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Cattedrale di Anagni, Abside: l’Agnello, attorniato dai quattro esseri viventi e dai ventiquattro vegliardi

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Publié dans:immagini sacre |on 22 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

APOCALISSE, L’ULTIMA PAROLA DELLA BIBBIA: LA SCONFITTA DEL MALE.

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APOCALISSE, L’ULTIMA PAROLA DELLA BIBBIA: LA SCONFITTA DEL MALE.

(metto i primi tre capitoli, per gli altri sul sito)

Concordanze fra il testo biblico e gli affreschi della cripta della cattedrale di Anagni (sul sito)

di d.Andrea Lonardo

Vogliamo con queste poche righe fornire alcune chiavi di lettura ormai saldamente stabilite negli studi sull’Apocalisse di S.Giovanni. Lo faremo anche commentando la trasposizione pittorica che dell’Apocalisse ha dato l’autore degli affreschi medioevali della cripta della cattedrale di Anagni [1] . Riteniamo che queste chiavi di lettura siano tali da permettere poi una successiva analisi personale anche degli aspetti del testo che, per la sua complessità, lasciano divisi i diversi studiosi del Nuovo Testamento. Ringraziamo Paolo Galosi per averci permesso di utilizzare le foto da lui scattate per il servizio pubblicato sul numero 3/2002 di 30Giorni a corredo dell’articolo di don Lorenzo Cappelletti, Ecce crucem Domini: fugite partes adversae.

Indice
L’Apocalisse, un libro cristiano
Cristo è l’unico che comprende la storia e la può, perciò, “svelare”
I cieli e la terra in festa per la vittoria dell’Agnello
L’apertura dei primi 4 sigilli. Cristo ed il male si affrontano
L’apertura del quinto sigillo
L’apertura del sesto sigillo
La Gerusalemme celeste: chi sono i 144.000?
Le 7 Chiese
Il numero 666. Il male non viene spiegato, ma, dispiegandosi, viene sconfitto
Il senso del tempo che continua a scorrere
Conclusione sul simbolismo dell’Apocalisse
L’Apocalisse, un libro cristiano

Come l’Anticristo non può essere inteso in un contesto non cristiano – eppure pochi rammentano che il termine Anticristo è stato coniato dall’evangelista Giovanni nelle sue lettere e che con esso vuole designare il male in quanto rifiuto e contraddizione del fatto che il Figlio di Dio abbia preso carne nel mondo in Gesù, il Cristo appunto [2] – così l’Apocalisse (testo nel quale, peraltro, mai compare, invece, il termine Anticristo) di Giovanni altro significato non ha, essenzialmente, che l’annuncio della definitiva vittoria del Cristo sul male nel mondo.
Questa semplice affermazione è già decisiva per addentrarci nella lettura dell’ultimo libro della Bibbia: l’Apocalisse è un testo cristiano, redatto perché l’uomo si rivolga al Cristo.
E’ libro che tende ad incoraggiare, non a spaventare l’uomo. Vuole confermare i cristiani perché non si scoraggino soprattutto dinanzi all’avversità di chi li combatte. Ogni lettura dell’Apocalisse che affermi il contrario o che, anche, semplicemente, trascuri queste affermazioni è, chiaramente, come vedremo, una lettura ideologica e non fondata sul testo stesso.
Cristo è l’unico che comprende la storia e la può, perciò, “svelare”
Ben a ragione gli affreschi della cripta di Anagni pongono al centro del nostro sguardo un brano dell’Apocalisse che è decisivo per l’interpretazione complessiva di tutto il libro. E’ il brano di Ap 5, 1-14:
« Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli». Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. Cantavano un canto nuovo:
«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione
e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti
e regneranno sopra la terra».
Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce:
«L’Agnello che fu immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».
Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:
«A Colui che siede sul trono e all’Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».
E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione ».

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La cripta di Anagni evidenzia questo testo ponendo la sua raffigurazione nell’abside, là dove si fissa lo sguardo di chi si reca per celebrare la santa eucarestia; l’autore stesso dell’Apocalisse evidenzia questa pericope ponendola all’inizio della sezione dei sette sigilli che saranno via via aperti, all’inizio cioè di tutta la lotta tra il Cristo ed il male.
Ap 5, 1-14 non solo è posto letterariamente prima del dispiegarsi della lotta che si consumerà fino alla battaglia finale che segnerà la definitiva sconfitta del male ad opera di Cristo, ma vuole fornire al lettore, fin dall’inizio, le connotazioni decisive di ciò che sarà descritto successivamente.
Procediamo con ordine. Al centro del testo e dell’affresco sta l’Agnello. L’Agnello ha in mano un libro. Il libro è, appunto, il libro del dispiegarsi della storia. Esso è sigillato con sette sigilli. « Nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di leggerlo » (Ap 5, 3). E’ la chiara affermazione che nessuna creatura capisce, da sola, il senso della storia. Nessuno sa dire il perché del nascere, del morire, dell’amare, del soffrire. Nessuno lo sa, senza la presenza della grazia di Dio. L’uomo e la sua storia sono un enigma, un mistero che attende una chiave di interpretazione che divenga poi anche orientamento per scegliere il bene, ciò che vale, una volta conosciuta la verità. Giovanni « piangeva molto perché non si trovava nessuno in grado di leggere il libro » (Ap 5, 4), finché uno dei vegliardi disse: « Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli ». E’ proprio la frase che il pittore di Anagni sceglie per trascriverla sul libro dell’Agnello: « Ecce vicit leo de tribu Iuda radix David aperire librum ».
Il pianto dell’evangelista è il pianto dell’intera umanità che non comprende fino in fondo il senso ed il mistero della vita umana, il dramma dell’umanità che vuole comprendere la storia e la vita, ma ne è impossibilitata.
Ma ecco lo sciogliersi del dramma, appunto. Uno è capace di farlo! E’ l’Agnello che è anche il Leone di Giuda e il Germoglio di Davide. E’ Cristo stesso che è, da un lato, compimento della profezia dell’Antico Testamento. E’, infatti, Figlio di Davide, il discendente del re Davide, che i profeti avevano annunziato come Messia, come Cristo. Il canto dell’Osanna al Figlio di Davide che accoglie Gesù nell’ingresso nella città santa è il corrispettivo della sua appartenenza alla tribù di Davide e della sua nascita a Betlemme, la città, appunto, del « santo re ». E, insieme Gesù è anche il « leone della tribù di Giuda » che, come la benedizione del patriarca Giacobbe aveva annunziato, avrebbe avuto lo scettro eterno del potere di Dio sul mondo. “Un giovane leone è Giuda… Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né il bastone del comando dai suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli” (Gen 49, 9-10).
L’Agnello, dice il nostro testo, è « ritto e… come immolato » (Ap 5, 6). Gli affreschi di Anagni lo rappresentano come immolato, come vedremo subito, nella parete sinistra dell’abside, sgozzato e sull’altare – segni della crocifissione!
Nell’abside, invece, esso è « ritto ». E’ il Cristo risorto che è di nuovo in piedi dopo essere stato adagiato, disteso nel letto della morte. E’ la sua « vittoria », la vittoria sulla morte, sul peccato, sul male della storia, che lo rende capace di interpretare la storia. Proprio nella sconfitta del male, attraverso la sua venuta, la morte e la resurrezione – e nella conseguente nascita della Chiesa – sta tutto il segreto della storia. E’ « l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo » (Gv 1, 29).
Così p.Ugo Vanni, gesuita, massimo studioso vivente dell’Apocalisse, commenta i simboli particolari relativi all’Agnello nel nostro brano [3] :
Un Agnello: l’autore prendendo lo spunto dall’Agnello pasquale dell’Esodo (Es 12-13), come pure dal Servitore di Jahweh del Deuteroisaia (Is 53,7), ci presenta in quattro quadri successivi Cristo che ha dato la vita in sacrificio per la moltitudine (Agnello come sgozzato), che è risorto (ritto in piedi), che ha totalità dell’energia messianica (sette corna) e la pienezza dello Spirito in azione (sette occhi).
L’Agnello è detto, nel presente, in grado (degno) (5,9) di appropriarsi il libro perché, in passato, Egli è stato immolato, mettendo così le premesse e i fondamenti di una salvezza completa la quale, in futuro, si realizzerà col regno di Dio, dell’Agnello e dei salvati nella terra rinnovata.
“Hai riscattato per Dio con il tuo sangue” (5,9) l’opera salvifica di Cristo viene espressa mediante la metafora di una compera: dando la sua vita Cristo ha fatto sì che gli uomini fossero tolti dalla loro situazione di alienazione nei riguardi di Dio e divenissero sua appartenenza. Un aspetto di questa appartenenza a Dio è dato dal fatto che il nuovo popolo è introdotto nell’ambito della sacralità cultuale divina, è un regno di sacerdoti (cfr 5,10).
I cieli e la terra in festa per la vittoria dell’Agnello
Quando l’Agnello prese il libro, “i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello” (Ap 5, 8). L’Apocalisse aveva già descritto i quattro esseri viventi ed i ventiquattro vegliardi che sono intorno al « trono » di Dio:
« Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:
Santo, santo, santo
il Signore Dio, l’Onnipotente,
Colui che era, che è e che viene!
E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo: «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, l’onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose,
e per la tua volontà furono create e sussistono» » (Ap 4, 2-11).
Ma ora questi quattro esseri ed i ventiquattro vegliardi sono intorno all’Agnello. E’ l’adorazione al Figlio che è adorato e conglorificato con il Padre:
E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione » (Ap 5, 14).
Di nuovo la lettura di p.Vanni ci aiuta nella comprensione del testo [4] :

