuovi problemi occupazionali, c’è da domandarsi a chi tocca, dal momento che economisti, politici e sindacalisti hanno inventato per i nostri giovani in cerca di futuro soltanto varie e fantasiose forme di lavori senza garanzie: contratti di formazione, lavori a progetto, call center, job on call e simili precarietà, che non li metteranno mai nelle condizioni di lasciare la casa dei loro genitori e di iniziare una propria famiglia.
Oggi molto meno di ieri si accusa la chiesa di insensibilità nei confronti della società, ma i lavoratori delle fabbriche non smettono di pensare che la chiesa sia lontana dai problemi reali e dal mondo del lavoro. Così dice don Gianni Oderda, l’ultimo prete operaio della diocesi di Torino, che lavora alla Fiat Avio. Se non è una leggenda metropolitana, qualche anno fa si diceva che il cardinal Pellegrino auspicasse che fossero ordinati anche dei preti che non avessero fatto studi classici o universitari. Preti quindi più vicini alla gente comune e al mondo del lavoro. Lo stesso Giovanni Paolo II era orgoglioso di essere stato in gioventù un operaio e sostenne con entusiasmo le lotte sindacali in Polonia. Ma c’è ancora l’idea che a diventare cristiani e a sbilanciarsi nei confronti della chiesa si finisce per cambiare campo, per condurre una vita lontana dalle dure problematiche del vivere quotidiano.
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Anastasis tou Kyriou

Anastasis-tou-Kyriou- salmo e fr

Publié dans:immagini sacre |on 26 avril, 2017 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 20. (MT 28, 20)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170426_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 20. (MT 28, 20)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 26 aprile 2017

La Speranza cristiana – 20. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20): la promessa che dà speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste ultime parole del Vangelo di Matteo richiamano l’annuncio profetico che troviamo all’inizio: «A lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23; cfr Is 7,14). Dio sarà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Gesù camminerà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Tutto il Vangelo è racchiuso tra queste due citazioni, parole che comunicano il mistero di Dio il cui nome, la cui identità è essere-con: non è un Dio isolato, è un Dio-con, in particolare con noi, cioè con la creatura umana. Il nostro Dio non è un Dio assente, sequestrato da un cielo lontanissimo; è invece un Dio “appassionato” dell’uomo, così teneramente amante da essere incapace di separarsi da lui. Noi umani siamo abili nel recidere legami e ponti. Lui invece no. Se il nostro cuore si raffredda, il suo rimane sempre incandescente. Il nostro Dio ci accompagna sempre, anche se per sventura noi ci dimenticassimo di Lui. Sul crinale che divide l’incredulità dalla fede, decisiva è la scoperta di essere amati e accompagnati dal nostro Padre, di non essere mai lasciati soli da Lui.
La nostra esistenza è un pellegrinaggio, un cammino. Anche quanti sono mossi da una speranza semplicemente umana, percepiscono la seduzione dell’orizzonte, che li spinge a esplorare mondi che ancora non conoscono. La nostra anima è un’anima migrante. La Bibbia è piena di storie di pellegrini e viaggiatori. La vocazione di Abramo comincia con questo comando: «Vattene dalla tua terra» (Gen 12,1). E il patriarca lascia quel pezzo di mondo che conosceva bene e che era una delle culle della civiltà del suo tempo. Tutto cospirava contro la sensatezza di quel viaggio. Eppure Abramo parte. Non si diventa uomini e donne maturi se non si percepisce l’attrattiva dell’orizzonte: quel limite tra il cielo e la terra che chiede di essere raggiunto da un popolo di camminatori.
Nel suo cammino nel mondo, l’uomo non è mai solo. Soprattutto il cristiano non si sente mai abbandonato, perché Gesù ci assicura di non aspettarci solo al termine del nostro lungo viaggio, ma di accompagnarci in ognuno dei nostri giorni.
Fino a quando perdurerà la cura di Dio nei confronti dell’uomo? Fino a quando il Signore Gesù, che cammina con noi, fino a quando avrà cura di noi? La risposta del Vangelo non lascia adito a dubbi: fino alla fine del mondo! Passeranno i cieli, passerà la terra, verranno cancellate le speranza umane, ma la Parola di Dio è più grande di tutto e non passerà. E Lui sarà il Dio con noi, il Dio Gesù che cammina con noi. Non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio. Ma qualcuno potrebbe dire: “Ma cosa sta dicendo, lei?”. Dico questo: non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio. Lui si preoccupa di noi, e cammina con noi. E perché fa questo? Semplicemente perché ci ama. Capito questo? Ci ama! E Dio sicuramente provvederà a tutti i nostri bisogni, non ci abbandonerà nel tempo della prova e del buio. Questa certezza chiede di annidarsi nel nostro animo per non spegnersi mai. Qualcuno la chiama con il nome di “Provvidenza”. Cioè la vicinanza di Dio, l’amore di Dio, il camminare di Dio con noi si chiama anche la “Provvidenza di Dio”: Lui provvede alla nostra vita.
Non a caso tra i simboli cristiani della speranza ce n’è uno che a me piace tanto: l’àncora. Essa esprime che la nostra speranza non è vaga; non va confusa con il sentimento mutevole di chi vuole migliorare le cose di questo mondo in maniera velleitaria, facendo leva solo sulla propria forza di volontà. La speranza cristiana, infatti, trova la sua radice non nell’attrattiva del futuro, ma nella sicurezza di ciò che Dio ci ha promesso e ha realizzato in Gesù Cristo. Se Lui ci ha garantito di non abbandonarci mai, se l’inizio di ogni vocazione è un «Seguimi», con cui Lui ci assicura di restare sempre davanti a noi, perché allora temere? Con questa promessa, i cristiani possono camminare ovunque. Anche attraversando porzioni di mondo ferito, dove le cose non vanno bene, noi siamo tra coloro che anche là continuano a sperare. Dice il salmo: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4). È proprio dove dilaga il buio che bisogna tenere accesa una luce. Torniamo all’àncora. La nostra fede è l’àncora in cielo. Noi abbiamo la nostra vita ancorata in cielo. Cosa dobbiamo fare? Aggrapparci alla corda: è sempre lì. E andiamo avanti perché siamo sicuri che la nostra vita ha come un’àncora nel cielo, su quella riva dove arriveremo.
Certo, se facessimo affidamento solo sulle nostre forze, avremmo ragione di sentirci delusi e sconfitti, perché il mondo spesso si dimostra refrattario alle leggi dell’amore. Preferisce, tante volte, le leggi dell’egoismo. Ma se sopravvive in noi la certezza che Dio non ci abbandona, che Dio ama teneramente noi e questo mondo, allora subito muta la prospettiva. “Homo viator, spe erectus”, dicevano gli antichi. Lungo il cammino, la promessa di Gesù «Io sono con voi» ci fa stare in piedi, eretti, con speranza, confidando che il Dio buono è già al lavoro per realizzare ciò che umanamente pare impossibile, perché l’àncora è sulla spiaggia del cielo.
Il santo popolo fedele di Dio è gente che sta in piedi – “homo viator” – e cammina, ma in piedi, “erectus”, e cammina nella speranza. E dovunque va, sa che l’amore di Dio l’ha preceduto: non c’è parte del mondo che sfugga alla vittoria di Cristo Risorto. E qual è la vittoria di Cristo Risorto? La vittoria dell’amore. Grazie.

