Archive pour septembre, 2016

LECTIO DIVINA PERSONAGGI BIBLICI – SARAH GENESI (16,1-2; 18,1-2.9-15; 21,1-2)

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LECTIO DIVINA PERSONAGGI BIBLICI – SARAH GENESI (16,1-2; 18,1-2.9-15; 21,1-2)

A cura di fra Vincenzo Boschetto

16,[1] Sarai, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, [2] Sarai disse ad Abram: « Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli ». 18,[1] Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. [2] Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, [9] Poi gli dissero: « Dov’è Sara, tua moglie? ». Rispose: « E’ là nella tenda ». [10] Il Signore riprese: « Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio ». Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. [11] Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. [12] Allora Sara rise dentro di sé e disse: « Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio! ». [13] Ma il Signore disse ad Abramo: « Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? [14] C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio ». [15] Allora Sara negò: « Non ho riso! », perché aveva paura; ma quegli disse: « Sì, hai proprio riso ». 21,[1] Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. [2] Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. La lettura di queste pagine della Genesi, racchiude le vicende di Sarai moglie di Abramo anche se le pagine citate, riportano le vicende di Agar. La storia di Sarai si presenta, a ciascuno di noi, con un duplice aspetto: sterilità e gratuità. La Bibbia non dice tanto sulla sterilità di Sarai, ma in penombra noi possiamo vedere la sua sofferenza e la sofferenza d’ogni sterilità: «Ecco, il Signore mi ha impedito…» (16,2). Questa donna, sterile, incarna la sofferenza per la maternità mancata, ma al contempo ha dentro di sé una grande forza di volontà a non rassegnarsi e ricorre ai metodi allora consentiti. Sara non è l’unica donna nella Bibbia che si trova impedita, sterile: vedi per esempio Anna moglie di Elkana (Cfr. 1Sam 1,1ss). Per questa sua grande fortezza gli viene mutato il nome: «Dio disse ancora ad Abramo: non chiamare più tua moglie Sarai; d’ora in poi il suo nome è Sarah. per mezzo di lei ti darò un figlio» (Gen 17,15-16). Qui abbiamo un gioco di parole che nella lingua ebraica assume vari significati: da Sarai a Sarah. Il nome che termina con la lettera i, come in ebraico terminano certi suffissi di possesso, sembra sottolineare la presunzione di Sarai nel momento in cui decise in cuor suo di dare la sua ancella al marito per aiutarlo a garantire la discendenza, che tanto desidera e che Dio promette. Ma non era quello l’aiuto che Sarai poteva dare a suo marito, ma da una Sarah capace di rinunciare a ogni possessiva presunzione di sé a vantaggio della propria uterina ( il significato della lettera h) natura di donna e di madre responsabile di figli autentici. Il cambiamento del nome, nella Bibbia indica il progetto di Dio sulla persona, sul popolo; infatti, il nome Sarah significa “Mia principessa”. Sarah, infatti, sarà madre di numerosi re. Questa forza di volontà il Signore la benedice, visita Abramo e fa una promessa inaudita. L’«Inaudito» si rende presente nella vita di questa coppia, diventa un punto d’incontro perché la sterilità sia feconda, perché Sara dia frutto: generi! L’annuncio che Dio fa è inaudito perché sfida l’ordine naturale, ma «c’è forse qualcosa impossibile per il Signore?». Nella Bibbia, queste sono parole che si ripetono quando Dio chiama qualcuno per realizzare il suo disegno d’amore (cfr Lc 1,19-20.37). Queste sono parole che ogni volta si ripetono quando Dio fa visita a ciascuno di noi e trova qualche ostacolo, quando la nostra vita è come un deserto senza vita, infeconda: «come una terra arida senza acqua» (Sal 62,2), come un deserto bruciato, come un vicolo cieco, come un orizzonte chiuso senza speranza, come un vuoto incolmabile senza attesa, come un grembo di donna incapace di generare. Avere sete di Dio è già un dono di Dio. Lasciata a se stessa, la carne non è altro che rifiuto, occhi chiusi, orecchie turate, cuore indurito (Mt 13,10-15). Spesso, questa è la nostra vita! Non ha senso vivere per vivere; ha senso vivere se si loda Dio: la grazia divina non solo sorpassa infinitamente la vita fisica, ma è quella che le conferisce significato. È una pagina di fede quella che abbiamo davanti, una fede che diventa rischio. «Si tratta di due orizzonti lontani verso i quali l’uomo si deve incamminare con un lungo e defatigante itinerario che raffigura la dialettica della fede, sempre sospesa ala promessa e al rischio» (G. Ravasi). Ma proprio perché la fede si trasforma in rischio, la fede di Sarah davanti alle parole dell’Inaudito conosce il dubbio, il sospetto, l’esitazione, la sospensione: «Allora Sarah rise dentro di sé e disse: « Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio! »» (18,21). Vi è un po’ d’ironia nell’atteggiamento di Sarah e una reazione da parte dell’Inaudito, dei Tre personaggi (Dio). La storia di questa donna insegna che non esiste situazione disperata che Dio non sappia capovolgere: «Tornerò da te alla stessa data e Sarah avrà un figlio» (18,14). Alla reazione di Dio vi è paura e imbarazzo e una certa autodifesa: « »Non ho riso! »» (18,15). Nella Bibbia il riso ha vari significati, ma nel riso di Sarah e nella sua autodifesa possiamo leggere il nostro riso, le nostre finzioni dinanzi alla Parola di Dio, dinanzi alla sua Parola che continuamente chiama; ma è un riso che Dio sa trasformare in nuova umanità, promessa, certezza, vita, dono per l’altro… perché il Signore «non ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata» (Is 62,4); il figlio che nasce prenderà nome Isacco, cioè “JHWH ha riso”. Sì, Dio ride dinanzi agli ostacoli. Il Suo riso spazza ogni nostra perplessità, paura, ogni male degli uomini: «Colui che è assiso nei cieli se ne ride, il Signore si fa beffe» (Sal 2,4; cfr anche Sal 37,13; 59,9). «È un riso che disarma nel senso più vero, privando della sua forza l’apparente potente predominio dell’incredulità e dell’arroganza» (Gerhard Ebeling). «Nel tempo che Dio aveva fissato» (21,2). C’è un tempo che Dio fissa per Sarah, per ciascuno di noi, per farci visita. Nel tempo stabilito, il riso di Dio visita Sarah portando vittoria sulla sua sterilità, portando il dono di generare, il miracolo della nascita, il passaggio dall’essere infecondo ad essere fecondo: la vita; perché essere visitati da Dio è incontrare la vita. Generare, per la Bibbia, non è l’espressione di una legge naturale ma l’evento dell’amore di Dio personale dove tutto si trasforma in dono. Nell’incontro con la vita Sarah scopre “un di più” che viene dall’amore personale di Dio dove per Sarah, inizia un nuovo rapporto, un nuovo cammino. Nell’atteggiamento di Sarah, sembra ricordare le parole di Gesù: «Chi rimane in me, fa molto frutto. Chi non rimane in me viene gettato via» (Gv 15,5-6). Questo è il dilemma posto da Gesù ai discepoli: accettare di essere innestati in Lui o essere soppressi, perché «senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5). Chi rimane «in me». Gesù pone l’accento in questo rimanere in Lui perché fonte e mèta della vita personale e comunitaria, è l’unico sentiero di fecondità evangelica e pastorale perché ha in sé la fecondità di Cristo che ha dato se stesso per amore. Il portare frutto dipende dal rapporto personale dei discepoli con Gesù. Diversamente si è sterili, secchi, inutili a se stessi e agli altri. «Allora sarete miei discepoli» (Gv 15,8). È una conclusione significativa. Si è discepoli solo in conseguenza del rimanere in Cristo ed è da questo rimanere in Lui che scaturisce il dovere della testimonianza. Anche Sarah, nella sua vita, scoprendo il “di più”, ha dimorato nella Parola dell’Eterno dando senso e valore alla sua stessa vita e a quella degli altri generando a tutti Isacco, il sorriso di Dio, divenendo madre d’Israele. Questa sua maternità si fa gratuità fino alla morte, fino al raggiungimento della Terra che Dio promise di dare. Sarah muore a centoventisette anni la sua gratuità fu di esempio per tutti, anche in terra straniera e Abramo acquista nella terra Ittita, da Efron figlio di Zocar, la caverna di Macpela per seppellirvi Sarah (Gen 23).