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Abside: l’Agnello, attorniato dai quattro esseri viventi e dai ventiquattro vegliardi
Ventiquattro vegliardi (4,4): questi “personaggi” misteriosi si trovano in uno stato di salvezza definitiva (vestiti di bianco), hanno già adesso il premio della loro attività (corone d’oro), e prendono parte autorevolmente allo svolgimento della salvezza (seduti sul trono). E’ discussa la loro identificazione. In essi l’autore ha concentrato un complesso di simboli che esprimono la radicazione trascendente del popolo di Dio. I vegliardi sono dodici e dodici, come le tribù di Israele e gli apostoli uniti insieme; sono la base, il fondamento celeste di tutto il popolo di Dio. Ma, già in uno stato di salvezza, sono anche l’espressione del traguardo a cui il popolo di Dio tende: ed essi lo aiutano nel raggiungimento.
Quattro esseri viventi: ispirandosi a Ezechiele 1,5 – 10 e a Isaia 6,2 l’autore ci dice anzitutto che questi viventi sono pieni di occhi, ciò che nell’Apocalisse simboleggia l’azione molteplice dello Spirito cfr 5,6). Una loro seconda caratteristica è la molteplicità degli aspetti che possono assumere: aquila, uomo, vitello, leone, proprio come i viventi di Ezechiele. Una terza caratteristica è la lode che, come i Serafini di Isaia, esprimono continuamente a Dio. Nel decorso del libro i viventi partecipano insieme ai vegliardi alla lode divina e intervengono attivamente nello sviluppo dell’azione salvifica. Più che personaggi veri e propri – angeli, rappresentanti della creazione, ecc. – sono degli schemi simbolici che esprimono a livello celeste il punto di incontro tra l’iniziativa salvifica di Dio e la risposta di tutto il creato.
Gli affreschi di Anagni commentano la presenza dei 24 vegliardi con l’iscrizione latina: « Qui laudant Agnum seniores bis duodeni/ hos Vetus et Nova lex doctores contulit evi » che tradotta vuole dire: “La legge Antica e Nuova ha riunito questi due gruppi di dodici vegliardi che lodano l’Agnello, in quanto dottori della vita eterna » (per la traduzione del termine medioevale « aevum » con « vita eterna » ci rifacciamo a L.Cappelletti [5] che cita Onorio di Autun: « L’aevum viene prima del mondo, col mondo e dopo il mondo. Dunque pertiene solo a Dio, che non fu, e non sarà, ma sempre è »). Sono realmente l’immagine di tutto il popolo di Dio, cresciuto dall’Antica alla Nuova Alleanza, fino al compimento definitivo celeste, che loda il Cristo.
Negli affreschi e nel testo sacro hanno una cetra nella mano – simbolo della loro lode all’Agnello – e nell’altra le “coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi” (Ap 5, 8). L’intercessione dei santi sale a Dio come un profumo, a maggior lode di Dio e come realtà efficace di benedizione che ridonda poi sulla storia.
“Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo” (Ap 4, 6) che vediamo dipinto ad Anagni sotto i 24 vegliardi [6] .
I 4 esseri viventi hanno origine nell’immagine – definita “barocca” da E.Charpentier – della visione della “gloria di Dio” nel profeta Ezechiele. Lì il carro della Gloria di Dio veniva contemplato nella sua mobilità. Quattro esseri animati con le loro ali indicavano in quella visione il movimento della Gloria di Dio, della Presenza stessa di Dio, che seguiva l’esilio del suo popolo:
Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila; ciascuno aveva due ali che si toccavano e due che coprivano il corpo. Ciascuno si muoveva davanti a sé; andavano dove lo spirito li dirigeva e, muovendosi, non si voltavano indietro (Ez 1, 10-12).
La Gloria di Dio usciva così dal Tempio di Gerusalemme, si fermava sul monte degli Ulivi, giungeva fin nell’esilio del popolo, in Mesopotamia, proprio ad indicare che Dio era onnipresente, non confinato alla terra di Israele, capace di seguire il popolo anche in terra straniera. Come la Gloria si spostava nel deserto dell’Esodo, precedendo e guidando il cammino, così il profeta Ezechiele la contemplava a Babilonia. L’Apocalisse riprende questa immagine tetramorfa veterotestamentaria – le fattezze d’uomo, di leone, di toro, di aquila – proprio ad indicare che l’onnipotenza e l’onnipresenza di Dio sono tali da generare adorazione in tutto il creato, in tutta la terra.
La tradizione cristiana successiva, a ragione, proprio in forza di una profonda comprensione della Scrittura, vedrà nei 4 esseri i simboli dei 4 evangelisti, risposta dell’uomo alla rivelazione definitiva di Dio, risposta che diviene proclamazione evangelica ai 4 punti cardinali, ovunque, tramite i santi evangelisti e la predicazione apostolica [7] . Sempre nella tradizione verrà continuamente sottolineata la corrispondenza dei 4 punti cardinali, Nord, Sud, Est, Ovest e degli evangelisti Matteo, Marco, Luca, Giovanni. E’ in ogni direzione, ogni dove, che il vangelo risuona e produce vita e frutto.

Publié dans:BIBBIA NUOVO TESTAMENTO |on 22 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

Church of the Holy Sepulchre

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Publié dans:immagini sacre |on 21 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

NOTE STORICHE E ARCHEOLOGICHE SULLA GENESI

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NOTE STORICHE E ARCHEOLOGICHE SULLA GENESI

tratte dal Commentario biblico di Merril F. Unger

Il racconto babilonese: le tavolette della creazione

Scoperta delle tavolette della creazione. Tra il 1848 e il 1876 furono scoperte le prime tavolette e frammenti di tavolette del racconto babilonese sulla creazione chiamato Enuma Elish. Scritti in caratteri cuneiformi, i sette canti dell’epopea furono incisi su sette tavolette e furono ricuperati dalla libreria di Ninive, la capitale dell’imperatore assiro Assurbanipal (669-626 a.C.). Questa versione, sebbene tardiva, nella sua forma politica risale ai giorni di Hammurabi il Grande (1792-1750 a.C.), ed ancora oltre ai Sumeri, i primi abitanti della Bassa Babilonia.
Similitudini e differenze con la Genesi. La narrazione babilonese e quella della Bibbia sono simili in quanto: (1) entrambe le narrazioni parlano di un oceano primordiale, anche se è dimostrato che l’ebraico tehom (l’abisso) non deriva dal mitologico Tiamat (cfr. TWOT, pagg. 2495-96). (2) Entrambe le narrazioni hanno un ordine simile di eventi – la luce, il firmamento, la terra asciutta, i luminari, l’uomo, e Dio o gli dèi di Babilonia che si riposano. (3) Entrambe le narrazioni hanno una predilizione per il numero sette, sette giorni, sette canti. Ma questa similarità è superficiale, e le differenze tra la grossolana versione politeistica babilonese e la narrazione della Genesi sono enormi. La narrazione babilonese è una versione corrotta di una tradizione originale, la verità della quale è stata garantita a Mosè per mezzo dell’ispirazione, liberandola così dalle sue incrostazioni politeistiche.

