Archive pour octobre, 2016

Il volto di Cristo crocifisso

Cristo tutto Amore imm

 

Publié dans:immagini sacre |on 25 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

GUERRA E PACE NELL’ EBRAISMO

http://www.reteblu.org/spiritualit%C3%A0/dossier%20Dio%20e%20la%20guerra.html#Superare la teologia della guerra giusta

GUERRA E PACE NELL’ EBRAISMO

R. Della Rocca

rabbino capo di Venezia

Guerra e pace sono da sempre temi che assillano l’ebraismo.
Basta dare un’occhiata alla Bibbia per convincersi che di tanto in tanto ed anche con troppa frequenza siamo stati coinvolti in qualche guerra.
lo stesso ingresso del nostro popolo nella Terra di Israele con Giosuè è stato contrassegnato da grandi e continue battaglie.
In verità le testimonianze bibliche della storia ebraica vedono come eccezionali i periodi di pace. Spesso la Bibbia ci racconta che la « terra è stata in pace per quarant’anni » (Giudici, 3:11, 5:31) oppure per ottant’anni (3:30) e questi intermezzi tra guerre furono evidentemente degni di essere registrati.
Quello che è vero per il popolo ebraico al tempo dei regni, è del resto vero per tutta l’umanità: ovunque la pace è sempre stata una parentesi fra molte guerre.
Tuttavia le norme ebraiche relative alla guerra presentano molte restrizioni e riserve. Nella sua opera « Mishnè Torah » nel trattato relativo all’istituto monarchico. Maimonide dedica diversi capitoli alle norme da osservare in guerra e alla guerra stessa. In sostanza Maimonide raccomanda che una guerra deve avere una sua giustificazione morale che però non può essere una giustificazione arbitraria ma deve essere sancita da una decisione del Sinedrio e non demandata alla esclusiva volontà del re; inoltre devono essere prese strettissime misure atte ad assicurare un trattamento umano al nemico anche allo scopo di preservare la stessa umanità e moralità ebraica.
Ed ancora secondo Maimonide non si deve muovere guerra contro alcuno al mondo prima che venga fatta un’offerta di pace conformemente a quanto è detto nel Deutoronomio (20:10): « Quando ti avvicinerai ad una città per combattere contro di essa, prima le rivolgerai un appello di pace ».
Aggiunge Maimonide che quando si cinge una città d’assedio per conquistarla non si dovrà circondarla da tutti o da quattro lati ma solo in tre direzioni, lasciando la possibilità alla popolazione assediata di fuggire e, per chi lo desidera di salvarsi la vita … non si dovranno abbattere gli alberi da frutta nell’area adiacente, né si priverà la popolazione dei flussi d’acqua come è detto « non distruggere alcun albero » (Deuteronomio 20:19) e ciò si applica non solo per un assedio ma in ogni circostanza.
Secondo Maimonide il divieto include non solo gli alberi ma non si potranno rompere gli utensili, gli abiti, non si potrà gli edifici, chiudere i pozzi o distruggere il cibo (Hilchòt Melachim 6:7-10).
Queste norme, che vanno sotto il nome di « bal tashchìt », vietano appunto le distruzioni indiscriminate gli sprechi di risorse e l’inquinamento esse mostrano l’orientamento delle leggi ebraiche finalizzate ad evitare che la guerra ci svilisca e che quando siamo coinvolti nella violenza perdiamo la nostra umanità infliggendo ad altri forme di brutalità che nemmeno la guerra può giustificare.
Altra importante norma ebraica è quella che non bisogna mai godere della sconfitta dei nostri nemici. Nella celebrazione di Pesach quando ricordiamo la vittoria sui crudeli oppressori egiziani, in tutti i nostri canti non vi è una sola parola di gioia per la distruzione del nemico. Al contrario negli ultimi sei giorni della festività recitiamo solo metà Hallel (Salmi, 113-118) perché il Signore disse agli angeli: « … Le mie creature stanno annegando nel Mar Rosso e voi intonate canti di lode? »
Gli egiziani ci perseguitarono, essi furono nemici mortali eppure anche le loro vite erano preziose vite umane. Per quanto odioso sia un nemico, non si ha mai il diritto di gioire per la sua caduta. « Non gioire quando il tuo nemico cade » (Proverbi, 24:17). Per la stessa ragione quando nel Seder di Pesach enumeriamo le dieci piaghe inflitte agli egiziani, versiamo una goccia di vino fuori dai nostri bicchieri per mitigare la nostra allegria con la triste constatazione che la nostra liberazione è costata la sofferenza da altri esseri umani.
Il nostro bicchiere di felicità non può essere stracolmo, se la nostra libertà ha comportato una tragedia per altri, siano essi pure nostri acerrimi nemici.
Quindi la guerra non è mai stata vista come prima o desiderabile soluzione ai conflitti umani. A David, re di Israele, Dio non consentì la costruzione del Tempio, rimandata al figlio Salomone: « … Tu non costruirai il Mio Tempio, una Casa per il Mio Nome poiché tu sei un uomo di guerra e hai sparso sangue… » (Cronache, 22:8; 28:3). Le guerre condotte da David furono certo guerre giuste ma per quanto giusta sia una guerra chiunque vi sia rimasto coinvolto non è qualificato per costruire un tempio a Dio, poiché il Tempio è simbolo di pace.
La pace è il supremo ideale ebraico: nella visione profetica il centro focale di tutte le nostre speranze messianiche risiede nella pace universale.
In ebraico si dice « shalom ». La parola si rifà alla radice « shalem » che dà l’idea di completezza e di interezza. Non vi è completezza in n mondo lacerato dalla guerra e dall’intolleranza.
Per la pace, dicono i Maestri (Trattato Derech Eretz Zutà cap. 9) si può anche mentire e secondo Rabban Shimon ben Gamliel, il mondo si regge su tre cose: la verità, il giudizio e la pace (Trattato di Avòt, 1:18). La verità e il giudizio sono i requisiti essenziali e la più sicura salvaguardia per il mantenimento della pace. La massima sopraccitata di Rabban Shimon ben Gamliel viene così commentata nel talmud: « …Le tre cose in realtà sono una sola: se il giudizio è eseguito, la verità è rivendicata e ne risulta la pace… ».
Nessuna benedizione può essere tale se non vi è la pace che la completi e la attui pienamente.
Nella tradizione ebraica dunque la pace è un punto centrale dell’esistenza umana; ogno sforzo deve essere teso al suo raggiungimento, nulla va tralasciato per scongiurare la guerra. La guerra è il male più grande che può toccare l’uomo perché lo sminuisce e lo disumanizza, cancellando la sua componente divina. Ogni ebreo al termine della Amidà, parte principale delle tre preghiere quotidiane, recita la formula: « … Concedi una pace buona su di noi… ». La pace non è tale se solamente tacciono i cannoni, perché sia completa dovrà essere buona. Se tacciono i cannoni è già un gran successo, ma è solo il punto di partenza verso la buona pace, che sarà prima di tutto rispetto per ogni persona.
Sempre presente dunque è nella mente dell’ebreo il concetto di pace come bene supremo, dono di Dio, emanazione diretta dell’Eterno tanto che la parola « shalom » pace è divenuta il saluto abituale dell’ebreo quale espressione di buon augurio, conformemente a quella massima rabbinica che cita: « … Sii tu il primo a porgere lo shalom a qualsiasi persona…  » (Trattato di Avòt, 4:15).

