Archive pour janvier, 2017

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LA DONNA NEL CRISTIANESIMO

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LA DONNA NEL CRISTIANESIMO

di Stefano Biavaschi

Fin dall’antichità l’umanità si trascina il fardello di una visione “maschio-centrica” del mondo. In quasi tutte le antiche culture la prospettiva patriarcale prevaleva di gran lunga su quella matriarcale, ed era quasi sempre l’uomo, e non la donna, a tenere le redini del potere politico, dell’arte, della cultura, delle decisioni militari o di quelle familiari. Alla donna restava solamente il ruolo di madre e moglie, ed anche questi due ruoli non erano intesi nel significato pieno che intendiamo oggi, ma la madre era ridotta quasi solo alla funzione procreativa, con poca influenza su quella educativa; e la moglie, anche quando amata, non era certo vista come una compagna sullo stesso piano del marito. Perfino nel popolo ebraico, pur educato dai comandamenti, emergevano spesso atteggiamenti “maschilisti”, ed usiamo le virgolette solo perché il termine “maschilismo” allora non esisteva e non ci si accorgeva nemmeno di quella che ai nostri occhi oggi appare un’ingiustizia; sembrava anzi naturale che le cose andassero così, e nemmeno le donne avvertivano la loro condizione come una discriminazione. Né avrebbero avuto il tempo di farlo, così prese dal gran numero di gravidanze (10, 15, 20 o di più) che interrompevano ripetutamente le faticose mansioni domestiche o il lavoro nei campi. Nella Bibbia emergono spesso, tuttavia, figure di donne che sono ben più che madri e mogli, e che mostrano le capacità per essere maestre di saggezza, profetesse od eroine. Sara, moglie di Abramo, non ebbe certo un ruolo secondario nelle importantissime vicende di questo patriarca. Miriam, la sorella di Mosè, agevolò l’inserimento del fratello in casa del faraone, una mossa in seguito alla quale si sarebbe realizzata la grande opera di liberazione compiutasi con l’Esodo. Mentre in tutti gli antichi testi sacri dell’Oriente o dell’Islam le donne non sono nemmeno citate, nella Bibbia i loro nomi abbondano, ed alcuni libri dell’Antico Testamento prendono addirittura il nome da loro: il libro di Rut, il libro di Giuditta, il libro di Ester. Rut, da straniera poco accettata qual era, riesce a farsi accettare dal popolo d’Israele fino a meritare di entrare nell’illustre genealogia del re Davide, da cui secoli dopo discenderà anche il Messia. Giuditta salva gli israeliti dal temibile Oloferne, che voleva annientarli con le sue armate: si reca coraggiosamente al suo accampamento e dimostra tale intelligenza che Oloferne fu costretto a esclamare: “Da un capo all’altro della terra non esiste donna simile, per la bellezza dell’aspetto e la saggezza della parola”; e quando Oloferne, ubriaco fradicio, rimane solo nella tenda in balìa di lei, Giuditta ne sottrae la scimitarra e lo decapita, salvando gli ebrei dalla sciagura. Ester, una povera orfana ebrea al tempo dell’impero persiano, che si estendeva dall’Etiopia all’India, riesce a ottenere tutti i favori del monarca, Serse I, e nascondendo le sue origini giudee ottiene perfino di diventare regina, facendo revocare l’editto di sterminio contro il suo popolo. Nonostante tutti questi avvenimenti, quando Gesù, secoli dopo, farà la sua apparizione in Palestina, non troverà fra i giudei del suo tempo un terreno molto favorevole alla rivalutazione della donna. E nemmeno i costumi dell’impero romano, ormai dominatore anche in quei luoghi, sembravano essere molto migliori nel correggere lo squilibrio di diritti fra gli uomini e le donne. I romani non avevano il matrimonio poligamico come gli ebrei, e non negavano alle donne libertà di spostamento, ma le ripudiavano col divorzio se non davano figli, anzi, lo scopo del matrimonio non era raggiunto se non venivano figli maschi. Gesù rivoluzionò molto il ruolo della donna, soprattutto riequilibrando la bilancia dei diritti e rendendo reciproci i doveri. Non temeva di avvicinare le donne per strada e di parlare loro, cosa del tutto inusuale per i costumi del tempo, tanto che gli evangelisti scrivono: “Si meravigliavano a vederlo parlare con le donne” (Gv 4,27). E quando gli uomini gli rivendicavano duramente il diritto maschile di poter ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo, Gesù li sfidava a confrontarsi “con la durezza dei loro cuori”, e appellandosi al racconto sulla creazione, riportato nel libro della Genesi, ricordava che sia il maschio che la femmina erano stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Sfogliando il Vangelo ci passano davanti agli occhi un gran numero di donne, di diversa età e condizione sociale. Molte sono guarite da Gesù, e ottengono miracoli anche le donne non ebree o quelle che per qualche motivo erano considerate impure. Ed era sufficiente, per una donna, trovarsi nel suo periodo mestruale per essere considerata tale e quindi tenuta a debita distanza. Gesù invece affronta e guarisce anche l’emorroissa, anzi le insegna a non vergognarsi di testimoniare la sua guarigione anche se coinvolgeva gli aspetti più intimi della sua femminilità. Affronta e redime perfino le prostitute, su cui pesava l’infamia dei passanti. Figure di donne compaiono anche nelle parabole che Gesù utilizza nelle sue predicazioni, e tutte “le sue parole e le sue opere”, come scrive Giovanni Paolo II, “esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna”. “In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna” (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem: lettera enciclica sulla dignità della donna). Sono, anzi, soprattutto le donne ad essere fedelmente presenti ai piedi della croce, e sono le donne ad essere le prime testimoni della risurrezione. “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie”, dice Gesù (Gv 3,1). Ed è una donna, Maria, l’unica ad essere miracolosamente preservata da ogni traccia di male, come mai accaduto ad alcun uomo, fino a rendere possibile l’incarnazione del Verbo di Dio, e a divenire “mediatrice di tutte le grazie”, con una particolarissima collocazione non solo nella devozione dei fedeli, ma anche nella gloria di Dio. Alla luce di tutto questo si comprende perché il cristianesimo si sia reso portatore nel mondo di una visione della donna ben diversa da quelle che lo precedevano. Scrive la studiosa Silvia Scaranari: “Il cristianesimo fin dalle sue origini ha mutato profondamente la condizione femminile, ovunque sia arrivato a porre radici durature”. La chiesa abolisce, in primo luogo, il diritto “di vita e di morte” del marito sulla moglie, tipico del diritto romano; inoltre vieta l’obbligo dei figli e delle figlie al matrimonio, abolisce la necessità del consenso paterno per le donne, rende l’unione matrimoniale stabile evitando il ripudio, e proclama l’uguaglianza dei figli vietando il barbaro uso di uccidere le neonate femmine non desiderate. Ricorda la Scaranari: “Uno sguardo seppur veloce al resto del mondo, oggi, ci mostra come questi abusi verso le donne siano ancora presenti dove il cristianesimo non è ancora penetrato: l’Islam con la poligamia e il ripudio, la Cina e l’India con l’uccisione delle bambine, e, fino a poco tempo fa, con la morte delle vedove sulla pira con il marito”.
Certo anche nei paesi cristiani la millenaria mentalità maschilista, pur non conoscendo questi eccessi, è stata lenta da sgretolare, ma spesso sono state proprio le donne a modificare la storia: fu Elena, madre di Costantino, a segnare la conversione dell’imperatore che pose fine alle sanguinose persecuzioni dei cristiani e modificò il volto dell’Impero Romano; fu Monica, madre di sant’Agostino a tessere per quarant’anni la conversione del grande filosofo e teologo; fu Clotilde, moglie del re Clodoveo, ad avvicinare il monarca alla fede ed ai valori cristiani, modificando così le sorti della Francia. Nel Medioevo vediamo le donne assumere ruoli di responsabilità nella società e nella cultura, le vediamo scrivere lettere ai potenti o intervenire di persona in questioni delicate e importanti. Fu una madre di famiglia, Dhuoda, a scrivere, nella Francia del IX secolo il primo trattato sull’educazione dei bambini. Sempre nel Medioevo, troviamo Rosvita, della famiglia degli Ottoni, che è autrice, attorno all’anno mille, di ben otto commedie ispirate all’arte latina. E, contrariamente a quel che si crede, la prima enciclopedia non uscì dalla penna degli scrittori illuministi, ma nacque più di sei secoli prima dalla mano di una donna: Herrat di Landsberg, badessa di un monastero tra il 1167 e il 1195, che stese una summa dei progressi tecnici del XII secolo, che comprende anche informazioni di economia, letteratura, storia, filosofia. E così via tante altre, donne note e meno note. Spesso le donne del Medioevo sono state sia umili lavoratrici (birraie, fornaie, filatrici, artigiane, spesso riunite in corporazioni di donne) sia protagoniste della vita civile, assumendo anche funzioni dirigenziali al posto del marito, nella gestione dei campi o delle botteghe, nelle trattative commerciali o nelle importazioni di prodotti dall’estero, fino alla storica figura di San Giovanna d’Arco (1412-1431), giovanissima conduttrice di eserciti per la liberazione della Francia. San Bernardino da Siena (1380-1444) scrive: “E’ una grande grazia essere donna: le donne si salvano più degli uomini”. Terminato il Medioevo, il Rinascimento non fermò certo la crescita della donna e la sua emancipazione, come nemmeno i secoli successivi, fino ai moti femminili dell’800 e del ‘900 che rivendicarono una serie di giusti diritti, da quello di voto alla tutela della maternità per le lavoratrici madri. L’8 dicembre 1965 i Vescovi di tutto il mondo, riuniti nel grande Concilio Vaticano II rivolgono uno speciale messaggio alle donne, nel quale fra le altre cose si dice: “Viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. E’per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere”. E Giovanni Paolo II, nella sua lettera enciclica sulla dignità della donna, aggiunge: “La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in modo speciale l’uomo, l’essere umano.” E glielo affida “perfino nelle condizioni di discriminazione sociale in cui essa può trovarsi”. In questo modo la donna diventa “una fonte di forza spirituale per gli altri, che percepiscono le grandi energie del suo spirito…La Chiesa dunque rende grazie per tutte le donne e per ciascuna….Ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e Nazioni”. “La Chiesa” conclude il Papa “chiede nello stesso tempo che queste inestimabili manifestazioni dello Spirito,…siano attentamente riconosciute, valorizzate”.

