Archive pour août, 2016

The former main altar of the hermitage church in Warfhuizen in the Netherlands with a mural of Anthony the Abbot

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https://en.wikipedia.org/wiki/Anthony_the_Great

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LA VISIONE BIBLICA DELLA COMPLEMENTARIETÀ UOMO-DONNA (2012)

http://www.gliscritti.it/

LA VISIONE BIBLICA DELLA COMPLEMENTARIETÀ UOMO-DONNA,

di Gilles Bernheim [Maschio e femmina li creò. Il testo del gran rabbino di Francia ricordato dal Papa]

Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 21/12/2012 un testo del gran rabbino di Francia Gilles Bernheim. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (26/12/2012)

S’intitola Matrimonio omosessuale, omogenitorialità e adozione: ciò che si dimentica di dire il «trattato accuratamente documentato e profondamente toccante» ricordato da Benedetto XVI nel discorso alla Curia romana. Scritto dal gran rabbino di Francia, il documento (di cui il nostro giornale aveva riferito nell’edizione dello scorso 20 ottobre) è stato inviato al presidente, François Hollande, al primo ministro, Jean-Marc Ayrault, e a tutti i ministri francesi. Nel testo (che si può scaricare dal sito www.grandrabbindefrance.com ) l’autore si presenta come «il referente e il portavoce dell’ebraismo francese nella sua dimensione religiosa. La mia posizione — aggiunge — riflette la solidarietà che mi lega alla comunità nazionale cui appartengo». Di seguito pubblichiamo una nostra traduzione italiana dell’ultimo capitolo del lungo e importante documento, intitolato «La visione biblica della complementarietà uomo-donna».

La visione biblica della complementarietà uomo-donna, di Gilles Bernheim

La complementarietà uomo-donna è un principio strutturante nell’ebraismo, in altre religioni, nelle correnti di pensiero non religiose, nell’organizzazione della società, come pure nell’opinione di una vastissima maggioranza della popolazione. Questo principio, per me, trova il proprio fondamento nella Bibbia. Per altri, può trovare il proprio fondamento altrove. Mi concentrerò qui sulla visione biblica, che non esclude altre visioni. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1, 27). Il racconto biblico fonda la differenza sessuale sull’atto creatore. La polarità maschile-femminile attraversa tutto ciò che esiste, dall’argilla a Dio. Fa parte del dato primordiale che orienta la vocazione rispettiva — l’essere e l’agire — dell’uomo e della donna. La dualità dei sessi appartiene alla costituzione antropologica dell’umanità. Così, ogni persona è portata, prima o poi, a riconoscere che possiede solo una delle due varianti fondamentali dell’umanità e che l’altra le sarà per sempre inaccessibile. La differenza sessuale è quindi un segno della nostra finitezza. Io non sono tutto l’umano. Un essere sessuato non è la totalità della sua specie, ha bisogno di un essere dell’altro sesso per produrre il suo simile. La Genesi vede la somiglianza dell’essere umano con Dio solo nell’unione dell’uomo e della donna (1, 27) e non in ognuno di essi preso separatamente. Ciò suggerisce che la definizione dell’essere umano è percettibile solo nella congiunzione dei due sessi. Di fatto ogni persona, a motivo della sua identità sessuale, viene rinviata al di là di se stessa. Dal momento in cui prende coscienza della propria identità sessuale, ogni persona umana si vede così messa a confronto con una sorta di trascendenza. È obbligata a pensare al di là di se stessa e a riconoscere come tale un altro essere inaccessibile, essenzialmente simile a lei, desiderabile e mai totalmente comprensibile. L’esperienza della differenza sessuale diventa così il modello di ogni esperienza della trascendenza che designa un rapporto indissolubile con una realtà assolutamente inaccessibile. Su questa base si può comprendere perché la Bibbia utilizzi volentieri la relazione tra l’uomo e la donna come metafora del rapporto tra Dio e l’uomo; non perché Dio è maschile e l’uomo femminile, ma perché la dualità sessuale dell’uomo è ciò che esprime più chiaramente un’alterità insormontabile anche nel rapporto più stretto. È importante che nella Bibbia la differenza sessuale sia enunciata subito dopo l’affermazione del fatto che l’uomo è a immagine di Dio. Ciò significa che la differenza sessuale s’iscrive in questa immagine ed è benedetta da Dio. La differenza sessuale va dunque interpretata come un fatto naturale, permeato d’intenzioni spirituali. Ne è prova il fatto che nella creazione in sette giorni gli animali non sono presentati come sessuati. A caratterizzarli non è la differenza dei sessi, ma la differenza degli ordini e, all’interno di ogni ordine, la differenza delle specie: ci sono i pesci del mare, gli uccelli del cielo, le bestie della terra, tutti gli esseri viventi sono generati, come un ritornello, «secondo la loro specie» (Gn 1, 21). In questo racconto la sessuazione è menzionata solo per l’uomo poiché è proprio nel rapporto d’amore, che include l’atto sessuale mediante il quale l’uomo e la donna diventano «una sola carne», che tutti e due realizzano il proprio obiettivo: essere a immagine di Dio. Il sesso non è dunque un attributo casuale della persona. La genitalità è l’espressione somatica di una sessualità che riguarda tutto l’essere della persona: corpo, anima e mente. È proprio perché l’uomo e la donna si percepiscono diversi in tutto il loro essere sessuato, pur essendo entrambi persone, che ci possono essere complementarietà e comunione. «Maschile» e «femminile», «maschio» e «femmina» sono termini relazionali. Il maschile è tale solo nella misura in cui è rivolto verso il femminile e, attraverso la donna, verso il figlio; in ogni caso verso una paternità, sia essa carnale o spirituale. Il femminile è tale solo nella misura in cui è rivolto verso il maschile e, attraverso l’uomo, verso il figlio; in ogni caso verso una maternità, sia essa carnale o spirituale. Il secondo racconto della creazione approfondisce questo insegnamento presentando l’atto della creazione della donna sotto forma di un’operazione chirurgica mediante la quale Dio toglie dal più intimo di Adamo quella che diventerà la sua compagna (Gn 2, 22). Da quel momento né l’uomo né la donna saranno il tutto dell’umano, e nessuno dei due saprà tutto dell’umano.