Tratto dal sito Morashà

Preghiera del buon umore, Tommaso Moro

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Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

PREGHIERE DEI PADRI DELLA CHIESA

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PREGHIERE DEI PADRI DELLA CHIESA

La nostra preghiera non deve consistere in atteggiamenti del nostro corpo: gridare, rimanere in silenzio, oppure piegare le ginocchia; dobbiamo piuttosto attendere con un cuore sobrio e vigilante che Dio venga e visiti l’anima introducendosi per tutte le sue vie d’accesso, i suoi sentieri e i suoi sensi.
(S. Macario il Grande – 300-390 ca. – « Dall’Omelia 33″)

Signore, amico degli uomini, a Te ricorro al mio risveglio, cominciando il compito assegnatomi nella tua misericordia: assistimi in ogni tempo ed in ogni cosa; preservami da ogni seduzione mondana, da ogni influenza del demonio; salvami e introducimi nel tuo Regno eterno. Tu sei infatti il mio Creatore, la fonte ed il dispensatore di ogni bene: in te riposa tutta la mia speranza, ed io ti rendo gloria ora e sempre e nei secoli dei secoli.
Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Mio Dio, purifica me, peccatore, che non ho mai fatto il bene davanti a Te; liberami dal male e fa che si compia in me la tua volontà: affinché senza timore di condanna, apra le mie labbra indegne e celebri il tuo Santo Nome: Padre, Figlio e Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà di noi, privi di ogni giustificazione, noi peccatori ti rivolgiamo, o nostro Sovrano, questa supplica: abbi pietà di noi. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Signore, abbi pietà di noi: in te infatti, abbiamo riposto la nostra fiducia; non ti adirare oltremodo con noi, né ricordare i nostri peccati; ma misericordioso come sei, volgi su di noi il tuo sguardo benigno e liberaci dai nostri nemici. Tu infatti sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo; tutti siamo opera delle tue mani ed abbiamo invocato il tuo nome. Ora e sempre e nei secoli dei secoli.
Amen.
(S. Macario il Grande « Preghiere »)

Tutti gli esseri ti rendono omaggio, o Dio, quelli che parlano e quelli che non parlano, quelli che pensano e quelli che non pensano. Il desiderio dell’universo, il gemito di tutte le cose, salgono verso di te. Tutto quanto esiste, Te prega e a Te ogni essere che sa vedere dentro la tua creazione, un silenzioso inno fa salire a te.
(S. Gregorio di Nazianzo « Poesie dogmatiche »)

