Archive pour le 10 septembre, 2016

Rembrandt, The Return of the Prodigal Son, 1662–1669 (Hermitage Museum, St Petersburg)

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Publié dans:immagini sacre |on 10 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

11 SETTEMBRE 2016 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/24a-Domenica/12-24a-Domenica-C_2016-UD.htm

11 SETTEMBRE 2016 | 24A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare La comunità cristiana che ogni domenica si ritrova per celebrare l’eucaristia è una comunità di perdonati. Tutti infatti siamo entrati nella chiesa passando per la misericordia di Dio.

La parola di Dio Esodo 32,7-11.13-14. Mosè intercede per il popolo che si è pervertito, e ricorda a Iahvè le grandi promesse fatte ad Abramo, Isacco, Giacobbe. E il Signore perdona al suo popolo. 1 Timoteo 1,12-17. È l’inizio della prima lettera a Timoteo, che leggeremo per tre domeniche; sarà seguita dalla seconda lettera a Timoteo fino alla 32ª domenica. In questo brano, Paolo dice al suo discepolo, che ha ordinato vescovo di Efeso, che Gesù è venuto per i peccatori. E gli ricorda che lui stesso ha sperimentato la misericordia di Gesù, essendo passato dall’essere un persecutore della chiesa a una vita di grazia. Luca 15,1-32. Luca ci presenta in questo brano tre delle più belle parabole sulla misericordia di Dio. È il trionfo della bontà gratuita di Dio Padre.

Riflettere Il dio Api in Egitto, rappresentato sotto la forma di toro, era una delle divinità più popolari, quella che assicurava la fertilità dei raccolti e degli animali. Anche gli ebrei, così si direbbe, ne sono stati affascinati. Tanto è vero, che nonostante gli straordinari miracoli operati da Iahvè in loro favore durante la loro fuga, essi sono pronti a rifarsi a quella divinità egiziana. Così racconta la prima lettura. Mentre Mosè è sul monte per parlare con Dio e ricevere la legge e i comandamenti, essi infatti consegnano ad Aronne il loro oro perché venga trasformato nella statua di un toro e quindi lo adorano, dicendo: « Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto ». Certo, una statua è più comoda da adorare di un Dio invisibile e misterioso che non vuole mostrare la sua faccia, anche se dà segni inequivocabili della sua presenza come liberatore. La reazione di Iahvè è di sdegno: « Lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori », dice. Mosè non prende le distanze da questo popolo, che pure in più occasioni gli si ribellerà, ma cerca di strappare da Iahvè un gesto di misericordia, ricordando le promesse e i segni di predilezione finora compiuti a favore di questo popolo. Iahvè si pente e perdona, proprio in forza della preghiera di Mosè. È curioso che in questo brano Mosè per così dire sembra apparire più buono di Iahvè, che sembra essere guidato solo dalla giustizia. Nel vangelo di oggi Luca racconta tre parabole della misericordia, una misericordia associata all’idea di gioia e di festa, temi cari all’evangelista. Gli esattori delle tasse e altre persone di cattiva reputazione si avvicinano a Gesù per ascoltarlo. Ma i farisei e i maestri della legge lo criticano per questo. Dicono: « Costui accoglie i peccatori e mangia con loro ». La familiarità di Gesù con i peccatori è una delle cose che ha maggiormente scandalizzato i giudei. Li ha mandati in crisi, ha sconvolto il loro metro di giudizio, la loro sicurezza. Ma è stato anche un fatto che probabilmente è servito a tranquillizzare la loro coscienza e a giustificarli nel momento in cui si decisero di rifiutare Gesù fino a mandarlo a morte. Le parole di Gesù sono chiarissime: il Padre è più contento per una pecora o un figlio ritrovato che non per novantanove giusti che non si sono perduti. Il Padre è tutto felice per la pecora ritrovata e accoglie a braccia aperte il figlio pentito che ritorna a casa. Le parabole esprimono in modo plastico e paradossale la gioia di Dio quando può perdonare. E aprono una chiara polemica nei confronti dei farisei, che mancano di misericordia nei confronti dei peccatori. Nelle parabole tutto appare frutto di iniziativa di Dio, di amore attivo, di dono gratuito. Non è l’uomo che ami Dio per primo, non è il peccatore che meriti di essere ritrovato, o che possa vantare diritti. Ne dovrebbe nascere una fiducia senza limiti nei confronti di Dio. Dio non attende che l’uomo meriti la salvezza per donargliela, chiede soltanto che sia disponibile a riceverla. Permettere a Dio di « far festa » vuol dire « lasciarsi ritrovare », cioè entrare in sintonia con questo Dio innamorato che va alla ricerca dell’uomo perduto per aiutarlo a trovare un senso alla vita. Anche la comunità cristiana dovrebbe dimostrare un’uguale apertura missionaria verso chi si è smarrito, lo stesso zelo misericordioso. Invece si è soliti creare la vita difficile a chi si è allontanato, a chi chiede di ritornare dopo essersi preso un quarto d’ora di libertà. Eppure proprio questa esperienza negativa darà valore nuovo a un ritorno maturato spesso nella sofferenza.

