Archive pour octobre, 2016

Festa di Tutti i Santi

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Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

1 NOVEMBRE 2016 | TUTTI I SANTI – T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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1 NOVEMBRE 2016 | TUTTI I SANTI – T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare
Oggi festeggiamo tutti i santi. In un unico ricordo quelli del calendario liturgico, ma anche i tanti cristiani anonimi che sono vissuti nell’imitazione di Gesù, vivendo le beatitudini. È la Pasqua autunnale, la « Pasqua dei santi », la solennità dei discepoli di Gesù, di coloro che hanno accolto il suo invito e lo hanno seguito nella via della croce.

La parola di Dio
Apocalisse 7,2-4.9-14. Il testo dell’Apocalisse è stato scritto in epoca apostolica, quando nella prima comunità ecclesiale tutti i cristiani venivano chiamati « santi ». Viene aperto il sigillo del Dio vivente e appare la grandiosa schiera dei salvati, di coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione, e hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello.
1 Giovanni 3,1-3. Oggi è la festa di Dio, del Dio che salva e ci ha resi figli donandoci la vita divina, pegno di quella salvezza che ci sarà pienamente rivelata solo nell’aldilà, quando sarà finalmente svelato il mistero della vita divina che abita in noi e del nostro coinvolgimento nel mondo di Dio.
Matteo 5,1-12a. Le beatitudini di Gesù nella redazione di Matteo. Esse sono la « magna carta » per ogni cristiano. Si tratta di otto beatitudini: nelle prime tre Gesù proclama beate le categorie più umili e svantaggiate; nelle altre cinque afferma che sarà beato e vivrà nella gioia chiunque vive attivamente situazioni di particolare impegno e rettitudine.

Riflettere
Due sono le immagini proposte dalla prima lettura: anzitutto la schiera dei « servi del nostro Dio » – i predestinati – i 144.000 salvati, « segnati dal sigillo », dalla « tau ». Una quantità sterminata, espressa dal numero simbolico di 144.000 (il quadrato di 12, numero della totalità, moltiplicato per 1000).
Essi non vivono ancora nel mondo di Dio: sono i battezzati, la « comunità dei santi », che però il Signore annovera già nella schiera degli eletti.
Essi sono « figli di Dio », come dice Giovanni nella sua lettera (seconda lettura). Sono i cristiani della prima ora, destinati a contemplare « Dio così com’è », a « essere simili a lui ». Essi attendono questo giorno nella speranza, purificandosi attraverso le dure prove a cui l’intera comunità cristiana è stata sottoposta in quei tempi apostolici.
Ed ecco, in una seconda visione, apparire una « moltitudine immensa », che nessuno potrebbe contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Indossano la veste bianca e rami di palma. Stanno in piedi davanti all’Agnello e gridano a gran voce: « La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello ».
Uno degli anziani si rivolge a Giovanni e gli dice: « Questi, che sono vestiti di bianco, sono i martiri di Dio. Sono passati attraverso la grande tribolazione e sono stati fedeli. Le loro vesti sono state lavate e rese candide versando il loro sangue come ha fatto Gesù, l’Agnello di Dio » .
Essi sono i santi che hanno già portato a termine la loro esistenza sulla terra e vivono nella gioia di Dio. « Amici di Cristo, servirono il Signore nella fame e nella sete; nel freddo… nel faticoso lavoro; nelle veglie e nei digiuni; nelle preghiere e nelle pie meditazioni; spesso nelle ingiurie e nelle persecuzioni » (Imitazione di Cristo). Essi furono incompresi e considerati dei perdenti agli occhi dal mondo, ma ora vivono nella gloria di Dio e in una felicità senza tempo.
Immagini simboliche e consolatorie per i cristiani di una chiesa perseguitata, che sopportavano la fatica della predicazione e andavano incontro a difficoltà di ogni tipo, compresa la tentazione di abbandonare la fede per scansare il martirio.
Queste le suggestioni e i messaggi delle prime due letture, che leggono in profondità la storia e dichiarano la dignità e la vittoria finale di chi segue Dio in ogni tempo, come hanno fatto i santi.
Il vangelo ci presenta le beatitudini secondo Matteo. Gesù le proclama all’inizio della vita pubblica. Esse sono « la più completa ed esigente definizione della santità » (Gianfranco Ravasi). Di fatto i santi le hanno vissute con maggior determinazione, facendo propria la scelta di campo di Gesù-messia, di Gesù-uomo che nell’intera sua esperienza manifesta la propria preferenza per i miti, i poveri, per chi soffre, e dichiara che a essi è destinata la salvezza.
Beatitudini che proclamano la felicità e la riuscita delle categorie più svantaggiate e meno riconosciute in ogni tempo. Anche nel nostro, mentre la nostra società dice « beati » e premia piuttosto le anti-beatidudini dei furbi, dei consumisti, dei prepotenti.
Beatitudini che ci fanno conoscere il cuore di Dio, ben lontano dal profilo che emerge in tante descrizioni del’antico testamento: una divinità forte e vendicativa, schierata accanto a chi combatte e a difesa di un popolo sugli altri. Il volto del vero Dio si rivela invece nelle scelte di Gesù, che ha vissuto fino in fondo le beatitudini, dandoci in questo modo il modello del vero uomo nuovo, del cristiano « figlio di Dio ». Povertà, mitezza, purezza di spirito, giustizia, misericordia, pace sono state le scelte dell’uomo Gesù, del volto incarnato del Padre.
I santi, i « puri di cuore », hanno seguito Gesù, hanno fatto delle beatitudini uno stile di vita, le hanno vissute con generosità, rinunciando a vivere « come tutti », facendo della propria vita qualcosa di speciale per Dio. Proprio per questo hanno affrontato senza esitare difficoltà e persecuzione, senza spaventarsi e senza arrendersi, sapendo che Dio era dalla loro parte.