Ti ringrazio, Signore; te ringrazio, solo conoscitore dei cuori, giusto re, pieno di misericordia. Ti ringrazio, o senza principio, Verbo onnipotente, tu che sei sceso sulla terra e ti sei incarnato, Dio mio, e sei divenuto – ciò che non eri – uomo simile a me, senza mutazione, senza venir meno, senza qualsivoglia peccato. Al fine, tu impassibile soffrendo ingiustamente da parte di empi, di concedere a me condannato l’impassibilità nell’imitare i tuoi patimenti, o Cristo mio.
(S. Simeone il Nuovo Teologo « Inni e Preghiere »)

Ora in noi senza indugio discendi, o Spirito Santo, unità sola col Padre e col Figlio: benigno ancora nei cuori effonditi. Bocca, lingua, intelletto, sensi e forze cantino la tua lode. Divampi in noi la fiamma del tuo amore, fino ad accendere chi ci è vicino.
(S. Ambrogio di Milano « Inni »)

Preghiamo che Gesù regni su di noi, che la nostra terra sia liberata dalle guerre e dagli assalti dei desideri carnali e che allora, quando questi saranno cessati, ognuno riposi all’ombra della sua vite, del suo fico, del suo olivo. Sotto la protezione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo riposa l’anima che ha ritrovato in sé la pace della carne e dello spirito. A Dio eterno gloria nei secoli dei secoli.
Amen.
(Origene « Omelia XXII sul libro dei Numeri »)

Non ricordare più i miei peccati; se ho mancato, per la debolezza della mia natura, in parole, opere e pensieri. Tu perdonami, tu che hai il potere di rimettere i peccati. Deponendo l’abito del corpo, la mia anima sia trovata senza colpa. Più ancora: degnati, o mio Dio, di ricevere nelle tue mani l’anima mia senza colpa e senza macchia quale una gradita offerta.
(S. Gregorio di Nissa « Vita di Santa Macrina »)

Dal cielo è sceso come la luce, da Maria è nato come un germe divino, dalla croce è caduto come un frutto,
al cielo è salito come una primizia. Benedetta sia la tua volontà! Tu sei l’offerta del cielo e della terra, ora immolato e ora adorato. Sei disceso in terra per essere vittima, sei salito come offerta unica, sei salito portando il tuo sacrificio, o Signore.
(S. Efrem il Siro « Inni »)

Pharisee and the Tax Collector (Tax collector: esattore delle tasse)

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Publié dans:immagini sacre |on 21 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

23 OTTOBRE 2016 | 30A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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23 OTTOBRE 2016 | 30A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare
In questa domenica si ritorna a parlare di preghiera. In realtà vengono contrapposti questa volta non solo due modi di pregare, ma due modi di pensare a se stessi, due modi di orientarsi alla vita, due modi di rapportarsi con Dio.

La parola di Dio
Siracide 35,12-14.16-18. Il libro del Siracide è stato scritto in ebraico attorno al 180 a.C. da un uomo saggio di nome « Gesù, figlio di Sira » (Sir 50,27). Tradotto in greco dal nipote, è l’unico testo dell’antico testamento di cui si conosce con certezza l’autore (a parte i libri dei profeti). Il testo in questo caso prende le distanze da una falsa religiosità, quella di chi cerca di corrompere Dio con doni, che lui non accetterà (35,11). Dio, dice il Siracide, è un giudice giusto e non si lascia influenzare da nessuno. Non fa preferenze, anzi, ascolta sempre l’insistente preghiera del giusto e del povero.
2 Timoteo 4,6-8.16-18. Continua e termina la lettera di Paolo a Timoteo, che abbiamo letto nelle ultime sette settimane. È una specie di testamento e Paolo, riflettendo sulle difficoltà incontrate, ricorda che il destino di ogni vero cristiano è quello di non scoraggiarsi nel fare il bene, né per le difficoltà che incontra. Dio c’è e non mancherà di dare una corona di gloria a lui e a chiunque ha agito con amore.
Luca 18,9-14. Quella che ci viene proposta è una delle parabole più note, quella del fariseo e del pubblicano in preghiera. Gesù la racconta per chi si crede giusto e disprezza gli altri.

