Archive pour le 28 janvier, 2017

PAPA FRANCESCO – ANIME RISTRETTE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170127_anime-ristrette.html

PAPA FRANCESCO – ANIME RISTRETTE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 gennaio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Il vestito del cristiano deve essere cucito con «memoria, coraggio, pazienza e speranza» per resistere anche alle piogge più intense senza cedere e restringersi. È proprio dal «peccato della pusillanimità» — ossia «avere paura di tutto» e diventare «anime ristrette per conservarsi» — che il Papa ha messo in guardia nella messa celebrata venerdì mattina 27 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta, ricordando come Gesù stesso abbia ammonito che «chi vuol conservare la propria vita, senza rischiare e appellandosi sempre alla prudenza, la perderà».
Per la sua meditazione Francesco ha preso le mosse dalle prima lettura del giorno che, ha subito fatto notare, è un passo della lettera agli Ebrei (10, 32-39): «Un’esortazione a vivere la vita cristiana, un’esortazione con tre punti di riferimento, tre punti temporali, diciamo così: il passato, il presente e il futuro». L’autore della lettera «incomincia con il passato e ci esorta a fare memoria: “Fratelli, richiamate alla memoria quei primi giorni”». Sono — ha spiegato il Papa — «i giorni dell’entusiasmo, di andare avanti nella fede, quando si incominciò a vivere la fede, le prove sofferte». Infatti «non si capisce la vita cristiana, anche la vita spirituale di ogni giorno, senza memoria». E «non solo non si capisce: non si può vivere cristianamente senza memoria».
Si tratta, ha affermato Francesco, della «memoria della salvezza di Dio nella mia vita», della «memoria dei miei guai nella mia vita: come il Signore mi ha salvato da questi guai?». Per questo «la memoria è una grazia, una grazia da chiedere: “Signore, che io non dimentichi il tuo passo nella mia vita, che io non dimentichi i buoni momenti, anche i brutti; le gioie e le croci”».
Dunque, ha spiegato il Pontefice, «il cristiano è un uomo di memoria». Tanto che «quando noi prendiamo la Bibbia, vediamo che i profeti sempre ci fanno guardare indietro: pensate questo che Dio ha fatto con voi, come vi ha liberato dalla schiavitù». Perché «la vita cristiana non incomincia oggi, continua oggi». E «fare memoria è saggezza: ricordare tutto, il buono, il non tanto buono, il brutto; tante grazie, tanti peccati, la famiglia, la storia personale di ognuno». Così «io vado davanti a Dio ma con la mia storia, non devo coprirla, nasconderla: no, è la mia storia, davanti alla mia anima, davanti a te». Ecco che «l’esortazione per vivere bene una vita cristiana incomincia con questo punto di riferimento: la memoria».
Poi, ha proseguito il Papa, l’autore della lettera agli Ebrei «ci fa capire che siamo in cammino, e siamo in cammino in attesa di qualcosa, in attesa di arrivare o di incontrare». Vuol dire «arrivare a un punto: un incontro; incontrare il Signore». Si legge infatti nella lettera: «Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà». E subito «ci esorta a vivere per fede: “Il mio giusto per fede vivrà”». Qui entra in gioco «la speranza: guardare al futuro».
Difatti, ha spiegato Francesco, «così come non si può vivere una vita cristiana senza la memoria dei passi fatti, non si può vivere una vita cristiana senza guardare il futuro con la speranza dell’incontro con il Signore». L’autore della lettera agli Ebrei scrive «una frase bella: “Ancora un poco…”». Sappiamo bene, ha ricordato il Papa, che «la vita è un soffio, passa: quando uno è giovane, pensa che ha tanto tempo davanti, ma poi la vita ci insegna quella parola, che diciamo tutti: “ma come passa il tempo, questo l’ho conosciuto da bambino, adesso si sposa, come passa il tempo!”». Dunque «la speranza di incontrarlo è una vita in tensione, tra la memoria e la speranza, il passato e il futuro».