ETICA E CRISTIANESIMO NEL PENSIERO DI DOSTOEVSKIJ

http://www.filosofia.unimi.it/itinera/mat/saggi/?ssectitle=Saggi&authorid=molaa&docid=dostoevskij&format=html

ETICA E CRISTIANESIMO NEL PENSIERO DI DOSTOEVSKIJ

di Anna Mola

N. Berdjaev, uno tra i più importanti, nonché influenti, interpreti di Dostoevskij sosteneva che le vere protagoniste dei romanzi dell’autore russo erano le idee [1]. In generale, è possibile affermare che Dostoevskij appartiene a quel tipo di scrittori che narrano e scoprono se stessi nelle loro opere. Se è vero, inoltre, che non è possibile parlare propriamente di questo scrittore come di un teologo, è altrettanto vero che i suoi romanzi, in particolare i cosiddetti “grandi romanzi”, sono spesso definiti “teologici”, perché il tema di fondo costante è il rapporto tra uomo e Dio. Parlare degli aspetti religiosi dell’opera dostoevskiana equivale ad analizzare l’intero mondo di questo scrittore. Questi due aspetti, uniti a una riflessione profondissima sull’etica, trovano massima espressione in due fondamentali romanzi dell’autore: Delitto e castigo e I fratelli Karamazov. Vediamo, innanzitutto, in particolare per la prima opera, come la maggior parte della narrazione non consti di azioni, ma di pensieri, pensieri orgogliosi, utopici, grandiosi e poi infinitamente pieni di angoscia e di disperazione; pensieri sempre e comunque umani, su cui ciascuno è invitato a riflettere. In secondo luogo, notiamo che, in entrambi i romanzi, il rapporto tra i personaggi e Dio è costantemente analizzato e, in alcuni casi, costituisce il punto di svolta delle vicende.
La storia di Delitto e castigo è, dal punto di vista dell’intreccio narrativo, piuttosto semplice: in una Pietroburgo enorme e, allo stesso tempo soffocante, vive un giovane studente di legge, Raskol’nikov, estenuato dalla povertà e dai debiti che deve pagare a una vecchia usuraia senza scrupoli. È un ragazzo intelligente e perspicace, non è assolutamente di natura malvagia, anzi, è generoso e sensibile, tuttavia, egli non accetta la condizione umana: non sopporta le ingiustizie di questo mondo, in particolare, non riesce a tollerare il fatto che un individuo avido e spregevole come la vecchia usuraia rovini la sua vita e quella di tanti altri studenti. Oppresso dalle condizioni disagiate e rattristato da una lettera in cui la sorella gli comunica di accettare il matrimonio con Lužin, un ricco uomo d’affari, che non ama, per poterlo aiutare a finire gli studi, Raskol’nikov si decide a un terribile atto: uccide l’usuraria e la deruba delle sue, peraltro misere, ricchezze. Ma egli non ha ucciso per soldi, ed è qui che compare l’idea centrale del romanzo: il suo non è delitto compiuto per necessità, ma per convinzione, come lo definisce Gasparini [2]. L’idea che lo conduce all’atto finale è maturata nella sua testa per un lungo periodo, fino ad ottenere una forma concreta: non tutti sono degni di vivere allo stesso modo, ci sono individui più dannosi che utili per la società, la cui esistenza rende il mondo peggiore; è, dunque, legittimo che vengano eliminati per fare del bene all’intera umanità. Chi avrà il coraggio di compiere quest’atto mostrerà la propria natura superiore rispetto agli altri, a lui sarà concesso ignorare le comuni leggi morali, che impongono di non uccidere, perché il suo fine è superiore e sarà ricordato nella storia come benefattore dell’umanità. Raskol’nikov vuole capire se possiede questo coraggio o se è un uomo comune. Il suo delitto è, quindi, una sorta di “esperimento”; un esperimento che fallisce, in quanto, non appena compiuto l’omicidio, egli viene colto da un senso di colpa paralizzante, l’angoscia cresce in lui fino a diventare disperazione e più cerca di giustificare a se stesso l’atto più viene pervaso da un malessere devastante. Inizia così il vero e proprio delirio del protagonista: soffre di improvvisi e fortissimi attacchi di febbre, crisi di sonnolenza alternate a lunghissime notti insonni. Lo schiacciante senso di colpa lo induce a vivere in isolamento dalla madre e dalla sorella, che lo hanno raggiunto a Pietroburgo, e dagli amici, sconvolti dal suo atteggiamento. Perfino la città sembra trasformarsi e riflettere la sua angoscia, ogni cosa perde la sua oggettività e assume la forma della sua ossessione. La situazione di Raskol’nikov è peggiorata, inoltre, dal fatto che le indagini della polizia si indirizzano vieppiù sulle sue tracce e che l’investigatore che si occupa del caso, Porfirij Petrovi?, è certo della sua colpevolezza e cerca di esasperarlo, negli interrogatori, in modo da indurlo a confessare.
Alla fine, sopraffatto dalla gravità del gesto compiuto, il protagonista decide di confidarsi con Sonja, la figlia di Marmeladov costretta dalla matrigna a prostituirsi per guadagnare qualche soldo e di cui egli si innamora profondamente. La confessione di Raskol’nikov è profonda e totale, egli ammette di non aver ucciso, in realtà, per i soldi o per essere il benefattore dell’umanità, ma per sapere se egli avesse coraggio, se fosse «un pidocchio, come tutti, o un uomo» [3]. Attraverso la figura di Sonja e la lettura, che lei gli propone del brano evangelico della resurrezione di Lazzaro, egli scopre la possibilità della conversione, la via della croce, che conduce alla piena ammissione di colpa e all’umile accettazione della legge comune a tutti gli uomini, che non permette a nessuno di decidere arbitrariamente della vita e della morte di un altro. Il suo non è ancora un pentimento completo, tuttavia sceglie di pagare per il delitto commesso e di aprirsi a una nuova opportunità di vita: l’accettazione della croce regalatagli da Sonja e il prostrarsi a baciare la terra, dopo il colloquio con lei, sono i simboli di tale apertura.
Il romanzo termina con un incubo di Raskol’nikov, che, intanto, è stato condannato in Siberia ai lavori forzati: egli sogna una sorta di apocalissi mostruosa, in cui l’umanità era devastata da una terribile pestilenza, che rendeva gli individui arroganti e presuntuosi. Ognuno si sentiva l’unico in grado di giudicare il bene e il male, cosa che portava a infiniti scontri e induceva gli uomini a distruggersi l’uno con l’altro. Solo una ristretta classe di persone poteva salvarsi, cioè gli eletti, i più puri, destinati a iniziare una nuova stirpe e una nuova era, a rinnovare e a redimere la terra. Il sogno permette a Raskol’nikov di vedere chiaramente, per la prima volta, a cosa avrebbe portato, in prospettiva, la realizzazione del suo ideale. Da poco è trascorsa la Pasqua, le giornate erano serene e miti, egli prende il Vangelo che Sonja gli ha regalato, e, per la prima volta, lo apre e comprende che la via dell’espiazione consiste nel cercare la convivenza con gli altri, nell’offrire al prossimo, come fa Sonja, che lo ha seguito nei lavori forzati, un amore semplice e totale, fatto di silenziosa dedizione.
Questa la storia narrata nel romanzo, a cui molte definizioni sono state attribuite: romanzo giallo, romanzo sociale e romanzo “filosofico”; ma Delitto e castigo è soprattutto la storia del suo protagonista, della sua ribellione a un mondo in cui ci sono troppe ingiustizie e sofferenze, un mondo in cui una ragazzina è costretta a prostituirsi per non morire di fame, in cui una giovane donna decide di sposare un uomo che non ama e non stima per poter assicurare un futuro al fratello, in cui, infine, un’avida usuraia trae soddisfazione dalla sofferenza dei suoi creditori. Raskol’nikov non accetta il mondo in cui si trova a vivere, ma, anziché “restituire il biglietto d’ingresso”, come farà Ivan Karamazov, preferisce tentare di cambiarlo, di renderlo migliore, per questo adotta l’idea “napoleonica”, l’idea, cioè, per cui l’uomo “superiore” (Napoleone ne è il simbolo) sia legittimato nell’infrangere le leggi della comune morale, che impongono il rispetto di ciascuna vita, senza eccezione alcuna.
L’idea “napoleonica” si riduce a questo: l’omicidio è permesso nel caso in cui la vittima sia un individuo inutile, malvagio e se dalla sua eliminazione è possibile derivare azioni buone, oneste e capaci di cancellare il delitto. Certamente non a tutti è consentito realizzare quest’ideale, ma soltanto agli uomini superiori, i dominatori, coloro che hanno il compito di rendere migliore l’umanità. «I legislatori e i fondatori dell’umanità […] Licurghi, Soloni, Maometti» [4] hanno dato nuove leggi all’umanità e distrutto quelle antiche e non l’hanno fatto pacificamente, ma con grandi spargimenti di sangue; i loro delitti, però, sono relativi, in quanto giustificati da un fine superiore. Se Napoleone, per esempio, per edificare il suo impero non avesse dovuto affrontare sanguinose battaglie, ma semplicemente uccidere una sordida vecchia, l’avrebbe fatto con lo stesso rimorso che si potrebbe avere nel tagliare un ramo che ostacola il cammino [5]. Oppure se grandi geni come Keplero o Newton, per rendere note le loro scoperte, non avessero avuto altra scelta, per assurdo, che sacrificare la vita di una, cento, mille persone, avrebbero avuto il diritto, persino l’obbligo di ucciderle, perché le loro invenzioni sono state utili a milioni di persone [6].
Esistono, dunque, due tipi di uomini, secondo Raskol’nikov: quelli inferiori, che servono solo a riprodurre il genere umano, e uomini veri e propri, i soli che siano in grado di portare avanti la storia. I primi amano ubbidire ed è necessario che lo facciano, mentre i secondi sono sovversivi, sconvolgono il sistema sociale in cui vivono. La prima categoria, costituita dalla massa, condanna gli uomini veri, li disprezza, a volte arriva addirittura a giustiziarli, salvo poi, nel corso delle generazioni, rivalutarli come eroi e metterli su un piedistallo.
