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FRANCESCO AD ASSISI PER LA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA PACE « SETE DI PACE. RELIGIONI E CULTURE IN DIALOGO »

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/september/documents/papa-francesco_20160920_assisi-preghiera-pace.html

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AD ASSISI PER LA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA PACE « SETE DI PACE. RELIGIONI E CULTURE IN DIALOGO »

PAROLE DEL SANTO PADRE

Assisi, Martedì, 20 settembre 2016

Meditazione
Discorso
Appello per la Pace

MEDITAZIONE
Di fronte a Gesù crocifisso risuonano anche per noi le sue parole: «Ho sete» (Gv 19,28). La sete, ancor più della fame, è il bisogno estremo dell’essere umano, ma ne rappresenta anche l’estrema miseria. Contempliamo così il mistero del Dio Altissimo, divenuto, per misericordia, misero fra gli uomini.
Di che cosa ha sete il Signore? Certo di acqua, elemento essenziale per la vita. Ma soprattutto ha sete di amore, elemento non meno essenziale per vivere. Ha sete di donarci l’acqua viva del suo amore, ma anche di ricevere il nostro amore. Il profeta Geremia ha espresso il compiacimento di Dio per il nostro amore: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento» (Ger 2,2). Ma ha dato anche voce alla sofferenza divina, quando l’uomo, ingrato, ha abbandonato l’amore, quando – sembra dire anche oggi il Signore – «ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13). È il dramma del “cuore inaridito”, dell’amore non ricambiato, un dramma che si rinnova nel Vangelo, quando alla sete di Gesù l’uomo risponde con l’aceto, che è vino andato a male. Come, profeticamente, lamentava il salmista: «Quando avevo sete mi hanno dato aceto» (Sal 69,22).
“L’Amore non è amato”: secondo alcuni racconti era questa la realtà che turbava San Francesco di Assisi. Egli, per amore del Signore sofferente, non si vergognava di piangere e lamentarsi a voce alta (cfr Fonti Francescane, n. 1413). Questa stessa realtà ci deve stare a cuore contemplando il Dio crocifisso, assetato di amore. Madre Teresa di Calcutta volle che nelle cappelle di ogni sua comunità, vicino al Crocifisso, fosse scritto “Ho sete”. Estinguere la sete d’amore di Gesù sulla croce mediante il servizio ai più poveri tra i poveri è stata la sua risposta. Il Signore è infatti dissetato dal nostro amore compassionevole, è consolato quando, in nome suo, ci chiniamo sulle miserie altrui. Nel giudizio chiamerà “benedetti” quanti hanno dato da bere a chi aveva sete, quanti hanno offerto amore concreto a chi era nel bisogno: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Le parole di Gesù ci interpellano, domandano accoglienza nel cuore e risposta con la vita. Nel suo “Ho sete” possiamo sentire la voce dei sofferenti, il grido nascosto dei piccoli innocenti cui è preclusa la luce di questo mondo, l’accorata supplica dei poveri e dei più bisognosi di pace. Implorano pace le vittime delle guerre, che inquinano i popoli di odio e la Terra di armi; implorano pace i nostri fratelli e sorelle che vivono sotto la minaccia dei bombardamenti o sono costretti a lasciare casa e a migrare verso l’ignoto, spogliati di ogni cosa. Tutti costoro sono fratelli e sorelle del Crocifisso, piccoli del suo Regno, membra ferite e riarse della sua carne. Hanno sete. Ma a loro viene spesso dato, come a Gesù, l’aceto amaro del rifiuto. Chi li ascolta? Chi si preoccupa di rispondere loro? Essi incontrano troppe volte il silenzio assordante dell’indifferenza, l’egoismo di chi è infastidito, la freddezza di chi spegne il loro grido di aiuto con la facilità con cui cambia un canale in televisione.
Di fronte a Cristo crocifisso, «potenza e sapienza di Dio» (1 Cor 1,24), noi cristiani siamo chiamati a contemplare il mistero dell’Amore non amato e a riversare misericordia sul mondo. Sulla croce, albero di vita, il male è stato trasformato in bene; anche noi, discepoli del Crocifisso, siamo chiamati a essere “alberi di vita”, che assorbono l’inquinamento dell’indifferenza e restituiscono al mondo l’ossigeno dell’amore. Dal fianco di Cristo in croce uscì acqua, simbolo dello Spirito che dà la vita (cfr Gv 19,34); così da noi suoi fedeli esca compassione per tutti gli assetati di oggi.
Come Maria presso la croce, ci conceda il Signore di essere uniti a Lui e vicini a chi soffre. Accostandoci a quanti oggi vivono da crocifissi e attingendo la forza di amare dal Crocifisso Risorto, cresceranno ancora di più l’armonia e la comunione tra noi. «Egli infatti è la nostra pace» (Ef 2,14), Egli che è venuto ad annunciare la pace ai vicini e ai lontani (cfr Ef 2,17). Ci custodisca tutti nell’amore e ci raccolga nell’unità, nella quale siamo in cammino, perché diventiamo quello che Lui desidera: «una sola cosa» (Gv 17,21).

DISCORSO
Vostre Santità,
illustri Rappresentanti delle Chiese, delle Comunità cristiane e delle Religioni,
cari fratelli e sorelle!
Vi saluto con grande rispetto e affetto e vi ringrazio per la vostra presenza. Ringrazio la Comunità di Sant’Egidio, la Diocesi di Assisi e le Famiglie Francescane che hanno preparato questa giornata di preghiera. Siamo venuti ad Assisi come pellegrini in cerca di pace. Portiamo in noi e mettiamo davanti a Dio le attese e le angosce di tanti popoli e persone. Abbiamo sete di pace, abbiamo il desiderio di testimoniare la pace, abbiamo soprattutto bisogno di pregare per la pace, perché la pace è dono di Dio e a noi spetta invocarla, accoglierla e costruirla ogni giorno con il suo aiuto.
«Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). Molti di voi hanno percorso un lungo cammino per raggiungere questo luogo benedetto. Uscire, mettersi in cammino, trovarsi insieme, adoperarsi per la pace: non sono solo movimenti fisici, ma soprattutto dell’animo, sono risposte spirituali concrete per superare le chiusure aprendosi a Dio e ai fratelli. Dio ce lo chiede, esortandoci ad affrontare la grande malattia del nostro tempo: l’indifferenza. E’ un virus che paralizza, rende inerti e insensibili, un morbo che intacca il centro stesso della religiosità, ingenerando un nuovo tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza.
Non possiamo restare indifferenti. Oggi il mondo ha un’ardente sete di pace. In molti Paesi si soffre per guerre, spesso dimenticate, ma sempre causa di sofferenza e povertà. A Lesbo, con il caro Patriarca ecumenico Bartolomeo, abbiamo visto negli occhi dei rifugiati il dolore della guerra, l’angoscia di popoli assetati di pace. Penso a famiglie, la cui vita è stata sconvolta; ai bambini, che non hanno conosciuto nella vita altro che violenza; ad anziani, costretti a lasciare le loro terre: tutti loro hanno una grande sete di pace. Non vogliamo che queste tragedie cadano nell’oblio. Noi desideriamo dar voce insieme a quanti soffrono, a quanti sono senza voce e senza ascolto. Essi sanno bene, spesso meglio dei potenti, che non c’è nessun domani nella guerra e che la violenza delle armi distrugge la gioia della vita.
Noi non abbiamo armi. Crediamo però nella forza mite e umile della preghiera. In questa giornata, la sete di pace si è fatta invocazione a Dio, perché cessino guerre, terrorismo e violenze. La pace che da Assisi invochiamo non è una semplice protesta contro la guerra, nemmeno «è il risultato di negoziati, di compromessi politici o di mercanteggiamenti economici. Ma il risultato della preghiera» (Giovanni Paolo II, Discorso, Basilica di Santa Maria degli Angeli, 27 ottobre 1986: Insegnamenti IX,2 [1986], 1252). Cerchiamo in Dio, sorgente della comunione, l’acqua limpida della pace, di cui l’umanità è assetata: essa non può scaturire dai deserti dell’orgoglio e degli interessi di parte, dalle terre aride del guadagno a ogni costo e del commercio delle armi.
Diverse sono le nostre tradizioni religiose. Ma la differenza non è motivo di conflitto, di polemica o di freddo distacco. Oggi non abbiamo pregato gli uni contro gli altri, come talvolta è purtroppo accaduto nella storia. Senza sincretismi e senza relativismi, abbiamo invece pregato gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri. San Giovanni Paolo II in questo stesso luogo disse: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace» (Id., Discorso, Piazza inferiore della Basilica di San Francesco, 27 ottobre 1986: l.c., 1268). Continuando il cammino iniziato trent’anni fa ad Assisi, dove è viva la memoria di quell’uomo di Dio e di pace che fu San Francesco, «ancora una volta noi, insieme qui riuniti, affermiamo che chi utilizza la religione per fomentare la violenza ne contraddice l’ispirazione più autentica e profonda» (Id., Discorso ai Rappresentanti delle Religioni, Assisi, 24 gennaio 2002: Insegnamenti XXV,1 [2002], 104), che ogni forma di violenza non rappresenta «la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione» (Benedetto XVI, Intervento alla Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, Assisi, 27 ottobre 2011: Insegnamenti VII, 2 [2011], 512). Non ci stanchiamo di ripetere che mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!
Oggi abbiamo implorato il santo dono della pace. Abbiamo pregato perché le coscienze si mobilitino a difendere la sacralità della vita umana, a promuovere la pace tra i popoli e a custodire il creato, nostra casa comune. La preghiera e la collaborazione concreta aiutano a non rimanere imprigionati nelle logiche del conflitto e a rifiutare gli atteggiamenti ribelli di chi sa soltanto protestare e arrabbiarsi. La preghiera e la volontà di collaborare impegnano a una pace vera, non illusoria: non la quiete di chi schiva le difficoltà e si volta dall’altra parte, se i suoi interessi non sono toccati; non il cinismo di chi si lava le mani di problemi non suoi; non l’approccio virtuale di chi giudica tutto e tutti sulla tastiera di un computer, senza aprire gli occhi alle necessità dei fratelli e sporcarsi le mani per chi ha bisogno. La nostra strada è quella di immergerci nelle situazioni e dare il primo posto a chi soffre; di assumere i conflitti e sanarli dal di dentro; di percorrere con coerenza vie di bene, respingendo le scorciatoie del male; di intraprendere pazientemente, con l’aiuto di Dio e con la buona volontà, processi di pace.
Pace, un filo di speranza che collega la terra al cielo, una parola tanto semplice e difficile al tempo stesso. Pace vuol dire Perdono che, frutto della conversione e della preghiera, nasce dal di dentro e, in nome di Dio, rende possibile sanare le ferite del passato. Pace significa Accoglienza, disponibilità al dialogo, superamento delle chiusure, che non sono strategie di sicurezza, ma ponti sul vuoto. Pace vuol dire Collaborazione, scambio vivo e concreto con l’altro, che costituisce un dono e non un problema, un fratello con cui provare a costruire un mondo migliore. Pace significa Educazione: una chiamata ad imparare ogni giorno la difficile arte della comunione, ad acquisire la cultura dell’incontro, purificando la coscienza da ogni tentazione di violenza e di irrigidimento, contrarie al nome di Dio e alla dignità dell’uomo.
Noi qui, insieme e in pace, crediamo e speriamo in un mondo fraterno. Desideriamo che uomini e donne di religioni differenti, ovunque si riuniscano e creino concordia, specie dove ci sono conflitti. Il nostro futuro è vivere insieme. Per questo siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell’odio. I credenti siano artigiani di pace nell’invocazione a Dio e nell’azione per l’uomo! E noi, come Capi religiosi, siamo tenuti a essere solidi ponti di dialogo, mediatori creativi di pace. Ci rivolgiamo anche a chi ha la responsabilità più alta nel servizio dei Popoli, ai Leader delle Nazioni, perché non si stanchino di cercare e promuovere vie di pace, guardando al di là degli interessi di parte e del momento: non rimangano inascoltati l’appello di Dio alle coscienze, il grido di pace dei poveri e le buone attese delle giovani generazioni. Qui, trent’anni fa San Giovanni Paolo II disse: «La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale» (Discorso, Piazza inferiore della Basilica di San Francesco, 27 ottobre 1986: l.c., 1269). Sorelle e fratelli, assumiamo questa responsabilità, riaffermiamo oggi il nostro sì ad essere, insieme, costruttori della pace che Dio vuole e di cui l’umanità è assetata.