Viene qui espressa una duplice finitezza: — Io non sono tutto, non sono neppure tutto l’umano. — Io non so tutto sull’umano: l’altro sesso resta per me sempre parzialmente inconoscibile. Ciò conduce all’irrealizzabile autosufficienza dell’uomo. Questo limite non è una privazione, ma un dono che consente la scoperta dell’amore che nasce dalla meraviglia dinanzi alla differenza. Il desiderio fa sì che l’uomo scopra l’alterità sessuata in seno alla stessa natura: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 2, 23) e l’apertura a questo altro gli consente di scoprirsi nella sua differenza complementare: «lei si chiamerà Isha perché è presa da Ish» (cfr. Ibidem). «L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2, 24). In ebraico «una sola carne» rimanda al «Solo», Ehad, il nome divino per eccellenza, secondo la preghiera dello Shema Israel: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo – Adonaï Ehad» (Dt 6, 4). È nella loro unione insieme carnale e spirituale, resa possibile dalla differenza e dall’orientamento sessuale complementare, che l’uomo e la donna riproducono, nell’ordine creato, l’immagine del Dio Solo. A mo’ di contrappunto, il capitolo tre della Genesi presenta il peccato come il rifiuto del limite e quindi della differenza: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gn 3, 5). L’albero della conoscenza del bene e del male — «l’albero del conoscere bene e del conoscere male» — simboleggia proprio i due modi di comprendere il limite: — il «conoscere bene» rispetta l’alterità, accetta di non sapere tutto e acconsente a non essere tutto; questo modo di conoscere apre all’amore e quindi all’«albero della vita», piantato da Dio «al centro del giardino» (Gn 2, 9); — il «conoscere male» rifiuta il limite, la differenza; mangia l’altro nella speranza di ricostituire in sé il tutto e di acquisire l’onniscienza. Questo rifiuto della relazione di alterità conduce alla bramosia, alla violenza e infine alla morte. Non è proprio questo che propone il gender, ovvero il rifiuto dell’alterità, della differenza, e la rivendicazione di adottare tutti i comportamenti sessuali, indipendentemente dalla sessuazione, primo dono della natura? In altre parole, la pretesa di “conoscere” la donna come l’uomo, di diventare il tutto dell’umano, di liberarsi da tutti i condizionamenti naturali, e quindi «di essere come Dio»? Io sono tra coloro che pensano che l’essere umano non si costruisca senza struttura, senza ordine, senza statuto, senza regole; che l’affermazione della libertà non implichi la negazione dei limiti; che l’affermazione dell’uguaglianza non comporti il livellamento delle differenze; che la potenza della tecnica e dell’immaginazione esiga di non dimenticare mai che l’essere è dono, che la vita ci precede sempre e che ha le proprie leggi. Ho voglia di una società in cui la modernità occupi tutto il suo posto, senza che però vengano negati i principi elementari dell’ecologia umana e familiare. Di una società in cui la diversità dei modi d’essere, di vivere e di desiderare sia accettata come una possibilità, senza che tale diversità venga però diluita riducendola a un denominatore più piccolo che cancelli ogni differenziazione. Di una società in cui, nonostante i progressi del virtuale e dell’intelligenza critica, le parole più semplici — padre, madre, coniugi, genitori — conservino il loro significato, allo stesso tempo simbolico e incarnato. Di una società in cui i bambini siano accolti e occupino il loro posto, tutto il loro posto, senza però diventare oggetto di possesso a ogni costo o posta in gioco del potere. Ho voglia di una società in cui ciò che accade di straordinario nell’incontro tra un uomo e una donna continui a essere istituito, con un nome preciso.

