12 MARZO 2017 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA – A | OMELIA

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12 MARZO 2017 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA – A | OMELIA

E fu trasfigurato davanti a loro……

Per cominciare
Pietro, Giacomo e Giovanni vedono in Gesù un volto trasfigurato che non dimenticheranno più, nonostante che l’avrebbero poi visto sfigurato, senza alcuna bellezza e splendore (cf Is 53,2). Nel nostro cammino verso la Pasqua siamo chiamati a comprendere meglio l’identità del Signore Gesù, sia nel momento che subisce e supera le tentazioni, sia quando ci mostra il suo volto luminoso che prelude la Pasqua.

La parola di Dio
Genesi 12,1-4a. È la chiamata di Abramo, a cui Dio propone un cambiamento di vita radicale: lasciare la propria terra per diventare padre di un nuovo popolo: « In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra », gli dice. Sono quasi due miliardi, tra ebrei, cristiani e musulmani, che si riconoscono in Abramo, che è all’origine della loro fede. Abramo si fida e parte « come gli aveva ordinato il Signore ». 
2 Timoteo 1,8b-10. Timoteo è un giovanissimo vescovo a Efeso. Discepolo di Paolo, è affidabile e stimato, ma l’apostolo sente il dovere di incoraggiarlo per le difficoltà che incontra. Lo invita a sopportare il peso dell’annuncio del vangelo, sapendo che la forza di Dio non gli verrà a mancare. Perché tutto è dono di Dio, sia la chiamata alla missione, sia la perseveranza nel suo nome. 
Matteo 17,1-9. L’incontro con il trascendente e l’esperienza esaltante della trasfigurazione sconvolge chi vi partecipa: « Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne… », dice Pietro. Ma poi non capiranno le parole di Gesù, quando dirà che « il Figlio dell’uomo deve soffrire molto ed essere disprezzato » (Mc 9,9), né quelle di Mosè ed Elia, che parlano con Gesù « del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme », come racconta Luca (9,31)

Riflettere
La trasfigurazione è un episodio specialissimo del vangelo. Ed è anche uno dei più documentati. Lo si trova nei tre sinottici e anche Pietro nella sua seconda lettera scrive: « Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: « Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento ». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte ». (1,17-18). 
Marco, che solitamente è così breve e stringato nei suoi racconti, qui dà molti particolari: i vestiti splendenti e bianchissimi (« Nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche », e riferisce le parole di Pietro: « Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia ». Precisando: « Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati » (Mc 9,3-6). Sappiamo che Marco riporta la predicazione di Pietro. 
Appaiono Mosè ed Elia, i grandi dell’antico testamento (la legge e i profeti) e la scena è solenne, piena di significato, consolatoria: è il passaggio di consegne dall’antico popolo al nuovo popolo che è la chiesa. 
« Ascoltatelo », dice il Padre, rivelando l’identità del Figlio, l’amato, colui su cui « ha posto il suo compiacimento ». Evidentemente si tratta di un ascolto che nasce dalla fede di chi ascolta, dal cuore.
Gesù in questa circostanza parla della sua « risurrezione dai morti » e, stando al racconto di Luca, insieme a Mosè ed Elia, fa riferimento alla sua pasqua, al suo « esodo », a ciò che vivrà a Gerusalemme. Gli apostoli non capiscono e ben presto Pietro rimprovera Gesù per quello che dice (Mt 17,23), così come aveva fatto poco prima della trasfigurazione, proprio dopo aver riconosciuto in Gesù il messia (Mt 16,22-23). Pietro e gli altri capiranno il senso pieno di queste parole solo dopo la sua risurrezione.