Il terzo punto «è nel mezzo: è oggi, cioè il presente», ha affermato il Pontefice. Si tratta di «un oggi fra il passato e il futuro». E «il consiglio per vivere l’oggi è continuare con questo atteggiamento, che descrive i primi cristiani, di coraggio, di pazienza, di andare avanti, di non avere paura». Perché «il cristiano vive il presente — tante volte doloroso e triste — coraggiosamente o con pazienza». Ci sono «due parole che a Paolo, e al suo discepolo che ha scritto questa lettera, piacevano tanto: coraggio e pazienza». Ed «è curioso», ha notato il Papa, che l’autore del testo per dire «pazienza, usa una parola in greco che vuol dire “sopportare”; e coraggio è franchezza, dice qui, dire chiaramente le cose, andare avanti con la faccia avanti». Sono «le due parole — ha proseguito — che lui usa tanto, tanto: la parresìa e la hypomoné, il coraggio e la pazienza». E «la vita cristiana è così». È vero, ha riconosciuto Francesco, che tutti siamo peccatori, «chi prima e chi dopo», e «se volete dopo possiamo fare la lista, ma andiamo avanti con coraggio e con pazienza; non restiamo lì, fermi, perché questo non ci farà crescere».
Così dunque, ha spiegato il Pontefice, «è la nostra vita cristiana, così oggi la liturgia ci esorta a viverla: con grande memoria del cammino vissuto, con grande speranza di quel bell’incontro che sarà una bella sorpresa». Certo, ha insistito, «non sappiamo quando: può essere domani, può essere tra quindici anni, non si sa, ma è sempre domani, è presto, perché il tempo passa». In ogni caso ci deve sempre essere «la speranza dell’incontro». E anche l’atteggiamento di «sopportare, con pazienza; portare qui, pazienza, e coraggio, franchezza», con «la faccia avanti, senza vergogna». Proprio «così si porta la vita cristiana avanti».
«C’è una piccola cosa, per finire — ha evidenziato il Papa — sulla quale l’autore» della lettera agli Ebrei «attira l’attenzione della comunità a cui sta parlando: un peccato». È un peccato «che non le fa avere speranza, coraggio, pazienza e memoria: il peccato è la pusillanimità». Si tratta, ha spiegato Francesco, di «un peccato che non lascia essere cristiano, è un peccato che non ti lascia andare avanti per paura». Per questa ragione «tante volte Gesù diceva: “Non abbiate paura”»: proprio per mettere in guardia dalla «pusillanimità» e così fare in modo di non cedere, di non andare «sempre indietro», custodendo «troppo se stessi» per «la paura di tutto», per «non rischiare» appellandosi alla «prudenza».
Tanto che, ha affermato il Papa, uno può anche dire di seguire «tutti i comandamenti, sì, è vero; ma questo ti paralizza, ti fa dimenticare tante grazie ricevute, ti toglie la memoria, ti toglie la speranza perché non ti lascia andare». E «il presente di un cristiano, di una cristiana, è così come quando uno va per la strada e viene una pioggia inaspettata e il vestito non è tanto buono e si restringe la stoffa: anime ristrette». Proprio questa immagine esprime bene cos’è «la pusillanimità: il peccato contro la memoria, il coraggio, la pazienza e la speranza».
Prima di riprendere la celebrazione eucaristica, Francesco ha invitato a chiedere nella preghiera al Signore che «ci faccia crescere nella memoria, ci faccia crescere nella speranza, ci dia ogni giorno coraggio e pazienza e ci liberi da quella cosa che è la pusillanimità», cioè dall’atteggiamento di quelli che hanno «paura di tutto» e finiscono per essere «anime ristrette per conservarsi». Invece Gesù ci fa presente che «chi vuole conservare la propria vita, la perde».