Attualizzare
Un gruppo di giornalisti intervista Madre Teresa. Uno di loro, per metterla in difficoltà, le chiede: « Dicono che lei è santa. È vero? ». Domanda indiscreta, forse provocatoria. Potremmo immaginare la sua risposta: « Ma no! », confusione, rossore. « Sono come tutti gli altri… ». Niente affatto. Risponde: « Tutti i cristiani sono chiamati a diventare santi ». E puntando il dito sui giornalisti: « Anche voi! ».
Oggi la chiesa ci ricorda la chiamata universale alla santità. Una santità che è alla portata di tutti e che viene affidata alla nostra libertà.
Due sono le obiezioni che fanno molti cristiani di oggi quando parli di santità: come esprimere la santità nel nostro contesto difficile, che non ci piace e ci impedisce di costruirci secondo Dio? Inoltre, i santi erano fatti di una stoffa speciale, avevano le qualità giuste per diventarlo, mentre noi non le abbiamo. Per non dire che ormai siamo incamminati da tempo su una strada di normalità, e non ci sarebbe facile chiedere a noi stessi qualcosa di diverso.
Eppure da sempre il cristiano contrappone a un mondo che non gli piace, la propria persona nello sforzo di costruirsi positivamente, senza proporsi necessariamente di cambiare il mondo intero, ma cominciando a vivere in pienezza e con gioia la propria personale esperienza di vita. Cioè cominciando da se stesso, partendo da ciò che di più positivo vede in sé e attorno a sé. Lasciando a Dio il compito di cambiare il contesto negativo in cui gli pare di vivere.
Quanto alla ricchezza delle qualità personali, spesso i santi non ne hanno avute più di noi. Di san Carlo Borromeo i biografi del suo tempo con un po’ di crudezza hanno detto che era « di intelligenza normale, di scarsa memoria, gracile di salute, balbuziente, di aspetto fisico piuttosto sgradevole… ». Madre Teresa era una donna di bassa statura e con un volto pieno di rughe. Ma sia san Carlo che Madre Teresa hanno messo se stessi nelle mani di Dio, e lui ha potuto giocare con loro, come ha fatto con tanti altri santi. E apparvero ai contemporanei delle persone bellissime. Quando andò a ricevere il premio Nobel per la pace con il suo leggerissimo sari bianco-celeste, Madre Teresa conquistò tutti e le elegantissime donne presenti si tolsero il mantello di pelliccia per metterglielo sulle spalle.
Quanto alle abitudini ormai consolidate, e alla difficoltà di cominciare o di ricominciare a una certa età, dobbiamo aggiungere che è sempre possibile proporsi qualcosa di bello per Dio a ogni età. Guardando ai santi e prendendoli come modelli, ma nell’impegno di essere se stessi, perché nessuna donna è chiamata a diventare come san Teresa e nessun uomo è chiamato a diventare come san Francesco, ma ognuno deve semplicemente diventare se stesso di fronte a Dio e rispondere ai progetti che Dio ha su di lui dall’eternità. Un impegno che va condotto in ogni momento della vita.
Anche per questo oggi è la festa della santità feriale, quella comune, anonima. Quella che non finirà probabilmente sugli altari. Una « festa dei santi » che è anche un gesto di riparazione verso chi ha vissuto le beatitudini nella sua anonima esperienza quotidiana: le maddalene che versano il profumo su Gesù nei poveri, i buoni samaritani che si occupano di chi è in difficoltà, le vecchine che danno umilmente il loro obolo e sostengono le opere di bene.
Dio ci ha creati dal nulla, con un atto di assoluta gratuità. Ci ha creati per la felicità, e per una felicità eterna, che non avrà fine. Sono queste le meravigliose realtà che hanno reso forti i santi.
Che cos’è infine la santità? Chi sono i santi? Santità è un modo serio di seguire il Signore, diventando nelle sue mani persone affidabili, degni di fiducia. È cercare di avere i pensieri di Dio, di valutare le cose con il suo metro di giudizio.
I santi, anche inconsapevolmente, si comportano e si esprimono in modo sorprendente, con l’originalità che viene da Dio. Vivono la comunione, seminano fraternità, non amano sopraffare, non diventano aggressivi. Sono miti e pacifici. Vivono nella gioia e seminano gioia. Il paradiso lo godrà chi lo ha già gustato un poco su questa terra.

