Archive pour janvier, 2017

IL FIGLIO DI DIO GOVERNA IL MONDO – Clemente Alessandrino

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IL FIGLIO DI DIO GOVERNA IL MONDO

Clemente Alessandrino, Stromata, 7,2

« Ciò che vi è di più nobile sulla terra è l’uomo, essere religiosissimo. Nel cielo, invece, è l’angelo, partecipe più da presso e con maggior profondità della vita eterna e beata. Ma perfettissima e santissima, di gran lunga superiore, sommamente dominatrice e regale e benefattrice è la natura del Figlio, la più vicina all’unico onnipotente. Egli è l’essere più nobile, ordinatore di tutto secondo la volontà del Padre ed eccellente governatore dell’universo, compiendo instancabilmente, secondo segreti disegni, tutte quante le cose. Il Figlio di Dio, infatti, mai si allontana dalla sua vetta, essendo indiviso e intatto senza passare da un luogo all’altro, sempre presente in ogni dove e non circoscritto in nessun luogo: tutto spirito, tutto luce paterna, tutto occhio, spettatore e ascoltatore e conoscitore d’ogni cosa, potente scrutatore delle potenze. A lui, Verbo paterno e sostenitore della santa economia, sono sottomesse tutte le schiere degli angeli e degli dèi, grazie a colui che gliele ha sottoposte. A lui appartengono perciò tutti gli uomini: alcuni per averlo conosciuto, altri non ancora; alcuni come amici, altri come servitori fedeli, altri, infine, semplicemente come servi. Egli è il maestro che istruisce lo gnostico con i misteri, il fedele con la buona speranza, colui che è duro di cuore con la disciplina correttrice, attraverso una saggia pedagogia. Così agisce la sua provvidenza in privato, pubblicamente e dappertutto.
Che egli sia il Figlio di Dio e che lui sia colui che noi diciamo Salvatore e Signore, l’attestano apertamente le divine profezie. In questo modo colui che è Signore dei greci e dei barbari, persuade coloro che lo desiderano; infatti non costringe nessuno a ricevere la salvezza da lui nella elezione, né a compiere quanto è richiesto per ottenere la speranza.
Il Figlio di Dio è colui che dà la sapienza ai greci attraverso gli angeli inferiori. Infatti, per antico ordine di Dio, sono angeli distribuiti per le genti (Dt 32,8.9). E che esistano dei prediletti del Signore è opinione dei credenti. Infatti, o il Signore non si prende cura di tutti gli uomini perché non lo può (il che è una bestemmia, in quanto significherebbe attribuire a Dio una dimostrazione di debolezza) o perché non lo vuole, pur essendone in grado (il che non rappresenterebbe certo una prova di bontà); oppure egli si prende invece cura di tutti, come è logico, essendo Signore di tutti. Infatti è il Salvatore: non soltanto di costoro, mentre degli altri no. Secondo la natura di ciascuno, egli ha diviso il suo beneficio fra greci e barbari, fra fedeli ed eletti, predestinati tra costoro e chiamati a suo tempo. Né potrebbe essere geloso di qualcuno, colui che ha chiamato ugualmente tutti; a coloro che credettero straordinariamente, attribuì onori straordinari. Né potrebbe mai essere stato impedito, colui che è Signore di tutto e serve soprattutto la volontà del Padre buono e onnipotente. Neppure mai si potrebbe trovare invidia nel Signore incorruttibile e generato senza inizio: d’altronde le cose umane stesse non sono certo tali da poter suscitare l’invidia del Signore. Diverso è colui che è geloso di chi gli sta a cuore. Non è lecito nemmeno affermare che il Signore non vuole dare la salvezza al genere umano per ignoranza, in quanto non conoscerebbe, cioè, il modo come prendersi cura di ciascuno. L’ignoranza, infatti, non tocca il Dio, che prima della creazione del mondo, fu consigliere del Padre: questa era la sapienza della quale Dio onnipotente si dilettava (Pr 8,30). Il Figlio è infatti la potenza di Dio in quanto fu, prima della creazione di tutte le cose, il principale Logos del Padre e la sua sapienza. Propriamente, egli potrebbe chiamarsi maestro di coloro che da lui sono stati plasmati. Non è distratto da alcun piacere, mai si è distolto dalla cura degli uomini, lui che, avendo accolto la carne corruttibile, la perfezionò verso una condizione di incorruttibilità.
Come poi lo si potrebbe definire Salvatore e Signore, se non fosse Signore e Salvatore di tutti? È Salvatore di coloro che credettero, avendo desiderato conoscerlo; ma è Signore anche di coloro che non hanno creduto fino a che, potendo farlo, ricevono da lui benefici appropriati.
Ogni opera del Signore ha relazione con l’onnipotente e il Figlio rappresenta, per così dire, un’opera paterna. Perciò mai il Salvatore ha in odio gli uomini; anzi, per la sua immensa carità verso di loro, non disprezzò la debolezza della carne umana, ma, rivestitosi di essa, venne fra noi per la comune salvezza degli uomini: è questa, infatti, la fede comune di quanti lo hanno scelto. Egli non trascura mai la sua opera: soltanto all’uomo, di tutti gli animali, è stata concessa la conoscenza al momento della creazione di Dio; né sarebbe stato possibile per gli uomini un trattamento migliore e più conveniente da parte di Dio. È sempre conveniente che l’inferiore venga affidato a chi gli è superiore per natura e che la sua custodia sia concessa a chi è in grado di occuparsene convenientemente.
Ciò che veramente governa e presiede è il Logos divino e la sua provvidenza che tutto controlla, nulla trascurando di quanto la riguardi. Coloro i quali si rivolgono a lui e hanno scelto di essergli uniti, sono iniziati per mezzo della fede. Per volontà del Padre onnipotente, questo Figlio è stato costituito causa di tutti i beni, primo suscitatore del moto, potestà incomprensibile ai sensi. Infatti, non apparve nella sua autentica realtà a coloro che non erano in grado di comprenderlo, a causa della debolezza della carne. Avendo egli accolto la carne sensibile, venne sulla terra per mostrare che è possibile all’uomo obbedire ai comandamenti.
Essendo la potenza paterna, il Figlio di Dio facilmente supera tutto ciò che vuole, nulla trascurando di quanto concerne il suo governo. Se ciò accadesse, infatti, non tutto sarebbe da lui compiuto in modo assolutamente corretto. È una dimostrazione della sua grandissima potenza il fatto ch’egli governi con somma cura tutte le cose, dalle più piccole alle più grandi; egli è il supremo amministratore di tutte le cose e conferisce loro la salvezza, secondo la volontà del Padre, mentre gli altri sono sottoposti ad amministratori subalterni, fino a risalire al grande pontefice. Infatti, da un solo principio iniziale, operante in conformità al volere del Padre, dipendono i principi primi, secondi e terzi.
All’estremo limite del mondo visibile hanno la loro sede gli angeli. Poi discende fino a noi una successione di esseri gerarchicamente ordinati: tutti vengono salvati e salvano attraverso l’intervento e la mediazione di uno solo.

