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26 FEBBRAIO 2017 | 8A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

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26 FEBBRAIO 2017 | 8A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

Non potete servire a due padroni…

Per cominciare
Non attaccatevi avidamente al denaro, dice Gesù, ma abbiate un solo Signore, un solo Dio, che è vostro Padre. Impegnatevi prima di tutto a conoscere e a costruire il regno di Dio, e siate sicuri che non vi mancherà ciò di cui avete bisogno per vivere.

La parola di Dio
Isaia 49,14-15. In questo breve passaggio, Isaia presenta un testo efficacissimo per descrivere l’intensità dell’amore di Dio per le sue creature. Si parla della tenerezza di Dio, e ricorda a chi si sente abbandonato, che il suo amore è più grande di quello di una madre per il suo bambino.
1 Corinzi 4,1-5. Di fronte agli esigenti abitanti di Corinto Paolo sente il bisogno di dichiarare la sua retta intenzione e la sua coscienza tranquilla. Colloca se stesso e gli apostoli tra gli iperetai, servi di infima categoria, ma afferma di essere al servizio di Cristo e sarà il Signore a giudicare il comportamento di ciascuno.
Matteo 6,24-34. Gesù dice ai discepoli di avere un grande senso di fiducia nella provvidenza di Dio, il quale ci ha già dato tanto – basta guardasi attorno – e conosce meglio di noi ciò di cui abbiamo bisogno.

Riflettere
Dopo aver proclamato le beatitudini, Gesù fa alcuni esempi molto concreti, quasi per far notare le conseguenze di novità che esse rappresentano. Parla dell’adulterio e del divorzio, del giuramento, della vendetta e del perdono, dell’amore per i nemici, della preghiera e della ricchezza.
Facendo riferimento alle nostre preoccupazioni quotidiane, Gesù poi ci lancia un insieme di sentenze stupende, tra le più belle e consolanti di tutto il vangelo, per ricordarci la tenerezza di Dio nei nostri confronti, che è quella di un Padre, di uno sposo, di una madre. Gesù ci dice che nessuno ci ama come lui, che dobbiamo alimentare la nostra fede, per renderci conto di come interviene nella nostra vita, per accorgerci della sua bontà e sentirlo vicino.
È bello ciò che dice Gesù: nel suo amore provvidente il Padre pensa anche agli uccelli del cielo, « che non mietono, né raccolgono nei granai ». Nel vangelo di Luca Gesù parla degli umili passeri: « Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio… Non abbiate paura: valete più di molti passeri! » (12,6-7).
È questo il motivo per cui non dobbiamo preoccuparci. Oggi un po’ tutti siamo stressati e insoddisfatti, perché siamo preoccupati e ingordi. Che sarebbe della nostra società se tutti fossimo meno avidi di avere di più e di accumulare?
Nelle prime affermazioni di Gesù, si fa riferimento alla ricchezza e Gesù dice senza tanti giri di parole, che non si può nello stesso tempo mettersi a servizio di due padroni: « Non potete servire Dio e la ricchezza ». Gesù usa il termine aramaico « mammona », che è una personificazione del Denaro, potenza che assoggetta il mondo.
Presso il popolo ebraico per lungo tempo la ricchezza venne considerata una benedizione di Dio e la povertà un castigo. Anche quando si parlava dei tempi messianici, si attendeva una società di grande benessere materiale.
Di fatto però, coi passare dei secoli, la ricchezza fu sempre più accompagnata dall’arroganza e dalla ingiustizia, mentre la fedeltà a Dio e l’attesa del messia divenne una prerogativa delle classi più umili e povere.
Era il povero d’altra parte che si trovava a maggior ragione in diritto di attendere i tempi messianici, era lui ad avere le mani vuote, pronte a essere riempite. Molte preghiere dei giusti di Israele partono proprio da una situazione di miseria: « Il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri » (Is 49,13); « Signore, tendi l’orecchio, rispondimi, perché io sono povero e misero » (Sal 86,1); « Il Signore… mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati… per consolare tutti gli afflitti » (Is 61,1-3).
Gesù porterà a sua testimonianza, per dichiarare che con lui ci si trova nei tempi messianici, proprio per il fatto che egli annuncia il vangelo ai poveri. « Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito », dice ai discepoli del Battista, « i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia » (Lc 7,22; cf anche Mt 11,5).
I poveri sono amati e preferiti per la loro indigenza, non tanto perché siano in senso assoluto migliori dei ricchi. Essi si trovano nelle condizioni più giuste per accogliere con animo aperto la speranza messianica.
Il distacco dalla ricchezza è elogiato però quando è accompagnato dalla fede, dalla disponibilità, dall’abbandono fiducioso in Dio. Questi sono i poveri a cui Gesù si rivolgerà, i poveri « di spirito ». Quelli cioè che comprendono che la loro povertà è una grande occasione per essere più liberi per Dio e per le cose che contano.
È per questo motivo che Gesù invita i discepoli a farsi poveri, a vendere i propri beni per distribuirli ai bisognosi, liberandosi così dalla tentazione della ricchezza che rende sazi e chiude il cuore.