Publié dans:BIBBIA, EBRAISMO: RABBINI |on 31 août, 2016 |Pas de commentaires »

Luca 14,11

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Publié dans:immagini sacre |on 26 août, 2016 |Pas de commentaires »

OMELIA (28-08-2016) – LE ILLUSIONI DELLA VANAGLORIA

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/37931.html

OMELIA (28-08-2016) – LE ILLUSIONI DELLA VANAGLORIA

padre Gian Franco Scarpitta

Nella realtà pastorale in cui mi trovo a vivere e ad operare posso vantare di aver guadagnato, nel corso degli anni, la stima profonda della gente e la sua benevolenza. Tantissimi sono stati i traguardi raggiunti dalle varie iniziative pastorali rivolte soprattutto ai ragazzi e anche l’intesa con la comunità ecclesiale è eccellente; si gode di mutua collaborazione e senso di responsabilità su tutto ciò che si intraprende. Non mancano neppure validi punti di riferimento per ogni faccenda domestica o per la conduzione interna del convento. Ciò nondimeno, complice forse una certa forma mentis a cui si è stati abituati negli anni precedenti o che è tipica dei paesini e delle zone d’entroterra, non ho ancora raggiunto del tutto un traguardo che mi sta molto a cuore: entrare nella spontaneità immediata delle relazioni con il popolo, interagire con tutti senza scontrarmi con formalità o inibizioni, guadagnare le confidenze e l’apertura spontanea soprattutto dei giovani. A differenza che nelle grandi città, vi è come una sorta di generale « riverenza », soggezione e ossequio a mio giudizio esagerato verso la persona del sacerdote, che non sempre può entrare nel vivo dei rapporti interpersonali senza essere causa di imbarazzo o di confusione. E’ diffusa l’usanza a mio giudizio ridicola e meschina (e in realtà molto umiliante) del baciamano nel salutare il sacerdote, ci si guarda dal commettere il minimo errore a tavola quando lo si invita a cena e anche nei nostri pranzi collettivi con tantissima gente avviene che, apparecchiando a tavola, al clero si debbano riservare i piatti in ceramica e i bicchieri di vetro, a tutti gli altri il materiale di plastica. Ovviamente una determinata cultura non mi mette certo a mio agio, perché segna la distanza sostanziale che esiste, nella cultura locale, fra il prete e la gente « comune » e soprattutto impedisce che le persone si confidino con il sacerdote intorno ai loro problemi o alle loro difficoltà, che cerchino una guida, un consiglio o semplicemente che si confessino. Questo è il motivo per cui non oso indossare l’abito religioso, che mi otterrebbe ulteriore « rispetto » e venerazione. Il sacerdote in determinate zone circoscritte rappresenta la personalità, l’Istituzione (quante volte mi si è attribuito questo termine), il cui ruolo deve sovrastare a quello della massa. Occorre peraltro aggiungere che una tale concezione è di comodo a tanti preti, che con essa traggono anche vantaggi e profitti, ma non è certo quella speculare dell’insegnamento di Cristo e del suo esempio! Gesù parla invita tutti, specialmente i pastori e i responsabili di comunità cristiane all’esercizio dell’umiltà e alla fuga dai « primi posti », sia nell’immediata circostanza di un banchetto sia nella metafora della vita in generale. La vanagloria nel procacciamento delle posizioni privilegiate, il vanto, la spocchia e la superbia nell’emergere al di sopra degli altri non è conforma alla scelta di umiltà e di servizio che ci è stato affidato, essendo stati noi chiamati piuttosto alla semplicità e alla modestia per cui occorre sempre cedere il posto agli altri. Ma ciò che Gesù insegna è anche l’assurdità e la sconclusionatezza di determinate posizioni altolocate, poiché può sempre verificarsi da un momento