9 OTTOBRE 2016 | 28A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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9 OTTOBRE 2016 | 28A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Gesù ascolta l’invocazione di dieci sventurati lebbrosi e li guarisce. Solo uno di loro ritorna per ringraziarlo ed è uno straniero, un samaritano. I nove che non ritornano ricuperano solo la salute, invece il samaritano trova anche la fede, che darà alla sua vita un senso nuovo.

La parola di Dio 2 Re 5,14-17. È la conclusione della vicenda di Naaman, capo dell’esercito di Siria, che è venuto a chiedere a Eliseo, in Israele, la guarigione dalla lebbra. È guarito e vuole ricompensare il profeta. Ma Eliseo rifiuta i suoi doni: ciò che conta è la fede, che non sopporta di essere comprata. D’ora in poi Naaman adorerà esclusivamente il Dio di Israele, il vero Dio. 2 Timoteo 2, 8-13. Paolo dichiara a Timoteo la propria fede, quella che finora ha testimoniato e per la quale è finito in prigione. « Ma la parola di Dio non è incatenata », dice. E continuerà ad annunciarla a tutti i chiamati alla salvezza. Del resto, esclama, tutta la nostra vita ha un senso se viviamo e perseveriamo nella imitazione di Cristo. Luca 17, 11-19. Gesù incontra dieci lebbrosi. Ieri più di oggi la condizione di questi ammalati era terribile ed emarginante. Gesù li guarisce, ma solo uno torna a dire grazie e a riconoscere la signoria di Gesù.

Riflettere Era questa la condizione dei lebbrosi in Israele, ancora al tempo di Gesù, come prescriveva la legge: « Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: « Impuro! Impuro! ». Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento » (Lv 13, 45-46). I dieci lebbrosi di cui parla il vangelo avevano forse formato una piccola comunità, oppure hanno trovato il coraggio di ritrovarsi in gruppo, sapendo che di lì passava Gesù. Tra di loro c’è un samaritano. Gli ebrei li consideravano dei « bastardi », perché si sono allontanati dalla vera religiosità, ma si direbbe che la malattia abbia fatto superare i pregiudizi e abbia reso possibile la convivenza. La sventura rende spesso solidali. I dieci vanno incontro a Gesù, ma si fermano a distanza, così prescriveva la legge, e gridano a piena voce: « Gesù, maestro, abbi pietà di noi! ». Gesù non ha paura di avvicinarsi e di farsi avvicinare, non teme di rendersi impuro, e li guarisce con parole semplici. Non compie gesti clamorosi o riti magici. Dice loro semplicemente di andare dai sacerdoti, secondo quanto prescriveva la legge, perché controllino il loro stato di salute. Ma mentre sono in viaggio si accorgono essi stessi di essere già guariti. Nove proseguono la strada, impazienti di presentarsi ai sacerdoti del tempio e di vedersi riconosciuta la guarigione e quindi di essere riammessi alla vita sociale. Non sentono il bisogno di tornare indietro a ringraziare Gesù per la guarigione. Sono guariti e questo a loro basta. Riacquistano la salute, ma non la fede e la salvezza. Gesù avrebbe dato un senso nuovo alla loro vita. Solo uno di loro, il samaritano, che forse non poteva nemmeno sentirsi autorizzato a recarsi dai sacerdoti proprio perché samaritano, capisce a chi deve dire grazie per la sua guarigione, e ritorna « lodando Dio a gran voce »: si getta ai piedi di Gesù e lo ringrazia. Gesù riconosce la sua fede e gli dice: « Alzati e va’: la tua fede ti ha salvato! ». Ma si meraviglia perché gli altri nove non hanno capito e non sono tornati.

