Archive pour octobre, 2016

COMMENTO AL VANGELO DI LUCA 17,11-19

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COMMENTO AL VANGELO DI LUCA 17,11-19

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, 10 ottobre 2010

8 OTTOBRE 2010 REDAZIONE PAROLA E VITA

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 8 ottobre 2010 (ZENIT.org).- “Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!” (Lc 17,11-19).

La Bibbia raggruppa sotto il nome di “lebbra” svariate malattie della pelle, la più grave delle quali è la lebbra vera e propria, il terribile morbo che, nell’immaginario comune, più di ogni altra malattia può sfigurare il volto umano.
Il Vangelo ci presenta oggi un gruppo di dieci lebbrosi, che si fanno incontro a Gesù con timore e tremore, consapevoli del rischio di trasmettergli la loro impurità, cosa che comportava tassativamente l’esclusione dal culto e dalla società. Essi perciò si fermano a debita distanza, invocando pietà ad una sola voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!” (Lc 17,13).
A quel tempo si credeva che la lebbra fosse una punizione divina, e che il tempo definitivo della salvezza sarebbe stato inaugurato dalla sua scomparsa: la guarigione operata da Gesù annunciava, perciò, l’inizio di tale compimento messianico. In effetti, Gesù congeda il samaritano guarito dicendogli: “Alzati e va’: la tua fede ti ha salvato” (Lc 17,19); ed ecco: più in profondità delle piaghe scomparse, il cuore di questo straniero è toccato dal Signore, che da lebbroso lo trasforma in discepolo, visto e lodato l’umile gesto della sua adorazione riconoscente.
Così, tre anni fa, papa Benedetto commentava questo Vangelo: “In verità, la lebbra che realmente deturpa l’uomo e la società è il peccato; sono l’orgoglio e l’egoismo che generano nell’animo umano indifferenza, odio e violenza. Questa lebbra dello spirito, che sfigura il volto dell’umanità, nessuno può guarirla, se non Dio, che è Amore. Aprendo il cuore a Dio, la persona che si converte vien sanata interiormente dal male.” (Benedetto XVI, Angelus, 14/10/2007).
Possiamo ora domandarci quale significato può avere il fatto che l’evangelista precisa il numero dei lebbrosi guariti (dieci). Dieci sono le Parole del Decalogo, che Dio rivolge direttamente al popolo interpellandolo con il “tu” (Es 20): dieci comandamenti scolpiti sulla pietra del Sinai per regolare la condotta religiosa e morale non solo del popolo di Israele, ma anche di ogni uomo.
Le Dieci Parole, infatti, costituiscono l’espressione fondamentale della legge naturale, “ scritta e scolpita nell’animo di tutti e di ciascun uomo, poiché essa non è altro che la stessa ragione umana che ci comanda di fare il bene e ci intima di non peccare” (Giovanni Paolo II, Enciclica “Veritatis splendor”, n. 44).
Perciò il numero dieci orienta lo sguardo verso la profondità della persona, là dove Dio ha lasciato l’uomo “in mano al suo consiglio” (Sir 15,14; cfr Veritatis Splendor, n. 39). Questo luogo interiore è il sacrario della coscienza, in cui l’uomo entra in contatto con la Verità che lo salva e lo fa essere veramente libero.
A queste fondamentali dieci Parole, Dio (se posso dir così) ne ha aggiunto un’altra: la parola “grazie”. E’ il dono dell’inclinazione del cuore alla riconoscenza.
A dire il vero, l’esempio contrario e paradigmatico dei nove lebbrosi ingrati, sembra negare questa mia affermazione. In effetti, molto spesso vediamo che nemmeno la dura scuola della sofferenza riesce a suscitare nell’uomo lo stupore umile e riconoscente per il dono della vita, aprendogli il cuore a quella fondamentale verità personale che è la dipendenza nell’amore da Dio, suo Creatore e Padre. Ma se ciò accade è per il fatto che il peccato di orgoglio e di egoismo inquinano la purezza originale della coscienza, accecandola e deturpandola al punto da renderla irriconoscibile come il volto di un lebbroso, e così essa perde la riconoscenza come atteggiamento profondo naturale.
Ecco una mia piccola testimonianza al riguardo. Stamane, subito dopo aver dato il Corpo del Signore ad un giovane, ho accarezzato il volto del bambino che mi fissava dalle sue braccia (avrà avuto forse un anno di età), e lui mi ha prontamente ricambiato con un radioso sorriso.
Evidentemente il suo non è stato un atto volontario, ma riflesso, spontaneo, segno che nell’esperienza naturale della gratificazione è inscritta anche un’attitudine a ringraziare per ciò che la persona riceve di bello e di buono.
Il sorriso è il modo più facile e semplice di dire “grazie”, anche per l’adulto. Il sorriso dell’essere umano è paragonabile all’aprirsi del fiore ai primi raggi del sole: così l’uomo, la cui vita Dio fa germinare nel grembo, reca in sé la riconoscenza come un dato primordiale, ed ogni gesto d’amore è in grado di suscitarla mentre il cuore si apre come un fiore.
Concludendo il commento al Vangelo che ho citato, Benedetto XVI ha detto:“Chi, come il samaritano sanato, sa ringraziare, dimostra di non considerare tutto come dovuto, ma come un dono che, anche quando giunge attraverso gli uomini o la natura, proviene ultimamente da Dio. La fede comporta allora aprirsi alla grazia del Signore; riconoscere che tutto è dono, tutto è grazia. Quale tesoro è nascosto in una piccola parola: “grazie”!”
Tutto è dono, tutto è grazia, a partire dal dono e dalla grazia della vita.
Allora, oggi, il nostro grazie all’“Autore della vita” (At 3,15) diventa un infinito “grazie!” che sale dal profondo di un cuore purificato:
“Grazie infinite a Te, Padre, Fonte della mia vita,
perchè mi hai creato a Tua immagine nel seno di mia madre, figlio nel Figlio, per una vocazione specialissima di eterna felicità;
Grazie infinite a Te, Signore Gesù, Autore della mia vita,
perché dal seno del Padre mi sei venuto incontro, facendoti uomo nel grembo di Maria;
Grazie infinite a Te, Spirito Santo,
perché sei l’amore, la gioia, la novità, l’energia divina della mia vita.
Grazie infinite, Gesù mio, Vita della mia vita,
perché mi hai amato, mi hai cercato e mi hai trovato mentre ero ancora peccatore, condannato per l’eternità a vivere da straniero, lontano dalla casa del Padre;
Grazie infinite, Vita della mia vita,
perché non Ti sei fermato a distanza per guarirmi con la Tua Parola, ma mi hai raggiunto, mi hai abbracciato, mi hai sanato facendoti lebbroso come me;
Grazie infinite, Vita della mia vita,
perché Ti sei lasciato piagare mortalmente da me, mentre io dalle Tue piaghe sono stato salvato dalla morte;
Grazie infinite, Vita della mia vita,
perché per custodire il dono della libertà mi donato il senso del peccato, la luce della coscienza, il moto della riconoscenza;
Grazie infinite, Vita della mia vita,
perché come hai fatto con me, così a tutti i miei cari sei venuto incontro, perché coloro che ti cercano ti possano trovare;
Grazie infinite, Vita della mia vita,
perché mi hai donato la fede, che vale più della vita e per essa hai fatto di me una persona nuova;
Grazie infinite, Vita della mia vita,
per il dono della preghiera che mi abilita al dialogo con Te, e mi insegna a percepire il mormorio leggero della Tua voce amica nell’intimo del cuore;
Grazie infinite, Vita della mia vita,
per il dono sublime dell’Eucaristia e del sacerdote, per mezzo del quale mi restituisci settanta volte sette tutti i doni del tuo amore fedele perduti per mia colpa;
Grazie infinite, Vita della mia vita,
per il dono indicibile di Tua Madre, la “Piena di grazia”: la sua tenerezza mi avvolge giorno e notte, e dalle sue mani ricevo grazia su grazia. So che Ella mi assisterà con la sua presenza e la sua preghiera nell’ora di quella morte che la tua volontà avrà stabilito per me”.
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

