Archive pour janvier, 2017

ANDARE « CONTROCORRENTE », LA SFIDA DEL NOSTRO TEMPO (2008)

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ANDARE « CONTROCORRENTE », LA SFIDA DEL NOSTRO TEMPO (2008)

Aiutiamo i giovani a non lasciarsi « ingabbiare » dalle mode correnti
e dai piaceri « effimeri ».

Gennaro Matino
(« Avvenire », 15/7/’08)

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo». Paolo di Tarso sapeva provocare il mondo del suo tempo e la sua parola, forte del Vangelo che aveva ricevuto, non concedeva « sconti » alla verità. In difesa della giustizia e della dignità della persona umana, invitava i cristiani a prendere atto della « metamorfosi » operata dallo Spirito per guardare oltre gli orizzonti limitati e frustranti del mondo materiale. L’umanità, finalmente liberata dalla morte e da ogni morte dall’evento « Cristo », è chiamata ad andare più in là di una realtà esistenziale legata alla terra. È infatti la speranza in « cieli nuovi » che libera l’uomo da una mentalità « edonistica », in cui il bene individuale pare costituire il bene più alto e il fondamento della vita morale.«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo» è, quindi, una provocazione quanto mai attuale e nell’anno dedicato all’ »Apostolo delle Genti » risuona come un grido di senso nel silenzio di significati dei nostri giorni. Se la mentalità del nostro secolo sembra essere strutturata sulla ricerca del piacere fine a se stesso, allora la speranza di rinnovare l’uomo dal di dentro passa attraverso il coraggioso « monito » di Paolo, «trasformatevi rinnovando la vostra mente». Mai come oggi, la mentalità di questo mondo ha fondato su valori « effimeri » e sull’egoismo i canoni interpretativi della vita, provocando danni tali che è necessaria più di un’impresa eroica per poterli superare. Per trasformare la mentalità di questo secolo bisogna intraprendere una via « tortuosa »: annunciare una proposta che sappia coniugare la felicità individuale con la giustizia universale, il bene del singolo con quello collettivo, la generosità con la soddisfazione personale, per liberare soprattutto i più giovani da una mentalità che tutto sacrifica alla ragione economica. Svuotati della loro coscienza, « ingabbiati » nella cultura del benessere, o « annebbiati » dalle droghe e dagli « sballi » del sabato sera, i giovani, più degli altri, sono vittime ignare di una mentalità che li vuole tutti uguali.
Eppure proprio nei giovani ho sempre trovato terreno fertile per trasformare la mentalità del secolo. Insegno da quando io ero giovane e nel corso degli anni molti ragazzi mi hanno scritto confidandomi le loro paure e i loro sogni. Un denominatore comune è sempre emerso dalle loro lettere: la solitudine di chi non vuole lasciarsi « omologare » dagli « standard » imposti dal mercato; il disagio interiore di chi prova ad essere se stesso, anziché fare ciò che gli altri vogliono che faccia; il sogno di chi vuol costruire il mondo sul dialogo e non sulla violenza; la volontà di conoscere proposte concrete per la realizzazione di una economia alternativa che rispecchi i principi « etici » universali; l’entusiasmo nel prendere atto che è possibile non conformarsi alla mentalità di un secolo che in nome del profitto continua a generare i « mostri » della guerra e della fame.
Ogni anno alla fine dei corsi sono ancora più convinto che i giovani siano sempre la « terra » migliore per seminare la giustizia, la pace, l’amore e convertire i cuori, a patto di operare un nostro radicale cambiamento di mentalità, un cambiamento di linguaggi per passare nuovi e coraggiosi stili di vita, un cambiamento di modalità di annuncio per inaugurare « frontiere » inesplorate di incontri tra diversi. Sono convinto che nessuno sarà mai operatore di pace e di giustizia, capace di costruire un mondo migliore, se non aiutiamo i giovani a prendere coscienza della « strumentalizzazione » operata dal circolo vizioso dell’economia « diabolica ».
Proprio per questo è necessario gridare con forza ai nostri ragazzi quello che Paolo annunciava ai Romani: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente» o sarà la mentalità di questo mondo ad avere ragione del nostro futuro.

 

Publié dans:meditazioni |on 24 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA, QUESTA SCONOSCIUTA

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PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA, QUESTA SCONOSCIUTA

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 29 ottobre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 249, Merc. 30/10/2013)

La speranza è la più umile delle tre virtù teologali, perché nella vita si nasconde. Tuttavia essa ci trasforma in profondità, così come «una donna incinta è donna» ma è come se si trasformasse perché diventa mamma. Della speranza Papa Francesco ha parlato questa mattina, martedì 29 ottobre, durante la messa celebrata a Santa Marta riflettendo sull’atteggiamento dei cristiani in attesa della rivelazione del Figlio di Dio.
A questo atteggiamento è legata la speranza, una virtù, ha detto all’inizio dell’omelia, che si è rivelata più forte delle sofferenze, così come scrive san Paolo nella lettera ai romani (8, 18-25). «Paolo — ha notato il Pontefice — si riferisce alle sofferenze del tempo presente, e dice che non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi». L’apostolo parla di «ardente aspettativa», una tensione verso la rivelazione che riguarda tutto il creato. «Questa tensione è la speranza — ha detto ancora — e vivere nella speranza è vivere in questa tensione», nell’attesa della rivelazione del Figlio di Dio, quando cioè tutta la creazione, «e anche ognuno di noi», sarà liberata dalla schiavitù «per entrare nella gloria dei figli di Dio».
«Paolo — ha poi proseguito — ci parla della speranza. Anche nel capitolo precedente della lettera ai romani aveva parlato della speranza. Ci aveva detto che la speranza non delude, è sicura». Tuttavia essa non è facile da capire; e sperare non vuol dire essere ottimisti. Dunque «la speranza non è ottimismo, non è quella capacità di guardare alle cose con buon animo e andare avanti», e non è neppure semplicemente un atteggiamento positivo, come quello di certe «persone luminose, positive». Questa, ha detto il Santo Padre «è una cosa buona, ma non è la speranza».
Si dice, ha spiegato il Santo Padre, che sia «la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è; la carità si fa, si sa cosa è. Ma cos’è la speranza?». La risposta del Pontefice è stata chiara: «Per avvicinarci un po’ possiamo dire per prima cosa che è un rischio. La speranza è una virtù rischiosa, una virtù, come dice san Paolo, di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio. Non è un’illusione. È quella che avevano gli israeliti» i quali, quando furono liberati dalla schiavitù, dissero: «ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì di sorriso e la nostra lingua di gioia».
Ecco, ha spiegato, questo è quanto avverrà quando ci sarà la rivelazione del Figlio di Dio. «Avere speranza significa proprio questo: essere in tensione verso questa rivelazione, verso questa gioia che riempirà la nostra bocca di sorriso». E ha esclamato: «È bella questa immagine!». Poi ha raccontato che «i primi cristiani la dipingevano come un’ancora. La speranza era un’ancora»; un’ancora fissata nella riva dell’aldilà. La nostra vita è come camminare sulla corda verso quell’ancora. «Ma dove siamo ancorati noi?» si è domandato il vescovo di Roma. «Siamo ancorati proprio là, sulla riva di quell’oceano tanto lontano o siamo ancorati in una laguna artificiale che abbiamo fatto noi, con le nostre regole, i nostri comportamenti, i nostri orari, i nostri clericalismi, i nostri atteggiamenti ecclesiastici — non ecclesiali, eh? —. Siamo ancorati là dove tutto è comodo e sicuro? Questa non è la speranza».
Paolo, ha aggiunto Papa Francesco, «cerca poi un’altra icona della speranza, quella del parto. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione, e anche noi con la creazione, “geme e soffre le doglie del parto fino a oggi”. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello spirito, gemiamo — pensate alla donna che partorisce — gemiamo interiormente aspettando. Siamo in attesa. Questo è un parto». La speranza, ha aggiunto, si pone in questa dinamica del dare la vita. Non è una cosa visibile anche per chi vive «nella primizia dello Spirito». Ma sappiamo che «lo Spirito lavora. Il Vangelo — ha precisato il Papa riferendosi al brano di Luca (13, 18-21) — dice qualcosa su questo. Lo Spirito lavora in noi. Lavora come se fosse un granello di senape, piccolino ma dentro è pieno di vita e di forza e va avanti sino all’albero. Lo Spirito lavora come il lievito che è capace di lievitare tutta la farina. Così lavora lo Spirito».
La speranza «è una grazia da chiedere»; infatti «una cosa è vivere nella speranza, perché nella speranza siamo salvati, e un’altra cosa è vivere come buoni cristiani e non di più; vivere in attesa della rivelazione, o vivere bene con i comandamenti»; essere ancorati sulla riva del mondo futuro «o parcheggiati nella laguna artificiale».
Per spiegare meglio il concetto il Pontefice ha indicato come è cambiato l’atteggiamento di Maria, «una ragazza giovane», quando ha saputo di essere mamma: «Va’ e aiuta e canta quel cantico di lode». Perché, ha spiegato Papa Francesco, «quando una donna è incinta, è donna» ma è come se si trasformasse nel profondo perché ora «è mamma». E la speranza è qualcosa di simile: «cambia il nostro atteggiamento». Per questo, ha aggiunto, «chiediamo la grazia di essere uomini e donne di speranza».
Alla conclusione, rivolgendosi a un gruppo di sacerdoti messicani che celebravano il venticinquesimo anniversario del loro sacerdozio, il Papa, indicando l’immagine mariana che gli avevano portato in dono, ha detto: «Guardate alla vostra Madre, figura della speranza dell’America. Guardate, è dipinta incinta. È la Madonna d’America, è la Madonna della speranza. Chiedete a lei la grazia affinché gli anni a venire siano per voi anni di speranza», la grazia «di vivere come preti di speranza» che donano speranza.