Miriam dance

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Publié dans:immagini sacre |on 25 avril, 2017 |Pas de commentaires »

DIO DANZA LA GIOIA DELLA VITA!!!

http://www.oblatirho.it/blog/dio-danza/

DIO DANZA LA GIOIA DELLA VITA!!!

(Blog personale di Serena)

Dio ha liberato i miei piedi perché possa danzare e sono libera!
Dio danza la gioia della vita!!!

E’ vero! Ho riscoperto la dimensione del corpo, chiamato alla libertà di poter lodare Dio con tutto il mio corpo e mentre in questo worship osservo ciò che accade, fra canti, musica e battiti di mani, incontro volti nuovi e attendo ciò che lo Spirito Santo porterà in questa preghiera.
Il mio sguardo viene catturato da un movimento improvviso, che succede?

Un colore marrone sopra le teste dei partecipanti rivolti verso la band……
Una voce racconta l’incontro tra Gesù e la donna emoroissa nel vangelo di Luca, lei tocca il mantello perché ha fede in Lui…..eccolo, lo vedo il suo mantello, è lì che volteggia e mi passa accanto. I miei occhi si sgranano di meraviglia, è possibile?

Gesù danza, tenendo fra le mani il suo mantello, mentre passa tra la folla. Tutto questo è reale? Sta accadendo e io non lo avevo mai contemplato prima! Quale immagine di Dio ti sei creato? Un Dio statico? Un Gesù fermo ed immobile? E’ Andrea che danza, mostrando la gioia di Gesù che vuole salvarci, che ci ama, e il cuore vede nella scena la gioia e la libertà che Gesù vuole donare a tutti. Dalla folla si alza l’emoroissa, quando il mantello è lasciato ai piedi della croce. Nascosta e quasi impaurita, va a toccare il lembo del mantello. E’ tutto ciò che ha e crede di poter essere finalmente guarita!
Gesù si accorge di lei e per la sua fede viene guarita all’istante!

Anche tu, come questa donna, sei invitato a toccare il mantello, lasciato lì a terra ai piedi del Crocefisso.
Ed ecco, davanti a me, c’è chi si inginocchia prendendo un lembo del mantello, un altro si avvicina e prega contemplando Gesù, sfiora il Crocefisso con la mano e scorrono anche lacrime. Tutti attorno al mantello….