 

he Leper who returned shows us all the way to live

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Publié dans:immagini sacre |on 7 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

9 OTTOBRE 2016 | 28A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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9 OTTOBRE 2016 | 28A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Gesù ascolta l’invocazione di dieci sventurati lebbrosi e li guarisce. Solo uno di loro ritorna per ringraziarlo ed è uno straniero, un samaritano. I nove che non ritornano ricuperano solo la salute, invece il samaritano trova anche la fede, che darà alla sua vita un senso nuovo.

La parola di Dio 2 Re 5,14-17. È la conclusione della vicenda di Naaman, capo dell’esercito di Siria, che è venuto a chiedere a Eliseo, in Israele, la guarigione dalla lebbra. È guarito e vuole ricompensare il profeta. Ma Eliseo rifiuta i suoi doni: ciò che conta è la fede, che non sopporta di essere comprata. D’ora in poi Naaman adorerà esclusivamente il Dio di Israele, il vero Dio. 2 Timoteo 2, 8-13. Paolo dichiara a Timoteo la propria fede, quella che finora ha testimoniato e per la quale è finito in prigione. « Ma la parola di Dio non è incatenata », dice. E continuerà ad annunciarla a tutti i chiamati alla salvezza. Del resto, esclama, tutta la nostra vita ha un senso se viviamo e perseveriamo nella imitazione di Cristo. Luca 17, 11-19. Gesù incontra dieci lebbrosi. Ieri più di oggi la condizione di questi ammalati era terribile ed emarginante. Gesù li guarisce, ma solo uno torna a dire grazie e a riconoscere la signoria di Gesù.

Riflettere Era questa la condizione dei lebbrosi in Israele, ancora al tempo di Gesù, come prescriveva la legge: « Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: « Impuro! Impuro! ». Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento » (Lv 13, 45-46). I dieci lebbrosi di cui parla il vangelo avevano forse formato una piccola comunità, oppure hanno trovato il coraggio di ritrovarsi in gruppo, sapendo che di lì passava Gesù. Tra di loro c’è un samaritano. Gli ebrei li consideravano dei « bastardi », perché si sono allontanati dalla vera religiosità, ma si direbbe che la malattia abbia fatto superare i pregiudizi e abbia reso possibile la convivenza. La sventura rende spesso solidali. I dieci vanno incontro a Gesù, ma si fermano a distanza, così prescriveva la legge, e gridano a piena voce: « Gesù, maestro, abbi pietà di noi! ». Gesù non ha paura di avvicinarsi e di farsi avvicinare, non teme di rendersi impuro, e li guarisce con parole semplici. Non compie gesti clamorosi o riti magici. Dice loro semplicemente di andare dai sacerdoti, secondo quanto prescriveva la legge, perché controllino il loro stato di salute. Ma mentre sono in viaggio si accorgono essi stessi di essere già guariti. Nove proseguono la strada, impazienti di presentarsi ai sacerdoti del tempio e di vedersi riconosciuta la guarigione e quindi di essere riammessi alla vita sociale. Non sentono il bisogno di tornare indietro a ringraziare Gesù per la guarigione. Sono guariti e questo a loro basta. Riacquistano la salute, ma non la fede e la salvezza. Gesù avrebbe dato un senso nuovo alla loro vita. Solo uno di loro, il samaritano, che forse non poteva nemmeno sentirsi autorizzato a recarsi dai sacerdoti proprio perché samaritano, capisce a chi deve dire grazie per la sua guarigione, e ritorna « lodando Dio a gran voce »: si getta ai piedi di Gesù e lo ringrazia. Gesù riconosce la sua fede e gli dice: « Alzati e va’: la tua fede ti ha salvato! ». Ma si meraviglia perché gli altri nove non hanno capito e non sono tornati.