Interrogarsi 1. Quali situazioni di “infecondità” riscontri nella tua vita e nella società in cui vivi? 2. Qual è il senso della visitazione di Dio a Sara… di Dio nella tua vita? 3. Nella tua vita, c’è l’apertura personale verso Dio dove vi incontrate e parlate da amici? 4. Come ti rapporti, nella società in cui vivi, in modo sterile o gratuito? 5. Quale è il tempo che Dio ha fissato per te?

Preghiera Hai un compito, anima mia, un grande compito, se vuoi. Scruta seriamente te stessa, il tuo essere, il tuo destino; donde vieni e dove dovrai posarti; cerca di conoscere se è vita quella che vivi o se c’è qualcosa di più. Hai un compito, anima mia, purifica, perciò, la tua vita: considera, per favore, Dio e i suoi misteri, indaga cosa c’era prima di questo universo e che cosa esso è per te, da dove è venuto e qual sarà il suo destino. Ecco il tuo compito, anima mia, purifica, perciò, la tua vita. Accostati al Dio che ti parla nel Figlio suo e saprai la via della gioia. (S. Gregorio di Nazianzo, † 410)

Actio Medita oggi queste parole e portale nella tua vita quotidiana: «Noi siamo liuti, tu il suonatore. Non sei tu che emetti sospiri attraverso essi? Noi siamo flauti, ma il soffio è tuo, o Signore! Noi siamo dei monti, ma l’eco è tua, o Signore!».

Adam and Eve with Holy Women Martyrs, by Ioana Popescu

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Publié dans:immagini sacre |on 17 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANI PAOLO II 2004

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SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANI PAOLO II 2004

Il Salmo 26 viene distribuito dalla Liturgia in due diversi brani. La prima parte di questo dittico poetico e spirituale (cf vv. 1-6) viene pregata ai Vespri del mercoledì della 1a settimana e ha come sfondo il tempio di Sion, sede del culto di Israele. Infatti il Salmista parla esplicitamente di «casa del Signore», di «santuario» (v. 4), di «rifugio, dimora, casa» (cf vv. 5-6). Anzi, nell’originale ebraico questi termini indicano più precisamente il «tabernacolo» e la «tenda», ossia il cuore stesso del tempio, dove il Signore si svela con la sua presenza e la sua parola. Si evoca anche la «rupe» di Sion (cf v. 5), luogo di sicurezza e di rifugio, e si allude alla celebrazione dei sacrifici di ringraziamento (cf v. 6). Se, dunque, la liturgia è l’atmosfera spirituale in cui è immerso il Salmo, il filo conduttore della preghiera è la fiducia in Dio, sia nel giorno della gioia, sia nel tempo della paura.

Una lotta simbolica La prima parte del Salmo, che ora meditiamo, è segnata da una grande serenità, fondata sulla fiducia in Dio nel giorno tenebroso dell’assalto dei malvagi. Le immagini usate per descrivere questi avversari, che sono il segno del male che inquina la storia, sono di due tipi. Da un lato, sembra che ci sia un’immagine di caccia feroce: i malvagi sono come belve che avanzano per ghermire la loro preda e straziarne la carne, ma inciampano e cadono (cf v. 2). Dall’altro lato, c’è il simbolo militare di un assalto compiuto da un’intera armata: è una battaglia che divampa impetuosa seminando terrore e morte (cf v. 3). La vita del credente è spesso sottoposta a tensioni e contestazioni, talora anche a un rifiuto e persino alla persecuzione. Il comportamento dell’uomo giusto infastidisce, perché risuona come un monito nei confronti dei prepotenti e dei perversi. Lo riconoscono senza mezzi termini gli empi descritti dal Libro della Sapienza: il giusto «è diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15).

Il Dio della vita Il fedele è consapevole che la coerenza crea isolamento e provoca persino disprezzo e ostilità in una società che sceglie spesso come vessillo il vantaggio personale, il successo esteriore, la ricchezza, il godimento sfrenato. Tuttavia egli non è solo e il suo cuore conserva una sorprendente pace interiore, perché – come dice la splendida «antifona» d’apertura del Salmo – «il Signore è luce e salvezza, è difesa della vita» del giusto (Sal 26,1). Egli ripete continuamente: «Di chi avrò paura?… Di chi avrò timore?… Il mio cuore non teme… Anche allora ho fiducia» (vv. 1.3). Sembra quasi di ascoltare la voce di San Paolo che proclama: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Ma la quiete interiore, la fortezza d’animo e la pace sono un dono che si ottiene rifugiandosi nel tempio, ossia ricorrendo alla preghiera personale e comunitaria.

