2 OTTOBRE 2016 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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2 OTTOBRE 2016 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Questa domenica la parola di Dio ci propone il tema della fede: « Il giusto vivrà per la sua fede », dice il profeta Abacuc (prima lettura). Il vangelo riporta la preghiera degli apostoli: « Aumenta la nostra fede! ». Anche Paolo (seconda lettura) esorta Timoteo « a custodire il buon deposito della fede con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi ».

La parola di Dio Abacuc 1,2-3; 2,2-4. Il profeta Abacuc, più o meno contemporaneo di Geremia, è scoraggiato e osa quasi mettere sotto accusa Dio perché non interviene a riportare la giustizia fra gli uomini. « Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti? ». 2 Timoteo 1,6-8.13-14. Paolo esorta Timoteo a vivere in pienezza il dono della chiamata e della imposizione delle mani che lo hanno reso un evangelizzatore. Gli servono come modello le parole e l’esempio di vita di Paolo, che si trova in carcere per fedeltà al suo Signore. Luca 17,5-10. « Accresci in noi la fede! », dicono gli apostoli. Una preghiera che nasce probabilmente nel contesto delle parabole che abbiamo sentito nelle domeniche precedenti, che parlano del distacco dalle ricchezze. Ma anche dalle impegnative parole di Gesù che invitano a perdonare sempre (Lc 17, 3-4).

Riflettere L’amara preghiera del profeta Abacuc è attuale in ogni tempo e fa parte della esperienza di tutti: « Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti? ». Perché, Signore, non intervieni e cambi il corso degli eventi? Perché non risolvi i problemi che ci assillano? Ad Abacuc risponde il Signore, che gli assicura il suo intervento. Chi ha l’animo retto non ha nulla da temere, l’importante è che ciascuno conservi e viva la propria fede. È quanto dice anche Paolo a Timoteo, che invita a non lasciarsi prendere dalla timidezza, a non vergognarsi di dare testimonianza, ad avere forza, nonostante le difficoltà; a soffrire insieme a lui, che ora è in carcere a causa del vangelo. Nei due versetti che precedono il brano di vangelo di questa domenica, Gesù dice: « Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: « Sono pentito », tu gli perdonerai » (Lc 17, 3-4). È forse di fronte a questo impegnativo orientamento di vita che gli apostoli dicono: « Accresci in noi la fede! ». Ma anche per la forza delle parabole del fattore infedele e del ricco epulone, che invitano ad avere il cuore staccato dalle ricchezze. La risposta di Gesù di fronte a questa richiesta appare piuttosto sconcertante e sembra quasi a un rimprovero. Chiedono l’aumento della fede, pensando di averne almeno un poco. Ma Gesù dice loro: « Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: « Sràdicati e vai a piantarti nel mare », ed esso vi obbedirebbe ». Il gelso palestinese ha radici molto profonde e non si sradica né con il vento, né con le tempeste. Gesù pare dire: la fede o c’è o non c’è: non è una questione di quantità. Ma quando c’è, per piccola che sia, essa è potentissima. E poi c’è la parabola dell’agricoltore. Come altre volte Gesù prende lo spunto per il suo insegnamento da un episodio che per la nostra mentalità risulta piuttosto urtante. Questo padrone che si fa servire non ci piace. Il servo è stanco: ha arato tutta la giornata o ha condotto al pascolo le pecore; adesso forse non si regge in piedi, ma deve mettersi a disposizione del suo padrone, preparargli il pranzo, servirlo a tavola. La cosa che più ci sconcerta naturalmente è il pensiero che Dio si possa identificare con quel padrone. E il paragone ha evidentemente i suoi limiti. Altre volte Gesù prende lo spunto per le sue parabole da fatti discutibili (cf per esempio la parabola del fattore infedele, in Lc 16). Gesù per farsi capire parte da comportamenti che sono quelli comuni. Dio infatti non si comporterà come questo padrone. Il vangelo ci dice che nel regno dei cieli sarà Dio a cingersi i fianchi e a servirci a tavola: noi saremo commensali di Dio, non suoi servi. Gesù ne ha dato un esempio nell’ultima cena, quando ha addirittura lavato i piedi ai suoi apostoli. Tuttavia l’insegnamento di Gesù è un altro. Gesù vuol dire che in fondo il servo era pagato per questo, per arare i campi, per portare al pascolo gli animali, per preparare la tavola e servire il padrone; non poteva pretendere un trattamento diverso: era nella logica della sua attività fare questi servizi, anche pesanti. Gesù voleva quindi dire agli apostoli e anche a noi: toglietevi il complesso della vittima. Quante volte noi uomini ci sentiamo degli eroi solo perché abbiamo fatto il nostro dovere! Gesù vuole anche far notare la sproporzione che c’è tra le nostre opere, i nostri meriti e i doni di Dio. Nessuna nostra azione potrebbe meritare adeguatamente la salvezza di Dio. Erano i farisei che erano convinti di averne il diritto in forza delle loro preghiere, digiuni ed elemosine. Dio non accetta di mettersi su questo piano e ricorda l’infinita distanza che esiste tra ciò che noi facciamo e i doni che lui prepara per chi gli è fedele. Gesù non è un falso profeta, che ci sollecita con parole che ci rassicurano, ma che ci lasciano nell’inganno e nell’illusione. Nelle sue parabole non ha avuto paura di dire pane al pane: è stato chiaro anche se apparentemente un po’ duro nel dire verità scomode. Gesù per noi, che siamo spesso così permalosi e facili al risentimento, e che presumiamo di valere molto per ciò che realizziamo, senza riguardi umani ci dice questa volta di ridimensionarci, di avere dentro di noi il senso delle proporzioni.

