Archive pour février, 2017

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/02/2017)

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L’amore vino « perpetuum »

padre Gian Franco Scarpitta

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/02/2017)

Nella sua Prima Lettera, Giovanni parla della « Legge di Dio » dicendo che essa è sintetizzata in un comandamento « antico » e allo stesso temo « nuovo », che consiste nell’amore ai fratelli come condizione per restare nella luce e diradare le tenebre (1Gv 2, 2 – 8). Il concetto che l’apostolo intende esporre è abbastanza chiaro: possiamo anche conoscere tutti minuziosamente tutta la Legge di Dio come viene interpretata nell’Antico Testamento (la Legge di Mosè, Thorà), possiamo conoscere anche i particolari e le virgole dell’intera Scrittura, come pure dare ottime e convincenti elucubrazioni esegetiche su ogni passo allusivo ai singoli precetti e prescrizioni, ma non saremo mai dotti intorno alla volontà del Signore fin quando non avremo compreso che la Legge consiste fondamentalmente nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Potremmo anche avere cognizione di ciascuno dei comandamenti divini, saperne offrire illuminata interpretazione, dimostrare profondità di scienza sullo specifico morale di ciascuno di essi, ma ne saremo sempre ignoranti finché non avremo preso coscienza della loro sintesi: l’amore. E’ appunto l’amore convinto e disinteressato a dare senso a ciascuna delle prescrizioni divine, anche quelle che a prima vista ne sembrerebbero estranee; sempre l’amore è il vero compendio di tutta la Legge, la sua pienezza (Rm 13, 8 – 10), il caposaldo che rende sempre nuova una legge antica. Ciascuno dei comandamenti che noi conosciamo e che più volte abbiamo elencato (?) racchiude in se stesso, anche se nella forma sottesa, sempre l’imperativo etico del donarsi e del concedersi a Dio e agli altri. « Ama e fai tutto ciò che vuoi », afferma una celebre frase di Sant’Agostino e quando si esercita la virtù della carità senza retorica e senza distacco si è davvero certi di essere adempienti su tutto.
E’ questa la logica per la quale Gesù, nelle sue monizioni, concilia il vecchio e il nuovo senza che l’uno smentisca l’altro: « No crediate che sia venuto a abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento. » La Legge e i Profeti sono i testi scritturali sui quali si fondava l’etica e la vita dell’antico popolo d’Israele, che si trovava normato dalle disposizioni mosaiche e sollecitato dalle parole ispirate di chi recava il divino annuncio. Erano queste le Scritture che orientavano la vita di tutti gli Israeliti e alle quali lo stesso Gesù si sottometteva con riverenza senza eccezioni e anche i cristiani delle origini seguiteranno ad osservare la Legge di Mosè frequentando il tempio per il culto e seguendo le condotte di preghiera allora in uso. Gesù infatti manifesta la volontà che esse restino sempre le stesse e che neppure ino iota (ebraio jod) venga da esse mutato. Sebbene antiche e datate, le Scritture hanno sempre la loro attualità. Ciò che tuttavia le rende « nuove », rinvigorite nel senso e complete è quell’aggiunta di Gesù « Ma io vi dico », che vuole attribuire ad esse il suo reale significato e fondamento in nome della succitata legge dell’amore. Nessuna norma scritta assume infatti piena validità quando non sia contrassegnata dal trasporto di un cuore puro e rinnovato che si trasformi nella trasparenza dell’amore e del dono di sé e seppure codici e legiferazioni siano riusciti a mantenerci nella legalità, il fatto che siano stati semplicemente scritti su carta non hanno mai contribuito a cambiare lo spirito umano e a guadagnarci la perfezione e la rettitudine di coscienza.
E’ piuttosto l’amore che deve spronarci, la vera legge scritta non su tavole, ma incisa nei nostri cuori (Ger 31, 30 ess) per la quale a ciascuna delle azioni devono corrispondere intenzioni conformi e che richiede una trasparenza che inabiti nella nostra interiorità. Di conseguenza non è sufficiente non mutilare, non percuotere o non uccidere nella prassi, ma occorre anche estinguere qualsiasi perversione e malizia nei confronti del prossimo già nel proprio animo. Non soddisfa astenersi dal furto e dalla rapina, ma occorre anche sgombrare l’animo da sentimenti di rivalsa e di rancore; occorre scongiurare il pericolo di invidia e di gelosia confrontando le nostre risorse con quelle altrui. Come pure è necessario il rispetto dell’onore e della dignità della persona, la tutela dei suoi diritti, la sua buona fama poiché tante volte si può ferire e mutilare anche con le parole oltre che con le armi e le percosse. Non macchiarsi della colpa esteriore di adulterio non è sufficiente qualora nel cuore alberghino concupiscenze e desideri repressi verso la donna altrui. Non basta evitare la vendetta esagerata e sproporzionata, come voleva la legge di Mosè, ma occorre anche estinguere ogni desiderio di rivalsa, di acredine e di asperità verso i nostri avversari perché si può uccidere anche nel proprio animo. Anche se adempiere i giuramenti fatti rende onore a Dio, è meglio astenersi dai giuramenti che possano essere inopportuni, evitando di mettere in gioco Dio Verità su ciò che realmente è menzogna umana. In tutto questo Gesù perfeziona, senza screditarla, la Legge fondamentale che si limitava alla forma scritta e passiva, chiamando in causa la nostra collaborazione voluta dalla buona disposizione interiore; chiama a rapporto il nostro intimo quale vero interprete di qualsiasi legge fatta di prescrizioni e di decreti e l’amore è il comune denominatore che rende sempre nuovo ciò che è antico, attualizzando e portando alla perfezione ogni prescrizione plurisecolare che sotto questa ottica appare odierna e gradevole. L’amore trasforma i « Comandamenti » in Beatitudini ed è paragonabile al vino « perpetuum » che seppure versato nelle botti decenni or sono risulta anche oggi prezioso e gustoso a consumarsi.
L’uomo certamente dispone del libero arbitrio e della gestione della propria volontà ed a lui solo spetta la risoluzione decisionale fra il bene e il male; a lui cioè spetta di decidere se osservare i comandamenti o rigettarli. Il libro del Siracide (I Lettura) osserva che nel primo caso la scelta verte alla realizzazione umana, nel secondo consegue distruzione e autolesionismo. Chi infatti osserva i Comandamenti oltre che adempiere la legge di Dio costruisce per se una prosperosa garanzia di vita e trova nei moniti divini contrassegnati dall’amore la forza e la fiducia per affermare se stesso. Diversamente procura la propria condanna chi deliberatamente disattende quanto Dio comunica a nostro esclusivo vantaggio. La pienezza della legge, cioè l’amore, è infatti la pienezza stessa dell’uomo.