 

Conversion of Saint Paul

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Publié dans:immagini sacre |on 23 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

S. PAOLO APOSTOLO A ROMA. RACCOLTA DEGLI ARTICOLI SCRITTI DA ANDREA LONARDO PER LA RUBRICA “PAOLO A ROMA”

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25 GENNAIO CONVERSIONE DI SAN PAOLO

S. PAOLO APOSTOLO A ROMA. RACCOLTA DEGLI ARTICOLI SCRITTI DA ANDREA LONARDO PER LA RUBRICA “PAOLO A ROMA”

4. PAOLO E IL CUORE DIVISO DELL’UOMO

«Io non riesco a capire ciò che io faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto» (Rm 7,15). L’esigenza che spinge Paolo ad annunciare il Vangelo fino a Roma nasce certamente dalla sua consapevolezza di essere stato fatto oggetto, nell’incontro sulla via di Damasco, della rivelazione della misericordia di Dio. Ma egli sa pure che di questo annunzio è l’uomo ad aver bisogno, perché, come afferma proprio nella Lettera ai Romani, l’uomo lasciato alle sole sue forze non compie il bene che pure vuole e desidera.
Come ha affermato con grande chiarezza il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, all’apparire di Cristo l’uomo comprende finalmente cosa sia l’amore e, al contempo, prende coscienza di non aver mai amato di quell’amore.
Paolo, preparando la sua venuta a Roma con l’invio della lettera ai cristiani della capitale dell’impero, si sofferma sul “mistero” dell’uomo. Egli ne vede le luci e le ombre ed invita a considerare alla luce di Cristo la dignità, ma anche le ferite che segnano il cuore dell’uomo.
L’apostolo ritiene l’uomo capace di riconoscere la presenza di Dio nel mondo. Infatti – afferma – «dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1,20).
Non solo. L’uomo è anche in grado di riconoscere il bene ed il male perché anche i pagani, che pure non hanno ricevuto il Decalogo, «dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono» (Rm 2,15).
In questa duplice relazione con Dio e con gli altri uomini, in questa ricerca di verità e di un retto operare sta tutta la grandezza dell’uomo. Ma Paolo, subito, ne vede anche le ombre. Gli uomini «pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa» (Rm 1,21), giungendo ad immaginare Dio come egli non è. «Essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore» (Rm 1,25). E questo ha portato con sé – prosegue la lettera ai Romani – uno stravolgimento delle relazioni umane: poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, essi sono diventati «colmi di cupidigia, di malizia, d’invidia, di rivalità, di frodi; diffamatori, maldicenti, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, non solo continuano a fare tali cose, ma anche approvano chi le fa» (cfr. Rm 1,29-32; e l’elenco dei vizi umani è molto più lungo nella lettera!).
Ecco il mistero dell’uomo. Socrate aveva affermato che l’uomo fa il male solo perché non ne è consapevole. L’educazione filosofica consisteva precisamente, secondo la sua proposta, nel far prendere coscienza del male; egli era convinto che, attraverso questo processo, l’uomo avrebbe vinto da se stesso il male presente nel suo cuore.
Paolo è più moderno e più profondo del pensatore greco. L’apostolo afferma, infatti: «Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio… Io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Rm 7,18-19.21).
In un famoso passo il Concilio Vaticano II riprende questa tematica, presentando la divisione che esiste nel cuore umano. L’uomo anela ad una armonia, ad un cuore unificato, proteso verso il bene, ma si scopre anche capace di provare sentimenti di male e di renderli poi concreti nella vita. La Gaudium et spes afferma, infatti: «Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Così l’uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS, 13).
È questo uomo, così come esiste nella sua concretezza, per il quale Cristo è venuto. Ed è questo uomo che ha bisogno di Cristo per trovare in lui la forza di amare: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7,24-25).
Per questo uomo, oltre che per amore del Signore, Paolo raggiungerà Roma.

22 GENNAIO 2017 | 3A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

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22 GENNAIO 2017 | 3A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

CONVERTITEVI PERCHE’…..

Per cominciare
Da questa domenica viene proposta la lettura continua del vangelo secondo Matteo, che oggi presenta con solennità l’inizio della vita pubblica di Gesù. Gesù dalla Galilea comincia a proclamare il « regno di Dio », invita tutti alla conversione e sceglie i suoi primi apostoli.

La parola di Dio
Isaia 8,23b-9,3. Il profeta scrive in un momento critico per le tribù del nord di Israele, attraversate dagli eserciti invasori e che hanno conosciuto l’esilio per opera degli Assiri. Ma annuncia che « il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce », la libertà dagli oppressori e la pace.
1 Corinzi 1,10-13.17. Un ambiente difficile quello di Corinto, anche per la predicazione del vangelo e la vita dei nuovi cristiani. Paolo condanna le divisioni che si sono create a favore dei vari predicatori, che danno adito a simpatie ideologiche e a schieramenti. Egli afferma di essere stato inviato a predicare, ma si vanta di non fare « un discorso sapiente », di mettere al centro la croce di Cristo, crocifisso per tutti.
Matteo 4,12-23. Gesù comincia la sua predicazione pubblica nella Galilea, dove è vissuto finora. Dimora a Cafarnao, la cittadina più importante presso il lago di Tiberiade, nel territorio di Zabulon e Neftali, realizzando le parole del profeta Isaia. Qui proclama il regno di Dio, invita a cambiare vita e a convertirsi e costituisce il gruppo dei suoi primi discepoli.