Attualizzare Oggi siamo tutti invitati alla festa del perdono, a conoscere meglio il cuore di Dio, a capire il senso del peccato e del perdono. Il peccato non è una cosa bella, ma proibita: è smarrirsi, rifiutare di realizzarsi, di crescere, di prendere sul serio la vita. Il peccato è sempre idolatria: ci scegliamo un altro centro, un sostituto di Dio. È sempre un volersi mettere al centro delle nostre decisioni di vita, un voler fare senza Dio. Un dirgli: « Dammi ciò che mi spetta, tenterò da solo l’avventura della vita, voglio fare a meno di te…. ». Il peccato è sempre abbandonare la casa di mio padre. Un padre che per assurdo avrà forse guardato persino con ammirazione quel figlio che voleva costruirsi con le sue mani, che sembrava voler affrontare la vita senza dipendenze, vivere l’avventura di conoscere il mondo. Ma la decisione di tornare nasce da uno stato d’animo meschino, dal ricordo delle sicurezze vissute in famiglia. « Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! ». E decide di tornare. « Trattami come uno dei tuoi salariati », dice. Ma la sua decisione nasce anche dalla sofferenza di un’esperienza negativa, dalla delusione, dall’aver sbattuto il naso contro il muro. È uno sconfitto, ha capito la lezione, d’ora in poi sarà un uomo diverso, con un’esperienza sulle spalle che lo ha fatto maturare. Il Padre non lo rimprovera, non gli permette neanche di scusarsi: lo abbraccia. Lo ha atteso, non lo ha mai abbandonato, lo considera ancora e sempre suo figlio… mescola le sue lacrime a quelle del figlio perduto, del figlio che era morto ed è tornato in vita. Fa addirittura festa. È questo il senso di ogni « ritorno al Padre » quale dovrebbe essere il pentimento che ci spinge a celebrare il sacramento del perdono. Confessarsi non è fare una piccola commediola, dire qualcosa per tacitare la coscienza o il senso di colpa. È un ritornare a casa. Per gli ebrei il verbo che indica conversione è proprio il verbo « ritornare » (shûb) e indica il cambiamento di strada, dopo aver sbagliato percorso. Proprio come fa il pastore beduino che nel deserto si accorge di camminare per una pista che va lontano dalla sua meta, lontano dall’acqua, dall’oasi. È fa una inversione a u. Il centro di questa parabola non è allora propriamente l’abiezione e l’umiliazione del figlio, la sua crisi, le sue meschine riflessioni. Ma la sua decisione di tornare a casa e di affrontare la vita in modo diverso. È questo il senso di ogni vera conversione: smetterla di affrontare la vita da scioperato, come un’avventura solitaria, ma riprendere la strada giusta che porta a casa, di farlo con più decisione, amore, convinzione. Sapendo che il Padre non è paragonabile a un uomo offeso o distratto, che tratta bruscamente o freddamente. Quanto al figlio maggiore, ecco un degno rappresentante dei farisei e dei maestri della legge. Quel figlio più grande, che ha sempre fatto il suo dovere, ha il cuore chiuso, e non intende partecipare alla festa. È lui il vero « figlio prodigo », lo « straniero in casa », che è rimasto in famiglia, ma non ci vive da anni e non si sente figlio. Ha la faccia onesta del bravo ragazzo, ma non si domanda quale possa essere la sua responsabilità per la fuga del fratello.

Anche noi come il prodigo « La parabola del figlio prodigo ce la portiamo nel cuore fin dalla nostra infanzia e mi auguro che resti tale fino all’ultimo giorno e fino all’ultimo respiro. Sì, perché ognuno di noi un giorno potrebbe sentirsi stanco di obbedire alle leggi di Dio, di essere una persona onesta e laboriosa e di sentirsi attratto dalla folle voglia di vivere « a modo suo », senza più dover rendere conto a nessuno del proprio operare, senza più i legacci dei principi etici: il tutto impostando in nome della libertà personale » (Averardo Dini).

Don Umberto DE VANNA sdb

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