Sii una stella

Se non puoi essere il sole, sii una stella.
Se non puoi essere un pino sul monte,
sii una saggina nella valle,
sulla sponda di un ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra,
sii un sentiero.
Se non puoi essere un sole,
sii una stella.
Ma sii sempre meglio di ciò che sei ora.
Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato a essere:
poi mettiti con passione a realizzarlo nella vita.
E Dio ti sorriderà.
Veri portatori di luce all’interno della storia

« Guardiamo ai Santi, a coloro che hanno esercitato in modo esemplare la carità. Il pensiero va, in particolare, a Martino di Tours († 397), prima soldato poi monaco e vescovo: quasi come un’icona, egli mostra il valore insostituibile della testimonianza individuale della carità. Alle porte di Amiens, Martino fa a metà del suo mantello con un povero: Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito di quel mantello, a confermare la validità perenne della parola evangelica: « Ero nudo e mi avete vestito… Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25,36.40). Ma nella storia della chiesa, quante altre testimonianze di carità possono essere citate! In particolare tutto il movimento monastico, fin dai suoi inizi con sant’Antonio abate († 356), esprime un ingente servizio di carità verso il prossimo. Nel confronto « faccia a faccia  » con quel Dio che è Amore, il monaco avverte l’esigenza impellente di trasformare in servizio del prossimo, oltre che di Dio, tutta la propria vita. Si spiegano così le grandi strutture di accoglienza, di ricovero e di cura sorte accanto ai monasteri. Si spiegano pure le ingenti iniziative di promozione umana e di formazione cristiana, destinate innanzitutto ai più poveri, di cui si sono fatti carico dapprima gli Ordini monastici e mendicanti e poi i vari Istituti religiosi maschili e femminili, lungo tutta la storia della chiesa. Figure di Santi come Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de’ Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta – per fare solo alcuni nomi – rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I Santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore (Deus Caritas est, 40).

Don Umberto DE VANNA sdb

Creation of the world from Biblia latina

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Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE QUOTIDIANA – DOMENICA – 31.A DOMENICA TEMPO ORDINARIO

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MEDITAZIONE QUOTIDIANA – DOMENICA – 31.A DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Parola – Prima lettura Sap 11, 22 – 12,2
Signore… Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento… Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.

Riflessione
L’uomo si allontana da Dio, ma Dio non lo abbandona mai perché egli è misericordia ed ha compassione di tutti. Mettiti nell’alveo della vita e troverai il Signore, Dio amante della vita. Sei posseduto dall’invidia? Gioisci per il successo degli altri e troverai il Dio della gioia! Sei preso dall’odio? Liberati, perché sei posseduto dalla morte. Sei preso dall’indifferenza? Scendi nel fosso dove giace la vittima dei ladroni, caricati la vittima sulle spalle e portala all’ospedale. Allora incontrerai il Dio della salvezza, il Salvatore che
ha sempre l’iniziativa verso tutti. Hai ricevuto dei torti e l’altro continua a sfruttarti? Sta’ vicino a lui continuando a servirlo, pagherai di persona la sua cattiveria, lo libererai, e l’altro incontrerà la vita. Espiando, pagherai di persona il male degli altri, ma gli altri incontreranno in te il Dio della vita perché vedranno te che cammini con il Dio della vita! Mettiti dalla parte della misericordia: troverai il Dio che si commuove sulla miseria!