Riflettere
Gesù si trova in Giudea, dove ha ricevuto il battesimo di Giovanni. Quando Giovanni viene arrestato, Gesù « si ritirò » in Galilea, da dove era partito. Non lo fa per fuggire o per paura, ma perché come in altre occasioni, cerca di evitare troppo presto lo scontro aperto con chi potrebbe polemizzare con lui.
Va ad abitare in Galilea, ma non nella città di Nazaret, dove è vissuto finora, bensì nella « Galilea delle genti », a Cafarnao, nel territorio di Zabulon e Nèftali, come dice Matteo, che vede in questo modo il realizzarsi delle parole di Isaia, che preannunciò molti secoli prima che la Galilea, terra di confine, sarebbe stata invasa da « una grande luce ». Di qui la gioia, la serenità, la liberazione in tempo di persecuzione e la ricchezza dei raccolti del tempo di pace.
« Da allora », cioè da quel momento in poi, Gesù si dedicherà totalmente alla predicazione, lanciando i suoi messaggi sul regno di Dio, iniziando la sua vita pubblica. È questo, dice Matteo, il fascio di luce che invade la Galilea, che spazza le tenebre in cui il popolo è immerso.
Gesù ha ricevuto il battesimo e lo Spirito, ha superato le tentazioni, ora può iniziare la vita pubblica. Luca lo fa iniziare nella sinagoga di Cafarnao, dove sorprende con le sue parole i suoi concittadini. Matteo lo vede in cammino, per rendere presente l’amore di Dio non a Gerusalemme, nel cuore della fede di Israele, ma in terra di confine, dove si mescolano le culture e le lingue, politicamente problematica, dove la fedeltà è più a rischio.
È lì che comincia ad annunciare il regno di Dio con la parola e i miracoli. Perché anche i miracoli sono « annuncio e rivelazione »: rivelano la tenerezza di Dio per ogni uomo, e dimostrano che il regno di Dio è già all’opera e comincia a realizzarsi.
Due sono i contenuti della predicazione di Gesù:
- Il regno di Dio, cioè il progetto che Dio ha sul mondo e che vuole realizzare attraverso l’opera dei suoi discepoli.
- La conversione, vale a dire aprirsi a Dio che si fa vicino, accogliere il regno di Dio in Gesù, costruirlo in sé, per annunciarlo e renderlo operante.
Per questo l’uomo è chiamato a cambiare la sua rotta, ad abbandonare le strade secondarie per accogliere Dio che gli viene incontro. È questo il significato del verbo ebraico shûb: tornare indietro, cambiare strada, cambiare vita. In greco il verbo è stato tradotto con metanoéite, che vuol dire cambiare mentalità, aprirsi a prospettive nuove. È il cambiamento a cui sono chiamati i discepoli di Gesù.
« Venite dietro a me, seguitemi, venite al mio seguito », dice Gesù a qualcuno in particolare. Gesù non è un predicatore solitario. In quel tempo il verbo seguire indicava l’atteggiamento umile e servile dei discepoli dei rabbini verso i loro maestri. Con Gesù non è così. Non sono i discepoli che lo cercano, ma è lui a chiamarli, a sceglierli. E lo fa con sovrana libertà. Li cerca tra la gente comune, non tra gli scribi e i farisei o tra i leviti, incaricati del culto. Alcuni di questi sono addirittura classificati tra i « peccatori pubblici », come il pubblicano Levi-Matteo.
Essi non possono comprendere subito fino in fondo il senso della loro vocazione, lo capiranno soltanto in seguito. Eppure Matteo dice che accettano « subito » l’invito del maestro, cambiano vita, abbandonano le loro barche e le reti, e con piena disponibilità si mettono al suo seguito. .
Gesù non li farà semplicemente degli ascoltatori, ma li renderà suoi collaboratori. Lo accompagneranno nella sua vita pubblica. Con lui uomini e donne si metteranno alla sua scuola, condividono nello stesso tempo la sua esperienza di vita e anche la predicazione.

Attualizzare
Matteo presenta l’inizio della predicazione di Gesù, rifacendosi al messaggio immaginifico del capitolo 9 di Isaia. Nel brano del vangelo proposto oggi si afferma che con l’inizio della vita pubblica di Gesù si realizzano le speranze della gente di Galilea: c’è un’invasione di luce. Quella che porta Gesù, « luce del mondo » (Gv 8,12), vita, verità.
Cerchiamo di comprendere fino in fondo la portata della presenza di Gesù, Figlio di Dio nel mondo, e il suo annuncio del regno di Dio. Sin dall’inizio della storia, Dio ha pensato a una umanità nuova, a un popolo che gli è fedele. Dopo la creazione e il peccato delle origini, ci ha riprovato senza riuscirci con Noè, con Abramo, con la predicazione dei profeti. Ma ora viene il Figlio di Dio in persona, un uomo sorprendentemente nuovo, che dà finalmente inizio a quella umanità che Dio ha pensato sin dall’eternità.
Il messaggio di Gesù è semplice e scarno nello stesso tempo: « Convertitevi, il regno dei cieli è vicino ». Gesù inaugura il regno di Dio. Matteo nel suo vangelo cita ben 33 volte l’espressione « regno dei cieli », usando questa espressione per non nominare Dio.
Il regno di Dio ora diventa possibile, perché poggia sulla roccia solida della parola di Gesù. Il regno di Dio è l’umanità che si apre alla sovranità di Dio e che cerca di diventare come Dio l’ha pensata: un mondo pacifico, fatto di giustizia e costruito sulla fraternità… È un futuro tutto da costruire, ideale da realizzare attraverso le mani e il cuore di chi ascolta e accoglie il messaggio di Gesù.
Gesù chiede la conversione, che è esattamente la prima condizione per costruire il regno di Dio. Si tratta di trasformarsi dentro, di vivere le beatitudini, di cambiare cuore, testa, occhi per vedere il mondo in modo diverso. Gesù parlerà di rinascita. Anche l’uomo deve diventare un « uomo nuovo », a somiglianza di Gesù.
In un certo modo la realizzazione del regno di Dio è affidata a tutti indistintamente, a tutti gli uomini di buona volontà che sono disposti e si impegnano a costruire il mondo nuovo. Gesù probabilmente non parla solo alla sua chiesa, agli apostoli e ai discepoli. Ma la comunità cristiana è chiamata a mettersi alla testa di questa costruzione, a diventarne una prima realizzazione, a essere lievito che aiuta il mondo a crescere.
Gesù chiama gli apostoli e li coinvolge nella sua stessa predicazione. Saranno loro che renderanno presente e prolungheranno nei secoli la sua presenza. Impresteranno a Gesù la loro voce, la loro esistenza.
Come abbiamo detto, Gesù, a differenza degli altri maestri, cerca personalmente i suoi discepoli e li seleziona uno per uno. Per questo tipo di vocazione ci sarà sempre una scelta, un passaggio di consegne, un « passaparola ». Gesù, e la chiesa per lui in ogni tempo, non scelgono necessariamente i più simpatici, i più docili, i più malleabili. O i più duri e i più determinati. Gesù appare libero di fronte alle sue chiamate. Diceva il cardinal Martini che a considerare la storia di molte vocazioni, anche di quelle che hanno avuto grande risonanza nella chiesa, ci si imbatte in molte sorprese. Da Charles de Foucault a don Lorenzo Milani, da san Paolo a sant’Agostino. Rimarrà sempre misteriosa e imprevedibile la chiamata del Signore.
Proprio mentre cresce in Occidente l’indifferenza religiosa, stanno diventando un fatto drammatico per la chiesa l’invecchiamento del clero e la scarsità delle nuove vocazioni. Chi annuncerà domani che « il regno di Dio è vicino » e inviterà la gente « a cambiare vita »? Già adesso parecchie delle nostre parrocchie sono affidate a giovani preti che vengono dall’Asia o dall’Africa.
Eppure anche oggi il fascino della chiamata religiosa potrebbe fare presa su molti giovani. Ciò che li frena è la paura delle scelte forti e dei legami per sempre. Al Concilio Vaticano II un vescovo ha proposto una vita consacrata « a tempo », ma la sua proposta non ha avuto seguito. Cresce anche il volontariato, ma è grande la paura di fare una scelta per la vita, e sarebbe ancora peggio non fare alcuna scelta, condannarsi a un’esistenza senza significato.
La seconda lettura fa riferimento alle divisioni tra cristiani. In questi giorni celebriamo la settimana di preghiere per l’unità dei cristiani. È un’occasione buona per ribadire l’esigenza dell’unità nella chiesa. La divisione è scandalo: gli apostoli di Gesù, che dovrebbero unire le loro forze per rendere meglio presente Cristo, si sono combattuti tra di loro e ancora oggi discutono su teorie che sono spesso ragionamenti di uomini, continuando nelle loro divisioni. È nella croce di Cristo, dice Paolo, che ci si deve e ci si può ritrovare uniti, non su una sapienza umana, come i Corinzi, che si dividevano tra chi seguiva Apollo, Paolo o Pietro, quasi fossero dei partiti. Apollo, Paolo e Pietro, dice Paolo, sono semplicemente a servizio della vostra fede, perché voi possiate essere a servizio di Cristo.