Riflettere
Il libro del Siracide ci conferma il messaggio che ci è già stato dato domenica scorsa: Dio ascolta sempre la preghiera del giusto, soprattutto quella degli umili, degli oppressi, degli indifesi; ascolta le invocazioni dell’orfano e della vedova. Le loro preghiere attraversano le nubi e giungono fino a Dio.
Anche il vangelo parla di preghiera, ma la notissima parabola va oltre e lancia un messaggio che Luca dichiara sin dall’inizio: Gesù racconta questa parabola « per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri » (Lc 18,9).
Quindi questa parabola, pur presentando e mettendo a confronto due uomini in preghiera, più che insegnare come si deve pregare, si direbbe che dica come non si deve pregare. E in gioco è soprattutto il cosiddetto « fariseismo », cioè quel modo di concepire la vita e il rapporto con gli altri, che si manifesta proprio attraverso la preghiera di questo fariseo.
È una parabola chiara. La si può comprendere perfettamente oggi come veniva capita al tempo di Gesù o così come l’ascoltavamo da bambini: il significato non cambia; l’interpretazione è per tutti sempre la stessa.
Secondo il biblista Joachim Jeremias, è una parabola che rispecchia più di altre nel linguaggio e nel contenuto il mondo tipico ebraico. Tanto più che troviamo due ebrei in preghiera, che a quel tempo era considerata una delle azioni a cui erano più legati per antica tradizione.
È sicuramente una delle parabole più coraggiose di Gesù. Lo sono anche altre, pensiamo alla provocazione del « buon samaritano », presentato da Gesù più esemplare del sacerdote e del levita. Ma questa parabola fa parte di un filone che porterà Gesù alla morte, perché condanna chiaramente il sistema e la mentalità dei farisei.

Attualizzare
Salgono al tempio un fariseo e un pubblicano. Ormai siamo abituati a sentire la parabola e la nostra simpatia va immediatamente al pubblicano. Ma non è corretto farlo subito. Per capire l’elemento di urto o di scandalo, immaginiamo per esempio che entrino in una chiesa una suora e un a donna di vita.
Di fatto, gli ascoltatori di Gesù colgono immediatamente il contrasto, che non potrebbe essere più netto. Il pubblicano è un detestato funzionario delle tasse, agli ordini di Erode e degli occupanti romani. Portato facilmente ad arraffare senza scrupoli e a infierire sui più deboli, era considerato un peccatore pubblico.
Il fariseo invece è un uomo tremendamente serio con Dio e la sua religione. Prende la vita con grande senso di responsabilità: si sacrifica, abbassa forse addirittura il suo livello di vita per fare generose offerte, esorta gli altri alla generosità e alla fedeltà alle tradizioni. È degno di ogni rispetto.
Sarebbe dunque ingiusto mettere sullo stesso piano le due persone, anche perché il pubblicano potrebbe essere entrato nel tempio casualmente ed essere stato coinvolto momentaneamente dal senso del sacro, da improvvisi sentimenti di umiltà e di pentimento, di riconoscimento reale della propria situazione di lontananza da Dio.
Dio, che vede tutto, che sa tutto, non vede questa diversità, non loda la fedeltà del fariseo e il suo impegno?
Alla domanda: « Come ci si salva? », ogni buon fariseo immancabilmente avrebbe risposto: « Con l’osservanza scrupolosa della legge ». Ma questa – come si sa è una delle convinzioni più lontane dall’insegnamento di Gesù. È la fede infatti che salva, non sono le opere della legge, come direbbe Paolo (Gal 2,15-16).
Un’altra cosa che condanna il fariseo – ed è il messaggio semplice della parabola, come dice l’evangelista Luca sin dall’inizio è il fatto che costui si confronta, giudica per categorie, divide gli uomini, li etichetta: nord-sud, bianchi-neri… ogni razzismo nasce da questa mentalità.
Non si sente come gli altri, neanche di fronte a Dio. È soddisfatto della propria situazione e non si domanda se quel che è nasce forse da una realtà di privilegio.
Chi si sente « perfetto » è spesso anche duro nei confronti degli altri. Il fariseo della parabola si presenta ambizioso con Dio (che è il massimo), ma potremmo chiederci: « Che rapporto avrà avuto con la moglie, i colleghi, gli amici, i figli?… ».
Il pubblicano invece nella sua preghiera non può vantare nulla e si presenta davanti a Dio a mani vuote. La sua preghiera nasce da una consapevolezza di peccato e di povertà esistenziale.
Possiamo immaginarlo, anche lui avrebbe potuto fare una preghiera diversa. Guardando il fariseo, là in piedi, avrebbe anche lui potuto pensare: « Guardalo là, lui che si crede perfetto… in realtà avrà anche lui le sue magagne nascoste ». E sarebbe stata un’osservazione realistica.
Invece il pubblicano non giudica, guarda soprattutto a se stesso: di fronte a Dio si lascia sprofondare, riconosce i suoi peccati e chiede misericordia. La ottiene e torna a casa giustificato.
Ritorna dunque in questa domenica il tema della preghiera. Ed è un tema importante, centrale per un cristiano. Sappiamo che la preghiera è di casa anche in molte altre religioni.
Si direbbe che noi cristiani d’oggi quando preghiamo siamo però piuttosto simili al fariseo. Quanti tra noi viviamo nella convinzione di fare già tutto ciò che dobbiamo e anche qualcosa di più, che in forza della nostra rettitudine meriteremmo una vita ben diversa.
Ci riteniamo giusti, teniamo maledettamente alla nostra onorabilità, alle nostre cose, alle nostre idee.
Oggi più che mai è urgente pregare e pregare bene. Per essere se stessi, per continuare a vivere bene e non fermarci. Per sopravvivere in una società consumistica e plagiante. È necessario abituarsi a pregare e farlo ogni giorno. Chi non trova qualche minuto al giorno per dedicarli a un momento di vera preghiera, rischia di vivere come tanti, senza una finalità che vada oltre l’immediato, senza prospettive di fede e di trascendenza.
Dobbiamo poi perdere il maledetto vizio di giudicare, così diffuso oggi come sempre. Lasciamo che sia Dio a leggere nel cuore di tutti e confrontiamoci unicamente con lui, nei confronti del quale non avremo mai fatto abbastanza, non avremo mai corrisposto in modo pieno alla vocazione che lui ci ha dato.
L’ambizione è una delle realtà più diffuse nella nostra società e nel mondo. Spesso non ci vediamo come siamo, ma ci collochiamo al di sopra di come giudichiamo gli altri. Oggi può essere l’occasione buona per pregare Dio, perché veda la grandezza della nostra piccolezza, per chiedergli di saperci vedere con più realismo, per essere semplicemente noi stessi davanti a lui.