Parola – Seconda lettura 2Ts 1, 11 – 2,2
Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui…

Riflessione
Com’è bello capire questo: quanto più il nostro limite si evidenzia, tanto più la potenza di Cristo cammina e opera non secondo le regole dell’intelligenza umana, ma secondo le regole di un amore che viene da lui, dallo Spirito Santo che l’ha diffuso nei nostri cuori (Rom 5,5). C’è una speranza diversa dentro di noi. Non possiamo considerare solo le forze psichiche della persona: c’è un mistero di grazia dove la Trinità opera le meraviglie del suo amore. Se noi perdiamo questa dimensione, non capiremo mai. Manifestiamo al mondo il mistero di grazia nel quale siamo!

Parola – Vangelo Lc 19, 1-10
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo… per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro… «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia… «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza… ».

Riflessione
Gesù è venuto a riprendere in mano ciò che era perduto, a riscattare. Non ti devi mai fermare sul peccato del tuo fratello, sul suo difetto! Non ti devi fermare sul male che uno ha fatto, sul suo errore! Il peccato del tuo fratello diventa un’occasione per amarlo di più, per cercarlo. Il suo difetto, il suo limite, segna l’inizio della tua responsabilità. Se tu vedi che si perde, fai tutto il possibile; se vedi che si allontana, lo cerchi, perché lo ami e quindi lo conosci. Nella misura in cui tu ami, metti la tua spalla sotto la croce del tuo fratello perché tu vuoi la sua salvezza, perché ami secondo il cuore di Dio. Dio vuole la conversione del peccatore e che egli si salvi; Dio non vuole la morte del peccatore: andate, siate i missionari di questo amore!

Zachee and Jesus

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Publié dans:immagini sacre |on 28 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

30 OTTOBRE 2016 | 31A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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30 OTTOBRE 2016 | 31A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare
Dio non ha fretta di condannare il peccatore, ma attende con pazienza e amore la sua conversione. Così Gesù si apre con simpatia a Zaccheo, porta la salvezza nella sua casa e gli offre la possibilità di riscattarsi.

La parola di Dio
Sapienza 11,22 12,2. Spesso siamo durissimi nei nostri giudizi e nei nostri comportamenti di fronte a chi sbaglia. Il Signore invece « non disprezza nulla di ciò che ha creato », non cessa di amare anche chi ha peccato, gli dà tempo di pentirsi e l’occasione di cambiare vita.
2 Tessalonicesi 1,11 2,2. Iniziamo la lettura della lettera che Paolo ha scritto ai cristiani di Salonicco (antica Tessalonica), che ci accompagnerà nelle ultime domeniche dell’anno liturgico. Paolo prega per loro e li invita a essere degni della chiamata del Signore, ricordando che il ritorno finale di Gesù non è imminente, come qualcuno di loro può aver pensato, leggendo la lettera che aveva scritto in precedenza.
Luca 19,1-10. Nel suo viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversa Gerico e non esita a incontrare Zaccheo, un peccatore pubblico. La sua disponibilità nei suoi confronti trasforma l’uomo, che si converte, restituisce largamente il frutto dei suoi imbrogli e soccorre generosamente i poveri.

Riflettere
Eccoci di nuovo di fronte a un pubblicano (cf il vangelo di domenica scorsa, la preghiera del fariseo e del pubblicano, dove Gesù si schiera chiaramente a favore del pubblicano).
Questa volta si tratta di un capo dei pubblicani. Quindi una persona ricchissima, molto influente e sicuramente, a causa delle sue ricchezze e del suo mestiere, persona particolarmente mal vista dalla popolazione, forse il più odiato di Gerico.
Zaccheo, dice il vangelo, è un uomo di bassa statura. Per la sua professione e posizione potrebbe essere religiosamente indifferenze, se non addirittura un ateo, in ogni caso non una persona sensibile alla legge come i farisei. Anzi, è considerato un « peccatore pubblico ». Eppure ha una curiosità: vuole vedere Gesù.
Gesù attraversa Gerico, l’ultima tappa prima di raggiungere Gerusalemme. Nel brano precedente, Luca racconta che Gesù, passando per questa città, guarisce un povero cieco, che – ricuperata la vista – si mette a seguirlo. Si tratta di una « vocazione » nata da quel miracolo, che ha comportato sicuramente un cambiamento di vita, ma non certo l’abbandono di molti beni, essendo il cieco quasi sicuramente un mendicante.
Invece nel caso della conversione del pubblicano Zaccheo, sarà inevitabile la domanda: « Come si comporterà un uomo che ha sfruttato la popolazione e si è arricchito enormemente alle sue spalle, una volta che si è convertito? ». La conversione di Zaccheo pare rispondere proprio a questa domanda.
Accade che Gesù, reso famoso dai suoi miracoli e dalla sua predicazione, passa per Gerico. Lui ne è incuriosito e desidera vederlo.
Essendo piccolo di statura, decide di salire su un albero. La cosa può far sorridere e poteva effettivamente diventare ridicola. Un uomo della sua posizione non avrebbe dovuto. Pensiamo al direttore di una banca, al preside di una scuola, a un sindaco. Ma la sua curiosità è grande. Sale su un albero forse anche per vedere Gesù senza essere visto né da lui, né dalla gente.
Invece Gesù lo vede, lo chiama per nome e si fa invitare a pranzo. Gesù scavalca con questo gesto ogni pregiudizio, e Zaccheo ne è profondamente colpito.
In oriente un invito a pranzo non è mai un atto banale, ma è sempre un fatto impegnativo, coinvolgente: è segno di amicizia, di un certo desiderio di affinità e condivisione.
A casa sua Zaccheo non mostra a Gesù il suo giardino, i dipinti o i suoi gioielli. Anzi, precede Gesù nel far di sé un uomo nuovo: si dimostra colpito nell’animo e trasformato da quell’incontro. Si sbarazza addirittura di metà delle sue ricchezze a favore dei poveri per fare giustizia, per testimoniare quanto l’incontro con Gesù è stato accolto con animo disponibile e quanto è diventata seria la sua conversione. E restituisce quattro volte quanto ha rubato. Zaccheo supera la legge con la sua generosità, sia nei confronti dei poveri, sia perché non restituisce il doppio del rubato, ma quattro volte tanto…