APPELLO
Uomini e donne di religioni diverse, siamo convenuti, come pellegrini, nella città di San Francesco. Qui, nel 1986, trent’anni fa, su invito di Papa Giovanni Paolo II, si riunirono Rappresentanti religiosi da tutto il mondo, per la prima volta in modo tanto partecipato e solenne, per affermare l’inscindibile legame tra il grande bene della pace e un autentico atteggiamento religioso. Da quell’evento storico, si è avviato un lungo pellegrinaggio che, toccando molte città del mondo, ha coinvolto tanti credenti nel dialogo e nella preghiera per la pace; ha unito senza confondere, dando vita a solide amicizie interreligiose e contribuendo a spegnere non pochi conflitti. Questo è lo spirito che ci anima: realizzare l’incontro nel dialogo, opporsi a ogni forma di violenza e abuso della religione per giustificare la guerra e il terrorismo. Eppure, negli anni trascorsi, ancora tanti popoli sono stati dolorosamente feriti dalla guerra. Non si è sempre compreso che la guerra peggiora il mondo, lasciando un’eredità di dolori e di odi. Tutti, con la guerra, sono perdenti, anche i vincitori.
Abbiamo rivolto la nostra preghiera a Dio, perché doni la pace al mondo. Riconosciamo la necessità di pregare costantemente per la pace, perché la preghiera protegge il mondo e lo illumina. La pace è il nome di Dio. Chi invoca il nome di Dio per giustificare il terrorismo, la violenza e la guerra, non cammina nella Sua strada: la guerra in nome della religione diventa una guerra alla religione stessa. Con ferma convinzione, ribadiamo dunque che la violenza e il terrorismo si oppongono al vero spirito religioso.
Ci siamo posti in ascolto della voce dei poveri, dei bambini, delle giovani generazioni, delle donne e di tanti fratelli e sorelle che soffrono per la guerra; con loro diciamo con forza: No alla guerra! Non resti inascoltato il grido di dolore di tanti innocenti. Imploriamo i Responsabili delle Nazioni perché siano disinnescati i moventi delle guerre: l’avidità di potere e denaro, la cupidigia di chi commercia armi, gli interessi di parte, le vendette per il passato. Aumenti l’impegno concreto per rimuovere le cause soggiacenti ai conflitti: le situazioni di povertà, ingiustizia e disuguaglianza, lo sfruttamento e il disprezzo della vita umana.
Si apra finalmente un nuovo tempo, in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli. Si attui la responsabilità di costruire una pace vera, che sia attenta ai bisogni autentici delle persone e dei popoli, che prevenga i conflitti con la collaborazione, che vinca gli odi e superi le barriere con l’incontro e il dialogo. Nulla è perso, praticando effettivamente il dialogo. Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace; da Assisi rinnoviamo con convinzione il nostro impegno ad esserlo, con l’aiuto di Dio, insieme a tutti gli uomini e donne di buona volontà.

Basilica di San Paolo fuori le mura, Roma, il Chiostro

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https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_San_Paolo_fuori_le_mura

Publié dans:immagini sacre |on 7 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

SANT’AGOSTINO – LA PAZIENZA

http://www.augustinus.it/italiano/pazienza/index2.htm

SANT’AGOSTINO – LA PAZIENZA

La pazienza di Dio.
1. 1. La virtù dell’anima che chiamiamo pazienza è un dono di Dio così grande che noi parliamo di pazienza anche riferendoci a colui che a noi la dona; e vi intendiamo la tolleranza con cui egli aspetta che i cattivi si ravvedano. È vero infatti che il nome « pazienza » deriva da patire, ma pur essendo vero che Dio non può in alcun modo patire, tuttavia noi per fede crediamo, e confessiamo per ottenere la salvezza, che Dio è paziente. Ma questa pazienza di Dio, come essa sia e quanto sia grande, chi potrà descriverlo a parole? Noi possiamo affermare che egli non può patire nulla, eppure non lo diciamo impaziente ma pazientissimo. La sua pazienza è dunque ineffabile, come è ineffabile la sua gelosia, la sua ira e gli altri moti somiglianti, che se noi pensassimo essere uguali ai nostri, dovremmo escluderli tutti. Noi infatti non ne proviamo alcuno che non sia congiunto a turbamento, mentre è assurdo pensare che la natura divina, che è impassibile, provi turbamento. Dio infatti è geloso senza invidia, si adira senza alterarsi, ha compassione senza addolorarsi, si pente senza doversi ravvedere d’un qualsiasi errore. Così è paziente senza patire. Ora dunque, per quanto il Signore me lo concederà e per quanto lo permette la brevità del presente discorso, parlerò sulla natura della pazienza umana, che noi possiamo acquisire e dobbiamo avere.

La vera pazienza.
2. 2. È risaputo che la pazienza retta, degna di lode e del nome di virtù, è quella per la quale con animo equo tolleriamo i mali, per non abbandonare con animo iniquo quei beni, per mezzo dei quali possiamo raggiungere beni migliori. Pertanto chi non ha la pazienza, mentre si rifiuta di sopportare i mali, non ottiene d’essere esentato dal male ma finisce col soffrire mali maggiori. I pazienti preferiscono sopportare il male per non commetterlo piuttosto che commetterlo per non sopportarlo; così facendo rendono più leggeri i mali che soffrono con pazienza ed evitano mali peggiori in cui cadrebbero con l’impazienza. Ma soprattutto non perdono i beni eterni e grandi, quando non cedono ai mali temporanei e di breve durata poiché, come dice l’Apostolo, i patimenti del tempo presente non meritano d’essere paragonati con la gloria futura che si rivelerà in noi 1. Egli dice ancora: La nostra sofferenza, temporanea e leggera, produce per noi in maniera inimmaginabile una ricchezza eterna di gloria 2.

La grande pazienza dei cattivi.
3. 3. Volgiamo ora lo sguardo, o carissimi, alle fatiche, ai dolori e alle asperità che gli uomini sopportano per ciò che amano spinti dai loro vizi, per tutte quelle cose che quanto più si pensa abbiano ad arrecare felicità tanto più si diventa infelici nel desiderarle. Quanti rischi e molestie affrontano con la più grande pazienza per le false ricchezze, i vani onori e le frivole soddisfazioni. Li vediamo avidi di denaro, di gloria e di piaceri lascivi, che per ottenere le cose desiderate e non perderle quando le hanno ottenute, sopportano il calore, la pioggia, il freddo, i flutti e le burrasche più tempestose, le durezze e incertezze delle guerre, i colpi di piaghe crudeli e orribili ferite. E tutto questo sopportano non per una inevitabile necessità, ma per un atto colpevole della loro volontà.

La forza del desiderio rende tollerabili le fatiche e i dolori.
4. 4. In realtà la gente ritiene che l’avarizia, l’ambizione, la dissolutezza, le attrattive per i vari divertimenti rientrano nell’ambito d’una condotta irreprensibile, almeno finché per soddisfarle non si commettono azioni riprovevoli o delitti condannati dalle leggi umane. Ci sono infatti persone che si sottopongono a grandi fatiche e dolori per acquistare o aumentare il proprio capitale, per conseguire o conservare posti onorifici, per partecipare a gare agonistiche o venatorie, per ottenere plauso allestendo spettacoli teatrali. Se questo riescono a fare senza ledere i diritti altrui, è poco dire che dalla vacuità del popolo essi non vengono disapprovati e così se ne astengono. Al contrario vengono esaltati ed inneggiati; proprio come dice la Scrittura: Il peccatore è lodato nei desideri del suo cuore 3. In effetti è la forza dei desideri a farci tollerare fatiche e dolori e nessuno accetta spontaneamente di sopportare ciò che fa soffrire, se non per quello che diletta. Ma, come ho detto, le passioni ora nominate son considerate legittime, autorizzate dalla legge, e quanti ardono dal desiderio di appagarle sopportano con estrema pazienza molti disagi e asperità.

La straordinaria resistenza di Catilina.
5. 4. E che dire di quelle persone che sopportano molti e gravissimi disagi per crimini conclamati, e non per punirli ma per commetterli? Non parlano forse gli storici pagani di quel tale, famigerato assassino della patria, dicendo che era capace di sopportare la fame, la sete, il freddo; il suo corpo era in grado di tollerare digiuni, freddi e veglie oltre ogni immaginazione 4? E che dire dei briganti? Per tendere insidie ai passanti trascorrono notti insonni, e per sequestrare viandanti incolpevoli irrigidiscono sotto ogni genere di intemperie il loro animo e il loro corpo, dediti al male. Si racconta pure che alcuni di loro si torturano l’un l’altro, al segno che l’allenamento per sottrarsi alla pena non si differenzia per nulla dalla pena stessa. È probabile infatti che dal giudice non sarebbero torturati così atrocemente quanto lo si fa dai loro complici per impedire che vengano denunziati dal correo sottoposto a torture. In questi casi tuttavia la pazienza è, se mai, da ammirare, non da lodare; anzi, non è né da lodare né da imitare, poiché non si tratta di pazienza. Si potrà parlare di straordinaria insensibilità, ma non si trova nulla della pazienza; e quindi non c’è niente che possa essere giustamente lodato e niente che possa essere utilmente imitato. E quindi farai bene a giudicare quell’anima degna di tanto maggiore condanna quanto più dedica ai vizi le risorse destinate all’acquisto delle virtù. La pazienza è socia della sapienza, non schiava della concupiscenza; la pazienza è amica della buona coscienza, non avversaria dell’innocenza.

Criterio per distinguere la vera dalla falsa pazienza.
6. 5. Quando vedi qualcuno che soffre qualche male, non metterti subito a lodarne la pazienza, che è messa in luce solo dalla motivazione della pazienza. Se la motivazione è buona, la pazienza è vera. Se la motivazione non è resa impura dalla cupidigia, allora la pazienza si distingue da quella falsa. Quando la motivazione mira a un crimine, si fa un grande errore a chiamarla pazienza. Infatti non tutti coloro che sanno qualcosa posseggono la scienza; così non tutti coloro che patiscono qualcosa posseggono la pazienza. Solo chi della passione si serve per il bene merita l’elogio della vera pazienza e riceve la corona per la virtù della pazienza.

Sopportare i mali della vita per la beatitudine eterna.
7. 6. Gli uomini dunque sopportano con mirabile fortezza molte pene atroci per soddisfare le passioni, per commettere delitti o, quanto meno, per godere vita e salute nel tempo presente. Ciò è per noi un richiamo a sopportare disagi anche gravi per condurre una vita buona, in modo che alla fine conseguiamo la vita eterna: quella che ci assicura una felicità vera, senza scadenza di tempo, senza diminuzione di ciò che è positivo e vantaggioso. Il Signore disse: Con la vostra pazienza possederete le vostre anime 5. Non disse: « Le vostre ville », « i vostri onori », « i vostri piaceri », ma le vostre anime. Se dunque un’anima sopporta tanti disagi per possedere cose che la portano alla rovina, quanti non ne dovrà sopportare per possedere ciò che la sottrae alla rovina? E ora dirò una cosa dove non vi è questione di colpa: se uno soffre tanto per la propria salute fisica quando capita in mano ai medici che lo tagliano o bruciano, quanto non dovrà soffrire per la sua salute [eterna] attaccata da nemici furiosi, qualunque essi siano? I medici infatti facendo soffrire il corpo tentano di sottrarre il corpo alla morte; i nemici minacciando pene e morte al corpo sospingono l’anima e il corpo ad essere uccisi nella geenna.