Sorgente della pace L’orante, infatti, si affida alle braccia di Dio e il suo sogno è espresso anche da un altro Salmo (cf 22,6): «Abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita». Là egli potrà «gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4), contemplare e ammirare il mistero divino, partecipare alla liturgia sacrificale ed elevare le sue lodi al Dio liberatore (cf v. 6). Il Signore crea attorno al suo fedele un orizzonte di pace, che lascia al di fuori lo strepito del male. La comunione con Dio è sorgente di serenità, di gioia, di tranquillità; è come entrare in un’oasi di luce e di amore. Il nostro rifugio Ascoltiamo ora, a sigillo della nostra riflessione, le parole del monaco Isaia, di origini sire, vissuto nel deserto egiziano e morto a Gaza verso il 491. Nel suo Asceticon egli applica il nostro Salmo alla preghiera nella tentazione: «Se vediamo i nemici circondarci con la loro furbizia, cioè con l’accidia, sia che indeboliscano la nostra anima nel piacere, sia perché non conteniamo la nostra collera contro il prossimo quando agisce contro il suo dovere, oppure se aggravano i nostri occhi per portarli alla concupiscenza, o se vogliono condurci a gustare i piaceri della gola, se rendono per noi come un veleno la parola del prossimo, se ci fanno svalutare la parola altrui, se ci inducono a far differenze tra i fratelli dicendo: “Questi è buono, quest’altro è cattivo”: se dunque tutte queste cose ci circondano, non perdiamoci di coraggio, ma gridiamo piuttosto come Davide con cuore fermo dicendo: “Signore, protettore della mia vita!” (Sal 26,1)» (Recueil ascétique, Bellefontaine 1976, p. 211).

 Giovanni Paolo II / L’Osservatore Romano, 22-03-2004

Stabat Mater

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Publié dans:immagini sacre |on 16 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

QUANDO LA MONTAGNA È FEDE – « DOVUNQUE L’UOMO RELIGIOSO HA LE SUE MONTAGNE », SPIEGA MONSIGNOR RAVASI

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QUANDO LA MONTAGNA È FEDE – « DOVUNQUE L’UOMO RELIGIOSO HA LE SUE MONTAGNE », SPIEGA MONSIGNOR RAVASI  