Attualizzare I miracoli nel vangelo sono frequenti. La guarigione di Naaman il siro, per iniziativa di Eliseo, ci ricorda che c’erano miracoli anche al tempo dell’antica alleanza. Oggi c’è chi non crede ai miracoli e si dichiara diffidente. Ma i miracoli avvengono anche oggi, anche se apparentemente sembrano meno numerosi. Si sa che nessuno viene proclamato beato o santo se non sono approvati da una commissione scientifica rigorosa, almeno due fatti straordinari (« miracolosi ») avvenuti dopo averli invocati. Anche a Lourdes ci sono miracoli. Quelli riconosciuti ufficialmente sono una settantina. Nel vangelo i miracoli rivelano l’identità di Gesù e la bontà di Dio. Gesù si è piegato davanti a ogni malattia e sofferenza umana, si è commosso e le ha condivise. Gesù è l’amore di Dio fatto uomo: per questo nessuna sofferenza può essere attribuita alla « crudeltà » di Dio, perché Dio si colloca sicuramente dalla parte del sofferente. Certo, ci si può domandare perché in alcuni casi la preghiera ottiene il miracolo e in altri no. La risposta in realtà potrebbe darla soltanto Dio in persona. Ogni malattia del resto, specie quelle devastanti come la lebbra – oggi si potrebbe parlare di Aids o di Alzheimer, di varie altre malattie che costringono a cure pesanti e a situazioni umilianti – pongono interrogativi e mettono in discussione la nostra fede nella bontà di Dio. La malattia ci mette a nudo e ci costringe a riflettere sulla precarietà della vita, a non collocare tutta la nostra fiducia e sicurezza nelle cose di questo mondo. Soprattutto si fa preghiera, invocazione, grido di pietà: « Gesù, maestro, abbi pietà di me! ». I nove lebbrosi che sono stati guariti appaiono superficiali e centrati su di sé. Invocano la guarigione e una volta che l’hanno ottenuta dimenticano chi li ha guariti, non si fanno domande. Eppure, specie a quel tempo, la guarigione dalla lebbra era un fatto talmente straordinario, solo eccezionalmente possibile. In questo caso poi è avvenuta in modo istantaneo, subito dopo le parole di Gesù. Eppure essi erano andati lì proprio perché avevano sentito parlare del potere taumaturgico di Gesù, che, oltre alla salute, avrebbe potuto dare un senso nuovo alla loro vita. Perché, se è importante ricuperare le nostre forze, è anche più importante capire il senso del nostro star bene e di come usiamo la vita e la salute che abbiamo. Se il dire grazie può essere visto a volte soltanto come un fatto di buona educazione, in realtà è sempre qualcosa di più: è un atto di amore riconoscente verso chi ci ha fatto del bene e si è occupato di noi. Nei riguardi di Gesù il dire grazie avrebbe portato con sé qualcosa di salvifico. Se avessero minimamente riflettuto, anche loro sarebbero caduti in ginocchio per riconoscere l’identità di chi li aveva guariti. Il samaritano, vedendosi guarito, ritorna da Gesù pieno di fede, lodando Dio a gran voce. Dice un parroco: « Come vorrei vedere uscire dalla mia chiesa, almeno ogni tanto, qualcuno che torna a casa sua lodando Dio a gran voce… ». Di fronte ai tanti doni di Dio, e in questo momento alla gioia di partecipare a questa eucaristia, che ci fa conoscere l’amore di Dio e ci dona la salvezza che passa attraverso la comunità cristiana, dovremmo anche noi sentire un gran bisogno di ringraziare. E imparare che la vita non può che essere racchiusa in un grande « grazie », perché tutto ciò che abbiamo lo abbiamo ricevuto.

Basta dire grazie « Oggi mia madre si è alzata per prendermi un bicchiere d’acqua. Non so come, mi è sfuggito un « grazie! ». Non l’avevo mai fatto. Mia madre si è seduta e mi è sembrato che quasi piangesse. Conclusione: per far piangere mia madre basta poco: basta dirle un « grazie » ogni 13 anni » (Andrea).

Quell’ombra era un lebbroso Raoul Follereau, un giornalista francese, con la moglie era andato a compiere un safari in Africa. Il giro turistico era stato interessante. L’agenzia aveva fatto condurre la coppia per i villaggi alla ricerca delle cose più curiose, evitando qualsiasi visione sgradevole. Nel passaggio in jeep da un villaggio a un altro, però, attraversando la savana, il giornalista aveva visto un’ombra sgusciare tra la vegetazione. « Un animale o un uomo? », aveva chiesto all’autista. Ma l’autista si rifiutava di rispondere. Non aveva visto nulla. Dovette insistere parecchio prima di sentirsi dire che si trattava di un lebbroso e che in quella zona c’era appunto una colonia di lebbrosi. Fu così che Follereau si trovò per la prima volta di fronte alla terribile malattia. Visitò il villaggio dapprima con l’intenzione di fare un servizio giornalistico. Poi gli parve intollerabile che in tempi come i nostri ci fosse della gente che vivesse in quelle condizioni, ai margini del mondo, rifiutati da tutti. Coinvolse attraverso il suo giornale i francesi, dando poi vita a un grande movimento di opinione e di iniziative, di cui si fece lui stesso promotore. Ancora oggi i seguaci di Raoul Follereau si propongono di sensibilizzare la gente di tutto il mondo al problema dei lebbrosi.

Don Umberto DE VANNA sdb

The Guardian Angel statue

The Guardian Angel statue dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 6 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 31. IL PERDONO SULLA CROCE (CFR LC 23,39-43)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20160928_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – 31. IL PERDONO SULLA CROCE (CFR LC 23,39-43)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 28 settembre 2016