Attualizzare
Tutti noi almeno una volta nella nostra vita abbiamo fatto l’esperienza della trasfigurazione e abbiamo visto il volto splendente di Gesù che ci toccava il cuore e l’esistenza nel profondo. Altrimenti non saremmo qui a celebrare l’eucaristia nel suo nome. 
Il giornalista Carlo Cremona parlando alla radio presentò Gesù come un uomo bellissimo. I pittori di ogni tempo si sono sbizzarriti e lo hanno dipinto per lo più come una persona particolarmente attraente. In realtà non conosciamo com’era fisicamente Gesù. La Sindone trasmette l’idea di un uomo imponente, così come fanno pensare a una personalità affascinante la folla che lo segue e gli apostoli che si abbandonano a lui. A Gesù vengono attribuiti i versetti del Salmo 45: « Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia… ». 
Di fatto in questa vita non ci è dato di conoscere Gesù se non per fede. Ma per fede milioni di persone hanno dato la vita per lui. Affermano di averlo incontrato, e dicono che quell’incontro ha cambiato la loro vita. 
Una disponibilità e un abbandono che si sono già visti in alcuni personaggi dell’antico testamento come Abramo, Mosè e Isaia. Ma sono diventati un fiume immenso dopo la risurrezione di Gesù e la nascita della chiesa. 
Effettivamente Gesù è nostro e noi siamo suoi. Anche umanamente, ne siamo certi, come lui nessuno mai potrà amarci, perché il suo cuore di uomo ha amato al di sopra di ogni possibilità umana. 
Gesù è nostro fratello e amico, nostro sposo e nostro premio, nostra libertà. 
A tutto questo fa pensare la trasfigurazione di Gesù. Al nostro bisogno di Dio, alla nostra nostalgia di Dio. Ma anche a quelle persone che non hanno avuto la fortuna di incontrare Gesù. 
L’invito ad Abramo è secco: « Lascia la casa di tuo padre, vattene dalla tua terra… », gli dice Iahvè. Abramo non può capire, ma obbedisce e stringe un’alleanza che lo renderà padre e capostipite di un popolo numeroso « come le stelle del cielo ».
È curioso l’accostamento che la liturgia fa tra il viaggio verso l’ignoto di Abramo e l’esperienza di Pietro. Coinvolto nella trasfigurazione, Pietro esclama estasiato di volersi fermare lì, sul colle, di voler preparare per Mosè, per Elia e Gesù tre capanne e prolungare quell’esperienza: « È bello per noi essere qui! ». 
Due atteggiamenti, quello di Abramo e di Pietro, che in ogni tempo sono stati presenti nella storia della chiesa. La spinta a uscire, ad abbandonare, a pestare nuovi terreni per vie insicure e alla ricerca del nuovo, fidando nello Spirito e nella parola di Dio che incalza e invia. Ma anche l’atteggiamento opposto, quello che parte da una sicurezza raggiunta, da un’esperienza talmente positiva e affascinante che ti prende in profondità e ti spinge a fermarti, a dedicarti solo a quello. 
I tre apostoli sono colti di sorpresa e incontrano un Gesù diverso, finora sconosciuto, che si rivela nella sua identità messianica. È un’esperienza forte che i tre apostoli vivono come un privilegio da cui sembrano esclusi gli altri. Ma forse non è così. Ogni cristiano che non aderisca a una fede di maniera e di pura tradizione, nella sua vita è stato anche lui coinvolto in qualcosa di simile. « Dio si fa conoscere a coloro che lo cercano », dice Blaise Pascal. 
« Non so come sia accaduto », racconta un ragazzo coinvolto in una forte esperienza di fede: « Non l’ho voluto io e non ho fatto nulla perché accadesse… Mi è accaduto qualcosa che mi ha reso diverso, l’unica cosa davvero grande da quando sono vivo. Non avevo mai preso sul serio la sua presenza. Mi sento così bene davanti a lui… ». 
È un’esperienza che in Quaresima dovremmo fare tutti. Ma com’è capitato agli apostoli, Gesù non apre lì sul Tabor un convento o una casa di spiritualità, e li rimanda invece alla loro quotidianità. « Alzatevi », dice ai tre, presentandosi nel suo aspetto di sempre. Non più vesti bianche, volti luminosi come il sole e voci dall’alto che invitano e rassicurano. Com’è stato per Abramo, bisogna partire, testimoniare, annunciare. Non è lecito fermarsi anche se è stato bello.

Nostalgia di Dio
Antoine de Saint-Exupéry, scrittore e aviatore francese, racconta di avere allevato, con l’aiuto di alcuni amici, alcune gazzelle in un’oasi ai margini del Sahara. « Le rinchiudemmo all’aperto, in una capanna recinta da un graticolato, perché le gazzelle hanno bisogno della libera circolazione dei venti, e non vi è nulla di più sensibile di loro. Se sono catturate da giovani, esse rimangono in vita e vengono a cibarsi dalla vostra mano. Si lasciano accarezzare e tuffano il loro muso umido nel palmo della vostra mano. E così si crede di averle addomesticate… Ma viene il giorno in cui le ritrovate mentre premono con le loro piccole corna contro lo steccato, verso il deserto. E come se fossero calamitate. Non sanno che vi sfuggono; bevono il latte che portate loro, si lasciano ancora accarezzare, spingono ancor più affettuosamente di prima il loro muso nella vostra mano… Eppure appena le lasciate libere, vi accorgete che dopo una sgroppata apparentemente felice, ritornano contro il reticolato. E se non intervenite, rimangono là. Non cercano nemmeno di lottare contro l’ostacolo, ma si limitano a premervi contro, con la nuca abbassata, con le loro piccole corna, finché muoiono. Quel che cercano lo sapete: è lo spazio fatto per loro. Esse vogliono diventare gazzelle e danzare la loro danza. A centotrenta chilometri all’ora vogliono conoscere la fuga rettilinea, interrotta da piccoli balzi, come se qua e là scaturissero dalla sabbia delle fiamme. Che importa loro degli sciacalli o dei leoni, se è proprio la paura che le fa correre più veloci! Esse sono prese dalla nostalgia… ».

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdbA DOMENICA DI QUARESIMA – A | OMELIA

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