La ricerca sulle montagne della fede che pubblichiamo per gentile concessione dell’Osservatore Romano, è stata scritta da monsignor Gianfranco Ravasi, ministro della cultura del Vaticano. Rispettando la loro sacralità, vengono toccate tutte quelle religioni e correnti di pensiero che hanno posto la montagna al centro della simbologia e stile di vita. « Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo, cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari ». Chi non ricorda questo struggente addio ai monti del Lecchese che Manzoni ci ha lasciato ne I Promessi Sposi? La vetta di un monte costringe a alzare lo sguardo; è come se fosse un indice puntato verso il cielo, è il rimando allo zenit e quindi alla luce, all’inaccessibilità, alla trascendenza rispetto all’orizzonte in cui noi siamo immersi quotidianamente. Il monte con la sua cima che sembra quasi perforare il cielo ricalca la posizione eretta dell’uomo che si è alzato dalla brutalità della terra; è una specie di simbolo della vittoria sulla forza di gravità. Tutte le culture hanno ritrovato nel profilo verticale della montagna un’immagine della tensione verso l’oltre e l’altro rispetto al limite terrestre e tutte le religioni vi hanno letto un segno dell’Oltre e dell’Altro divino. Anche chi non ha una grande assuefazione a questi temi sa bene cosa significhino l’Olimpo o il Parnaso nella civiltà greca. Lunghi elenchi di monti sacri, le cui vette sono segnate da santuari, appartengono a tutte le tradizioni religiose. Per esempio gli Ittiti consideravano i monti come la sede del dio della tempesta, mentre l’India, che pure edifica i grandi templi lungo i fiumi o in riva al mare, nei testi sacri indù celebra il monte Meru, « una trave di legno che funge da puntello perché il cielo non cada sulla terra » (così nei Veda). Si ha in tal modo una visione cosmologica per cui il monte costituisce una specie di asse che regge l’universo, è « la montagna polare » (così nelle Upanishad). Curiosa è la concezione della genesi di questo monte: quasi come la frusta o il manico di una zangola che fa coagulare e condensare il latte del caos originario solidificandolo come un burro, cioè la terra. Tra l’altro nella mitologia indù il dio Shiva abita i monti in compagnia della sua sposa, la dea Parvati, nome che letteralmente significa « la montanara ». Anche in Giappone i monti erano considerati residenze dei kami, cioè le divinità: da lassù facevano scorrere l’acqua per la coltivazione del riso. Gli spiriti degli antenati, purificati dai riti funebri, salivano sui monti ove erano divinizzati. Le ascensioni ai monti sacri come il Fujiyama sono, perciò, vere e proprie processioni mistiche che richiedono rituali purificatori previ. Per i maestri taoisti cinesi è, invece, il monte K’un-lun la sede paradisiaca dell’immortalità: lassù il Signore Celeste, Chan Tao-ling, aveva scoperto due spade vittoriose contro gli spiriti del male e da lì era asceso al cielo su un drago dai cinque colori, dopo aver bevuto l’elisir dell’immortalità. Per gli Arabi, che consideravano la superficie terrestre come un cerchio piatto, Qâf era la catena montuosa circolare dell’orizzonte, separata dal cerchio terrestre da un territorio oscuro di frontiera, limite tra il visibile e l’invisibile, perché è solo ascendendo sulla cima del Qâf, fatto di smeraldo, che si scopre l’infinita distesa dei cieli divini. In quella montagna, che è la radice dei nostri monti terrestri, vive in perfetta solitudine fin dall’origine del mondo l’uccello mitico Simurgh, fonte di sapienza e di felicità perché a lui è concesso di vedere il mistero dei cieli divini. Anche la civiltà occidentale, spesso sulla scia delle immagini della Bibbia, è ricorsa allo stesso simbolismo in modi e forme diverse. Se pensiamo, ad esempio, alle ziqqurratu, cioè ai famosi templi a gradoni della Mesopotamia, evidente riproduzione architettonica di un monte sacro (sul loro vertice si ergeva appunto il santuarietto-residenza delle divinità), riusciamo a comprendere la simbologia sottesa al sogno di Giacobbe narrato dalla Genesi, (28, 12). Ebbene, un monaco di Santa Caterina al Sinai, uno dei monti biblici fondamentali, Giovanni Climaco, vissuto tra il 579 e il 649 circa, si affiderà proprio a questa immagine per titolare e strutturare la sua opera La scala del Paradiso, opera che impose a lui il soprannome di « Climaco » (in greco climax è la scala coi suoi gradini). ]Come è facile intuire, il Sinai che quel monaco aveva davanti agli occhi diventava la parabola dell’ascensione al cielo attraverso l’erta salita dell’ascesi spirituale. Parallela sarà l’esperienza proposta da un altro grande mistico, san Giovanni della Croce (1542-1591), che data la sua vocazione di carmelitano, sceglierà come simbolo un altro monte. La salita del monte Carmelo è, infatti, il titolo di una delle sue opere più note, composta tra il 1578 e il 1583. Attraverso un’ascesa irta di asperità, cioè attraverso una purificazione liberamente accolta e vissuta, si raggiunge la vetta della perfezione. Sulla scia di Giovanni della Croce un notissimo autore mistico contemporaneo, Thomas Merton (1915-1968), convertitosi al cattolicesimo nel 1938, e vissuto nella trappa del Getsemani nel Kentucky (Usa), intitolò la sua autobiografia spirituale proprio La montagna delle sette balze (1948), uno scritto divenuto popolare e per molti versi affascinante proprio per l’immediatezza quasi diaristica di questa ascesa sul monte della contemplazione, vicenda sofferta e gloriosa al tempo stesso. Ma il simbolo  del monte è un elemento capitale anche nella letteratura occidentale. È quasi spontaneo pensare al Purgatorio di Dante (tra l’altro le parole « monte/ montagna » ricorrono più di 70 volte nella Divina Commedia). Se l’Inferno è concepito quasi come un monte cavo capovolto che ha come vertice il nadir del centro fisico della terra, per antitesi il Purgatorio è un’altissima montagna a sette balze o « cornici », al cui vertice è collocato il Paradiso terrestre, mentre ai suoi piedi si stende la spiaggia dell’approdo delle anime. Questo monte dell’espiazione, è esattamente agli antipodi di Gerusalemme, sotto la quale si apre la cavità infernale: anzi, ne è quasi il riflusso materiale, cioè la massa di terra respinta dal vuoto tenebroso degli inferi. Dopo l’Incarnazione di Cristo quel monte « di riporto » è divenuto la sede delle anime in attesa di liberazione: è, quindi, un’altra raffigurazione dell’ascesa come ascesi, come purificazione dal male. La meta è la vetta ove è situato il Paradiso terrestre, una foresta lussureggiante, oltre il confine delle meteore e oltre le sfere dell’acqua e del fuoco. Da lassù si spicca il volo verso l’Empireo paradisiaco dai nove cieli tolemaici. A questo monte letterario, il più celebre di tutti, ne potremmo associare molti altri. Ci accontentiamo di indicarne due, tipici della letteratura contemporanea. Come non pensare subito al famoso romanzo che Thomas Mann (1875-1955) pubblicò nel 1924 col titolo La montagna incantata, vera e propria parabola dell’Europa malata? Ambientata a Davos, in un sanatorio svizzero d’alta montagna, la trama vede il protagonista Hans Castorp approdare in quella clinica in visita al cugino malato. Ma una malattia, prima, e un fascino magico, poi, attanagliano anche Hans su quel monte per sette anni, fino al 1914, allorché lo scoppio della guerra lo induce a tornare in Germania. Quei sette anni sullo sfondo impervio dei monti si trasformano in una straordinaria avventura vitale: sboccia l’amore tra Hans e una degente, si sviluppano complessi dibattiti teorici tra un italiano liberale e umanista e un cèco, comunista e materialista, si snodano eventi apparentemente insignificanti, ma carichi di tensione e mistero. Come osservava un critico, Erich Heller, « quale ironia nella sorte del protagonista il quale, convertito alla vita, torna dalla montagna incantata, regno di Venere e della morte, in un mondo in cui ‘servire la vita’ significa ‘servire con le armi’, e che scompare alla vista del lettore avanzando oscillante nel fango di un campo di battaglia, probabilmente verso la morte eroica! ». L’altra opera che abbiamo scelto è certo meno importante ma è anch’essa a suo modo emblematica. Si tratta del romanzo Go Tell It on the Mountain pubblicato nel 1953 dallo scrittore afro-americano James Baldwin (1924-1987) e tradotto in italiano nel 1966 col titolo Gridalo forte (omettendo così il rimando alla montagna). Il protagonista John sale sulla collina che sta nel cuore del Central Park di New York. Da lassù contempla il profilo della città che i suoi antenati avevano visto da lontano, scintillante nelle sue luci, come fosse una specie di Nuova Gerusalemme, mentre in realtà essa si sarebbe rivelata come la Babilonia distruttrice che ha in Broadway la sua avanguardia verso la perdizione. Questa visionarietà, affidata alla montagna nel suo valore simbolico, pervade la letteratura di lingua inglese (Bunyan, Milton, Spencer, Wordsworth, Shelley, Coleridge, Buckler e così via) ma ha anche un’espressione altissima nel quarto atto del Faust di Goethe ambientato in Hochgebirg, cioè in « alta montagna », sulle « rigide vette di rupi dentate » e auf dem Vorgebirg, « sui contrafforti », mentre nella finale dell’ultimo atto, il quinto, si è in Bergschluchten, cioè tra « gole montane », in un paesaggio di rupi e foreste popolate di santi anacoreti. Ma il monte ha una grande presenza anche nell’iconografia di tutti i secoli: come non pensare alla Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci? Il critico d’arte John Ruskin (1819-1900) nella sua vasta opera Modern Painters (1843-1860) sulla pittura moderna osservava che nell’arte « ci fu sempre un’idea della santità connessa alle solitudini rocciose perché era sempre sulle vette che la divinità si manifestava più intimamente agli uomini ed era sui monti che i santi sempre si ritiravano per la meditazione, per una speciale comunione con Dio e per prepararsi alla morte ». E concludeva che « i monti sono il principio e la fine di ogni scenario naturale ». Ma i monti gettano la loro ombra su tutte le pagine bibliche: dall’Ararat su cui posa l’arca di Noè al Moria del sacrificio di Isacco, dal Sinai dell’esodo al Nebo della morte di Mosè, dal Carmelo di Elia al Sion del tempio gerosolimitano, dal monte delle Tentazioni di Cristo a quello delle Beatitudini, dal monte della Trasfigurazione al Golgota-Calvario sino al monte degli Ulivi che nell’ascensione di Gesù congiunge terra e cielo. Ma a questi monti santi e ad altri meno noti che costellano la Bibbia e che non possiamo ora descrivere vorremmo opporre una curiosa tipologia di montagne « negative »,  segno non di elevazione ma di abbassamento e degenerazione. Sono le « alture », in ebraico bamôt, sistematicamente denunziate dalla Bibbia come sedi di santuari cananei, legati ai culti della fertilità – ma talora anche luoghi di culto israelitico. Sono centinaia i passi biblici in cui si condannano questi colli, a partire dallo stesso Salomone che dedicò un santuario al dio dei Moabiti Camosh e al dio degli Ammoniti Milcom « sul monte che è di fronte a Gerusalemme » (1 Re 11, 7), imitato poi dai suoi successori e dai sovrani del regno settentrionale di Samaria. Noi ci accontenteremo ora di illustrare questo simbolismo negativo e idolatrico della montagna con un testo interessante e, a prima vista, neutro, anzi legato al monte santo per eccellenza, il Sion. Si tratta dell’avvio del secondo « canto delle ascensioni », il Salmo 121 (120):  « Alzo gli occhi verso i monti: da dove verrà il mio aiuto? Il mio aiuto è dal Signore che ha fatto cielo e terra » (vv. 1-2).  L’orante leva lo sguardo implorante « verso i monti » e pronunzia una domanda:  « Da dove verrà il mio aiuto? ». Ebbene, molti esegeti pensano che in questa scenetta apparentemente scontata ci sia proprio un rimando polemico alle « alture » idolatriche. L’orante sarebbe tentato di rivolgere il suo appello (e i suoi piedi) verso i santuari dei colli cananei ove si ergono pali e stele sacre, segni del dio Baal, la divinità della fecondità e della fertilità. Sarà forse lui a offrire l’aiuto atteso? La risposta del Salmista è netta:  « Il mio aiuto è dal Signore », il creatore del cielo e della terra, sorgente di ogni dono di vita. Si tratta di una professione di fede « jahvistica » di impronta liturgica (entrata anche nella liturgia cattolica: Adiutorium nostrum in nomine Domini qui fecit caelum et terram) che rimanda implicitamente all’altro monte santo, l’unico vero per Israele, il Sion, « altura stupenda, gioia di tutta la terra (…) capitale del gran Re » (Salmi, 48, 3). La Bibbia, che oppone già due città simboliche, Gerusalemme e Babilonia, mette in antitesi anche due monti ideali, quello dell’ascensione a Dio, alla luce, alla verità e quello dell’illusione e dell’inganno. Ancora una volta sta all’uomo scegliere su quale sentiero incamminarsi.