 

The Baptism of the Lord

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Publié dans:immagini sacre |on 6 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

8 GENNAIO 2017 | BATTESIMO DI GESÙ – ANNO A | OMELIA

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8 GENNAIO 2017 | BATTESIMO DI GESÙ – ANNO A | OMELIA

FIGLI DI DIO

Con questa Domenica che ci ricorda il battesimo di Gesù al Giordano – si conclude il periodo natalizio e incomincia quello che ci ricorda la vita pubblica di Gesù.
Il battesimo di Gesù è appunto l’avvenimento che dà inizio alla missione del Signore, alla sua predicazione in mezzo al popolo

1. Il battesimo di Gesù e il nostro battesimo
La festa di oggi non riguarda soltanto Gesù, ma riguarda anche tutti noi, ognuno di noi.
Infatti, se Gesù si è fatto battezzare da Giovanni il Battista, non l’ha fatto per se stesso. Il battesimo di Giovanni era un rito di penitenza e di purificazione dai peccati. Ora, che bisogno aveva del battesimo Gesù, l’Agnello immacolato, colui che non solo è senza peccato, ma che è venuto a togliere i peccati del mondo?
Certamente Gesù non aveva bisogno dl battesimo, ma allora perché si è fatto battezzare?
Dobbiamo rispondere che si è fatto battezzare perché si è reso solidale con noi, si è talmente immedesimato con noi da prendere su di sé i nostri peccati.
Dunque Gesù, immergendo il suo corpo santissimo nel Giordano, immergeva insieme tutti noi, e tutti i nostri peccati.
Non possiamo dunque rimanere indifferenti o estranei all’avvenimento riferito dal Vangelo di oggi.
In certo senso, il battesimo di Gesù al Giordano è il nostro battesimo. Ognuno di noi è coinvolto in questo avvenimento, ognuno di noi può dire: « Il Signore mi ha tanto amato che si è fatto battezzare per me, per i miei peccati ».
Non per nulla, secondo alcuni teologi, per es. San Tommaso d’Aquino, è proprio al momento del battesimo al Giordano che Gesù ha istituito il sacramento del battesimo, dando alle acque il potere di lavare i peccati e di far rinascere alla vita divina della grazia.
Gesù si è immerso nelle acque, non per fasi santificare dalle acque, ma per santificare le acque.

2. Si aprì il cielo…
Noi dunque possiamo meditare i particolari del racconto evangelico, come se ci riguardassero personalmente: perché possiamo dire, in un certo senso, che in Gesù ognuno di noi veniva battezzato.
Il Vangelo di San Luca ricorda un particolare che deve attirare la nostra attenzione. Dice: « Si aprì il cielo e discese su Gesù lo Spirito Santo in forma di colomba. E si udì la voce del Padre: « Questo è il mio Figlio prediletto ».
Si aprì il cielo. Il cielo talvolta ci sembra chiuso. Dio non ci parla, Dio tace.
Il silenzio di Dio! Perché Dio non interviene, non si fa sentire, perché sembra lasciarci soli? Forse che ci abbia dimenticati… Talvolta proviamo un senso di vuoto… abissale…

3. Dio parla
Ma non è così. Il cielo non è chiuso su di noi. Il cielo si è aperto nel giorno del nostro battesimo. Dio non tace. Egli ha parlato.
Mediante la fede infusa in noi il giorno del battesimo ci ha rivelato il mistero della sua vita intima, il suo segreto.
Ci ha rivelato che Egli è Padre, e che ha un Figlio uguale a Lui, eterno come Lui, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, Luce da Luce. Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del padre.
E ci ha rivelato che il Padre e il Figlio sono legati da un comune soffio di amore, lo Spirito Santo, che è la terza Persona della SS. Trinità, che è Signore e dà la vita, che procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio deve essere adorato e glorificato.
E ci ha rivelato che il Figlio, è disceso dal cielo, si è fatto uomo, è nato dalla Vergine Maria. Sono i due misteri principali della fede: Trinità e Incarnazione.