La preghiera rifà l’uomo
« La preghiera è una specie di scommessa da farsi su un modo di condurre la propria vita. Quando uno ha iniziato una vita quotidiana in cui tutto è discusso con il Signore, con una fiducia in lui completamente folle, non c’è più il problema della preghiera. Il tempo della preghiera è la cosa più reale della nostra vita. Questo po’ di tempo rifà di noi un uomo normale. Normale secondo la fede, si capisce. Ma dietro quale altra normalità vorremmo correre? » (André Sève).
Don Umberto DE VANNA sdb

The Garden of Eden by Lucas Cranach der Ältere

The Garden of Eden by Lucas Cranach der Ältere dans immagini sacre 1280px-Lucas_Cranach_d._%C3%84._035

https://en.wikipedia.org/wiki/Garden_of_Eden#/media/File:Lucas_Cranach_d._%C3%84._035.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 20 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

I DUE VOLTI DELLA CITTÀ SANTA

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I DUE VOLTI DELLA CITTÀ SANTA

di fra Leslaw Daniel Chrupcala ofm | luglio-agosto 2009

Oltre ai Vangeli sinottici e agli Atti degli Apostoli, gli altri libri del Nuovo Testamento non mostrano un grande interesse per Gerusalemme. Questa città è menzionata in essi soltanto 15 volte, ma in compenso assume un volto originale che trascende il lato puramente geografico e storico. (…) Gerusalemme, come fa capire anche il suo nome ebraico (Jerushalajim è una forma duale), costituisce una realtà bipolare; possiede infatti due volti diversi ma strettamente legati tra di loro: storico e trascendente, terreno e celeste, materiale e spirituale, temporale e mistico. La duplice dimensione della città santa è un concetto che si è radicato progressivamente nella tradizione ebraica, dalla quale è passato poi alla tradizione cristiana. (…)
La Gerusalemme celeste. L’autore della Lettera agli Ebrei ha tratto dalla storia biblica gli esempi di alcuni uomini credenti in Dio per presentarli ai suoi lettori come modelli da imitare. Fra questi spicca indubbiamente la figura di Abramo. Obbediente alla chiamata di Dio, egli è partito verso la Terra Promessa, dove conduceva però una vita da nomade e ramingo; in quella regione straniera infatti, che doveva prendere in possesso, abitava sotto le tende, sempre pronto a ripartire e cambiare posto. Egli si comportava in questo modo, perché «aspettava la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,10). Quella città non poteva essere la Gerusalemme terrena, la fortezza dei Gebusei, che più tardi Davide farà capitale del suo regno. Le città costruite dagli uomini sono fragili e spesso vanno in rovina, come più volte ha potuto sperimentare Gerusalemme nella sua storia. Invece la città del futuro, alla quale aspirava Abramo, è eterna e indistruttibile, dato che sorgerà secondo il progetto di Dio e da lui stesso sarà edificata. Per questo motivo è la Città di Dio: celeste, soprannaturale, invisibile, ma che merita pienamente la qualifica di vera e reale. Proprio questa città attendeva Abramo e gli altri Patriarchi dopo di lui, mentre vagavano per la Terra Promessa come stranieri e pellegrini, dirigendosi verso la patria celeste, perché lì doveva compiersi veramente la promessa di Dio.
La stessa idea si riflette nell’esortazione che più avanti l’autore della lettera indirizza ai cristiani: prendendo questa volta a modello Gesù, che per salvare il popolo ha patito fuori della porta della città, anche loro devono comportarsi in modo simile. «Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (13,14). Per diventare partecipe dei beni salvifici, il vero discepolo di Gesù deve andare dietro a lui, mettersi con coraggio al suo fianco ed essere pronto a subire gli insulti insieme con lui. Ma questo sarà possibile a condizione che il cristiano esca, come Gesù, «fuori dell’accampamento», ossia quando egli si deciderà a lasciare tutto ciò che rappresenta per lui un surrogato di felicità, benessere e sicurezza. Questi beni sono illusori e instabili per natura, come le città costruite dall’uomo. I beni veri e duraturi si trovano infatti fuori della porta della città, dietro l’orizzonte della speranza umana. Ma per arrivare ad essi, è necessario vestire l’abito del pellegrino e sull’esempio di Abramo partire alla ricerca della città futura.
I cristiani, mentre compiono il loro pellegrinaggio di fede, hanno fin d’ora occasione di sperimentare, anche se in modo parziale e anticipato, la verità della promessa di Dio, che si sta attuando per loro nel raduno liturgico della Chiesa: «Voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa, e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio… al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (12,22-24). La gioiosa celebrazione dell’agire salvifico di Dio nella storia, che si coglie in maniera particolare nell’Eucaristia, è una fonte continua di rinascita spirituale e di speranza per i pellegrini cristiani che con fede si dirigono verso la loro patria celeste (Fil 3,20a: «La nostra patria invece è nei cieli»).