Ho scoperto una Chiesa che ti fa fare esperienza di Dio con tutti i sensi e la Parola ti scende dentro come un fiume in piena.
E tu cosa puoi dire di tutto questo?
Tu che sei stato creato dall’AMORE, ora lo vedi dove dimora l’AMORE?

Eppure c’è qualcosa di speciale questa sera, vedo tanti sacerdoti, all’inizio forse un po’ dubbiosi, ma vedo il cambiamento progressivo dei loro volti, sono felici e stupiti! Ma che serata è questa?
Li vedo battere le mani e penso: questa preghiera è disarmante! Lo Spirito disarma……
Lo Spirito toglie tutte le strutture che ci siamo creati per vivere e veniamo resi liberi anche nei gesti.

Ad un tratto vedo scendere dalle scale tre giovani, si mettono contro il muro, fra le piante e osservano. Mi pare strano, vedo che i volti che esprimono curiosità si riempiono di luce, sorridono, guardano la scena, partecipano alla preghiera. Chi sono? Continuo a guardarli perché sembrano venuti da un altro pianeta!
Ecco svelato il mistero, un regalo di Dio!
Sono Emmanuel, Davide e Michele, tre sacerdoti novelli che padre Francesco ha invitato ad andare vicino a lui per ricevere l’abbraccio dello Spirito.
In questa serata c’è ancora un imprevisto, su di loro che accettano, invochiamo insieme lo Spirito Santo e loro passano e rimangono immersi nello Spirito che li accoglierà la mattina successiva in Duomo per l’ordinazione.

La serata si conclude nella gioia e nella comunione con questi giovani!
E penso……l’immagine dei tre giovani nella fornace, allargano le braccia e ricevono lo Spirito Santo, è la fornace dello Spirito, dell’Amore di Dio!
Che meraviglia!

Adesso ti saluto, è un arrivederci a Settembre perché come dice questo canto:

“and now my heart, so full of worship,
I can’t hold back, I can’t contain it,
for all He’s done, Jesus my Savior,
I am ablaze and full of thanks for.
His love breaking through my heart of stone,
Love reaching out to save my soul,
Love never gonna let me go!” – Kristian Stanfill –

“E adesso che il mio cuore è pieno di adorazione,
non posso trattenermi, non posso contenerlo,
per tutto ciò che Gesù il mio Salvatore ha fatto,
sono in fiamme e pieno di ringraziamento .
Il suo Amore è entrato con forza nel mio cuore di pietra,
l’Amore mi ha raggiunto per salvare la mia anima,
l’Amore non mi lascerà più andare via.”

Where is the Love, dov’è l’Amore?…..
I miei occhi hanno visto,
le mie mani hanno toccato,
le mie orecchie hanno ascoltato,
ho sentito perfino il profumo!!!

A presto!

Serena

Publié dans:articoli da Blog, danza |on 25 avril, 2017 |Pas de commentaires »

GIOVANNI C. 16,5-33 – GESU’ RITORNA AL PADRE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/08-09/05-Gesu_ritorna_al_Padre.html

GIOVANNI C. 16,5-33 – GESU’ RITORNA AL PADRE

Dopo il monologo sull’esistenza cristiana, ecco ora le ultime parole di Gesù ai suoi discepoli. Sono forse le più commoventi. Gesù capisce che i suoi discepoli sanno che egli sta per lasciarli e che essi rimarranno senza di lui. Come consolarli e prepararli agli eventi della sua passione?
La struttura del suo discorso si può presentare così: Si annuncia il distacco (16,5-7); Si annuncia la venuta dello Spirito (16,8-15); Presto rivedranno Gesù (16,16-23); Il Padre vi ama (16,23-27); Epilogo (16,28-33). È un capitolo assai corto e questo ci dà la possibilità di leggere insieme tutto il testo.

L’annuncio del distacco (16,5-7)
Ora vado da Colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Anzi perché vi ho detto questo la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la Verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Consolatore; se invece me ne vado lo manderò a voi.
Gesù cerca di consolarli di fronte all’inevitabilità degli e­venti e parla ai suoi discepoli che neppure osano dirgli: Dove vai? Sanno bene che va da Colui che lo ha mandato, ma la realtà è che non sanno cosa faranno senza di lui. Cerchiamo di entrare meglio nel testo.
Designando il Padre come Colui che lo ha mandato dice che il Figlio ha fedelmente portato a termine la missione ricevuta. Di questa, il dono dello Spirito ai credenti, si dimostra il fine ultimo. Tra i due eventi c’è la passione, morte e sepoltura, Risurrezione e glorificazione di Gesù.
Osserviamo ancora il testo: il mutismo dei discepoli significa che sono già separati da Gesù. E forse c’è qui qualche analogia con la scena del Getsemani, quando, interpellati da Gesù, non sapevano cosa rispondergli e poi tutti lo abbandonarono.
Sulla tragica situazione dei discepoli nel periodo tra la crocifissione e la Risurrezione, sembra che l’evangelista proietti la situazione della comunità cristiana che, dopo aver creduto alla vittoria di Cristo sulla morte e nell’imminenza del suo ritorno glorioso, si trova isolata in un ambiente che continua a rifiutare la fede. Il rigetto della Sinagoga l’ha ferita e marginalizzata e poi c’è lo scarto tra il messaggio della vittoria di Gesù e l’esperienza della prova cristiana.