Suor Angela, l’ex donna di Vallanzasca
Qualcuno si ricorderà di Angela, la donna di Renato Vallanzasca, il boss della malavita che ha seminato il terrore a Milano negli anni ’70. Angela Corradi è certamente un caso esemplare di « conversione » e di accoglienza della parola di Gesù. Dice di sé:

« In casa mi davano solo vanità e formalismi:
sono fuggita… sono diventata una criminale,
ma nel dolore ho trovato la strada per scoprire Dio.
Ora sono suora e la donna di prima non esiste più ».

Umberto DE VANNA sdb

CARLO MARIA MARTINI LE CONFESSIONI DI PAOLO – CONVERSIONE E DELUSIONE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_confessioni_di_paolo4.htm

CARLO MARIA MARTINI LE CONFESSIONI DI PAOLO – CONVERSIONE E DELUSIONE

Ci proponiamo di riflettere su come Paolo ha vissuto il periodo che comprende circa dieci anni dall’evento di Damasco. Se collochiamo l’incontro di Damasco verso l’anno 34-35 arriviamo fino al 45-46, che segna l’inizio della prima missione dell’ Apostolo veramente riuscita, a Cipro ed in Asia Minore.
Sono dieci anni di esistenza oscura e difficile.
Paolo non ne parla molto, forse anche per un certo pudore, perché dovrebbe dire delle cose spiacevoli verso la comunità che l’ha accolto: qua e là, però, qualcosa trapela.
Teniamo poi presente che egli incomincia a scrivere dopo 13-14 anni dall’esperienza di Damasco, quando ha ormai raggiunto la maturità e la pienezza del Mistero di Cristo che aveva visto.
Vogliamo capire cosa è successo, perché rappresenta un tipico approfondimento doloroso e insieme costruttivo della conversione fondamentale.
Signore, tu tieni in mano ogni cosa. Tu hai tenuto in mano la vita di Paolo in maniera aperta e grandiosa dal momento della sua conversione. Tu non l’hai mai abbandonato anche nei momenti difficili in cui egli forse non sapeva che cosa gli stava succedendo. Tu ti sei manifestato a lui con amore misericordioso forse proprio là dove stava per abbandonare il ministero. Donaci di comprendere la tua misericordia su di noi perché possiamo, con fiducia, accettare la tua guida, credere nel significato provvidenziale di ciò che è avvenuto e avviene nella nostra esistenza cristiana e sacerdotale. A gloria tua, nella forza dello Spirito, per intercessione di Maria e di tutti i Santi. Amen.
Per la nostra riflessione:
- prima leggeremo i testi;
- poi ci domanderemo qual è la storia che si può ricavare da questi testi;
- in un terzo momento vedremo quali sono le motivazioni dietro la storia;
- ci chiederemo qual è stata l’esperienza di Paolo in quei dieci anni;
- infine concluderemo con una parola su di noi.
I testi« Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio. Tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: « Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti? ». Saulo frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo. Trascorsero cosi parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta. Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Cosi egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore e parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo. Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria» (At 9, 19-31).
Già qui si potrebbe notare, un po’ maliziosamente, anche se non è nell’intenzione del testo, che, partito Paolo per Tarso, la Chiesa è in pace; si è tolta di mezzo una persona che creava scompiglio e disturbo.
Un altro testo interessante lo troviamo nella lettera ai Galati: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… si compiacque di rivelare a me suo Figlio… senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni, andai a Gerusalemme per consultare Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: « Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere ». E glorificavano Dio a causa mia.
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito» (Gal 1, 15 – 2,1). È un’altra serie di fatti.
Per analogia con questi quattordici anni, aggiungiamo un altro testo: «Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze» (2 Cor 12, 1-5).
Paolo è molto rispettoso nel descrivere l’atmosfera di questi anni, ma qualche volta si scatena. Come, ad esempio, nella lettera ai Filippesi, là dove, ritrovandosi in situazione analoga a quelle già vissute, dice: «Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere! Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Gesù Cristo, senza avere fiducia nella carne, sebbene io possa confidare anche nella carne» (Fil 3, 2-4). Ritornano alcune frasi della lettera ai Galati che fanno pensare ad un collegamento delle emozioni di quel tempo.
La storia dei fatti
Cosa è avvenuto in realtà? Alcuni fatti sono abbastanza evidenti. Dopo la conversione, Paolo comincia a predicare, probabilmente non abitando sempre a Damasco; e qui c’è la sua permanenza in Arabia, forse nei dintorni delle città presso popolazioni arabe, perché la sua presenza non era tanto gradita.
Ad un certo punto le autorità si preoccupano e suscitano una tale opposizione che deve fuggire. Non si legge che la comunità lo abbia né sostenuto né richiamato: rappresentava un fattore di disturbo, anche se lo ammiravano per il suo zelo.
Dopo questa fuga non si ricorda più che sia ritornato a Damasco o abbia di nuovo coltivato quel gruppo di discepoli.
A Gerusalemme succede un po’ la stessa cosa: non dei pericoli clamorosi come quelli di Damasco, e quindi non una fuga cosi avventurosa. Però la sua predicazione diventa via via troppo vistosa, i fratelli si preoccupano di lui e lo riportano in patria. In altre parole, viene ringraziato e rimandato.
Ai due eventi di Damasco e di Gerusalemme segue un periodo di assoluta solitudine in patria e di sconforto. Lo si deduce dal fatto che questo tempo termina con la grande visione di cui parla la seconda lettera ai Corinti, che si può considerare come una ripresa che il Signore fa della prima apparizione di Damasco. La nuova visione della gloria di Dio, della quale forse era stato tentato di dubitare, chiude: un periodo di solitudine e di amarezza.
Riassumendo, i dieci anni dalla prima conversione sono stati anni di difficoltà, di scontri, di disagi provocati dal suo modo troppo focoso di predicare, dal suo esporsi eccessivamente. Sono stati anche anni di solitudine, di silenzio, di sconforto.
Quando Paolo racconta queste cose, le vive ormai nella pienezza del suo secondo ministero, e quindi non vi indugia più.
È interessante notare questa sequenza dei quattordici anni che viene ripetuta due volte. Il primo doppio settenario va dalla conversione alla seconda visita a Gerusalemme.
L’altro doppio settenario è quello indicato nella seconda lettera ai Corinti: tra il momento della visione e il momento in cui scrive la lettera. Mentre scrive, la sua vita gli appare come due periodi sabbatici. Gli Ebrei, infatti, solevano, a quel tempo, calcolare anche gli eventi e la vita secondo un ciclo settenario che corrispondeva al periodo che si concludeva con l’anno sabbatico.
Dopo ventotto anni dalla conversione, Paolo ha imparato a calcolare la vita secondo un ritmo sacro: ha già visto in una luce provvidenziale ciò che gli è avvenuto e si è addirittura accorto che questo coincideva con il computo sacro del tempo. Ma mentre viveva quei periodi intermedi, non aveva ancora la chiarezza del perché la sua vita si svolgesse così.
La storia dei dieci anni dopo Damasco (che copre l’arco dell’età di Paolo dai 25-30 anni ai 35-40 anni) possiamo ricostruirla, dunque, come disagio a Damasco, incomprensione a Gerusalemme, momenti di solitudine e di sconforto.
Le motivazioni dei fatti
Ci chiediamo: durante questo tempo c’è in Paolo qualcosa che non ha girato bene, oppure tutta la colpa è degli altri che non l’hanno capito, l’hanno osteggiato, non l’hanno difeso, hanno preferito disfarsi di lui, non l’hanno saputo valorizzare? Probabilmente, come in ogni cosa umana, il torto sta da entrambe le parti.
È vero che soprattutto i giudeo-cristiani, legati ad una visione angusta dell’apostolato, con molte paure e molte riserve, non l’hanno capito, non l’hanno saputo valorizzare nel timore che il suo modo di agire producesse più danno che vantaggio. Gli avversari poi si sono scagliati contro di lui perché intuivano che era un uomo-chiave. Dai primi e dai secondi, con quegli accordi taciti che talora avvengono, Paolo è stato eliminato.
Al di là di questo, però, io penso che Paolo stesso, interrogato, confesserebbe che qualcosa anche in lui non ha girato del tutto bene. Gli è accaduto ciò che avviene nelle conversioni grandi e rapide, in cui tutto appare nella luce migliore e più pura, e il motivo della conversione non è un cambiamento di bandiera o di campo, ma è la nuova visione della vita che in Gesù gli si presenta: è il totalmente altro, è l’opera di Dio.
Ma quando poi si tratta di riprendere la vita quotidiana, l’uomo si ritrova se stesso, e Paolo si butta nella nuova missione con lo stesso entusiasmo con cui si era buttato in quella precedente, trasferisce il suo zelo da un campo all’altro e ritorna ad appassionarsi dell’opera come se fosse sua.
Allora il Signore permette un periodo di durissima prova di purificazione perché impari che la conversione non gli ha fatto cambiare oggetto di attività, ma ha formato in lui un altro modo di essere, un altro modo di vedere le cose, che deve macerare lentamente prima di integrarsi nella sua personalità.
Le idee erano chiare, le parole anche; però il modo istintivo di agire ritornava ad essere quello di prima.
Facendo queste reinterpretazioni stiamo forse parlando più di noi che di Paolo. Nel cammino della ricerca di Dio noi desideriamo chiarire sempre meglio le nostre motivazioni, ma sappiamo bene che ciò non va d’accordo con l’immediato cambiamento del nostro modo istintivo e possessivo di collocarci in rapporto alle cose e alle situazioni. Questa possessività si trasferisce dal campo materiale al campo spirituale, dal campo degli interessi economici a quello degli interessi dello spirito e ci ritroviamo sempre un po’ noi stessi, sempre bisognosi di purificazione continua, al di là delle parole che diciamo o dei bei concetti che formuliamo.