all’altro la circostanza in cui chi si esalta è costretto a capitolare. Non molto tempo fa il Superiore Provinciale della nostra Provincia Religiosa, esortava tutti i Superiori locali (me compreso) con messaggio significativo: « I Superiori di ogni singola casa non facciano uso improprio ed egoistico delle risorse e della struttura del Convento… Avverrà un giorno che ogni cosa passerà ad un altro Superiore. » E non è affatto raro che chi si sia fatto forte di una posizione o di un predominio si sia trovato ad un certo punto estromesso da tutto, perdendo quello che aveva sempre considerato suo potere indomito e trovandosi umiliato e deperito con un palmo di naso. Chi si esalta oltre misura procacciando i primi posti e le posizioni altolocate, inevitabilmente è destinato a subire la conseguenza della capitolazione e della disfatta, come è capitato a tanti uomini potenti nella politica e nella finanza che confidavano eccessivamente nel loro potere. Non dimenticherò mai il leader socialista Craxi, solido parlamentare e indiscusso primo ministro negli anni ’80, che aspirava alla Presidenza della Repubblica per formare la Repubblica Presidenziale: dopo una serie di vicende giudiziarie per accuse nei suoi confronti, fu costretto a rifugiarsi nella sua abitazione in Tunisia. Tartassato da accuse e mandati di cattura, privato di ogni ingerenza politica morì dopo alcuni anni senza opportunità alcuna di tornare a casa.. Che dire poi di coloro che, fra sportivi e uomini di spettacolo, attraversano un lunghissimo periodo di gloria e di successo che li eleva fino alle stelle e a un certo punto perdono la loro fama e notorietà, superati da altri personaggi più in voga? La loro stessa vanità diventa la causa fondamentale della loro depressione e disperazione perché quando si è costretti ad umiliarsi dopo essersi a lungo autoesaltati non si può che avere la sensazione che il mondo ci crolli addosso. La vanità ha in se stessa la sua misura di punizione e in ogni atto di arroganza e di autoaffermazione sugli altri vi è la radice della perdizione. Non tutto ciò che piace o che ci rende sicuri è duraturo, e tutto quello che è causa di momentaneo splendore prima o poi si trasforma in un pernicioso strumento di sofferenza e di disperazione. L’arrivismo e la superbia, seppure offrono delle garanzie, conducono ad obiettivi solamente passeggeri e in un modo o nell’altro si trasformano in condizioni di decadimento e di disfatta, lasciando alquanto impreparato chiunque abbia voluto ergersi a capo di tutti gli altri perché chi è abituato ad essere servito e onorato manca spesso della minima praticità nel servire a sua volta. Chi infatti ha sempre usufruito di una ricca posizione ha certo goduto di ottimi vantaggi e ha ottenuto anche attenzioni e riverenze da parte di altri; mettilo però improvvisamente a dover svolgere un lavoro servile e morirà di fame. Grande cosa invece l’umiltà e la buona disposizione al servizio generoso e disinteressato, che è la via garantita per ottenere l’approvazione di Dio e per conseguire quanto la protervia e la presunzione non saranno mai in grado di conquistarci. Nell’ottica di Dio, gli ultimi saranno i primi sia nel contesto della vita presente, sia nell’aspettativa del banchetto finale ultimo, quando tutti saremo invitati alla tavola del Regno, nella quale nessuno ha diritto di occupare i primi posti..

The Angels

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Publié dans:immagini sacre |on 22 août, 2016 |Pas de commentaires »

PERCHÉ GESÙ SI FECE BATTEZZARE DA GIOVANNI? – Gianfranco Ravasi

http://digilander.libero.it/davide.arpe/BibbiaScoBattesimoGesu.htm  

PERCHÉ GESÙ SI FECE BATTEZZARE DA GIOVANNI?