4. Dio vuole farci entrare nella sua vita.
Dunque Dio si è rivelato. Ma ha parlato non soltanto per farci conoscere il mistero, ma anche per farci entrare nel mistero, per associarci alla sua vita.
Nel battesimo noi riceviamo il perdono di tutti i peccati e mediante la grazia santificante (che è simboleggiata dalla veste candida)) siamo elevati al livello della vita divina della SS. Trinità.
In certo senso, anche su di noi è disceso lo Spirito Santo, anche su di noi è risuonata la voce del Padre: « Questo è mio figlio prediletto ».
Infatti nel battesimo diventiamo figli adottivi di Dio, fratelli di Gesù, e templi vivi dello Spirito Santo, che abita nel profondo della nostra anima.
E così, divenuti figli di Dio e animati dallo Spirito Santo, possiamo rivolgerci a Dio con piena fiducia, sapendo che Egli è un Padre che ci ama, che ci è vicino, che ci vuole felici, non ci abbandona mai e ci ha preparato un posto in Paradiso.
Possiamo rivolgerci a Lui dicendo: Padre nostro. Ci pensiamo? Chiamare Dio, l’Eterno, l’Infinito, il Creatore dell’universo, chiamarlo Padre, Padre nostro…E tutto questo avviene per il dono della grazia santificante, che ci è data nel battesimo.
Giustamente San Leone Magno esclama: « Riconosci, o cristiano la tua dignità! ».
C’è una cerimonia nel battesimo quanto mai ricca di significato e di poesia: dopo che il bambino è stato purificato nell’acqua battesimale, il sacerdote prende una piccola veste tutta bianca e la depone sul novello battezzato.
Poi pronuncia queste splendide parole: « Prendi questa veste candida e immacolata: e portala senza macchia al tribunale di Nostro Signore Gesù Cristo, perché tu abbia la vita eterna ».
Difficilmente si potrebbe immaginare un simbolo più gentile e sublime della grazia, che adorna la nostra anima di candore, rendendola divinamente bella e candidata al cielo.
Che importa se l’occhio materiale, abbagliato dalle cose sensibili, non riesce a contemplare questa intima bellezza e il fulgore divino della grazia?
Talvolta anche il diamante è nascosto sotto una rude incrostazione, ma lo sguardo e il cuore dell’esperto cercatore non si fermano all’incrostazione.
E’ ciò che deve fare la nostra anima: deve scendere nelle profondità, per scoprire lo splendore della grazia santificante.
S. Agostino paragona gli effetti del battesimo… alla transustanziazione eucaristia. Dice infatti: « I battezzati sono divenuti corpo mistico di Gesù, come il pane e il vino, dopo la consacrazione, diventano il suo corpo reale.
Il battesimo rappresenta e suppone una certa estensione e quasi un prolungamento dell’Incarnazione di Gesù, un’applicazione dell’unione ipostatica, fatta all’anima.
In certo modo, siamo una … continuata incarnazione di Gesù. E’ meraviglioso, splendido, divino!
L’ Armonia del 31 maggio 1931, narra questo episodio capitato al Card. Schuster, pochi giorni prima, nella sua visita pastorale a Monza.
In un collegio, dopo una mattinata laboriosissima, l’Arcivescovo, impartita la S. Cresima, posò per una foto di gruppo. Volle presenziare anche alla colazione dei convittori.
Si mise a conversare con alcuni, e riferendosi alla fotografia, disse che verrà un tempo in cui non solo l’immagine esteriore, ma anche l’interiore sarà carpita dall’obiettivo… e sorridendo domandò a un bimbo:
- Che cosa si vedrebbe in te?
- Si vedrebbe Gesù! Cari Fratelli e Sorelle, facciamo in modo che nella nostra anima in grazia si veda sempre lo splendido Volto di Gesù, Verbo Incarnato.

Allora anche la Madonna sarà felice nel vedere in noi… altrettanti Gesù…

Don Severino GALLO sdb (+)

Solemnity of the Epiphany of the Lord

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Publié dans:immagini sacre |on 4 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

6 GENNAIO 2017 | EPIFANIA DI GESÙ – ANNO A | OMELIA

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6 GENNAIO 2017 | EPIFANIA DI GESÙ – ANNO A | OMELIA

Per cominciare
Il Natale di Gesù avviene nell’umiltà del presepe. L’Epifania invece sottolinea l’importanza dell’evento, presentando questi strani personaggi venuti da lontano, quasi a rappresentare tutti i popoli della terra chiamati alla salvezza. Oggi, più di ogni altra, è « festa missionaria ».

La parola di Dio
Isaia 60,1-6. Con un linguaggio immaginifico siamo invitati a gioire per una convergenza straordinaria di tutti i popoli verso la futura Gerusalemme. Li attira nel loro cammino una grande luce che li investe e li illumina. È un messaggio di pace universale che raggiunge tutta Gerusalemme.
Efesini 3,2-3a.5-6. Paolo ricorda agli Efesini di aver ricevuto il ministero di annunciare il vangelo ai pagani. Un ministero nuovo per una realtà nuova: la destinazione universale del vangelo e il dono a tutti della salvezza in tutta la sua pienezza.
Matteo 2,1-12. Una storia, quella narrata dall’evangelista Matteo, che nei suoi dettagli non può essere interamente storica. Ma Matteo presenta l’atteggiamento dei magi come esemplare per ogni cercatore di Dio: mentre gli ebrei, i vicini e i più preparati, non accolgono il messia, anzi gli tendono delle insidie, i magi partono da lontano e affrontano un lungo viaggio per conoscerlo e adorarlo.

Riflettere
Oggi si commemora un fatto che ha del fiabesco, del racconto suggestivo. Matteo ci propone questi avvenimenti nella forma del midrash, « cioè come un racconto che ha la sua fondatezza storica, ma che viene proposto mediato dalla predicazione, con una cornice narrativa pedagogicamente adattata per gli uditori e lettori » (mons. Luciano Pacomio). Un racconto che ha un significato teologico-spirituale profondo e che ci riguarda: la venuta dei magi, personaggi misteriosi e simbolici. Essi rappresentano tutti i popoli, ? i pagani, i « gentili », cioè noi, che non siamo ebrei ? chiamati alla salvezza e al riconoscimento dell’identità di Gesù e all’adorazione.
Mentre gli ebrei ? nella loro classe dirigente ? non si accorgono della nascita di Gesù, anzi si dice che la città è turbata dall’arrivo dei magi e il re Erode pensa di uccidere Gesù ? questi magi vengono da lontano, affrontano i rischi di un lungo viaggio, portano doni simbolici, si inginocchiano, riconoscono la sua divinità e lo adorano.
La tradizione ha dato a questi magi dei nomi: Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. I loro resti sarebbero addirittura conservati nella cattedrale di Colonia, in Germania. Ma nulla ci autorizza a dire che furono tre, né che furono dei re come vuole la tradizione, né che questi siano stati i loro veri nomi.
Così pure sono simbolici i doni che i magi offrono: l’oro, a riconoscimento della regalità di Gesù; l’incenso, simbolo della sua divinità; la mirra, a sottolineare la sua umanità.
C’è chi ha notato che nel periodo della nascita di Gesù ci furono fenomeni strani nel cielo, dei movimenti stellari singolari. I magi, che probabilmente erano astronomi, ne intuiscono il significato e si mettono in viaggio.
Nel cielo ci sarebbe stata la congiunzione di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci. Giove era considerato l’astro sovrano dell’universo, la costellazione dei Pesci era vista in relazione alla fine dei tempi, Saturno poi era l’astro dei Giudei. Tanto basta perché qualcuno potesse pensare che tra i Giudei in quel momento fosse nato il sovrano della fine dei tempi, il sovrano definitivo.
Ma queste informazioni, che pure sono curiose e significative, non sono le più importanti in questo giorno. Infatti, anche se Matteo racconta i fatti per sottolineare la straordinarietà degli eventi, in realtà il messaggio che l’Epifania trasmette è di un altro spessore: più che la modalità con cui avvengono gli eventi, ciò che conta è la straordinarietà di ciò che realmente avviene.
Il senso pieno dell’Epifania infatti è soprattutto questo: se il Natale è annientamento, umiltà, l’Epifania è lo svelamento della piena identità di Gesù, attraverso il gesto e i doni dei magi. Di qui l’esigenza di piegare le ginocchia dell’anima e del corpo in un profondo atto di fede e di adorazione.