IL SOGNO DI MARTIN LUTHER KING – « I HAVE A DREAM » (2013)

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/comments/2013/documents/195q01b1.html

Cinquant’anni dopo, le parole « I have a dream » dello storico discorso a Washington continuano ad essere vive

IL SOGNO DI MARTIN LUTHER KING – « I HAVE A DREAM » (2013)

I cinquant’anni del grido I have a dream di Martin Luther King vengono ricordati dal cardinale arcivescovo di Washington in un articolo pubblicato sul « National Catholic Reporter », di cui riportiamo il testo integrale.

di Donald William Wuerl
I manifestanti, circa un milione, provenivano da tutti gli Stati Uniti e da ogni angolo di Washington. In quella indimenticabile giornata del 28 agosto 1963, i partecipanti alla marcia su Washington ascoltarono le storiche parole del reverendo Martin Luther King Jr.: « Ho un sogno ».
Questo sogno continua a essere vivo anche dopo cinquant’anni. La maestosa statua di King, nel nuovo memoriale a Washington, ci ricorda il suo imponente impegno nel guidare la nostra nazione verso la piena consapevolezza dell’uguaglianza di tutte le persone dinanzi a Dio. Il suo sogno, profondamente radicato nella preghiera e nella sacra Scrittura, continua a incoraggiarci a vederci gli uni gli altri come fratelli e sorelle, figli dello stesso Dio amorevole.
E rivolgendosi alla folla proveniente da ambienti, esperienze di vita e tradizioni religiose diverse, King aggiunse: « Non possiamo camminare soli ». Con lui, nel Lincoln Memorial, c’era monsignor Patrick O’Boyle, mio predecessore come arcivescovo di Washington, che pronunciò l’invocazione, pregando affinché « gli ideali della libertà, benedetti sia dalla nostra fede religiosa, sia dalla nostra eredità democratica, prevalgano nel nostro Paese ».
O’Boyle aveva incoraggiato i gruppi cattolici locali, le parrocchie e le università a partecipare alla marcia, offrendo ospitalità a quanti venivano da fuori e facendo sfilare striscioni con i nomi delle rispettive parrocchie e organizzazioni. Impegnarsi per la giustizia razziale e sociale era naturale per O’ Boyle, creato cardinale nel 1967. Poco dopo aver ricevuto il pastorale come primo arcivescovo residenziale di Washington nel 1948, aveva iniziato a lavorare per l’integrazione nelle parrocchie e nelle scuole cattoliche, molti anni prima che la sentenza della Corte Suprema Brown v. Board of Education (1954) dichiarasse illegali le strutture educative segregazioniste. Si unì anche ai leader religiosi della città domandando uguali opportunità in tema di alloggi, lavoro e istruzione pubblica. Al concilio Vaticano II esortò i padri conciliari a emanare una esplicita dichiarazione di condanna verso i pregiudizi razziali.
Nel suo discorso, King lanciò un fervido appello affinché fosse costruita una società giusta per i bambini di tutte le razze e di ogni ambiente. « Ora è il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio », disse esortando la folla e l’America tutta. Come persone di fede e come americani non possiamo restare indolenti o compiacenti quando ci troviamo dinanzi al peccato del razzismo o a qualsiasi forma di ingiustizia. King chiese una risposta alla « urgenza impetuosa del momento presente ».
Rendiamo onore alle eredità di King e di O’Boyle proseguendo il loro lavoro. Un impegno questo che oggi implica anche fornire opportunità educative a tutti i bambini, e in particolare a quelli che altrimenti sarebbero destinati a scuole troppo spesso definite « scarse ». Le 96 scuole cattoliche nell’arcidiocesi di Washington servono quasi 30.000 bambini della capitale e del Maryland. Molti di questi studenti appartengono alle minoranze e non sono cattolici. Per il prossimo anno accademico 2013-2014 l’arcidiocesi ha stanziato 5,5 milioni di dollari quale contributo alle tasse scolastiche, cifra che è quasi sestuplicata negli ultimi anni. I bambini che frequentano le scuole cattoliche, nelle vie della città, nelle zone periferiche e nelle aree rurali, provengono da tutti gli ambienti e, attraverso programmi accademici impegnativi radicati nei valori cristiani, imparano a essere i futuri leader della nostra Chiesa, delle nostre comunità, della nostra nazione e del nostro mondo.
L’invito di King si realizza anche nel nostro Consorzio di Accademie Cattoliche, un gruppo di scuole cattoliche che servono i bambini più poveri nel Distretto di Columbia, offrendo un faro di speranza alle famiglie nelle aree difficili di Washington. [anche nella Sacred Heart School, con il suo programma bilingue in inglese e spagnolo. Queste porte dell'opportunità si aprono anche nella Archbishop Carroll High School, in centro, con il suo numero elevato di iscrizioni di studenti appartenenti alle minoranze e il suo programma di maturità internazionale, e attraverso l'innovativo programma di studio lavoro della Don Bosco Cristo Rey High School a Takoma Park, Md.. La St. Francis International School di Silver Spring, Md., propone un programma di apprendimento globale per bambini che hanno radici in oltre cinquanta paesi.]
La nostra arcidiocesi ha sostenuto altri sforzi innovativi per ampliare le opportunità educative. Nel 2004, alcuni leader del Congresso, rappresentanti diversi partiti e punti di vista, si sono riuniti per istituire il D.C. Opportunity Scholarship Program, che ha assegnato circa 6.000 borse di studio per i bambini della città, il 98 percento dei quali appartiene alle minoranze e avrebbe dunque ricevuto un’istruzione carente. [Lo scorso anno, il 97 percento degli studenti della 12a classe che hanno usufruito di questa borsa di studio si sono diplomati - e la percentuale di quanti avevano scelto scuole cattoliche è stata persino più alta - rispetto al 60 percento registrato nelle scuole pubbliche del Distretto di Columbia]. Uno di questi diplomati, una immigrante etiope, ha tenuto il discorso di commiato della sua classe della Archbishop Carroll High School, e sogna di diventare medico e di servire i poveri. Un altro che ha usufruito della borsa, uno studente di origine salvadoregna, ha ricevuto un riconoscimento dall’amministrazione Obama ed è stato nominato White House Champion of Change.
Come arcivescovo di Washington, sono stato testimone del sogno di King di vedere gli americani pregare e marciare insieme per la giustizia. Ogni anno, durante le marce, i raduni e le messe per la vita, centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il Paese si riuniscono per pregare e marciare insieme in difesa della dignità della vita umana in ogni sua fase.
La nostra fede non potrà mai essere relegata a quell’ora in chiesa la domenica. Come ci ha invitato a fare Papa Francesco, dobbiamo « uscire » e portare l’amore e la speranza di Cristo alle nostre comunità e al mondo. È per questo che i programmi delle Catholic Charities e gli ospedali cattolici continuano a portare l’amore e la speranza di Cristo a tutti coloro che ne hanno bisogno, a prescindere da razza, religione, sesso, nazionalità o orientamento sessuale. Per questo dobbiamo continuare a sostenere la dignità della vita umana, la libertà religiosa e la giustizia per gli immigranti. La nuova enciclica del nostro Papa, Lumen fidei, ci ricorda che la fede è la luce che dovrebbe guidare la nostra vita. Certamente lo è stata per King.
Parlando dai gradini dell’Islamic Center a Washinton durante un incontro interconfessionale nel 2006, ho invitato le persone ad affidarsi alla luce della loro fede per dissipare il buio, le paure e l’odio nel mondo, e a costruire insieme ponti di solidarietà e di pace. È questa l’unità che King non solo ha sognato, ma che ha creduto sarebbe diventata realtà.
« Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante della nostra nazione in un armoniosa sinfonia di fraternità », disse. Verrà il giorno « in cui tutti i figli di Dio, uomo negro e uomo bianco, ebreo e cristiano, Protestante e Cattolico, potremo unire le nostre mani a cantare le parole del vecchio spiritual Negro: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo finalmente liberi ».

 

Publié dans:MARTIN LUTHER KING |on 7 février, 2017 |Pas de commentaires »

’UOMO PRIMITIVO E LA SUA SOMIGLIANZA CON NOI

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/primitivo.htm

L’UOMO PRIMITIVO E LA SUA SOMIGLIANZA CON NOI

da Archivi del Nord di M.Yourcenar (Einaudi, Torino, 1997, pagg.9-13)