Raskol’nikov vuole far parte della prima classe di uomini, vuol essere, in senso davvero nietzschiano, un “Superuomo”, un individuo a cui tutto è permesso, che si pone “al di là del bene e del male”. Egli sceglie l’omicidio per dimostrare a se stesso la propria libertà illimitata e assoluta, trasgredisce deliberatamente la legge religiosa e morale per provare la sua legittima appartenenza a quel ristrettissimo numero di esseri eccezionali ai quali tutto è permesso. Attraverso questi pensieri, egli diventa orgoglioso e superbo e, pur dicendo di voler fare del bene all’umanità, in realtà, la disprezza [7]. L’uomo del sottosuolo – prima ed essenziale figura nella “svolta filosofica” di Dostoevskij – che rinunciava a un benessere mediocre e sceglieva il dolore e la pazzia per dimostrare il predominio della volontà e dell’arbitrio sulla ragione, si eleva ora a Superuomo e decide non solo di ignorare la morale comune, ma di vivere solo secondo i suoi principi, togliendo all’uomo la posizione di fine e riducendolo a mezzo per raggiungere la felicità. Se la libertà è la più grande forza dell’uomo, la conseguenza più immediata non sta forse nel principio del “tutto è permesso”? Si tratta di una pura e semplice deduzione logica. «Una morte, cento vite in cambio» [8], dice il protagonista, prima di commettere il delitto: è un puro calcolo matematico.
Il peccato di Raskol’nikov, come nota Cantoni, è proprio questo: aver fatto prevalere l’intelletto sulla morale, aver pensato che la ragione, chiusa nel ciclo dei suoi processi, possa risolvere con le sue forze finite tutti i problemi esistenziali. È lo stesso errore che commetterà Ivan Karamazov, è l’etica degli atei, dei nichilisti, dei cospiratori dei Demoni, del Grande Inquisitore. Sia Ivan che Raskol’nikov sono personaggi di animo nobile, dotati di un’intelligenza brillante e profonda, ma la loro filosofia va in una direzione contraria rispetto alle leggi della vita. Essi vorrebbero risolvere l’enigma dell’esistenza nei suoi fondamenti ultimi e modificare l’iniquità e la crudeltà presenti nel mondo per mezzo di una razionalità colpevole, e la colpa non sta nell’irrazionalità constatata, ma nella pretesa di poter sostituire, con il loro intelletto finito, alla forza misteriosa e infinita che governa l’universo [9].
Come ogni grande ribelle e ogni Superuomo, Raskol’nikov è un solitario – non a caso raskol’ in russo, significa “scisma”, “scissione” – le sue idee lo portano a staccarsi dal resto della società dei suoi simili, che giudica inferiori, abbandonandosi alla seduzione delle sue costruzioni mentali. Si può dire, con Malcovati [10], che questo personaggio cede alla tentazione di Lucifero: quella, cioè, di stabilire per sé una legge diversa dalle norme morali che seguono gli altri; quella di agire contro il “gregge”, sentendosi unici e autorizzati alla diversità. Ma la sicurezza che egli ha raggiunto nelle sue fantasticherie non è definitiva, occorre un atto estremo, “titanico” che ne comprovi la veridicità. Per questo Raskol’nikov decide di compiere il delitto; ormai l’aspetto morale, per lui, è diventato secondario, quel che conta è solo riuscire, attuare la decisione presa e passare definitivamente dalla parte dei “Napoleoni”. Così il protagonista, in uno stato di esaltazione, muovendosi come un automa, ruba un’accetta, si reca a casa dell’usuraia e le infligge tre colpi mortali. Egli è alla ricerca di una prova che consacri e legittimi ai suoi occhi l’alta idea che, nella solitudine, egli ha concepito di sé e sceglie l’assassinio perché non esiste qualcosa di più estraneo alla sua indole e che richieda maggiori energie per essere compiuto. Lo sforzo al quale egli si sottopone conferisce un aspetto quasi eroico alla sua impresa; d’altra parte, se fosse stato meno in contraddizione con il suo animo, non gli avrebbe permesso di mettersi alla prova, di capire se era davvero degno di entrare nel novero degli esseri superiori o se era destinato a rimanere tra “i pidocchi”. In quel momento egli non può prevedere le conseguenze del suo atto [11].
Ma l’esperimento di Raskol’nikov fallisce completamente: egli perde la sicurezza, non soltanto nel suo ideale, ma proprio in se stesso: «Me stesso ho ucciso, e non la vecchiuccia!» [12], ammetterà egli stesso, confidandosi con Sonja. Lo stato di profondo sconforto, in cui cade al ritorno dal luogo del delitto, non è sintomo solo della stanchezza nervosa, ma anche della distruzione che egli sente essersi consumata dentro di lui. Egli ha perduto per sempre quel sogno di superiorità e grandezza, senza il quale la vita gli pare abietta [13]. Tuttavia è ancora lontano dal riconoscere la sua colpa e l’errore insito nel suo ideale; non riesce, per ora, ad ammettere che nessuno ha il diritto di raggiungere il proprio fine con il delitto, anche se il fine non fosse la felicità individuale, ma il miglioramento della vita dell’intera umanità. Dal suo punto di vista, Raskol’nikov ha ucciso senza aver acquistato il coraggio di uccidere, senza esser riuscito a valicare quel limite invisibile che separa gli uomini veri da quelli comuni e spregevoli, quelli, cioè, che hanno il diritto di impadronirsi del potere da quelli che, invece, devono soccombere. Il terribile senso di colpa che lo tormenta testimonia, secondo lui, il fatto che non aveva quel diritto; ma che questo diritto, in realtà, non esista è qualcosa che imparerà più tardi, in Siberia. Se avesse sopportato il peso del suo crimine, avrebbe avuto ragione sulla storia dell’umanità, ma egli non ha avuto quella forza d’animo e il sentimento di sconfitta che prova è la punizione più severa che si possa immaginare.
L’espiazione, in Dostoevskij, è una legge di natura; quando questa non agisce convincendo il colpevole del suo errore, produce, tuttavia, delle alterazioni così forti nella sua coscienza, da costringerlo a sottomettersi alla sua osservanza anche contro volontà e contro ragione. È questa legge che isola il protagonista di Delitto e castigo dagli altri individui, che distrugge i suoi affetti familiari e lo costringe a dichiararsi vile pur proclamando l’altezza e la giustizia dell’idea ispiratrice del suo delitto. Egli subisce, di fatto, la legge dell’espiazione, ma non è disposto ad ammetterne la superiorità [14].
Il pentimento autentico di Raskol’nikov avviene per mezzo di Sonja, peccatrice come lui, ma portatrice di una fede semplice, che lo guida nella presa di coscienza del fatto che la legge morale è valida per tutti allo stesso modo e che nessuno ha il diritto di porsi al di sopra di essa. L’ideale del Superuomo si è sgretolato alla sua prima impresa e a lui, che lo incarnava, non rimangono che la solitudine e la vergogna. Una sola via gli rimane, escludendo quella rapida ma vile del suicidio, ed è la via della croce, cioè della piena responsabilità. Questa via è rappresentata proprio da Sonja, figura tanto pura quanto sfortunata e indifesa, che non disprezza il mondo, ma si fa carico, insieme a Raskol’nikov, della sofferenza e della colpa da espiare. La croce che ella gli dona e la lettura del racconto evangelico della resurrezione di Lazzaro sono i simboli del nuovo cammino da intraprendere. Attraverso Sonja, la sua dedizione e il suo conforto, Raskol’nikov comprende che la felicità non è terrena, egoistica, individuale, ma soprannaturale e infinita e che si raggiunge con la sofferenza, il sacrificio di se stessi, l’umile dedizione al prossimo. La forza per sostenere tali sacrifici è data dalla fede in Dio e dall’amore per Lui e per gli uomini.
L’idea “napoleonica” e il dono della croce da parte di Sonja sono, nella loro totale contrapposizione, i due elementi più importanti del romanzo; e il gesto silenzioso di Sonja riesce ad agire sull’ideale di Raskol’nikov, denunciandone la superbia e l’ambizione malvagia che vi si nascondono, e, alla fine, aprendolo alla conversione. In questo modo, Dostoevskij mostra la sconfitta della morale del Superuomo, del titano, del nuovo Prometeo; una morale che dovrebbe essere assolutamente libera e che si rivela, alla fine, come il suo contrario, cioè come arbitrio illimitato, come negazione della libertà stessa e annullamento della volontà.
Raskol’nikov ha sperimentato su se stesso l’impossibilità di una vita guidata soltanto dall’intelletto privo di amore, il superamento della sua posizione avviene attraverso una profonda e radicale esperienza interiore, che lo condurrà, alla fine, alla possibilità del ripristino di legami autentici con l’umanità, legami spezzati nel suo tragico gesto di rivolta.
Delitto e castigo pone di fronte a grandi temi etici, primo fra tutti il valore assoluto dell’essere umano in quanto tale, a prescindere dalla su utilità o dannosità all’interno della società. A questo proposito, lo studioso Tugan-Baranovskij, nel suo saggio La visione etica di Dostoevskij [15], rintraccia una possibile comparazione tra l’autore russo e Kant sul tema della morale e sul fondamento di essa, cioè Dio. Senza il principio di un’entità soprannaturale, l’idea del valore supremo della persona umana diventa negativa, perché, non solo non è in grado di costruire la vita, ma, al contrario, conduce alla distruzione della vita stessa, all’omicidio. Ponendosi al di fuori del bene assoluto rappresentato dalla divinità, l’uomo non può acquistare un valore supremo: l’idea di uomo e l’idea di Dio sono, dunque, inscindibilmente legate e l’utopia della persona fine a se stessa è semplicemente un’assurdità.