Attualizzare
I Magi vedono una stella, diventano interessati, si fanno delle domande, si mettono in ricerca, in viaggio. Qualcuno li ha definiti giustamente dei « cercatori di Dio » e in quanto tali sono un punto di riferimento affascinante per la gente del mondo d’oggi.
Sono persone che ragionano, che si comportano con astuzia di fronte ad Erode, e sono colpiti dalla sorprendente semplicità e dal fascino di quel bambino e di sua madre: si inginocchiano, adorano, offrono i loro doni.
Sono stati investiti solo da un barlume di luce, ma si sono messi alla ricerca di Dio. I saggi e gli studiosi di Israele le cose le sanno bene, ma non approfondiscono, non si mettono alla ricerca, vivono nel loro immobilismo senza amore, senza rischi.
« Per il credente Dio non è mai un possesso, non è un oggetto tascabile, ma è una persona che non è mai trovata una volta per sempre, di cui si ha sete. I credenti sono un popolo che cammina nel deserto verso Dio » (Enzo Bianchi).
Oggi, diceva il cardinal Martini, quando era arcivescovo di Milano, ci sono quelli che rifiutano esplicitamente il riferimento a Dio: nessuna inquietudine, nessuna domanda. In essi non penetra alcun discorso religioso. Ci sono poi quei battezzati che dicono di credere in Dio, ma non accettano la comunità cristiana. Il loro cristianesimo è qualcosa di folcloristico, di culturale, di tradizionale, ma non tocca la vita quotidiana. Ci sono quelli che vivono come la gran massa consumistica, senza preoccupazioni morali o religiose, anche se mandano i figli a catechismo e ogni tanto entrano in chiesa. Ci sono infine i credenti: una minoranza variopinta, tra tradizionalisti, fedeli comuni e quelli che fanno parte di movimenti e associazioni ecclesiali.
Un panorama che nell’insieme fa emergere con difficoltà la genuinità della fede vissuta. Anche se tutti dobbiamo riconoscere di essere ancora in cammino verso una vita cristiana sempre più personale e convinta.
Se c’è comunque una categoria di persone a cui Dio sorride, è certamente quella di chi si mette alla sua ricerca, di chi in qualche modo è insaziabile del desiderio di Dio. È l’immagine biblica del roveto ardente: « Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava » (Es 3,2). I magi lo hanno cercato seriamente, senza fare chiasso, lo trovano e sono felici.
Essi sono preceduti dalla « grazia », perché è Dio che li chiama all’incontro. « Noi non potremmo metterci alla ricerca di Dio se non sentissimo dentro di noi che lui ci sta cercando da sempre, anzi che ci ha già trovati, che lui crede in noi anche se noi abbiamo la sensazione di non credere in lui » (Archibald Joseph Cronin).
Oggi è festa missionaria, la più importante. Tutti infatti sono chiamati alla salvezza, a conoscere Dio, senza privilegio di razza o di popolo. Gli ebrei, popolo « eletto », avevano scolpito nella loro carne la chiamata alla salvezza e l’attesa del messia. Da secoli lo attendevano, eppure non lo hanno riconosciuto e accolto. I magi rappresentano tutti gli altri, i cosiddetti « lontani », tutti quelli che sono potenzialmente chiamati alla vera fede. Ogni uomo infatti è figlio di Dio e ne attende la rivelazione, la bella notizia. Questa esigenza grida nel cuore di ogni uomo. « A 28 anni ho conosciuto Dio », dice un giovane, « e penso che siano persi tutti quelli che ho vissuto finora ».

Erode il Grande
Anche le fonti non cristiane dipingono il re Erode come crudele e sospettoso. Dapprima governatore della Galilea, poi, con l’appoggio dei romani espugna Gerusalemme e ottiene da loro il titolo di re. Regna per quasi 40 anni, mantenendo il potere con astuzia e ferocia. Eliminò sistematicamente i suoi avversari politici. Sospettoso persino dei propri familiari, ne fece assassinare una dozzina e mise a morte anche i propri figli, che avevano complottato contro di lui. Prima di morire, chiamò la sorella, e le disse: « So che quando morirò la gente farà una gran festa; io voglio invece che ugualmente abbia dei motivi per piangere. Rinchiudi perciò i capi famiglia e i notabili del popolo nell’ippodromo di Gerico e, appena io morirò, uccidili tutti in modo che, se anche non piangeranno per me, avranno un altro motivo per piangere ».