Attualizzare
Gesù ha chiamato per nome Zaccheo, lo ha guardato negli occhi. Una delle nostre tentazioni più comuni è quella di cercare solo chi è dei nostri, chi la pensa e vive come noi. Fortunatamente Gesù non si comporta così con Zaccheo e nemmeno con noi.
Forse Zaccheo era già stanco della sua situazione di vita e si è mosso verso Gesù con il desiderio di voltare una buona volta pagina.
Tutti almeno una volta nella vita sentono il bisogno di pulizia, una nostalgia di bene, un’esigenza nel profondo, la voglia di alzare la testa, di ricuperare se stessi una buona volta. È un desiderio che viene da Dio, anche se a volte non si sa bene che cosa fare e dove andare.
Gesù risponde a questa esigenza di Zaccheo, lo guarda negli occhi e lo tratta da amico. Ogni conversione, ogni vero e profondo cambiamento di vita può nascere soltanto da un incontro caldo e amichevole con Gesù.
Gesù va a pranzo da lui e il mangiare insieme si trasforma in un’occasione di confidenza, di famigliarità. Mentre tutti mormorano, e fanno commenti pesanti e negativi sulla decisione di Gesù.
Ma è questo il comportamento abituale di Gesù, in dialogo anche con coloro che sono considerati peccatori pubblici: prostitute, pubblicani, samaritani. Anche se spesse volte lo vediamo dialogare anche con i farisei e i dottori della legge, e accetta da loro addirittura inviti a pranzo.
C’è però sempre qualcuno che allora, come oggi nella chiesa, ha paura e diffidenza nei confronti dei convertiti. Ma i convertiti, soprattutto i grandi convertiti (pensiamo a san Paolo, a sant’Agostino…) portano aria nuova nella chiesa e manifestano una genuinità che sorprende.
Nel 2002 moriva Leonardo Mondadori, un uomo che, dopo aver vissuto per quasi tutta la sua vita nel mondo laico dell’alta borghesia milanese, ha scoperto la fede e si è convertito. Qualcuno all’inizio può aver pensato a uno stratagemma per farsi pubblicità, forse per lanciare il libro intervista che aveva scritto assieme a Vittorio Messori. Invece la sua è stata una conversione sincera e definitiva. Aveva detto: « Sembra quasi che il Padre abbia voluto concedermi un po’ di tempo… ». Dopo aver constatato che la sua vita era « piena di errori », ha trovato nella fede ciò che di più profondo cercava.
Gesù ha guardato con simpatia Zaccheo, così come ha guardato con amicizia Leonando Mondadori e accoglie con gioia ogni convertito. Incontrare Gesù è trovarsi faccia a faccia con chi ti ha amato da sempre, con chi ti conosce come nessun altro e ti ama passando su tutto, che ti accetta come sei e ti cambia definitivamente la vita.
Zaccheo si è umiliato, si è fatto piccolo ed è salito su un sicomòro. Non teme di fare la stessa cosa chi vuole incontrare Gesù e cambiare vita: il sacramento della confessione, il dichiarare di voler vivere una vita nuova e di accogliere la fede, sancisce un cambiamento già avvenuto e desiderato, e non diventa un peso, ma un momento di profonda liberazione e gioia.
Potremmo ancora chiederci, proprio per rendere più personale il messaggio di questa pagina di vangelo: e se oggi invitassimo a pranzo Gesù, che cosa dovrebbe cambiare nella nostra vita? Zaccheo ha scoperto l’amore e la giustizia nel momento in cui si sentiva amato da Gesù. E nella nostra vita come dovremmo orientarci per dimostrare che « la salvezza è entrata nella nostra casa »?
Ricordiamo che anche l’eucaristia è un condividere un pasto con Gesù. Siamo qui con lui, per incontrarci con lui. Come usciremo dalla chiesa? Come ci apriremo all’amore dei fratelli e alla giustizia, dopo che avremo mangiato il suo corpo e il suo sangue?