Tutto ciò che può assumere un valore assoluto, lo acquista solo presupponendo l’esistenza di Dio; così come l’uomo, anche la legge morale, per il solo fatto di esistere, esige il riconoscimento di Dio. In tal modo, Dostoevskij si avvicina molto alle posizioni di Kant, il quale postula Dio come fondamento ultimo della morale. Nella coscienza etica dell’uomo, si riflette un barlume di divinità, che gli conferisce un valore infinito.
Tuttavia, non tutti gli individui possiedono nella stessa misura una coscienza morale e qui sorge un nuovo problema: come conciliare il valore infinito dell’uomo e la sostanziale uguaglianza che ne deriva con le differenze oggettive, sul piano etico, degli individui, che sembra condurre al riconoscimento di una diversità di valore? Questo problema, chiamato da Tugan-Baranovskij “problema dell’umanità”, è pienamente rappresentato da Raskol’nikov. Da un punto di vista utilitaristico, la sua visione etica è inoppugnabile: se la moralità o immoralità di un comportamento è determinata solo dall’utilità o dal danno che ne può derivare, allora, una grande scoperta scientifica, che può salvare la vita a milioni di persone, merita, se necessario, il sacrificio di qualche individuo. È stata proprio questa logica la causa della perdizione di Raskol’nikov. Il suo errore consiste nel fatto di voler motivare logicamente ciò che, per sua natura, non ammette una razionalizzazione. Egli cercava la dimostrazione logica della morale, ma non si rendeva conto che la legge morale non è passibile di dimostrazione, in quanto è, kantianamente, un principio a priori, che, quindi, non riceve una legittimazione dall’esterno, bensì dall’interno di ogni individuo.
Non esiste altra motivazione che imponga all’uomo il rispetto della vita di ogni altro essere, se non un “devi perché devi”, che si fonda sul principio infinito della divinità e non ammette un fondamento logico. La legge morale non può essere oggetto di indagine razionale, così come non può esserlo tutto ciò che esiste per forza propria, indipendentemente dalla nostra volontà. Sta di fatto che la nostra coscienza morale afferma la sacralità della vita, tale è la legge morale. Qualunque sia l’origine di questa legge, essa esiste con tanta realtà quanta ne hanno le leggi di natura. Il protagonista di Delitto e castigo tenta di negarla e per questo cade, ed è, allo stesso modo, destinato a cadere, chiunque, violerà tale legge.
La vera possibilità di riscatto si offrirà a Raskol’nikov, alla fine del romanzo, quando, dopo vari anni di lavori forzati, grazie anche all’appoggio di Sonja, avviene nel suo animo un cambiamento: riconosce il suo delitto e rinasce così a nuova vita. La coscienza morale ha vinto e ciò gli permette di riconciliarsi con se stesso, con gli altri uomini e con l’infinito, che di nuovo sente dentro di sé.
Dilaniato quanto Raskol’nikov, prima della conversione, o forse in maniera ancora più disperata, è Ivan Karamazov, probabilmente il più combattuto tra i personaggi dostoevskiani.
Egli si presenta come un ragazzo dotato di lucida intelligenza, ma dal carattere chiuso, inquieto e scostante; il suo cuore è pieno di disprezzo per un padre violento e cinico, e di rabbia nei confronti di un mondo ingiusto e crudele. La sofferenza delle creature innocenti costituisce la sua motivazione per accusare Dio di malvagità e di mancanza di vero amore per gli uomini. Il tormento di Ivan è il tormento per un interrogativo che si è posto, e continua a porsi, in ogni epoca, l’umanità che cerca di conciliare l’esistenza di un Dio buono e giusto con la realtà innegabile del male in tutti i suoi aspetti. Finché il male è la conseguenza di una colpa si può trovarne una giustificazione, ma quando colpisce immeritatamente creature incapaci di reagire, vulnerabili e innocenti, nasce la ricerca, nell’uomo, di una soddisfacente e comprensibile risposta da parte della ragione umana e, poiché sembra impossibile trovarla, sorge, a questo punto, il dramma, rappresentato dalla figura di Ivan, che si trasforma, nel suo caso, in rivolta.
Se per Raskol’nikov il delitto era un atto individuale, un esperimento simbolico della ribellione personale, sostenuto dalla dottrina del Superuomo, in Ivan Karamazov l’atteggiamento di sdegno per il mondo e di rivolta raggiunge proporzioni metafisiche, in quanto comporta, in ultima analisi, la negazione di Dio e del significato del mondo. Come l’assassino di Delitto e castigo, Ivan ha una grande voglia di vivere, ma si chiude poi in una dimensione costituita solo dai suoi pensieri, in cui si pone problemi filosofici. Il suo interessamento alle vicende esterne è sempre condizionato dalla posizione intellettuale che ha assunto. Come Raskol’nikov, anch’egli è un peccatore, ma il suo peccato è di natura mentale: non ha ucciso nessuno, pur avendo desiderato e permesso la morte del padre, ma ha rinnegato il mondo in quanto non corrisponde a un sistema logico comprensibile per l’uomo. Il rifiuto del mondo terreno da parte di Ivan implica la rottura con l’aldilà, con il mondo della trascendenza. L’intelletto rimane ancorato a ciò che riscontra nell’esperienza e nella storia, che dà prova, secondo Ivan, del fatto che il creato non può essere governato da Dio, poiché in esso regnano il disordine e la contraddizione. La logica terrestre si attiene ai fatti, è la logica della certezza e non della speranza, della razionalità e non del mistero. Per il credente, la fede arriva là dove l’intelletto non può arrivare, mentre per la ragione che ha fiducia solo in se stessa, ciò che è incomprensibile, rimane tale. Se l’idea di mondo si dissocia da quella di Dio e segue un suo corso irrazionale, le nozioni di giusto e ingiusto, fondate sulla credenza nella divinità, attraverso la tradizione religiosa, non hanno più alcun significato. All’uomo che ha distrutto i legami con il trascendente e ha rinnegato la teocrazia, non resta che inventare nuovi valori. Se l’“idea napoleonica” di Raskol’nikov rispecchia l’idea del Superuomo di Nietzsche, nel rifiuto della fede di Ivan possiamo intravedere un riferimento a un altro modello filosofico, quello dell’homo homini deus, di stampo feuerbachiano. La filosofia atea del pensatore tedesco si poneva, infatti, l’obiettivo di liberare l’amore dalla credenza nella divinità, in modo da indirizzarlo completamente all’uomo, privandolo, quindi, della sua connotazione trascendentale. Ma in una dialettica del rovesciamento di soggetto e predicato divini, come, appunto, quella di Feuerbach, l’uomo che si affida esclusivamente alle infinite possibilità dell’intelletto e all’amore che può provare per i suoi simili, rinnegando qualcosa di superiore, finisce per smarrirsi nell’incertezza [16].
Ivan è stato più volte definito un “ateo credente”, nel senso che egli non nega l’esistenza di Dio, può accettare l’idea di riconoscerlo come Essere onnipotente e buono, ammette l’inevitabilità del male come conseguenza del peccato originale dei primi genitori; non rifiuta neppure la responsabilità di tutto il genere umano nella colpa e la solidarietà nell’espiazione per giungere all’armonia universale, tuttavia trova scandaloso e inaccettabile il fatto che, per il conseguimento di tale armonia, sia necessario anche il sacrificio dei bambini. Il momento cruciale della ribellione di Ivan inizia con la terribile scissione che sente al proprio interno: da una parte avverte la necessità di Dio e ama il mondo, dall’altra non riesce ad accettare la sua imperfezione macchiata dal sangue degli innocenti.
Tra tutti gli eroi dostoevskiani, Ivan è senz’altro quello la cui coscienza è più divisa tra fede e ateismo, in quanto i suoi dubbi hanno origine nell’ambito della fede. Per Dostoevskij, l’uomo trova la propria verità in Dio, questo è innegabile, ma l’itinerario che conduce alla fede è tutt’altro che semplice e deve passare per la fase dell’incredulità. Ivan giunge allo stadio più crudele del dubbio religioso, ma il suo ateismo assoluto è il «penultimo scalino della fede perfetta, mentre l’indifferente non ha nessuna fede, tranne una cattiva paura» [17]. La fede, dunque, per Dostoevskij, non può diventare completa se non scomparendo nel suo contrario per riapparire fortificata al grado superiore. Nel processo di sviluppo, l’alternativa diventa sempre più penosa, cosicché a una fede perfetta si oppone un ateismo altrettanto completo. Ivan vive con tale passione l’affermazione ateista che sembra essere quasi pronto a convertirsi nel suo opposto. Ma, se, da un lato, l’incredulità dei grandi ribelli, come Raskol’nikov, Stavroghin, Kirillov e Ivan, sembra essere prossima al raggiungimento della fede, attraverso le terribili esperienze del delitto e della follia, dall’altro, l’apertura alla credenza è scossa dalle pretese dell’intelletto di interpretare il mondo secondo i suoi canoni logici. La fede autentica, per Dostoevskij è un fine a cui si arriva tramite un percorso faticoso; un percorso in cui l’affermazione e la negazione si alternano drammaticamente [18].
Il rischio “eterno” dell’uomo, in cui Ivan cade, è quello di ridurre la concezione di Dio alla portata dell’uomo. Su questa via, egli decide di seguire il suo intelletto, piuttosto che ammettere la logica del mistero di Dio e tenta, quindi, di creare una sua teodicea. Accettare il mondo così com’è significherebbe, per lui, dare scacco alla propria intelligenza, ma egli non ha intenzione di farlo; intende proprio questo, quando dichiara al fratello Alëša: «Non è che io non accetti Dio, intendi bene questo punto: è il mondo da lui creato, questo mondo di Dio, che io non accetto e non posso piegarmi ad accettare» [19]. Non è ammissibile, nella sua ottica, il fatto che l’armonia universale si debba ottenere anche con la sofferenza inutile e gratuita. Interpretare questa sofferenza come conseguenza della colpa originaria e come una ferita non sanabile (per lo meno su questa terra) significa affermare l’assurdità dell’esistenza e questo diventa per Ivan motivo di profonda inquietudine. La creazione, che dovrebbe essere la gloria di Dio ed essere prova della sua onnipotenza e bontà, diventa, nel giudizio di Ivan, la negazione di queste ultime, in quanto non è conforme alle condizioni poste dalla “mente euclidea”, che conosce il mondo attraverso le tre dimensioni spaziali della geometria classica.