Altre tradizioni della creazione
Il mito di Adapa. Questo racconto della creazione venne scoperto su quattro frammenti cuneiformi, tre dei quali provenienti dalla libreria di Assurbanipal di Ninive (VII sec. a.C.) e il quarto dagli archivi dei re egiziani Amenhotep III e IV ad El’Amarna (XIV sec. a.C.). Questo racconto leggendario, anche se non proprio parallelo alla storia della caduta di Gen. 3 come talvolta affermato, contiene sorprendenti similarità, come ad esempio il « cibo della vita » corrispondente al frutto dell’albero della vita (Gen. 3:3, 22). Entrambi i racconti trattano il problema del perché l’uomo soffra e muoia, ma sono poli opposti riguardo l’argomento dell’effettiva caduta da uno stato di innocenza, di cui il mito di Adapa non sa nulla.
Il sigillo della tentazione ritrae due persone che siedono accanto ad un albero da frutta, e dietro una delle due la figura ritta di un serpente. Tuttavia questa non sembra una rappresentazione accurata della scena della tentazione, poiché entrambe le figure sono totalmente vestite, mentre in Gen. 2:25 viene detto esplicitamente che erano nude.
Il sigillo di Adamo ed Eva appartiene allo strato del IV millennio a.C. degli scavi di Tepe Gawra, vicino Ninive, ed ora si trova nell’Univerity Museum di Philadelphia. Questa piccola pietra scolpita, trovata nel 1932, mostra un uomo e una donna nudi ed avviliti, seguiti da un serpente, e dà l’idea dell’espulsione dall’Eden.
Tradizioni della caduta si trovano nel mondo tra i Cinesi, gli Indù, i Greci, i Persiani ed altri popoli e, come altri racconti della creazione e del diluvio, si riferiscono ad un effettivo evento storico, corrottosi nella trasmissione.

Durata della vita dei patriarchi prima del diluvio
È stato d’uso per i critici considerare la longevità dei patriarchi anteriori al diluvio come palesemente leggendaria o mitica. Secondo il prisma di Weld-Blundell, otto re antidiluviani regnarono sulle città meridionali della Mesopotamia: Eridu, Badtibira, Larak, Sippar e Shuruppak; il periodo del loro governo combinato ammontava a 241200 anni (il regno più breve era di 18600 anni, il più esteso di 43200 anni). Beroso, un sacerdote babilonese (III sec. a.C.), elenca dieci nomi in tutto (invece di otto) ed esagera ulteriormente la durata dei loro regni. Anche altre nazioni hanno tradizioni in cui viene presentata una longevità primordiale.
I nomi riportati dall’elenco reale sumerico e da quello di Beroso rappresentano evidentemente una tradizione corrotta dei fatti storici riportati in Genesi 5, oltre a fornire indicazioni extra-bibliche della maggiore longevità umana prima del diluvio.

Storia babilonese del diluvio
La storia babilonese del diluvio è conservata nell’undicesimo libro del famoso poema epico che va sotto il nome di « Ghilgamesh » – principale eroe della cultura sumero-babilonese – venuto alla luce a Kouyounjik (Ninive) nel 1853. Esso descrive un enorme battello con un dislocamento intorno alle 228500 tonnellate e con una struttura cubica. Sia nel racconto babilonese che in quello biblico si evidenziano principalmente il bitume o la pece per sigillare i punti di giuntura dell’imbarcazione. Entrambe le narrazioni affermano che la catastrofe fu divinamente decretata. Ma, in evidente contrasto con la narrazione monoteistica ebraica, quella babilonese è politeistica e non ha un adeguato concetto morale della causa del diluvio. Entrambe le narrazioni asseriscono che l’eroe del diluvio (Noè, Utnapishtim) venne istruito divinamente a costruire una grande barca per preservare la vita. Di tutte le narrazioni parallele extra-bibliche dell’antichità, che ci sono pervenute dalla vasta letteratura cuneiforme della valle del Tigri – Eufrate, quella più singolare rimane la narrazione babilonese del diluvio.
Sia la narrazione babilonese che quella biblica specificano la durata del diluvio. La narrazione pre-babilonese (sumera) parla di sette giorni e sette notti, la babilonese di sei giorni e sei notti. Il racconto biblico indica una durata di poco superiore ad un anno (371 giorni). La Bibbia sostiene il catastrofismo soprannaturale contro le moderne teorie naturalistiche dell’uniformità (II Pietro 3:5, 6).
Nella narrazione babilonese del diluvio, Utnapishtim offrì un sacrificio, una libazione, e bruciò « canna dolce, cedro e mirto » dopo aver lasciato l’imbarcazione. Voleva, in parte placare l’ira delle divinità adirate che avevano decretato la completa distruzione dell’umanità ed in parte esprimere la sua gratitudine al dio Ea per averlo risparmiato. In entrambe le narrazioni ricorre l’espressione « sentì ». Prima di lasciare l’imbarcazione, come Noè, Utnapishtim mandò fuori degli uccelli: una colomba, sette giorni dopo che il battello era approdato sul M. Nisir, seguita da una rondine ed infine da un corvo.

La torre di Babele
La torre di Babele è illuminata dalle gigantesche montagne artificiali di mattoni seccati al sole nella Babilonia meridionale chiamate ziggurat (ziqquratu in assiro-babilonese, e significa « pinnacolo » o « cima di montagna »). Lo ziggurat più antico ritrovato (tra più di due dozzine conosciuti oggi) è nell’antica Uruk (Erec, Genesi 10:10; l’odierna Warka). Si trattava di un grande cumulo di argilla rinforzata all’esterno da mattoni ed asfalto (bitume), simile agli ziggurat di Borsippa, Ur e Babilonia. Costruiti a terrazze, alti da tre a sette piani, erano variopinti. Sul piano più alto erano collocati il santuario e l’immagine della divinità protettrice della città. La torre di Genesi 11 può ben essere stata uno dei primi tentativi di tali torri, un simbolo della rivolta e ribellione dell’uomo contro Dio. L’uso politeistico di torri successive, copie dell’originale, esemplificano la completa apostasia idolatra così caratteristica dei Sumeri e dei posteriori Babilonesi semitici della Pianura di Scinear.

Abramo nella Mesopotamia settentrionale
Evidenza del suo soggiorno. È venuta alla luce l’evidenza del soggiorno di Abramo intorno a Charan, (vedi note su Genesi 12:1, 2).
Le tavolette di Mari del XVIII sec. a.C., scoperte nel 1935, citano Nahor (Til-Nahiri, « la collina di Nahor ») patria di Rebecca (Genesi 24:10). Città nei pressi di Charan sono Serug (l’assira Serugi, Genesi 11:20) e Til Turakhi, « collina di Terah ». Peleg rievoca la posteriore Paliga sull’Eufrate. Paddam-Aram (Genesi 25:20) in aramaico è Paddana, « campo » o « pianura » di Aram. Reu (Genesi 11:20) corrisponde anche a nomi successivi di città nella valle del Medio Eufrate.

Note archeologiche
L’archeologia attesta l’antica datazione di Genesi 14, così come la sua accuratezza. Esempi di nomi arcaici di antiche località con note esplicative, apposte da scribi per renderli comprensivi alle generazioni successive, sono:

« Bela (che è Tsoar) », v. 2;
« La valle di Siddim (ch’è il Mar Salato) », v. 3;
« En-Mishpat (che è Kades) », v. 17;
« la valle di Shaveh (che è la Valle del re) », v. 17.
Le città di Hauran (Basan), Ashteroth e Karnaim, furono tutte occupate in questo antico periodo, come hanno mostrato gli esami dei loro siti archeologici (Tell, collina formata da detriti archeologici). La città di Ham è ritenuta da A. Jirku e W. F. Albright come corrispondente all’odierna Ham e risalente all’età del Bronzo Medio (2000 a.C. ca.). L’itinerario dei re invasori attraverso Hauran, il Galaad orientale e Moab, fino al S E della Palestina è stato dimostrato come storicamente verosimile per la scoperta di una linea di strati archeologici dell’età del Bronzo Antico e Medio che si estende lungo questo percorso; lì fu scoperta nel 1924 la città di Addar risalente all’età del Bronzo Antico e Medio. In seguito questo itinerario, chiamato la Via dei Re, fu famoso, ma dopo il 1200 a.C. sembra che sia stato abbandonato. Il bitume del Mar Morto e gli importanti depositi di rame e manganese di Edom e Madian sembrano essere stati il motivo dell’invasione originaria (dodici anni prima di Genesi 14, cfr. 14:4).

Carestie in Egitto
Esiste un’ampia evidenza di carestie in Egitto. Almeno due ufficiali egizi elencano tra le loro buone opere la distribuzione di cibo ai bisognosi « in ogni anno di scarsità ».
Un’iscrizione (100 a.C. ca.) descrive proprio una carestia di sette anni ai giorni di Zoser, Faraone della III dinastia (2700 a.C. ca.). I titoli di « capo dei coppieri » e « capo dei panettieri » (Genesi 40:2) erano quelli degli ufficiali di palazzo menzionati nei documenti egiziani.
L’intera storia di Giuseppe è piena di dettagli corretti relativamente ai luoghi e ai tempi, così come in generale le narrazioni egiziane di Genesi ed Esodo.
Quando Potifar nominò Giuseppe « maggiordomo della sua casa » (Genesi 39:4), il titolo indicava una mansione diffusamente svolta nelle case della nobiltà egizia. Faraone diede a Giuseppe un ufficio con un titolo simile nell’amministrazione del regno (Genesi 41:46), corrispondente all’ufficio di viceré, cioè amministratore principale del paese, secondo in potere soltanto allo stesso Faraone. L’incarico di sovrintendente ai granai era di fondamentale importanza e fu adempiuto da Giuseppe in aggiunta alle sue responsabilità di primo ministro (vicerè). I doni fatti da Faraone a Giuseppe (Genesi 41:42, 43) in occasione del suo insediamento nell’ufficio erano completamente in armonia con le usanze egiziane.