Gianfranco Ravasi

(L’Osservatore Romano – 11 agosto 2010)  

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 16 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

The Unjust Steward

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Publié dans:immagini sacre |on 15 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

18 SETTEMBRE 2016 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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18 SETTEMBRE 2016 | 25A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Il vangelo di questa domenica propone questa volta una parabola curiosa e un po’ imbarazzante, quella del « fattore infedele ». Probabilmente un fatto di cronaca che viene letto e interpretato da Gesù in modo singolare. Una parabola uscita dalla bocca di Gesù, che propone significati e insegnamenti che ci coinvolgono da vicino nella nostra vita quotidiana.

La parola di Dio Amos 8,4-7. Il profeta Amos con parole durissime condanna a nome di Dio i ricchi che inventano ogni espediente per fare denaro e sfruttare i poveri. 1 Timoteo 2,1-18. Paolo invita il vescovo Timoteo a impegnarsi a favore di una vita sociale vissuta nella pace, nella serenità e nella concordia. Per questo gli dice che faccia pregare anche per chi governa, come facciamo spesso a messa nella Preghiera dei fedeli. Luca 16,1-13. Gesù racconta una parabola e fa l’elogio di una persona disonesta, ma furba e intraprendente, per invitare i suoi discepoli a essere più dinamici e inventivi nella costruzione del regno di Dio.

Riflettere « I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce », dice Gesù. È questo è il succo del messaggio di questa domenica. Che cosa non intraprende e inventa un imprenditore ambizioso e desideroso di migliorare le sue finanze e i suoi affari! Eppure lui lo fa per degli obiettivi che hanno molto meno importanza di chi annuncia il regno di Dio e si impegna a far cambiare in meglio la società. Così ha fatto questo amministratore. Viene licenziato in tronco solo per ciò che il padrone sente dire di lui. Addirittura non gli viene data la possibilità di difendersi. Non avendo costui la possibilità, né forse il tempo di trovarsi un altro lavoro, velocemente sfrutta quel po’ di potere che ha nel momento in cui deve sistemare i conti, per farsi ancora qualche amico. Rispondendo con una nuova illegalità alla decisione del suo padrone. Il padrone, che ha licenziato in questo modo sbrigativo e forse ingiusto il suo amministratore, dimostra alla fine un fair-play che sorprende: lo loda per la sua furbizia. L’amministratore ha inventato in cuor suo tante giustificazioni per comportarsi così: non ha mai lavorato la terra, si vergogna di chiedere l’elemosina (e questo forse gli fa onore), in questa società rubano tutti, a certi livelli ci si deve arrangiare. Non vi è nella parabola la condanna della ricchezza o del mettersi in affari. Ma quella di darsi ai traffici illeciti, costruire per sé una ricchezza ingiusta. Quanta fantasia nei malvagi: spaccio di droga, doping nello sport, produzione di armi micidiali… Quanta impegno per apparire più belli, migliori di quel che siamo. Rendi conto della tua gestione, del tuo comportamento, dice Gesù. Parole che fanno sorridere i farisei. Il versetto 14 (oggi non proposto) dice che essi, « attaccati al denaro, si facevano beffe di lui ». Ma anche oggi le parole di Gesù suonerebbero difficili e un po’ assurde per quelli che hanno fatto della propria fortuna economica un idolo, magari a spese degli altri, soprattutto dei poveri. Non per niente Gesù fa seguire a questa parabola quella del ricco epulone (Lc 16,19-31).

