Archive pour septembre, 2016

Parable of mustard seed

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Publié dans:immagini sacre |on 30 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

2 OTTOBRE 2016 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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2 OTTOBRE 2016 | 27A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Questa domenica la parola di Dio ci propone il tema della fede: « Il giusto vivrà per la sua fede », dice il profeta Abacuc (prima lettura). Il vangelo riporta la preghiera degli apostoli: « Aumenta la nostra fede! ». Anche Paolo (seconda lettura) esorta Timoteo « a custodire il buon deposito della fede con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi ».

La parola di Dio Abacuc 1,2-3; 2,2-4. Il profeta Abacuc, più o meno contemporaneo di Geremia, è scoraggiato e osa quasi mettere sotto accusa Dio perché non interviene a riportare la giustizia fra gli uomini. « Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti? ». 2 Timoteo 1,6-8.13-14. Paolo esorta Timoteo a vivere in pienezza il dono della chiamata e della imposizione delle mani che lo hanno reso un evangelizzatore. Gli servono come modello le parole e l’esempio di vita di Paolo, che si trova in carcere per fedeltà al suo Signore. Luca 17,5-10. « Accresci in noi la fede! », dicono gli apostoli. Una preghiera che nasce probabilmente nel contesto delle parabole che abbiamo sentito nelle domeniche precedenti, che parlano del distacco dalle ricchezze. Ma anche dalle impegnative parole di Gesù che invitano a perdonare sempre (Lc 17, 3-4).

Riflettere L’amara preghiera del profeta Abacuc è attuale in ogni tempo e fa parte della esperienza di tutti: « Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti? ». Perché, Signore, non intervieni e cambi il corso degli eventi? Perché non risolvi i problemi che ci assillano? Ad Abacuc risponde il Signore, che gli assicura il suo intervento. Chi ha l’animo retto non ha nulla da temere, l’importante è che ciascuno conservi e viva la propria fede. È quanto dice anche Paolo a Timoteo, che invita a non lasciarsi prendere dalla timidezza, a non vergognarsi di dare testimonianza, ad avere forza, nonostante le difficoltà; a soffrire insieme a lui, che ora è in carcere a causa del vangelo. Nei due versetti che precedono il brano di vangelo di questa domenica, Gesù dice: « Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: « Sono pentito », tu gli perdonerai » (Lc 17, 3-4). È forse di fronte a questo impegnativo orientamento di vita che gli apostoli dicono: « Accresci in noi la fede! ». Ma anche per la forza delle parabole del fattore infedele e del ricco epulone, che invitano ad avere il cuore staccato dalle ricchezze. La risposta di Gesù di fronte a questa richiesta appare piuttosto sconcertante e sembra quasi a un rimprovero. Chiedono l’aumento della fede, pensando di averne almeno un poco. Ma Gesù dice loro: « Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: « Sràdicati e vai a piantarti nel mare », ed esso vi obbedirebbe ». Il gelso palestinese ha radici molto profonde e non si sradica né con il vento, né con le tempeste. Gesù pare dire: la fede o c’è o non c’è: non è una questione di quantità. Ma quando c’è, per piccola che sia, essa è potentissima. E poi c’è la parabola dell’agricoltore. Come altre volte Gesù prende lo spunto per il suo insegnamento da un episodio che per la nostra mentalità risulta piuttosto urtante. Questo padrone che si fa servire non ci piace. Il servo è stanco: ha arato tutta la giornata o ha condotto al pascolo le pecore; adesso forse non si regge in piedi, ma deve mettersi a disposizione del suo padrone, preparargli il pranzo, servirlo a tavola. La cosa che più ci sconcerta naturalmente è il pensiero che Dio si possa identificare con quel padrone. E il paragone ha evidentemente i suoi limiti. Altre volte Gesù prende lo spunto per le sue parabole da fatti discutibili (cf per esempio la parabola del fattore infedele, in Lc 16). Gesù per farsi capire parte da comportamenti che sono quelli comuni. Dio infatti non si comporterà come questo padrone. Il vangelo ci dice che nel regno dei cieli sarà Dio a cingersi i fianchi e a servirci a tavola: noi saremo commensali di Dio, non suoi servi. Gesù ne ha dato un esempio nell’ultima cena, quando ha addirittura lavato i piedi ai suoi apostoli. Tuttavia l’insegnamento di Gesù è un altro. Gesù vuol dire che in fondo il servo era pagato per questo, per arare i campi, per portare al pascolo gli animali, per preparare la tavola e servire il padrone; non poteva pretendere un trattamento diverso: era nella logica della sua attività fare questi servizi, anche pesanti. Gesù voleva quindi dire agli apostoli e anche a noi: toglietevi il complesso della vittima. Quante volte noi uomini ci sentiamo degli eroi solo perché abbiamo fatto il nostro dovere! Gesù vuole anche far notare la sproporzione che c’è tra le nostre opere, i nostri meriti e i doni di Dio. Nessuna nostra azione potrebbe meritare adeguatamente la salvezza di Dio. Erano i farisei che erano convinti di averne il diritto in forza delle loro preghiere, digiuni ed elemosine. Dio non accetta di mettersi su questo piano e ricorda l’infinita distanza che esiste tra ciò che noi facciamo e i doni che lui prepara per chi gli è fedele. Gesù non è un falso profeta, che ci sollecita con parole che ci rassicurano, ma che ci lasciano nell’inganno e nell’illusione. Nelle sue parabole non ha avuto paura di dire pane al pane: è stato chiaro anche se apparentemente un po’ duro nel dire verità scomode. Gesù per noi, che siamo spesso così permalosi e facili al risentimento, e che presumiamo di valere molto per ciò che realizziamo, senza riguardi umani ci dice questa volta di ridimensionarci, di avere dentro di noi il senso delle proporzioni.