L’Egitto
La storia biblica comincia in Babilonia, la « culla della civiltà » (Genesi 1-11). La storia d’Egitto, invece, non entra nella narrativa biblica se non dopo che questa ha già alle spalle migliaia di anni, al tempo di Abrahamo (ca. 2050 a.C.; da Genesi 12 in poi). L’Egitto fu fondato subito dopo il diluvio da Mitsraim, figlio di Cam. Le tavolette di El’Amarna indicano che i Cananei lo chiamavano Mitsri (Mitsraim era una forma duale che conservava l’antica divisione tra Alto Egitto, con capitale Menfi, e Basso Egitto, il Delta). Il periodo antico e predinastico si estende dal ca. 5000 al 3100 a.C.
Dodici delle trenta dinastie d’Egitto. Nel III sec. a.C. un sacerdote egiziano di nome Manetho ordinò la storia egiziana in 30 dinastie, da Menes, considerato il primo re dell’Egitto unito (ca. 3100 a.C.), fino alla conquista di Alessandro Magno, 332 a.C.
Le piramidi. Abrahamo vide probabilmente le piramidi quando si recò in Egitto, perché erano state costruite durante l’Antico Regno (dalla III alla VI dinastia, ca. 2700-2200 a.C.). Il famoso Imhotep costruì sotto Zoser, primo re della III dinastia, la nota « piramide a gradini » di Saccara, alta 58 m e precorritrice delle altre piramidi.
La grande piramide di Cheope (Khufu), della IV dinastia, è la più grande, costituita da 2. 300.000 blocchi di calcare del peso di circa 2 tonnellate e mezzo, con una base che occupa più di 5 ettari. Originariamente torreggiava per un’altezza di 150 m. Chefrem (Khafre), un successore di Cheope, eresse la seconda piramide a Gizeh. Sbalorditiva quasi quanto la grande piramide, si eleva per 136,5 m (sua altezza attuale), ed è solo leggermente inferiore all’attuale altezza della grande piramide. Ad E della seconda piramide si trova la grande sfinge, con il corpo da leone e la testa del re Chefrem con la consueta pettinatura e il cobra (uraeus), simbolo reale, avvolto in spire sulla sua fronte pronto a distruggere i nemici di faraone.
Testi delle piramidi. Le piramidi provano l’alto grado di civiltà della valle del Nilo e il forte governo centralizzato. I monarchi della V e VI dinastia costruirono un certo numero di piramidi più piccole a Saccara, contenenti iscrizioni scolpite note come « testi delle piramidi », che prospettano al re deceduto una vita felice dopo la morte alla presenza del dio sole. Nulla di più appropriato visto che le piramidi erano tombe che immortalavano la gloria dei re che le avevano costruite.

Primo periodo intermedio.
Al tempo di Abrahamo la gloria dell’Antico Regno era passata e le grandi piramidi erano testimoni silenziosi di quella potenza. Le dinastie VII-XI non ebbero un governo centrale forte. Le dinastie VII e VIII governarono a Menfi, le dinastie IX e X ad Eracleopoli, a S del Cairo.

Egitto: la terra e il popolo
Egitto. L’Egitto era una nazione larga da 3 a 50 km, situata lungo il corso del possente Nilo, a SO della Palestina, senza montagne rilevanti o fiumi che la dividessero, ad eccezione del piccolo wadi El Arish, « il torrente d’Egitto » (Numeri 34:5; Giosuè 15:4, 47). L’Egitto era il Nilo. La stretta fascia di terra alluvionale che il fiume fertilizzava era irrigata da un’inondazione annuale che la rendeva il granaio del mondo antico. La terra produttiva e il commercio via mare con la Siria-Palestina ed il resto della mezzaluna fertile riversarono in Egitto un costante flusso di beni e denaro. Il risultato fu una ricchezza favolosa concentrata nelle splendide corti di Tebe, Menfi e Akhetaton (Tell El’Amarna).
Città deposito. Queste città erano costruite per accogliere l’eccedenza di grano in tempi di abbondanza. Il lavoro forzato degli Ebrei fu usato per costruirne un certo numero, come Pithom (Tell Retabeh) e Raamses (Tanis). In queste città venivano anche immagazzinati beni locali e importati, oltre ad equipaggiamenti militari per le campagne in Siria-Palestina.
Popolo e lingua. Gli antichi Egiziani erano Camiti (Genesi 10:6), ma le successive migrazioni, prevalentemente di Semiti, lasciarono un’impronta sulla lingua e la cultura. L’antica scrittura era ideografica (geroglifici) e includeva rappresentazioni di oggetti comuni e simboli geometrici. Attraverso i secoli, il geroglifico fece gradualmente spazio, dall’VIII sec. a.C., ad un carattere corsivo popolare o « demotico ». Nel 1799 fu scoperta la pietra di Rosetta, una stele scritta in egiziano antico (geroglifici), demotico e greco. La decifrazione della pietra ad opera di F. Champollion (1822) fornì la chiave per la comprensione dei georogrifici e pose il fondamento della egittologia moderna.

Egitto: sua storia e primo contatto con Israele
Il periodo delle origini e predinastico, ca. 5000-3100 a.C. Il Neolitico e culture posteriori precedettero l’unione del regno ad opera di Menes. Manetho, un sacerdote del III sec. a.C. scrisse una storia dell’Egitto dividendo il periodo storico del 2900-332 ca. a.C. in 30 dinastie reali.
Periodo dinastico antico, ca. 3100-2686 a.C. Menes regnò a Tini sotto Tebe. Tombe di re tiniti (I e II dinastia) nei pressi di Abydos sono state dissotterrate da Flinders Petrie.
Antico Regno, ca. 2686-2181 a.C., dinastie III-VI. La III e la IV dinastia segnarono l’epoca delle grandi piramidi e dei testi delle piramidi. Zoser (III dinastia) costruì la piramide a gradini di Saccara. Cheope, fondatore della IV dinastia, costruì la più grande delle piramidi a Gizeh (alta 150 m, 232 m per lato alla base, con l’occupazione di una superficie di più di 5 ettari. Chefrem, successore di Cheope, costruì la sfinge e la seconda grande piramide a Gizeh. I testi delle piramidi che trattano della vita futura dei re deceduti appartengono alla V e VI dinastia.
Primo periodo intermedio, ca. 2181-1991 a.C. Le dinastie VII-XI governarono a Menfi ed Eracleopoli, 125 km a S del Cairo. Questo fu un periodo di relativa debolezza. La visita di Abrahamo in Egitto avvenne durante questo periodo.
Medio Regno, ca. 1991-1786 a.C., XII dinastia. Fu governato da nativi tebani a Menfi e nel Fayum. Fu contemporaneo al periodo patriarcale in Palestina. Probabilmente in questo periodo Giuseppe divenne primo ministro. Giacobbe si trovò di fronte ad uno dei potenti governanti di questa stirpe, Amenemhet I-IV, o Sesostri I-III. Un’iscrizione sulla tomba di Khnumhotep II, un potente nobile di Sesostri II, descrive la visita di 37 asiatici sotto « lo sceicco della regione montuosa, Ibshe », richiamando alla nostra mente la visita in Egitto di Abrahamo e di Giacobbe.
Secondo periodo intermedio, ca. 1786-1567, dinastie XIII-XVII. Il forte Medio Regno fu seguito da un periodo di disordini sotto le dinastie XIII e XIV, a cui successero gli Hyksos, « sovrani dei paesi stranieri ». Questi sovrani stranieri regnarono quasi 150 anni, dinastie XV e XVI, ad Avaris (Tanis) nel Delta. Introdussero cavalli e carri ed uno spirito bellicoso. Alcuni studiosi collocano il governo di Giuseppe in questo periodo.
Il Nuovo Regno, ca. 1567-1150 a.C., dinastie XVIII-XX. Fu il periodo in cui l’Egitto governò l’Oriente, l’apice della gloria faraonica. Fu il tempo della schiavitù degli Israeliti. Grandi faraoni di quest’epoca includono Amenhotep I (ca. 1546-1525), Tuthmosi I (ca. 1525-1512, Tuthmosi II (1512-1504), la regina Hatshepsut (ca. 1504-1482). In quest’epoca nacque Mosè. Tuthmosi III (ca. 1490-1436) fu un grande costruttore, conquistatore e schiavizzatore degli Israeliti, mentre Amenhotep II (ca. 1438-1425) fu probabilmente il faraone dell’Esodo. Sotto Tuthmosi IV si verificò un declino. Amenhotep III regnò nel 1417-1379 ca., chiamato il periodo di Amarna, seguito da Amenhotep IV (Akhenaton), ca. 1379-1362. La capitale fu Akhetaton (Tell El’Amarna). Le lettere di El’Amarna furono scoperte in questa capitale nel 1886. La ricca tomba di Tutankamen fu riportata alla luce nel 1922. Il periodo di El’Amarna fu forse contemporaneo al soggiorno di Israele nel deserto e alla conquista della Palestina.
Molti studiosi collocano l’Esodo e la Conquista sotto la XIX dinastia: Ramsete I (ca. 1319), Seti I (1318-1304), Ramsete II (ca. 1304-1237), Merneptah (ca. 1236-1222). Nella famosa stele di quest’ultimo, Israele viene menzionato per la prima volta nei documenti egiziani: « Il popolo di Israele è devastato, non ha più progenie ».
La XX dinastia (ca. 1200-1085) ebbe circa dieci re di nome Ramsete. Ramsete III (ca. 1198-1167) fu il più grande. La XX dinastia fu contemporanea al periodo dei Giudici in Israele. Le dinastie XXI-XXX segnarono il declino.