La venuta dello Spirito (16,8-15)
Quando lo Spirito sarà venuto proverà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato perché non credono in me. Riguardo alla giustizia perché vado al Padre e non mi vedrete più. Riguardo al giudizio perché il principe di questo mondo è già stato condannato.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non potete portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito di Verità vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che ha udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà da quel che è mio e ve lo annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve lo annunzierà.
Con la venuta dello Spirito (a Pentecoste) finisce la tristezza dei discepoli e tutti i dubbi che fino allora li ha tormentati. Nel testo abbiamo dato allo Spirito l’appellativo di “Consolatore”, necessario in quel contesto, ma ora lo dobbiamo chiamare “Difensore” perché dando inizio al giudizio sul mondo rafforza i discepoli donando loro una fede indistruttibile. Infatti li convincerà che il mondo è nel peccato, nell’ingiustizia e soggetto alla definitiva condanna. Tutto ciò perché non hanno creduto che Gesù era l’inviato di Dio, non hanno accolto la sua parola e tantomeno creduto alla sue opere: non le hanno viste come un segno di Dio. Perciò meritano la definitiva condanna.
I discepoli invece accoglieranno lo Spirito di Verità che li guiderà alla Verità tutta intera. Saranno avvolti dalla Luce che è Gesù il quale dona loro quanto possiede e diventeranno veri apostoli.

Rivedranno Gesù (16,16-23a)
Un poco e non mi vedrete più, ma poco ancora e mi vedrete. Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: Che cos’è questo che dice: Un poco e non mi vedrete e un poco ancora e mi vedrete, e io vado al Padre?
Dicevano perciò: Che cos’è questo un poco di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire. Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: “State indagando tra voi perché ho detto; Un poco e non mi vedrete e un poco ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna quando partorisce è nel dolore, perché è venuta la sua ora, ma quando ha dato alla luce un bambino non si ricorda più della sofferenza perché è venuta al mondo una creatura umana. Così anche voi; ora siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla.
I discepoli sono lì che ascoltano Gesù e capiscono che sta parlando del futuro e fa uso di un’immagine: un poco e non mi vedrete e un poco ancora e mi rivedrete, un’immagine non pienamente colta da loro che però ha il vantaggio di suscitare domande tra loro. Gesù se ne accorge e cerca di spiegare il “non mi vedrete, e io vado al Padre”. Poi si spiega meglio parlando della loro situazione e dice chiaramente che durante il “non mi vedrete, piangeranno e si lamenteranno”.
Però quando lo vedranno ancora la loro tristezza si cambierà in gioia. Con ciò è chiaro che non c’è da discutere molto (come si è fatto nella storia) sulle parole “un poco e poi ancora un poco. Si parla infatti dell’intero mistero pasquale che alla fine descrive servendosi dell’immagine di una partoriente. È nel dolore all’inizio del parto, ma poi scoppia di gioia quando ha dato al mondo un bambino.
È fantastico: la passione è fonte di vita, è un dolore aperto alla vita. I discepoli quando rivedranno Gesù scoppieranno di una gioia che nessuno potrà loro togliere e, non dimentichiamolo: una gioia che scopriranno in pienezza nel dono dello Spirito; allora il dialogo con Gesù e il Padre sarà un momento di esultanza.

Il Padre vi ama (16,23b-27)
Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualcosa al Padre nel mio nome egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete perché la vostra gioia sia piena.
Queste cose vi ho detto per mezzo di esempi; ma viene l’ora in cui non vi parlerò più per mezzo di esempi, ma apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi. Il Padre stesso vi ama. Perché voi amate me e avete creduto che io sono uscito da Dio.
Anche se Gesù è ancora nel Cenacolo, ora parla del “dopo Pasqua”. Finora infatti, non si erano mai rivolti al Padre nel nome di Gesù. Ma quando Gesù sarà risorto e avrà ricevuto quel nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9) e sarà rivestito di ogni potenza e gloria accanto al Padre (At 1,12s), allora sì che potranno chiedere ogni cosa nel suo nome e il Padre la concederà. Ciò è tanto vero che aggiunge: “E non vi dico che io pregherò per voi”, ma è certo che lo farà anche se non è necessario, perché dice: “il Padre vi ama”. Sono parole di una delicatezza estrema per sottolineare in modo incisivo l’amore del Padre. È l’ultima volta che Gesù lo fa. Poi donerà loro la sua vita.
Per Gesù il Padre è in relazione agli uomini: “Colui che ama” (3,16). Questo amore però si concretizza dove c’è una persona che ama e crede in Gesù; lo vede come il Figlio inviato dal Padre e lo accoglie. Allora si crea un’intimità così grande tra il Padre, Gesù e i discepoli che ogni preghiera non è altro che espressione d’amore.