Umberto DE VANNA sdb

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

http://www.taize.fr/it_article3268.html

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

Un giorno, delle persone conducono da Gesù dei bambini affinché li benedica. I discepoli vi si oppongono. Gesù s’indigna e ingiunge loro di lasciare che i bambini vadano a lui. Poi disse loro: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Marco 10,13-16).
È utile ricordarsi che, un po’ prima, è a questi stessi discepoli che Gesù aveva detto: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio» (Marco 4,11). A causa del regno di Dio, hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Cercano la presenza di Dio, vogliono far parte del suo regno. Ed ecco che Gesù li avverte che respingendo i bambini, stanno giustamente per chiudere davanti a loro la sola porta d’ingresso a quel regno di Dio tanto desiderato!
Ma che significa «accogliere il regno di Dio come un bambino»? In generale si comprende così: «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino». Questo risponde ad una parola di Gesù che troviamo in Matteo: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). Un bambino si fida senza riflettere. Non può vivere senza fidarsi di chi lo circonda. La sua fiducia non ha nulla di una virtù, è una realtà vitale. Per incontrare Dio, ciò che abbiamo di meglio è il nostro cuore di bambino che è spontaneamente aperto, osa domandare con semplicità, vuole essere amato.
Però si può anche comprendere la frase così: «accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino». In effetti, il verbo greco ha in generale il senso concreto d’«accogliere qualcuno», come si può costatare qualche versetto prima dove Gesù parla d’«accogliere un bambino» (Marco 9,37). In questo caso, Gesù paragona all’accoglienza di un bambino l’accoglienza della presenza di Dio. C’è una connivenza segreta tra il regno di Dio e un bambino.
Accogliere un bambino vuol dire accogliere una promessa. Un bambino cresce e si sviluppa. È così che il regno di Dio non è mai sulla terra una realtà completa, ma piuttosto una promessa, una dinamica e una crescita incompiuta. Poi i bambini sono imprevedibili. Nel racconto del Vangelo, essi arrivano quando arrivano, e a quanto sembra non è al buon momento secondo i discepoli. Tuttavia Gesù insiste che, poiché sono lì, bisogna accoglierli. È così che dobbiamo accogliere la presenza di Dio quando si manifesta, che sia il buono o cattivo momento. Bisogna stare al gioco. Accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino significa vegliare e pregare per accoglierlo quando viene, sempre all’improvviso, a tempo e fuori tempo.

Perché Gesù ha mostrato un’attenzione particolare ai bambini?
Un giorno, i dodici apostoli discutono per sapere chi è il più grande (Marco 9,33-37). Gesù, che ha capito le loro riflessioni, dice loro una parola disorientante che sconvolge e scuote le loro categorie: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
Alla sua parola Gesù unisce il gesto. Egli va a prendere un bambino. È forse un bambino che trova abbandonato all’angolo di una strada di Cafàrnao? Lo prende, lo «pone in mezzo» a quella riunione di futuri responsabili della Chiesa e dice loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Gesù s’identifica con il bambino che ha appena abbracciato. Afferma che «uno di questi bambini» lo rappresenta il meglio, a tal punto che accoglierne uno di loro è come accogliere lui stesso, il Cristo.
Poco prima, Gesù aveva detto questa parola enigmatica: «Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini» (Marco 9,31). «Il figlio dell’uomo» è lui stesso, e allo stesso tempo sono tutti i figli d’uomo, cioè tutti gli esseri umani. La parola di Gesù può essere così compresa: «Gli esseri umani sono consegnati al potere dei loro simili». Durante l’arresto e nei maltrattamenti inflitti a Gesù, si verificherà una volta di più, e in maniera drammatica, che gli uomini fanno ciò che vogliono con i loro simili che sono senza difesa. Che Gesù si riconosca nel bambino che è andato a prendere, non è allora motivo di stupore, poiché, così spesso, anche i bambini sono consegnati senza difesa a coloro che hanno potere su di essi.
Gesù mostra un’attenzione particolare ai bambini perché vuole che i suoi abbiano un’attenzione prioritaria per quanti mancano del necessario. Fino alla fine dei tempi, saranno i suoi rappresentati sulla terra. Quel che si farà a loro, è a lui, il Cristo, che lo si farà (Matteo 25,40). I «più piccoli dei suoi fratelli», quelli che contano poco e che si trattano come si vuole perché non hanno potere né prestigio, sono la via, il passaggio obbligato, per vivere in comunione con lui.
Se Gesù ha posto un bambino in mezzo ai suoi discepoli riuniti, è anche affinché essi accettino d’essere piccoli. Lo spiega loro nell’insegnamento che segue: «Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Marco 9,41). Andando sulle strade per annunciare il regno di Dio, anche gli apostoli saranno «consegnati nelle mani degli uomini». Non sapranno mai prima come saranno accolti. Tuttavia anche per coloro che li accoglieranno con un semplice bicchiere d’acqua fresca, senza prenderli molto seriamente, saranno portatori di una presenza di Dio.

Lettera da Taizé: 2006/2

Publié dans:BAMBINI, TAIZÉ |on 3 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

The Cappadocian Fathers

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https://thepocketscroll.wordpress.com/classic-christianity/the-communion-of-saints/st-gregory-of-nyssa-the-cappadocians/

Publié dans:immagini sacre |on 2 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA SULL’UMILTÀ – S. BASILIO DI CESAREA (link ai Padri Cappadoci PDF)

http://www.ortodoxia.it/Omelia%20sull%92umilt%E0.htm

OMELIA SULL’UMILTÀ – S. BASILIO DI CESAREA (link ai Padri Cappadoci PDF)