Ma già compare, un po’ ovunque, l’uomo. L’uomo ancora sparso, furtivo, talora disturbato dalle ultime spinte dei ghiacciai incombenti, e che ha lasciato ben poche tracce in quella terra senza caverne e senza rocce. Il predatore-re, il massacratore di bestie e di alberi, il cacciatore che colloca le sue trappole in cui si strozzano gli uccelli, e i suoi pali in cui s’infilzano gli animali da pelliccia; il braccatore all’agguato delle grandi migrazioni stagionali per procurarsi la carne da seccare per i suoi inverni; l’architetto dei rami e tronchi scorticati, l’uomo-lupo, l’uomo volpe, l’uomo-castoro che riunisce in sé tutte le astuzie animali, colui del quale la tradizione rabbinica dice che la terra rifiutò a Dio una manciata del suo fango per dargli forma, e i racconti arabi narrano che gli animali tremarono alla vista di quel nudo verme.
L’uomo con i suoi poteri che, in qualunque modo li si valuti, costituiscono un’anomalia nell’insieme delle cose, con il suo temibile dono di andare più lontano nel bene e nel male di qualunque altra specie vivente a noi nota, con la sua terribile e sublime facoltà di scelta.
I disegni a fumetti e i manuali popolari di scienza ci mostrano questo Adamo senza gloria sotto l’aspetto di un bruto peloso che brandisce una clava: siamo lontani dalla leggenda giudeo-cristiana secondo la quale l’uomo delle origini vaga in pace nella penombra di un bel giardino e, se possibile, ancora più lontani dall’Adamo di Michelangelo che si sveglia nella sua perfezione al tocco del dito di Dio.
Un bruto certamente, l’uomo della pietra spaccata e della pietra levigata, poiché quel bruto è ancora in noi, ma quel Prometeo selvaggio ha inventato il fuoco, la cottura degli alimenti, il bastone spalmato di resina che illumina la notte. Meglio di noi ha saputo distinguere le piante commestibili da quelle che uccidono, e da quelle che invece di nutrire provocano strani sogni. Ha osservato che il sole d’estate tramonta più a nord, che certi astri girano in tondo attorno allo zenith e si muovono in processione regolare lungo lo zodiaco, mentre altri vanno e vengono, mossi da impulsi capricciosi che si ripetono dopo un certo numero di lunazioni o di stagioni; ha utilizzato queste conoscenze nei suoi viaggi diurni o notturni. Quei bruti hanno senza dubbio inventato il canto, compagno di lavoro, di piacere e di sofferenza fino all’epoca nostra, in cui l’uomo ha quasi completamente disimparato a cantare. Contemplando i ritmi grandiosi che essi esprimevano ai loro affreschi, ci sembra di poter indovinare le melopee delle loro preghiere o delle loro magie. L’analisi dei terreni in cui seppellivano i loro morti rivela che essi li coricavano su tappeti di fiori dai disegni complicati, forse non molto diversi da quelli che al tempo della mia infanzia le vecchie stendevano sul percorso delle processioni. Quei Pisanello o quei Degas della preistoria hanno conosciuto lo strano impulso dell’artista che consiste nel sovrapporre ai brulicanti aspetti del mondo reale una folla di raffigurazioni nate dal suo spirito, dal suo occhio e dalle sue mani.
Dopo appena un secolo di ricerche dei nostri etnologi cominciamo a sapere che esistono una mistica e una saggezza primitive, e che gli sciamani si avventurano su strade attraverso la notte. A causa della nostra superbia, che di continuo nega agli uomini del passato percezioni simili alle nostre, rifiutiamo di vedere negli affreschi delle caverne qualcosa di più che i frutti di una magia utilitaria: i rapporti fra l’uomo e la bestia da una parte, fra l’uomo e la sua arte dall’altra, sono più complessi e conducono più lontano. Le stesse formule riduttive avrebbero potute essere usate, e lo sono state, nei confronti delle cattedrali considerate come il prodotto di una colossale contrattazione con dio o come una corvè imposta da una pretaglia rapace e tirannica. Ma lasciamo a Homais queste semplificazioni. Nulla vieta di supporre che lo stregone della preistoria, davanti all’immagine di un bisonte trafitto da frecce, abbia provato in certi momenti la stessa angoscia e lo stesso fervore di un cristiano di fronte all’Agnello Sacrificale.
Ed ecco ora, separati da noi da trecento generazioni al massimo, gli ingegnosi, gli esperti, gli adattati del neolitico, presto incalzati dai tecnocrati del rame e del ferro, gli artigiani che compiono con destrezza certi gesti che l’uomo ha fatto e rifatto fino alla generazione che precede la nostra; i costruttori di capanne su palafitte e di muri a secco; gli incavatori di tronchi d’albero destinati a diventare barchette o bare; i produttori all’ingrosso di vasi e di ceste; i villici i cui cortili ospitano i cani, alveari e macine; i guardiani di mandrie che hanno concluso con l‘animale divenuto domestico un patto sempre infranto dalle condanne a morte; coloro per i quali il cavallo e la ruota sono scoperte di ieri sera o di domattina. La fame, la sconfitta, il gusto dell’avventura, gli stessi venti dell’est che soffieranno tra cinquanta secoli al tempo delle invasioni barbariche, li hanno probabilmente spinti fin qui, come i loro predecessori e i loro successori lo sono stati o lo saranno un giorno; una linea sottile fatta dei residui delle varie razze si forma periodicamente lungo quelle coste, come, dopo la tempesta, su quelle stesse dune, la frangia di alghe, conchiglie e frammenti di legno rigettati dal mare. Quelle genti ci somigliano: posti di fronte a loro, riconosceremmo nei loro tratti tutte le sfumature che vanno dalla stupidità al genio, dalla bruttezza alla beltà. L’uomo di Tollsund, contemporaneo dell’età del ferro danese, mummificato con la corda al collo in uno stagno dove i cittadini benpensanti dell’epoca gettavano, pare, i loro traditori veri o presunti, i loro disertori, i loro effeminati, in offerta a non si sa quale dea, ha uno dei visi più intelligenti che sia dato vedere: quel giustiziato ha certo guardato molto dall’alto quelli che lo giudicavano.
Poi, tutto ad un tratto, delle voci che parlano una lingua di cui restano qua e là dei vocaboli isolati, dei suoni, delle radici: bocche che pronunciano press’a poco come noi la parola dune, la parola bran, la parola meule. Schiamazzatori, boriosi, cercatori di fortuna e di liti, tagliatori di teste e soldatacci spacconi: i celti con i loro cappucci di lana, le loro casacche molto simili a quelle dei nostri contadini di ieri, i loro pantaloncini da sportivi e le ampie brache che torneranno di moda tra i sanculotti della rivoluzione. I celti, altrimenti detti galli (gli scrittori antichi usano indifferentemente i due termini), rivendicati a dritta e a manca dallo sciovinismo degli eruditi, fratelli nemici dei germani, e le cui liti in famiglia non sono ancora cessate dopo venticinque secoli. I ragazzoni fastosi e pezzenti, amanti dei bei bracciali, di bei cavalli, di belle donne e bei paggi, che barattavano i loro prigionieri di guerra con giare di vino italiano o greco. La leggenda antica vuole che durante una delle loro prime puntate sulle coste basse del mare del nord, quegli scalmanati abbiano marciato in armi contro le grandi maree che minacciavano il loro accampamento. Quel pugno di uomini che sfida l’avanzata delle onde mi ricorda la nostra eccitazione di bambini assediati nelle nostre fortezze di sabbia invase insidiosamente dall’acqua, su quelle stesse spiagge, sotto quello stesso cielo grigio, decisi a resistere fino all’ultimo, agitando le nostre bandiere da pochi soldi, totem di varie nazionalità, che qualche settimana più tardi sarebbero state nobilitate dall’atroce prestigio della Grande Guerra. I nostri libri di scuola ci ripetevano fino alla noia che quei galli dal grande cuore non temevano nulla se non che il cielo cadesse. Più coraggiosi o più disperati di loro, ci siamo abituati, dopo il 1945, ad aspettarci di vedere il cielo cadere.