Sopportando si provvede al bene del corpo stesso.
7. 7. C’è di più. Se per amore della giustizia si sacrifica la salute corporale, si provvede in maniera più efficace al bene del corpo stesso. Ciò vale anche se per amore della giustizia si sopportano con grande pazienza le sofferenze corporali e la stessa morte. Della redenzione finale del corpo parla infatti l’Apostolo quando dice: Noi gemiamo in noi stessi aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. E soggiunge: Noi siamo stati salvati nella speranza. La speranza poi, se la si vede, non è speranza. Ciò che infatti vede, come potrebbe uno sperarlo? Se invece speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con la pazienza 6.

La pazienza interessa l’anima e il corpo.
8. 7. Quando dunque ci affliggono mali che non ci inducono a commettere il peccato, esercitando la pazienza l’anima acquista il dominio di se stessa; non solo, ma se lo stesso corpo viene per qualche tempo colpito dal dolore o anche dalla morte, attraverso la pazienza lo si recupera per una salute stabile, anzi eterna, e così attraverso il dolore e la morte gli si procura una salute perfetta e un’immortalità felice. Al riguardo il Signore Gesù, volendo esortare i suoi martiri alla pazienza, promise loro che avrebbero ottenuto l’integrità del corpo senza subire la perdita non dico d’un qualche membro ma nemmeno di un capello. Diceva: Ve lo dico in verità: un solo capello della vostra testa non andrà perduto 7. E siccome son vere le parole dell’Apostolo: Nessuno ha mai odiato la sua carne 8, ne segue che il cristiano provvede al bene del suo corpo più con la pazienza che con l’intolleranza, e con il guadagno inestimabile dell’incorruttibilità futura compensa le tribolazioni della vita presente, per quanto grandi possano essere.
8. 8. Sebbene la pazienza sia una virtù dell’anima, tuttavia l’anima la esercita in parte su se stessa, in parte nei riguardi del corpo. La esercita in se stessa quando, senza che il corpo venga leso e toccato, l’anima è spinta dagli stimoli di avversità o da brutture reali o verbali a fare o a dire cose sconvenienti o indecorose; ma lei sopporta con pazienza tutti i mali per non commettere nulla di male con azioni o parole.

La pazienza dell’anima.
9. 8. In virtù di questa pazienza dell’anima noi, sani di corpo, sopportiamo che ci venga rinviata la nostra beatitudine e che ci tocchi di vivere fra gli scandali del tempo presente. A ciò si riferiscono le parole or ora menzionate: Se speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con la pazienza. Per questa pazienza il santo [re] Davide sopportò le ingiurie di chi lo svillaneggiava e, sebbene potesse facilmente vendicarsi, non solo non si vendicò, ma trattenne dalla vendetta quell’altro che, addolorato, s’era fatto prendere dall’ira 9, e del suo potere regale si servì più per proibire che per esercitare la vendetta. In quel frangente non era il suo corpo che veniva tormentato da malattie o ferite, ma era il suo animo che, riconoscendo il momento dell’umiliazione, la sopportava per fare la volontà di Dio e per questo ingoiava con somma pazienza l’amara bevanda della contumelia. Questa pazienza ci insegnò il Signore quando disse che ai servi irritati per la mescolanza della zizzania [con il buon grano] e desiderosi di estirparla il padrone di casa rispose: Lasciate che [le due piante] crescano fino al tempo della mietitura 10. Infatti occorre sopportare con pazienza ciò che non si può eliminare con fretta. Di questa pazienza ci ha offerto un esempio palese lui stesso tollerando quel discepolo, che era ladro, vicino a sé fino al tempo della passione, cioè finché non lo denunziò come traditore 11. Prima di esperimentare le funi, la croce e la morte, non rifiutò il bacio di pace a quelle labbra menzognere 12. Tutti questi esempi, e i tanti altri che sarebbe lungo ricordare, rientrano in quel genere di pazienza dove l’anima non soffre per i suoi peccati, ma dentro di sé sopporta pazientemente quei mali che le provengono dal di fuori senza che il corpo ne venga minimamente colpito.

La pazienza dei martiri.

10. 8. C’è un altro campo per esercitare la pazienza: quello in cui l’anima tollera gli affanni e i dolori derivanti dai patimenti del corpo: non certo quelli che soffrono gli uomini stolti o perversi per raggiungere vani ideali o per perpetrare delitti ma, com’ebbe a determinare il Signore, per la giustizia 13. L’uno e l’altro combattimento sostennero i santi martiri. Vennero infatti coperti di contumelie da parte degli empi, e in quel caso l’animo rimanendo saldo sosteneva come delle sue proprie ferite, mentre il corpo ne era esente; per quanto poi riguarda il loro corpo, essi furono legati, incarcerati, affamati e assetati, torturati, segati, squartati, bruciati, uccisi barbaramente. Con incrollabile fedeltà sottomisero il loro spirito a Dio, mentre nel corpo soffrivano tutto ciò che la crudeltà dei persecutori seppe immaginare.

La pazienza nella lotta contro il diavolo.
10. 9. È più grande la lotta che sostiene la pazienza quando non si tratta d’un nemico visibile che perseguitando con ferocia ti spinge al male (esso è allo scoperto, e chi non gli consente lo vince in maniera palese), ma si tratta del diavolo stesso che, servendosi magari di gente incredula come di suoi strumenti, perseguita i figli della luce ovvero, rimanendo occulto li assale e con ferocia li stimola a fare e a dire cose che dispiacciono a Dio.

La pazienza di Giobbe.
11. 9. L’ira di questo nemico ebbe ad esperimentare il santo Giobbe: da lui fu aspramente provato con le due specie di tentazione, ma in tutt’e due riuscì vincitore con l’immutabile forza della pazienza e le armi della pietà. In principio, rimanendo illeso il corpo, soffrì la perdita di tutto ciò che aveva; e così, prima che il suo corpo subisse tormenti, il suo animo fu lacerato dalla perdita di quei beni che gli uomini hanno più a cuore, e, siccome si pensava che egli servisse Dio in vista di quei beni, ne doveva seguire che perdendoli avrebbe bestemmiato contro di lui. Fu colpito anche dalla morte improvvisa di tutti i figli: li aveva avuti uno dopo l’altro, li perse tutti in una volta; e se erano stati numerosi, questo non fu per accrescere la sua gioia ma per aumentare la sventura. Quando gli toccò di soffrire tutti questi mali, egli rimase fermo nella fedeltà a Dio, sempre unito alla volontà di colui che non avrebbe potuto perdere se non per una scelta della sua propria volontà; e, a posto di tutto quello che perse, gli rimase colui che glielo toglieva, colui nel quale avrebbe trovato ciò che era imperituro. A togliergli i beni infatti non era stato il maligno che l’aveva voluto danneggiare, ma colui che aveva dato a lui il potere di farlo.

Giobbe più avveduto di Adamo.
12. 9. Il nemico lo aggredì anche nel corpo, e lo colpì non solo nei beni che sono al di fuori dell’uomo ma anche nella sua stessa persona, in ogni parte dove gli fu possibile. Dalla testa ai piedi dolori di fuoco, vermi che uscivano, putridume che colava; ma in quel corpo in disfacimento l’animo restava integro e sopportava con pietà inalterata e pazienza invitta gli orribili tormenti d’una carne imputridita. Accanto a lui c’era la moglie, ma al marito non dava alcun aiuto, anzi lo esortava a bestemmiare Dio. Il diavolo, che a Giobbe aveva rapito i figli, nel lasciargli la moglie non si comportò da inesperto nell’arte del nuocere, avendo imparato già in Eva quanto una donna può rendersi utile al tentatore 14. Solo che questa volta non s’imbatte in un altro Adamo, da poter prendere al laccio tramite la donna. Fra i dolori, costui fu più accorto che non quell’altro fra gli allori: quello era nel godimento e fu vinto, questi era nella sofferenza e vinse; quello credette alle lusinghe, questo non si piegò di fronte ai tormenti. E c’erano anche gli amici: non per confortarlo nella sventura, ma per avanzare sospetti sulla sua colpevolezza. Non credevano infatti che un uomo colpito da tanti mali potesse essere innocente, e la loro lingua pronunziava accuse di colpe che erano estranee alla sua coscienza. E così mentre il corpo soffriva atroci dolori, anche l’anima era flagellata da infondate rampogne. Ma ecco Giobbe sopportare nel corpo i propri dolori, nel cuore le calunnie altrui. Rimproverava alla moglie la stoltezza, agli amici insegnava la sapienza, in tutto conservava la pazienza.

Deprecabile l’impazienza dei donatisti.
13. 10. Guardino a Giobbe quei tali che si danno la morte quando sono ricercati perché vivano. Togliendosi la vita presente essi si escludono anche da quella futura. Quand’anche li si costringesse a rinnegare Cristo o a commettere peccati contro la giustizia, come succedeva ai veri martiri, essi dovrebbero sopportare tutto con pazienza anziché darsi la morte per impazienza. Se infatti ci si potesse suicidare lecitamente per schivare le sofferenze, il santo Giobbe si sarebbe ucciso senz’altro per sottrarsi ai mali così gravi che la crudeltà del diavolo gli aveva causato negli averi, nei figli e nelle membra del corpo. Ma egli non lo fece. Impensabile infatti che un uomo sapiente come lui compisse su se stesso un gesto che nemmeno la moglie insipiente aveva osato suggerirgli. E se gliel’avesse suggerito, si sarebbe anche in tal caso buscata la risposta che ascoltò quando suggerì la bestemmia: Hai parlato come una donna stupida. Se dalla mano di Dio abbiamo ricevuto i beni, perché non dovremmo accettare anche i mali? 15 Quanto a lui, avrebbe perduto la pazienza sia che fosse morto bestemmiando, come voleva la moglie, sia che fosse morto uccidendosi, come nemmeno lei aveva osato proporgli. In ogni caso sarebbe stato del numero di coloro di cui è stato detto: Guai a chi perde la pazienza! 16 Invece di sottrarsi alle pene, le avrebbe accresciute in quanto, dopo la morte del corpo, sarebbe incorso nei supplizi riservati ai bestemmiatori, o agli omicidi, o a chi è peggio dei parricidi. Il parricida infatti è colpevole più d’ogni altro omicida, poiché uccide non solo un uomo ma un consanguineo, e fra gli stessi parricidi uno è ritenuto tanto più crudele quanto più prossimo è il congiunto che uccide. Ora chi uccide se stesso è peggiore di tutti i parricidi, perché nessuno è vicino a noi più di noi stessi. Quanto dunque non sarà grave la colpa di quei miseri che si infliggono da se stessi delle pene in questa vita e di là debbono scontare non solo quelle dovute alla loro empietà verso Dio ma anche quelle dovute alla crudeltà verso se stessi? Ma essi, per di più, presumono gli onori dei martiri! Anche se avessero sostenuto la persecuzione per una vera testimonianza a Cristo e si fossero uccisi per sfuggire ai persecutori, giustamente si applicherebbero ad essi le parole: Guai a chi perde la pazienza! In che modo infatti si potrebbe concedere loro con giustizia il premio della pazienza se questo andasse a coronare un martirio dovuto all’impazienza? Ovvero, uno che si è sentito dire: Amerai il prossimo tuo come te stesso 17, come può essere giudicato innocente se commette omicidio contro se stesso, quando è proibito commetterlo contro il prossimo?