Attualizzare Una delle cose che stupisce di più nel vangelo è l’apparente fede piccola e debole degli apostoli e in generale di chi circonda Gesù. Apparendo in sogno a san Giovanni Bosco, il ragazzo santo Domenico Savio al termine di una visione di Paradiso, gli mostra una schiera immensa di giovani e gli dice: « Sarebbero stati molto di più se avessi avuto più fede ». Anche i santi possono avere bisogno di una fede più grande e più coraggio nel gettarsi tra le braccia di Dio. Di Madre Teresa, dopo la sua beatificazione, abbiamo scoperto la fede difficile che ha provato in certi momenti della sua vita e che ha descritto nelle lettere pubblicate postume. Gesù incoraggia chi chiede una fede più forte e più grande, ma dice in concreto: « Basta la fede che avete: rendetela però più ferma e operante ». A volte il passo verso una fede più genuina è piccolo, ma c’è sempre chi indugia, chi preferisce crogiolarsi nei suoi dubbi e non fidarsi fino in fondo del Maestro. La fede è un deposito da custodire, dice Paolo a Timoteo. E anche noi dovremmo tenerci stretta la fede ricevuta in famiglia e vissuta nella nostra comunità parrocchiale, fede che ci è stata donata attraverso i sacramenti e il catechismo. La fede si chiede in ginocchio, come un dono. E la si ottiene aprendoci all’amore di Dio. Noi ci « fidiamo » o ci « affidiamo » solo a quelli che amiamo. Se amiamo Dio e ci fidiamo di lui troveremo facile e gioioso credere e contageremo altri a fare lo stesso con il nostro comportamento. « Anche Dio ha il suo inferno. Ed è il suo amore per gli uomini », dice Nietzsche in Così parlò Zarathustra. Dio si è fidato e si fida dell’uomo, anche se noi viviamo distrattamente e debolmente la nostra fede. Dio ha affidato all’uomo il mondo e la costruzione del suo regno. Venendo al racconto di Gesù, torniamo a sottolineare che il complesso della vittima è uno dei più comuni dell’uomo d’oggi, che crede di fare cose eccezionali semplicemente perché porta un minimo di rispetto per se stesso e le proprie scelte di vita. Se una coppia afferma di essere capace di vivere nella fedeltà, si sgranano gli occhi e ci si stupisce. Ci sono studenti che si sentono orgogliosi perché fanno il proprio dovere e si impegnano nello studio. Ci sono cristiani che si vantano di non perdere la messa alla domenica. È il caso di ricordare che quando abbiamo fatto tutto questo, in un confronto sereno con le esigenze della nostra coscienza, abbiamo fatto solo ciò che dovevamo fare. Anche gli apostoli a un certo punto si sono per così dire vantati di fronte a Gesù: « Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo? » (Mt 19,27). Gesù non disprezza l’orgoglio degli apostoli: promette loro il centuplo e la vita eterna in cambio di questa loro scelta. Ma la domanda, nella prospettiva di questo brano di vangelo, appare in tutto il suo paradosso e meschinità. Eppure la promessa di Gesù svela quanto Dio prenda sul serio l’uomo e quanto sia disposto a riconoscere e a premiare la sua fedeltà.

Il piccolo volo della vita « Si narra che, quando il primo missionario giunse sul suolo inglese, il re del posto, molto perplesso convocò un’assemblea di saggi per decidere se accogliere o meno la nuova dottrina. Durante la seduta, si levò un tale che disse: « O re, immagina questa scena: a mensa in compagnia dei tuoi conti e vassalli. È inverno. La sala è ben riscaldata, il camino acceso. Fuori mugghia la tempesta. Neve e pioggia sferzano. A un tratto un uccellino entra volando nella sala. Si introduce da una parte e, poco dopo, esce fuori da un’altra. Nei pochi momenti durante i quali rimane nella sala, è al riparo dal gelo, ma appena scompare dalla tua vista, ripiomba nell’inverno. Secondo me, così avviene per la vita umana. Non sappiamo che cosa l’ha preceduta e nemmeno sappiamo che cosa la seguirà. Se la nuova dottrina ci offre qualche certezza in proposito, vale la pena che l’accogliamo » (Beda il Venerabile).

Don Umberto DE VANNA sdb

 

The three Arcangels

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Publié dans:immagini sacre |on 29 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

CHI È L’ARCANGELO GABRIELE? CONOSCIAMO MEGLIO QUAL È IL SUO RUOLO?

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CHI È L’ARCANGELO GABRIELE? CONOSCIAMO MEGLIO QUAL È IL SUO RUOLO?

Quando una persona sceglie l’Arcangelo Gabriele come guida spirituale personale, ha deciso di fare chiarezza nella propria vita e di fissarsi un obiettivo maestoso. L’Arcangelo, in questo caso, aiuta chi ha deciso di affidarsi a lui lungo il percorso dell’esistenza terrena, aprendo gli occhi e scoprendo insieme quali sono le volontà e le esigenze da soddisfare. Sorprendente, non è vero? Il nome deriva dall’ebraico e significa: “La forza di Dio” “Dio è forte”, anche “l’eroe di Dio”. È il primo ad apparire nel Libro di Daniele della Bibbia. Era anche rappresentato come “la mano sinistra di Dio”. I cristiani crediamo che abbia predetto la nascita di Giovanni Battista e di Gesù, e i musulmani credono che sia il tramite attraverso cui Dio rivelò il Corano a Maometto. Nella tradizione biblica è a volte rappresentato come l’angelo della morte, uno dei Messaggeri di Dio: anche come angelo del fuoco e della neve, che impugna la spada. Il Talmud lo descrive come l’unico angelo che può parlare siriaco e caldeo. Nell’Islam, Gabriele è uno dei capi Messaggeri di Dio.