 

Publié dans:L'uomo primitivo |on 7 février, 2017 |Pas de commentaires »

Henry Coller, The Sermon on the Mount

 Henry Coller, The Sermon on the Mount  dans immagini sacre Coller4

http://bookpalace.com/acatalog/info_Coller4.html

Publié dans:immagini sacre |on 4 février, 2017 |Pas de commentaires »

5 FEBBRAIO 2017 | 5A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/05-Domenica/10-05a-Domenica_A_2017-UD.htm

5 FEBBRAIO 2017 | 5A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

Voli siete il sale della terra….

Per cominciare
Quindici giorni fa si diceva che Gesù con l’inizio della sua predicazione illuminava con la sua parola il popolo di Galilea immerso nelle tenebre. Oggi Gesù dice a chi intende seguirlo che dovrà essere luce del mondo e sale della terra. Perché ogni cristiano è chiamato a riproporre nel suo piccolo l’esperienza di vita di Gesù, le sue scelte, la sua persona.

La parola di Dio
Isaia 58,7-10. Il terzo Isaia, un autore del VI-V secolo, propone i temi cari ai profeti del suo tempo: l’attenzione agli oppressi, agli affamati, ai senza tetto, la vita nuova vissuta nella giustizia e nella solidarietà. È così che il buon ebreo si assicura l’assistenza e l’aiuto di Dio, è così che « la sua luce brillerà fra le tenebre ».
1 Corinzi 2,1-5. Prosegue la lettura continua della lettera ai Corinzi, iniziata un mese fa. Paolo si propone di educare la sua comunità a un genuino sentire cristiano. In questo brano ricorda loro di non essersi presentato a loro con la forza di una filosofia (come forse aveva fatto ad Atene), ma con quella del vangelo e della croce di Gesù. Caratteristica della sua predicazione è la gratuità e il suo stile semplice, accompagnato dalla testimonianza. Ma anche dalla forza e dalla potenza dello Spirito.
Matteo 5,13-16. Il testo liturgico dice che Gesù parla ai suoi discepoli, forse intendendo con essi gli apostoli, che ha appena scelto. In realtà Gesù parla alle folle che lo ascoltato e ai suoi discepoli, cioè semplicemente a chi ascolta le sue parole e vuole vivere di conseguenza. Matteo indica chiaramente a quale prezzo i cristiani saranno sale e luce del mondo: « poveri, miti, assetati di giustizia, puri, perseguitati, operatori di pace ». Sono le beatitudini vissute e testimoniate, i versetti 1-12 di questo stesso capitolo, quelli che precedono il brano che ci viene proposto oggi.