La pazienza dei buoni.
14. 11. Vogliano dunque i santi ascoltare dalla Sacra Scrittura alcuni precetti di pazienza: Figlio, se ti presenti a servire Dio, sta’ saldo nella giustizia e nel timore e prepara la tua anima alla tentazione. Umilia il tuo cuore e sii coraggioso: così alla fine si accrescerà la tua vita. Accogli tutto ciò che ti sopraggiunge, e nel dolore sopporta e nella umiliazione sii paziente. Poiché l’oro e l’argento si provano col fuoco, gli uomini accetti [a Dio] nella fornace dell’umiliazione 18. In un altro testo si legge: Figlio, non venir meno sotto la disciplina del Signore e non stancarti quando da lui sei rimproverato. Egli infatti rimprovera colui che ama e usa i flagelli con il figlio che gli è caro 19. Quanto qui si dice e cioè: Il figlio che gli è caro corrisponde a gli uomini accetti del testo di prima. È giusto infatti che noi, scacciati dalla originaria felicità del paradiso per un’ostinata voglia di piaceri, vi siamo riammessi mediante l’umile sopportazione delle nostre sventure. Fuggimmo facendo il male, torniamo sopportando il male; lassù operatori di ingiustizia, quaggiù coraggiosi nella prova per amore della giustizia.

La sorgente della pazienza.
15. 12. Dobbiamo ora chiederci da dove procede la vera pazienza, degna del nome di virtù. Ci sono infatti di quelli che l’attribuiscono alle forze della volontà umana, non a quelle che ricevono dall’aiuto divino, ma a quelle che hanno dal libero arbitrio. Ora questo errore nasce dalla superbia ed è l’errore di coloro che abbondano, secondo le parole del salmo: Obbrobrio per quelli che abbondano e disprezzo per i superbi 20. Non è quindi questa la pazienza dei poveri, che non perisce in eterno 21. Quei poveri che la ricevono da quel ricco al quale si dice: Sei tu il mio Dio, perché non hai bisogno dei miei beni 22; dal quale viene ogni regalo ottimo e ogni dono perfetto 23; a lui grida il bisognoso e il povero che loda il suo nome, e chiedendo, cercando e bussando dice: Mio Dio, liberami dalla mano del peccatore, dalla mano di chi trasgredisce la legge e dell’uomo iniquo, perché tu sei, Signore, la mia pazienza, la mia speranza fin dalla mia giovinezza 24. Ma questa gente stracolma [di sé] non si degna di presentarsi mendicante dinanzi a Dio per ricevere da lui la vera pazienza. Vantandosi della loro falsa pazienza, vogliono confondere il proposito dell’indigente, la cui speranza è il Signore 25. Non pensano che, essendo uomini, coll’attribuire un risultato così grande alla propria volontà, che è volontà umana, incorrono nella condanna della Scrittura: Maledetto ogni uomo che ripone nell’uomo la sua speranza 26. Ma ecco che costoro in forza della stessa loro volontà accecata dalla superbia sopportano stenti ed asperità per non dispiacere alla gente o per evitare mali maggiori o per compiacere se stessi o per amore del loro orgoglio presuntuoso. In tal caso, riguardo alla [loro] pazienza bisognerebbe dire quel che l’apostolo san Giacomo dice della sapienza: Questa sapienza non proviene dall’alto, ma è sapienza terrena, animalesca, diabolica 27. Perché infatti non equiparare la falsa pazienza dei superbi alla loro falsa sapienza? In realtà la vera pazienza viene a noi da colui dal quale ci deriva la vera sapienza. A lui canta quel povero di spirito che dice: A Dio è soggetta la mia anima, perché da lui è la mia pazienza 28.

Pazienza e volontà umana.
16. 13. Essi rispondono facendo questi ragionamenti: Se la volontà umana senza alcun aiuto di Dio ma con le sole forze del libero arbitrio sopporta tanti mali gravi e orribili, sia nell’animo che nel corpo, per godere del piacere di questa vita mortale e dei peccati; perché allo stesso modo la medesima volontà con le stesse forze del libero arbitrio e senza aspettarsi alcun aiuto da parte di Dio, ma sufficiente a se stessa per la naturale possibilità, non sopporta pazientemente per la giustizia e la vita eterna qualunque fatica o dolore dovesse capitare? Dicono ancora: La volontà dei malvagi è capace, senza l’aiuto divino, di far loro affrontare tormenti per l’iniquità anche prima che altri vengano a torturarli; la volontà di coloro che amano i passatempi della vita terrena, senza l’aiuto di Dio, riesce a far sì che essi perseverino nella menzogna, pur in mezzo a tormenti quanto mai atroci e prolungati, affinché non abbiano a confessare i loro delitti ed essere puniti con la morte. E non sarà in grado la volontà dei giusti, senza l’aiuto d’una forza che le venga dall’alto, di sopportare qualsiasi pena per la bellezza che è propria della giustizia e per amore della vita eterna?

Pazienza, carità e aiuto divino.
17. 14. Quelli che dicono queste cose non comprendono che tra i malvagi uno è tanto più resistente a sopportare qualunque male, quanto in lui è maggiore l’amore del mondo, mentre tra i giusti uno è tanto più forte a sopportare qualunque male, quanto in lui è maggiore l’amore di Dio. Ma l’amore del mondo ha la sua origine dall’arbitrio della volontà, il suo progresso dal diletto del piacere e la sua fermezza dal vincolo dell’abitudine, mentre la carità di Dio è diffusa nei nostri cuori, non certamente da noi, ma dallo Spirito Santo che ci è stato dato 29. Perciò la pazienza dei giusti viene da colui per mezzo del quale è diffusa la loro carità. Lodando e inculcando questa carità l’Apostolo dice che essa, fra gli altri pregi, possiede anche quello di sopportare ogni cosa. La carità, dice, è longanime, e dopo un poco: La carità sopporta tutto 30. Quanto maggiore è dunque nei santi la carità di Dio tanto più facile è per loro sopportare ogni cosa per ciò che amano. Parimenti è dei peccatori: quanto più è grande in loro la cupidigia mondana tanto più riescono a sopportare tutto per soddisfare le loro voglie disordinate. Pertanto la vera pazienza dei giusti deriva da quella sorgente da cui deriva la carità divina; la falsa pazienza dei malvagi deriva dalla sorgente da cui proviene la cupidigia mondana. Ecco quanto dice al riguardo l’apostolo Giovanni: Non amate il mondo né le cose del mondo. Se uno ama il mondo, non c’è in lui l’amore del Padre, poiché tutto ciò che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e ambizione secolaresca, e questo non proviene dal Padre ma dal mondo 31. E questa concupiscenza, che non proviene dal Padre ma dal mondo, quanto più è forte e ardente nell’uomo, tanto più quest’uomo diviene paziente di fronte ai disagi e ai dolori che deve affrontare per ciò che desidera. Ne segue, come abbiamo già detto, che una tale pazienza non discende dall’alto, mentre viene dall’alto la pazienza dei santi, che scende dal Padre della luce. Pertanto l’una è terrena, l’altra celeste; l’una animale, l’altra spirituale; l’una diabolica, l’altra divinizzatrice. E la ragione di ciò è che la concupiscenza per la quale i peccatori sopportano tenacemente ogni male deriva dal mondo, mentre deriva da Dio la carità per la quale i buoni sopportano con fortezza tutti i loro mali. Va quindi da sé che l’uomo con la sua volontà, senza l’aiuto di Dio, ha risorse sufficienti per avere la pazienza falsa; e questo uomo diviene tanto più ostinato quanto più cupido, tanto più resistente di fronte ai mali quanto più cresce in malvagità. Quanto alla vera pazienza invece, la volontà umana non è in grado di conseguirla senza l’aiuto divino che la infiammi. Ora questo fuoco è lo Spirito Santo; e finché questo Spirito non viene ad infiammarla d’amore per il Bene inalterabile, la volontà non sarà mai capace di sopportare il male che l’affligge.

Doni di Dio, la carità e la pazienza.
18. 15. Come attestano gli autori divinamente ispirati, Dio è amore, e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui 32. Chi pretende di poter avere la carità di Dio senza l’aiuto di Dio, che altro pretende se non che si possa avere Dio senza Dio? Ora, quale cristiano oserebbe dire questo, se non lo direbbe nessuno che sia soltanto sano di mente? Nell’Apostolo invece ecco come esulta la pazienza vera, pia, fedele, che per bocca dei santi dice: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Dunque non per merito nostro ma per virtù di colui che ci ha amati. Poi prosegue aggiungendo: Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né potenze, né presente né avvenire, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore 33. È questa la carità di Dio che è stata diffusa nei nostri cuori: non conquistata da noi ma diffusa dallo Spirito Santo che ci è stato donato 34. Viceversa è della concupiscenza dei cattivi, che è all’origine della loro falsa pazienza: essa non proviene dal Padre, come dice l’apostolo Giovanni, ma dal mondo 35.

Volontà umana e mondo presente.
19. 16. A questo punto qualcuno potrà obiettare: « Se la concupiscenza per la quale i cattivi tollerano ogni sorta di mali per ottenere quanto da loro desiderato deriva dal mondo, come si fa a dire che essa deriva dalla loro volontà? ». Quasi che essi stessi non siano nel mondo quando amano il mondo abbandonando il Creatore del mondo! Essi infatti si pongono al servizio delle creature e non del Creatore che è benedetto nei secoli 36. Se quindi Giovanni col nome di mondo ha voluto indicare coloro che amano il mondo, la volontà di gente come questa appartiene senz’altro al mondo; se invece col nome di mondo ha voluto indicare il cielo, la terra e le cose che vi si trovano, ha cioè voluto abbracciare tutto l’insieme del mondo creato, la volontà della creatura, in quanto diversa da quella del creatore, senza alcun dubbio appartiene al mondo. E per questo a tali persone dice il Signore: Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo 37. E agli apostoli diceva: Se voi foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo. Quindi li ammoniva a non attribuire a se stessi quanto oltrepassava i confini della loro umanità e a non pensare che il non appartenere al mondo, di cui aveva parlato, fosse risorsa della natura e non dono della grazia. Diceva così: Poiché voi non siete del mondo ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia 38. Essi dunque erano del mondo, e se non erano più mondo ciò dipendeva dal fatto che egli li aveva scelti di fra mezzo al mondo.

Grazia divina e meriti dell’uomo.
20. 17. Non ci sono opere buone antecedenti che meritino questa elezione: che è una elezione di grazia. Lo asserisce l’Apostolo quando scrive: Anche in questo tempo un resto è stato salvato attraverso una elezione di grazia. Ora, se è grazia, non deriva dalle opere; altrimenti la grazia non sarebbe grazia 39. È dunque, questa, una elezione della grazia, cioè una elezione per la quale gli uomini vengono eletti con un dono della grazia di Dio. È, dico, una elezione della grazia che previene tutti i meriti dell’uomo. Se infatti fosse concessa per un qualche merito di opere buone, non sarebbe più una grazia donata ma un debito che viene retribuito, e quindi non sarebbe esatto chiamarlo grazia. Lo dice lo stesso Apostolo: Dove c’è una ricompensa, questa non viene concessa per grazia, ma come compenso di un debito 40. Per essere quindi una vera grazia, cioè dono gratuito, essa non deve trovare nell’uomo nulla per cui gli sia dovuta; e questo, come ben si comprende, è detto anche nelle parole: Tu li salverai senza alcunché 41. È infatti la grazia che dona i meriti; non è essa che viene donata per i meriti. Essa precede la stessa fede, che segna l’inizio di ogni opera buona, come sta scritto: Il giusto vive per la fede 42. È poi questa grazia che non solo dà l’aiuto ai giusti ma anche la giustizia agli empi: per cui anche quando sostiene i giusti, e sembrerebbe accordata per i loro meriti, nemmeno allora cessa d’essere grazia, poiché è lei che viene in aiuto a quanto essa stessa aveva elargito. Per meritarci questa grazia che precede tutti i meriti di opere buone compiute dall’uomo, Cristo non solo fu ucciso per mano di empi ma morì per gli empi 43. Egli prima di morire si scelse gli apostoli: i quali certamente non erano giusti ma dovevano essere giustificati da lui, se a loro poteva dire: Io vi ho scelti dal mondo. Diceva dunque loro: Voi non siete del mondo, ma affinché non pensassero che non erano stati mai del mondo subito aggiunse: Io vi ho scelti dal mondo 44. Evidentemente il non essere del mondo fu un dono ad essi accordato nella elezione fatta dal Signore. E pertanto, se fossero stati scelti per la loro giustizia e non per un dono della sua grazia, non sarebbero stati scelti dal mondo, poiché se erano giusti, essi già non erano del mondo. Ma c’è di più. Se fossero stati scelti perché erano giusti, erano stati loro stessi a scegliersi per primi il Signore. Infatti chi può essere giusto senza scegliersi la giustizia? Ecco però che fine della legge è Cristo per la giustizia di quanti credono 45 [in lui]. Egli infatti per opera di Dio è diventato per noi e giustizia e santificazione e redenzione, affinché, come sta scritto, chi si vanta si vanti nel Signore 46. Quindi la nostra giustizia è lui.