La constatazione del dolore dei più deboli conduce Ivan a mettere in dubbio l’esistenza di Dio; o meglio, per il suo intelletto, la sofferenza nel mondo e l’esistenza di Dio si elidono a vicenda. Secondo il critico A. Penke, lo sbaglio di Ivan consiste nel concentrarsi sul fatto della sofferenza stessa e non sulla ricerca del suo significato; per lui il male non è l’effetto di una responsabilità personale, quindi di un atto di libertà, ma di un Dio cattivo o impotente, che, in ogni caso, non merita di essere adorato [20]. La protesta innalzata verso Dio da Ivan è originale, come nota Rozanov [21], rispetto alla letteratura universale e, nello stesso tempo, molto pericolosa per la religione. Si tratta, infatti, di una prova di attribuzione di un carattere divino al senso della giustizia presente nell’uomo. Secondo il critico, Ivan è un uomo devoto alla religione e la sua ribellione mette in luce ciò che è divino nell’animo umano, cioè il sentimento di giustizia e il senso della sua dignità. Forse, come osserva Guardini, a questo personaggio manca l’umiltà del cuore, che potrebbe aprirlo all’amore per Dio e risanare la frattura nata in lui [22]. Non potendo essere risanata, questa frattura viene compensata con la rivolta. Ivan sceglie l’esaltazione della legge della ragione, che si pone in contrapposizione all’apertura al mistero divino.
Gli interrogativi che Ivan si pone rimangono, dunque, senza risposta: la sofferenza dei bambini non riesce a trovare un senso. Ma Ivan non può accettare di vivere in un mondo di cui non concepisce il senso, in cui è impossibile la conciliazione tra razionale e irrazionale e preferisce, quindi, “restituire il biglietto d’ingresso”:
Non voglio l’armonia: – confessa ad Alëša – per amore stesso dell’umanità non la voglio. Voglio che si rimanga, piuttosto, con le sofferenze invendicate. Preferisco, io, di rimanere nel mio stato di invendicata sofferenza e d’implacato scontento, dovessi pure non essere nel giusto. Troppo caro, in conclusione, hanno valutato l’armonia: non è davvero per le tasche nostre, pagar tanto d’ingresso. Quindi, il mio biglietto d’ingresso, io m’affretto a restituirlo. […] Non è che non accetti Dio, Alëša: ma semplicemente Gli restituisco, con la massima deferenza, il mio biglietto. [23]
Il suo ragionamento lo ha portato ad attribuire la colpa del male a Dio; ma non si può accettare un Dio ingiusto, non resta che negarlo e vivere secondo le leggi della ragione. La libertà “intellettuale” a cui aspira Ivan, conduce, in realtà, per Dostoevskij, al libero arbitrio, che è negazione della libertà autentica, concepita dallo scrittore come un atto di obbedienza e di riconoscimento verso il Creatore. Per questo motivo la sofferenza di Ivan è davvero “inutile”, in quanto non conduce alla redenzione, ma allo smarrimento di sé e alla morte spirituale. Come sostiene Berdjaev, l’arbitrio e la rivolta di Ivan sono ciò in cui culmina il concetto di libertà senza grazia.
L’idea di Ivan Karamazov coincide con quella del vecchio cardinale protagonista del suo piccolo poema, cioè il Grande Inquisitore, e con questo personaggio raggiungerà l’esito più catastrofico: la libertà, trasformatasi in arbitrio, diventerà costrizione. La logica del Grande Inquisitore è il punto di arrivo della “mente euclidea”. Essa cerca di razionalizzare il mondo, liberandolo, per quanto è possibile, dal dolore e dal male. Alla base delle convinzioni del cardinale e di Ivan c’è la sincera volontà di aiutare la debolezza umana; entrambi non sono mossi dalla ricerca di beni personali o solo materiali, ma mirano alla felicità degli uomini. Il loro fine è nobile, ma cerca di realizzarsi al di fuori dell’ottica divina; vogliono sostanzialmente sostituirsi a Dio, per correggere un’opera per loro troppo imperfetta, ma, esercitando una libertà illimitata, finiscono per togliere all’uomo ogni possibilità di scegliere liberamente il proprio destino.Attraverso Ivan Karamazov e il Grande Inquisitore, Dostoevskij simboleggia la tesi per cui, se si ritiene che Dio sia ingiusto o addirittura che non esista, allora non ha più senso distinguere comportamenti morali e immorali, perché l’uomo può sostituirsi a Dio e decidere arbitrariamente del destino degli uomini. La ribellione di Ivan si traduce nella filosofia del “tutto è permesso”: l’eliminazione di Dio dalla vita dell’uomo toglie senso alla vita stessa e permette la legittimazione di ogni delitto, così Raskol’nikov uccide l’avida usuraia, Ivan è il responsabile ideologico della morte del padre e il Grande Inquisitore minaccia Cristo di farlo bruciare vivo. La “mente euclidea”, che non sopportava la sofferenza dei bambini, finisce, così, per tollerare i crimini più efferati. Per Dostoevskij, la filosofia del “tutto è permesso” è in realtà la negazione di ogni principio morale, anzi, è il simbolo della più alta immoralità, è la realizzazione di ciò cui aspira il diavolo, che, infatti, a un certo punto del romanzo, appare in un incontro visionario a Ivan e viene a identificarsi con i suoi pensieri più segreti, costringendolo ad ammettere il fatto che crede in lui.
Ivan possiede una coscienza autonoma, come tutti i personaggi di Dostoevskij, incarna un’idea e ha la possibilità di esprimere ciò che pensa e vive nel suo stato d’animo. La questione che si è posta la critica a questo riguardo è se il Dio di Ivan coincida con quello dello scrittore o se rappresenti la sua opposizione. La disputa è stata inizialmente sollevata da Rozanov, che nell’opera dedicata allo scrittore, sosteneva che l’idea di Ivan e la creazione del Grande Inquisitore coincidessero con i pensieri di Dostoevskij [24]. Un’opinione diametralmente opposta sosteneva, invece, la critica esistenzialista, che ebbe un notevolissimo peso nelle successive interpretazioni dello scrittore nei confronti del tema della fede. In particolar modo, il filosofo russo Berdjaev affermava una corrispondenza tra gli eroi dostoevskiani e le varie fasi della vita dell’autore, fino ad arrivare a una sostanziale divaricazione tra l’idea del Grande Inquisitore e la sua; divaricazione che equivale alla scelta tra l’uomo-Dio e il Dio-uomo.
Secondo S. Frank, nella figura di Ivan, Dostoevskij non intravede soltanto la minaccia del nichilismo, ma avverte un nuovo tipo di credente ateo, che sorgerà in Europa dopo la sua morte. Per lo studioso, la critica dell’autore russo coinvolge, attraverso questo personaggio, tutta la civiltà occidentale. La condanna dello scrittore si rivolgerebbe a tutta la corrente umanistica del XIX secolo – movimento nato nell’Illuminismo – che attraverso la fede dell’uomo in quanto tale, abbandona l’individuo a se stesso, cancellando il concetto cristiano che coglie l’uomo in rapporto con Dio [25].
Questi autori converrebbero nell’affermare che l’unica risposta che Dostoevskij può dare a Ivan Karamazov e ai seguaci della sola intelligenza umana consiste nella riproposizione del modello del Cristo sofferente. In altre parole, per Dostoevskij, l’umanità è liberata dal dolore, da una parte perché esso è sublimato in Dio, dall’altra perché diventa partecipazione alla sofferenza di Cristo, che, nella crocifissione, ha ricondotto a sé tutta la sofferenza del mondo. Nella sua rivolta, quindi, Ivan non nega il mistero di Dio soltanto come creatore, ma anche come redentore; il dolore per l’ingiustizia del mondo, allora, attraverso cui giudica l’operato di Dio, diventa qualcosa di inutile e destinato a non potersi trasformare nel suo opposto attraverso la redenzione. Ciò che Ivan non comprende è che il Figlio di Dio non è venuto sulla terra per spiegare il male, ma per assumere su di sé questo male. Il senso del sacrificio di Cristo è invece compreso da Dmitrij Karamazov, il fratello accusato e condannato ingiustamente per la morte del padre. Egli, pur essendo innocente, non rinnega Dio, ma accetta la sofferenza come solidarietà nell’espiazione per tutte le creature. In forza del vincolo che lega tutta l’umanità, occorre essere solidali anche con i criminali peggiori e mostrare pietà verso i più colpevoli, come fa l’umile Sonja nei confronti di Raskol’nikov [26].
La rigenerazione e il riscatto dell’uomo avvengono, in Dostoevskij, sempre attraverso il dolore, perché esso è l’elemento in cui Dio e uomo possono sentirsi accomunati, unendo i loro sforzi.
A tutte queste interpretazioni fa da contraltare l’ipotesi di Cantoni, forse la più aderente al testo, secondo cui Dostoevskij è prima di tutto un “filosofo della crisi”: della crisi di ideali, della crisi di una società che stava cambiando sempre più velocemente. Lo scrittore non offre soluzioni edificanti, non si trova in lui l’apologia di una fede pacificata, piuttosto quella della libertà di coscienza, che è apertura alla conversione alla fede più pura quanto alla perdizione più diabolica. «L’uomo vivo […] è quello in cui senso e intelletto, con tutta la loro demonicità, non si subordinano come potenze inferiori e colpevoli alla sublimità dell’amore religioso» [27].