31. Il Perdono sulla croce (cfr Lc 23,39-43)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Le parole che Gesù pronuncia durante la sua Passione trovano il loro culmine nel perdono. Gesù perdona: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Non sono soltanto parole, perché diventano un atto concreto nel perdono offerto al “buon ladrone”, che era accanto a Lui. San Luca racconta di due malfattori crocifissi con Gesù, i quali si rivolgono a Lui con atteggiamenti opposti. Il primo lo insulta, come lo insultava tutta la gente, come fanno i capi del popolo, ma questo povero uomo, spinto dalla disperazione dice: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» (Lc 23,39). Questo grido testimonia l’angoscia dell’uomo di fronte al mistero della morte e la tragica consapevolezza che solo Dio può essere la risposta liberatrice: perciò è impensabile che il Messia, l’inviato di Dio, possa stare sulla croce senza far nulla per salvarsi. E non capivano, questo. Non capivano il mistero del sacrificio di Gesù. E invece Gesù ci ha salvati rimanendo sulla croce. Tutti noi sappiamo che non è facile “rimanere sulla croce”, sulle nostre piccole croci di ogni giorno. Lui, in questa grande croce, in questa grande sofferenza, è rimasto così e lì ci ha salvati; lì ci ha mostrato la sua onnipotenza e lì ci ha perdonati. Lì si compie la sua donazione d’amore e scaturisce per sempre la nostra salvezza. Morendo in croce, innocente tra due criminali, Egli attesta che la salvezza di Dio può raggiungere qualunque uomo in qualunque condizione, anche la più negativa e dolorosa. La salvezza di Dio è per tutti, nessuno escluso. E’ offerta a tutti. Per questo il Giubileo è tempo di grazia e di misericordia per tutti, buoni e cattivi, quelli che sono in salute e quelli che soffrono. Ricordatevi quella parabola che racconta Gesù sulla festa dello sposalizio di un figlio di un potente della terra: quando gli invitati non hanno voluto andare, dice ai suoi servitori: «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze» (Mt 22,9). Tutti siamo chiamati: buoni e cattivi. La Chiesa non è soltanto per i buoni o per quelli che sembrano buoni o si credono buoni; la Chiesa è per tutti, e anche preferibilmente per i cattivi, perché la Chiesa è misericordia. E questo tempo di grazia e di misericordia ci fa ricordare che nulla ci può separare dall’amore di Cristo! (cfr Rm 8,39). A chi è inchiodato su un letto di ospedale, a chi vive chiuso in una prigione, a quanti sono intrappolati dalle guerre, io dico: guardate il Crocifisso; Dio è con voi, rimane con voi sulla croce e a tutti si offre come Salvatore a tutti noi. A voi che soffrite tanto dico, Gesù è crocifisso per voi, per noi, per tutti. Lasciate che la forza del Vangelo penetri nel vostro cuore e vi consoli, vi dia speranza e l’intima certezza che nessuno è escluso dal suo perdono. Ma voi potete domandarmi: “Ma mi dica, Padre, quello che ha fatto le cose più brutte nella vita, ha possibilità di essere perdonato?” – “Sì! Sì: nessuno è escluso dal perdono di Dio. Soltanto deve avvicinarsi pentito a Gesù e con la voglia di essere da Lui abbracciato”. Questo era il primo malfattore. L’altro è il cosiddetto “buon ladrone”. Le sue parole sono un meraviglioso modello di pentimento, una catechesi concentrata per imparare a chiedere perdono a Gesù. Prima, egli si rivolge al suo compagno: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?» (Lc 23,40). Così pone in risalto il punto di partenza del pentimento: il timore di Dio. Ma non la paura di Dio, no: il timore filiale di Dio. Non è la paura, ma quel rispetto che si deve a Dio perché Lui è Dio. E’ un rispetto filiale perché Lui è Padre. Il buon ladrone richiama l’atteggiamento fondamentale che apre alla fiducia in Dio: la consapevolezza della sua onnipotenza e della sua infinita bontà. E’ questo rispetto fiducioso che aiuta a fare spazio a Dio e ad affidarsi alla sua misericordia. Poi, il buon ladrone dichiara l’innocenza di Gesù e confessa apertamente la propria colpa: «Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male» (Lc 23,41). Dunque Gesù è lì sulla croce per stare con i colpevoli: attraverso questa vicinanza, Egli offre loro la salvezza. Ciò che è scandalo per i capi e per il primo ladrone, per quelli che erano lì e si facevano beffa di Gesù, questo invece è fondamento della sua fede. E così il buon ladrone diventa testimone della Grazia; l’impensabile è accaduto: Dio mi ha amato a tal punto che è morto sulla croce per me. La fede stessa di quest’uomo è frutto della grazia di Cristo: i suoi occhi contemplano nel Crocifisso l’amore di Dio per lui, povero peccatore. È vero, era ladrone, era un ladro, aveva rubato tutta la vita. Ma alla fine, pentito di quello che aveva fatto, guardando Gesù così buono e misericordioso è riuscito a rubarsi il cielo: è un bravo ladro, questo! Il buon ladrone si rivolge infine direttamente a Gesù, invocando il suo aiuto: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). Lo chiama per nome, “Gesù”, con confidenza, e così confessa ciò che quel nome indica: “il Signore salva”: questo significa il nome “Gesù”. Quell’uomo chiede a Gesù di ricordarsi di lui. Quanta tenerezza in questa espressione, quanta umanità! E’ il bisogno dell’essere umano di non essere abbandonato, che Dio gli sia sempre vicino. In questo modo un condannato a morte diventa modello del cristiano che si affida a Gesù. Un condannato a morte è un modello per noi, un modello per un uomo, per un cristiano che si affida a Gesù; e anche modello della Chiesa che nella liturgia tante volte invoca il Signore dicendo: “Ricordati… Ricordati del tuo amore …”. Mentre il buon ladrone parla al futuro: «quando entrerai nel tuo regno», la risposta di Gesù non si fa aspettare; parla al presente: «oggi sarai con me nel paradiso» (v. 43). Nell’ora della croce, la salvezza di Cristo raggiunge il suo culmine; e la sua promessa al buon ladrone rivela il compimento della sua missione: cioè salvare i peccatori. All’inizio del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret, Gesù aveva proclamato «la liberazione ai prigionieri» (Lc 4,18); a Gerico, nella casa del pubblico peccatore Zaccheo, aveva dichiarato che «il Figlio dell’uomo – cioè Lui – è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,9). Sulla croce, l’ultimo atto conferma il realizzarsi di questo disegno salvifico. Dall’inizio alla fine Egli si è rivelato Misericordia, si è rivelato incarnazione definitiva e irripetibile dell’amore del Padre. Gesù è davvero il volto della misericordia del Padre. E il buon ladrone lo ha chiamato per nome: “Gesù”. È una invocazione breve, e tutti noi possiamo farla durante la giornata tante volte: “Gesù”. “Gesù”, semplicemente. E così fatela durante tutta la giornata.

L’IDEA BENEDETTINA DELL’UOMO E LA SUA ATTUALITÀ,

http://www.gliscritti.it/blog/entry/912

L’IDEA BENEDETTINA DELL’UOMO E LA SUA ATTUALITÀ,

di Léo Moulin

Riprendiamo dal web la trascrizione di un testo tratto da La vita quotidiana secondo San Benedetto, di Léo Moulin. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Di Léo Moulin, vedi su questo stesso sito anche La vita quotidiana nelle università medievali (testi da Léo Moulin).

Il Centro culturale Gli scritti (30/6/2011)

« Conoscere gli uomini e amarli lo stesso » (Leone Tolstoj)