Epilogo (16,28-33)
Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo, ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre. Gli dicono i suoi discepoli: “Ecco adesso parli apertamente e non fai più uso di esempi. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno ti interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio”. Rispose loro Gesù: “Adesso credete? Ecco viene l’ora ed è già venuta in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo, ma io non sono solo, perché il Padre è con me”.
Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avrete da soffrire, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo.
Iniziando il racconto della Cena, l’Evangelista per due volte ha annotato la coscienza di Gesù: “sapendo che veniva da Dio e a Dio ritornava” (13,1-3), ora ripete questo in modo più completo: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo, ora lascio il mondo e torno al Padre”. E i discepoli esclamano: “Finalmente parli chiaramente. Per questo crediamo che vieni da Dio”. Gesù dice: “Adesso credete?”. La domanda non nega la fede ma tende a scoprirne la debolezza, come quando Pietro gli disse: “Io sono disposto a dare la mia vita per te”. E Gesù ribatte: “Non canterà il gallo prima che tu mi abbia rinnegato” (13,37) e ai discepoli ora dice: “Viene l’ora, anzi è già venuta in cui mi lascerete solo”. È quello che avviene in quella stessa notte.
Nel Getsemani tutti lo abbandonarono. Se egli quella sera si è trattenuto a lungo con loro, lo ha fatto per premunirli e aiutarli a superare la prova ricordando quello che per la sesta volta ha ripetuto loro: “Questo vi ho detto”. Egli sa che il ricordo di quello che ha detto li aiuterà ad avere la pace, ad affrontare le tribolazioni che avranno nel mondo.
Ma qui dice una cosa che lo riguarda: Egli sa che nella passione il Padre non lo lascerà solo. Ed è logico: Gesù ha sempre fatto quello che ha udito dal Padre e agito insieme. Quindi è insieme il fatto che chi rifiuta Gesù, rifiuta il Padre. Leggendo i racconti della passione noi sappiamo che c’è anche la “Passione del Nome”. Insieme, il Figlio e il Padre cercano una via che realizzerà la salvezza di tutti. L’amore di Dio non conosce limiti. La morte sfocerà nella vita, nella glorificazione del Figlio con il Padre.

Preghiamo
Sei un vero Maestro, Signore Gesù. Sai che la Passione sarà per i tuoi discepoli fonte di tristezza e che ti lasceranno solo. E tu cerchi di consolarli per premunirli e aiutarli a superare la prova e infondi in loro speranza nel futuro. Gesù, che i sacerdoti e tutti gli apostoli sappiano di fronte ai sofferenti fare come te. Per questo effondi su di noi come hai promesso allora ai discepoli il dono del tuo Spirito. Che Egli sia la vera forza nel nostro ministero, ma soprattutto fa’ che ci convinca che tu sei l’unico che dà senso alla nostra vita e alla nostra testimonianza. Per questo effondilo con abbondanza su di noi. Amen!

D. Mario Galizzi sdb +
La mattina del 27 febbraio 2007, il Signore ha chiamato a sé Don Mario Galizzi nostro valente collaboratore.
Don Mario aveva 81 anni, da 57 era Salesiano e da 50 Sacerdote.
La sua competenza in campo biblico, la sua spiritualità semplice, familiare, profondamente ottimista e gioiosamente salesiana ne facevano un uomo di Dio apprezzato e ricercato. La sua visione fraterna della comunità credente, la sua fedeltà alla Tradizione e il suo spirito gioviale si riversavano nei suoi scritti, apprezzati e diffusi in molti Paesi.
Studioso, predicatore, missionario e innamorato della Scrittura, ora Don Mario ascolta la Parola che ha annunziato e continua ad essere presente in mezzo a noi anche con il suo prezioso lavoro preparato già da tempo per i lettori della nostra Rivista. Mentre continueremo a nutrirci delle sue impareggiabili riflessioni, ricordiamolo nelle nostre preghiere.