L’esperienza vissuta da Paolo
Possiamo, a questo punto, chiedere a Paolo: Come hai vissuto questi dieci anni? Che cosa è stata per te questa prova di solitudine e di emarginazione rispetto alla comunità? Che cosa pensavi a Tarso la sera, in riva al fiume,’ quando andavi a passeggiare là, solo, e nessuno ti conosceva e riandavi alla via di Damasco? Che cosa sono state le prime prediche a Gerusalemme mentre ti sentivi tanto lontano da quel mondo, e a un certo punto ti veniva quasi l’idea che tutto fosse stato un sogno? Come hai vissuto questa esperienza drammatica?
Paolo ci ricorda innanzi tutto che non è stato il primo a vivere questa esperienza.
Mosé, cacciato dall’Egitto e dimenticato dal suo popolo, molti secoli prima di lui ha vissuto nel deserto una simile esperienza. Anche Elia si è sentito abbandonato da tutti, è fuggito nel deserto, tremendamente solo.
Parlandoci dei suoi sentimenti, Paolo ci può dire che la prima reazione è stata certamente di indignazione, di rivalsa ed anche di risentimento. Perché perdere le forze e la vita per gente che tratta male, per una Chiesa e per dei cosiddetti fratelli che non ne vogliono sapere? È un risentimento che cova dentro, che non lascia in pace e che alla fine – come sempre accade – diventa anche risentimento contro Dio. Perché Cristo mi ha chiamato con tante parole per poi ridurmi a lavorare nella mia bottega di T arso senza prospettive? C’è veramente un disegno di Dio sulla mia vita oppure sono sogni del passato? Che cosa volevano dire quelle parole che mi erano risuonate all’orecchio (le parole che riprenderà nel discorso ad Agrippa: «Ti sono apparso per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani» – At 26, 16-17)? Il risentimento contro Dio è la difficoltà ad accettare la provvidenza e il modo misterioso e incomprensibile dell’azione divina.
Paolo è passato – possiamo dire con certezza – per questi momenti. Sono momenti attraverso i quali passano i santi. Nessun santo è stato risparmiato da questo travaglio interiore e quindi nemmeno l’Apostolo. Ma dopo l’indignazione e il risentimento, come succede con la grazia di Dio quando la prova viene macerata dentro, emerge la riflessione e nasce una domanda piccola ma capace di squarciare il nero di un cielo che non presenta aperture: «E se ci fosse anche qui una parola provvidenziale di Dio per me? ». Al termine dell’ora media, mi veniva in mente, ascoltando il brano biblico da Giobbe 5, 17-20, che una parola come questa può essere penetrata adagio adagio, quasi come una medicina, nel cuore di Paolo. « Felice l’uomo che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana. Da sei tribolazioni ti libererà e alla settima non ti toccherà il male; nella carestia ti scamperà dalla morte e in guerra dal colpo della spada ».
Lui che certamente leggeva e rileggeva la Scrittura, viene medicato dalla Parola di Dio che anche qui attua la sua funzione di balsamo, di liberazione e di consolazione.
Riascoltandola, la riflessione diventa illuminazione e Paolo rientra in quella luminosa rivelazione che era stato l’incontro di Damasco. Vi rientra secondo due linee che appaiono dalle sue lettere.
a) Una linea è una riflessione escatologica che svilupperà nella 1 Corinti: «Fratelli, il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno» (1 Cor 7, 29 ss.). Paolo ridimensiona il suo zelo appassionato, accorgendosi che si era legato a progetti immediati, mentre il Regno di Dio è al di là e al di sopra di tutto; che le cose per buone e interessanti che siano, passano, « ma è il Signore che rimane.
b) Una seconda linea è una illuminazione: l’opera è di Dio: è Dio che pone tempi e condizioni.
Si attua: per Paolo una seconda espropriazione di sé. La prima, quando aveva buttato dietro di sé i suoi privilegi di fariseo, di ebreo figlio di ebrei. La seconda espropriazione sta nel dover perdere ciò di cui poteva giustamente vantarsi: apostolo dalla parola facile, dal linguaggio persuasivo, focoso, violento, molto superiore alla timida espressione degli altri di Gerusalemme.
Paolo capisce che tutto questo è importante, ma l’opera è del Signore: «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone» (Rm 14, 4). Nelle nostre ipotesi le cose dovevano andare in un certo modo, però è il Signore che ha in mano l’opera: «Che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? » (1 Cor 3, 5). E prosegue: «Siamo ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. lo ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3, 5-9). Non siete il « mio» campo, il « mio» edificio: è l’edificio di Dio.
Attraverso le esperienze dolorose Paolo giunge alla percezione molto semplice che Dio è il Signore e che il ministro di Dio si prepara liberando il cuore da tutto ciò che poteva essere successo proprio, divenendo strumento sempre più adatto nelle mani di Dio.
Nella visione del terzo cielo descritta nella seconda lettera ai Corinti, l’Apostolo comprende cose che non sappiamo perché non le abbia volute descrivere. Certamente riprende coscienza dell’assolutezza e della trascendenza indescrivibile del mistero di Dio che gli era diventato così vicino nell’apparizione del Cristo da sembrargli suo, mentre in realtà è al di là di ogni capacità umana di parlarne e di disporne.
È a questo punto che giunge a T arso la notizia che è arrivato Barnaba per dire a Paolo che, se vuole, ad Antiochia c’è una comunità giovane che lo desidera. Gli propone di andare con lui per cominciare a lavorare. È il secondo momento dell’attività apostolica. Egli riprende, in forma nuova, ciò che già dieci anni prima aveva iniziato con tanto zelo ma mettendoci dentro non poco di sé. Nel misterioso disegno di Dio, tutto questo aveva dovuto passare per il fuoco purificatore.
Una domanda per noi
Dopo aver cercato di interpretare la vicenda di Paolo nel suo esilio di Tarso, ci facciamo l’ultima domanda: il nostro zelo per chi è?
È difficile rispondere perché lo zelo è fondamentale nell’impegno apostolico; la parola stessa indica qualcosa che divora, che coinvolge. Proprio perché ci coinvolge tanto, corriamo il rischio della possessività.
- Quando ci siamo convertiti nella seconda maniera?
- Ci sono stati, nella nostra vita, momenti nei quali la prima conversione, la prima integrazione tranquilla delle realtà battesimali nella famiglia, nella parrocchia – pur senza indicare una conversione precisa -, è stata rimessa alla prova, magari in un’esperienza nella quale alcuni aspetti della nostra possessività apostolica sono stati vagliati, passati attraverso il setaccio e forse attraverso difficoltà che ei hanno notevolmente colpito?
- A prescindere da quando il Signore ei ha chiamati alla seconda conversione, qual è la qualità del nostro zelo?
Lo zelo autentico è quello che coinvolge profondamente senza mettere in questione noi stessi. Se siamo respinti o se non troviamo lo sbocco che desideriamo, ciò non deve diventare un problema personale che causa depressioni, sconforti e che porta al limite dell’abbandono o al limite della rassegnazione.
Tutto questo avviene, quasi sempre, perché siamo fatti in maniera che non possiamo buttarci in una cosa senza coinvolgerei in essa e non possiamo coinvolgerei storicamente senza che la nostra figura, anche personale e psicologica, vi sia dentro. Non possiamo vivere le vicende in cui l’opera di Dio si manifesta senza sentircene toccati e talora in maniera dolorosa. Ma è proprio lì che la Provvidenza ei attende e non per rimproverarci. Se Paolo è passato tra queste prove noi non siamo migliori di lui. Se lui si è sentito coinvolto nella propria immagine, capiterà anche a noi. Non ei viene detto di non aspettarci questo tempo: piuttosto, ei è detto che è un tempo provvidenziale, che è tempo di rivelazione del mistero di Dio, che è apparizione di Cristo sulla via di Damasco.
Non ci viene chiesto di essere invulnerabili ma di aprire gli occhi al disegno misericordioso di Dio. Come per Paolo c’è stata una via di misericordia, così anche per noi: in tutte le difficoltà, piccole o grandi, che il nostro coinvolgimento apostolico comporta, c’è una parola misericordiosa di salvezza.
La parola di Giobbe: «Dio ferisce e risana », prova che il Signore ei ama e ei purifica perché vuole fare di noi dei servitori adatti del Vangelo, interiormente liberi.
Chiediamo l’intercessione di Maria. Lei che fin dall’inizio ha vissuto questa libertà ma che ha dovuto integrarla alla sua vita attraverso la sofferenza, domandi al Signore di farei passare attraverso le prove senza che la nostra libertà interiore ne sia condizionata, diminuita, o mortificata. Il Signore ei purifichi e la nostra libertà sia pronta per riprendere ad Antiochia l’esperienza della nuova chiamata di Paolo.