La nuova Gerusalemme. Il libro dell’Apocalisse si chiude con la scena cosmica della nuova creazione, al cui centro si trova la visione della nuova Gerusalemme. Come si ritiene, primi destinatari dell’Apocalisse erano i cristiani dell’Asia Minore, che verso la fine del I secolo sono stati sottoposti ad una ondata di persecuzioni a motivo della loro fede in Cristo. Il libro aveva perciò lo scopo di riversare la speranza nei loro cuori e di convincerli che il destino del mondo riposa nelle mani di Dio ed è proprio lui quello che alla fine riporterà la vittoria sulle forze del male.
«Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce che usciva dal trono: « Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo »» (Ap 21,2-3). Quando passerà il primo cielo e la prima terra, connessi con il peccato, la morte e il caos, ci sarà allora una nuova creazione e con essa la «nuova» Gerusalemme. Questa città degli ultimi tempi, escatologica, è opera esclusiva di Dio e dalla sua dimora celeste essa scende sulla terra. Il messaggio sembra chiaro: tra il cielo (Dio) e la terra (le creature), divisi dal peccato, sarà ristabilita l’originaria unione.
Gerusalemme, rivestita degli abiti di una «Sposa», da un lato si trova in opposizione alla «Prostituta» o alla città di Babilonia (capp. 17-18), metafora del mondo vecchio e corrotto; dall’altro invece essa raffigura la Chiesa unita con il Cristo: Agnello immolato e suo Sposo. Questa nuova Gerusalemme è chiamata a svolgere il ruolo del Tempio, in cui Dio dimorerà con gli uomini. Chiunque professa ora con coraggio la sua fede in Cristo («il vincitore»), può essere certo che nel futuro escatologico diventerà erede della nuova creazione nel rinnovato giardino dell’Eden (21,1-5: con le metafore di «un fiume d’acqua viva» e «un albero della vita»), in cui spariranno per sempre sofferenza, lacrime e morte. Questa promessa ha fatto Cristo all’«angelo della Chiesa di Filadelfia»: «Il vincitore lo porrò come una colonna nel Tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio, della Nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio» (3,12).
Dopo le prime parole di introduzione il veggente dell’Apocalisse offre una descrizione più precisa della Fidanzata, Sposa dell’Agnello: «L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio… La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte… Le mura della città poggiano su dodici basamenti… La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza… Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose» (21,10-19).
In questa visione fantasmagorica si susseguono delle immagini che servono ad esprimere la bellezza, la purezza e la perfezione della Gerusalemme nuova. Le mura della città – un segno della presenza di Dio – non svolgono di per sé funzioni difensive, dato che «le sue porte non si chiuderanno mai» (v. 25). Esse devono soltanto separare la città santa dal luogo della condanna, che si trova al di fuori (vv. 8.27; 22,15). Le porte aperte dimostrano che nella città di Dio ognuno ha la possibilità di entrare, ma non tutti entrano; infatti, l’ingresso dipende da un previo processo di purificazione (22,14).
La funzione primaria delle dodici porte, tre ad ogni lato della città, è quella di facilitare l’entrata dei re e delle nazioni, che porteranno in essa le loro ricchezze. Sopra le porte sono scritti i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele (21,12), mentre sopra i loro basamenti si vedono scritti i nomi dei dodici apostoli dell’Agnello (v. 14): questo sta a significare che esiste una continuità tra il vecchio e il nuovo Israele, tra la prima e l’ultima alleanza.
Le dimensioni inverosimili esprimono la grandezza (v. 17: il muro misurava 144 braccia di altezza) e la perfezione (v. 16: la forma di un quadrato) della città. Le pietre preziose, di cui sono incastonate le sue mura (vv. 18-21), potrebbero far girare la testa a qualunque orefice o gioielliere. Stupore suscita anche il fatto che la città non ha un tempio e questa carenza è spiegata dal veggente: «Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (v. 22). La città santa non necessita neppure della luce naturale: «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (v. 23). Gli abitanti, avvolti dallo splendore della gloria di Dio, possono sentirsi davvero sicuri, dal momento che nella città, seppure aperta a tutti, hanno il permesso di entrare soltanto quelli «che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello» (v. 27).
La visione escatologica della Gerusalemme nuova non ha perso nulla del suo vigore originario ed è sempre attuale. I cristiani perseguitati nel I secolo sentivano un forte bisogno di speranza e di conforto per vivere in un mondo ostile, che procurava loro sofferenza e morte. Nonostante il passare dei secoli la visione profetica della nuova Gerusalemme è ancora in grado di guidare, ispirare e di infondere fiducia a coloro che in misura diversa sono costretti a fronteggiare la crudeltà e l’avversità di un ambiente nemico, che calpesta la città santa (11,2-8). Ma l’uomo di fede cammina senza timore sulle strade del presente e con speranza guarda il futuro, perché ripone la sua fiducia in Dio che certamente riuscirà a difendere «la città diletta» (20,9), trionferà sul male, distruggerà il caos, il dolore e la morte, e alla fine farà in modo che l’esistenza pacifica in amore fraterno, senza barriere e discriminazioni di sorta, cessi di essere soltanto un oggetto di sogni illusori o di false promesse, ma diventi invece una realtà sperimentabile da tutti.