1 Con la venuta dello Spirito termina l’incertezza dei discepoli, perché lo Spirito è il Consolatore che sostiene dalla tristezza causata dal ritorno di Gesù
al Padre.
2 Il discorso di Gesù ai discepoli, la sera del tradimento, è un discorso rivolto al futuro, quando ritornerà da loro dopo la sua Risurrezione, prova definitiva della sua divinità.
3 Il dono dello Spirito è segno dell’amore del Padre che per mezzo del Consolatore continua l’opera del Figlio nel mondo.
4 Le parole di Gesù rivolte ai discepoli la sera prima di morire manifestano chiaramente la sua origine divina. Ma proprio in questa occasione in cui gli Apostoli finalmente comprendono la vera identità di Gesù, lui viene lasciato da solo, abbandonato da tutti.
5 Con la sua Risurrezione dai morti, Gesù è rivestito di ogni potenza e gloria e siede alla destra del Padre. Con la sua morte ha giudicato tutte le realtà del mondo e si è costituito giudice della storia umana.

Publié dans:BIBLICA: ATTI DEGLI APOSTOLI |on 22 avril, 2017 |Pas de commentaires »

Incredulità di San Tommaso

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Publié dans:immagini sacre |on 20 avril, 2017 |Pas de commentaires »

23 APRILE 2017 | 2A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/04-Pasqua_A/Omelie/02-Domenica/10-02a-Domenica-di-Pasqua_A_2017-UD.htm

23 APRILE 2017 | 2A DOMENICA DI PASQUA – A | OMELIA

Per cominciare
La chiesa a otto giorni dalla Pasqua propone in tutti i tre anni il vangelo di Tommaso. Il suo rifiuto di credere è funzionale al rafforzamento della fede dei credenti lungo i secoli. Ma testimonia anche l’eccezionalità sorprendente della risurrezione di Cristo.
La parola di Dio

Atti 2,42-47.
Ecco la nuova comunità cristiana nata dalla risurrezione di Cristo, che cresce di numero e si organizza. È animata dalla parola degli apostoli, vive la più schietta comunione fraterna nella condivisione dell’eucaristia (la frazione del pane) e nella preghiera comune. Tra loro avvengono anche prodigi e miracoli, sono stimati dal popolo, il clima è quello della gioia e della semplicità.
1 Pietro 20,19-31.
Pietro sembra parlare già da primo papa e incoraggia la comunità cristiana a perseverare nella vera fede e ad affidarsi a Cristo risorto. Del resto egli è certo dell’amore che i nuovi cristiani nutrono per Gesù, anche se molti di loro lo hanno conosciuto solo attraverso la testimonianza degli apostoli.
Giovanni 20,19-31.
È domenica e Gesù sorprende gli apostoli presentandosi a loro vivo, mostrando le mani e il costato trafitti. Non c’è Tommaso tra di loro ed egli non crede alla loro testimonianza. Otto giorni dopo Gesù è di nuovo tra loro e questa volta c’è anche Tommaso, che, di fronte all’evidenza, compie un profondo atto di fede.
Riflettere
Questa è l’ »Ottava di Pasqua » (Domenica in albis). In antico i nuovi battezzati, che avevano ricevuto battesimo, cresima ed eucaristia nella notte di Pasqua, oggi deponevano la veste bianca ricevuta in quella circostanza e partecipavano a pieno titolo all’eucaristia insieme agli altri.
Come la risurrezione, le apparizioni di Gesù avvengono nel giorno del Signore, il primo dopo il sabato. Di qui la celebrazione della risurrezione di Cristo settimanale nel giorno di domenica, a sostituzione del sabato.
I discepoli passano dalla paura alla gioia. Gesù si presenta senza alcun rancore per la loro fede debole. Li saluta: « Pace a voi! ». Mostra loro le mani e il costato, alita su di loro, e il suo soffio creatore dà alla chiesa nella loro persona il dono dello Spirito per il perdono dei peccati.
Manca Tommaso, uno dei dodici. Egli non presta fede al loro racconto, alla loro testimonianza.
Tommaso aveva certamente negli occhi la morte di Gesù: quelle mani trafitte, quel petto squarciato dalla lancia del centurione. Non ha voluto credere a poco prezzo. « Ma che cosa dite? Che Gesù è risorto? Che è vivo? Non facciamoci prendere da altre illusioni, non andiamo incontro ad altre delusioni! ».
Probabilmente Tommaso aveva sentito più degli altri la sconfitta per la fine in croce di Gesù. Ma quando Gesù gli si presenta mostrando le piaghe aperte, egli si convince di non avere mai veramente dubitato.
Gesù accoglie la sfida. Entra a porte chiuse, si presenta a Tommaso, lo convince mostrandogli le mani e il costato. Tommaso esce nel più maturo atto di fede: « Mio Signore e mio Dio! ». Alla fine sembra proprio Tommaso quello che esprime la fede più esplicita e matura.
Gesù conclude, pensando ai futuri cristiani e quindi a noi: « Beati quelli che pur non avendo visto crederanno ».