Attualizzare Una delle cose che stupisce di più nel vangelo è l’apparente fede piccola e debole degli apostoli e in generale di chi circonda Gesù. Apparendo in sogno a san Giovanni Bosco, il ragazzo santo Domenico Savio al termine di una visione di Paradiso, gli mostra una schiera immensa di giovani e gli dice: « Sarebbero stati molto di più se avessi avuto più fede ». Anche i santi possono avere bisogno di una fede più grande e più coraggio nel gettarsi tra le braccia di Dio. Di Madre Teresa, dopo la sua beatificazione, abbiamo scoperto la fede difficile che ha provato in certi momenti della sua vita e che ha descritto nelle lettere pubblicate postume. Gesù incoraggia chi chiede una fede più forte e più grande, ma dice in concreto: « Basta la fede che avete: rendetela però più ferma e operante ». A volte il passo verso una fede più genuina è piccolo, ma c’è sempre chi indugia, chi preferisce crogiolarsi nei suoi dubbi e non fidarsi fino in fondo del Maestro. La fede è un deposito da custodire, dice Paolo a Timoteo. E anche noi dovremmo tenerci stretta la fede ricevuta in famiglia e vissuta nella nostra comunità parrocchiale, fede che ci è stata donata attraverso i sacramenti e il catechismo. La fede si chiede in ginocchio, come un dono. E la si ottiene aprendoci all’amore di Dio. Noi ci « fidiamo » o ci « affidiamo » solo a quelli che amiamo. Se amiamo Dio e ci fidiamo di lui troveremo facile e gioioso credere e contageremo altri a fare lo stesso con il nostro comportamento. « Anche Dio ha il suo inferno. Ed è il suo amore per gli uomini », dice Nietzsche in Così parlò Zarathustra. Dio si è fidato e si fida dell’uomo, anche se noi viviamo distrattamente e debolmente la nostra fede. Dio ha affidato all’uomo il mondo e la costruzione del suo regno. Venendo al racconto di Gesù, torniamo a sottolineare che il complesso della vittima è uno dei più comuni dell’uomo d’oggi, che crede di fare cose eccezionali semplicemente perché porta un minimo di rispetto per se stesso e le proprie scelte di vita. Se una coppia afferma di essere capace di vivere nella fedeltà, si sgranano gli occhi e ci si stupisce. Ci sono studenti che si sentono orgogliosi perché fanno il proprio dovere e si impegnano nello studio. Ci sono cristiani che si vantano di non perdere la messa alla domenica. È il caso di ricordare che quando abbiamo fatto tutto questo, in un confronto sereno con le esigenze della nostra coscienza, abbiamo fatto solo ciò che dovevamo fare. Anche gli apostoli a un certo punto si sono per così dire vantati di fronte a Gesù: « Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo? » (Mt 19,27). Gesù non disprezza l’orgoglio degli apostoli: promette loro il centuplo e la vita eterna in cambio di questa loro scelta. Ma la domanda, nella prospettiva di questo brano di vangelo, appare in tutto il suo paradosso e meschinità. Eppure la promessa di Gesù svela quanto Dio prenda sul serio l’uomo e quanto sia disposto a riconoscere e a premiare la sua fedeltà.

Il piccolo volo della vita « Si narra che, quando il primo missionario giunse sul suolo inglese, il re del posto, molto perplesso convocò un’assemblea di saggi per decidere se accogliere o meno la nuova dottrina. Durante la seduta, si levò un tale che disse: « O re, immagina questa scena: a mensa in compagnia dei tuoi conti e vassalli. È inverno. La sala è ben riscaldata, il camino acceso. Fuori mugghia la tempesta. Neve e pioggia sferzano. A un tratto un uccellino entra volando nella sala. Si introduce da una parte e, poco dopo, esce fuori da un’altra. Nei pochi momenti durante i quali rimane nella sala, è al riparo dal gelo, ma appena scompare dalla tua vista, ripiomba nell’inverno. Secondo me, così avviene per la vita umana. Non sappiamo che cosa l’ha preceduta e nemmeno sappiamo che cosa la seguirà. Se la nuova dottrina ci offre qualche certezza in proposito, vale la pena che l’accogliamo » (Beda il Venerabile).

Don Umberto DE VANNA sdb

 

Publié dans : OMELIE PREDICH, DISCORSI E...♥♥♥ |le 30 septembre, 2016 |Pas de Commentaires »

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