Attualizzare Questa parabola appare di una attualità sconcertante. Viviamo in anni pieni di scandali e di truffe, tra amministratori che spesso non godono di fiducia perché facili alla corruzione. Eppure mai come oggi si è sentito così vivo il desiderio dell’onestà, della retta amministrazione della cosa pubblica. Nel brano di vangelo che abbiamo letto, per tre volte viene ripetuta la parola « fedeltà ». Bisognerebbe sempre potersi fidare di un cristiano che si dà alla politica e alla carriera amministrativa. Non è possibile dirsi cristiani ed essere dei corrotti, dei disonesti, dei mafiosi, dei camorristi. Gesù fa l’elogio di quell’uomo astuto, ma ora pare quasi correggersi, forse per eliminare l’eventuale impressione che qualcuno potrebbe farsi, che egli approvi la disonestà di quell’uomo. L’amministratore è vissuto in una vita di imbrogli e alla fine se la cava soltanto con un nuovo imbroglio. Gesù dice che è stato furbo, ma precisa che i suoi discepoli invece dovrebbero essere fedeli « almeno » in queste cose materiali. Le cose di questo mondo sono definite « cose di poco conto ». Ma non si tratta di un giudizio di valore che intenda disprezzare la fedeltà quotidiana dell’uomo e il suo impegno nella società. Le cose di questo mondo diventano piccole cose, soprattutto quando vengono messe a confronto con ciò che si riferisce in modo diretto alla salvezza. Non c’è dubbio che di fronte alla costruzione del regno di Dio e alla predicazione del vangelo, le cose di questo mondo esigono una fedeltà meno impegnativa, una dedizione meno assoluta, un servizio più sbrigativo; ma non nel senso che si possano fare le cose alla buona, con furbizia o addirittura con superficialità e ingiustizia, bensì perché questo tipo di fedeltà a un discepolo di Cristo è data per scontata: chi non è capace infatti di muoversi con onestà, giustizia e pulizia tra le cose di questo mondo, non potrà essere fedele nelle cose più impegnative che si riferiscono al regno. Altrove dirà: « Quando avrete fatto tutto ciò che dovevate fare dite: siamo servi inutili ». Ma è a questi uomini tuttavia che Gesù promette la salvezza eterna: « Sei stato fedele in cose da poco, ti affiderò cose più importanti » (Mt 25,21). In fondo all’uomo è possibile soltanto questo tipo di fedeltà. Anzi, tutto ciò che l’uomo fa ha un valore relativo. Siamo certi però che la sua piccola fedeltà diventa una condizione e un esercizio per es-sere capace, almeno in certi momenti, di una fedeltà più impegnativa, di una fedeltà che può richiedere un impegno assoluto. Vi è spesso nella considerazione delle persone che contano, in gente di cultura e spiritualmente raffinate, un certo atteggiamento di sufficienza, per non dire di disprezzo, verso coloro che sono fedeli nel loro impegno quotidiano. Li ritengono dei pignoli, gente dal cervello piccolo, incapaci di vivere con disinvoltura, di liberarsi dalle loro schiavitù. Esiste certo una fedeltà complessata, che nasce dalla paura di rischiare, propria di chi vuol muoversi sul sicuro: ma non si può bollare allo stesso modo chi è fedele perché non è disposto al compromesso e non sceglie per sé uno stile di vita anarchico e senza punti di riferimento stabili. Gesù ci dice di considerare anche la ricchezza come « una piccola cosa ». San Girolamo scrive: « Il ricco o è ingiusto lui o è erede di un ingiusto ». Gesù stesso dice: « Ogni ricchezza puzza d’ingiustizia » (Lc 16,9) e condanna la ricchezza quando diventa strumento di frode e di oppressione o incatena l’uomo, dandogli delle false sicurezze. Sant’Agostino parla anche di quei ricchi che regalano in elemosina ai poveri o alla chiesa parte delle loro ricchezze per far tacere la coscienza. L’uomo non può idolatrare la ricchezza fino al punto da mettere sotto i piedi tutto per ottenerla, impegnandosi magari in operazioni ambigue, al limite dell’onestà, a prezzo di privazioni assurde o di dedizioni sproporzionate. Infine ci si potrebbe rifare a tanti santi, a tanti cristiani che nel corso della storia della chiesa hanno messo in pratica il messaggio di questa parabola, che invita a impegnarsi per il regno. Santi che hanno inventato di tutto per vivere il comandamento dell’amore. Padre Pio, per esempio, si servì delle offerte di chi lo avvicinava per costruire un grande ospedale. Madre Teresa per potersi occupare dei più poveri tra i poveri ha addirittura abbandonato la sua congregazione e scelse le strade di Calcutta. Mamma Margherita, mamma di Don Bosco, poverissima e semplice contadina, era sempre disponibile con tutti, e la gente la cercava nelle emergenze. Per aiutare un certo Cecco, che era stato ricco e si era ridotto in miseria, per non umiliarlo gli lasciava alla sera sul davanzale della finestra un pentolino di minestra calda.

Licenziato su due piedi Cesare Romiti, quando era amministratore delegato della Fiat, nel 1984 licenziò immediatamente un suo dirigente, un certo Palazzo, solo perché chiacchierato. A certi livelli il solo fatto che si sia diffusa una voce sfavorevole, è già grave, e crea dei sospetti nell’azienda.

Il nostro rendiconto fatto a Dio « Anche Dio parrebbe chiederci conto, ma in modo non aziendale ed efficientista, come fa il mondo. « Cos’è quello che mi dicono di te? Rendi conto di ciò che fai »" (J. Chittister).

Don Umberto DE VANNA sdb

MESSA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1984/documents/hf_jp-ii_hom_19840914_messa-halifax.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN CANADA

MESSA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Central Commons (Halifax)

Venerdì, 14 settembre 1984

Ti adoriamo o Cristo e ti lodiamo, perché con la tua croce hai redento il mondo. Alleluia.

Cari fratelli e sorelle. 1. Come rappresentanti del popolo di Dio nell’arcidiocesi di Halifax, di Cap Breton, di tutta la Nuova Scozia e dell’Isola Principe Edward, siete riuniti in questa acclamazione della liturgia con l’arcivescovo Hayes, con gli altri vescovi e con la Chiesa in tutto il mondo. La Chiesa cattolica celebra oggi la festa dell’Esaltazione della croce di Cristo. Come il Cristo crocifisso è innalzato dalla fede nei cuori di tutti coloro che credono, così egli innalza quegli stessi cuori con una speranza che non può essere distrutta. Poiché la croce è il segno della redenzione, e nella redenzione è contenuta la promessa della risurrezione e l’inizio della nuova vita: l’elevazione dei cuori umani. All’inizio del mio ufficio nella sede di san Pietro ho cercato di proclamare questa verità con l’enciclica Redemptor Hominis. In questa stessa verità desidero oggi essere unito a tutti voi nell’adorazione della croce di Cristo: “Non dimenticate le opere di Dio” (cf. Sal 78, 7).

2. Per conformarci all’acclamazione dell’odierna liturgia, seguiamo attentamente il sentiero tracciato da queste sante parole nelle quali ci viene annunciato il mistero dell’Esaltazione della croce. In primo luogo, in queste parole è contenuto il significato del Vecchio Testamento. Secondo sant’Agostino, il Vecchio Testamento contiene ciò che è pienamente rivelato nel nuovo. Qui abbiamo l’immagine del serpente di bronzo al quale si riferì Gesù nella sua conversazione con Nicodemo. Il Signore stesso ha rivelato il significato di quest’immagine dicendo: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15). Durante il cammino del popolo di Israele dall’Egitto alla Terra Promessa – poiché la gente si lamentava – Dio mandò un’invasione di serpenti velenosi a causa della quale molti perirono. Quando i sopravvissuti compresero la loro colpa chiesero a Mosè di intercedere presso Dio: “Prega il Signore che allontani da noi questi serpenti” (Nm 21, 7). Mosè pregò e ricevette dal Signore quest’ordine: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta. Chiunque dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita” (Nm 21, 8). Mosè obbedì all’ordine. Il serpente di bronzo posto sull’asta rappresentò la salvezza dalla morte per tutti coloro che venivano morsi dai serpenti. Nel libro della Genesi il serpente era il simbolo dello spirito del male. Ma adesso, per una sorprendente inversione, il serpente di bronzo issato nel deserto diventa una raffigurazione del Cristo, issato sulla croce. La festa dell’Esaltazione della croce richiama alle nostre menti e, in un certo senso, rende attuale, l’elevazione di Cristo sulla croce. La festa è l’elevazione del Cristo redentore: chiunque crede nel Cristo crocifisso avrà la vita eterna. L’elevazione di Cristo sulla croce costituisce l’inizio dell’elevazione dell’umanità attraverso la croce. E il compimento ultimo dell’elevazione è la vita eterna.