Attualizzare I miracoli nel vangelo sono frequenti. La guarigione di Naaman il siro, per iniziativa di Eliseo, ci ricorda che c’erano miracoli anche al tempo dell’antica alleanza. Oggi c’è chi non crede ai miracoli e si dichiara diffidente. Ma i miracoli avvengono anche oggi, anche se apparentemente sembrano meno numerosi. Si sa che nessuno viene proclamato beato o santo se non sono approvati da una commissione scientifica rigorosa, almeno due fatti straordinari (« miracolosi ») avvenuti dopo averli invocati. Anche a Lourdes ci sono miracoli. Quelli riconosciuti ufficialmente sono una settantina. Nel vangelo i miracoli rivelano l’identità di Gesù e la bontà di Dio. Gesù si è piegato davanti a ogni malattia e sofferenza umana, si è commosso e le ha condivise. Gesù è l’amore di Dio fatto uomo: per questo nessuna sofferenza può essere attribuita alla « crudeltà » di Dio, perché Dio si colloca sicuramente dalla parte del sofferente. Certo, ci si può domandare perché in alcuni casi la preghiera ottiene il miracolo e in altri no. La risposta in realtà potrebbe darla soltanto Dio in persona. Ogni malattia del resto, specie quelle devastanti come la lebbra – oggi si potrebbe parlare di Aids o di Alzheimer, di varie altre malattie che costringono a cure pesanti e a situazioni umilianti – pongono interrogativi e mettono in discussione la nostra fede nella bontà di Dio. La malattia ci mette a nudo e ci costringe a riflettere sulla precarietà della vita, a non collocare tutta la nostra fiducia e sicurezza nelle cose di questo mondo. Soprattutto si fa preghiera, invocazione, grido di pietà: « Gesù, maestro, abbi pietà di me! ». I nove lebbrosi che sono stati guariti appaiono superficiali e centrati su di sé. Invocano la guarigione e una volta che l’hanno ottenuta dimenticano chi li ha guariti, non si fanno domande. Eppure, specie a quel tempo, la guarigione dalla lebbra era un fatto talmente straordinario, solo eccezionalmente possibile. In questo caso poi è avvenuta in modo istantaneo, subito dopo le parole di Gesù. Eppure essi erano andati lì proprio perché avevano sentito parlare del potere taumaturgico di Gesù, che, oltre alla salute, avrebbe potuto dare un senso nuovo alla loro vita. Perché, se è importante ricuperare le nostre forze, è anche più importante capire il senso del nostro star bene e di come usiamo la vita e la salute che abbiamo. Se il dire grazie può essere visto a volte soltanto come un fatto di buona educazione, in realtà è sempre qualcosa di più: è un atto di amore riconoscente verso chi ci ha fatto del bene e si è occupato di noi. Nei riguardi di Gesù il dire grazie avrebbe portato con sé qualcosa di salvifico. Se avessero minimamente riflettuto, anche loro sarebbero caduti in ginocchio per riconoscere l’identità di chi li aveva guariti. Il samaritano, vedendosi guarito, ritorna da Gesù pieno di fede, lodando Dio a gran voce. Dice un parroco: « Come vorrei vedere uscire dalla mia chiesa, almeno ogni tanto, qualcuno che torna a casa sua lodando Dio a gran voce… ». Di fronte ai tanti doni di Dio, e in questo momento alla gioia di partecipare a questa eucaristia, che ci fa conoscere l’amore di Dio e ci dona la salvezza che passa attraverso la comunità cristiana, dovremmo anche noi sentire un gran bisogno di ringraziare. E imparare che la vita non può che essere racchiusa in un grande « grazie », perché tutto ciò che abbiamo lo abbiamo ricevuto.

Basta dire grazie « Oggi mia madre si è alzata per prendermi un bicchiere d’acqua. Non so come, mi è sfuggito un « grazie! ». Non l’avevo mai fatto. Mia madre si è seduta e mi è sembrato che quasi piangesse. Conclusione: per far piangere mia madre basta poco: basta dirle un « grazie » ogni 13 anni » (Andrea).

Quell’ombra era un lebbroso Raoul Follereau, un giornalista francese, con la moglie era andato a compiere un safari in Africa. Il giro turistico era stato interessante. L’agenzia aveva fatto condurre la coppia per i villaggi alla ricerca delle cose più curiose, evitando qualsiasi visione sgradevole. Nel passaggio in jeep da un villaggio a un altro, però, attraversando la savana, il giornalista aveva visto un’ombra sgusciare tra la vegetazione. « Un animale o un uomo? », aveva chiesto all’autista. Ma l’autista si rifiutava di rispondere. Non aveva visto nulla. Dovette insistere parecchio prima di sentirsi dire che si trattava di un lebbroso e che in quella zona c’era appunto una colonia di lebbrosi. Fu così che Follereau si trovò per la prima volta di fronte alla terribile malattia. Visitò il villaggio dapprima con l’intenzione di fare un servizio giornalistico. Poi gli parve intollerabile che in tempi come i nostri ci fosse della gente che vivesse in quelle condizioni, ai margini del mondo, rifiutati da tutti. Coinvolse attraverso il suo giornale i francesi, dando poi vita a un grande movimento di opinione e di iniziative, di cui si fece lui stesso promotore. Ancora oggi i seguaci di Raoul Follereau si propongono di sensibilizzare la gente di tutto il mondo al problema dei lebbrosi.

Don Umberto DE VANNA sdb

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