Riflettere
Con due immagini tratte dall’ambiente quotidiano palestinese, i discepoli vengono paragonati al sale e alla luce, che sono due elementi che in ogni civiltà sono considerati tra i più utili alla vita.
Per i discepoli essere sale e luce non è tanto motivo di orgoglio personale, quanto assunzione di responsabilità. È probabile che Matteo abbia scritto questo brano per la sua comunità cristiana quando essa cominciava a istituzionalizzarsi e forse a frenare lo slancio missionario. Matteo ricorda che se non si è sale e luce per il mondo, si può venir meno al proprio compito, si può diventare addirittura inutili e oggetto di disprezzo da parte di altri.
Il rischio di diventare cristiani inutili, comunità anonime, dovrà stimolare ogni discepolo a verificarsi e a impegnarsi con slancio. Una comunità cristiana che non sia tale non serve a nulla. Una pratica religiosa e una istituzione che funzioni solo in modo formale non raggiunge il suo scopo.
« Voi siete la luce del mondo » trova il parallelo in Gv 8,12: « Io sono la luce del mondo ». L’azione dei discepoli è in linea con quella di Gesù. Le buone opere devono essere compiute senza esibizionismo, ma anche senza mimetizzarsi, cioè senza timore di essere visti.
Il sale e la luce sono il simbolo dell’autenticità, della testimonianza, della sapienza che i cristiani sono chiamati a donare al mondo. È un compito assunto in forma personale, ma è soprattutto l’intera comunità che ha la missione di presentarsi al mondo con queste caratteristiche, per lievitarlo e illuminarlo.
« Se il sale perde il suo sapore, niente potrà ridarglielo », dice Gesù: è una chiara affermazione dell’urgenza e necessità di questo compito.
Ci si domanda spesso quale sia l’identità del cristiano. Gesù dà la sua risposta:
- immersi nel mondo, per darvi sapore: non quindi separati, divenuti ghetto, staccati dalla vita e dalla storia;
- poveri, miti, assetati di giustizia, puri, perseguitati: le beatitudini, che precedono questi versetti (Mt 5,1-12), indicano a quale prezzo i cristiani saranno sale e luce nel mondo;
- capaci di rendere trasparente la testimonianza, quindi senza barriere istituzionali, senza formalismi che bloccano il dialogo, senza compromessi che rendono ambiguo il messaggio.
Si diventa sale e luce del mondo quando in modo particolare ci lasciamo illuminare e « salare » da Cristo, condividendo la sua vita, attingendo dalla sua parola le norme di comportamento; quando, come lui, siamo disposti a giocarci la vita fino alla croce.

Attualizzare
Gesù afferma: « Voi siete… », di qui la nostra confusione, perché in realtà non lo siamo: né sale né luce… « Voi siete » fa capire che prima che di un fare, Gesù parla di un modo di essere.
Voi siete il sale, dice Gesù. E il sale è simbolo di ospitalità, dà sapore alle cose, mantiene gli alimenti e ne impedisce la decomposizione. Il salgemma del mar Morto veniva usato per dare forza al fuoco e riscaldare.
Nei duemila anni di storia della chiesa però quanta luce e quanto sale attraverso la testimonianza dei cristiani! Anche noi conosciamo persone così, che nel loro piccolo sanno essere persone positive, che non si arrendono mai e sempre disponibili…
« Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio », dice Gesù. Non ci si nasconde, non ci si comporta da timidi di fronte all’annuncio del vangelo. « Non può restare nascosta una città che sta sopra un monte ». Il minimo che si può chiedere a un cristiano è di non vergognarsi della propria fede e della propria identità cristiana, di essere se stesso, di non manifestarsi doppio. È il cosiddetto « rispetto umano ». Anche i non credenti si aspettano questa coerenza di vita. Allora ne ricavano rispetto e magari ammirazione. Gli uccelli davanti a uno spaventapasseri stanno alla lontana. Ma quando – a forza di girargli attorno – si accorgono che è un uomo di pezza, si posano sulla sua testa e vi fanno i loro bisogni.
Oggi vi è tanto rispetto per chi non crede, ma dobbiamo anche ricordare che se stiamo zitti e non illuminiamo, priviamo queste persone di quelle verità di cui hanno bisogno per vivere.
Si è sale e luce con le « opere buone » (vangelo), con la giustizia e la testimonianza della solidarietà (Isaia, prima lettura). Anni fa il sindaco di Atlanta, negli Usa, ha voluto vivere per 36 ore da barbone. Proprio per entrare nella loro pelle, per conoscere in diretta la loro situazione di vita. Questo vuol dire essere sale, che porta poi a diventare luce di impegno e di testimonianza. Ci sono parroci della Sicilia e della Calabria che hanno trovato il coraggio di agire contro la mafia; don Pino Puglisi è uno di questi, e la sua vita illumina ancora oggi.
Si è sale e luce quindi non solo « a parole », ma con le nostre scelte di vita. Questo vale per la chiesa nella sua visibilità pubblica e gerarchica, che è in qualche modo la nuova Gerusalemme, la città posta sopra il monte che non può rimanere nascosta; ma vale anche per la nostra vita parrocchiale, che deve apparire credibile.
Essere sale e luce è oggi anche un invito a vivere il nostro battesimo. È lì che ci viene detto di essere sale del mondo e ci viene consegnata la luce della fede che deve accompagnare la nostra vita. Si è sale e luce anche con l’impegno catechistico condotto con competenza e determinazione.
La luce è destinata a illuminare, ma c’è chi la luce non la vuole ricevere: dice il vangelo di Giovanni che venne la luce vera, destinata a illuminare ogni uomo, ma che questa luce non è stata riconosciuta e accolta (Gv 1,9-11). In questo caso è nella somiglianza a Cristo crocifisso e nella potenza della sua croce che si deve confidare (seconda lettura).

Mostrami se sei cristiano
« Un cristiano deve far vedere chi è non solo perché va in chiesa, ma per la sua vita nuova, per il suo nuovo modo di agire. Un cristiano deve essere la luce e il sale del mondo (Mt 5,13-14). Se dunque in te e da te non appare la luce, se non freni la tua corruzione, come potremo sapere che sei cristiano? Lo sarai forse soltanto perché sei stato rigenerato nelle sacre acque del battesimo? Un cristiano deve risplendere non solo per ciò che ha ricevuto da Dio, ma anche per quelle cose che egli stesso può offrire a lui. Ovunque egli deve poter essere riconosciuto per il suo modo di camminare e di guardare, per il suo comportamento esteriore e per le sue parole. Questo dico non perché ci dobbiamo mettere in mostra, ma per far riflettere e condurre al bene coloro che ci osservano » (S. Giovanni Crisostomo).