Questo breve articolo è estratto da La vita quotidiana secondo San Benedetto (ed. Jaka Book) opera del famoso medioevalista francese Léo Moulin. San Benedetto ha cercato di vivere il vangelo in un’epoca di grandi cambiamenti storici, al tramonto dell’Impero romano in occidente. E’ aperto il campo di discussione a proposito dell’attribuibilità della regola a san Benedetto anche perché, in quel tempo, la « regola » per dei monaci non era tanto uno scritto quanto la vita di un santo. In ogni evenienza questo non toglie alcun interesse alla Regula che, molto probabilmente riflette la vita e il pensiero dello stesso santo, una vita che i cristini d’Oriente odierni venerano ancora. Il commento che Leo Moulin fa su un aspetto della regola pare, dunque, d’indubbio interesse e indica indirettamente come esistesse una comune tradizione all’interno del primo millennio cristiano. La visione concreta e pratica della Regula è infatti facilmente riscontrabile in molti scritti monastici cristiani d’Oriente della stessa epoca. Ciò, come dice Moulin, è molto prossimo ai bisogni e alla sensibilità del mondo attuale. Benedetto dunque conosce gli uomini, le loro debolezze e i loro limiti. Non nutre alcuna illusione a loro riguardo. Tuttavia, ed è questo che lo distingue da un Machiavelli, ad esempio, o da un Hobbes, la sua visione disincantata e realistica non lo induce a pensare che i figli di Adamo siano irrimediabilmente perduti e che non ci sia nulla da fare o da sperare. In Benedetto non c’è traccia di disprezzo o acredine, non c’è ombra dello « zelo tetro e amaro » (c. 73,1), che anima tanti puritani o idealisti che vogliono fare la felicità della gente suo malgrado. Benedetto ama gli uomini per quello che sono, e specialmente i deboli, i malati, i vecchi, i poveri, i giovani, i peccatori, i recidivi (c. 31). Per loro vuole essere un « tenero padre », che « sempre preferisce la misericordia alla giustizia » (c. 64,26), che « desidera farsi amare piuttosto che temere » (c. 64, 36). Machiavelli, e qui sta tutta la differenza, opta per la paura e il terrore (Il Principe, cap. XVII), Benedetto è il pastore di un gregge a cui non propone nulla di rigoroso e gravoso (nihil asperium, nihil grave, Prol. 107), in quella che, dopotutto, ai suoi occhi è soltanto una « piccola regola per nuovi adepti », (hanc minimam inchoationis regulam, c. 73, 23). Di questa tenerezza, incessantemente e attivamente presente, si potrebbero moltiplicare gli esempi: ogni pagina della Regola ne offre a iosa. Notiamo, ad esempio, con quanta umanità Benedetto tratta i fratelli esclusi, per errori gravi, dalla comunità, gli scomunicati, i recidivi. Un problema sociale che ci è familiare anche oggi. Per lui costoro sono, anzitutto, dei malati (c. 27 e 28) ai quali la Comunità deve stare vicina con tutto il cuore, per evitare che affondino « in un abisso di tristezza » (abundantiori tristitia). Se tutti i rimedi falliscono, la Comunità deve ricorrere a « un mezzo più efficace », la preghiera, « affinché il Signore, che può tutto, renda la salute al fratello malato » (c. 28, 17), che verrà così a resipiscenza. La stupenda parola! Derivata da sapientia, etimologicamente significa « ritorno alla ragione », e solamente in seguito assumerà il significato di « pentirsi ». Essere -infine- ragionevole, comprendere, conduce al pentimento (speriamo). La sollecitudine di Benedetto non si applica solo ai casi estremi, come quelli di cui abbiamo appena parlato, ma si estende agli aspetti più umili del vivere quotidiano. Ne è testimonianza questo passaggio del capitolo 22: « Levandosi… i fratelli si incoraggino dolcemente (sottolineo l’avverbio, L.M.), in modo da non offrire a quelli (ancora) assonnati il pretesto di reagire brutalmente ». E altrove (c. 8): « Ci si leverà all’ora ottava della notte (cioè, tra le due o le tre dei mattino), in base a una valutazione ragionevole in modo che ci si alzi a digestione compiuta » (iam digesti surgant). E più avanti, questo passaggio, nel bel mezzo del capitolo relativo agli « uffici divini della notte », che tratta di un dettaglio assolutamente prosaico (ma Benedetto, padre del monastero, pastore del gregge, medico delle anime, Vicario di Cristo, pensa a tutto): « dopo un breve intervallo, durante il quale i fratelli potranno uscire per soddisfare i bisogni della natura. (ad necessaria naturae c. 8,12)… Bisogna prendere gli uomini come sono, nella piena coscienza della loro intima debolezza, della debolezza dei deboli, (infirmorum contuentes imbecillitatem, c. 40,6); organizzare, ad esempio, il lavoro con moderazione, tenendo conto di quelli che sono deboli (mensurate (…) propter pusillanimes) « infermi o delicati » (c. 48,57) e, soprattutto, è necessario non pretendere che siano conformi all’immagine astratta, idealizzata, che ci si è fatta dell’uomo. Gli uomini bisogna accettarli per quello che sono, nella loro infinita diversità, nonostante le ineguaglianze nel sapere, nell’intelligenza, nella ricchezza spirituale, nella saggezza, nei meriti, nello zelo, nella resistenza fisica e morale, che li caratterizzano. Perché soltanto agli occhi di Dio esiste e può esistere uguaglianza: « noi serviamo, allo stesso titolo, nella milizia di un solo Signore » (c. 2,56). Sul piano del terreno e del quotidiano, gli uomini sono profondamente ineguali. Benedetto lo sa e lo dice. L’Abate dovrà dunque « piegarsi alle disposizioni della maggioranza », « senza parzialità », « secondo il valore dell’intelligenza di ciascuno » (c. 2,92); « non turberà il gregge che gli è affidato » (c. 63,5) con decisioni arbitrarie o nocive all’armonia della Comunità. Non deve logorare le sue pecorelle con troppe pretese, ma guidarle con « discernimento e moderazione » (discernat et temperit, c. 63,42) – due parole-chiave del pensiero benedettino. Dunque, niente gregari. Nessuna irreggimentazione, nessun livellamento alla base. Meno ancora egualitarismo, questo attentato alla dignità della persona umana, che mortifica i migliori, abbassandoli ingiustamente al livello della folla, e avvilisce gli umili, facendo loro credere, mendacemente, che non esistano differenze tra gli uomini. L’Abate deve rispettare le diversità tra un uomo e l’altro e dare ad ognuno la possibilità di far fruttare il talento (Matteo, 25,14-30) che Dio gli ha dato, e in questo modo di sbocciare. L’età in sé non è un merito né un demerito: « in nessun momento, e in nessun caso, l’età saprebbe creare un prestigio o un’inferiorità » (c. 63,14): questo significherebbe l’introduzione di un elemento meccanico nel processo di giudizio e di scelta, e un attentato alle ricchezze potenziali della diversità. La frase è sconvolgente, per quell’era della gerontocrazia in cui fu scritta. Benedetto spiega: « spesso è proprio ai più giovani che Dio rivela la soluzione migliore » (c. 3,8). L’Abate dunque verrà scelto « in base ai meriti della sua vita e alla saggezza della sua dottrina, anche se è l’ultimo (per la data della sua professione, L.M.) nella gerarchia della comunità » (c. 64,7-8). L’età non ha importanza; è (in linea di principio, perché gli uomini restano uomini) un sistema di selezione e di promozione che si basa su di un’amplissima gamma di scelte possibili. Segue uno splendido quadretto di quel che deve essere il capo di un’impresa benedettina. L’Abate, « Vicario di Cristo », dalla cui volontà tutto dipende e deve dipendere, sarà, proprio per questo, moderato, riservato, indulgente; non sarà agitato o inquieto, eccessivo o ostinato, o geloso o troppo sospettoso (un po’ è bene che lo sì: è il destino di tutti coloro che dirigono un’impresa). Che non finga, soprattutto, di ignorare gli errori nascenti; che vi porti rimedio, che li « recida alla radice », appena « cominciano ad avere un peso ». Che non esiti dunque a punire, ma « con prudenza e carità », « senza nulla di eccessivo », dosando i suoi interventi a seconda delle circostanze (Miscens tempora temporibus, c. 21,13). (Questo vale per gli insegnanti, per gli ufficiali e per i capifamiglia). Perché, di tutte le virtù che insegna Benedetto, quella che mette maggiormente in evidenza è la discretio, « madre di tutte le virtù » (c. 64,48), ovvero il senso della misura, il discernimento, la moderazione, il giusto equilibrio tra quel che si può sperare dagli uomini e i gravami della realtà quotidiana. In Benedetto non c’è niente di repressivo. Quando punisce, vuol punire l’errore o l’ostinazione in esso assai più che il colpevole. Dal momento che non si fa illusioni sugli uomini è incline a perdonare: ai suoi occhi, la colpa è parte integrante della natura umana, ed è alla luce di una simile visione che egli la giudica. Punire, punire un « malato », va bene, ma non troppo, « per non spezzare la canna (già) incrinata » (c. 64,33), per non infrangere il vaso, a forza di voler « togliere la ruggine » (c. 44,31): non sogniamoci di voler rendere gli uomini perfetti, soprattutto loro malgrado. Insomma, « che l’Abate odi i vizi, ma ami i fratelli » (c. 44,27): la distinzione non è sempre facile da