(Questo brano è stato tratto dal recentissimo volume di padre Daniel Chrupcala Gerusalemme città della speranza, Edizioni Terra Santa, Milano 2009)

Publié dans:Gerusalemme, Gerusalemme città Santa |on 20 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

Saint Luke The Evangelist

Saint Luke The Evangelist dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 19 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

SAN LUCA E MARIA

http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=article&sid=625

SAN LUCA E MARIA

Inserito Mercoledi 22 Giugno 2011,

dal libro di Pier Luigi Guiducci, Camminare con «Lei», Editrice Elle Di Ci, Leumann 1988, pp. 47-51.

L’evangelista Luca (forma contratta di Lucano) non è un ebreo. Fin dal sec. II la tradizione lo indica come siriano, nativo di Antiochia. Medico, si converte al cristianesimo o al tempo della fuga dei cristiani da Gerusalemme per la persecuzione giudea che vede il martirio di Stefano (At 7,54-60), o durante l’apostolato di Barnaba e Paolo ad Antiochia intorno al 43-44 d.C.
Diventa discepolo e collaboratore di Paolo. Negli anni 49-50 e 52-53 è con l’apostolo nel secondo viaggio; e nel terzo (anni 53-58) sta con lui anche a Gerusalemme dove incontra i primi testimoni di Cristo. Rimane poi due anni (58-60) in Palestina, a Cesarea, per aiutare Paolo in prigionia.
Il suo impegno e la fedeltà verso l’apostolo sono testimoniati, tra l’altro, da un passo della seconda lettera di Paolo a Timoteo: «…solo Luca è con me» (2 Tm 4,11).
Tra il 65 e il 70 d C. Luca prepara il testo del Vangelo,1 iniziativa che ha già due precedenti in Marco e in Matteo. Successivamente scrive gli «Atti degli Apostoli»2 terminati o prima della fine della detenzione di Paolo a Roma, o dopo la morte dell’apostolo, avvenuta nell’anno 67 d.C.

Particolarità del prologo evangelico lucano
Osservando, in particolare, l’inizio del Vangelo di Luca un dato colpisce subito lo studioso.
Mentre Marco presenta un prologo da catechista (sintesi cristologica con finalità catechetica), Matteo un prologo da scriba (aperto alla sensibilità giudaica dei suoi destinatari annota i vari rapporti tra Gesù e il popolo giudaico), Giovanni un prologo da teologo (rapporto tra Gesù di Nazaret e il Padre: prima e durante l’Incarnazione), Luca, invece, intende imprimere un taglio da storico.
Che significa questo? Vuol dire che:
- osservando i diversi tentativi di raccolta di fatti e parole di Gesù (Lc 1,1) attraverso scritti aventi una finalità catechetica;
- meditando sulla caratteristica degli avvenimenti inerenti il Figlio di Dio;
- e avendo come primaria fonte documentaria gli stessi testimoni dell’evento redentivo, i quali rivestono il ruolo di ministri della Parola,3
l’azione di Luca tende a collegare in modo esplicito la realtà e gli effetti dell’Incarnazione con la diakonia dei primi evangelizzatori. Il «tempo di Gesù» ha il suo naturale proseguimento nel «tempo della Chiesa», in una visione unitaria della Storia della Salvezza.

La metodologia
Per raggiungere il suo obiettivo, Luca sviluppa un metodo di lavoro articolato secondo alcune fasi:
- ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi (Lc 1,3);
- stesura di un resoconto ordinato;
- collocazione degli eventi nell’ambito di un impegno catechetico al fine di confermare nella fede i nuovi cristiani (Lc 1,4).