Gli sparò tra le bestemmie
Mons. Emmanuel Ketteler era per temperamento impetuoso e violento. Quando era studente, un giorno andò a caccia… Il cane maltrattò le anatre uccise e lui gli sparò tra le bestemmie. Pareva che non potesse uscire niente di buono da lui. Poi studiò teologia e si fece prete, forgiò il suo carattere. Divenne vescovo di Magonza. Un episodio testimonia bene il suo cambiamento. Dopo il 1848 la Germania visse tempi difficili e burrascosi. Un giorno, uscendo dalla cattedrale, fu fermato da un ragazzino che fece per baciargli la mano, ma poi vi sputò sopra e cercò di scappare. Lui lo afferrò con la mano e stava per alzare l’altra in uno schiaffo. Ma poi lo accarezzò, mettendogli la mano sulla testa. « Caro figliolo – gli disse – quanto ti hanno pagato? ». « Due pfennig », disse il ragazzo con imbarazzo. Il vescovo aveva capito. Mise la mano in tasca, tirò fuori una moneta da 10 pfennig: « In futuro non fare più di queste cose », gli disse. E lo lasciò andare.

Il convertito Leonardo Mondadori
« Ormai, non riuscirei più a chiudere la giornata senza rivolgermi a Dio: ne ricavo la certezza, sempre confermata, che non si tratta di parole al vento, ma del dialogo fruttuoso con un Padre che ascolta i suoi figli ».

Don Umberto DE VANNA sdb

REVELATION 22_01-ALPHA AND OMEGA – CHRIST IN MAJESTY

 REVELATION 22_01-ALPHA AND OMEGA - CHRIST IN MAJESTY dans immagini sacre 12%20ANONYMOUS%20CHRIST%20IN%20MAJESTY

http://www.artbible.net/2NT/REVELATION%2022_01-ALPHA%20AND%20OMEGA%20…%20APOCALYPSE%2022/slides/12%20ANONYMOUS%20CHRIST%20IN%20MAJESTY.html

Publié dans:immagini sacre |on 27 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

LE CALAMITÀ NATURALI SONO UN AVVERTIMENTO DI DIO ALL’UOMO?

http://www.novena.it/il_teologo_risponde/teologo_risponde_67.htm

In Dialogo il Teologo Risponde

a cura della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale

LE CALAMITÀ NATURALI SONO UN AVVERTIMENTO DI DIO ALL’UOMO?

(propongo questo articolo, ma non sono molto convinta, io tendo a pensare e a domandarmi se il dolore, la sofferenza e la morte sono un bene o un male, per dire brevemente)

Le devastazioni che avvengono in quasi tutto il mondo (terremoti, inondazioni…) possono essere avvertimenti di Dio per i nostri comportamenti fuori dalla legge del Creatore? Sono casuali? O possono essere il… «risultato» di quello che la Madonna, nelle sue apparizioni, ci mostra con le sue lacrime per non essere, noi, coerenti al nostro credo?