fare. E meno ancora da applicare nella vita di tutti i giorni: come amare questo fratello « vizioso », « colpevole », « malato », forse, ma « cattivo »? Benedetto ha piena coscienza del fatto che la vera grande arte è quella di governare gli uomini, come verrà detto nel Medioevo: « ARS ARTIUM, GUBERNATIO HOMINUM ». Egli sospira: « E’ un compito difficile e faticoso governare gli uomini » (c. 2,84). Una attenzione totale La visione realistica degli uomini che impregna tutta l’esperienza personale di Benedetto e ispira la sua Regola, non induce affatto il Patriarca d’Occidente ad abbandonarli a se stessi; è convinto che del « gregge turbolento e indocile » che gli è affidato sia possibile fare qualcosa di buono. Questa « piccola Regola per i neofiti » può, quanto meno, permettere di acquisire « onestà di vita e muovere i primi passi nella vita religiosa »: per mezzo della preghiera, « breve », « pura e frequente », della mortificazione (« odiare la propria volontà »), con l’obbedienza e con la fede. Per mezzo della vita vissuta insieme ai fratelli, in quella preghiera di pietra che è il monastero, « l’officina » (officina), dove, scrive Benedetto, dobbiamo lavorare diligentemente con tutti questi strumenti. (c. 4,98), animati dalla ferma intenzione di restarvi sempre legati. (stabilitas, c. 11,99). « Militando sotto la Regola e l’Abate », incarnazione della Regola cui si deve obbedienza e che è il solo autorizzato ad esigere tale obbedienza (Regulae auctoritas, c. 37,3). Sono questi gli ingredienti fondamentali di tutta la vita religiosa. Interviene ancora un altro elemento, altrettanto fondamentale, sia nella vita quotidiana dei religiosi, sia, questa volta, nella vita quotidiana del cittadino del nostro tempo: voglio parlare dell’osservanza. L’osservanza, che è la stretta applicazione, in tutti i momenti della vita, in tutte le azioni, di una attenzione tesa e totale. Significa fare, « senza ritardo », senza esitazioni, senza mormorare né replicare, senza tiepidezza o pigrizia, con zelo e applicazione la missione affidata a ciascuno, o semplicemente i piccoli doveri quotidiani. E farlo bene! Vuol dire essere sempre presenti a se stessi, senza sosta: Actus vitae suae omnia hora custodire (c. 2,56), che, in linguaggio moderno, si potrebbe tradurre: « conservare ad ogni istante il controllo delle proprie azioni », dei propri atti, dei propri gesti e del proprio pensiero. La distrazione, il ritardo, la balordaggine, la dimenticanza, il lapsus, la fantasticheria, la negligenza, l’errore (nell’oratorio, c. 45, a tavola, c.38) non sono permessi. L’uomo è sempre considerato responsabile di ciò che fa, di quel che è e di quel che pensa. (E’ inutile, credo, sottolineare la modernità di questa esigenza: il self-control, la padronanza di sé, la razionalizzazione dei comportamenti, sono uno dei fondamenti dell’azione e della supremazia europea nelle società del passato (Cf. L. Moulin, L’aventure européenne, pp. 67-69). Citiamo un solo passaggio della Regola, il capitolo 46, per illustrare quel che abbiamo appena detto: « Quando a un monaco, durante una qualunque attività, nelle cucine, in cantina, nel corso di un servizio, nella panetteria, in giardino, nell’esercizio di un mestiere, o in qualsiasi luogo (notiamo l’enumerazione, il più possibile esaustiva), capita di sbagliare, di rompere o di perdere qualche cosa, o di commettere un altro fallo, dovunque ciò avvenga… »: ecco tutto questo costituisce una colpa, un delitto (delictum). D’altronde, Benedetto precisa (c. 33): « Se qualcuno tratta uno degli oggetti del monastero senza garbo o con negligenza, sarà rimproverato. Se non si corregge (sempre quest’idea tipicamente benedettina: è la perseveranza a costituire la colpa per eccellenza), subirà la disciplina regolare, che va dalla reprimenda pubblica (c. 23), alla privazione della « comunità del desco » (c. 24), dalla scomunica alla verga. In nessuna circostanza, per poco importante che sia, il monaco può sbagliare o cedere, né può giustificarsi dicendo « non l’ho fatto apposta ». Certo, ma hai sbagliato. Oppure « Ho creduto di far bene »: bisogna far bene, e non « credere » – questo verbo invertebrato- di averlo fatto. É così di seguito. Praticando giorno dopo giorno, scrupolosamente, queste virtù, è possibile diventare un pochino migliori di quanto non si fosse al punto di partenza; senza illusioni, perché la caduta e la recidivia non sono mai lontane e sono sempre possibili. Taluni, tuttavia, potranno percorrere un cammino più arduo (omnia dura et aspera) che permetterà loro di « raggiungere le più alte cime della dottrina e della virtù » (c. 73,25), e « per mezzo del quale si arriva a Dio » (c. 58, 18). Ma non a tutti è dato il percorrere questo cammino: paucorum est ista virtus (c. 49,31). Morale: l’uomo non è, in alcun momento, il prodotto esclusivo del suo ambiente e/o dell’ereditarietà; può, se vuole (e, fatto « a immagine e somiglianza di Dio », è, per definizione, dotato di libertà e di volontà), diventare diverso e migliore di quel che sarebbe, se fosse in balia di se stesso. Egli può costruire la sua vita. La dolcezza dei rapporti umani E’ questo l’ultimo grido della saggezza benedettina, e quanto essa ha ancora di valido per l’uomo d’oggi? Qualche tratto, di un’abbagliante attualità, completa il quadro. In un monastero si vive gli uni sugli altri: è la più dura delle mortificazioni, mi disse un Padre Trappista (insieme alla solitudine, mi sussurra un Certosino). I contatti quotidiani sono molteplici, inevitabili; essi inaspriscono singolarmente quanto può esserci di doloroso, di penoso o di francamente insopportabile nella presenza di questo o di quello (pensiamo alle tensioni che scandiscono la vita di due persone che vivono insieme da molti anni). La Regola e le Leggi Consuetudinarie sono lì apposta per evitare che esplodano clamorosamente gli attriti che esistono, latenti, nel seno della Comunità più profondamente unita nelle cose essenziali; ma la vita quotidiana è fatta di simili momenti di tensione. Nei capitoli 4 e 36 della Regola – in particolare – Benedetto ha raccolto un breve trattato di civiltà sul modo di evitare urti di questo genere che, per secoli e ancora oggi, ha impregnato e impregna l’intera vita benedettina e le dona quella dolcezza, quella tenerezza umana, quella serenità dell’anima, che sono le sue caratteristiche. Citiamo ancora: gli ospiti, i forestieri, saranno ricevuti « tamquam Christus » (c. 53, 2); si cureranno i malati « come se fossero Cristo » (c. 36,2). « Fare a gara per onorarsi a vicenda »: è il rispetto per la Persona dell’Altro in quanto ha di essenziale e di unico (avviso agli automobilisti). « Fare a gara per ubbidire gli uni agli altri »: il religioso non ubbidisce soltanto alla Regola, all’Abate e agli « ufficiali », che questi ha scelto; deve ubbidire agli altri, a tutti gli altri. « Sopportare pazientemente le infermità altrui; sia quelle del corpo che quelle dello spirito ». Aggiungiamo: e anche le proprie, per non disturbare gli altri con lamentele superflue e con la descrizione minuziosa dei propri mali. « Avere per l’Abate un affetto umile e sincero »: non basta obbedire, bisogna amare. Il grande studioso Konrad Lorenz, Premio Nobel per la medicina nel 1973, ha scritto: « Il rispetto della gerarchia e l’amore non sonò incompatibili ». Il monaco, dunque, deve anche amare il suo Abate. Ecco perché se, dopo esser stato rimproverato, si accorge che il suo superiore « è irritato con lui o in collera, per quanto poco (quamvis modice), gli chiederà perdono fino a quando la sua benedizione gli avrà fatto capire che la collera si è calmata » (sanetur illa commotio). Perché bisogna riconciliarsi, « fare pace » (in pacem redire), prima del calar del sole, « con quelli che sono in discordia con voi » (c. 4,88), (se lo ricordino le coppie, vecchie e giovani). « Venerare gli anziani. Amare i più giovani ». Altrove (c. 63, 23): « I più giovani onoreranno gli anziani e gli anziani avranno dell’affetto per i giovani »; (minores suos diligant : notate la tenerezza del suos). Ed ecco qualcosa che riguarda direttamente l’uomo d’oggi, che è fin troppo incline ad attribuire la responsabilità delle sue colpe alla sorte, all’ereditarietà o all’ambiente, o a tutto insieme in un magma confuso: « Riconoscersi sempre come autori del male che è in noi e farcene carico » (c 4, 49). Civiltà di tutti gli istanti, cortesia, tenerezza fraterna, carità, educazione, quel « riconoscimento quotidiano della dignità umana », scrive Bernard de Jouvenel, equilibrio di una vita armoniosamente distribuita tra la vita spirituale, il lavoro, la distensione, il riposo: valori questi che, da secoli, sono l’appannaggio della vita monastica se non, sotto molti aspetti, quelli che popolano le nostalgie dell’uomo moderno, che si sforza di ritrovarli, bene o male, nella sua seconda casa o nelle sue gite domenicali: i valori dell’interiorità, i cibi semplici e naturali, il silenzio, la natura, i riti della convivialità e, chissà?, qualche volta, la preghiera.