Nella tradizione cristiana è conosciuto come uno degli arcangeli. Nell’Antico Testamento Gabriele interpreta la visione profetica del capro e del montone (Daniele 8:15-26) e spiega la predizione delle settanta settimane di anni (490 anni) dell’esilio da Gerusalemme (Daniele 9:21-27); Gabriel appare ad Abramo per annunciargli che sua moglie Sara, ormai avanti negli anni e ritenuta sterile, gli darà il figlio che ha atteso invano per tutta la sua giovinezza e che, da questo figlio, nascerà un popolo eletto. Nel nuovo testamento, Gabriele è l’angelo che rivela a Zaccaria che Giovanni Battista nascerà da Elisabetta, e che visita Maria rivelandole che sarà lei la madre di Gesù. La visita di Gabriele a Maria nel Vangelo di Luca è spesso detta “L’annunciazione” (Luca 1:26-38), un evento celebrato il 25 marzo dalla Chiesa Cattolica Romana. È anche commemorato come “il Primo Mistero della Gioia” ogni volta che si prega il rosario. Gabriele può anche essere l’angelo che visitò Giuseppe. Dopo aver appreso della gravidanza di Maria, Giuseppe considera l’ipotesi di non sposarla più, ma “un angelo del Signore” appare a Giuseppe in sogno e gli dice che il concepimento avvenne mediante lo Spirito Santo. (Matteo 1:18-25). Secondo la tarda leggenda, è anche l’angelo non identificato del Libro della Rivelazione (Apocalisse di Giovanni) che soffia il corno annunciando il Giorno del Giudizio. Sia per i cattolici sia per gli ortodossi, è San Gabriele l’Arcangelo, conosciuto come il santo patrono dei lavoratori delle comunicazioni. Come tale è ricordato il 29 settembre. Gabriele compare anche in vari scritti apocrifi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il Dizionario delle Creature spirituali (in I mondi ultraterreni di Giordano Berti, Milano 1998) riporta l’immagine battagliera di quest’angelo descritta nel Libro di Enoch etiope; da qui deriva un’iconografia diffusissima presso i cristiani ortodossi, che rappresentano Gabriele mentre trafigge il demonio con una lancia. L’Arcangelo Gabriele ha sempre avuto nell’ambito delle Sacre Scritture, compreso il Corano, il compito di annunciatore, messaggero, divulgatore della Parola di Dio nei confronti dell’umanità; egli si manifesta in prevalenza per annunciare l’incarnazione e la nascita di fanciulli molto speciali… Il suo ruolo è particolarmente legato alla sfera della maternità. Le nascite annunciate da Gabriele non sono mai comuni, avverranno sempre in un ambito di prodigio, e i bambini che nasceranno avranno dinanzi a sé un grande compito da svolgere. Oltre al ruolo di annunciatore, Gabriele pare avere anche un compito importante nella protezione dei fanciulli “speciali” che ha accompagnato dal cielo al ventre delle madri. Ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare il piccolo Isacco. Fa sgorgare l’acqua per dissetare il piccolo Ismaele nel deserto. Avvisa Giuseppe di levarsi e fuggire col bambino perché Erode lo cerca per ucciderlo. Da tutto questo, Gabriele può essere ben definito come il custode della creatività espressa in tutti i campi dello scibile: è colui che apre la mente dell’uomo alla comprensione del genio e della bellezza, colui che fa appunto “concepire” le idee, poiché a lui attiene tutto quanto concerne il concepimento, sia sui piani fisici che su quelli puramente astratti. Gabriel, dunque, agendo attraverso le Legioni dei suoi Angeli, estende il suo dominio su tutto quanto concerne la creazione fisica e spirituale di un nuovo Essere, accompagnandolo lungo il viaggio verso l’incarnazione. Confidare negli angeli come saggi custodi e amorevoli guide, e intrattenere con le creature celesti un rapporto di amichevole familiarità significa poter contare sul loro appoggio quando la nostra inadeguatezza ci fa sentire impotenti dinanzi a complesse e spinose questioni personali o alle dolorose e strazianti tragedie che si verificano nel mondo. Invocare l’assistenza angelica può miracolosamente contribuire alla soluzione dei problemi del pianeta e del nostro quotidiano, e in particolare l’intercessione di Gabriele consente alla saggezza divina di illuminare il nostro cammino quando le circostanze e gli eventi ci impongono scelte che evidenziano la nostra umana fragilità e il nostro bisogno di aiuto.

Preghiera «O glorioso Arcangelo S. Gabriele, io condivido la gioia che pro­vasti nel recarti quale celeste Messaggero a Maria, ammiro il ri­spetto con cui ti presentasti a lei, la devozione con cui la saluta­sti, l’amore con cui, primo fra gli Angeli, adorasti il Verbo Incarna­to nel suo seno e ti prego di ottenermi di ripetere con gli stessi tuoi sentimenti il saluto che allora rivolgesti a Maria e di offrire con lo stesso amore gli ossequi che allora presentasti al Verbo fatto Uomo, con la recita del Santo Rosario e dell’Angelus Domini». Amen.