NOTE SUL SITO

Publié dans:STUDI |on 30 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – ANIME RISTRETTE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170127_anime-ristrette.html

PAPA FRANCESCO – ANIME RISTRETTE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 gennaio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Il vestito del cristiano deve essere cucito con «memoria, coraggio, pazienza e speranza» per resistere anche alle piogge più intense senza cedere e restringersi. È proprio dal «peccato della pusillanimità» — ossia «avere paura di tutto» e diventare «anime ristrette per conservarsi» — che il Papa ha messo in guardia nella messa celebrata venerdì mattina 27 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta, ricordando come Gesù stesso abbia ammonito che «chi vuol conservare la propria vita, senza rischiare e appellandosi sempre alla prudenza, la perderà».
Per la sua meditazione Francesco ha preso le mosse dalle prima lettura del giorno che, ha subito fatto notare, è un passo della lettera agli Ebrei (10, 32-39): «Un’esortazione a vivere la vita cristiana, un’esortazione con tre punti di riferimento, tre punti temporali, diciamo così: il passato, il presente e il futuro». L’autore della lettera «incomincia con il passato e ci esorta a fare memoria: “Fratelli, richiamate alla memoria quei primi giorni”». Sono — ha spiegato il Papa — «i giorni dell’entusiasmo, di andare avanti nella fede, quando si incominciò a vivere la fede, le prove sofferte». Infatti «non si capisce la vita cristiana, anche la vita spirituale di ogni giorno, senza memoria». E «non solo non si capisce: non si può vivere cristianamente senza memoria».
Si tratta, ha affermato Francesco, della «memoria della salvezza di Dio nella mia vita», della «memoria dei miei guai nella mia vita: come il Signore mi ha salvato da questi guai?». Per questo «la memoria è una grazia, una grazia da chiedere: “Signore, che io non dimentichi il tuo passo nella mia vita, che io non dimentichi i buoni momenti, anche i brutti; le gioie e le croci”».
Dunque, ha spiegato il Pontefice, «il cristiano è un uomo di memoria». Tanto che «quando noi prendiamo la Bibbia, vediamo che i profeti sempre ci fanno guardare indietro: pensate questo che Dio ha fatto con voi, come vi ha liberato dalla schiavitù». Perché «la vita cristiana non incomincia oggi, continua oggi». E «fare memoria è saggezza: ricordare tutto, il buono, il non tanto buono, il brutto; tante grazie, tanti peccati, la famiglia, la storia personale di ognuno». Così «io vado davanti a Dio ma con la mia storia, non devo coprirla, nasconderla: no, è la mia storia, davanti alla mia anima, davanti a te». Ecco che «l’esortazione per vivere bene una vita cristiana incomincia con questo punto di riferimento: la memoria».
Poi, ha proseguito il Papa, l’autore della lettera agli Ebrei «ci fa capire che siamo in cammino, e siamo in cammino in attesa di qualcosa, in attesa di arrivare o di incontrare». Vuol dire «arrivare a un punto: un incontro; incontrare il Signore». Si legge infatti nella lettera: «Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà». E subito «ci esorta a vivere per fede: “Il mio giusto per fede vivrà”». Qui entra in gioco «la speranza: guardare al futuro».
Difatti, ha spiegato Francesco, «così come non si può vivere una vita cristiana senza la memoria dei passi fatti, non si può vivere una vita cristiana senza guardare il futuro con la speranza dell’incontro con il Signore». L’autore della lettera agli Ebrei scrive «una frase bella: “Ancora un poco…”». Sappiamo bene, ha ricordato il Papa, che «la vita è un soffio, passa: quando uno è giovane, pensa che ha tanto tempo davanti, ma poi la vita ci insegna quella parola, che diciamo tutti: “ma come passa il tempo, questo l’ho conosciuto da bambino, adesso si sposa, come passa il tempo!”». Dunque «la speranza di incontrarlo è una vita in tensione, tra la memoria e la speranza, il passato e il futuro».
Il terzo punto «è nel mezzo: è oggi, cioè il presente», ha affermato il Pontefice. Si tratta di «un oggi fra il passato e il futuro». E «il consiglio per vivere l’oggi è continuare con questo atteggiamento, che descrive i primi cristiani, di coraggio, di pazienza, di andare avanti, di non avere paura». Perché «il cristiano vive il presente — tante volte doloroso e triste — coraggiosamente o con pazienza». Ci sono «due parole che a Paolo, e al suo discepolo che ha scritto questa lettera, piacevano tanto: coraggio e pazienza». Ed «è curioso», ha notato il Papa, che l’autore del testo per dire «pazienza, usa una parola in greco che vuol dire “sopportare”; e coraggio è franchezza, dice qui, dire chiaramente le cose, andare avanti con la faccia avanti». Sono «le due parole — ha proseguito — che lui usa tanto, tanto: la parresìa e la hypomoné, il coraggio e la pazienza». E «la vita cristiana è così». È vero, ha riconosciuto Francesco, che tutti siamo peccatori, «chi prima e chi dopo», e «se volete dopo possiamo fare la lista, ma andiamo avanti con coraggio e con pazienza; non restiamo lì, fermi, perché questo non ci farà crescere».
Così dunque, ha spiegato il Pontefice, «è la nostra vita cristiana, così oggi la liturgia ci esorta a viverla: con grande memoria del cammino vissuto, con grande speranza di quel bell’incontro che sarà una bella sorpresa». Certo, ha insistito, «non sappiamo quando: può essere domani, può essere tra quindici anni, non si sa, ma è sempre domani, è presto, perché il tempo passa». In ogni caso ci deve sempre essere «la speranza dell’incontro». E anche l’atteggiamento di «sopportare, con pazienza; portare qui, pazienza, e coraggio, franchezza», con «la faccia avanti, senza vergogna». Proprio «così si porta la vita cristiana avanti».
«C’è una piccola cosa, per finire — ha evidenziato il Papa — sulla quale l’autore» della lettera agli Ebrei «attira l’attenzione della comunità a cui sta parlando: un peccato». È un peccato «che non le fa avere speranza, coraggio, pazienza e memoria: il peccato è la pusillanimità». Si tratta, ha spiegato Francesco, di «un peccato che non lascia essere cristiano, è un peccato che non ti lascia andare avanti per paura». Per questa ragione «tante volte Gesù diceva: “Non abbiate paura”»: proprio per mettere in guardia dalla «pusillanimità» e così fare in modo di non cedere, di non andare «sempre indietro», custodendo «troppo se stessi» per «la paura di tutto», per «non rischiare» appellandosi alla «prudenza».
Tanto che, ha affermato il Papa, uno può anche dire di seguire «tutti i comandamenti, sì, è vero; ma questo ti paralizza, ti fa dimenticare tante grazie ricevute, ti toglie la memoria, ti toglie la speranza perché non ti lascia andare». E «il presente di un cristiano, di una cristiana, è così come quando uno va per la strada e viene una pioggia inaspettata e il vestito non è tanto buono e si restringe la stoffa: anime ristrette». Proprio questa immagine esprime bene cos’è «la pusillanimità: il peccato contro la memoria, il coraggio, la pazienza e la speranza».
Prima di riprendere la celebrazione eucaristica, Francesco ha invitato a chiedere nella preghiera al Signore che «ci faccia crescere nella memoria, ci faccia crescere nella speranza, ci dia ogni giorno coraggio e pazienza e ci liberi da quella cosa che è la pusillanimità», cioè dall’atteggiamento di quelli che hanno «paura di tutto» e finiscono per essere «anime ristrette per conservarsi». Invece Gesù ci fa presente che «chi vuole conservare la propria vita, la perde».

ACNS, THE SERMON.

ACNS, THE SERMON. dans OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ 21%20ACNS%20THE%20SERMON
http://www.artbible.net/3JC/-Mat-05,01-07-Sermon_%20on%20the%20mount_sur%20la%20montagne/slides/21%20ACNS%20THE%20SERMON.html

29 GENNAIO 2017 | 4A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/2017-Anno_A/05-Ordinario_A/Omelie/04-Domenica/10-04a-Domenica_A_2017-UD.htm

29 GENNAIO 2017 | 4A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO A | OMELIA

Le beatitudini…..

Introduzione
Gesù dichiara beati i poveri, i miti, i puri di cuore, gli operatori di pace perché sono loro che realmente vivono con pienezza il loro tempo. Non si lasciano vivere, condizionare dalle cose e dagli avvenimenti. Affrontano la vita a viso aperto anche nelle situazioni di disagio, ma con correttezza, senza compromessi, senza venire a patti con il malaffare, la violenza, la prepotenza.
Sono le persone semplici, i miti, ma oneste e capaci di relazioni positive che cambiano la storia.
Dobbiamo sottolineare ancora una volta la distanza che separa la nostra vita da quella di Gesù. La nostra mentalità, i nostri pensieri quotidiani, i nostri progetti sono lontani dalla libertà, dalle scelte di Gesù.
È possibile convincersi della bontà delle beatitudini immaginando una società fondata sulle antibeatitudini, sull’assalto alla ricchezza, sulla violenza e la prepotenza (le cose sono del primo che se ne impossessa, vale a dire del più forte), sul rancore (quanta tristezza in chi non riesce a ricucire un’amicizia, un rapporto di amore), su chi costruisce la storia sulla guerra.

Per cominciare
Oggi ci viene proposto il testo delle beatitudini, che è sicuramente la pagina di vangelo tra le più conosciute. Il rischio è quello di non coglierne più la forza, la profondità, l’urgenza. Le beatitudini sono la magna charta dei cristiani, non qualcosa di utopistico o un progetto di vita riservato a pochi. Gesù si rivolge alla folla che lo segue e dichiara beati anzitutto i poveri e gli umiliati della terra.

La parola di Dio
Sofonia 2,3;3,12-13. Contemporaneo di Geremia, il profeta Sofonia profetizza in tempi difficili. Al nord, il regno di Samaria è stato conquistato dagli Assiri, ma il profeta prevede tempi difficili anche per il sud: Gerusalemme verrà assediata, il popolo sarà deportato in Babilonia. Il profeta invita alla speranza la popolazione fedele a Dio, i poveri di Iahvè: « Cercate la giustizia, non commettete più iniquità », perché ci sarà un « resto d’Israele » che proseguirà nell’alleanza e vivrà nella prosperità e nella pace.
1 Corinzi 1,26-31. L’apostolo Paolo ricorda ai Corinzi, tra i quali vi sono alcuni arroganti che creano divisioni tra il popolo, che il Signore ha scelto nella comunità cristiana soprattutto gente di condizione sociale modesta. Tra di voi, dice, non ci sono grandi intellettuali, persone potenti o nobili. Non solo, esagerando, dice: Dio – contro ogni apparente logica -, « ha scelto quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla… ». Ma è proprio questa scelta che fa diventare piccole e insignificanti le sicurezze di chi si crede forte e garantito solo perché ha prestigio sociale e benessere economico.
Matteo 5,1-12a. Con il capitolo quinto di Matteo iniziano quei cinque grandi discorsi di Gesù che costituiscono la caratteristica del suo vangelo. Il primo e il più importante è il « discorso della montagna », in cui vengono tracciate le linee portanti del regno che va annunciando. Gesù si rivolge alla folla variopinta che lo cerca e lo segue. Il discorso è diretto a tutto Israele, ma vengono nominati in modo specifico i suoi discepoli, che egli ha appena scelto, come ai nuovi rappresentanti delle dodici tribù: « Parla ai discepoli come al nuovo Israele già presente, e a tutti come all’Israele della speranza e dell’avvenire » (W. Trilling).

Riflettere
Gesù « sale sul monte e si pone a sedere ». Non si sa di quale monte si tratti. È una zona elevata da cui si può dominare una grande moltitudine. Qualcuno oggi parla di una località chiamata Tabga, la zona « delle sette sorgenti », ai piedi di un monte detto delle Beatitudini. Lì vicino, sulle rive del lago di Tiberiade, la tradizione colloca anche la moltiplicazione dei pani. Dai resti di un’antica chiesa cristiana costruita a Tabga, un mosaico attesta che lì il vangelo ha preso corpo nella vita di una comunità.
Il monte è il luogo per eccellenza dove Dio parla. Per l’evangelista Matteo, quello delle beatitudini è il primo discorso importante di Gesù e lo fa in un contesto diverso da quello della sinagoga, cioè dal luogo tradizionale in cui ogni ebreo ascoltava la parola di Dio. Gesù si trova molto presto circondato dalla folla: una marea di gente che corre a lui da tutta la Palestina, attirata soprattutto dai suoi miracoli.
Si tratta di una folla politicamente divisa – è dal tempo di Salomone che non c’è più unità in Israele – ma religiosamente ancorata alla tradizione, consapevole di rappresentare il popolo delle promesse messianiche. Questa volta Gesù non pare deludere le loro attese.
Il contesto in cui avviene il discorso della montagna richiama i cardini della storia ebraica. La parola di Gesù chiude una linea continua che passa attraverso le tappe bibliche più significative: i dodici apostoli che Gesù ha appena scelto sono i fondatori del nuovo popolo, destinato a sostituire le dodici tribù di Israele; Gesù sale su quel monte come un nuovo Mosè, per donare al popolo la legge dell’alleanza definitiva.
E, come abbiamo già sottolineato, è a tutto Israele che sono dirette le parole di Gesù. È un discorso dal sapore di estrema semplicità: non sono parole che possano far pensare a scelte elitarie o settarie, incomprensibili alle masse. Anche se la sostanza del messaggio ha un valore rivoluzionario.
Il messaggio di Gesù è quindi destinato sia agli apostoli, quali iniziatori e realtà già presente del nuovo popolo messianico, che all’intera folla, chiamata a ricomporre le dodici tribù di Israele nella nuova comunità della chiesa.
Le beatitudini rivelano poi senza ambiguità e sin dall’inizio la scelta di campo del messia Gesù. Nel momento in cui dà inizio solennemente alla predicazione del regno, si rivolge ai miti, ai poveri, a coloro che soffrono e dichiara che a essi per primi è destinata la salvezza.
Le beatitudini rivelano in modo esplicito il volto del vero Dio, che non è come viene spesso presentato dall’antico testamento, un Dio violento e vendicativo, ma mite, misericordioso, pacifico, povero di spirito… Ha in concreto il volto di Gesù, che le beatitudini ha incarnato e vissuto, dandoci il modello del vero uomo nuovo.
« Chi legge con attenzione il testo di Matteo », scrive papa Ratzinger, « si rende conto che le Beatitudini sono come una nascosta biografia interiore di Gesù, un ritratto della sua figura. Egli, che non ha dove posare il capo (cf Mt 8,20), è il vero povero; Egli, che può dire di sé: venite a me perché sono mite e umile di cuore (cf Mt 11,29), è il vero mite; è il vero puro di cuore e per questo contempla senza interruzione Dio. È l’operatore di pace, è Colui che soffre per amore di Dio » (Gesù di Nazaret)
L’annuncio delle beatitudini viene fatto ai poveri e ai miti non tanto perché la povertà o la debolezza debbano trasformarsi in ricchezza o in potenza, ma perché il regno di Dio appartiene a loro. I ricchi gaudenti e sazi, i prepotenti e gli arroganti non sono ammessi al regno e andranno incontro a un giudizio severo nell’aldilà, a meno che non passino oggi attraverso un cambiamento di vita che li porti alla conversione. Ma deve essere chiaro che l’annuncio delle beatitudini non è per loro, perché sono i poveri, i miti, i misericordiosi ad avere piena cittadinanza nella comunità fondata da Gesù.
Le beatitudini sono uno stile di vita, non tanto una nuova legge in senso stretto. Rappresentano un orientamento, non leggi che obblighino in modo giuridico. Anche perché la legge in generale chiede il minimo, al di là del quale in genere si è puniti, un quid medium, senza proporsi l’eroismo. Invece Gesù, senza mezzi termini, con le beatitudini chiede il massimo.