http://www.culturamariana.com/pdf/08-01-2011.pdf

L’uomo doveva restare nella gloria che è presso Dio e avrebbe una grandezza non apparente, ma reale: l’avrebbe fatto grande la potenza di Dio, risplenderebbe per la sapienza divina, gioirebbe per la vita e per i beni eterni. Ma poiché sostituì la brama della gloria divina, e ambì e aspirò a realtà più grandi che non era in grado di afferrare, perse proprio ciò che poteva avere. Per lui, la via di salvezza e la terapia più efficace dell’infermità e per il ritorno alla condizione originale, è l’umiltà e il non far sfoggio di una propria gloria, ma cercare quella che viene da Dio. Così rimedierà alla caduta, così curerà la malattia, così ritornerà al santo comandamento che aveva abbandonato.
Ma il diavolo, che fece cadere l’uomo con la speranza di una falsa gloria, non cessa di provocarlo con gli stessi stimoli e di inventare a tale scopo artifici senza numero.
Gli fa apparire come gran cosa il possesso delle ricchezze, per vantarsene e porvi ogni sollecitudine. Ciò non vale niente per giungere alla gloria, ma tanto per il pericolo in cui si incorre. Il procurarsi ricchezze, infatti, è occasione di avidità, e il possederle non reca alcun prestigio, ma produce un inutile accecamento, una vana esaltazione, e nell’anima una malattia simile a un gonfiore. Non è sano, né benefico il tumore che provoca il gonfiore dei corpi, ma è malsano, nocivo, principio di pericolo e causa di rovina. Tale è anche l’orgoglio per l’anima.
E non solo ci si monta la testa per le ricchezze, e gli uomini non si esaltano unicamente per il tenore di vita e per l’abbigliamento che le ricchezze consentono: allestendo banchetti sontuosi, smodatamente ricchi; indossando abiti eccessivi; edificando enormi palazzi, ornati con ogni ricercatezza; con una moltitudine di servi al seguito e accompagnati da una frotta di parassiti senza numero, ma si esaltano anche, oltre natura, per le cariche a cui sono eletti. Se un popolo conferisce una carica; se stima uno degno di una qualche preminenza e gli affida per decreto la carica del comando supremo, a questo punto, coloro che hanno ottenuto tale dignità, come balzando al di sopra della natura umana, si considerano, come le nubi, al di sopra di tutti e stimano i loro sudditi come polvere da calpestare e si esaltano nei confronti di quelli che hanno loro conferito la dignità e si mostrano arroganti verso coloro mediante i quali pensano di essere qualcuno.
Continuando ad esercitare un potere con ogni follia, la loro gloria è più inconsistente di un sogno e lo splendore che li avvolge è più vano di una fantasia notturna: a un cenno del popolo è sorta, e ad un cenno è svanita.
Così era quel folle del figlio di Salomone, giovane di età, ma ancor più giovane di senno. Al popolo che gli chiedeva di governare con più moderazione, egli minacciò una durezza ancora maggiore, e con la minaccia mandò in rovina il regno; per essa si aspettò di venire considerato un re ancora più grande, per essa fu distrutta la dignità che aveva.
Infondono un’eccessiva fiducia nell’uomo anche la forza delle mani, la velocità dei piedi, la bellezza del corpo: cose che sono divorate dalle malattie e consunte dal tempo. L’uomo non percepisce che ogni carne è come l’erba e ogni gloria umana è come il fiore dell’erba; l’erba si è seccata e il fiore è inaridito.
Tali furono le arroganze dei giganti a causa della loro forza, e la convinzione dello stolto Golia di poter combattere contro Dio. Tale fu Adonia, orgoglioso della sua bellezza; tale fu Assalonne, superbo per la sua straordinaria capigliatura.
2. Ciò che sembra essere poi il più grande e il più sicuro fra tutti i beni che gli uomini possiedono, cioè la sapienza e l’intelligenza, anche questo è vana esaltazione e conferisce una grandezza non vera.
Se si esclude la sapienza che viene da Dio, tutte queste cose non servono a nulla.
Persino al diavolo, infatti, non gli riuscì il sofisma che ideò contro l’uomo, e non si accorse di aver ordito contro se stesso ciò che aveva escogitato contro l’uomo. Non recò nessun grave danno a colui che egli sperava di allontanare da Dio e dalla vita eterna. Tradì solo se stesso, poiché si ribellò a Dio e fu condannato a una morte eterna. E poiché tese un laccio al Signore, a questo laccio fu preso: fu crocifisso proprio quando era intento a crocifiggere, e fu ucciso nell’istante in cui sperò di mettere a morte il Signore.
Ma se il principe del mondo, il primo, supremo e invisibile sofista della sapienza mondana è preso dai suoi sofismi e finisce nell’estrema stoltezza, quanto più i suoi discepoli e seguaci: anche se comprendono un’infinità di cose, dichiarandosi sapienti, sono diventati stolti. Il Faraone ordì con astuzia la distruzione di Israele, ma non si accorse che la sua scaltra macchinazione era stata vanificata là dove non avrebbe mai imma-ginato. Un fanciullo, abbandonato a causa del suo editto di morte, fu alle-vato di nascosto nella casa del re e, dopo aver distrutto la sua potenza e quella di tutto il popolo, condusse Israele alla salvezza. E quell’omicida di Abimelech, figlio illegittimo di Gedeone, che uccise i settanta figli legittimi: egli pensando che fosse un atto sapiente, per rendere più sicuro il dominio sul regno, annientare coloro che lo avevano aiutato nell’omicidio, fu annientato da loro, e finì per mano di una donna e il lancio di una pietra .
Con astuzia, anche tutti i Giudei presero la decisione di uccidere il Signore, dicendosi gli uni gli altri: Se lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i romani e distruggeranno il nostro Luogo e la nostra nazione. Da questa decisione giunsero all’uccisione del Cristo. Con l’intento di salvare essi la nazione e il paese, lo portarono alla rovina me-diante ciò che avevano deliberato; e furono scacciati dal paese e privati delle leggi e del culto.
Da una miriade di esempi si può apprendere perfettamente che è inconsistente la brama della sapienza umana: è piccola e infima, e non gran-de e sublime.
3. Così, nessuno che ragioni bene, sarà orgoglioso, né della propria sapienza, né delle altre realtà di cui abbiamo parlato prima; ma ubbidirà al-le bellissime esortazioni della beata Anna e del profeta Geremia: Non si vanti il sapiente nella sua sapienza, non si vanti il forte nella sua forza, non si vanti il ricco nella sua ricchezza.