ACNS, THE SERMON.

ACNS, THE SERMON. dans OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ 21%20ACNS%20THE%20SERMON
http://www.artbible.net/3JC/-Mat-05,01-07-Sermon_%20on%20the%20mount_sur%20la%20montagne/slides/21%20ACNS%20THE%20SERMON.html

29 GENNAIO 2017 | 4A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/04-Domenica/10-04a-Domenica_A_2017-UD.htm

29 GENNAIO 2017 | 4A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

Le beatitudini…..

Introduzione
Gesù dichiara beati i poveri, i miti, i puri di cuore, gli operatori di pace perché sono loro che realmente vivono con pienezza il loro tempo. Non si lasciano vivere, condizionare dalle cose e dagli avvenimenti. Affrontano la vita a viso aperto anche nelle situazioni di disagio, ma con correttezza, senza compromessi, senza venire a patti con il malaffare, la violenza, la prepotenza.
Sono le persone semplici, i miti, ma oneste e capaci di relazioni positive che cambiano la storia.
Dobbiamo sottolineare ancora una volta la distanza che separa la nostra vita da quella di Gesù. La nostra mentalità, i nostri pensieri quotidiani, i nostri progetti sono lontani dalla libertà, dalle scelte di Gesù.
È possibile convincersi della bontà delle beatitudini immaginando una società fondata sulle antibeatitudini, sull’assalto alla ricchezza, sulla violenza e la prepotenza (le cose sono del primo che se ne impossessa, vale a dire del più forte), sul rancore (quanta tristezza in chi non riesce a ricucire un’amicizia, un rapporto di amore), su chi costruisce la storia sulla guerra.

Per cominciare
Oggi ci viene proposto il testo delle beatitudini, che è sicuramente la pagina di vangelo tra le più conosciute. Il rischio è quello di non coglierne più la forza, la profondità, l’urgenza. Le beatitudini sono la magna charta dei cristiani, non qualcosa di utopistico o un progetto di vita riservato a pochi. Gesù si rivolge alla folla che lo segue e dichiara beati anzitutto i poveri e gli umiliati della terra.

La parola di Dio
Sofonia 2,3;3,12-13. Contemporaneo di Geremia, il profeta Sofonia profetizza in tempi difficili. Al nord, il regno di Samaria è stato conquistato dagli Assiri, ma il profeta prevede tempi difficili anche per il sud: Gerusalemme verrà assediata, il popolo sarà deportato in Babilonia. Il profeta invita alla speranza la popolazione fedele a Dio, i poveri di Iahvè: « Cercate la giustizia, non commettete più iniquità », perché ci sarà un « resto d’Israele » che proseguirà nell’alleanza e vivrà nella prosperità e nella pace.
1 Corinzi 1,26-31. L’apostolo Paolo ricorda ai Corinzi, tra i quali vi sono alcuni arroganti che creano divisioni tra il popolo, che il Signore ha scelto nella comunità cristiana soprattutto gente di condizione sociale modesta. Tra di voi, dice, non ci sono grandi intellettuali, persone potenti o nobili. Non solo, esagerando, dice: Dio – contro ogni apparente logica -, « ha scelto quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla… ». Ma è proprio questa scelta che fa diventare piccole e insignificanti le sicurezze di chi si crede forte e garantito solo perché ha prestigio sociale e benessere economico.
Matteo 5,1-12a. Con il capitolo quinto di Matteo iniziano quei cinque grandi discorsi di Gesù che costituiscono la caratteristica del suo vangelo. Il primo e il più importante è il « discorso della montagna », in cui vengono tracciate le linee portanti del regno che va annunciando. Gesù si rivolge alla folla variopinta che lo cerca e lo segue. Il discorso è diretto a tutto Israele, ma vengono nominati in modo specifico i suoi discepoli, che egli ha appena scelto, come ai nuovi rappresentanti delle dodici tribù: « Parla ai discepoli come al nuovo Israele già presente, e a tutti come all’Israele della speranza e dell’avvenire » (W. Trilling).