Publié dans:ARCANGELI (GLI) |on 29 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

IL RICCO E IL POVERO LAZZARO – ENZO BIANCHI

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IL RICCO E IL POVERO LAZZARO – ENZO BIANCHI

XXVI domenica del tempo Ordinario anno C

In quel tempo Gesù diceva ai discepoli: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»». Lc 16,19-31 Dopo la parabola dell’economo ingiusto ascoltata domenica scorsa (cf. Lc 16,1-8), oggi ci viene proposta una seconda parabola di Gesù sull’uso della ricchezza, contenuta sempre nel capitolo 16 del vangelo secondo Luca: la parabola del ricco e del povero Lazzaro. “C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, banchettando splendidamente ogni giorno”. Di costui non si dice il nome, ma viene definito dal suo lusso e dal suo comportamento. I ricchi devono farsi vedere, devono imporsi e ostentare: da allora fino a oggi non è cambiato nulla, e chi pensa di essere potente e ricco, anche nella chiesa, vuole esibire i segni del potere e osa addirittura affermare che la porpora è indossata per dare gloria a Dio… L’altra dimensione con cui i ricchi nell’antichità si facevano vedere era il loro banchettare con ostentazione. Per gli altri uomini la festa è un’occasione rara, per i poveri è impossibile, mentre per i ricchi ogni giorno è possibile festeggiare. Ma festeggiare cosa? Se stessi e la loro situazione privilegiata, senza mai pensare alla condivisione. Questo ricco, in particolare, mai aveva invitato i poveri, mai si era accorto del povero presente davanti alla sua porta, e dunque mai aveva praticato quella carità che la Torah stessa esigeva. Ma qual è la malattia più profonda di quest’uomo? Quella che papa Francesco, in una sua omelia mattutina, ha definito mondanità: l’atteggiamento di chi “è solo con il proprio egoismo, dunque è incapace di vedere la realtà”. Accanto al ricco mondano, alla sua porta, sta un altro uomo, “gettato” là come una cosa, coperto di piaghe. Non è neanche un mendicante che chiede cibo, ma è abbandonato davanti alla porta della casa del ricco. Nessuno lo guarda né si accorge di lui, ma solo dei cani randagi, più umani degli esseri umani, passandogli accanto gli leccano le ferite. Questo povero ha fame e desidererebbe almeno ciò che i commensali lasciano cadere dalla tavola o buttano sul pavimento ai cani (cf. Mc 7,28; Mt 15,27). La sua condizione è tra le più disperate che possano capitare a quanti sono nella sofferenza. Eppure Gesù dice che costui, a differenza del ricco, ha un nome: ‘El‘azar, Lazzaro, cioè “Dio viene in aiuto”, nome che esprime veramente chi è questo povero, un uomo sul quale riposa la promessa di liberazione da parte di Dio. In ogni caso, sia il ricco sia il povero condividono la condizione umana, per cui per entrambi giunge l’ora della morte, che tutti accomuna. Un salmo sapienziale, già citato altre volte, presenta un significativo ritornello: “L’uomo nel benessere non comprende, è come gli animali che, ignari, vanno verso il mattatoio” (cf. Sal 48,13.21). Il ricco della parabola non ricordava questo salmo per trarne lezione e neppure ricordava le esigenze di giustizia contenute nella Torah (cf. Es 23,11; Lv 19,10.15.18, ecc.) né i severi ammonimenti dei profeti (cf. Is 58,7; Ger 22,16, ecc.). Di conseguenza, era incapace di responsabilità verso l’altro, di condivisione. Il vero nome della povertà è condivisione, al punto che Gesù si è spinto fino ad affermare: “Fatevi degli amici con il denaro ingiusto, perché, quando questo verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9). Ma questo ricco non l’ha capito… Quando muore Lazzaro, il suo nome mostra tutta la sua verità, perché il funerale del povero (che forse non c’è stato materialmente, perché l’avranno gettato in una fossa comune!) è officiato dagli angeli, che vengono a prenderlo per condurlo nel seno di Abramo. La vita di Lazzaro non si è dissolta nel nulla, ma egli è portato nel regno di Dio, dove si trova il padre dei credenti, di cui egli è figlio: colui che era “gettato” presso la porta del ricco, ora è innalzato e partecipa al banchetto di Abramo (cf. Mt 8,11; Lc 13,28). Il ricco invece ha una sepoltura come gli si conviene, ma il testo è laconico, non precisa nulla di un suo eventuale ingresso nel Regno. Ecco infatti, puntualmente, una nuova situazione, in cui i destini dei due uomini sono ancora una volta divergenti, ma a parti invertite. Ciò che appariva sulla terra viene smentito, si mostra come realtà effimera, mentre ci sono realtà invisibili che sono eterne (cf. 2Cor 4,18) e che dopo la morte si impongono: il povero ora si trova nel seno di Abramo, dove stanno i giusti, il ricco negli inferi. Alla morte viene subito decisa la sorte eterna degli esseri umani, preannuncio del giudizio finale, e le due vie percorse durante la vita danno l’esito della beatitudine oppure quello della maledizione. A Lazzaro è donata la comunione con Dio insieme a tutti quelli che Dio giustifica, mentre al ricco spetta come dimora l’inferno, cioè l’esclusione dal rapporto con Dio: egli passa