Qual è allora il vero vanto? In che cosa l’uomo è grande? In questo – dice – si vanti chi si vanta, di comprendere e di conoscere che io sono il Signore. Questa è la grandezza dell’uomo, questa la sua gloria e magnificenza: conoscere ciò che è veramente grande, aggrapparsi ad esso e cercare la gloria che viene dal Signore della gloria.
Dice poi l’Apostolo: Chi si vanta, si vanti nel Signore; e afferma:
Cristo è diventato per noi sapienza da parte di Dio, giustizia, santificazio-ne e redenzione, perché – come sta scritto – chi si vanta, si vanti nel Si-gnore.
Il perfetto e pieno vanto in Dio, infatti, si ha quando uno non si esalta per la propria giustizia, ma riconosce di essere privo di vera giustizia, e di essere stato giustificato dalla sola fede in Cristo. Anche Paolo si vanta di non tenere in alcun conto la propria giustizia, per cercare invece quella che è mediante il Cristo, la giustizia che è da Dio, basata sulla fede, per conoscere lui e la potenza della sua risurrezione, e la comunione dei suoi pati-menti, conformandomi alla morte di lui, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.
Qui viene meno ogni orgogliosa grandezza. Nulla ti è rimasto per esibire la tua arroganza, o uomo, che hai il vanto e la speranza nel mortificare tutto ciò che ti appartiene e nel cercare in Cristo la vita futura: di essa possediamo le primizie, già siamo in queste realtà, viviamo totalmente nella grazia e nel dono di Dio.
Ed è Dio che opera in noi il volere e l’operare secondo il suo beneplacito.
E’ Dio che mediante il suo Spirito rivela che la sua sapienza è stata predestinata per la nostra gloria.
E’ Dio che concede la forza nelle fatiche: Ho faticato più di tutti – dice Paolo – non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
E’ Dio che libera dai pericoli al di là di ogni speranza umana: Noi – dice – abbiamo avuto in noi stessi la sentenza della morte, perché non mettiamo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che ha risuscitato i morti. E’ lui che ci ha liberati da una tale morte e ci libererà: abbiamo in lui questa speranza che egli ci libererà ancora.
4. Allora dimmi, perché ti esalti per i beni che hai come se fossero tuoi, invece di rendere grazie per i doni a Colui che li ha elargiti? Che hai tu, infatti, che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se non l’avessi ricevuto?
Non tu hai conosciuto Dio con la tua giustizia, ma Dio ha conosciuto te per la sua bontà: Avendo conosciuto Dio – dice – anzi, essendo stati piuttosto conosciuti da Dio.
Non tu hai afferrato il Cristo con la tua virtù, ma il Cristo ha afferrato te con la sua venuta: Perseguo lo scopo – dice – se mai io possa afferrare come sono stato afferrato dal Cristo.
Non voi avete scelto me – dice il Signore – ma io ho scelto voi.
E tu, poiché sei stato onorato, monti in superbia e accogli la misericordia come motivo d’orgoglio?
Allora sappi quello che sei!
Sei come Adamo, cacciato dal paradiso; sei come Saul, abbandona-to dallo Spirito di Dio; sei come Israele, tagliato dalla radice santa : Per la fede – dice – tu resti nella radice; non insuperbirti, ma temi!
Un giudizio si accompagna ad una grazia e il giudice ti chiederà conto di come hai usato i doni ricevuti.
Se però, nonostante questo, non capisci che hai trovato grazia, ma al culmine dell’incoscienza consideri la grazia come una tua personale opera buona, non credere di valere di più del beato apostolo Pietro. Infatti non puoi superare nell’amore verso il Signore colui che lo amava così intensa-mente che desiderava morire per lui. Ma poiché con grande orgoglio disse: Se anche tutti saranno scandalizzati a causa tua, io però non sarò mai scandalizzato, fu tradito dalla paura per gli uomini e cadde nel rinnegamento. Poi rimediò alla caduta con l’umiltà, e imparò ad avere compassione dei deboli scoprendo la propria debolezza; e conobbe chiaramente, che come quando stava per essere sommerso nel mare fu la destra del Cristo a sollevarlo, così quando rischiò di perire nei flutti dello scandalo a causa della mancanza di fede, fu custodito dalla potenza del Cristo, il quale gli predisse ciò che sarebbe accaduto, dicendo: Simone, Simone, ecco che Satana vi ha reclamati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli.
Con questo avvertimento, Pietro fu aiutato nel modo giusto: poiché gli fu insegnato a deporre l’arroganza e a usare misericordia verso i deboli.
Quel fariseo, invece, duro e orgoglioso oltre misura, che non solo confidava in se stesso, ma disprezzava anche il pubblicano davanti a Dio, perse la gloria della giustizia per l’accusa dell’orgoglio. E il pubblicano se ne andò giustificato a differenza di quello, poiché glorificò il Dio santo e non osò sollevare lo sguardo; ma cercò soltanto il perdono, facendosi accusatore di se stesso nell’atteggiamento, nel battersi il petto e nell’esclusiva ricerca del perdono.
Guarda dunque e fa attenzione all’avvertimento del grave danno che procura l’orgoglio. Insuperbendosi, il fariseo subì la perdita della giustizia; confidando in sé, perse la ricompensa. Fu inferiore all’umile e al peccatore, poiché si considerò superiore a lui; e non attese il giudizio di Dio, ma emise il proprio.
Ma tu non esaltarti mai contro nessuno, neppure contro i grandi peccatori. Spesso l’umiltà salva chi ha commesso molti e gravi peccati. Non ti considerare dunque più giusto di un altro perché, giustificato dal tuo giudzio, tu non sia condannato dal giudizio di Dio. Dice Paolo: Non giudico me stesso; non ho infatti coscienza di nessuna colpa; ma non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore.
5. Vuoi comportarti bene? Ringrazia Dio e non esaltarti contro il prossimo: Ciascuno – dice – esamini il proprio operato e allora troverà motivo di vanto solo in se stesso e non in un altro. Infatti, che vantaggio hai recato al prossimo per aver testimoniato la fede, o per aver sofferto l’esilio per il nome del Cristo, o per aver perseverato nelle fatiche del di-giuno? Non è di altri il guadagno, ma tuo.
Temi di cadere come cadde il diavolo. Egli si innalzò contro l’uomo e cadde per mano di un uomo; e fu calpestato da colui che era stato calpestato.
Fu simile anche la caduta degli Israeliti. Si esaltarono infatti contro le genti, considerandole impure; e proprio loro divennero impuri, mentre le genti furono purificate. La loro giustizia divenne come panno di donna che ha le mestruazioni, mentre l’iniquità e l’empietà delle genti furono cancellate in virtù della fede.