LA DORMIZIONE DI MARIA, FRAMMENTI DI CULTO BIZANTINO IN CALABRIA

https://it.zenit.org/articles/la-dormizione-di-maria-frammenti-di-culto-bizantino-in-calabria/

LA DORMIZIONE DI MARIA, FRAMMENTI DI CULTO BIZANTINO IN CALABRIA

La morte terrena di Maria, una disputa teologica che trova risoluzione in un territorio gravido d’influenze orientali

LUIGI MARIANO GUZZO

“Anche quest’anno mi hanno dovuto spiegare cosa si festeggia, perché me lo dimentico sempre. In fondo, Natale, Epifania, sono parole attraverso le quali si può arrivare, per intuito, a capire di cosa si tratta; Ferragosto molto meno”. Così si esprimeva qualche anno addietro Francesco Piccolo dalle pagine del supplemento culturale del Corriere della Sera (La Lettura, 12 agosto 2012, p. 2). Con una punta di ironia lo scrittore manifestava una evidente, ma trascurata, realtà: molti, in effetti, ignorano che il 15 agosto la Chiesa cattolica celebra la solennità dell’Assunzione di Maria in Cielo, cioè il passaggio della Madre di Gesù da questo mondo alla promessa Patria Celeste. E non è difficile, nelle nostre chiese, imbattersi nelle classiche iconografie religiose in cui la Madonna, avvolta in radiosi fasci di luce, viene presentata su un tappeto di nubi, tra angeli e cherubini che la sostengono.
L’Assunzione porta con sé una disputa teologica di non facile soluzione: Maria è morta come tutti gli esseri umani o è stata preservata da ciò? Una domanda la cui risposta per secoli e secoli ha diviso la cristianità occidentale da quella orientale, convinta quest’ultima che pur nell’incorruttibilità del corpo Maria prima di essere assunta in Cielo abbia fatto esperienza della morte. Tant’è che tuttora nelle comunità ortodosse, un giorno prima, il 14 agosto, viene celebrato il funerale di Maria. E ancora una volta parla l’iconografia della Madonna morta (o “che dorme”) così come è riprodotta nell’antichissimo culto tipicamente bizantino della Dormitio Virginis (“la dormizione della Vergine”) che, per l’appunto, corrisponde al culto latino dell’Assunzione di Maria. “Dormitio” che se, per alcuni, indica il sonno profondo e particolare in cui cadde la Vergine Maria prima dell’assunzione (e ciò per avvalorare buona parte di quella teologia cattolica che non ritiene si possa parlare di una vera e propria morte), per altri invece richiama alla concezione cristiana della morte per cui altro non è che il passaggio verso una nuova vita, quella vera ed eterna. Le due locuzioni di Madonna morta e di Madonna che dorme rappresentano il compromesso ma anche la continua tensione tra ispirazione bizantina e latina.
La statua della Madonna morta è possibile ammirarla in Calabria nella Cattedrale di Squillace. E, da un po’ di tempo, un’altra statua è stata pure ritrovata nella Chiesa matrice di Tiriolo, dedicata alla Madonna della Neve, grazie all’interessamento del parroco don Giovanni Marotta. Da Squillace a Tiriolo, insomma, nell’istmo della provincia di Catanzaro che divide le acque dei mari Jonio e Tirreno, la presenza di alcune icone che riproducono la “dormitio” di Maria sono la testimonianza del trascorso bizantino di parte del Sud della nostra penisola. È documentato, infatti, che dal 776 al 1096 le diocesi calabresi passarono sotto il patriarcato di Costantinopoli e quindi furono assoggettate al rito orientale. Ed in più Tiriolo molto probabilmente ricadeva proprio nella diocesi di Squillace. Di questi circa quattro secoli di rito bizantino in Calabria rimangono tradizioni, usanze e preghiere proprie della Chiesa ortodossa.
A Squillace la Madonna morta si è solennemente venerata fino al 1950: anno della proclamazione del dogma dell’Assunta da parte di Pio XII e a cui ha preso parte anche l’allora vescovo di Squillace e ausiliare di Catanzaro Armando Fares. Ad onor del vero il dogma dell’Assunzione gloriosa in Cielo di Maria in corpo e anima non si pronuncia sull’eventuale morte terrena della madre di Gesù. Ma Giovanni Paolo II, nel 1997, ha sottolineato che “il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale. […] L’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita”.
Le parole di Papa Wojtyla sono un conforto per il culto che la pietà popolare calabrese riserva alla “dormitio” di Maria. Le icone di Squillace e di Tiriolo ricordano un passato glorioso, una fede intensa, una spiritualità vissuta sotto il Patriarcato di Costantinopoli. Un trascorso da non dimenticare soprattutto in questo 15 agosto, solennità di Maria Assunta in Cielo, per la Chiesa cattolica, e della “Dormitio Virginis”, per la Chiesa ortodossa. Una distinzione che però nella pietà popolare di morti borghi calabresi, come Squillace o Tiriolo, sembra sfumare. E che cos’è questo se non ecumenismo?