Anche nel V. Testamento la giustizia era dono di Dio.
21. 18. Da questo si conclude che anche i giusti dell’Antico Testamento, nati cioè prima dell’incarnazione del Verbo, furono giustificati per questa fede in Cristo e per quella giustizia vera che per noi è Cristo, avendo essi creduto che si sarebbe realizzato in futuro ciò che noi crediamo essersi già realizzato. Anch’essi furono salvati mediante la fede ad opera della grazia: quindi non per loro iniziativa ma per un dono di Dio, non in virtù delle opere perché non si inorgoglissero 47. Le loro opere buone infatti non prevennero la misericordia di Dio ma la seguirono. Tant’è vero che essi udirono [queste parole], anzi essi stessi le scrissero tanto tempo prima che Cristo si incarnasse: Io farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò pietà di chi vorrò aver pietà. Da queste parole di Dio molto tempo dopo l’apostolo Paolo concludeva: Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre ma da Dio che usa misericordia 48. È anche loro quella voce risuonata tanto tempo prima dell’incarnazione di Cristo: Il mio Dio, la sua misericordia mi previene 49. Ebbene, come potevano essere senza la fede in Cristo coloro per la cui carità Cristo è stato preannunziato anche a noi, se è vero che senza la fede in lui nessun mortale ha potuto mai essere giusto, né lo può ora, né lo potrà in seguito? Se dunque gli apostoli furono scelti da Cristo quando erano giusti, sarebbero stati loro a scegliersi per primi Cristo, e successivamente, siccome erano giusti, poterono essere da lui scelti.Senza di lui infatti non potevano essere giusti. Ma le cose non sono andate così. Infatti egli disse loro: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. Per questo dice l’apostolo Giovanni: Non siamo stati noi ad amare [per primi] Dio, ma Dio per primo ha amato noi 50.

Prima che la grazia ci scegliesse eravamo tutti peccatori.
22. 19. Se le cose stanno così, l’uomo che in questa vita agisce facendo leva sulla propria volontà, prima che Dio l’abbia scelto e l’abbia amato, cos’è se non un peccatore e un empio? Cos’è, dico, l’uomo creatura fuorviata e lontana dal Creatore 51, se il Creatore non si ricordasse di lui e venisse a sceglierlo gratuitamente e gratuitamente lo amasse? Se scelto e amato [da Dio] egli non viene antecedentemente risanato, egli non può scegliersi [Dio] né amarlo, poiché per la sua cecità non può vedere ciò che deve scegliere e per la sua malattia ha nausea per ciò che deve amare. Qualcuno però potrebbe obiettare: Come fa Dio a scegliersi antecedentemente e ad amare gli iniqui per renderli giusti se è stato scritto: Tu, Signore, hai in odio tutti gli operatori di iniquità 52? Come crederemo che avvenga questo se non in maniera ineffabile, che ci lascia pieni di stupore? Vien da pensare a un medico buono, che insieme odia e ama il malato: odia il fatto che sia malato, ama la persona da cui vuol allontanare la malattia.

La carità radice della vera pazienza.
23. 20. Questo sia detto riguardo alla carità, senza la quale ci è impossibile acquisire la vera pazienza. In effetti chi nei buoni tutto sopporta è la carità di Dio, come nei cattivi è la cupidigia mondana. Ora questa carità è in noi ad opera dello Spirito Santo che ci è stato donato: per cui, come da lui abbiamo la carità, così da lui abbiamo anche la pazienza. Quanto alla cupidigia mondana invece, quando sopporta con pazienza il peso di qualsiasi sventura può attribuirlo alle forze della volontà umana e vantarsene, ma è come un vantarsi della paralisi d’una malattia, non del vigore della salute. È, questo, un vanto pazzesco: non di chi è paziente ma dissennato. Questa tale volontà infatti tanto più si presenta paziente nel sopportare mali anche atroci quanto maggiore è l’avidità con cui cerca i beni temporali. Così facendo però si mostra priva dei beni eterni.

La volontà perversa e lo spirito del male.
24. 21. Può accadere che lo spirito del male, e chi è con lui associato, con aspirazioni peccaminose a volte renda la volontà umana o delirante nell’errore o ardente nella brama dei diversi piaceri mondani, sconvolgendola e infiammandola con vane fantasie e suggestioni immonde. Tuttavia, quando vediamo che tale volontà cattiva sopporta in modo sorprendente cose intollerabili, non per questo dobbiamo dire che essa sopporti il male per istigazione d’uno spirito immondo estraneo a lei, come accade per la volontà buona, la quale non può essere buona senza l’aiuto dello Spirito Santo. Che la volontà umana può esser cattiva senza che venga a sedurla o a stimolarla un qualche spirito appare assai chiaramente nella storia del diavolo stesso, il quale non risulta che sia diventato diavolo per la spinta d’un altro diavolo ma per colpa della sua volontà. Lo stesso è della volontà cattiva dell’uomo quando la cupidigia l’attira o il timore la frena, quando la gioia la dilata o la tristezza la raggela, eppure essa, nonostante che sia turbata da tutti questi moti dell’anima, affronta sprezzante quanto ad altri o a lei stessa in altri momenti sarebbe oltremodo gravoso. Senza lo stimolo di alcuno spirito esterno essa stessa può traviarsi e scivolare in basso, abbandonando le cose superiori per quelle inferiori. E quanto maggiore ritiene che sia il piacere derivante dalle cose che vuol possedere o teme di perdere, o da ciò che, possedendo, le dà gioia o che, perduto, la addolora, tanto più le sarà facile sopportare, in vista di quel piacere, ciò che le risulta meno gravoso a sopportare in confronto con ciò che ritiene più allettante a possedere. Ad ogni buon conto però, qualunque sia questo piacere, esso deriva dalla creatura, di cui conosciamo le propensioni. Quando infatti si ama una cosa creata, questa è vicina alla creatura che la ama con un contatto e rapporto in certo qual modo familiare, poiché se ne può assaporare direttamente la dolcezza.

Dio ci dona la buona volontà.
25. 22. La delizia che si ha nel possesso del Creatore, della quale dice la Scrittura: E tu li disseterai al torrente della tua delizia 53, è di tutt’altra natura. Dio infatti non è creatura, come lo siamo noi. Se quindi l’amore per lui non ci viene dato da lui stesso, non c’è altra sorgente da cui possiamo attingerlo. E pertanto la buona volontà, con cui si ama Dio, non può essere nell’uomo se Dio non opera in lui il volere e l’agire 54. Or eccola questa volontà buona: una volontà soggetta fedelmente a Dio, una volontà accesa da un santo fuoco celeste, una volontà che ama Dio e il prossimo per amore di Dio. È animata dall’amore per il quale l’apostolo Pietro poté rispondere: Signore, tu sai che io ti amo 55; è animata dal timore, di cui l’apostolo Paolo diceva: Operate la vostra salvezza con timore e trepidazione 56; è animata dalla gioia, di cui si dice: Gioiosi nella speranza, pazienti nella tribolazione 57; è animata anche dalla tristezza, che l’Apostolo dice d’aver provato, e grande, per i suoi fratelli 58. Se dunque questa volontà sopporta amarezze e disagi, è perché la carità di Dio è stata effusa nei nostri cuori 59, e questo non da altri all’infuori dello Spirito Santo che ci è stato donato 60.

Dono di Dio la carità di chi ama santamente.
26. 22. È una verità di cui nessun’anima fedele dubita: come è dono di Dio la carità di chi ama santamente, così lo è anche la pazienza di chi sopporta [i mali] con abbandono filiale. Non vuole infatti ingannarci né si inganna la Scrittura, la quale già nei libri dell’Antico Testamento attesta questa verità quando dice a Dio: Tu sei la mia pazienza 61, e ancora: Da lui viene a me la mia pazienza 62, mentre un altro profeta afferma che noi riceviamo da lui lo Spirito di fortezza. Negli scritti degli apostoli poi si legge: Per quanto riguarda Cristo, è stato fatto a voi il dono non solo di credere in lui ma anche di patire per lui 63. Sentendo che si tratta di cosa ricevuta in dono, l’anima non se ne inorgoglisca come se si trattasse di conquista propria.

La pazienza degli scismatici.
26. 23. Ora parliamo di uno che non ha quella carità di Cristo per cui si partecipa all’unità dello spirito e al vincolo della pace con cui la congregazione della Chiesa cattolica è tenuta insieme, ma si trova nello scisma. Se costui per non rinnegare Cristo sopporta con pazienza, spinto dal timore dell’inferno e delle pene eterne, le tribolazioni, le privazioni, la fame, la nudità, la persecuzione, i pericoli, le carceri, le catene, le torture, la spada, il fuoco, le belve o la stessa croce, non dovremo fargli una colpa quando soffre tutto ciò, anzi dobbiamo lodarne la pazienza. Non si potrà mai dire infatti che sarebbe stato meglio per lui se, rinnegando Cristo, avesse evitato tutti quei patimenti che ha subìto per confessarlo. Probabilmente dovremo ritenere che per lui ci sarà un giudizio meno severo che se fosse sfuggito agli stessi patimenti rinnegando Cristo. Nel quale caso le parole dell’Apostolo: Se consegnerò alle fiamme il mio corpo ma non avrò la carità non mi giova a nulla 64 debbono essere intese nel senso che ciò non mi gioverà a nulla per ottenere il regno dei cieli, non che non mi renderà più tollerabile la pena nel giudizio finale.

È dono di Dio anche la pazienza degli scismatici.
27. 24. È giusto indagare se sia dono di Dio o non si debba piuttosto attribuire alle forze della volontà umana la pazienza per la quale lo scismatico, temendo le pene eterne, sopporta dolori temporali non per l’errore che lo portò alla separazione ma per la verità del sacramento o della parola che in lui si è conservata. Occorre essere cauti. Se infatti diciamo che tale pazienza è dono di Dio, si potrebbe anche ritenere che quanti la posseggono fan parte del regno di Dio; se invece diciamo che non è dono di Dio, dovremmo necessariamente concludere che anche senza l’aiuto di Dio e senza un suo dono ci possa essere nella volontà dell’uomo qualcosa di buono. Non è infatti cosa cattiva credere che l’uomo sarà punito con il castigo eterno se rinnega Cristo e per una tal fede sopportare con animo risoluto tutti i supplizi umani.
27. 25. Pertanto non si deve negare che anche questo è dono di Dio, ma occorre precisare che di tutt’altro genere sono i doni concessi ai figli di quella Gerusalemme celeste, che è libera ed è la nostra madre.