dall’avere troppo al non avere nulla. Nelle sofferenze dell’inferno, il ricco alza i suoi occhi e “da lontano” vede Abramo e Lazzaro nel suo grembo, come un figlio amato. Egli ora vive la stessa condizione sperimentata in vita dal povero, ed è anche nella stessa posizione: guarda dal basso verso l’alto, in attesa… Non ha potuto portare nulla con sé, i suoi privilegi sono finiti: lui che non ascoltava la supplica del povero, ora deve supplicare; si fa mendicante gridando verso Abramo, rinnovando per tre volte la sua richiesta di aiuto. Comincia con l’esclamare: “Padre Abramo, abbi pietà di me”, grido che durante la vita non aveva mai innalzato a Dio, “e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché sono torturato in questa fiamma”. Chiede insomma che Lazzaro compia un gesto di amore, che lui mai aveva fatto verso un bisognoso. Ma Abramo gli risponde: “Figlio, durante la tua vita hai ricevuto i tuoi beni, mentre Lazzaro i suoi mali; ora egli qui è consolato, tu invece sei torturato”. Un modo schematico ma efficace per esprimere come il comportamento vissuto sulla terra abbia precise conseguenze nella vita oltre la morte: il comportamento terreno è già il giudizio, da esso dipendono la salvezza o la perdizione eterne (cf. Mt 25,31-46). Così la beatitudine rivolta da Gesù ai poveri e il “guai” indirizzato ai ricchi (cf. Lc 6,20-26) si realizzano pienamente. Poi Abramo continua servendosi dell’immagine dell’“abisso grande”, invalicabile, che separa le due situazioni e non permette spostamenti dall’uno all’altro “luogo”: la decisione è eterna e nessuno può sperare di cambiarla, ma si gioca nell’oggi… Qui il racconto potrebbe finire, e invece il testo cambia tono. Udita la prima risposta di Abramo, il ricco riprende la sua invocazione. Non potendo fare nulla per sé, pensa ai suoi famigliari che sono ancora sulla terra. Lazzaro potrà almeno andare ad avvertire i suoi cinque fratelli, ad ammonirli prospettando loro la minaccia di quel luogo di tormento, se vivranno come l’uomo ricco. Ma ancora una volta “il padre nella fede” (cf. Rm 4,16-18) risponde negativamente, ricordandogli che Lazzaro non potrebbe annunciare nulla di nuovo, perché già Mosè e i Profeti, cioè le sante Scritture, indicano bene la via della salvezza. Le Scritture contenenti la parola di Dio dicono con chiarezza come gli uomini devono comportarsi nella vita, sono sufficienti per la salvezza. Occorre però ascoltarle, cioè fare loro obbedienza, realizzando concretamente quello che Dio vuole! Ma il ricco non desiste e per la terza volta si rivolge ad Abramo: “Padre Abramo, se qualcuno dai morti andrà dai miei fratelli, saranno mossi a conversione”. Abramo allora con autorità chiude una volta per tutte la discussione: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neppure se qualcuno risorge dai morti saranno persuasi”. Parole definitive, eppure ancora oggi molti cristiani faticano ad accoglierle, perché sono convinti che le Scritture non siano sufficienti, che occorrano miracoli straordinari per condurre alla fede… No, i cristiani devono ascoltare le Scritture per credere, anche per credere alla resurrezione di Gesù, come il Risorto ricorderà agli Undici: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). Egli stesso, del resto, poco prima aveva detto ai due discepoli in cammino verso Emmaus: “‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i Profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’. E, cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,25-27). Non a caso anche nella professione di fede il cristiano confessa che “Cristo morì secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,3-4). Le Scritture testimoniano ciò che si è compiuto nella vita e nella morte di Gesù Cristo, testimoniano la sua resurrezione. Se il cristiano prende consapevolezza delle parole di Gesù (cf. Lc 24,6-7) e ascolta le Scritture dell’Antico Testamento, giunge alla fede nella sua resurrezione. Questa parabola ci scuote, scuote soprattutto noi che viviamo nell’abbondanza di una società opulenta, che sa nascondere così bene i poveri al punto di non accorgersi più della loro presenza. Ci sono ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo delle loro reale miseria; ci sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni. Dobbiamo confessarlo: i poveri ci sono di imbarazzo perché sono “il sacramento del peccato del mondo” (Giovanni Moioli), sono il segno della nostra ingiustizia. E quando li pensiamo come segno-sacramento di Cristo, sovente finiamo per dare loro le briciole, o anche qualche aiuto, ma tenendoli distanti da noi. Eppure nel giorno del giudizio scopriremo che Dio sta dalla parte dei poveri, scopriremo che a loro era indirizzata la beatitudine di Gesù, che ripetiamo magari ritenendola rivolta a noi. Siamo infine ammoniti a praticare l’ascolto del fratello nel bisogno che è di fronte a noi e l’ascolto delle Scritture, non l’uno senza l’altro: è sul mettere in pratica qui e ora queste due realtà strettamente collegate tra loro che si gioca già oggi il nostro giudizio finale.