Attualizzare
Lo stesso brano del vangelo di Giovanni, che riporta l’episodio di Tommaso, ritorna nei tre anni, quasi a voler ricuperare per chi ha vissuto distrattamente la Pasqua, la realtà del Cristo risorto.
Tommaso viene visto volentieri come un uomo moderno, razionale, critico, non facilmente influenzabile.
Non accetta la testimonianza degli apostoli, non gli basta. Qualcosa non ha funzionato, qualcosa non lo ha abbastanza convinto. Forse non la mancanza di entusiasmo e di gioia o di credibilità degli apostoli e degli altri. Probabilmente è l’esperienza tragica della fine tra i tormenti di Gesù, che toglie ogni dubbio sulla sua morte, oppure la paura di essere ingannato ancora una volta, e soprattutto l’assoluta eccezionalità della risurrezione.
Gesù accetta la sfida di Tommaso e accetta anche la sfida dell’uomo d’oggi. È il Gesù risorto, che passa attraverso i muri, ma è anche il Gesù umanissimo e piagato, con i segni della passione. Il Gesù storico, che ha vissuto l’amicizia con Tommaso, che ha condiviso tutto con gli apostoli e porta nel cuore ciò che hanno vissuto insieme. « Toccatemi, datemi da mangiare », dice loro. Non fa il risentito, li accetta come sono e rinnova l’amicizia. È questo che può far crollare i Tommaso di ieri e di oggi.
Ma questa domenica è destinata soprattutto a riflettere su quella chiesa primitiva che comincia a esistere e a esprimere nei rapporti reciproci uno spirito inedito. « È apparsa un’altra generazione… », scrive Gregorio di Nissa, riferendosi alla comunità nata dalla Pasqua, « un’altra maniera di vivere ».
È una comunità in ascolto della parola trasmessa dagli apostoli, che vive la koinonìa, un’unione fraterna che arriva a condividere i beni di cui dispone, e si ritrova e si esprime nella frazione del pane, che segue i racconti e la testimonianza degli apostoli, vissuti con Gesù negli anni della vita pubblica, e ai quali egli ha fatto il dono di presentarsi risorto.

« Domenica della Misericordia »
Giovanni Paolo II ha voluto che l’ottava di Pasqua fosse la « Giornata della Misericordia », secondo la richiesta fatta da Gesù in una visione privata a Santa Faustyna Kowalska, delle suore della Beata vergine Maria della Misericordia a Varsavia, proclamata santa nel 2000 a Cracovia.
Il 22 febbraio 1931 Gesù ordinò a suor Faustyna di dipingere un’immagine secondo un modello che le venne mostrato e le parlò della misericordia. Le disse: « Voglio che la prima domenica dopo Pasqua sia la festa della misericordia ».
Giovanni Paolo II ha consacrato nel 2002 un santuario a Cracovia dedicato proprio alla « Divina Misericordia ». « La Provvidenza ha disposto che Giovanni Paolo II morisse proprio alla vigilia di questo giorno », ha detto Benedetto XVI, « nelle mani della Misericordia Divina. Quelle sacre piaghe, nelle mani, nei piedi e nel costato sono sorgente inesauribile di fede, di speranza e di amore a cui ognuno può attingere, specialmente le anime più assetate della divina misericordia ».
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

PAPA FRANCESCO – CATTOLICI MA NON TROPPO (ANCHE PAOLO)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20141028_cattolici-ma-non-troppo.html

PAPA FRANCESCO – CATTOLICI MA NON TROPPO (ANCHE PAOLO)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 28 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.247, Merc. 29/10/2014)