Riflettere
Gesù « sale sul monte e si pone a sedere ». Non si sa di quale monte si tratti. È una zona elevata da cui si può dominare una grande moltitudine. Qualcuno oggi parla di una località chiamata Tabga, la zona « delle sette sorgenti », ai piedi di un monte detto delle Beatitudini. Lì vicino, sulle rive del lago di Tiberiade, la tradizione colloca anche la moltiplicazione dei pani. Dai resti di un’antica chiesa cristiana costruita a Tabga, un mosaico attesta che lì il vangelo ha preso corpo nella vita di una comunità.
Il monte è il luogo per eccellenza dove Dio parla. Per l’evangelista Matteo, quello delle beatitudini è il primo discorso importante di Gesù e lo fa in un contesto diverso da quello della sinagoga, cioè dal luogo tradizionale in cui ogni ebreo ascoltava la parola di Dio. Gesù si trova molto presto circondato dalla folla: una marea di gente che corre a lui da tutta la Palestina, attirata soprattutto dai suoi miracoli.
Si tratta di una folla politicamente divisa – è dal tempo di Salomone che non c’è più unità in Israele – ma religiosamente ancorata alla tradizione, consapevole di rappresentare il popolo delle promesse messianiche. Questa volta Gesù non pare deludere le loro attese.
Il contesto in cui avviene il discorso della montagna richiama i cardini della storia ebraica. La parola di Gesù chiude una linea continua che passa attraverso le tappe bibliche più significative: i dodici apostoli che Gesù ha appena scelto sono i fondatori del nuovo popolo, destinato a sostituire le dodici tribù di Israele; Gesù sale su quel monte come un nuovo Mosè, per donare al popolo la legge dell’alleanza definitiva.
E, come abbiamo già sottolineato, è a tutto Israele che sono dirette le parole di Gesù. È un discorso dal sapore di estrema semplicità: non sono parole che possano far pensare a scelte elitarie o settarie, incomprensibili alle masse. Anche se la sostanza del messaggio ha un valore rivoluzionario.
Il messaggio di Gesù è quindi destinato sia agli apostoli, quali iniziatori e realtà già presente del nuovo popolo messianico, che all’intera folla, chiamata a ricomporre le dodici tribù di Israele nella nuova comunità della chiesa.
Le beatitudini rivelano poi senza ambiguità e sin dall’inizio la scelta di campo del messia Gesù. Nel momento in cui dà inizio solennemente alla predicazione del regno, si rivolge ai miti, ai poveri, a coloro che soffrono e dichiara che a essi per primi è destinata la salvezza.
Le beatitudini rivelano in modo esplicito il volto del vero Dio, che non è come viene spesso presentato dall’antico testamento, un Dio violento e vendicativo, ma mite, misericordioso, pacifico, povero di spirito… Ha in concreto il volto di Gesù, che le beatitudini ha incarnato e vissuto, dandoci il modello del vero uomo nuovo.
« Chi legge con attenzione il testo di Matteo », scrive papa Ratzinger, « si rende conto che le Beatitudini sono come una nascosta biografia interiore di Gesù, un ritratto della sua figura. Egli, che non ha dove posare il capo (cf Mt 8,20), è il vero povero; Egli, che può dire di sé: venite a me perché sono mite e umile di cuore (cf Mt 11,29), è il vero mite; è il vero puro di cuore e per questo contempla senza interruzione Dio. È l’operatore di pace, è Colui che soffre per amore di Dio » (Gesù di Nazaret)
L’annuncio delle beatitudini viene fatto ai poveri e ai miti non tanto perché la povertà o la debolezza debbano trasformarsi in ricchezza o in potenza, ma perché il regno di Dio appartiene a loro. I ricchi gaudenti e sazi, i prepotenti e gli arroganti non sono ammessi al regno e andranno incontro a un giudizio severo nell’aldilà, a meno che non passino oggi attraverso un cambiamento di vita che li porti alla conversione. Ma deve essere chiaro che l’annuncio delle beatitudini non è per loro, perché sono i poveri, i miti, i misericordiosi ad avere piena cittadinanza nella comunità fondata da Gesù.
Le beatitudini sono uno stile di vita, non tanto una nuova legge in senso stretto. Rappresentano un orientamento, non leggi che obblighino in modo giuridico. Anche perché la legge in generale chiede il minimo, al di là del quale in genere si è puniti, un quid medium, senza proporsi l’eroismo. Invece Gesù, senza mezzi termini, con le beatitudini chiede il massimo.