Attualizzare
Beatitudini senza tempo. Apertamente negate dalla superficialità dei media, dallo spettacolo della politica, da una ricchezza cafona e sbandierata. Gesù le ha proclamate e vissute per primo. Gli apostoli le vivranno anch’essi, prima a fatica e poi in modo radicale, e le trasmetteranno alla nuova comunità cristiana. Nei duemila anni della loro storia il paradosso delle beatitudini sarà una delle caratteristiche dei veri cristiani. È sorprendente il numero di coloro che per Cristo si sono fatti poveri, operatori di pace, puri di cuore, misericordiosi.
Le beatitudini sono una promessa di felicità destinata a tutti, ma in modo particolare agli umili, a quella folla indistinta e senza nome che vive un quotidiano difficile ed è esclusa dalla grande storia. Sono quelli di cui parla Paolo nella seconda lettura e che fanno parte di diritto delle comunità cristiane in ogni tempo: « Non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili ».
« Beati i poveri in spirito », dice Gesù: quelli che sono capaci di scelte radicali per Dio, e rifiutano l’idolatria della ricchezza per risolvere il problema della vita. « Beati i puri di cuore »: quelli che dall’intimo di se stessi, dal loro profondo, dal centro delle proprie scelte e decisioni si orientano a Dio. Beati, come dice Geremia (31,31-34) coloro che sostituiscono il proprio « cuore di pietra » con un « cuore di carne » e si mettono di fronte a Dio e alle sue proposte.
« Beati i miti ». La mitezza è la beatitudine di cui si parla di meno, ma segna la caparbietà di tanti santi. Mite non è chi si arrende alla prima difficoltà, ma chi sa dove vuole arrivare e trova le strade giuste per arrivarci, senza usare violenza, senza dare gomitate, senza fare lo sgambetto a nessuno. Noi che viviamo in un contesto di violenza che ci fa soffrire, violenza fisica e violenza del linguaggio, guardiamo stupiti alla coerenza mite di questi testimoni.
« Con le beatitudini evangeliche non si governano le nazioni », avrebbe detto Bismarck, in qualche modo a nome di tutti coloro che pongono la loro riuscita personale e quella socio-politica su valori opposti a quelli della beatitudini: la guerra di conquista, la sicurezza economica, il prestigio, l’ambizione, la mancanza di tolleranza, il rifiuto del perdono.
Non è inutile ricordare che quando si fa propria la logica delle beatitudini, inevitabilmente ci si scontra con qualcuno e molto spesso si finisce per diventare oggetto di emarginazione, di rifiuto, spesso anche di persecuzione, come è avvenuto per Gesù.
Ma « beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno… », così termina il testo di Matteo. Ed è il racconto dell’esperienza vissuta dagli apostoli e dai discepoli nel tempo della chiesa degli inizi: una chiesa chiamata a sopportare calunnie e persecuzioni e perfino la morte per Gesù. Sono le beatitudini vissute, che continueranno a sperimentare i veri cristiani di tutti i tempi.
« Il discorso farà sorridere i conduttori dei talk-show televisivi, impegnati dalla mattina alla sera a premiare vincenti, promuovere somari, divinizzare comparse e pure a svergognare il mal riuscito, il non arrivato, il perdente » (D. Pezzetta). Ma chi si è lasciato prendere dal vangelo sa di camminare contro corrente e di fondare la propria identità cristiana su altre convinzioni, altri valori e stili di vita.
Se le parole dette da Gesù all’inizio della sua vita pubblica valgono per le comunità cristiane di ogni tempo, è urgente farle conoscere e renderle attuali. Sempre però ci saranno coloro che sono sempre disponibili al compromesso: costruire la chiesa e annunciare il vangelo, ma senza urtare le categorie privilegiate, senza denunciare e turbare nessuno.
È proprio sulla linea delle beatitudini che si può realizzare il rinnovamento nelle comunità ecclesiali. Sono le beatitudini vissute che possono diventare significative e scuotere più di mille discorsi, più di qualsiasi rinnovamento puramente formale ed esteriore.

Tra le beatitudini, è la povertà la più gettonata
Il viziatissimo e spensierato Francesco entra in crisi, depone simbolicamente i suoi vestiti davanti al padre Pietro Bernardone e sceglie la povertà. Nel nostro tempo Pier Giorgio, figlio del senatore Frassati, editore de La Stampa e ambasciatore, si fa povero con i poveri e visita le misere soffitte di Torino. La famiglia finì quasi per vergognarsi di lui, della sua indifferenza per il loro mondo, dell’eccessivo attaccamento ai poveri. Giovanni Paolo II lo definirà « il giovane delle otto beatitudini ». Era ricco anche Lorenzo Milani, figlio di una raffinata donna ebrea e di un professore universitario. Nella grande palazzina fiorentina c’erano la servitù, le belle macchine, l’autista, la balia, l’istitutrice tedesca. Ma don Lorenzo morirà confinato tra le quattro case di Barbiana, dove finirà i suoi giorni senza segni di ribellione, accettando quell’umiliazione come una sfida e un’opportunità per far crescere quei poveri montanari, inventando per loro la scuola. Come disse lui, conobbe il « privilegio » di essere povero dopo essere stato ricco.

« Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere la luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva »
(David Maria Turoldo)
I Santi hanno imitato Dio vivendo le beatitudini

« Riconosci, o cristiano, la sublimità della tua sapienza, comprendi con quali dottrine e metodi vi puoi arrivare e a quali destini sei chiamato! Colui che è misericordioso vuole che tu sia misericordioso; colui che è giustizia, vuole che tu sia giusto, appunto perché il Creatore brilli nella sua creatura » (san Leone Magno).

Umberto DE VANNA

27 gennaio Giorno della Memoria

CAMPO NAZISTA DI AUSCHWITZ

 

27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA – LAGER BELZEC

http://www.partecipiamo.it/giornata_della/memoria.htm

27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA – LAGER BELZEC

Mauro Montacchiesi

Con lugubri rantoli andava spirando Eutanasia (1)

nel cuore di quel brumoso

algido marzo del 1942

quando l’ infame Einsatzgruppe Reinhard

prava legione di Be’ lal (2)

gettò le fondamenta del contennendo lager Belzec

fucìna del “trattamento speciale”

subdola perifrasi di sterminio di massa!

Di quella Jehannah (3) dove sola ètra era il gas

dove feral maniscalco era La Parca (4)

che dalle vitali aure del giorno

i nostri amati fratelli Ebrei

chiamava a’ cori d’ Eliso (4)

di quella Jehannah

ben poco è sopravvissuto

perché i posteri sapessero!

Su binari-braceri

invereconde sacrileghe are sacrificali

corpi cosparsi di benzina

subivano il martirio del vero Olocausto (5)

e poi, giù, in fosse comuni!

L’ Einsatzgruppe Reinhard

al comando di Belial Generale dell’ Ombra (6)

con nefanda solerzia

nel marzo del 1943 ultimò questa Shoah

Shoah nella Shoah!

Si ritirò dal lager e cancellò ogni vergogna!

Fondamenta baracche scavi

riaffiorarono molto più tardi

a testimoniar dove migliaia di figli di Abramo furono stipati

prima del bagno infame.

Tutto questo laggiù

tra larici e abeti

dove il cobra nero strisciava

seminando morte

schizzando veleno.

Adonai Mio Signore

ancor oggi mi chiedo:- Perché?

Adonai Mio Signore

non permettere ch’ il nepènte profumo del lòto

obnubili del dolore il rosso giacinto!

Adonai Mio Signore

io soltanto so dire: Shalom!