Attualizzare
Stress, frustrazioni, nevrosi: sono le malattie del nostro tempo. A cui si devono aggiungere gli affanni di un periodo di crisi, la mancanza di lavoro dei giovani, la precarietà, la cassa integrazione, le incognite sul domani. Si direbbe che avremmo tutti i motivi per dire con il profeta Isaia (prima lettura): « Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato ». Le parole di Matteo di quest’oggi invece ci mettono di fronte alla tenerezza di Dio, scendono come rassicuranti e ci dicono che Dio veglia su di noi come un padre. « Nel lezionario di oggi appare quasi una grande teofania, il volto amoroso di Dio padre e madre » (Gianfranco Ravasi). Dice Isaia che una donna non si dimentica del suo bambino, del figlio delle sue viscere; ma anche se questo dovesse capitare: « Io invece non ti dimenticherò mai ».
È questo il motivo per cui non dobbiamo preoccuparci. « Ma che vi andate crucciando per domani? », diceva il Cottolengo: « Se voi pensate a domani la Divina Provvidenza non ci pensa più, perché ci avete già pensato voi. Non guastate dunque l’opera sua e lasciatela fare ».
Ma se siamo stressati e insoddisfatti è forse anche perché siamo preoccupati e ingordi, preoccupati forse proprio perché ingordi. Che sarebbe della nostra società e di ciascuno di noi se tutti fossimo meno preoccupati di vivere nella totale sicurezza e di arricchire?
È inevitabile oggi domandarci se, in un mondo di ricercata abbondanza, di ricchezza, di benessere, le parole di Gesù abbiano ancora un senso.
Al tempo di Gesù le parole « beati i poveri » non suscitavano meno scandalo di oggi. Quando Gesù diceva queste parole, non si rivolgeva soltanto alla massa del popolo povera da sempre, ma anche a molta gente ricca di beni. Gli stessi apostoli del resto, che Gesù ha strappato dalle loro attività, non erano certamente dei mentecatti. Nella chiesa degli inizi non mancherà chi venderà i propri beni per condividerli con i più poveri e la comunità.
Ma il « beati i poveri » di Gesù, il « beati i poveri di spirito », era ed è un discorso duro anche per i poveri. Essi spesso guardano alla ricchezza come a un miraggio, come a un obiettivo che sperano sempre di raggiungere con un po’ di fortuna. Gesù getta invece una doccia fredda su questi pensieri. La povertà non va accolta lamentandosi: la ricchezza non può riempire il cuore di un uomo.
È quindi il ricco che probabilmente può comprendere anche meglio del povero il valore della povertà e la liberazione che può nascere dal distacco dalla ricchezza. A imitazione di Gesù, che essendo ricco più di ogni altro si è fatto povero, umile, ha assunto le sembianze di un uomo del popolo, accettando di non trovare posto in albergo per nascere, di non avere un posto fisso dove posare il capo, di vivere soltanto dello stretto necessario, di morire nudo sulla croce.
Diventare poveri oggi, o almeno sensibili ai problemi della povertà altrui, significa di fatto saper condividere. In un mondo in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, in una società che nasconde le sue brutture, che mimetizza le baracche, che crea delle nuove necessità che di fatto non tutti potranno soddisfare, le reazioni diventano molteplici:
- C’è chi dice: « Si salvi chi può. Ognuno pensi a sé, alle sue cose, ai suoi. Occorre difendersi e trarre il massimo vantaggio da ogni situazione ».
- C’è chi dice: « Distruggiamo questa società; e nascono la contestazione arrabbiata, le rapine, la violenza. L’obiettivo è di mandare in crisi la società, di far tremare i ricchi, di creare loro dei problemi, di farli soffrire, di privarli dei loro soldi.
- C’è chi dice: « La colpa è dello stato: ci pensi lui. Se i poveri ci sono, basta trovare per loro un lavoro (e lavorino, senza fare gli schizzinosi!); basta organizzare meglio l’assistenza, aumentare le pensioni ».
- C’è chi dice: « Le grandi nazioni propongano delle soluzioni a largo respiro: ci sono l’Onu, la Fao, ci sono le Caritas… cosa aspettano a farsi sentire? ». È chiaro che è questa la strada decisiva per risolvere problemi di arretratezza mondiale che richiedono inter-venti di politica internazionale. Ciò che non quadra è invece l’animo da cui partono queste espressioni.
Il vangelo ci invita invece a condividere, a metterci nei panni degli altri, a cambiare prima di tutto il nostro atteggiamento mentale, la nostra disponibilità verso i poveri, ma anche la nostra mentalità di fronte alla ricchezza. Dobbiamo diventare tutti un po’ meno avidi, se vogliamo che un giorno scompaia la povertà attorno a noi e nel mondo, ma soprattutto se vogliamo salvare noi stessi.

Pensieri di san Giuseppe Benedetto Cottolengo sulla Provvidenza
« Vedi, mio caro, la Divina Provvidenza non manca, sai; se abbisognano miracoli, essa è buona a farne: ieri tra noi due non avevamo due scudi, ora tu hai diciotto mila franchi, e io non ho più il debito: spera nella Divina Provvidenza, e confida che non ci abbandonerà mai certamente ».

« Stiamo allegri, non ho più che tre centesimi;
con tutto questo stiamo allegri,
abbiamo fede nella Divina Provvidenza ».

« Distribuite pure il solito cibo agli ammalati e ai sani; perché se a quest’oggi che è quest’oggi la Divina Provvidenza ha già pensato, a domani che è domani la medesima Divina Provvidenza ci penserà ».
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

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