Siate il sale della terra
Matteo indica chiaramente a quale prezzo i cristiani saranno sale e luce del mondo. Con parole sue lo ha scritto anche Georges Bernanos, nel suo famoso Diario di un curato di campagna. Lui si rivolge ai preti, ma sono frasi che hanno molto da dire a tutti: « Mi domando che cosa avete nelle vene, oggi, voialtri giovani preti! Al mio tempo si formavano degli uomini di chiesa, sì degli uomini di chiesa… Adesso i seminari ci mandano dei chierichetti, dei piccoli vagabondi che si immaginano di lavorare più di tutti, perché non vengono a capo di nulla… Al primo assaggio, abbandonano tutto. Sono dei musi sporchi di marmellata. Ma una cristianità non si nutre di marmellata, più di quanto se ne nutra un uomo. Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale… Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma impedisce anche di marcire ».

Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

Candlemas – Presentation of Jesus in the Temple

Candlemas – Presentation of Jesus in the Temple dans immagini sacre Bellini_Presentation_of_Jesus_in_the_Temple
http://aff12blog.com/2016/02/02/candlemas-presentation-of-jesus-in-the-temple-feast-of-the-purification-of-mary-groundhogs-day-february-2/

Publié dans:immagini sacre |on 1 février, 2017 |Pas de commentaires »

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2013/documents/hf_ben-xvi_hom_20130202_vita-consacrata.html

SANTA MESSA CON I MEMBRI DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E DELLE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA
NELLA

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

IN OCCASIONE DELLA XVII GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Sabato, 2 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle!