Le rovine di Tebe
Tebe (in egiziano Net, la biblica No, in greco Tebai), fu la capitale della potente XVIII dinastia e probabilmente venne costruita con il lavoro degli schiavi israeliti. Le sue rovine sul Nilo, 550 km a SE del Cairo, vicino i moderni villaggi di Luxor e Karnak sono impressionanti.
Il magnifico tempio di Ammone, a Karnak, è una delle meraviglie del mondo e vi si accede attraverso un viale di sfingi. Il suo grande cortile misura 84 m per 103 m ed è attraversato da una doppia fila di colossali colonne. Il grande vestibolo o ipostilo, lungo 366 m e largo 107 m, era sostenuto da 134 colonne disposte su 16 file, di cui la fila centrale era alta 24 m ed aveva una circonferenza di 10 m. Splendidamente dipinto e scolpito, è un luminoso esempio dell’abilità architettonica egiziana. Un altro tempio di Ammone, situato a Luxor, proprio a S di Karnak, fu eretto da Amenhotep III e i suoi successori.
Sulla riva destra del Nilo, vicino il villaggio odierno di Medinet Habu, c’è il palazzo di Amenhotep III, i due colossi di Memnon (alti 19,5 m), il Raamaseum, un tempio di Ammone costruito da Ramsete II, un tempio di Tuthmosi III, e molte altre splendide rovine. Ammone (Ammon Ra) era il dio sole, con un potente culto concentrato a Tebe e contro cui si ribellò Akhenaton quando costruì El’Amarna.
Raamses (Tell el-Dab’a) era chiamata Pi-Ràamesé (casa di Ramsete, ca. 1300-1100 a.C.).
Il riferimento a questa città in Esodo 1:11 deve essere interpretato come la modernizzazione del nome arcaico di Tsoan-Avaris, dove secoli prima gli Israeliti oppressi lavorarono nella capitale degli Hyksos, costruita nel 1820 ca. a.C.

 

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Cristo, Signore e re dell’universo

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http://www.gruppoemmanuele.it/cristo-re-2013/

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SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, RE DELL’UNIVERSO – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20131124_conclusione-annus-fidei.html

SANTA MESSA A CONCLUSIONE DELL’ANNO DELLA FEDE

NELLA SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, RE DELL’UNIVERSO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro

Domenica, 24 novembre 2013

La solennità odierna di Cristo Re dell’universo, coronamento dell’anno liturgico, segna anche la conclusione dell’Anno della Fede, indetto dal Papa Benedetto XVI, al quale va ora il nostro pensiero pieno di affetto e di riconoscenza per questo dono che ci ha dato. Con tale provvidenziale iniziativa, egli ci ha offerto l’opportunità di riscoprire la bellezza di quel cammino di fede che ha avuto inizio nel giorno del nostro Battesimo, che ci ha resi figli di Dio e fratelli nella Chiesa. Un cammino che ha come meta finale l’incontro pieno con Dio, e durante il quale lo Spirito Santo ci purifica, ci eleva, ci santifica, per farci entrare nella felicità a cui anela il nostro cuore.
Desidero anche rivolgere un cordiale e fraterno saluto ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, qui presenti. Lo scambio della pace, che compirò con loro, vuole significare anzitutto la riconoscenza del Vescovo di Roma per queste Comunità, che hanno confessato il nome di Cristo con una esemplare fedeltà, spesso pagata a caro prezzo.
Allo stesso modo, per loro tramite, con questo gesto intendo raggiungere tutti i cristiani che vivono nella Terra Santa, in Siria e in tutto l’Oriente, al fine di ottenere per tutti il dono della pace e della concordia.
Le Letture bibliche che sono state proclamate hanno come filo conduttore la centralità di Cristo. Cristo è al centro, Cristo è il centro. Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo centro della storia.
1. L’Apostolo Paolo ci offre una visione molto profonda della centralità di Gesù. Ce lo presenta come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il centro di tutte le cose, è il principio: Gesù Cristo, il Signore. Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose (cfr 1,12-20). Signore della creazione, Signore della riconciliazione.
Questa immagine ci fa capire che Gesù è il centro della creazione; e pertanto l’atteggiamento richiesto al credente, se vuole essere tale, è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle opere. E così i nostri pensieri saranno pensieri cristiani, pensieri di Cristo. Le nostre opere saranno opere cristiane, opere di Cristo, le nostre parole saranno parole cristiane, parole di Cristo. Invece, quando si perde questo centro, perché lo si sostituisce con qualcosa d’altro, ne derivano soltanto dei danni, per l’ambiente attorno a noi e per l’uomo stesso.
2. Oltre ad essere centro della creazione e centro della riconciliazione, Cristo è centro del popolo di Dio. E proprio oggi è qui, al centro di noi. Adesso è qui nella Parola, e sarà qui sull’altare, vivo, presente, in mezzo a noi, il suo popolo. E’ quanto ci viene mostrato nella prima Lettura, dove si racconta del giorno in cui le tribù d’Israele vennero a cercare Davide e davanti al Signore lo unsero re sopra Israele (cfr 2 Sam 5,1-3). Attraverso la ricerca della figura ideale del re, quegli uomini cercavano Dio stesso: un Dio che si facesse vicino, che accettasse di accompagnarsi al cammino dell’uomo, che si facesse loro fratello.
Cristo, discendente del re Davide, è proprio il “fratello” intorno al quale si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, di tutti noi, a costo della sua vita. In Lui noi siamo uno; un solo popolo uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino. Solamente in Lui, in Lui come centro, abbiamo l’identità come popolo.
3. E, infine, Cristo è il centro della storia dell’umanità, e anche il centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita. Quando Gesù è al centro, anche i momenti più bui della nostra esistenza si illuminano, e ci dà speranza, come avviene per il buon ladrone nel Vangelo di oggi.
Mentre tutti gli altri si rivolgono a Gesù con disprezzo – “Se tu sei il Cristo, il Re Messia, salva te stesso scendendo dal patibolo!” – quell’uomo, che ha sbagliato nella vita, alla fine si aggrappa pentito a Gesù crocifisso implorando: «Ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). E Gesù gli promette: «Oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43): il suo Regno. Gesù pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile richiesta. Oggi tutti noi possiamo pensare alla nostra storia, al nostro cammino. Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi ha anche i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi momenti bui. Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra storia, e guardare Gesù, e dal cuore ripetergli tante volte, ma con il cuore, in silenzio, ognuno di noi: “Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno! Gesù, ricordati di me, perché io ho voglia di diventare buono, ho voglia di diventare buona, ma non ho forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore. Ma ricordati di me, Gesù! Tu puoi ricordarti di me, perché Tu sei al centro, Tu sei proprio nel tuo Regno!”. Che bello! Facciamolo oggi tutti, ognuno nel suo cuore, tante volte. “Ricordati di me, Signore, Tu che sei al centro, Tu che sei nel tuo Regno!”.
La promessa di Gesù al buon ladrone ci dà una grande speranza: ci dice che la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata. Il Signore dona sempre di più, è tanto generoso, dona sempre di più di quanto gli si domanda: gli chiedi di ricordarsi di te, e ti porta nel suo Regno! Gesù è proprio il centro dei nostri desideri di gioia e di salvezza. Andiamo tutti insieme su questa strada!