Eredi e diseredati nel regno di Dio.
28. 25. Alcuni infatti di questi doni sono, per così dire, beni ereditari per noi che siamo eredi di Dio, coeredi di Cristo; altri invece li possono ricevere anche i figli delle concubine, ai quali vogliamo paragonare i giudei increduli, gli scismatici e gli eretici. È vero infatti che si trova scritto: Scaccia la serva e suo figlio, poiché il figlio della serva non potrà essere erede insieme con il mio figlio Isacco 65. È vero anche che ad Abramo Dio disse: Da Isacco prenderà nome la tua discendenza 66, testo che l’Apostolo interpreta dicendo: Cioè non sono figli di Dio i figli della carne, ma come discendenza son considerati i figli della promessa. Con questo egli ci fa comprendere che le parole « figli di Abramo in Isacco » si riferiscono, a motivo di Cristo, a quei figli di Dio che sono corpo e membra di Cristo, cioè che sono la Chiesa di Dio, una, vera, fraterna, cattolica, saldamente ancorata nella santa fede. Non colei che agisce per orgoglio o per timore ma colei che è mossa dall’amore 67. Nonostante questo, però, rimane vero che anche ai figli delle concubine Abramo, quando li allontanò dal suo figlio Isacco, diede dei doni affinché non restassero del tutto a mani vuote, sebbene non fossero accolti come eredi. Così infatti leggiamo: Abramo diede ogni suo avere al figlio Isacco, ma anche ai figli delle concubine fece dei doni quando li allontanò dal figlio Isacco 68. Se dunque noi siamo i figli della Gerusalemme che è la donna libera, rendiamoci conto che anche per i diseredati ci sono doni, sebbene diversi da quelli degli eredi. Eredi poi sono coloro ai quali è detto: Voi non avete ricevuto uno spirito da servi per ricadere di nuovo nel timore, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi nel quale gridiamo: Abbà, Padre 69.

L’eterna ricompensa dei fedeli pazienti.
29. 26. Gridiamo dunque [a Dio] mossi dallo Spirito di carità; e finché non arriviamo al possesso di quell’eredità dove vivremo per sempre, esercitiamo la pazienza animati da amore filiale, non da timore servile. Finché siamo poveri, gridiamo attendendo d’essere arricchiti dell’eredità celeste. Da lassù abbiamo ricevuto grandi pegni quando Cristo si è fatto povero per arricchirci, e da lui, elevato al possesso delle ricchezze eterne, è stato inviato lo Spirito Santo, che suggerisce ai nostri cuori santi desideri. Noi infatti ora siamo dei poveri, che credono e non contemplano ancora, che sperano e non posseggono ancora; che sospirano col desiderio e ancora non regnano felici; hanno fame e sete e ancora non sono sazi: di questi poveri è la pazienza che non perisce in eterno 70, non perché anche lassù seguiterà ad esserci la pazienza dove non ci saranno mali da sopportare, ma, se si dice che non perisce in eterno, è perché non resterà infruttuosa. Non andrà perduta in eterno perché eterno sarà il suo frutto. Chi infatti lavorando consegue risultati inconsistenti, deluso nella speranza per la quale lavora, dice giustamente: « Ho sprecato tutto il mio lavoro ». Il contrario è di chi giunge a conseguire quanto si riprometteva con il suo lavoro.Tutto allegro dice: « Non ho sprecato il mio lavoro ». Si dice dunque di un lavoro che non è andato perduto non perché esso dura per sempre ma perché non è stato fatto invano. Così è della pazienza dei poveri di Cristo, degli eredi di Cristo che [da lui] saranno fatti ricchi. Essa non perisce in eterno non perché anche nell’aldilà ci sarà comandato di tollerare pazientemente qualcosa, ma perché godremo della beatitudine eterna in premio di ciò che ora abbiamo sopportato con pazienza. Colui che nel tempo ha dato alla volontà di essere paziente non permetterà che abbia fine la felicità, che è eterna. Pazienza e felicità sono infatti frutto della carità, che è anch’essa un dono [divino].

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Antonio Ciseri, Martirio dei Maccabei

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Publié dans:immagini sacre |on 4 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – 2 MACCABEI 7,1-2.9-14

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BRANO BIBLICO SCELTO – 2 MACCABEI 7,1-2.9-14

In quei giorni, 1 ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re a forza di flagelli e nerbate a cibarsi di carni suine proibite.
2 Il primo di essi, facendosi interprete di tutti, disse al re: « Che cosa cerchi di indagare o sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi ». 9 E il secondo, giunto all’ultimo respiro, disse: « Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna ».
10 Dopo torturarono il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani 11 e disse dignitosamente: « Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo »; 12 così lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza del giovinetto, che non teneva in nessun conto le torture.
13 Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. 14 Ridotto in fin di vita, egli diceva: « È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita »

COMMENTO
2 Maccabei 7,1-2.9-14

Martirio e risurrezione
Il secondo libro dei Maccabei si presenta come il riassunto dell’opera in cinque libri di Giasone di Cirene, andata persa. In esso viene preso in considerazione il periodo che va dal 180 al 160 a.C., cioè dal tempo del sommo sacerdote Onia III fino alla morte di Nicanore, generale di Demetrio I re di Siria. In pratica vengono narrate, sotto un’altra angolatura, solo le gesta di Giuda Maccabeo, già raccontate da 1Mac 1-9. L’autore mette in evidenza i compromessi della classe dirigente giudaica e la costanza dei martiri che si oppongono all’imposizione dei governanti con coraggio e costanza, nella speranza di ottenere un giorno da Dio la resurrezione dei loro corpi.
All’inizio sono narrati alcuni episodi riguardanti i rapporti con la Siria e l’introduzione degli usi greci da parte di Antioco IV Epifane (2Mac 3,1-6,17). Sono poi presentati due episodi di fedeltà alla fede: il primo narra del vecchio Eleazaro, uno scriba novantenne, che accetta di morire soffrendo atroci dolori pur di non mangiare carni suine (2Mac 6,18-31); il secondo è la storia di sette fratelli che hanno preferito morire piuttosto che tradire la loro fede (2Mac 7). Il brano liturgico riporta una parte di questo capitolo. Esso comincia prospettando il caso di questi giovinetti che sono portati con la mamma davanti al re in persona, il quale vuole costringerli a mangiare carne di maiale. A nome di tutti uno di loro dice: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri» (vv. 1-2).
Nel brano successivo (vv. 3-8), omesso dalla liturgia, si racconta che il re comanda subito di tagliare la lingua a quello che si era fatto loro portavoce, di scorticarlo e tagliargli le estremità, sotto gli occhi degli altri fratelli e della madre e poi di accostarlo al fuoco e di arrostirlo. Nel frattempo gli altri si esortavano a vicenda e con la loro madre a morire da forti.
Viene poi la volta del secondo il quale subisce gli stessi tormenti del primo. Interrogato se è disposto a mangiare la carne suina, dice al re: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna» (v. 9). Viene poi portato al re il terzo che, alla sua richiesta, mette fuori la lingua e stende con coraggio le mani dicendo: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo» (vv. 10-11). Lo stesso re e i suoi dignitari rimangono colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture (v. 12). Anche il quarto, straziato con gli stessi tormenti, in punto di morte dice: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita» (v. 14).

Linee interpretative
Il martirio dei sette fratelli viene presentato come l’unico mezzo che consente di essere fedeli a Dio, rifiutando le lusinghe del re che si dichiara disposto a dare i più grandi privilegi a chi accetta di rinnegare la sua fede anche solo mediante il semplice gesto di mangiare carne proibita. Il fatto che vi siano persone capaci di resistere fino in fondo alle richieste del re è visto come l’unico mezzo per preservare il popolo dalla rovina. Alla fine la violenta persecuzione lascia il posto alla rivincita, che ha luogo non tanto per la prodezza dei combattenti quanto piuttosto per l’eroismo dei martiri.
È precisamente nell’ambito della persecuzione che si comincia a pensare che i giusti, i quali hanno dato la vita per la loro fede, alla fine dei tempi, quando il popolo entrerà nella pienezza della comunione con Dio, usciranno dal regno dei morti e torneranno in vita per partecipare alla felicità dei loro fratelli. Non si tratta dunque di un ritorno alla vita di questo mondo, ma dell’ingresso nel regno di Dio in vista del quale i martiri hanno saputo donare la propria vita. Il fatto di riavere le proprie membra è quindi un’espressione simbolica per indicare la nuova vita che comporta l’attuazione di quei valori che i martiri hanno identificato con le leggi del loro popolo.

 

6 NOVEMBRE 2016 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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6 NOVEMBRE 2016 | 32A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare
A pochi giorni dalla festa dei Santi e dalla commemorazione dei fedeli defunti, e avvicinandoci al termine dell’anno liturgico, siamo ancora invitati a riflettere sull’aldilà. « Dio non è dei morti, ma dei viventi: perché tutti vivono per lui », dice Gesù, rispondendo ai sadducei, che non credono alla risurrezione dei morti.

La parola di Dio
2 Maccabei 7,1-2.9-14. Durante l’eroica resistenza degli ebrei contro la feroce persecuzione di Antioco IV, avviene la coraggiosa vicenda del martirio dei sette fratelli « Maccabei » e della loro straordinaria madre, che li invita a non tradire la fede, neanche di fronte alla morte.
2 Tessalonicesi 2,16 3,5. Continua la lettera agli abitanti di Tessalonica. Paolo ricorda loro l’amore di Dio e la speranza che li conforta e li conferma nel bene. E li invita a pregare per lui, che ha il compito diffondere la parola del Signore.
Luca 20,27-38. I sadducei pongono a Gesù un loro ragionamento paradossale, per dimostrargli l’assurdità della risurrezione dei morti, così come sostengono i farisei. Come sempre Gesù non si sofferma al grossolano esempio che gli viene proposto, ma parla dell’aldilà come di una situazione del tutto nuova e non come a un semplice prolungamento della nostra attuale situazione di vita.