Ci sono cristiani che si fermano alla “reception” della Chiesa e restano fermi sulla porta, senza entrare dentro, per non compromettersi. È l’atteggiamento di chi si dichiara “cattolico, ma non troppo”, dal quale Papa Francesco ha messo in guardia durante la messa celebrata martedì mattina, 28 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Nel giorno della festa dei santi apostoli Simone e Giuda, ha fatto subito notare il Pontefice, «la Chiesa ci fa riflettere su se stessa», invitandoci a considerare «come è la Chiesa, cosa è la Chiesa». Nella lettera agli Efesini (2.19-22) «la prima cosa che ci dice Paolo è che noi non siamo stranieri né ospiti: non siamo di passaggio, in questa città che è la Chiesa, ma siamo concittadini». Dunque «il Signore ci chiama alla sua Chiesa con il diritto di un cittadino: non siamo di passaggio, siamo radicati lì. La nostra vita è lì».
E Paolo «fa l’icona del palazzo o del tempio» scrivendo: «Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Gesù Cristo». Esattamente «questa è la Chiesa», ha confermato il Papa. Perché noi «siamo edificati sulle colonne degli apostoli: la pietra d’angolo, la base, è lo stesso Cristo Gesù, e noi siamo dentro».
San Paolo prosegue spiegando che «in Cristo tutta la costruzione cresce ben ordinata, per essere tempio santo del Signore. In lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito». Ecco dunque «la definizione della Chiesa che oggi ci dà Paolo: un tempio edificato». E così «anche noi siamo edificati per diventare abitazione dello Spirito»: siamo «edificati — ha precisato Francesco — sulle colonne degli apostoli e sopra questa pietra d’angolo che è Gesù Cristo».
Questa stessa visione della Chiesa, ha proseguito il Pontefice, «possiamo anche vederla un po’ più sviluppata nel passo del Vangelo» di Luca (6, 12-19) che racconta come Gesù ha scelto gli apostoli. L’evangelista «dice che Gesù se ne andò sul monte a pregare. E poi chiamò questi dodici, li scelse». Quindi Gesù scese insieme con loro dal monte, trovando ad attenderlo nella pianura «una gran folla di suoi discepoli, che invierà», e «una gran moltitudine di gente che cercava di toccarlo» per essere guarita.
Insomma, ha spiegato il Papa, «Gesù prega, Gesù chiama, Gesù sceglie, Gesù invia i discepoli, Gesù guarisce la folla». E «dentro a questo tempio Gesù, che è la pietra d’angolo, fa tutto questo lavoro: è lui che porta avanti la Chiesa così». Proprio come scrive Paolo, «questa Chiesa è edificata sul fondamento degli apostoli che lui ha scelto». Lo conferma il passo evangelico quando ricorda che il Signore «ne scelse dodici: tutti peccatori, tutti». Giuda — ha osservato il vescovo di Roma — «non era il più peccatore» e «non so chi fosse stato il più peccatore». Ma «Giuda, poveretto, è quello che si è chiuso all’amore e per questo diventò traditore». Resta il fatto che «tutti gli apostoli sono scappati nel momento difficile della passione e hanno lasciato solo Gesù: tutti sono peccatori». E nonostante ciò, li ha scelti Gesù stesso.
Così, ha proseguito Francesco, «la Chiesa la fa Gesù con la sua preghiera; la fa con l’elezione degli apostoli; la fa con la scelta dei discepoli che poi invia; la fa con l’incontro con la gente». Gesù non è «mai staccato dalla gente: è sempre in mezzo alla folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti» come sottolinea Luca nel suo Vangelo.
«Noi siamo cittadini, concittadini, di questa Chiesa» ha precisato il Pontefice. Perciò «se noi non entriamo in questo tempio e facciamo parte di questa costruzione affinché lo Spirito Santo abiti in noi, noi non siamo nella Chiesa». Piuttosto «siamo alla porta e guardiamo», magari dicendo: «Ma che bello, sì, questo è bello!». E così finiamo per essere «cristiani che non vanno più avanti della “reception” della Chiesa. Sono lì, alla porta», nell’atteggiamento proprio di chi pensa: «Ma sì, sono cattolico, sì, ma troppo no, così!».
Secondo Francesco, «la cosa forse più bella che si possa dire di come si costruisce la Chiesa è la prima e l’ultima parola del brano del Vangelo: “Gesù prega”, “se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”». Dunque «Gesù prega e Gesù guarisce», proprio perché «da lui usciva una forza che guariva tutti». Precisamente «in questa cornice — Gesù che prega e Gesù che guarisce — c’è tutto quello che si può dire della Chiesa: Gesù che prega per i suoi, per le colonne, per i discepoli, per il popolo; e Gesù che guarisce, che mette a posto la gente, che dà la salute dell’anima e del corpo».
A questo proposito, il Papa ha riproposto il dialogo di Gesù con Pietro, «la colonna». Il Signore «lo aveva scelto, in quel momento» e lo rassicura dicendogli: «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno». È Gesù che prega per Pietro. «Questo dialogo — ha affermato il Papa — finisce dopo che Pietro rinnega Gesù». E così, a Tiberiade, il Signore gli domanda: «Pietro, tu mi ami più di costoro?».
In questo dialogo si vede bene, ha spiegato il Pontefice, «Gesù che prega e Gesù che guarisce il cuore di Pietro ferito da un tradimento». E comunque «lo fa colonna». Ciò significa che «a Gesù non importò il peccato di Pietro: cercava il cuore». Ma «per trovare questo cuore, e per guarirlo, pregò».
La realtà di «Gesù che prega e Gesù che guarisce» vale anche oggi per tutti noi. Perché «noi — ha ribadito il Papa — non possiamo capire la Chiesa senza questo Gesù che prega e questo Gesù che guarisce». Così Francesco ha concluso la sua meditazione con la preghiera allo Spirito Santo, perché «ci faccia capire a tutti noi questa Chiesa che ha la forza nella preghiera di Gesù per noi e che è capace di guarire tutti noi».

 

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