 

20 NOVEMBRE 2016 | 34A DOMENICA: CRISTO RE – T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/34a-Cristo_Re/12-34a-Cristo-Re-C_2016-UD.htm

20 NOVEMBRE 2016 | 34A DOMENICA: CRISTO RE – T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare
L’anno liturgico si conclude con la festa di Gesù Cristo, re dell’universo. Gesù è indiscutibilmente in una posizione unica e regale di fronte all’umanità, ma la sua regalità non è a somiglianza di quella dei re di questo mondo.

La parola di Dio
2 Samuele 5,1-3. Davide viene unto re di Israele e succede a Saul. Le tribù gli dichiarano la loro soddisfazione e gli assicurano la loro fedeltà. Gesù è discendente di Davide, per parte di Giuseppe, suo padre legale.
Colossesi 1,12-20. Paolo descrive le caratteristiche di Gesù che lo fanno assolutamente grande. Gesù è immagine di Dio e capo della chiesa, l’alfa e l’omega di ogni creatura.
Luca 23,35-43. Gesù viene crocifisso tra due malfattori. Uno lo insulta e unisce la sua voce a chi gli dichiara di non essere né messia, né re. Il « buon ladrone » viene invece toccato dall’innocenza di Gesù e dal suo modo di soffrire; prega e ottiene la salvezza.

Riflettere
Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo dice: « Noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore » (4,5), e nella sua prima lettera aveva scritto: « Noi predichiamo Cristo crocifisso » (1,23). Quando Paolo vuole riassumere in una sola espressione l’essenza dell’annuncio cristiano, questa è sempre la stessa: Gesù crocifisso e risorto.
Nella chiesa primitiva Gesù non è più quello che predica, come nella sua vita pubblica, quanto colui che è predicato. È questo il passaggio avvenuto dal tempo di Gesù a quello della chiesa.
Con la sua Pasqua Gesù ha stabilito il regno di Dio nella sua persona. Se nella vita pubblica il nucleo della sua predicazione era: « Il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo », ora il cuore della chiesa che annuncia è lui, il Cristo crocifisso e risorto. « Dio ha costituito Gesù Signore e Cristo, convertitevi e fatevi battezzare », dice Pietro dopo la Pentecoste (At 2,36-38).
Anche la parola vangelo acquista sfumature nuove. Il vangelo, la buona notizia predicata da Gesù, ora diventa il vangelo di Gesù, la buona notizia riguardante la persona e la vicenda di Gesù.
Naturalmente non c’è rottura o contrasto tra il Gesù che predica e il Gesù che è predicato. È lo stesso Gesù, che gli uomini hanno crocifisso, che il Padre ha costituito Signore. È lo stesso Spirito, che nella vita pubblica è sceso su Gesù e ne ha ispirato le parole, che ora spinge la chiesa a parlare di lui, a proclamare la sua signoria, a ricordare che non c’è salvezza tra gli uomini se non in lui, nel risorto Gesù.
Il momento del passaggio è chiaro: è la risurrezione che fa da spartiacque. È la risurrezione che costituisce Gesù Figlio di Dio con potenza. Certo, Gesù era Figlio di Dio anche prima, ma lo era nella debolezza della sua umanità, nell’impotenza, nell’umiltà. Ora invece è Figlio nell’autorità e nella pienezza della sua autorità divina, perché gli è stato conferito ogni potere in cielo e in terra.
Le autorità ebraiche hanno voluto impedire alla parola di Dio fatta uomo di parlare a nome del Padre e lo hanno consegnato perché fosse crocifisso. Scelta drammatica, quella del popolo di Israele. Scelto da Dio tra tutti i popoli attraverso Abramo, Mosè e i profeti, fallisce proprio nel momento più importante. Volendo difendere la propria identità con l’attaccamento alle proprie leggi e tradizioni, si chiude in se stesso e non accoglie la presenza di Dio che si manifesta in Gesù, rifiutando la propria salvezza e il compito di portarla al mondo. Infatti con la risurrezione di Gesù, il Padre non solo dà pieno riconoscimento alla vita del figlio, ma affida alla chiesa il compito di continuare e portare a compimento l’alleanza.
Anche oggi Gesù ha la stessa forza e potenza che ha acquisito nel giorno della risurrezione: La sua parola nella chiesa ha la stessa efficacia che aveva quando affascinava la folla, quando diceva: « Vieni e seguimi » e la gente lo seguiva.
È questo il significato della festa che stiamo celebrando a conclusione dell’anno liturgico. Gesù è re in questo senso, non a somiglianza dei sovrani di questo mondo, ma nella potenza della sua risurrezione.

Attualizzare
Quando nel 1925 Pio XI – in anni di dittatura – ha istituito questa festa, forse le sue intenzioni erano quelle di ricordare che Gesù passa a giudizio tutti i governanti della terra e che la loro gloria non è che qualcosa di effimero e di piccolo, rispetto alla regalità di Gesù.
Ma l’obiettivo centrale di questa festa è quello di giungere a riscoprire Gesù, di metterlo al centro della nostra vita e della nostra predicazione.
Dobbiamo anche predisporci ad accoglierlo nel prossimo Avvento, così come lo ha accolto Maria nel suo grembo per donarlo agli uomini. Perché Cristo regni e porti significato e gioia alla vita di ogni persona. Perché festeggiare Cristo Re significa costruire il regno di Dio nella nostra vita e nel mondo.
Nel brano di Luca vediamo riassunti nei due malfattori i due atteggiamenti che si sono manifestati davanti alla passione e morte di Gesù.
Nel primo malfattore, l’atteggiamento religioso degli ebrei, che non potevano accettare che il messia fosse uno sconfitto. Anzi, proprio questa ai loro occhi è la prova schiacciante che questo Gesù non può essere il messia, perché è un perdente. « Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi ». Niente di più naturale: Gesù ha dimostrato molte volte poteri divini: adesso li usi anche nei propri confronti.
Anche i soldati lo scherniscono e lo sfidano proprio in forza di ciò che lui ha dichiarato e dicono: « Se tu sei davvero il re dei Giudei… ». Glielo hanno scritto anche sulla croce, gli hanno messo un mantello regale e una corona… di spine.
L’altro malfattore invece, proprio per come muore Gesù, o forse perché aveva già conosciuto Gesù in precedenza e lo aveva sentito parlare, si affida a lui, si mette nelle sue mani, gli consegna la propria salvezza definitiva. E la ottiene: « Oggi sarai con me in paradiso ».
« Oggi », dice Gesù, con un atto di fede lucidissimo. « Sarai con me », gli dice coinvolgendolo nel suo destino. « Nel paradiso », in una salvezza che non è di questo mondo.
Scrive Cirillo di Gerusalemme: « Ricordati di me, Signore. Ogni uomo ha simpatia per il proprio compagno di strada. Noi due siamo compagni di strada che porta alla morte. Ricordati di me, tuo compagno di strada ».
Questo « buon ladrone » venne giustamente presentato nei primi secoli della chiesa come il modello del perfetto catecumeno, che si lascia commuovere e convertire da Gesù, si mette alla sua sequela, ne condivide la sorte.

Quando il popolo si ostina a volere un re
« Il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: « Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai ». Ma Gesù gli rispose: « Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto » (Mt 4,8-10). Gesù rifiuta la grande occasione che il potere gli offre. Da quanto sta scritto, sembra che Gesù non sia venuto a esercitare un potere, e nemmeno a esercitare un potere a fin di bene, in vista di qualcosa di in-finitamente più grande. Nemmeno l’instaurazione del Regno di Dio può giustificare l’uso del potere. Piuttosto nulla. È una parola durissima. Il Regno deve venire, deve crescere come un seme, con tutti i rischi che ciò comporta; il Regno non può essere istituito con un patto tra potenti. Piuttosto nulla. Ogni volta che cercano Gesù per farlo re, egli scappa e si nasconde (Gv 6,15). Il popolo d’Israele continua a volere il suo re (cf 1Sam 8,10-20), e questa volta mostra di aver scelto giusto, il migliore! Ma Gesù, forse, vuole metterci in guardia: il problema è il potere, non chi lo esercita. Soltanto una volta accetta di essere definito « Re dei Giudei »: davanti a Ponzio Pilato. Ma a quel punto si tratta di un re senza corona e senza scorta, senza potere » (Claudio Belloni).