Attualizzare
Beatitudini senza tempo. Apertamente negate dalla superficialità dei media, dallo spettacolo della politica, da una ricchezza cafona e sbandierata. Gesù le ha proclamate e vissute per primo. Gli apostoli le vivranno anch’essi, prima a fatica e poi in modo radicale, e le trasmetteranno alla nuova comunità cristiana. Nei duemila anni della loro storia il paradosso delle beatitudini sarà una delle caratteristiche dei veri cristiani. È sorprendente il numero di coloro che per Cristo si sono fatti poveri, operatori di pace, puri di cuore, misericordiosi.
Le beatitudini sono una promessa di felicità destinata a tutti, ma in modo particolare agli umili, a quella folla indistinta e senza nome che vive un quotidiano difficile ed è esclusa dalla grande storia. Sono quelli di cui parla Paolo nella seconda lettura e che fanno parte di diritto delle comunità cristiane in ogni tempo: « Non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili ».
« Beati i poveri in spirito », dice Gesù: quelli che sono capaci di scelte radicali per Dio, e rifiutano l’idolatria della ricchezza per risolvere il problema della vita. « Beati i puri di cuore »: quelli che dall’intimo di se stessi, dal loro profondo, dal centro delle proprie scelte e decisioni si orientano a Dio. Beati, come dice Geremia (31,31-34) coloro che sostituiscono il proprio « cuore di pietra » con un « cuore di carne » e si mettono di fronte a Dio e alle sue proposte.
« Beati i miti ». La mitezza è la beatitudine di cui si parla di meno, ma segna la caparbietà di tanti santi. Mite non è chi si arrende alla prima difficoltà, ma chi sa dove vuole arrivare e trova le strade giuste per arrivarci, senza usare violenza, senza dare gomitate, senza fare lo sgambetto a nessuno. Noi che viviamo in un contesto di violenza che ci fa soffrire, violenza fisica e violenza del linguaggio, guardiamo stupiti alla coerenza mite di questi testimoni.
« Con le beatitudini evangeliche non si governano le nazioni », avrebbe detto Bismarck, in qualche modo a nome di tutti coloro che pongono la loro riuscita personale e quella socio-politica su valori opposti a quelli della beatitudini: la guerra di conquista, la sicurezza economica, il prestigio, l’ambizione, la mancanza di tolleranza, il rifiuto del perdono.
Non è inutile ricordare che quando si fa propria la logica delle beatitudini, inevitabilmente ci si scontra con qualcuno e molto spesso si finisce per diventare oggetto di emarginazione, di rifiuto, spesso anche di persecuzione, come è avvenuto per Gesù.
Ma « beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno… », così termina il testo di Matteo. Ed è il racconto dell’esperienza vissuta dagli apostoli e dai discepoli nel tempo della chiesa degli inizi: una chiesa chiamata a sopportare calunnie e persecuzioni e perfino la morte per Gesù. Sono le beatitudini vissute, che continueranno a sperimentare i veri cristiani di tutti i tempi.
« Il discorso farà sorridere i conduttori dei talk-show televisivi, impegnati dalla mattina alla sera a premiare vincenti, promuovere somari, divinizzare comparse e pure a svergognare il mal riuscito, il non arrivato, il perdente » (D. Pezzetta). Ma chi si è lasciato prendere dal vangelo sa di camminare contro corrente e di fondare la propria identità cristiana su altre convinzioni, altri valori e stili di vita.
Se le parole dette da Gesù all’inizio della sua vita pubblica valgono per le comunità cristiane di ogni tempo, è urgente farle conoscere e renderle attuali. Sempre però ci saranno coloro che sono sempre disponibili al compromesso: costruire la chiesa e annunciare il vangelo, ma senza urtare le categorie privilegiate, senza denunciare e turbare nessuno.
È proprio sulla linea delle beatitudini che si può realizzare il rinnovamento nelle comunità ecclesiali. Sono le beatitudini vissute che possono diventare significative e scuotere più di mille discorsi, più di qualsiasi rinnovamento puramente formale ed esteriore.

Tra le beatitudini, è la povertà la più gettonata
Il viziatissimo e spensierato Francesco entra in crisi, depone simbolicamente i suoi vestiti davanti al padre Pietro Bernardone e sceglie la povertà. Nel nostro tempo Pier Giorgio, figlio del senatore Frassati, editore de La Stampa e ambasciatore, si fa povero con i poveri e visita le misere soffitte di Torino. La famiglia finì quasi per vergognarsi di lui, della sua indifferenza per il loro mondo, dell’eccessivo attaccamento ai poveri. Giovanni Paolo II lo definirà « il giovane delle otto beatitudini ». Era ricco anche Lorenzo Milani, figlio di una raffinata donna ebrea e di un professore universitario. Nella grande palazzina fiorentina c’erano la servitù, le belle macchine, l’autista, la balia, l’istitutrice tedesca. Ma don Lorenzo morirà confinato tra le quattro case di Barbiana, dove finirà i suoi giorni senza segni di ribellione, accettando quell’umiliazione come una sfida e un’opportunità per far crescere quei poveri montanari, inventando per loro la scuola. Come disse lui, conobbe il « privilegio » di essere povero dopo essere stato ricco.

« Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere la luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva »
(David Maria Turoldo)
I Santi hanno imitato Dio vivendo le beatitudini

« Riconosci, o cristiano, la sublimità della tua sapienza, comprendi con quali dottrine e metodi vi puoi arrivare e a quali destini sei chiamato! Colui che è misericordioso vuole che tu sia misericordioso; colui che è giustizia, vuole che tu sia giusto, appunto perché il Creatore brilli nella sua creatura » (san Leone Magno).

Umberto DE VANNA

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