STORICITÀ DEI VANGELI: MISTERO DIVINO E STORIA SECONDO J. RATZINGER

http://www.lavocedilovere.it/visart.asp?idarticolo=2949

STORICITÀ DEI VANGELI: MISTERO DIVINO E STORIA SECONDO J. RATZINGER

Floriana Stevanin

La storicità dei Vangeli:
Mistero divino e Storia secondo Joseph Ratzinger

… Quanto è accaduto nell’episodio del cieco nato guarito da Gesù – l’incredulità di fronte all’evidenza dell’avvenuto miracolo – si è verificato e si verifica tuttora di fronte alle descrizioni di fatti che implicano l’intervento divino riportati dai Vangeli: la razionalità ha rifiutato e rifiuta l’idea che Mistero divino e Storia possano coesistere.
Molti studiosi, molti teologi, dall’Illuminismo in poi, hanno analizzato i Vangeli con i metodi di indagine suggeriti dal pensiero filosofico di volta in volta prevalente, ed hanno iniziato ad esprimere dubbi sulla veridicità delle pagine evangeliche che parlano di teofanie, di miracoli, di predizioni.
Intorno alla metà del secolo scorso, i Vangeli sono stati valutati con il metodo della critica storica che parte da una premessa filosofica di notevole peso: nella storia si verifica solo ciò che è attribuibile a cause naturali conosciute oppure all’intervento umano: elementi contrastanti, quali interventi di natura divina non riconducibili alla normale trama dei fatti, non si possono considerare storici: non deve perciò essere preso in considerazione tutto quello che nei Vangeli è relativo alla trascendenza.
Secondo tale presupposto dunque, osserva Joseph Ratzinger, non è possibile che un uomo sia veramente Dio, che compia opere che richiedono un potere divino; e tutto ciò che nella figura di Gesù oltrepassa la dimensione puramente umana, tutto ciò che secondo queste teorie non è veramente “storico”, non è veramente accaduto: non sono vere le rivendicazioni d’autorità divina attribuite a Gesù, e non sono vere le corrispondenti azioni. “Questa convinzione si è impressa in profondità nella coscienza generale, senza risparmiare la comunità dei credenti in tutte le Chiese”.
Egli sottolinea come i Vangeli e la stessa figura di Gesù siano valutati in base a ideologie filosofiche con la conseguenza che “le presupposizioni riguardo a ciò che Gesù non poteva essere (Figlio di Dio), e riguardo a ciò che doveva essere, … fanno apparire come frutto di rigore storico ciò che in realtà è unicamente il risultato di premesse filosofiche”.(1)
Sulla scorta dei vari metodi adottati l’esegesi critica, nel tempo, non solo ha messo in dubbio, ma in molti casi ha negato la veridicità dei Vangeli; parallelamente ha proposto le più diverse immagini di Gesù – il moralista, il rivoluzionario, il pacifista … “in sostituzione della figura viva, quella che in realtà non può essere riconosciuta attraverso l’esclusivo metodo storico, ma soltanto nella fede” – scrive Benedetto XVI, il più grande teologo cattolico del nostro tempo. Egli guida i fedeli ad avvicinarsi a comprendere quale sia la natura di Gesù, e quale sia la “fonte sorgiva” delle sue parole e dei miracoli.
La fede, che si fonda sulla integrità e sulla veridicità dei Vangeli, non misconosce la storia apre però gli occhi per poterla pienamente comprendere.
E aggiunge: quando leggiamo nel vangelo di Giovanni: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (1,18), noi comprendiamo che Gesù vive al cospetto di Dio e, come Figlio, vive in profonda unità col Padre.
“Per comprendere Gesù sono fondamentali gli accenni ricorrenti al fatto che Egli si ritirava sul monte e lì pregava per notti intere, da solo con il Padre. Questi brevi accenni diradano un po’ il velo del mistero, ci permettono di gettare uno sguardo dentro l’esistenza filiale di Gesù, di scorgere la fonte sorgiva delle sue azioni, del suo insegnamento e della sua sofferenza. Questo pregare di Gesù è il parlare del Figlio con il Padre in cui vengono coinvolte la coscienza e la volontà umane, l’anima umana di Gesù, di modo che la preghiera dell’uomo possa divenire partecipazione alla comunione del Figlio con il Padre…
Gesù può parlare del Padre, così come fa, solo perché è il Figlio e vive in comunione filiale con il Padre. Il mistero del Figlio come rivelatore del Padre… è presente in tutti i discorsi e in tutte le azioni di Gesù”(2) nei suoi miracoli, nelle sue profezie.
“Non da teorie filosofiche, non da convinzioni personali, ma da questa comunione con il Padre deve partire ogni approccio alla comprensione della figura di Gesù, … questo è il vero centro della sua personalità. Senza questa comunione non si può capire niente e partendo da essa Egli si fa presente a noi anche oggi”(3)…

Floriana Stevanin

1) Joseph Ratzinger, In cammino verso Gesù Cristo, Ed San Paolo, 2004, p 50-53
2) Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, vol. I, p 27-28
3) vol. I, p 10

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