Don Umberto DE VANNA sdb

IL MARE E LA BIBBIA, DI G. RAVASI

http://www.cercasiunfine.it/meditando/scelti-da-noi/sul-tema-mare-n.-71-di-cercasi-un-fine#.V-AGqYiLTGh

IL MARE E LA BIBBIA, DI G. RAVASI

Più di 1500 versetti dell’Antico Testamento sono « bagnati » dalle acque e per 397 volte è jam, il « mare », a dilagare. Tuttavia sbaglierebbe chi volesse mettersi davanti alle pagine sacre marine con quell’atteggiamento di serena contemplazione, di requie, di pace che forse alcuni nostri lettori stanno sperimentando lungo una spiaggia mentre scorrono queste righe.

più di 1500 versetti dell’Antico Testamento sono « bagnati » dalle acque e per 397 volte è jam, il « mare », a dilagare. Tuttavia sbaglierebbe chi volesse mettersi davanti alle pagine sacre marine con quell’atteggiamento di serena contemplazione, di requie, di pace che forse alcuni nostri lettori stanno sperimentando lungo una spiaggia mentre scorrono queste righe. È questo un equivoco in cui sono caduti molti esegeti che hanno ricondotto il tema del mare al bacino semantico più vasto delle « acque », in ebraico majim (582 volte nell’Antico Testamento). Emblematico è, ad esempio, lo sterminato Grande Lessico del Nuovo Testamento che nella sua quindicina di volumi non trova spazio per la voce thálassa, « mare », e si accontenta di hydor, « acqua ». Al massimo ci s’interessa del mar Rosso o mar delle Canne, del mar Morto, del mare di Galilea (il lago di Tiberiade), del « Mare » per eccellenza che è il Mediterraneo (nella Bibbia la locuzione « verso il mare » sta per « occidente »), del « mare di bronzo », il grande bacino di acqua lustrale del tempio di Salomone (80.000 litri di capacità). E se è robusta la bibliografia sull’acqua biblica, segno vitale e catartico, per il mare dobbiamo in pratica ancor oggi far riferimento solo al saggio di Otto Kaiser, intitolato Die mythische Bedeutung des Meeres in Ägypten, Ugarit und Israel, pubblicato a Berlino nel 1959 e riedito nel 1962. Sì perché il mare per l’antico Vicino Oriente è stato prima di tutto e sopra tutto un grandioso simbolo negativo, una categoria espressa con un vocabolo che a Ugarit, celebre città cananea della Siria, era il nome stesso di una divinità, Jamn appunto, che attentava allo splendore del cosmo e duellava col dio della creazione Baal. In questa linea si collocano i sinonimi come tehom, l’abisso acquatico primordiale da cui era sbocciata la terra, o le « molte acque », majim rabbim che trascinavano con sé diluvio e morte. Difficile è, perciò, per l’uomo biblico sostare davanti al mare su un litorale e cantare, come fa Luzi, « il mare fermo sotto il volo dei gabbiani sfrangiato appena tra gli scogli dell’isola, dove una terra nuda si fa ombra con le sue gobbe ». Un’eccezione c’è ed è nello stupendo « cantico delle creature » del Salmo 104, da alcuni raccordato all’Inno ad Aton del faraone « monoteista » solare Akhnaton. In un bozzetto di straordinaria intensità pittorica anche i famosi mostri marini come Leviatan (o Rahab o Behemot o Tannin), simboli del caos e del nulla, partecipano a una festa di vita e di pace: « Ecco il mare ampio e spazioso, là brulicano innumerevoli animali piccoli e grandi; là passano le navi e il Leviatan che hai plasmato per tuo divertimento » (versetti 25-26). In questo spirito nel corale cosmico del Salmo 148, intonato da 22 creature tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico anche il mare è invitato a intonare il suo halleluia: « Lodate il Signore mostri marini e voi tutti abissi! » (versetto 7).
Ma questa è una piacevole eccezione. Nella Bibbia il mare incombe arcigno, come nel tempestoso canto V dell’Odissea, allorché « si sciolsero a Odisseo le ginocchia e il cuore » o come nella turbinosa scena del I canto dell’Eneide (versi 81-123) o come in tanti altri passi « procellosi » della letteratura classica. Tutto era cominciato con la creazione allorché « Dio Disse: Le acque che sono sotto il cielo si raccolgono in un solo luogo e appaia l’asciutto. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare » (Genesi 1,9-10). La bellezza del mondo (« Dio vide che era cosa buona e bella ») riposa su questo equilibrio instabile, frutto dell’atto creativo, tra la terraferma e il mare che è visto come un’esplosione in superficie del grande abisso sotterraneo, il tehom appunto (la divinità Tiamat negativa mesopotamica), che è il sottofondo « infernale » della mappa cosmologica biblica. Il Creatore ha steso una frontiera tra i due esseri in tensione, mare e terra: è la battigia del litorale. Lo dice in modo superbo Dio stesso nel libro di Giobbe, comparando il mare a un bimbo turbolento stretto nelle fasce delle nubi e a un prigioniero inchiavardato in un carcere di massima sicurezza: « Chi serrò tra due battenti il mare quando erompeva a fiotti dal suo grembo materno, quando gli davo per manto le nubi e per fasce la foschia, quando spezzavo il suo slancio imponendogli confini, spranghe e battenti, e gli dicevo: Fin qui tu verrai e non oltre, qui si abbasserà l’arroganza delle tue onde? » (38,8-11). Un’idea, questa, ripetuta nel canto autocelebrativo che la Sapienza divina creatrice proclama nel capitolo 8 del libro dei Proverbi: « Quando stabiliva al mare i suoi confini sicché le sue acque non oltrepassassero la spiaggia io ero con lui (il Creatore) », (versetti 29-30). Dante nel Convivio parafraserà il testo: « Quando (Dio) circuiva lo suo termine al mare e poneva legge a l’acque che non passassero li suoi confini con lui io era » (III, 15,16). Stare, perciò, sul bagnasciuga vuol dire per l’antico ebreo vivere un’esperienza simile a quella di chi s’affaccia su un cratere vulcanico, colto quasi da vertigine. Esperienza ben diversa da chi ora sta ammirando il giuoco delle onde, come aveva fatto Montale in un suo bel distico: « Una carezza disfiora la linea del mare e la scompiglia ». Il diluvio nel libro della Genesi è, allora, visto come lo scardinamento di quell’equilibrio cosmico perché alle acque celesti si incrociano quelle del mare, lasciato libero da Dio di impazzare sulla terra: « e ruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono » (7,11). È per questo che il mare viene iscritto nella panoplia con cui il Dio giudice condanna l’umanità peccatrice: « È lui che comanda alle acque del mare, dichiara il profeta Amos (5,8) e le spande sulla terra ». Gli fa eco Geremia: « Il Signore degli eserciti solleva il mare e ne fa mugghiare le onde » (31,35). In versetti e versetti della Bibbia la potenza divina si dispiega in tutta la sua infinità proprio dominando il mare e tenendo saldo l’organico della creazione, con la terra come una piattaforma sospesa su colonne sopra l’abisso caotico marino. È per questo che nell’esodo d’Israele dall’Egitto Dio prima impone al mare di bloccarsi come muraglia, obbedendo al suo potente imperativo (Esodo 14,22), e poi scatenandolo come arma del suo giudizio sugli oppressori egiziani: « Al soffio della tua ira si accumularono le acque, si alzarono le onde come un argine, si rappresero gli abissi in fondo al mare. Soffiasti col tuo alito: il mare li coprì, sprofondarono come piombo in acque profonde » (Esodo 15,8.10). Suggestiva è la rielaborazione poetica dell’evento offerta dal Salmo 114: « Il mare vide e si ritrasse indietro.. Che hai tu, mare, per fuggire? » (versetti 3,5). Esemplare è, al riguardo, la scena evangelica della tempesta sedata ove Cristo, identificato ormai col Signore Creatore, attacca il mare come se fosse un essere diabolico, riprendendo una classica concezione mitica, e lo sottopone a un esorcismo: « Sgridò il vento e disse al mare: Taci, calmati! Furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono? » (Marco 4,39. 41). Se noi, dunque, ci tuffiamo in mare come in una specie di grembo sereno, l’uomo biblico vi penetra con terrore sentendolo quasi come il sudario della morte. Dio solo può strapparlo da quelle fauci, come canta Davide nel Salmo 18: « Stese la mano dall’alto, mi afferrò, mi sollevò dalle grandi acque mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene » (versetti 17 e 20). Dio solo può « con una minaccia prosciugare il mare: i suoi pesci, per mancanza d’acqua, restano all’asciutto, muoiono di sete » (Isaia 50,2). A questa ripulsa nei confronti del mare contribuì, certo, anche la configurazione della costa palestinese piuttosto rettilinea: solo Salomone organizzò una flotta di bandiera, usando tecnici fenici, la cui competenza era celebre in tutto il Mediterraneo.
Israele fu, infatti, un popolo di santi, di eroi, di poeti ma non di navigatori. Se ne ricordano di famosi solo tre e tutti sfortunati. C’è innanzitutto Giona il profeta renitente alla sua missione, che si imbarca su una nave fenicia diretta a Tarshish (forse Gibilterra o la Sardegna) per sfuggire all’ordine divino che lo invia all’antipodo, cioè a Ninive, e che incappa in un terribile fortunale.
Il delizioso racconto, una specie di favola morale di taglio universalistico comprende, come è noto, anche il ricorso ai mostri oceanici mitici, l’enorme pesce che inghiotte il misero per tre notti e tre giorni. Dal ventre del mostro Giona riesce anche a cantare un salmo « marino »: « Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare, tutti flutti e le onde sono passate sopra di me. Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo » (2,4.6.).
Sarà l’Onnipotente a comandare al cetaceo di vomitare Giona su una spiaggia. Su una spiaggia, quella di Malta, andrà ad approdare coi suoi compagni di avventura anche Paolo, al termine di un uragano scatenatosi sul Mediterraneo mentre veniva trasferito a Roma per il processo d’appello.
Chi ama racconti di mare alla Conrad dovrebbe leggere il capitolo 27 degli Atti degli Apostoli con la sua pittoresca descrizione della vicenda vissuta da Paolo su una nave oneraria romana. Lo stesso Apostolo confesserà di « aver fatto naufragio tre volte e di aver trascorso un giorno e una notte in balia delle onde » (2 Corinzi 11,25). Ma è con un terzo navigatore, questa volta anonimo, che vogliamo concludere il nostro breve viaggio sui flutti marini della Bibbia. Nel Salmo 107 entrano in scena quattro personaggi che nel tempio di Gerusalemme stanno sciogliendo i loro voti. C’è un carovaniere che aveva smarrito la pista nel deserto e l’aveva ritrovata, c’è un carcerato liberato, c’è un malato grave guarito. Alla fine si alza a pronunciare il suo ex-voto un marinaio e il suo è il racconto più emozionante. Il Siracide, sapiente biblico del II secolo a.C., riconosceva che « i naviganti parlano dei pericoli del mare e a sentirli coi nostri orecchi restiamo stupiti » (43,24).
Ascoltiamo anche noi il marinaio devoto. « Coloro che solcavano il mare sulle navi facendo commerci sulle acque immense, videro le opere del Signore e i suoi prodigi nelle profondità marine. Egli parlò e fece levare un vento tempestoso che sollevò le onde. Salivano al cielo, scendevano negli abissi, il respiro veniva meno per il pericolo. Ballavano e barcollavano come ubriachi, tutta la loro perizia era svanita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li estrasse da quell’angustia. Ridusse la tempesta alla calma, s’acquetarono le onde del mare. Giorino per la bonaccia ed egli li guidò al porto sospirato » (versetti 23-30). Théophile Briant nella sua antologia Les plus beaux textes sur la Mer, pubblicato a Parigi nel 1951, ha inserito questa strofa accanto ai classici delle tempeste marine, dai citati Omero e Virgilio, ad Alceo e Ovidio. Potremmo pensare anche all’Ulisse dantesco: « Un turbo nacque, e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’Altrui piacque, infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso » (Inferno XXVI, 137-142). Ma per la Bibbia, come si è ripetuto, non c’è solo il terrore primordiale dell’uomo di fronte alle energie scatenate della natura.
Non c’è solo l’esperienza fisica dello stordimento e del mal di mare, usata tra l’altro dal libro di Proverbi per dipingere ironicamente l’ondeggiare dell’ubriaco: « Sarai come chi giace in mezzo al mare, come chi siede sull’albero maestro » (23,24). C’è, invece, l’emozione tutta metafisica dell’incontro col nulla; c’è la sensazione raggelante dell’abbraccio con gli inferi e con la morte.
È per questo che nella nuova e perfetta creazione escatologica il mare scomparirà: « Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, annota Giovanni nell’Apocalisse perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più ». (21,1)