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Publié dans:immagini sacre |on 16 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 6. SALMO 115. LE FALSE SPERANZE NEGLI IDOLI

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PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 6. SALMO 115. LE FALSE SPERANZE NEGLI IDOLI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 11 gennaio 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nello scorso mese di dicembre e nella prima parte di gennaio abbiamo celebrato il tempo di Avvento e poi quello di Natale: un periodo dell’anno liturgico che risveglia nel popolo di Dio la speranza. Sperare è un bisogno primario dell’uomo: sperare nel futuro, credere nella vita, il cosiddetto “pensare positivo”.
Ma è importante che tale speranza sia riposta in ciò che veramente può aiutare a vivere e a dare senso alla nostra esistenza. È per questo che la Sacra Scrittura ci mette in guardia contro le false speranze che il mondo ci presenta, smascherando la loro inutilità e mostrandone l’insensatezza. E lo fa in vari modi, ma soprattutto denunciando la falsità degli idoli in cui l’uomo è continuamente tentato di riporre la sua fiducia, facendone l’oggetto della sua speranza.
In particolare i profeti e sapienti insistono su questo, toccando un punto nevralgico del cammino di fede del credente. Perché fede è fidarsi di Dio – chi ha fede, si fida di Dio –, ma viene il momento in cui, scontrandosi con le difficoltà della vita, l’uomo sperimenta la fragilità di quella fiducia e sente il bisogno di certezze diverse, di sicurezze tangibili, concrete. Io mi affido a Dio, ma la situazione è un po’ brutta e io ho bisogno di una certezza un po’ più concreta. E lì è il pericolo! E allora siamo tentati di cercare consolazioni anche effimere, che sembrano riempire il vuoto della solitudine e lenire la fatica del credere. E pensiamo di poterle trovare nella sicurezza che può dare il denaro, nelle alleanze con i potenti, nella mondanità, nelle false ideologie. A volte le cerchiamo in un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo; un idolo, appunto, che in quanto tale non può fare nulla, impotente e menzognero. Ma a noi piacciono gli idoli, ci piacciono tanto! Una volta, a Buenos Aires, dovevo andare da una chiesa ad un’altra, mille metri, più o meno. E l’ho fatto, camminando. E c’è un parco in mezzo, e nel parco c’erano piccoli tavolini, ma tanti, tanti, dove erano seduti i veggenti. Era pieno di gente, che faceva anche la coda. Tu, gli davi la mano e lui incominciava, ma, il discorso era sempre lo stesso: c’è una donna nella tua vita, c’è un’ombra che viene, ma tutto andrà bene … E poi, pagavi. E questo ti dà sicurezza? E’ la sicurezza di una – permettetemi la parola – di una stupidaggine. Andare dal veggente o dalla veggente che leggono le carte: questo è un idolo! Questo è l’idolo, e quando noi vi siamo tanto attaccati: compriamo false speranze. Mentre di quella che è la speranza della gratuità, che ci ha portato Gesù Cristo, gratuitamente dando la vita per noi, di quella a volte non ci fidiamo tanto.
Un Salmo pieno di sapienza ci dipinge in modo molto suggestivo la falsità di questi idoli che il mondo offre alla nostra speranza e a cui gli uomini di ogni tempo sono tentati di affidarsi. È il salmo 115, che così recita:

«I loro idoli sono argento e oro,
opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Le loro mani non palpano,
i loro piedi non camminano;
dalla loro gola non escono suoni!
Diventi come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida!» (vv. 4-8).

Il salmista ci presenta, in modo anche un po’ ironico, la realtà assolutamente effimera di questi idoli. E dobbiamo capire che non si tratta solo di raffigurazioni fatte di metallo o di altro materiale, ma anche di quelle costruite con la nostra mente, quando ci fidiamo di realtà limitate che trasformiamo in assolute, o quando riduciamo Dio ai nostri schemi e alle nostre idee di divinità; un dio che ci assomiglia, comprensibile, prevedibile, proprio come gli idoli di cui parla il Salmo. L’uomo, immagine di Dio, si fabbrica un dio a sua propria immagine, ed è anche un’immagine mal riuscita: non sente, non agisce, e soprattutto non può parlare. Ma, noi siamo più contenti di andare dagli idoli che andare dal Signore. Siamo tante volte più contenti dell’effimera speranza che ti dà questo falso idolo, che la grande speranza sicura che ci dà il Signore.
Alla speranza in un Signore della vita che con la sua Parola ha creato il mondo e conduce le nostre esistenze, si contrappone la fiducia in simulacri muti. Le ideologie con la loro pretesa di assoluto, le ricchezze – e questo è un grande idolo – , il potere e il successo, la vanità, con la loro illusione di eternità e di onnipotenza, valori come la bellezza fisica e la salute, quando diventano idoli a cui sacrificare ogni cosa, sono tutte realtà che confondono la mente e il cuore, e invece di favorire la vita conducono alla morte. E’ brutto sentire e fa dolore all’anima quello che una volta, anni fa, ho sentito, nella diocesi di Buenos Aires : una donna brava, molto bella, si vantava della bellezza, commentava, come se fosse naturale: “Eh sì, ho dovuto abortire perché la mia figura è molto importante”. Questi sono gli idoli, e ti portano sulla strada sbagliata e non ti danno felicità.
Il messaggio del Salmo è molto chiaro: se si ripone la speranza negli idoli, si diventa come loro: immagini vuote con mani che non toccano, piedi che non camminano, bocche che non possono parlare. Non si ha più nulla da dire, si diventa incapaci di aiutare, cambiare le cose, incapaci di sorridere, di donarsi, incapaci di amare. E anche noi, uomini di Chiesa, corriamo questo rischio quando ci “mondanizziamo”. Bisogna rimanere nel mondo ma difendersi dalle illusioni del mondo, che sono questi idoli che ho menzionato.
Come prosegue il Salmo, bisogna confidare e sperare in Dio, e Dio donerà benedizione.
Così dice il Salmo:

«Israele, confida nel Signore […]
Casa di Aronne, confida nel Signore […]
Voi che temete il Signore, confidate nel Signore […]
Il Signore si ricorda di noi, ci benedice» (vv. 9.10.11.12). Sempre il Signore si ricorda. Anche nei momenti brutti lui si ricorda di noi. E questa è la nostra speranza. E la speranza non delude. Mai. Mai. Gli idoli deludono sempre: sono fantasie, non sono realtà.
Ecco la stupenda realtà della speranza: confidando nel Signore si diventa come Lui, la sua benedizione ci trasforma in suoi figli, che condividono la sua vita. La speranza in Dio ci fa entrare, per così dire, nel raggio d’azione del suo ricordo, della sua memoria che ci benedice e ci salva. E allora può sgorgare l’alleluia, la lode al Dio vivo e vero, che per noi è nato da Maria, è morto sulla croce ed è risorto nella gloria. E in questo Dio noi abbiamo speranza, e questo Dio – che non è un idolo – non delude mai.

San Giovanni Battista, Pinturicchio

San Giovanni Battista, Pinturicchio dans immagini sacre Pinturicchio_z03

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Publié dans:immagini sacre |on 14 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

15 GENNAIO 2017 | 2A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

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15 GENNAIO 2017 | 2A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

ECCO L’AGNELLO DI DIO

Per cominciare
Inizia con questa domenica il tempo ordinario dell’anno liturgico. In quest’anno, che per semplicità è stato chiamato anno A, viene letto il vangelo di Matteo. Matteo ci presenterà soprattutto la vita pubblica di Gesù, i suoi discorsi, le parabole, le beatitudini, i miracoli. Oggi però, come avviene sempre nella seconda domenica del tempo ordinario, ci viene presentato un brano dell’evangelista Giovanni, che ci introduce nella vita pubblica di Gesù con la straordinaria testimonianza di Giovanni Battista.

La parola di Dio
Isaia 49,3.5-6. Il « Servo di Iahvè » viene descritto da Isaia come un condottiero che riconduce e riunisce i superstiti di Israele e restaura le tribù di Giacobbe. La sua missione gli è stata affidata fin dal seno materno, ed è destinato a portare la salvezza e la luce a tutte le nazioni. Sono immagini profetiche che solo con la venuta del Cristo cessano di essere oscure. Si ritrovano infatti, pur con accenti diversificati, nel messia Gesù, « luce del mondo ».
1 Corinzi 1,1-3. Inizia con questa domenica la lettura continua della prima lettera ai Corinzi, che ci accompagnerà per otto domeniche. Scritta probabilmente nel 57, Paolo associa alla sua lettera un certo Sostene, che non sappiamo chi sia. « La lettera è una vera e propria radiografia della « parrocchia » più amata da Paolo » (G. Ravasi). Sin dalle prime righe di saluto chiama quelli di Corinto « chiesa di Dio ». Ma Paolo non ha avuto vita facile in quella città. Riuscirà a battezzare solo due persone e una famiglia. Con l’aiuto di altri predicatori, nella città si svilupperà poi una fiorente comunità cristiana.
Giovanni 1,29-34. Il vangelo ci presenta un episodio avvenuto qualche tempo dopo il battesimo di Gesù, a cui Giovanni fa riferimento. Il Battista lo proclama messia e lo fa servendosi dell’immagine dell’agnello, molto familiare agli ebrei. Dice che su di lui si è posato lo Spirito Santo e può testimoniare che è il Figlio di Dio.