The rich man and Lazarus

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Publié dans:immagini sacre |on 24 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

25 SETTEMBRE 2016 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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25 SETTEMBRE 2016 | 26A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare La liturgia ci propone una delle parabole più conosciute e più suggestive. Il ricco « epulone » vive nella sua dorata indifferenza, sprofondato nella sua ricchezza. E non si accorge del povero Lazzaro, che giace piagato alla sua porta.

La parola di Dio Amos 6,1a.4-7. Il contadino Amos condanna la vita corrotta dei cittadini, quelli che chiama « gli spensierati di Sion ». Gente che se la spassa allegramente, indifferenti a ciò che capita nel paese. 1 Timoteo 6,11-16. Continua la lettera a Timoteo. Paolo lo invita a essere fedele, a « combattere la buona battaglia della fede » guardando a Gesù, che ha dato la sua bella testimonianza nei giorni della sua passione. Luca 16,19-31. È la notissima parabola del « ricco epulone ». Anche lui, come gli « spensierati di Sion » di cui parla il profeta Amos, è indifferente alla condizione del povero Lazzaro.

Riflettere La parabola del « ricco epulone » piace ai piccoli e ai grandi. E tutti trovano giusto che chi dalla vita ha avuto tante ricchezze e le ha usate solo per sé non abbia la stessa sorte del povero Lazzaro. Non è però una bella fiaba, ma è la storia di come si aggiustano le cose nell’aldilà. La parabola di Gesù ci assicura che Dio è un giudice giusto, che a tempo debito dà a ciascuno il suo. Anche a noi sembra ragionevole che le cose si concludano così. C’era un uomo ricco, dice la parabola. L’essere ricco è il suo biglietto da visita. Non se ne conosce nemmeno il nome, che viene preso dal latino, per la sua abitudine quotidiana di godersela (epulabatur cotidie). Ama il lusso, veste capi firmati, mantiene dei cani, ai quali finiscono gli avanzi dei suoi pranzi. Cani che sono gli unici « amici » del povero Lazzaro, a cui leccano le piaghe. Ma Lazzaro non lo vuole neanche vedere. Quando esce in carrozza, evita i quartieri periferici, la vista dei poveri e della povertà. Ricco e povero sono vicinissimi, ma il ricco neanche si accorge di Lazzaro che giace alla sua porta. È questo che lo condanna prima di ogni altra cosa: quella concentrazione sulla sua soddisfazione di ricco non gli fa avere occhi per altro. E succede quello che è inevitabile: entrambi muoiono e la parabola apre uno spiraglio sull’aldilà. Il ricco si rende conto della stoltezza della sua vita. Lazzaro è nel seno di Abramo. Il ricco lo vede da lontano, trasfigurato. È questo l’inferno: vedere Dio e non potersi dissetare alla sua fonte. Vedere la magnificenza, la verità di Dio e non poterne essere ammessi. L’inferno non è il silenzio, il nulla: è la porta eternamente chiusa, la via senza uscita… Arriva il giorno in cui le decisioni contano per sempre, in cui la nostra vita avrà uno stop, un limite, un rendiconto, la fine della corsa. E veniamo consegnati all’eternità.

Attualizzare Se siamo ricchi e non manchiamo di nulla dobbiamo seriamente chiederci come viviamo. Se consumiamo i nostri giorni incuranti del fine ultimo della nostra vita, che è quello di realizzare al meglio la nostra vocazione, aprendoci all’amore verso i fratelli. Dobbiamo chiederci se il nostro benessere non ci rende « sazi », cioè se non ci rende il cuore spesso e insensibile verso la parola di Dio e verso gli altri. Nel vangelo la ricchezza non è condannata per se stessa, ma solo quando non è usata per fare del bene e rende l’uomo insensibile nei confronti di Dio e degli uomini. Questa parabola ne è un esempio chiarissimo. Nella parabola è ribadito in forma visiva il « beati i poveri » del discorso della montagna (cf Lc 6,20). Viene confermato che per credere non basta ricevere la proposta di fede, ma occorre cambiare vita. Come questo ricco mangione, anche i suoi fratelli non riusciranno a credere finché continueranno egoisticamente a godersela nello stesso modo. Dio ama il povero non perché sia migliore del ricco, ma semplicemente perché è povero, cioè perché è in una posizione di inferiorità, di bisogno, probabilmente di ingiu-stizia subita. Tutti però ricchi e poveri corrono il rischio di guardare alla ricchezza come a un idolo verso cui tendere per conquistarlo o per conservarlo anche con prepotenza e ingiustizia. Ma il messaggio più scioccante è certamente questo. Il ricco epulone, in un momento di lucidità e altruismo, si direbbe di amore, pensa ai cinque fratelli che vivono spensieratamente come viveva lui, destinati alla stessa fine. Chiede ad Abramo di mandare un angelo ad avvisarli. L’epulone conosce bene di che stoffa sono fatti i suoi fratelli e pensa che forse solo di fronte a qualcosa di veramente straordinario potrebbero farsi attenti e cambiare vita. Ma non è così, dice Abramo. Essi vivono senza dar retta alla legge e alla parola dei profeti, per questo « non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti ». Ed è questo il messaggio che ci lascia la parabola e che ci coinvolge da vicino. Perché, ci dice Gesù: « Sei tu uno dei fratelli del ricco epulone! Sei tu uno di questi cinque che vive nella spensieratezza e non ti accorgi del povero Lazzaro che giace accanto a te! ». Qualcuno ha scritto che questa parabola è un sorprendente identikit della moderna società dei consumi. Ed è così facile a livello mondiale constatare la nostra umanità divisa tra paesi del benessere e dello spreco e popoli del terzo e quarto mondo; tra « ricchi epuloni » e « poveri Lazzaro »; tra privilegiati e il grosso delle famiglie, che faticano o addirittura vivono nella indigenza più nera. E dobbiamo chiederci oggi da che parte ci collochiamo noi. Ma se lo devono domandare anche la chiesa e le nostre comunità. Da che parte ci troviamo? Siamo noi stessi Lazzaro, o almeno sappiamo vedere Lazzaro che giace alla nostra porta nella persona dei poveri, degli svantaggiati, degli esclusi… o viviamo anche noi senza aprire gli occhi, come il ricco epulone e i suoi fratelli?

Cassaforte piena e coscienza vuota « Quando dici: « O Dio, dammi le ricchezze », non vuoi che Dio venga a te, vuoi invece che vengano a te le ricchezze. Tu preghi per ciò che ti interessa. Se veramente pregassi Dio, egli verrebbe a te e sarebbe la tua ricchezza. Invece tu preferisci avere la cassaforte piena e la coscienza vuota, mentre Dio riempie i cuori, non le casseforti. A che ti servono le ricchezze materiali, se dentro ti ritrovi nella miseria più nera? » (sant’Agostino).