[cardinale, Prefetto Biblioteca Ambrosiana, Milano]

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PAPA FRANCESCO – 36. SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE

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PAPA FRANCESCO – 36. SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 16 novembre 2016

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dedichiamo la catechesi di oggi a un’opera di misericordia che tutti conosciamo molto bene, ma che forse non mettiamo in pratica come dovremmo: sopportare pazientemente le persone moleste. Siamo tutti molto bravi nell’identificare una presenza che può dare fastidio: succede quando incontriamo qualcuno per la strada, o quando riceviamo una telefonata… Subito pensiamo: “Per quanto tempo dovrò sentire le lamentele, le chiacchiere, le richieste o le vanterie di questa persona?”. Succede anche, a volte, che le persone fastidiose sono quelle più vicine a noi: tra i parenti c’è sempre qualcuno; sul posto di lavoro non mancano; e neppure nel tempo libero ne siamo esenti. Che cosa dobbiamo fare con le persone moleste? Ma anche noi tante volte siamo molesti agli altri. Perché tra le opere di misericordia è stata inserita anche questa? Sopportare pazientemente le persone moleste?
Nella Bibbia vediamo che Dio stesso deve usare misericordia per sopportare le lamentele del suo popolo. Ad esempio nel libro dell’Esodo il popolo risulta davvero insopportabile: prima piange perché è schiavo in Egitto, e Dio lo libera; poi, nel deserto, si lamenta perché non c’è da mangiare (cfr 16,3), e Dio manda le quaglie e la manna (cfr 16,13-16), ma nonostante questo le lamentele non cessano. Mosè faceva da mediatore tra Dio e il popolo, e anche lui qualche volta sarà risultato molesto per il Signore. Ma Dio ha avuto pazienza e così ha insegnato a Mosè e al popolo anche questa dimensione essenziale della fede.
Viene quindi spontanea una prima domanda: facciamo mai l’esame di coscienza per vedere se anche noi, a volte, possiamo risultare molesti agli altri? È facile puntare il dito contro i difetti e le mancanze altrui, ma dobbiamo imparare a metterci nei panni degli altri.
Guardiamo soprattutto a Gesù: quanta pazienza ha dovuto avere nei tre anni della sua vita pubblica! Una volta, mentre era in cammino con i discepoli, fu fermato dalla madre di Giacomo e Giovanni, la quale gli disse: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno» (Mt 20,21). La mamma faceva la lobby per i suoi figli, ma era la mamma … Anche da quella situazione Gesù prende spunto per dare un insegnamento fondamentale: il suo non è un regno di potere, non è un regno di gloria come quelli terreni, ma di servizio e donazione agli altri. Gesù insegna ad andare sempre all’essenziale e a guardare più lontano per assumere con responsabilità la propria missione. Potremmo vedere qui il richiamo ad altre due opere di misericordia spirituale: quella di ammonire i peccatori e quella di insegnare agli ignoranti. Pensiamo al grande impegno che si può mettere quando aiutiamo le persone a crescere nella fede e nella vita. Penso, ad esempio, ai catechisti – tra i quali ci sono tante mamme e tante religiose – che dedicano tempo per insegnare ai ragazzi gli elementi basilari della fede. Quanta fatica, soprattutto quando i ragazzi preferirebbero giocare piuttosto che ascoltare il catechismo!
Accompagnare nella ricerca dell’essenziale è bello e importante, perché ci fa condividere la gioia di gustare il senso della vita. Spesso ci capita di incontrare persone che si soffermano su cose superficiali, effimere e banali; a volte perché non hanno incontrato qualcuno che le stimolasse a cercare qualcos’altro, ad apprezzare i veri tesori. Insegnare a guardare all’essenziale è un aiuto determinante, specialmente in un tempo come il nostro che sembra aver perso l’orientamento e inseguire soddisfazioni di corto respiro. Insegnare a scoprire che cosa il Signore vuole da noi e come possiamo corrispondervi significa mettere sulla strada per crescere nella propria vocazione, la strada della vera gioia. Così le parole di Gesù alla madre di Giacomo e Giovanni, e poi a tutto il gruppo dei discepoli, indicano la via per evitare di cadere nell’invidia, nell’ambizione, nell’adulazione, tentazioni che sono sempre in agguato anche tra noi cristiani. L’esigenza di consigliare, ammonire e insegnare non ci deve far sentire superiori agli altri, ma ci obbliga anzitutto a rientrare in noi stessi per verificare se siamo coerenti con quanto chiediamo agli altri. Non dimentichiamo le parole di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» (Lc 6,41). Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere pazienti nel sopportare e umili e semplici nel consigliare.

 

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