COMMENTO A LUCA 18,1-8

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COMMENTO A LUCA 18,1-8

In quel tempo, 1 Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 « C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta 5 le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi ».
6 E il Signore soggiunse: « Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? ».

COMMENTO
Luca 18,1-8
Parabola del giudice e della vedova
Questa parabola, riportata solo da Luca, si trova nella sezione in cui narra il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51 – 19,27) e più specificamente nella sua seconda parte (13,22 – 18,30). Essa si colloca all’interno di una raccolta di detti (17,11 – 18,14) a carattere escatologico che inizia con l’episodio dei dieci lebbrosi guariti (17,11-19) e prosegue con un brano chiamato «piccola apocalisse», perché riguarda l’avvento finale del regno (17,20-37: cfr Mc e Q); infine sono riportate due parabole, quella appunto del giudice e della vedova (18,1-8) e quella del fariseo e del pubblicano (18,9-14), che sottolineano ambedue l’importanza della preghiera perseverante per l’attuazione del regno.
Il racconto parabolico inizia con un versetto redazionale nel quale si dice che Gesù «disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi» (v. 1). Questa introduzione ha lo scopo di collegare la parabola con la «piccola apocalisse» precedente, suggerendo un comportamento adatto al tempo dell’attesa. La preghiera costante è necessaria affinché, a causa del prolungarsi del tempo che separa la prima dalla seconda venuta di Gesù, non si raffreddi la fede dei credenti. In realtà la parabola non punta sulla necessità della preghiera, ma sulla fiducia in Dio che, nonostante il ritardo, farà giustizia ai suoi fedeli.
Dopo l’introduzione vengono delineate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola, il giudice e la vedova: «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario» (vv. 2-3). Il giudice è descritto in modo breve e incisivo come la figura tipica dell’empio, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo. Anche la vedova viene descritta in modo conciso. Il lettore sa che le vedove, insieme agli orfani, rappresentano una categoria indifesa e esposta all’oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti (cfr. Es 22,21-23; Is 1,17.23; 9,16; Ger 7,6; 22,3). La protagonista del racconto appartiene a questa categoria, ma non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima, perciò si rivolge al giudice per avere giustizia.
Nonostante la malavoglia del giudice, le insistenze della donna hanno successo: «Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi» (vv. 4-5). Il giudice non vorrebbe interessarsi di un caso per lui totalmente insignificante e rimanda a tempo indeterminato il suo intervento. Ma la donna non si rassegna alla situazione e fa ricorso all’unica arma in suo possesso, l’insistenza. Alla fine il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia (ekdikeô) alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.
Alla fine Gesù propone la sua interpretazione della parabola. Egli si introduce richiamando l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, a cui sembrava rimandare l’introduzione, ma piuttosto sul giudice: «E il Signore soggiunse: Avete udito ciò che dice il giudice disonesto?» (v. 6). È l’atteggiamento del giudice il punto sul quale Gesù fa leva per illustrare il comportamento di Dio. Egli esprime il suo punto di vista con una domanda: «Ma Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?» (v. 7a). A questa domanda si aspetta una risposta abbastanza ovvia: «Certamente sì». In base al metodo rabbinico chiamato qal wahomer (ragionamento a fortiori), egli afferma che, se un giudice, per di più empio, alla fine si decide a fare giustizia alla vedova, maggior ragione Dio farà farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto. Lespressione «fare giustizia (ekdikêsin)», usata sia per il giudice che per Dio, significa difendere i diritti di una persona, darle ragione, garantirle quello che le spetta. Per gli eletti, anche quando non sono oggetto di persecuzione, ciò significa proclamare pubblicamente, mediante l’attuazione piena del regno, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio. Proprio la certezza che ciò avverrà rappresenta il punto saliente della parabola.
Gesù poi prosegue con una frase che è solitamente tradotta come una seconda domanda: «E tarderà nei loro riguardi?» (v. 7b). In questo caso la risposta che ci si aspetta è negativa: «Certamente no». Gesù risponderebbe che il tempo dell’attesa sarà breve: Dio farà presto giustizia agli eletti che gridano a lui. Questa idea però non è in sintonia con quanto l’evangelista intende dire nel suo vangelo, e cioè che la venuta finale del regno di Dio non è imminente. Perciò è più conveniente leggere queste parole non come una domanda, ma come una frase concessiva: «Anche se egli ha pazienza (makrothymei) con loro». Questa interpretazione è più verosimile: Gesù esorta gli eletti a non spaventarsi per il fatto che Dio tarda a intervenire. Dio ha pazienza, prende tempo, ma al momento opportuno interverrà. Secondo un tema diffuso nel giudaismo e negli scritti del Nuovo Testamento Dio ritarda il suo giudizio perché vuole dare a tutti la possibilità di convertirsi (cfr. Sap 12,9-10; 15,1; Rm 2,4). I discepoli perciò non devono perdersi d’animo, ma piuttosto prepararsi alla sua venuta con una preghiera costante.
Gesù conclude rassicurando i suoi discepoli: «Dio farà giustizia con celerità (en tachei)» (v. 8a). Così tradotta, questa frase appare come la conferma esplicita che Dio non farà aspettare i suoi eletti, ma interverrà quanto prima in loro aiuto.. Se si accetta però che il v. 7b abbia un significato concessivo, allora è chiaro che Gesù riafferma qui non tanto l’imminenza, quanto piuttosto la certezza dell’intervento divino in favore dei giusti. L’espressione en tachei non significa perciò «con celerità», ma «improvvisamente». In altre parole il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti.
L’ultima frase del brano è piuttosto misteriosa: «Tuttavia, il Figlio dell’uomo, venendo, troverà ancora la fede sulla terra?» (v. 8b). Il modo migliore per rendere ragione di questa domanda è di interpretarla come un’aggiunta redazionale che ha lo scopo di inculcare la perseveranza nella fede. Il ritardo della parusia, l’ostilità e le persecuzioni crescenti avevano provocato un raffreddamento nella fede dei credenti. La comunità deve quindi ritornare a un genuino atteggiamento di vigilanza, perché Gesù al suo ritorno non la trovi impreparata. La salvezza è un dono gratuito, tuttavia non sarà ottenuta automaticamente, bensì in seguito a una dura lotta, che comporta il rischio di un fallimento anche abbastanza generalizzato.