Riflettere
L’anno liturgico sta per finire. Non ci deve stupire quindi che in queste ultime domeniche ritornino i temi legati alle realtà ultime. Oggi siamo invitati in modo particolare a riflettere e a confermare la nostra fede nella risurrezione dei morti.
È sotto il nostro sguardo la parola di Dio. La prima lettura, ripresa dal 2° libro dei Maccabei, ci riporta alcuni passaggi del racconto del martirio di « sette fratelli ».
È un racconto stupendo, che ha influenzato in seguito molti dei primitivi atti dei martiri cristiani. Si tratta del periodo della più feroce persecuzione di Antioco IV Epifane contro gli ebrei.
Dopo aver raccontato il martirio del vecchio Eleazaro, che, fedele a se stesso e alla sua lunga vita, preferisce la morte piuttosto che tradire la legge, viene proposto questo brano dei sette fratelli Maccabei e della loro madre. La forza di questa donna e dei suoi giovani figli non è ingenuità o incoscienza. È la convinzione sicura che Dio darà al loro corpo maltrattato dai carnefici la risurrezione definitiva. E la fede di questi fratelli e della loro madre è la fede più certa e matura su questa verità, di tutto l’antico testamento.
Ci sorprendono le stupende parole piene di fede di questi ragazzi. Il secondo dice: « Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti, ci risusciterà a vita nuova ed eterna ».
Con parole simili e anche più forti, muoiono gli altri. Ma sono commoventi e piene di fede le parole della madre, che dice: « Io non so come siete apparsi nel mio seno: non vi ho dato io lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il creatore del mondo per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita… ».
Facciamo qui subito un’applicazione alla nostra fede, mettendola a confronto con quella di questi coraggiosi. Essi non vogliono mangiare carne suina per rispettare la legge. Noi oggi, un po’ tutti, anche i religiosi e i preti, siamo più liberi, più evoluti, meno legati. Riconosciamo però alcuni punti fermi? Ben individuabili? Qualcosa per la quale siamo disposti a giocare la nostra vita, a essere fedeli, se è necessario, fino alla morte?
Ed ecco il vangelo. Alcuni sadducei si rivolgono a Gesù. La loro forse non è una vera domanda, ma una provocazione. Essi seguono l’antica dottrina di Israele e non credono nella risurrezione. In questo si opponevano direttamente ai farisei. Ma un po’ tutti al tempo di Gesù avevano le idee poco chiare su ciò che sarebbe capitato all’uomo dopo la morte. Anche i farisei, che sostenevano la sopravvivenza, la attribuivano normal-mente solo ad alcuni e in genere ne avevano una concezione piuttosto materiale.
I sadducei presentano a Gesù un caso paradossale, pieno di ironia. Gesù non accetta di discutere su quel loro piano pretestuoso. Tra l’altro pochi versetti prima si afferma che i maestri della legge avevano mandato da Gesù alcuni spioni per coglierlo in fallo. Anche la questione dei sadducei poteva avere questo scopo.
Per noi comunque è difficile comprendere la legge del « levirato », secondo la quale se un uomo moriva e non lasciava figli, uno dei fratelli doveva unirsi alla vedova per dargli una discendenza. Ma se ci pensiamo, questa è anche la conseguenza dei dubbi sul dopo morte: se non si è certi dell’aldilà, l’unico modo per continuare a vivere è avere una discendenza che prolunghi in qualche modo la nostra esistenza.
Gesù questa volta, di fronte a un caso paradossale, non se la cava con una risposta ad effetto, come in altre circostanze, ma risponde e lo fa con grande chiarezza, anche se con poche battute.
La risposta di Gesù si articola in due parti. Intanto non accetta l’immagine dell’aldilà presentata dai sadducei. Voi, dice Gesù, siete grossolani e materiali nel guardare alla risurrezione. « Quelli che sono giudicati degni della via futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie, né marito… poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio ». Gesù di fatto non dà particolari e non ci dice come vivrà l’uomo nell’aldilà. La risurrezione ci sarà, dice, ma condurrà a un modo di vivere profondamente nuovo.
L’aldilà non spezzerà i legami terreni (le madri e le spose saranno tali anche nell’aldilà), ma in modo imprevedibilmente nuovo. Paolo fa il paragone del seme e della spiga. Il nostro corpo è seminato in terra e nell’aldilà nasce la bella spiga, la vita nuova, che era già tutta contenuta, anche se in modo diverso, nel seme (cf 1Cor 15,35-38).
La seconda parte della risposta è anche più netta. Gesù scavalca le discussioni e si riferisce direttamente a Dio. Dà una visione della sopravvivenza veramente originale, rifacendosi all’amore di Dio per l’uomo, alla fedeltà di Dio. Afferma: poiché Dio ama l’uomo, non può lasciarlo in balia della morte. La certezza quindi della risurrezione si fonda sul Dio della vita: « Dio non è dei morti, ma dei viventi… ».
Ma la forza dell’argomentazione di Gesù si fonda anche sulla dignità dell’uomo. Tra Dio e l’uomo che vive nella giustizia si realizza un patto. Dio è presente nell’uomo e opera in lui. L’aldilà non è quindi tanto un premio « meritato » dall’uomo, quanto la continuità di un patto esistenziale realizzato con il Dio della vita.
Allora è bene guardare con occhi nuovi anche la realtà della morte e la pienezza di vita che ci attende.
I sadducei in un certo senso pongono una domanda che vale per l’uomo di ogni tempo. Molti anche oggi la pensano allo stesso modo, e vivono come se l’aldilà non li riguardasse o lo fanno con un senso di fastidio. Eppure la nostra vita è un continuo morire ogni giorno e un nascere ogni giorno all’eternità. E più che temere la morte, dobbiamo imparare a vivere bene. Ce lo dice anche san Cirillo con queste parole semplici: « La speranza della risurrezione è la radice di ogni buona azione: l’attesa del premio irrobustisce l’anima. Ogni operaio è pronto a sopportare la fatica se ne prevede la ricompensa. Ogni anima che crede nella risurrezione ha cura di se stessa. Quella invece che non crede nella risurrezione si abbandona alla rovina. Chi crede che il corpo rimane per la risurrezione ha cura di questa veste dell’anima e non la sporca…. ».
Sarà da ricercare qui il perché tanta gente del nostro tempo, in particolare i giovani, consumano la loro esistenza nell’abbandono insensato delle proprie energie e nella trascuratezza spirituale. Essi non conoscono lo splendido destino che attende l’uomo. San Giovanni Bosco diceva loro: « In ogni nostro lavoro, pena o dispiacere, non dimentichiamo mai che Dio tiene minutissimo conto di ogni più piccola cosa fatta nel suo santo nome e che a suo tempo ci compenserà con abbondante misura ».

Attualizzare
Quanti oggi credono nell’aldilà? Quanti pensano con fede sicura che esiste una vita futura in Dio per ciascuno di noi? Su internet una ragazza domanda a chi frequenta il suo sito: « Credete nel paradiso? Che un giorno ci sarà un’altra vita dopo questa? ». Arrivano le risposte, tutto sommato abbastanza incerte:
- « Non so a che credere. Mi piacerebbe che esistesse, ma se poi ci sbagliamo, magari invece del paradiso ci incarniamo in un animale o in qualcos’altro… E se invece non ci fosse nulla? Sarebbe però bello rincontrare tutti i parenti e gli amici defunti, ma… ».
- « Io ci credo… forse mi prenderai per stupida, ma io credo che una volta morti si possano incontrare in paradiso tutte le persone a cui si voleva bene… io credo a questo!! ».
- « Sì, io ci credo… credo in Dio… Credo nel paradiso… Ho fede! ».
- « Sì, io ci credo ciecamente… e credo anche che dopo la vita ci sia un mondo parallelo o qualcosa del genere! ».
Stando a ciò che afferma chi studia il fenomeno delle sette, una persona su quattro crederebbe più alla reincarnazione che alla risurrezione.
Se i testimoni di Geova e alcune sette sono sempre lì pronte a stabilire delle date sulla fine del mondo e altri visionari, anche cattolici, sanno descrivere con precisione come sono il paradiso, l’inferno e il purgatorio, Gesù non scende a particolari e non ci dice nulla su come l’uomo vivrà nell’aldilà.
Ciò che a noi preme è anche sapere se ritroveremo i nostri cari: il marito, la moglie, i figli, coloro che amiamo. Li rivedremo? Certamente sì, anche se con modalità diverse che ci sfuggono. Ciascuno di noi infatti sarà sempre se stesso, anche nell’aldilà. E noi siamo quel che siamo e come siamo grazie ai rapporti avuti con gli altri, all’amore condiviso e donato. Tutto questo non può andare perso. Gesù vive oggi con i segni della sua passione e continua a essere il figlio di Maria e di Giuseppe, oltre che la terza persona della Trinità.
Gesù ci assicura che la risurrezione sarà un prolungamento sostanziale della vita presente, non in senso fisico materiale, ma nel senso che la vita e le scelte di oggi e la ricchezza personale di ognuno diventano premessa e anticipazione di « ciò che Dio ha riservato a coloro che lo amano », come dice Paolo (1Cor 2,9-10.12).
Quanto al futuro ultimo, « È certo che i morti risorgono », dice Gesù: « lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui » (Lc 20,37-38).
Dice lo scrittore Léon Bloy, parlando dell’aldilà: « Mi toglierò tante curiosità »; e il cardinal Biffi: « Ho giocato tutto per Gesù e non conosco nemmeno il colore dei suoi occhi ». Santa Teresa esclamava, alla vigilia della sua morte, riferendosi a Gesù: « Finalmente ci vediamo! ».
Sull’aldilà non mancano interrogativi. Lo spiraglio di luce non verrà però dallo scetticismo dei sadducei, che negano la sopravvivenza, ma dalla fede nel Dio vivente. È questa fiducia radicale nel Dio che può agire in noi che farà di noi dei testimoni gioiosi della vita futura e ci darà il coraggio delle scelte difficili.

All’improvviso rivive
« Inutilmente, o fratelli, ha abbracciato la fede, e inutilmente è vissuto, chi pensa di essere nato solo per morire. O uomo, che cosa sorge per te, che non tramonti? E che cosa tramonta per te, che non risorga? Il sole ogni giorno nasce, ogni giorno muore: poi risorge alla mattina. Le stagioni, quando passano muoiono; quando ritornano, rivivono. Perciò, o uomo, credi almeno ai tuoi occhi, non opporti alle cose che ti predicano incessantemente la tua risurrezione. Prendi un chicco secco di frumento, scava la terra, seppelliscilo. All’improvviso rivive, diventa germe, cresce e matura, risorge in tutta la bellezza e la forma che tu piangevi morta » (san Pietro Crisologo).

Don Umberto DE VANNA sdb

A boxer fastens his gloves before a contest

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http://www.bbc.co.uk/schools/primaryhistory/ancient_greeks/the_olympic_games/

Publié dans:immagini |on 3 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

« SIETE GLI ATLETI DI CRISTO! ». DISCORSO DEL PAPA FRANCESCO ALLA VEGLIA DI SABATO

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« SIETE GLI ATLETI DI CRISTO! ». DISCORSO DEL PAPA FRANCESCO ALLA VEGLIA DI SABATO

« Cari giovani, il Signore oggi vi chiama! Non al mucchio! A te, a te, a te, a ciascuno, Ascoltate nel suore quello che vi dice! »