nel suo racconto dell’infanzia di Gesù, san Luca sottolinea come Maria e Giuseppe fossero fedeli alla Legge del Signore. Con profonda devozione compiono tutto ciò che è prescritto dopo il parto di un primogenito maschio. Si tratta di due prescrizioni molto antiche: una riguarda la madre e l’altra il bambino neonato. Per la donna è prescritto che si astenga per quaranta giorni dalle pratiche rituali, dopo di che offra un duplice sacrificio: un agnello in olocausto e una tortora o un colombo per il peccato; ma se la donna è povera, può offrire due tortore o due colombi (cfr Lv 12,1-8). San Luca precisa che Maria e Giuseppe offrirono il sacrificio dei poveri (cfr 2,24), per evidenziare che Gesù è nato in una famiglia di gente semplice, umile ma molto credente: una famiglia appartenente a quei poveri di Israele che formano il vero popolo di Dio. Per il primogenito maschio, che secondo la Legge di Mosè è proprietà di Dio, era invece prescritto il riscatto, stabilito nell’offerta di cinque sicli, da pagare ad un sacerdote in qualunque luogo. Ciò a perenne memoria del fatto che, al tempo dell’Esodo, Dio risparmiò i primogeniti degli ebrei (cfr Es 13,11-16).
E’ importante osservare che per questi due atti – la purificazione della madre e il riscatto del figlio – non era necessario andare al Tempio. Invece Maria e Giuseppe vogliono compiere tutto a Gerusalemme, e san Luca fa vedere come l’intera scena converga verso il Tempio, e quindi si focalizzi su Gesù che vi entra. Ed ecco che, proprio attraverso le prescrizioni della Legge, l’avvenimento principale diventa un altro, cioè la “presentazione” di Gesù al Tempio di Dio, che significa l’atto di offrire il Figlio dell’Altissimo al Padre che lo ha mandato (cfr Lc 1,32.35).
Questa narrazione dell’Evangelista trova riscontro nella parola del profeta Malachia che abbiamo ascoltato all’inizio della prima Lettura: «Così dice il Signore Dio: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire … Egli purificherà i figli di Levi … perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia» (3,1.3). Chiaramente qui non si parla di un bambino, e tuttavia questa parola trova compimento in Gesù, perché «subito», grazie alla fede dei suoi genitori, Egli è stato portato al Tempio; e nell’atto della sua «presentazione», o della sua «offerta» personale a Dio Padre, traspare chiaramente il tema del sacrifico e del sacerdozio, come nel passo del profeta. Il bambino Gesù, che viene subito presentato al Tempio, è quello stesso che, una volta adulto, purificherà il Tempio (cfr Gv 2,13-22; Mc 11,15,19 e par.) e soprattutto farà di se stesso il sacrificio e il sommo sacerdote della nuova Alleanza.
Questa è anche la prospettiva della Lettera agli Ebrei, di cui è stato proclamato un passo nella seconda Lettura, così che il tema del nuovo sacerdozio viene rafforzato: un sacerdozio – quello inaugurato da Gesù – che è esistenziale: «Proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18). E così troviamo anche il tema della sofferenza, molto marcato nel brano evangelico, là dove Simeone pronuncia la sua profezia sul Bambino e sulla Madre: «Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te [Maria] una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34-35). La «salvezza» che Gesù porta al suo popolo, e che incarna in se stesso, passa attraverso la croce, attraverso la morte violenta che Egli vincerà e trasformerà con l’oblazione della vita per amore. Questa oblazione è già tutta preannunciata nel gesto della presentazione al Tempio, un gesto certamente mosso dalle tradizioni dell’antica Alleanza, ma intimamente animato dalla pienezza della fede e dell’amore che corrisponde alla pienezza dei tempi, alla presenza di Dio e del suo Santo Spirito in Gesù. Lo Spirito, in effetti, aleggia su tutta la scena della presentazione di Gesù al Tempio, in particolare sulla figura di Simeone, ma anche di Anna. E’ lo Spirito «Paraclito», che porta la «consolazione» di Israele e muove i passi e il cuore di coloro che la attendono. E’ lo Spirito che suggerisce le parole profetiche di Simeone e Anna, parole di benedizione, di lode a Dio, di fede nel suo Consacrato, di ringraziamento perché finalmente i nostri occhi possono vedere e le nostre braccia stringere «la sua salvezza» (cfr 2,30).
«Luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (2,32): così Simeone definisce il Messia del Signore, al termine del suo canto di benedizione. Il tema della luce, che riecheggia il primo e il secondo carme del Servo del Signore, nel Deutero-Isaia (cfr Is 42,6; 49,6), è fortemente presente in questa liturgia. Essa infatti è stata aperta da una suggestiva processione, a cui hanno partecipato i Superiori e le Superiore Generali degli Istituti di vita consacrata qui rappresentati, che portavano i ceri accesi. Questo segno, specifico della tradizione liturgica di questa Festa, è molto espressivo. Manifesta la bellezza e il valore della vita consacrata come riflesso della luce di Cristo; un segno che richiama l’ingresso di Maria nel Tempio: la Vergine Maria, la Consacrata per eccellenza, portava in braccio la Luce stessa, il Verbo incarnato, venuto a scacciare le tenebre dal mondo con l’amore di Dio.
Cari fratelli e sorelle consacrati, tutti voi siete stati rappresentati in quel simbolico pellegrinaggio, che nell’Anno della fede esprime ancora di più il vostro convenire nella Chiesa, per essere confermati nella fede e rinnovare l’offerta di voi stessi a Dio. A ciascuno di voi, e ai vostri Istituti, rivolgo con affetto il mio più cordiale saluto e vi ringrazio per la vostra presenza. Nella luce di Cristo, con i molteplici carismi di vita contemplativa e apostolica, voi cooperate alla vita e alla missione della Chiesa nel mondo. In questo spirito di riconoscenza e di comunione, vorrei rivolgervi tre inviti, affinché possiate entrare pienamente in quella «porta della fede» che è sempre aperta per noi (cfr Lett. ap. Porta fidei, 1).
Vi invito in primo luogo ad alimentare una fede in grado di illuminare la vostra vocazione. Vi esorto per questo a fare memoria, come in un pellegrinaggio interiore, del «primo amore» con cui il Signore Gesù Cristo ha riscaldato il vostro cuore, non per nostalgia, ma per alimentare quella fiamma. E per questo occorre stare con Lui, nel silenzio dell’adorazione; e così risvegliare la volontà e la gioia di condividerne la vita, le scelte, l’obbedienza di fede, la beatitudine dei poveri, la radicalità dell’amore. A partire sempre nuovamente da questo incontro d’amore voi lasciate ogni cosa per stare con Lui e mettervi come Lui al servizio di Dio e dei fratelli (cfr Esort. ap. Vita consecrata, 1).
In secondo luogo vi invito a una fede che sappia riconoscere la sapienza della debolezza. Nelle gioie e nelle afflizioni del tempo presente, quando la durezza e il peso della croce si fanno sentire, non dubitate che la kenosi di Cristo è già vittoria pasquale. Proprio nel limite e nella debolezza umana siamo chiamati a vivere la conformazione a Cristo, in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo, la perfezione escatologica (ibid., 16). Nelle società dell’efficienza e del successo, la vostra vita segnata dalla «minorità» e dalla debolezza dei piccoli, dall’empatia con coloro che non hanno voce, diventa un evangelico segno di contraddizione.
Infine, vi invito a rinnovare la fede che vi fa essere pellegrini verso il futuro. Per sua natura la vita consacrata è pellegrinaggio dello spirito, alla ricerca di un Volto che talora si manifesta e talora si vela: «Faciem tuam, Domine, requiram» (Sal 26,8). Questo sia l’anelito costante del vostro cuore, il criterio fondamentale che orienta il vostro cammino, sia nei piccoli passi quotidiani che nelle decisioni più importanti. Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni; piuttosto rivestitevi di Gesù Cristo e indossate le armi della luce – come esorta san Paolo (cfr Rm 13,11-14) – restando svegli e vigilanti. San Cromazio di Aquileia scriveva: «Allontani da noi il Signore tale pericolo affinché mai ci lasciamo appesantire dal sonno dell’infedeltà; ma ci conceda la sua grazia e la sua misericordia, perché possiamo vegliare sempre nella fedeltà a Lui. Infatti la nostra fedeltà può vegliare in Cristo» (Sermone 32, 4).
Cari fratelli e sorelle, la gioia della vita consacrata passa necessariamente attraverso la partecipazione alla Croce di Cristo. Così è stato per Maria Santissima. La sua è la sofferenza del cuore che forma un tutt’uno col Cuore del Figlio di Dio, trafitto per amore. Da quella ferita sgorga la luce di Dio, e anche dalle sofferenze, dai sacrifici, dal dono di se stessi che i consacrati vivono per amore di Dio e degli altri si irradia la stessa luce, che evangelizza le genti. In questa Festa, auguro in modo particolare a voi consacrati che la vostra vita abbia sempre il sapore della parresia evangelica, affinché in voi la Buona Novella sia vissuta, testimoniata, annunciata e risplenda come Parola di verità (cfr Lett. ap. Porta fidei, 6). Amen.

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