Linee interpretative
Le parole con cui è introdotta la parabola attestano che originariamente essa veniva usata per inculcare la necessità di pregare in modo costante e fiducioso. Questo taglio di lettura fa leva sull’atteggiamento della vedova, che non si scoraggia per i rifiuti ricevuti e alla fine, con la sua insistenza, ottiene ciò che le sta a cuore.
Nella sua forma attuale invece la parabola è utilizzata per spiegare il ritardo della parusia, un problema tipico della comunità di Luca e della chiesa primitiva,. Richiamando il comportamento del giudice iniquo che, nonostante un lungo ritardo interviene a favore della vedova insistente, il parabolista esorta a mettere in conto un lungo periodo di attesa, sottolineando che anch’esso ha una sua ragione di essere. Se il Signore ritarda, ciò è segno non di indifferenza, ma di misericordia, perché Dio vuole dare a tutti una possibilità di convertirsi. Tuttavia, anche se il tempo e il luogo della venuta del Signore rimangono sconosciuti, è certo che ritornerà: perciò bisogna aspettarlo con fede umile e perseverante. Il credente non deve quindi prendere il ritardo della parusia come scusa per lasciarsi andare agli affari mondani, cadendo così nell’apatia spirituale e nel torpore.
Nel tempo dell’attesa gli eletti devono invece continuare a gridare giorno e notte per ottenere che Dio faccia loro giustizia, anche se ciò avverrà solo quando Dio lo crederà opportuno. La loro preghiera ha dunque come oggetto la venuta finale del regno di Dio, inteso come un regno di giustizia e di pace per tutta l’umanità. Con la sua preghiera insistente deve chiedere a Dio che questa giustizia escatologica sia già anticipata nell’oggi, diventando una dimensione costante della vita comunitaria e un segno dei tempi nuovi inaugurati da Cristo. Ciò implica naturalmente un impegno personale perché tale giustizia si attui veramente. Secondo Luca il tempo che separa la seconda dalla prima venuta di Gesù deve essere il tempo dell’annunzio evangelico a tutte le genti. La parabola del giudice e della vedova mette in luce come questo annunzio avvenga soprattutto mediante l’impegno perché tutti abbiano ciò che loro compete all’interno di rapporti vicendevoli ispirati a solidarietà e condivisione.

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