Riflettere
Gesù è ormai un adulto e ha appena ricevuto il battesimo. Giovanni è il primo personaggio importante che incontra, con cui ha il primo dialogo « serio » alla vigilia della sua vita pubblica. Gesù e Giovanni sono parenti e da bambini probabilmente hanno giocato insieme, stando ai vangeli apocrifi e a tante raffigurazioni artistiche tradizionali. Tra di loro il dialogo si fa profondo. Il Battista è un perfetto testimone, quasi l’ideale di ogni credente. In questo brano confessa: « Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio » (Gv 1,34). Neppure gli apostoli avranno la fede del Battista. Nelle sue parole c’è già la fede matura di chi ha vissuto la Pasqua. È la fede della chiesa primitiva, quella dell’apostolo Giovanni che « vide e credette » (Gv 20,8).
Gesù è abitato dallo Spirito che è sceso su di lui, dice il Battista. E per descriverlo si serve dell’immagine dell’agnello, ben comprensibile per ogni ebreo. Gesù è l’agnello che prende su di sé il nostro peccato; è l’agnello che ci libera dal nostro peccato.
« Io non lo conoscevo, dice il Battista », nel senso che non conosceva Gesù nella sua vera identità. E gli prepara la strada. Anche il Battista, come gli ebrei del suo tempo, attendeva probabilmente un liberatore politico, un nuovo Davide. Mentre Gesù si presenta diverso. Giovanni annuncia il messia con parole minacciose che spingono alla vigilanza, a cambiare vita di fronte ai severi giudizi di colui che sta per venire. Gesù è invece umile e accogliente nei confronti della gente. Il Battista dovrà capire che Gesù è il messia dei miti e dei giusti, degli anawim, di coloro che attendono un liberatore spirituale, sulla linea dei grandi profeti.
Giovanni dice profeticamente che Gesù è il messia che prende su di sé i peccati del suo popolo. Di fatto, come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai tosatori, verrà sacrificato per i nostri peccati (Is 53,7).
L’immagine di Gesù-agnello fa riferimento:
- all’agnello pasquale di Esodo 12, che ha salvato gli ebrei nella prima Pasqua.
- C’è l’allusione agli agnelli che ogni giorno venivano sacrificati nel tempio di Gerusalemme.
- Al « capro espiatorio » su cui, nel giorno del Yom Kippur, si imponevano le mani scaricando su di lui il peccato di tutti e che veniva poi condotto a morire nel deserto.
- Agnello viene chiamato il servo di Iahvè secondo le parole di Isaia 53,7: « Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca ».
- Richiama anche le immagini del capitolo quinto dell’Apocalisse, dove i salvati glorificano l’Agnello e lo seguono…
Racconta il libro della Genesi che Abramo viene chiamato a offrire in sacrificio il figlio Isacco. In viaggio verso il luogo indicato, Isacco gli dice: « Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto? ». Abramo risponde: « Dio stesso provvederà l’agnello, figlio mio! ». Sappiamo che poi l’angelo del Signore ferma il braccio di Abramo levato verso il figlio. Isacco è certamente figura di Gesù, agnello immolato sulla croce per fare fino in fondo la volontà del Padre.

Attualizzare
Da pochi giorni i magi, esemplari ricercatori della verità, se ne sono andati, riprendendo a ritroso il loro cammino, ma portando con sé una fede nuova. Ora è Dio che in Gesù inizia la sua lunga marcia per incontrare gli uomini e proclamare la venuta del regno di Dio.
In tutti e tre gli anni, nella seconda domenica del tempo ordinario il vangelo di Giovanni ci pone di fronte alla figura di Gesù che inizia la sua predicazione, che viene confessato e riconosciuto da Giovanni (anno A); nella sequela di due discepoli del Battista, Andrea e Giovanni, che vogliono conoscere Gesù da vicino (anno B); nella prima nascita della fede in lui a Cana da parte degli apostoli (anno C).
Nel momento in cui Gesù comincia il tempo della predicazione, nasce in chi lo incontra e lo ascolta il fascino della sua persona, il riconoscimento e la condivisione della sua missione.
Se volessimo riassumere il tema di questa domenica, potremmo dire che è questo: di fronte al Battista che dichiara e testimonia chi è Gesù, dovremmo non dare nulla per scontato, e metterci in atteggiamento di ricerca, chiederci se siamo disposti a conoscerlo meglio, in modo nuovo, nella sua identità profonda. Domandarci se ci siamo già messi sulla sua strada, se siamo disposti a trovarlo, incontrarlo, come hanno fatto i magi… Ricordiamo che le prime parole pronunciate da Gesù nel vangelo di Giovanni sono: « Che cosa cercate? ».
Diceva Bonhoeffer: « Il problema che non mi lascia mai tranquillo è quello di sapere che cosa sia veramente per noi il cristianesimo e anche chi sia il Cristo… ».
Dovremmo domandarci se la sua figura ci affascina e dire chiaramente chi sia per noi. Il Battista afferma che « prima non lo conosceva », ma adesso, dopo che gli ha amministrato il battesimo, gli rende piena testimonianza e dice che è l’agnello, il messia, il Figlio di Dio.
Gesù è l’agnello pasquale che toglie il peccato del mondo, dice il Battista. È colui « che battezza nello Spirito ». Dichiariamo allora la nostra volontà di lasciarci battezzare da lui, farci liberare dal nostro peccato. Non tanto dai nostri difetti e dagli inevitabili limiti, che non ci fanno male e non troviamo nemmeno difficile confessare, ma « il peccato » che sta alla radice delle nostre scelte e che blocca il nostro coraggio, la nostra disponibilità e l’amore.
È sintomatico che il programma presentato da Gesù all’inizio della vita pubblica sia proprio un invito alla conversione per essere pronti ad accogliere il regno di Dio che si fa vicino.
Normalmente non si pensa che il peccato possa condizionare le nostre scelte, spegnere il nostro entusiasmo, renderci timorosi di fronte a qualcosa di speciale. Invece è il peccato quella piccola goccia che trasforma in stalattite la nostra anima e la indurisce. È il peccato che frena il nostro slancio, che ci rende dubbiosi di fronte alla scelta di metterci al suo seguito, di condividere la sua missione.
Il sacramento della riconciliazione scioglie la pietra del nostro cuore. Chi si confessa riconosce il condizionamento del proprio peccato, capisce che è più forte di lui, che ha bisogno dell’agnello Gesù per liberasene e ritornare libero.
Gesù è dunque l’agnello che ci salva non tanto portandoci alla terra promessa, ma attraverso un progetto di liberazione in profondità, restituendoci nuovi alla società, alla chiesa, ai nostri vicini, a noi stessi. Per sentirci « santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore » (1Cor 1,2).
La nostra salvezza, che vuol dire la nostra realizzazione e la nostra felicità, passano attraverso Gesù e il suo stile di vita. Per questo ci sforziamo di creare le condizioni perché la nostra ricerca possa diventare l’incontro di due amori, lottando ogni giorno sotto il suo sguardo, facendo di noi delle persone nuove. Per essere come lui « luce delle nazioni » e costruire il regno di Dio.
Perché quando Gesù ci ha illuminati e trasformati, è allora che ci manda e ci affida il suo regno. Lui infatti non è un ospite che si accontenti di abitare in noi, ma vuole raggiungere ogni uomo attraverso la nostra persona, arrivare a tutti coloro che lo cercano, anche a quelli che lo attendono senza saperlo.

I nuovi peccati
Ecco alcuni peccati che potremmo definire « moderni », in cui la responsabilità personale diventa più rilevante: trascurare la famiglia e i figli, tradire qualcuno (non solo la moglie/il marito, ma anche l’amicizia, la fiducia reciproca), dare troppo peso al proprio conto in banca, attaccarsi in modo esagerato ai propri beni, non lavorare come si dovrebbe, rubare, non pagare le tasse…
Da (fonte autorizzata): Umberto DE VANNA sdb

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