Carissimi giovani,
Guardando voi oggi qui presenti, mi viene in mente la storia di san Francesco d’Assisi. Davanti al Crocifisso sente la voce di Gesù che gli dice: “Francesco, va’ e ripara la mia casa”. E il giovane Francesco risponde con prontezza e generosità a questa chiamata del Signore: riparare la sua casa. Ma quale casa? Piano piano, si rende conto che non si trattava di fare il muratore e riparare un edificio fatto di pietre, ma di dare il suo contributo per la vita della Chiesa; si trattava di mettersi a servizio della Chiesa, amandola e lavorando perché in essa si riflettesse sempre più il Volto di Cristo.
Anche oggi il Signore continua ad avere bisogno di voi giovani per la sua Chiesa. Cari giovani, il Signore ha bisogno di voi! Anche oggi chiama ciascuno di voi a seguirlo nella sua Chiesa e ad essere missionari. Cari giovani, il Signore oggi vi chiama! Non al mucchio! A te, a te, a te, a ciascuno, Ascoltate nel suore quello che vi dice. Penso che possiamo imparare qualcosa da ciò che è successo in questi giorni, di come abbiamo dovuto cancellare, per il mal tempo, la realizzazione di questa Vigilia nel “Campus Fidei”, a Guaratiba. Forse, non è che il Signore voglia dirci che il vero campo della fede, il vero “Campus Fidei”, non è un luogo geografico, bensì siamo noi stessi? Sì! E’ vero! Ciascuno di noi, ciascuno di voi, io, tutti! Ed essere discepolo missionario significa sapere che siamo il Campo della Fede di Dio! Per questo, partendo dall’immagine del Campo della Fede, ho pensato a tre immagini che ci possono aiutare a capire meglio che cosa significa essere discepolo-missionario: la prima immagine, il campo come luogo in cui si semina; la seconda, il campo come luogo di allenamento; e la terza, il campo come cantiere.
1. Primo: Il campo come luogo in cui si semina. Conosciamo tutti la parabola di Gesù che narra di un seminatore andato a gettare i semi nel campo; alcuni di essi cadono sulla strada, in mezzo ai sassi, tra le spine e non riescono a svilupparsi; ma altri cadono su terra buona e producono molto frutto (cfr Mt 13,1-9). Gesù stesso spiega il significato della parabola: il seme è la Parola di Dio che è gettata nei nostri cuori (cfr Mt 13,18-23). Oggi… tutti i giorni, ma oggi in modo speciale, Gesù semina. Quando accettiamo la Parola di Dio, allora siamo il Campo della Fede! Per favore, lasciate che Cristo e la sua Parola entrino nella vostra vita, lasciate entrare la semente della Parola di Dio, lasciate che germogli, lasciate che cresca. Dio fa tutto, ma voi lasciatelo agire, lasciate che Lui lavori in questa crescita!
Gesù ci dice che i semi caduti ai bordi della strada o tra i sassi e in mezzo alle spine non hanno portato frutto. Credo che, con onestà, possiamo farci la domanda: Che tipo di terreno siamo, che tipo di terreno vogliamo essere? Forse a volte siamo come la strada: ascoltiamo il Signore, ma non cambia nulla nella nostra vita, perché ci lasciamo intontire da tanti richiami superficiali che ascoltiamo, Io vi domando, ma non rispondete adesso, ognuno risponda nel suo cuore: Sono un giovane, una giovane, intontito? O siamo come il terreno sassoso: accogliamo con entusiasmo Gesù, ma siamo incostanti davanti alle difficoltà non abbiamo il coraggio di andare controcorrente. Ognuno di noi risponda nel suo cuore: Ho coraggio o sono un codardo? O siamo come il terreno con le spine: le cose, le passioni negative soffocano in noi le parole del Signore (cfr Mt 13,18-22). Ho l’abitudine nel mio cuore di giocare in due ruoli: fare bella figura con Dio e fare bella figura con il Diavolo? Voler ricevere la semente di Gesù e allo stesso tempo annaffiare le spine e le erbacce che nascono nel mio cuore? Oggi, però, io sono certo che la semente può cadere in terra buona. Ascoltiamo questi testimoni, come la semente è caduta in terra buona. “No, Padre, io non sono terra buona, sono una calamità, sono pieno di sassi, di spine, di tutto”. Sì, può darsi che questo sia nella superficie, ma libera un pezzetto, un piccolo pezzo di terra buona, e lascia che cada lì e vedrai come germoglierà. Io so che voi volete essere terreno buono, cristiani veramente, non cristiani part-time; non cristiani “inamidati”, con la puzza al naso, così da sembrare cristiani e, sotto sotto, non fare nulla; non cristiani di facciata, questi cristiani che sono “puro aspetto”, ma cristiani autentici. So che voi non volete vivere nell’illusione di una libertà inconsistente che si lascia trascinare dalle mode e dalle convenienze del momento. So che voi puntate in alto, a scelte definitive che diano senso pieno. E così o mi sbaglio? E’ cosi? Bene, se è così facciamo una cosa: tutti in silenzio, guardiamo al cuore e ognuno dica a Gesù che vuole ricevere la semente. Dite a Gesù: guarda, Gesù, le pietre che ci sono, guarda le spine, guarda le erbacce, ma guarda questo piccolo pezzo di terra che ti offro perché entri la semente. In silenzio, lasciamo entrare la semente di Gesù. Ricordatevi di questo momento, ognuno sa il nome della semente che è entrata. Lasciatela crescere, e Dio ne avrà cura.
2. Il campo. Il campo oltre ad essere un luogo di semina è luogo di allenamento. Gesù ci chiede di seguirlo per tutta la vita, ci chiede di essere suoi discepoli, di “giocare nella sua squadra”. La maggior parte di voi ami lo sport. E qui in Brasile, come in altri Paesi, il calcio è passione nazionale. Si o no? Ebbene, che cosa fa un giocatore quando è convocato a far parte di una squadra? Deve allenarsi, e allenarsi molto! Così è la nostra vita di discepoli del Signore. San Paolo descrivendo i cristiani ci dice: «Ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce; noi invece una che dura per sempre» (1 Cor 9,25). Gesù ci offre qualcosa di superiore della Coppa del Mondo! Qualcosa di superiore della Coppa del Mondo! Gesù ci offre la possibilità di una vita feconda, di una vita felice e ci offre anche un futuro con Lui che non avrà fine, nella vita eterna. E’ quello che ci offre Gesù. Ma ci chiede che paghiamo l’entrata, e l’entrata è che noi ci alleniamo per “essere in forma”, per affrontare senza paura tutte le situazioni della vita, testimoniando la nostra fede. Attraverso il dialogo con Lui: la preghiera. Padre, adesso ci fa pregare tutti? No? Ti domando… ma rispondete nel vostro cuore, non a voce alta, ma nel silenzio: Io prego? Ognuno risponda. Io parlo con Gesù oppure ho paura del silenzio? Lascio che lo Spirito Santo parli nel mio cuore? Io chiedo a Gesù: che cosa vuoi che faccia, che cosa vuoi della mia vita? Questo è allenarsi. Domandate a Gesù, parlate con Gesù. E se commettete un errore nella vita, se fate uno scivolone, se fate qualcosa che è male, non abbiate paura. Gesù, guarda quello che ho fatto! Che cosa devo fare adesso? Però parlate sempre con Gesù, nel bene e nel male, quando fate una cosa buona e quando fate una cosa cattiva. Non abbiate paura di Lui! Questa è la preghiera. E con questo vi allenate nel dialogo con Gesù, in questo discepolato missionario! Attraverso i Sacramenti, che fanno crescere in noi la sua presenza. Attraverso l’amore fraterno, il saper ascoltare, il comprendere, il perdonare, l’accogliere, l’aiutare gli altri, ogni persona, senza escludere, senza emarginare. Cari giovani, siate veri “atleti di Cristo”!
3. E terzo: il campo come cantiere. Qui stiamo vedendo come si è potuto costruire questo proprio qui: hanno iniziato a muoversi i ragazzi, le ragazze, si sono dati da fare e hanno costruito la Chiesa. Quando il nostro cuore è una terra buona che accoglie la Parola di Dio, quando “si suda la maglietta” [si sudano sette camicie NDR] cercando di vivere da cristiani, noi sperimentiamo qualcosa di grande: non siamo mai soli, siamo parte di una famiglia di fratelli che percorrono lo stesso cammino: siamo parte della Chiesa. Questi ragazzi, queste ragazze non erano soli, ma insieme hanno fatto un cammino e hanno costruito la Chiesa, insieme hanno realizzato quello che ha fatto san Francesco; costruire, riparare la Chiesa. Ti domando: volete costruire la Chiesa? [Sì….] Vi animate a farlo? [Sì…] E domani avrete dimenticato di questo “sì” che avete detto? [No…] Così mi piace! Siamo parte della Chiesa, anzi, diventiamo costruttori della Chiesa e protagonisti della storia. Ragazzi e ragazze, per favore: non mettetevi nella “coda” della storia. Siate protagonisti. Giocate in attacco! Calciate in avanti, costruite un mondo migliore, un mondo di fratelli, un mondo di giustizia, di amore, di pace, di fraternità, di solidarietà. Giocate in attacco sempre! San Pietro ci dice che siamo pietre vive che formano un edificio spirituale (cfr 1 Pt 2,5). E guardiamo questo palco, si vede che esso ha forma di una chiesa costruita con pietre vive. Nella Chiesa di Gesù siamo noi le pietre vive, e Gesù ci chiede di costruire la sua Chiesa; ciascuno di noi è una pietra viva, è un pezzetto della costruzione, e, quando viene la pioggia, se manca questo pezzetto, si hanno infiltrazioni, ed entra l’acqua nella casa. E non costruire una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone. Gesù ci chiede che la sua Chiesa vivente sia così grande da poter accogliere l’intera umanità, sia la casa per tutti! Dice a me, a te, a ciascuno: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”. Questa sera rispondiamogli: Sì, Signore, anch’io voglio essere una pietra viva; insieme vogliamo edificare la Chiesa di Gesù! Voglio andare ed essere costruttore della Chiesa di Cristo! Vi animate a ripeterlo? Voglio andare ed essere costruttore della Chiesa di Cristo, vediamo adesso… [i giovani lo ripetono] Poi dovete ricordare che l’avete detto insieme.
Il tuo cuore, cuore giovane, vuole costruire un mondo migliore. Seguo le notizie del mondo e vedo che tanti giovani in tante parti del mondo sono usciti per le strade per esprimere il desiderio di una civiltà più giusta e fraterna. I giovani nelle strade. Sono giovani che vogliono essere protagonisti del cambiamento. Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Voi… Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, per favore, non “guardate dal balcone” la vita, mettetevi in essa, Gesù non è rimasto nel balcone, si è immerso, non “guardate dal balcone” la vita, immergetevi in essa come ha fatto Gesù.
Resta però una domanda: da dove cominciamo? A chi chiediamo di iniziare questo? Da dove cominciamo? Una volta hanno chiesto a Madre Teresa di Calcutta che cosa doveva cambiare nella Chiesa, se vogliamo cominciare, da quale parete? Da dove – hanno chiesto a Madre Teresa – bisogna iniziare? Da te e da me! rispose lei. Aveva grinta questa donna! Sapeva da dove iniziare. Anche io oggi le rubo la parola a Madre Teresa e ti dico: iniziamo? Da dove? Da te e da me! Ognuno, ancora una volta in silenzio, si chieda: se devo iniziare da me, da dove inizio? Ciascuno apra il suo cuore perché Gesù gli dica da dove iniziare.
Cari amici, non dimenticate: siete il campo della fede! Siete gli atleti di Cristo! Siete i costruttori di una Chiesa più bella e di un mondo migliore. Alziamo lo sguardo verso la Madonna. Essa aiuta a seguire Gesù, ci dà l’esempio con il suo “sì” a Dio: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Lo diciamo anche noi, insieme con Maria, a Dio: avvenga per me secondo la tua parola. Così sia!

Publié dans:ATLETI DI CRISTO, PAPA FRANCESCO |on 3 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

Papa Francesco in preghiera nella cattedrale di Lund, in Svezia, 31 ottobre 2016

Papa Francesco in preghiera nella cattedrale di Lund, in Svezia, 31 ottobre 2016 dans immagini sacre papa-svezia0012-1000x600

http://www.panorama.it/news/cronaca/papa-francesco-in-svezia-una-mano-tesa-alla-chiesa-luterana-foto-2/#gallery-0=slide-14

Publié dans:immagini sacre |on 2 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

SE MI AMI NON PIANGERE – SANT’AGOSTINO (preghiera)

http://www.papaboys.org/notizia-che-non-troverete-sui-giornaloni-gesu-ha-sconfitto-la-morte-per-sempre/

SE MI AMI NON PIANGERE – SANT’AGOSTINO (preghiera)

Non piangere per la mia dipartita.
Ascolta questo messaggio.
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo
dove ora vivo;
se tu potessi vedere e sentire
ciò che io vedo e sento in questi orizzonti senza fine,
e in quella luce che tutto investe e penetra,
non piangeresti.
Sono ormai assorbito dall’incanto di Dio,
dalla sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo
sono così piccole e meschine al confronto.
Mi è rimasto l’affetto per te, una tenerezza
che non hai mai conosciuto.
Ci siamo visti e amati nel tempo:
ma tutto era allora fugace e limitato.
Ora vivo nella serena speranza
e nella gioiosa attesa del tuo arrivo tra noi.
Tu pensami così.
Nelle tue battaglia, orièntati a questa meravigliosa casa
dove non esiste la morte e dove ci disseteremo insieme,
nell’anelito più puro e più intenso,
alla fonte inestinguibile della gioia e dell’amore.
Non piangere, se veramente mi ami.

 

Publié dans:preghiere, Sant'Agostino |on 2 novembre, 2016 |Pas de commentaires »
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