Gino Galastri

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia teoretica

Se il lettore mi permette faccio una premessa. Come credente ritengo che Dio possa fare qualsiasi cosa, e ritengo che la Madonna, come madre di Dio, possa in qualsiasi modo essere partecipe di quanto Dio compie per il bene dell’umanità. Tuttavia non avendo alcuna esperienza personale di questi miracoli, apparizioni, annunci, ecc. né da parte di Dio né della Madonna, ritengo di non averne competenza, per cui se la domanda richiede una interpretazione mistica, o anche di teologia del soprannaturale, non sono la persona adatta. Se invece ci si accontenta di una riflessione più razionale e umana, possiamo provarci.
Le devastazioni: terremoti, inondazioni, siccità e quant’altro, avvengono in ragione di fenomeni e cause naturali, alle quali gli uomini possono più o meno influire per il bene o per il male. Evidentemente non sono casuali in senso assoluto, perché altrimenti per esempio potrebbe piovere anche se non vi fosse una nuvola nella volta del cielo. Invece piove sempre quando ci sono nubi. Perciò nei fenomeni naturali c’è sempre una certa «logica» e causalità, anche se a volte a noi è sconosciuta.
Che Dio faccia accadere queste cose per avvertire, o punire, o correggere l’uomo mi sembra esagerato. Un Dio che dalle parole di Cristo dice di amare e voler salvare l’umanità usasse questi metodi, a me sembra fuori luogo: è come se una mamma per correggere il figlio lo lapidasse.
Allora come mettere insieme le cose? Seguo l’esempio della madre: la mamma ha cura del figlio, e quando questi per sconsideratezza si procura un danno, la mamma lo soccorre subito, e spesso gli dice (mentre lo soccorre) «ti sta bene! Così impari». Ecco a me sembra che l’uomo debba impare a riflettere, a migliorarsi, a ritornare a Dio proprio dalle cose che gli accadono. La vita umana deve essere un percorso di maturazione, e non tanto una lotta tra Dio e l’uomo. Dio come dice Gesù segue l’uomo in questo percorso, lo aiuta con la grazia della fede e della speranza, gli fascia le ferite del non senso della vita: che altro si vuole. Ma dice sempre Gesù, Egli rispetta fino in fondo le scelte umane, le conseguenze che esse portano (buone o cattive che siano), e lascia che il «suo» mondo faccia la sua naturale evoluzione: si ricordi la parabola del figliol prodigo.
Se poi Dio, per motivi suoi personali, vuole interferire nelle cose del mondo e umane in maniera miracolistica o portentosa, lo può fare. Ma se fosse una cosa abituale, è del tutto inutile che abbia mandato il Figlio a fare quel che ha fatto. E tra l’altro i Vangeli ci dicono che spesso si sentiva una voce che diceva: questi è colui nel quale mi sono compiaciuto. Gli esegeti dicono che si traduce: lì c’è tutto quello che volevo fare, è il massimo di quanto potessi fare per l’umanità. Dunque a Gesù dobbiamo fermarci.
Perciò io lascerei le cose come stanno senza fantasticarci più di tanto. Se poi Dio e la Madonna per qualche motivo intervengono nella storia umana: ce lo dica la chiesa.
Agli uomini invece è data l’intelligenza e la capacità di riflettere su quanto accade, di saper valutare il mondo e le cose in rapporto al senso della vita umana e divina sia per crescere nel bene, sia perché possano considerare quanto importante è la presenza divina nel percorso storico. In altri termini: se le cose del mondo sono viste dal basso, o umanamente, allora non si capiscono, e perciò abbiamo il bisogno di sentire, vedere, toccare il Sacro. Se invece le cose si guardano dal punto di vista di Dio, secondo me tornano bene, anche se non sempre ci possano piacere. Poi possiamo con più sincerità e intelligenza invocare Dio: «Passi questo calice… Tuttavia sia fatta la tua, e non la mia volontà» (Lc, 22,42).

 

Publié dans:Teologia |on 27 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

Lectio divina

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Publié dans:immagini sacre |on 26 octobre, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 34. ACCOGLIERE LO STRANIERO E VESTIRE CHI È NUDO (26.10.16)

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PAPA FRANCESCO – 34. ACCOGLIERE LO STRANIERO E VESTIRE CHI È NUDO (26.10.16)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 26 ottobre 2016