3. Questo evento del Vecchio Testamento è richiamato nel tema centrale del Vangelo di san Giovanni. Perché la croce e il Cristo crocifisso sono la porta alla vita eterna? Perché in lui – nel Cristo crocifisso – è manifestato nella sua pienezza l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo. Nella stessa conversazione con Nicodemo Cristo dice: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3, 16-17). La salvezza del Figlio di Dio attraverso l’elevazione sulla croce ha la sua sorgente eterna nell’amore. È l’amore del Padre che manda il Figlio; egli offre suo Figlio per la salvezza del mondo. Nello stesso tempo è l’amore del Figlio il quale non “giudica” il mondo, ma sacrifica se stesso per l’amore verso il Padre e per la salvezza del mondo. Dando se stesso al Padre per mezzo del sacrificio della croce egli offre al contempo se stesso al mondo: ad ogni singola persona e all’umanità intera. La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8).

4. All’avvento del Vangelo di Giovanni la liturgia della festa di oggi aggiunge la presentazione fatta da Paolo nella sua lettera ai Filippesi. L’apostolo parla di uno svuotamento di Cristo attraverso la croce; e allo stesso tempo dell’elevazione di Cristo al di sopra di tutte le cose; e anche questo ha avuto il suo inizio nella stessa croce: “Gesù Cristo . . . spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, e apparso in forma umana, umiliò se stesso ancora di più facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 6-11). La croce è il segno della più profonda umiliazione di Cristo. Agli occhi del popolo di quel tempo costituiva il segno di una morte infamante. Solo gli schiavi potevano essere puniti con una morte simile, non gli uomini liberi. Cristo, invece, accetta volentieri questa morte, la morte sulla croce. Eppure questa morte diviene il principio della risurrezione. Nella risurrezione il servo crocifisso di Jahvè viene innalzato: egli viene innalzato su tutto il creato. Nello stesso tempo anche la croce è innalzata. Essa cessa di essere il segno di una morte infamante e diventa il segno della risurrezione, cioè della vita. Attraverso il segno della croce, non è il servo o lo schiavo che parla, ma il Signore di tutta la creazione.

5. Questi tre elementi dell’odierna liturgia, il Vecchio Testamento, l’inno cristologico di Paolo e il Vangelo di Giovanni, formano assieme la grande ricchezza del mistero del trionfo della croce. Trovandoci immersi in questo mistero con la Chiesa, che attraverso il mondo celebra oggi l’Esaltazione della santa croce, desidero dividere con voi, in una maniera speciale, le sue ricchezze, cari fratelli e sorelle dell’arcidiocesi di Halifax, caro popolo della Nuova Scozia, dell’Isola Edward e di tutto il Canada. Sì, desidero dividere con voi tutte le ricchezze di quella croce santa – che, quale stendardo di salvezza – fu piantata sul vostro suolo 450 anni fa. Da allora la croce ha trionfato in questa terra e, attraverso la collaborazione di migliaia di canadesi, il messaggio di liberazione e di salvezza della croce, è stato diffuso ai confini della terra.

6. Nello stesso tempo desidero rendere omaggio al contributo missionario dei figli e delle figlie del Canada che hanno dato la loro vita così “perché la parola del Signore si diffonda, e sia glorificata come lo è anche tra voi” (2 Ts 3,1). Rendo omaggio alla fede e all’amore che li ha motivati, e al potere della croce che ha dato loro la forza di andare avanti ed eseguire il comando di Cristo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 20). E nel rendere omaggio ai vostri missionari, rendo parimenti omaggio alle comunità sparse per il mondo che hanno accolto il loro messaggio e segnato le loro tombe con la croce di Cristo. La Chiesa è grata per l’ospitalità loro concessa di un luogo di sepoltura, da dove essi attendono la definitiva esaltazione della croce santa nella gloria della risurrezione e della vita eterna. Esprimo profonda gratitudine per lo zelo che ha caratterizzato la Chiesa in Canada e vi ringrazio per le preghiere, i contributi e le varie attività attraverso le quali voi sorreggete la causa missionaria. In particolare vi ringrazio per la vostra generosità verso la missione di aiuto delle società da parte della Santa Sede.

7. L’evangelizzazione resta per sempre il sacro retaggio del Canada, che vanta realmente una storia gloriosa dell’attività missionaria in patria e all’estero. L’evangelizzazione deve continuare ad essere esercitata attraverso l’impegno personale, predicando la speranza nelle promesse di Gesù e con la proclamazione dell’amore fraterno. Sarà sempre connessa con l’impianto e l’edificazione della Chiesa e avrà una profonda relazione con lo sviluppo e la libertà come espressione del progresso umano. Al centro di questo messaggio, tuttavia, c’è un’esplicita proclamazione di salvezza in Gesù Cristo, quella salvezza determinata dalla croce. Ecco le parole di Paolo VI: “L’evangelizzazione conterrà sempre – anche come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo – una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 27). La Chiesa in Canada sarà se stessa se proclamerà fra tutti i suoi membri, con parole e fatti, l’esaltazione della croce, e sempre che, in patria e all’estero, essa sia una Chiesa evangelizzante. Anche se queste parole vengono da me, c’è un altro che parla ovunque ai cuori dei giovani. È lo stesso Spirito Santo, ed è lui che fa pressione su ciascuno di noi, come membro di Cristo, per indurci ad abbracciare e a portare la buona novella dell’amore di Dio. Ma ad alcuni lo Spirito Santo sta proponendo il comando di Gesù nella sua forma specifica missionaria: andate a reclutare discepoli di tutte le nazioni. Dinanzi alla Chiesa intera, io, Giovanni Paolo II, proclamo ancora una volta l’assoluto valore della vocazione missionaria. E assicuro tutti i chiamati alla vita ecclesiastica e religiosa che nostro Signore Gesù Cristo è pronto ad accettare e rendere fruttuoso il sacrificio speciale delle loro vite, nel celibato, per l’esaltazione della croce.