Jacques Fesch, nel carcere della Santé di Parigi « In casa mia esisteva solo il denaro e per il denaro io ho commesso un delitto. Se tutti mi insegnavano che è importante solo divertirsi, perché non dovevo uccidere per divertirmi di più? ».

Don Umberto DE VANNA sdb

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LA MALDICENZA – DEL SANTO CURATO D’ARS

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LA MALDICENZA – DEL SANTO CURATO D’ARS

Il parlar male del prossimo è un grave peccato che molto offende Dio. Vi sono vari modi per farlo, a volte vi si può cadere perfino tacendo! Il Santo Curato d’Ars illumina i suoi fedeli sulle funeste conseguenze di questo peccato e sulla necessità di combatterlo.

          «Si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente» (Mc 7,35). Sarebbe desiderabile che si potesse dire di ognuno di noi, ciò che il Vangelo dice di questo muto che Gesù guarì, cioè, che parlava molto bene. Ma, ahimè!, forse ci si dovrebbe rimproverare che noi parliamo quasi sempre male, soprattutto quando parliamo del nostro prossimo. Quale è, infatti, la condotta della maggior parte dei cristiani dei nostri giorni? Eccola: criticare, censurare, screditare e condannare ciò che fa e dice il prossimo. Questo, fra tutti i vizi, è quello più comune, quello più universalmente diffuso, e, forse, il peggiore di tutti. Vizio che non si potrà mai detestare abbastanza, vizio che produce le più funeste conseguenze, che sparge dappertutto il turbamento e la desolazione. Ah!, piacesse a Dio di darmi uno dei suoi carboni di cui l’angelo si servì per purificare le labbra del profeta Isaia, perché potessi purificare la lingua di tutti gli uomini! Oh!, quanti mali si potrebbero bandire dalla faccia della terra, se si potesse scacciarne la maldicenza! Potessi, fratelli miei, farvi provare un tale orrore, da ricevere la grazia di correggervi per sempre da questo vizio! Ecco, fratelli miei, qual è il mio progetto: 1) farvi capire cos’è la maldicenza; 2) quali sono le sue cause e le sue conseguenze; 3) la difficoltà e la necessità di combatterla.           Non voglio cominciare mostrandovi la gravità e la nefandezza di questo crimine, che semina tanto male; che è la causa di tante discordie, di odio, di omicidi e di inimicizie che spesso durano tanto quanto la vita delle persone; crimine che non risparmia né i buoni, né i cattivi. È sufficiente che vi dica, che questo crimine è uno di quelli che trascina più anime nell’inferno. Credo, però, che sia più necessario farvi conoscere in quanti modi noi possiamo rendercene colpevoli, affinché, conoscendo il male che fate, possiate correggervi, ed evitare i tormenti che sono preparati nell’altra vita per questo vizio. Se mi domandaste: “Che cos’è la maldicenza?”, io vi risponderei: “La maldicenza è far conoscere un difetto o una colpa del prossimo, in maniera tale da nuocere, poco o molto, alla sua reputazione. E ciò avviene in vari modi”.           Si parla male, in primo luogo, allorché si attribuisce al prossimo un male che non ha fatto o un difetto che non ha, e questo si chiama calunnia. È un crimine infinitamente terribile, ma che, tuttavia è molto comune. Attenti a non ingannarvi, fratelli miei, perché dal parlar male al calunniare, il passo è molto breve. Se ci facciamo caso, ci accorgiamo che, quasi sempre, si aggiunge qualcosa e si aumenta il male che si dice del prossimo. Una cosa che passa per molte bocche non è più la stessa; colui che l’ha detta per primo non la riconosce più, tanto è stata cambiata e accresciuta. Da ciò, io concludo che uno che parla male è, quasi sempre, anche calunniatore, e ogni calunniatore è un infame. C’è un santo padre che dice che bisognerebbe scacciare i maldicenti dalla società degli uomini, come si trattasse di bestie feroci.           Si parla male, inoltre, quando si gonfia il male che il prossimo ha fatto. Avete visto qualcuno che ha commesso qualche colpa, e voi cosa fate? Invece di ricoprirla col velo della carità, o, almeno, di ridimensionarla, voi la ingigantite. Vedete un domestico che si riposa un istante, o un operaio che fa lo stesso, e se qualcuno ve ne parla, riferirete, senza nessuna verifica, che è un fannullone, che ruba il denaro del suo padrone. Vedete passare una persona in una vigna o in un frutteto, e vi accorgete che coglie qualche radice o qualche frutto, cosa che non dovrebbe fare, è vero; ma voi andrete a raccontare a tutti quelli che incontrate che quel tale è un ladro, che bisogna guardarsi da lui, anche se quello non ha mai rubato; e così via… è, ciò che si chiama, parlare male per esagerazione.           Ascoltate cosa dice san Francesco di Sales: «Non dite che il tale è un ubriaco o un ladro, perché lo avete visto rubare o ubriacarsi una sola volta. Noè e Lot si ubriacarono una volta; eppure né l’uno né l’altro erano degli ubriachi. San Pietro non era un bestemmiatore, per aver imprecato una volta. Una persona non è viziosa per essere caduta una volta nel vizio, e quand’anche vi cadesse più volte, parlandone male si corre il rischio di accusarla falsamente. È ciò che accadde a Simone il lebbroso, quando vide la Maddalena ai piedi del Salvatore, mentre li bagnava con le sue lacrime: “Se quest’uomo fosse un profeta, come si dice, non saprebbe che è una peccatrice, colei che si è gettata ai suoi piedi?”