34. Accogliere lo straniero e Vestire chi è nudo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguiamo nella riflessione sulle opere di misericordia corporale, che il Signore Gesù ci ha consegnato per mantenere sempre viva e dinamica la nostra fede. Queste opere, infatti, rendono evidente che i cristiani non sono stanchi e pigri nell’attesa dell’incontro finale con il Signore, ma ogni giorno gli vanno incontro, riconoscendo il suo volto in quello di tante persone che chiedono aiuto. Oggi ci soffermiamo su questa parola di Gesù: «Ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito» (Mt 25,35-36). Nei nostri tempi è quanto mai attuale l’opera che riguarda i forestieri. La crisi economica, i conflitti armati e i cambiamenti climatici spingono tante persone a emigrare. Tuttavia, le migrazioni non sono un fenomeno nuovo, ma appartengono alla storia dell’umanità. È mancanza di memoria storica pensare che esse siano proprie solo dei nostri anni.
La Bibbia ci offre tanti esempi concreti di migrazione. Basti pensare ad Abramo. La chiamata di Dio lo spinge a lasciare il suo Paese per andare in un altro: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). E così è stato anche per il popolo di Israele, che dall’Egitto, dove era schiavo, andò marciando per quarant’anni nel deserto fino a quando giunse alla terra promessa da Dio. La stessa Santa Famiglia – Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù – fu costretta ad emigrare per sfuggire alla minaccia di Erode: «Giuseppe si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,14-15). La storia dell’umanità è storia di migrazioni: ad ogni latitudine, non c’è popolo che non abbia conosciuto il fenomeno migratorio.
Nel corso dei secoli abbiamo assistito in proposito a grandi espressioni di solidarietà, anche se non sono mancate tensioni sociali. Oggi, il contesto di crisi economica favorisce purtroppo l’emergere di atteggiamenti di chiusura e di non accoglienza. In alcune parti del mondo sorgono muri e barriere. Sembra a volte che l’opera silenziosa di molti uomini e donne che, in diversi modi, si prodigano per aiutare e assistere i profughi e i migranti sia oscurata dal rumore di altri che danno voce a un istintivo egoismo. Ma la chiusura non è una soluzione, anzi, finisce per favorire i traffici criminali. L’unica via di soluzione è quella della solidarietà. Solidarietà con il migrante, solidarietà con il forestiero …
L’impegno dei cristiani in questo campo è urgente oggi come in passato. Per guardare solo al secolo scorso, ricordiamo la stupenda figura di santa Francesca Cabrini, che dedicò la sua vita insieme alle sue compagne ai migranti verso gli Stati Uniti d’America. Anche oggi abbiamo bisogno di queste testimonianze perché la misericordia possa raggiungere tanti che sono nel bisogno. È un impegno che coinvolge tutti, nessuno escluso. Le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, come i singoli cristiani, tutti siamo chiamati ad accogliere i fratelli e le sorelle che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla violenza e da condizioni di vita disumane. Tutti insieme siamo una grande forza di sostegno per quanti hanno perso patria, famiglia, lavoro e dignità. Alcuni giorni fa, è successa una storia piccolina, di città. C’era un rifugiato che cercava una strada e una signora gli si avvicinò e gli disse: “Ma, lei cerca qualcosa?”. Era senza scarpe, quel rifugiato. E lui ha detto: “Io vorrei andare a San Pietro per entrare nella Porta Santa”. E la signora pensò: “Ma, non ha le scarpe, come farà a camminare?”. E chiama un taxi. Ma quel migrante, quel rifugiato puzzava e l’autista del taxi quasi non voleva che salisse, ma alla fine l’ha lasciato salire sul taxi. E la signora, accanto a lui, gli domandò un po’ della sua storia di rifugiato e di migrante, nel percorso del viaggio: dieci minuti per arrivare fino a qui. Quest’uomo raccontò la sua storia di dolore, di guerra, di fame e perché era fuggito dalla sua Patria per migrare qui. Quando sono arrivati, la signora apre la borsa per pagare il tassista e il tassista, che all’inizio non voleva che questo migrante salisse perché puzzava, ha detto alla signora: “No, signora, sono io che devo pagare lei perché lei mi ha fatto sentire una storia che mi ha cambiato il cuore”. Questa signora sapeva cosa era il dolore di un migrante, perché aveva il sangue armeno e conosceva la sofferenza del suo popolo. Quando noi facciamo una cosa del genere, all’inizio ci rifiutiamo perché ci dà un po’ di incomodità, “ma … puzza …”. Ma alla fine, la storia ci profuma l’anima e ci fa cambiare. Pensate a questa storia e pensiamo che cosa possiamo fare per i rifugiati.
E l’altra cosa è vestire chi è nudo: che cosa vuol dire se non restituire dignità a chi l’ha perduta? Certamente dando dei vestiti a chi ne è privo; ma pensiamo anche alle donne vittime della tratta gettate sulle strade, o agli altri, troppi modi di usare il corpo umano come merce, persino dei minori. E così pure non avere un lavoro, una casa, un salario giusto è una forma di nudità, o essere discriminati per la razza, o per la fede, sono tutte forme di “nudità”, di fronte alle quali come cristiani siamo chiamati ad essere attenti, vigilanti e pronti ad agire.
Cari fratelli e sorelle, non cadiamo nella trappola di rinchiuderci in noi stessi, indifferenti alle necessità dei fratelli e preoccupati solo dei nostri interessi. È proprio nella misura in cui ci apriamo agli altri che la vita diventa feconda, le società riacquistano la pace e le persone recuperano la loro piena dignità. E non dimenticatevi di quella signora, non dimenticate quel migrante che puzzava e non dimenticate l’autista al quale il migrante aveva cambiato l’anima.

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