L’importanza delle fonti
Evidentemente, davanti a un impegno così serio di preparazione del vangelo, scatta in chi legge il prologo di Luca un vivo interesse a conoscere le fonti utilizzate dallo scrittore.
Gli studiosi ne hanno evidenziate alcune: precedenti vangeli,4 documenti di provenienza palestinese e gerosolimitana in specie, testimoni della «vicenda Gesù» attivi all’interno delle prime Chiese locali.
Unitamente a ciò, determinati dati informativi rappresentano di fatto una indicazione offerta dallo stesso evangelista.
Luca infatti sottolinea che:
- le sue ricerche vengono effettuate fin dall’inizio dei fatti descritti (un’ora storica, cioè, che vede profondamente coinvolta la Vergine Maria);
- la Madre di Gesù conserva (e quindi ricorda anche bene) nel suo cuore una serie di avvenimenti (Lc 2,19.51);
- la Madonna ha collegamenti sia con parenti (cf Lc 1,39-40; 8,19), sia con donne (cf At 1,14), sia con gli apostoli (cf At 1,13), sia con la prima comunità cristiana nel suo insieme (At 1-2).

Persone vicine a Maria e possibile colloquio con lei
A questo punto si potrebbe trarre una prima conseguenza. Se Maria è stata presente in alcuni momenti comunitari della vita ecclesiale, non deve essere stato difficile per Luca avvicinare persone che hanno conosciuto la Madre di Dio (gli apostoli, principalmente), o comunque non è da scartare la conoscenza lucana di una trasmissione di quei resoconti che racchiudono il «vangelo dell’infanzia», attuatasi con scritti apologetici gerosolimitani.5
L’approfondimento terminerebbe qui se il Vangelo di Luca non riservasse, invece, altre sorprese. Il testo dell’evangelista, infatti, specie nella parte iniziale, non si limita a descrivere con cura una serie di eventi indicando, contemporaneamente, una chiave di lettura.
Offre qualcosa di più. Dona anche annotazioni su stati d’animo della Vergine,6 su realtà intime.
Nascono di qui alcune considerazioni.
Quando Luca scrive il Vangelo, Zaccaria ed Elisabetta – già in età inoltrata all’epoca dell’annuncio della nascita del Battista – sono morti da tempo.
Dei pastori di Betlemme, testimoni della nascita di Gesù, potevano esser vivi solo i più giovani. Come rintracciarli?
Simeone, che abbraccia il Messia presentato al Tempio, era già allora alla vigilia dell’incontro con il Padre. Anna aveva 84 anni quando profetizza sul piccolo Gesù.
Morti i dottori che avevano colloquiato con «quel» Dodicenne. Tornato alla Patria celeste anche Giuseppe, padre legale del Cristo.
Chi poteva essere, allora, il testimone degli inizi?

Le realtà intime
Non basta. I dati di Luca riferiscono su quanto avviene all’interno della casa di Maria al tempo del fidanzamento e della vita nascosta. Riportano inoltre:
- il segreto del cuore e delle parole di Zaccaria, di Elisabetta, di Simeone;
- I’ansia della Madre durante lo smarrimento di Gesù.
C’è, poi, un fatto rilevante. Chi avrebbe osato affèrmare che, proprio in occasione di quello smarrimento, Maria e Giuseppe non avevano compreso il senso della risposta del Cristo?7

Qualche considerazione
Si può così trarre qualche orientamento dall’insieme dei dati raccolti.
Certamente l’evangelista Luca può aver conosciuto parenti di Gesù e donne vicine a Maria. Da essi (cf però anche Mc 6,1-6) può derivare, ad esempio, I’indicazione delle difficoltà che il Cristo incontra a Nazaret (Lc 4,14-30).
Ma tutto ciò non ostacola la valorizzazione di una contemporanea fonte di notizie: Maria stessa.8 Tale idea si conferma ogni volta che, leggendo lo scritto di Luca, ci si incontra con le impressioni, i pensieri, i moti intimi del cuore della Madre di Dio.9
Colpisce inoltre: l’attenzione tutta femminile nel ricordare le date collegate a gravidanze,10 la delicatezza con la quale ci si avvicina nel testo alla maternità di Elisabetta, l’affettuoso rispetto per Giuseppe,11 le parole di elogio nei confronti di persone incontrate negli anni dell’infanzia di Gesù…
Deriva di qui un fatto importante: la presenza di Maria nella vita della Chiesa vede anche l’influenza profonda della «testimone» sui primi evangelizzatori.
Ed è bello pensare, come qualcuno ha scritto, a una voluta conservazione dello stile ebraico12 nei primi due capitoli del Vangelo di Luca. Proprio allo scopo di non disperdere,13 di non dimenticare il timbro, la tonalità, il fremito, di una specifica voce femminile. Di «quella» voce.

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