Ricorda sempre la verità del proverbio che dice: Dio resiste agli or-gogliosi, ma agli umili dà grazia.
Sempre tieni in mente la parola del Signore: Chi si umilia sarà innalzato, e chi si innalza sarà umiliato.
Non essere un giudice parziale di te stesso e non stimarti in modo lusinghiero; ciò avviene se pensi di avere qualcosa di buono e lo calcoli con precisione, mentre di proposito dimentichi i tuoi peccati. Non esaltarti per le opere buone di oggi, approvando te stesso per il male fatto di recente e in passato; ma quando il presente ti innalza, il passato ti spinga al ricordo e plachi l’insensato orgoglio.
E se ti capita di vedere da vicino chi commette un peccato, non gua-dare solo questo di lui, ma considera anche quanto ha fatto o fa di bene, e, esaminando ogni aspetto e non soffermandoti sui dettagli, spesso scoprirai che egli è migliore di te. Neanche Dio, infatti, esamina l’uomo in modo parziale: Io infatti – dice – vengo a riunire le loro opere e i loro pensieri; e un giorno, rimproverando Giosafat per il peccato appena commesso, gli ricordò anche le opere buone, dicendo: Tuttavia in te si sono trovate cose buone.
6. In ogni momento cantiamo a noi stessi queste e simili cose riguardo all’orgoglio, abbassando noi stessi per essere innalzati, imitando il Signore che è disceso dal cielo fino all’estrema umiltà, per essere dall’umiltà elevati alla giusta altezza.
Troviamo, infatti, nella vita del Signore ogni insegnamento sull’umiltà. Da bambino, subito, è in una grotta; e non in un letto, ma deposto in una mangiatoia; abita nella casa di un carpentiere e di una madre povera, sottomesso alla madre e al suo promesso sposo; impara, ascoltando ciò che non aveva bisogno di apprendere, e per le domande che pone e per le risposte che dà, stupisce per la sua sapienza. Si sottomette a Giovanni, e il Sovrano riceve il battesimo dal servo. A nessuno si oppone di quanti insorgono contro di lui; e non ricorre al suo ineffabile potere, ma cede come se fossero più forti di lui e fornisce a un potere limitato la forza ad esso proporzionata. Sta di fronte ai sommi sacerdoti come uno che è giudicato; è condotto al cospetto del governatore, sostiene il giudizio, e potendo accusare chi gli muoveva false accuse, sopporta in silenzio i calunniatori. Servi e schiavi vilissimi gli sputano addosso; è messo a morte, e al-la morte più infame presso gli uomini.
Così, tutto mostrò all’uomo, dall’inizio alla fine; e da ultimo, dopo una così grande umiltà, manifesta la gloria, glorificando assieme a sé coloro che hanno avuto parte al suo disonore.
I primi di essi furono i beati discepoli, che percorsero la terra poveri e nudi, non con sapienza di linguaggio, non con una moltitudine di seguaci; soli, erranti, solitari, attraversarono la terra e il mare; furono flagellati, lapidati, perseguitati e infine uccisi.
Questi sono per noi i paterni e divini insegnamenti. Imitiamo costoro, per giungere noi dall’umiltà alla gloria eterna, che è il dono perfetto e vero del Cristo.
7. Come giungeremo dunque alla salutare umiltà, dopo aver abbandonato il tumore distruttivo dell’orgoglio?
Se la eserciteremo in tutto, e in nulla la trascureremo, per non subirne un danno. L’anima, infatti, assomiglia alle opere e riceve l’impronta e la forma di ciò che fa. Esercita dunque in tutto la povertà: nell’abito, nel vestito, nel camminare e nello star fermo, nella preparazione dei cibi, nella preparazione del letto, nella casa e negli arredi della casa. Anche nella parola, nel canto, e nel rapporto con il prossimo, guarda che tutto si realizzi nell’umiltà piuttosto che nella superbia.
Che io non senta, nei discorsi, millanterie da sofista, né voci eccessivamente voluttuose nei canti, e neppure discussioni sprezzanti e violenti; ma in tutto e per tutto elimina la superbia.
Sii buono con l’amico, dolce con i familiari, paziente con gli sfrontati, amante dei poveri; consolatore degli afflitti, attento a quelli che soffr-no; mai indifferente con nessuno; dolce nel rivolgere la parola, garbato nel rispondere, generoso, affabile con tutti.
Non elogiarti e non permettere che altri ti elogino, non prestare fede a una parola di adulazione, e nascondi per quanto possibile i tuoi successi.
Accusa te stesso dei tuoi peccati e non attendere che siano gli altri a rimproverarti; per assomigliare a quel giusto, che avendo in tribunale il di-ritto a parlare per primo, accusò se stesso; per essere come Giobbe che non ebbe timore di confessare il proprio peccato davanti all’intera città.
Non essere severo nelle minacce, né impulsivo; non rimproverare mosso da passionalità – questo infatti è un comportamento arrogante ; non condannare per cose da nulla come se tu stesso fossi giusto sotto ogni aspetto.
Accogli i peccatori e rafforzali spiritualmente, come ammonisce l’Apostolo: guardando su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione.
Metti tanto impegno per non essere glorificato dagli uomini, quanto gli altri per essere glorificati, se ti ricordi del Cristo che ha detto che la deliberata ostentazione davanti agli uomini e il bene fatto per essere da loro ammirati comporta la perdita della ricompensa di Dio; dice, infatti: Hanno già ricevuto la loro ricompensa. Non rovinare dunque te stesso per voler figurare davanti agli uomini. Poiché Dio è acuto osservatore, tu ama la gloria che viene da Dio: egli, infatti, concede la splendida ricompensa.
E se hai ricevuto l’onore del primo posto e gli uomini ti rispettano e ti lodano?
Comportati come coloro che stanno sottomessi, non dominando sulle porzioni del gregge – dice – né secondo i principi del mondo, poiché il Signore ha comandato che chi vuole essere primo, sia servo di tutti.
Insomma, insegui l’umiltà come se fosse proprio la tua amante: Diventa suo amante, e ti glorificherà.
Così procederai sicuro verso la gloria, quella vera, quella che è fra gli angeli, quella che è accanto a Dio. E il Cristo ti riconoscerà come suo discepolo davanti agli angeli e ti glorificherà se diverrai imitatore della sua umiltà, di lui, che ha detto: Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le anime vostre.
A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.

Amen.

A cura di Giorgio Sgargi

 

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