(1) Programma nazista di eugenetica
(2) Termine biblico per indicare un uomo malvagio
(3) Termine di origine ebraica, ma qui usato per traslato con il significato di “inferno”
(4) I due termini mitologici sono collegati. Parafrasando il Foscolo con un’ espressione sostanzialmente paradossale per la filosofia ebraica, auspico, per traslato, un luogo di beatitudine e serenità per le vittime della Shoah
(5) …del vero Olocausto-Qui ho usato il termine nella sua ben nota semantica etimologica: holos=completo e Kaustos=bruciato
(6) …di Belial Generale dell’ Ombra= Nome derivante dal biblico Be’ lal, per indicare il capo delle legioni del Male

un pensiero a San Paolo

ITA-Preghiera-A-SanPaolo

Publié dans:immagini sacre |on 25 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

25 GENNAIO CONVERSIONE DI SAN PAOLO

http://www.unavoce-ve.it/pg-25gen.htm

25 GENNAIO CONVERSIONE DI SAN PAOLO

di dom Prosper Guéranger

Abbiamo visto la Gentilità, rappresentata ai piedi dell’Emmanuele dai Re Magi, offrire i suoi mistici doni e ricevere in cambio i doni preziosi della fede, della speranza e della carità. La messe dei popoli è ormai matura; è tempo che il mietitore vi ponga la falce. Ma chi sarà questo operaio di Dio? Gli Apostoli di Cristo non hanno ancora lasciata la Giudea. Tutti hanno la missione di annunciare la salvezza fino agli estremi confini del mondo, ma nessuno fra loro ha ancora ricevuto il carattere speciale di Apostolo dei Gentili. Pietro, l’Apostolo della Circoncisione, è destinato particolarmente, al pari di Cristo, alle pecore smarrite della casa d’Israele (Mt 15,24). Tuttavia siccome è il capo e il fondamento, spetta a lui aprire la porta della Chiesa ai Gentili, e lo fa solennemente, conferendo il Battesimo al centurione romano Cornelio.
Intanto la Chiesa si prepara: il sangue del Martire Stefano e la sua ultima preghiera otterranno un nuovo Apostolo: l’Apostolo delle Genti. Saulo, cittadino di Tarso, non ha visto Cristo nella sua vita mortale e soltanto Cristo può fare un Apostolo. Dall’alto dei cieli dove regna impassibile e glorificato, Gesù chiamerà Saulo alla sua scuola, come chiamò negli anni della sua predicazione a seguire i suoi passi e ad ascoltare la sua dottrina i pescatori del lago di Genezareth. Il Figlio di Dio rapirà Paolo fino al terzo cielo, e gli rivelerà tutti i suoi misteri; e quando Saulo avrà avuto modo, come egli narra, di vedere Pietro (Gal 1,18) e di paragonare con il suo il proprio Vangelo, potrà dire: « Io non sono meno apostolo degli altri Apostoli ».
È appunto nel giorno della Conversione di Saulo che ha ini­zio questa grande opera. È oggi che risuona quella voce che spezza i cedri del Libano (Sal 28,5), e la cui immensa forza fa del Giudeo persecutore innanzitutto un cristiano, nell’attesa di farne un Apostolo. Questa meravigliosa trasformazione era stata vaticinata da Giacobbe allorché sul letto di morte svelava l’avvenire di ciascuno dei suoi figli, nelle tribù che dovevano uscire da essi. Giuda ebbe i più alti onori: dalla sua stirpe regale doveva nascere il Redentore, l’atteso delle genti. Beniamino fu annunciato a sua volta sotto caratteristiche più umili, ma pure gloriose: sarà l’avo di Paolo, e Paolo l’Apostolo delle genti.
Il santo vegliardo aveva detto: « Beniamino è un lupo rapace: al mattino si prende la preda; ma alla sera distribuisce il bottino » (Gen 49,27). Colui che nell’ardore della sua adolescenza si scaglia come un lupo spirante minaccia e strage all’inseguimento delle pecore di Cristo, non è forse – come dice sant’Agostino (Disc. 278) – Saulo sulla via di Damasco, portatore ed esecutore degli ordini dei pontefici del Tempio e tutto ricoperto del sangue di Stefano che egli ha lapidato con le mani di coloro ai quali custodiva le vesti? Colui che, alla sera, non rapisce più le spoglie del giusto, ma con mano caritatevole e pacifica distribuisce agli affamati il cibo vivificante, non è forse Paolo, Apostolo di Gesù Cristo, bruciante d’amore per i suoi fratelli, e che si fa tutto a tutti, fino a desiderare di essere anatema per essi?
Questa è la forza vittoriosa dell’Emmanuele, forza sempre crescente e alla quale nulla può resistere. Se egli vuole come primo omaggio la visita dei pastori, li fa chiamare dai suoi angeli le cui dolci note sono bastate per condurre quei cuori semplici alla mangiatoia dove giace sotto poveri panni la speranza d’Israele. Se desidera l’omaggio dei principi della Gentilità, fa spuntare in cielo una stella simbolica, la cui apparizione, aiutata dall’intimo moto dello Spirito Santo, fa decidere quegli uomini a venire dal lontano Oriente a deporre ai piedi d’un bambino i loro doni e i loro cuori. Quando è giunto il momento di formare il Collegio Apostolico, cammina sulle rive del mar di Tiberiade, e basta la sola parola: Seguitemi, per legare a lui gli uomini che ha scelti. In mezzo alle umiliazioni della sua Passione, un suo sguardo cambia il cuore del discepolo infedele. Oggi, dall’alto dei Cieli, compiuti tutti i misteri, volendo mostrare che egli solo è maestro dell’Apostolato e che la sua alleanza con i Gentili è consumata, si manifesta a quel Fariseo che vorrebbe distruggere la Chiesa; spezza quel cuore di Giudeo e crea con la sua grazia un nuovo cuore d’Apostolo, un vaso di elezione, quel Paolo che dirà d’ora in poi: « Vivo, ma non son già io, bensì Cristo che vive in me » (Gal 11,20).
Ma era giusto che la commemorazione di quel grande evento venisse a porsi non lontano dal giorno in cui la Chiesa celebra il trionfò del Protomartire. Paolo è la conquista di Stefano. Se l’anniversario del suo martirio s’incontra in un altro periodo dell’anno (29 giugno), non poteva fare a meno di apparire accanto alla culla dell’Emmanuele, come il più splendido trofeo del Protomartire; i Magi esigevano anche il conquistatore della Gentilità di cui formavano le primizie.
Infine, per completare la corte del nostro grande Re, era giusto che si elevassero ai lati della mangiatoia le due potenti colonne della Chiesa, l’Apostolo dei Giudei e l’Apostolo dei Gentili: Pietro con le chiavi e Paolo con la spada. Betlemme ci sembra allora ancor più l’immagine della Chiesa, e le ricchezze della liturgia in questa stagione ci appaiono più belle che mai.
Noi ti rendiamo grazie, o Gesù, perché hai oggi abbattuto il tuo nemico con la tua potenza, e l’hai risollevato con la tua misericordia. Tu sei veramente il Dio forte, e meriti che ogni creatura celebri le tue vittorie. Come son meravigliosi i tuoi piani per la salvezza del mondo! Tu associ gli uomini all’opera della predicazione della tua parola e alla dispensa dei tuoi misteri; e per rendere Paolo degno di tale onore, usi tutte le risorse della grazia. Ti compiaci di fare dell’assassino di Stefano un Apostolo, perché il tuo potere si mostri a t’urti gli occhi, il tuo amore per le anime appaia nella sua più gratuita generosità, e sovrabbondi la grazia dove abbondò il peccato. Visitaci spesso, o Emmanuele, con questa grazia che cambia i cuori, perché noi desideriamo la vita in larga misura, ma sentiamo che il suo principio è così spesso sul punto di sfuggirci. Convertici come hai convertito l’Apostolo e assistici quindi, poiché senza di te noi non possiamo far nulla. Previenici, seguici, accompagnaci, non lasciarci mai, e come ci hai dato il principio, così assicuraci la perseveranza sino alla fine. Concedici di riconoscere, con timore ed amore, quel dono della grazia che nessuna creatura potrebbe meritare, e al quale tuttavia una volontà creata può fare ostacolo. Noi siamo prigionieri: solo tu possiedi lo strumento con l’aiuto del quale possiamo infrangere le nostre catene. Tu lo poni nelle nostre mani, dicendoci di usarlo: sicché la nostra liberazione è opera tua e non nostra, e la nostra prigionia, se continua, si deve attribuire soltanto alla nostra negligenza e alla nostra viltà. Dacci, o Signore, questa grazia; e degnati di ricevere la promessa di associarvi umilmente la nostra cooperazione.
Aiutaci, o san Paolo, a corrispondere ai disegni della misericordia di Dio su di noi; fa’ che siamo soggiogati dalla dolcezza di Gesù. Non udiamo la sua voce, la sua luce non colpisce i nostri occhi, ma leva il suo lamento perché troppo spesso lo perseguitiamo. Ispira ai nostri cuori la tua preghiera: « Signore, che vuoi che io faccia? ». Ci risponderà di essere semplici e bambini come lui, di riconoscere il suo amore, di finirla con il peccato, di combattere le cattive inclinazioni, di progredire nella santità seguendo i suoi esempi. Tu hai detto, o Apostolo: « Chi non ama nostro Signore Gesù Cristo sia anatema! ». Faccelo conoscere sempre più, perché lo amiamo, e questi dolci misteri non diventino, per la nostra ingratitudine, la causa della nostra riprovazione.
Vaso di elezione, converti i peccatori che non pensano a Dio. Sulla terra tu ti sei prodigato interamente per la salvezza delle anime; nel cielo dove ora regni, continua il tuo ministero, e chiedi al Signore, per coloro che perseguitano Gesù nelle sue membra quelle grazie che vincono i più ribelli. Apostolo dei Gentili, volgi gli occhi su tanti popoli che giacciono ancora nell’ombra della morte. Un giorno tu eri combattuto fra due ardenti desideri: quello di essere con Gesù Cristo, e quello di restare sulla terra per lavorare alla salvezza dei popoli. Ora, tu sei per sempre con il Salvatore che hai predicato: non dimenticare quelli che ancora non lo conoscono. Suscita uomini apostolici per continuare la tua opera. Rendi fecondi i loro sudori e il loro sangue. Veglia sulla Sede di Pietro, tuo fratello e tuo capo; sostieni l’autorità della Chiesa di Roma che ha ereditato i tuoi poteri, e che ti considera come la sua seconda colonna. Rivendicala dovunque è misconosciuta; distruggi gli scismi e le eresie; riempi tutti i pastori del tuo spirito, affinché sul tuo esempio non cerchino se stessi, ma unicamente e sempre gli interessi di Gesù Cristo.

[1] Il martirologio geronimiano menziona, alla data del 25 gennaio, una Translatio S. Pauli Apostoli. « A poco a poco, tuttavia l’orientazione storica si spostò, e al concetto di una traslazione materiale delle Reliquie di san Paolo, sostituendosi quello d’una traslazione o mutamento psicologico e spirituale avvenuto nelo stesso Apostolo sulla via di Damasco, dalla translatio fisica, si passò così alla mistica Conversio del medesimo » (Liber Sacram. vol. VI, p. 185). Sembra che la festa abbia avuto origine nelle chiese della Gallia e sia passata poi progressivamente, a partire dall’VIII secolo, nei libri romani. I testi dell’Ufficio e della Messa sorpassano l’oggetto storico e preciso della festa. Si tratta non solo della Conversione di san Paolo, ma anche di tutte le sue conseguenze, lo zelo e le tribolazioni dell’Apostolo.

 

Publié dans:Conversione di San Paolo |on 25 janvier, 2017 |Pas de commentaires »
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