8. Oggi la Chiesa, annunciando il Vangelo, rivive in un certo qual modo tutto il periodo che ha inizio il mercoledì delle Ceneri, raggiunge il suo apice durante la Settimana Santa e a Pasqua e prosegue nelle settimane successive fino alla Pentecoste. La festa dell’Esaltazione della santa croce è come il compendio di tutto il mistero pasquale di nostro Signore Gesù Cristo. La croce è gloriosa perché su di essa il Cristo si è innalzato. Attraverso di essa, il Cristo ha innalzato l’uomo. Sulla croce ogni uomo è veramente elevato alla sua piena dignità, alla dignità del suo fine ultimo in Dio. Attraverso la croce, inoltre, è rivelata la potenza dell’amore che eleva l’uomo, che lo esalta. Veramente tutto il disegno di Dio sulla vita cristiana è condensato qui in un modo meraviglioso: il disegno di Dio e il suo senso! Diamo la nostra adesione al disegno di Dio e al suo senso! Ritroviamo il posto della croce nella nostra vita e nella nostra società. Parliamo della croce in modo particolare a tutti coloro che soffrono, e trasmettiamo il suo messaggio di speranza ai giovani. Continuiamo a proclamare fino ai confini della terra il suo potere salvifico: “Exaltatio Crucis!”: la gloria della santa croce! Fratelli e sorelle: “Non dimenticate mai le opere del Signore”! Amen.

Mother Teresa of Calcutta

Mother Teresa of Calcutta  dans immagini sacre Mother-Teresa-1979.10.01
http://skepticism.org/timeline/september-history/8964-death-mother-teresa-calcutta.html

Publié dans:immagini sacre |on 11 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DELLA BEATA MADRE TERESA DI CALCUTTA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2016/documents/papa-francesco_20160904_omelia-canonizzazione-madre-teresa.html

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DELLA BEATA MADRE TERESA DI CALCUTTA

GIUBILEO DEGLI OPERATORI E DEI VOLONTARI DELLA MISERICORDIA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro

Domenica, 4 settembre 2016

«Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?» (Sap 9,13). Questo interrogativo del Libro della Sapienza, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ci presenta la nostra vita come un mistero, la cui chiave di interpretazione non è in nostro possesso. I protagonisti della storia sono sempre due: Dio da una parte e gli uomini dall’altra. Il nostro compito è quello di percepire la chiamata di Dio e poi accogliere la sua volontà. Ma per accoglierla senza esitazione chiediamoci: quale è la volontà di Dio? Nello stesso brano sapienziale troviamo la risposta: «Gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito» (v. 18). Per verificare la chiamata di Dio, dobbiamo domandarci e capire che cosa piace a Lui. Tante volte i profeti annunciano che cosa è gradito al Signore. Il loro messaggio trova una mirabile sintesi nell’espressione: «Misericordia io voglio e non sacrifici» (Os 6,6; Mt 9,13). A Dio è gradita ogni opera di misericordia, perché nel fratello che aiutiamo riconosciamo il volto di Dio che nessuno può vedere (cfr Gv 1,18). E ogni volta che ci chiniamo sulle necessità dei fratelli, noi abbiamo dato da mangiare e da bere a Gesù; abbiamo vestito, sostenuto, e visitato il Figlio di Dio (cfr Mt 25,40). Insomma, abbiamo toccato la carne di Cristo. Siamo dunque chiamati a tradurre in concreto ciò che invochiamo nella preghiera e professiamo nella fede. Non esiste alternativa alla carità: quanti si pongono al servizio dei fratelli, benché non lo sappiano, sono coloro che amano Dio (cfr 1 Gv 3,16-18; Gc 2,14-18). La vita cristiana, tuttavia, non è un semplice aiuto che viene fornito nel momento del bisogno. Se fosse così sarebbe certo un bel sentimento di umana solidarietà che suscita un beneficio immediato, ma sarebbe sterile perché senza radici. L’impegno che il Signore chiede, al contrario, è quello di una vocazione alla carità con la quale ogni discepolo di Cristo mette al suo servizio la propria vita, per crescere ogni giorno nell’amore. Abbiamo ascoltato nel Vangelo che: «una folla numerosa andava con Gesù» (Lc 14,25). Oggi quella “folla numerosa” è rappresentata dal vasto mondo del volontariato, qui convenuto in occasione del Giubileo della Misericordia. Voi siete quella folla che segue il Maestro e che rende visibile il suo amore concreto per ogni persona. Vi ripeto le parole dell’apostolo Paolo: «La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, poiché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua» (Fm 7). Quanti cuori i volontari confortano! Quante mani sostengono; quante lacrime asciugano; quanto amore è riversato nel servizio nascosto, umile e disinteressato! Questo lodevole servizio dà voce alla fede – dà voce alla fede! – ed esprime la misericordia del Padre che si fa vicino a quanti sono nel bisogno. La sequela di Gesù è un impegno serio e al tempo stesso gioioso; richiede radicalità e coraggio per riconoscere il Maestro divino nel più povero e scartato della vita e mettersi al suo servizio. Per questo, i volontari che servono gli ultimi e i bisognosi per amore di Gesù non si aspettano alcun ringraziamento e nessuna gratifica, ma rinunciano a tutto questo perché hanno scoperto il vero amore. E ognuno di noi può dire: “Come il Signore mi è venuto incontro e si è chinato su di me nel momento del bisogno, così anch’io vado incontro a Lui e mi chino su quanti hanno perso la fede o vivono come se Dio non esistesse, sui giovani senza valori e ideali, sulle famiglie in crisi, sugli ammalati e i carcerati, sui profughi e immigrati, sui deboli e indifesi nel corpo e nello spirito, sui minori abbandonati a sé stessi, così come sugli anziani lasciati soli. Dovunque ci sia una mano tesa che chiede aiuto per rimettersi in piedi, lì deve esserci la nostra presenza e la presenza della Chiesa che sostiene e dona speranza”. E, questo, farlo con la viva memoria della mano tesa del Signore su di me quando ero a terra. Madre Teresa, in tutta la sua esistenza, è stata generosa dispensatrice della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. Si è impegnata in difesa della vita proclamando incessantemente che «chi non è ancora nato è il più debole, il più piccolo, il più misero». Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il “sale” che dava sapore a ogni sua opera, e la “luce” che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e sofferenza. La sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri. Oggi consegno questa emblematica figura di donna e di consacrata a tutto il mondo del volontariato: lei sia il vostro modello di santità! Penso che, forse, avremo un po’ di difficoltà nel chiamarla Santa Teresa: la sua santità è tanto vicina a noi, tanto tenera e feconda che spontaneamente continueremo a dirle “Madre Teresa”. Questa instancabile operatrice di misericordia ci aiuti a capire sempre più che l’unico nostro criterio di azione è l’amore gratuito, libero da ogni ideologia e da ogni vincolo e riversato verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, razza o religione. Madre Teresa amava dire: «Forse non parlo la loro lingua, ma posso sorridere». Portiamo nel cuore il suo sorriso e doniamolo a quanti incontriamo nel nostro cammino, specialmente a quanti soffrono. Apriremo così orizzonti di gioia e di speranza a tanta umanità sfiduciata e bisognosa di comprensione e di tenerezza.

 

Publié dans:Canonizzazioni |on 11 septembre, 2016 |Pas de commentaires »
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