. Egli si sbagliava di grosso: la Maddalena non era più una peccatrice, ma una santa penitente, perché le erano stati perdonati tutti i suoi peccati. Vedete ancora questo orgoglioso fariseo, che, stando nel tempio, faceva l’elenco di tutte le sue pretese opere buone, ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini, adulteri, ingiusti e ladri, proprio come quel pubblicano. Egli riteneva che quel pubblicano fosse un peccatore, invece, in quello stesso momento, quello era stato giustificato». Ah!, figli miei, continua questo ammirevole san Francesco di Sales: «Dal momento che la Misericordia di Dio è tanto grande che un solo istante è sufficiente perché Egli perdoni il più grande delitto del mondo, come possiamo noi avere l’audacia di dire che colui che fino a ieri era un gran peccatore, lo sia anche oggi?».           Concludendo le osservazioni fatte in precedenza, io dico che quasi sempre ci sbagliamo quando giudichiamo male il nostro prossimo, sebbene la cosa su cui portiamo il nostro giudizio possa avere qualche apparenza di verità.           Dico ancora che si parla male, quando si fa conoscere, senza una legittima ragione, un difetto nascosto del prossimo, o una colpa ignota. Ci sono persone che s’immaginano che quando vengono a sapere qualcosa di male sul prossimo possono tranquillamente dirlo ad altri e intrattenervisi. Ti sbagli di grosso, amico mio. Che cosa la nostra religione ci raccomanda più della carità? La stessa ragione ci suggerisce di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Considerate la cosa più da vicino: saremmo contenti noi se qualcuno ci avesse visto commettere una colpa, e andasse a spifferarla a tutti? No, senza dubbio; al contrario, se ci facesse la carità di tenerla nascosta, gli saremmo molto riconoscenti. Sapete bene come vi infastidisce se qualcuno dice qualcosa sul vostro conto o sulla vostra famiglia. Dov’è, dunque, la giustizia e la carità? Finché la colpa del vostro prossimo è nascosta, egli conserverà la sua reputazione; ma dall’istante in cui la farete conoscere, gli ruberete la stima di cui gode, e in ciò gli farete un gran torto, più che se gli toglieste una parte dei suoi beni, poiché lo Spirito Santo ci dice che una buona reputazione vale più delle ricchezze.           Si parla male, inoltre, allorché si interpretano male le buone azioni del prossimo. Ci sono persone simili al ragno, che trasforma in veleno le cose migliori. Un poveretto, una volta che finisce sulla lingua dei maldicenti, è simile a un chicco di grano sotto la ruota del mulino: viene lacerato, sfracellato e completamente distrutto. Questa gente vi attribuirà delle intenzioni che voi non avete mai avuto, avvelenerà ogni vostra azione e ogni vostro movimento. Se siete persone pie, e volete adempiere fedelmente i doveri della vostra religione, per loro siete solo degli ipocriti: vi comportate come un dio quando state in Chiesa, e come diavoli quando siete in casa vostra. Se compite opere buone, essi penseranno che lo fate per orgoglio, per farvi vedere. Se fuggite le abitudini del mondo, per essi siete persone strane, malati di testa; se avete cura dei vostri beni, per essi siete soltanto avari. Diciamolo francamente, fratelli miei, la lingua del maldicente è come un verme che intacca i buoni frutti, cioè le migliori azioni di questo mondo, e cerca di trasformarli in roba da buttar via. La lingua del maldicente è come un bruco che insudicia i fiori più belli, deponendo in essi la traccia disgustosa della sua schiuma.           Affermo ancora, che si parla male, perfino senza dire nulla, ed ora vi spiego come. Potrà accadere che, alla vostra presenza, si lodi una persona che si sa che conoscete. E voi non dite nulla, oppure la lodate con una certa freddezza: allora il vostro silenzio o la vostra simulazione, porteranno a pensare che voi conoscete, sul suo conto, qualcosa di brutto, e che ciò vi porta a non dire nulla. Altri, poi, parlano male sotto un’apparenza di compassione. “Non sai niente – essi dicono – non hai sentito ciò che è successo a quella tale, che conosci bene? Peccato, che si è lasciata ingannare!… Tu, tu che sei come me, non avresti mai creduto?…”. San Francesco ci dice che una simile maldicenza è simile a una freccia avvelenata, che si immerge nell’olio, perché penetri più in profondità. E poi, un gesto, un sorriso, un “ma…”, un dondolio della testa, una sottile aria di disprezzo: tutto ciò contribuisce a far pensare un gran male della persona di cui si parla.           Ma la maldicenza più nera e più funesta nelle sue conseguenze consiste nel riferire a qualcuno ciò che un altro ha detto di lui o ha fatto contro di lui. Queste delazioni producono i mali più terribili e fanno nascere sentimenti di odio e di vendetta che durano spesso fino alla morte. Per mostrarvi quanto questa specie di persone sia colpevole, ascoltate quello che ci dice lo Spirito Santo: «Ci sono sei cose che Dio odia, ma la settima egli la detesta, questa settima è la delazione».           Ecco, fratelli miei, in quanti modi, pressappoco, si può peccare a causa della maldicenza. Scandagliate il vostro cuore e vedete se non siete anche voi, in qualche modo, colpevoli in questa materia.

Publié dans:meditazioni, San Giovanni Maria Vianney |on 19 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

 » Persecution  » inspired by: Romans 8 vs 35 20

http://www.artbible.net/2NT/PAUL%20S%20THEOLOGY%20AND%20ART%20…THEOLOGIE%20DE%20PAUL%20DANS%20L%20ART/slides/20%20MONSMART%20SOLID%20LINK%20OF%20THE%20LOVE%20OF%20CHRIST%20RO%208%2038.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 septembre, 2016 |Pas de commentaires »
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