 a cura di Mons. Gianfranco Ravasi  

Nel vangelo della liturgia della Il domenica per annum (Anno B ndr), si legge questo passo: «Giovanni Battista stava là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: Ecco l’agnello di Dio! E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1,35-37). Com’è evidente, due seguaci del Battista abbandonano il loro maestro e si avviano sulla strada del nuovo “profeta” messianico indicato da Giovanni. Questo fatto si è ripetuto a più riprese durante la vita di Gesù ma, per quanto riguarda i discepoli del Battista, non fu così pacifico come questo racconto sembra dimostrare. Vorremmo, perciò, affrontare — sia pure in modo molto semplificato — la questione, più delicata di quanto appaia, del rapporto tra Cristo e il suo precursore e soprattutto tra le due comunità che si erano create attorno a loro. La figura di Giovanni Battista (cioè il Battezzatore) appare solenne agli esordì della vita pubblica di Gesù, come lo era stato agli inizi stessi del suo ingresso nel mondo, se stiamo al racconto del capitolo 1 di Luca. Non mancano anche tensioni e confronti tra le due figure, registrati soprattutto dal quarto vangelo (Gv 1,6-8; 1,19-39; 3,22-36). Uno studioso italiano, il professor Edmondo Lupieri, ha seguito la vicenda del Battista non solo nei vangeli ma anche nella tradizione successiva, vicenda sospesa tra storia e leggenda, con la costituzione di un gruppo che rimandava al precursore come se fosse lui il vero Messia. Per questa ragione si marca nei vangeli la confessione che Giovanni fa della sua dipendenza e finalizzazione a Gesù, colui che “deve crescere” e occupare la scena della salvezza. In questa luce desta qualche sorpresa la rappresentazione del battesimo di Cristo al Giordano. Gli esegeti fanno notare che l’evento è indubbiamente storico, secondo quel criterio di veri­fica che è definito della “discontinuità”. Infatti mai si sarebbe creato artificiosamente un episo­dio nel quale Gesù risultasse inferiore al Battista e immerso nella folla dei peccatori: questo sarebbe stato in aperta “discontinuità” o difformità con la fede in Cristo della Chiesa delle origini e con l’evocata celebrazione dell’inferiorità del precursore rispetto al Messia. Ma, allora, perché Gesù si è messo in fila lungo le sponde del Giordano per essere battezzato da Giovanni? L’unico evangelista a rispondere al quesito è Matteo, che riferisce questo dialogo tra Gesù e il Battista: «Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? Ma Gesù gli disse: Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia. Allora Giovanni acconsentì» (3,14-15). Questo dialogo è ancor più marcato in un frammento del vangelo apocrifo detto “degli Ebrei” citato da san Girolamo, ove Gesù inizialmente rifiuta di andare con Maria e i suoi parenti da Giovanni dichiarando: «Che peccato ho commesso perché vada a farmi battezzare da lui?». Gesù — secondo le stesse parole del precursore citate da Matteo — non solo non ha bisogno di un battesimo d’acqua di conversione, ma è superiore allo stesso battezzatore come suo Signore e Messia. Decisiva, allora, è la risposta di Cristo sopra citata, che è modulata secondo il linguaggio matteano e che letteralmente suona così: «E opportuno che noi portiamo a pienezza ogni giustizia». Due sono i termini fondamentali della frase. Da un lato, c’è il verbo greco pleroun, che non è solo il semplice “adempiere” come spesso si traduce (così anche la versione usata nella liturgia, cioè la Bibbia della C.E.I.), ma è il pieno compimento, il portare a pienezza. L’Antico Testamento col suo annunzio è come una sorgente o un fiume che raggiunge il suo approdo ora in Cristo: esso è alla base ed è indispensabile, ma anche rimanda a una meta ulteriore. D’altro lato, c’è il vocabolo dykaiosyne, che di solito è reso con “giustizia”. Anche in questo caso la traduzione può essere fuorviante, perché la “giustizia” a cui si fa riferimento è quella divina e nell’Antico Testamento essa è sinonimo di fedeltà amorosa di Dio, di salvezza. Gesù, allora, afferma che con quel gesto di umiltà egli vuole rappresentare pubblicamente la sua adesione al progetto divino di salvezza: facendosi battezzare in mezzo agli uomini peccatori, Gesù si fa solidale con loro, rivela l’incarnazione, si fa prossimo all’umanità e al suo peccato, proprio com’era nel disegno del Padre celeste. A questo punto ecco aggiungersi, quasi in contrappunto all’atto di fraternità nei confronti dei peccatori, la visione successiva che rivela al mondo il mistero profondo di quell’uomo battezzato: «Si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire sopra di luì. Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio, il prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3,16-17).  

Jesus and children

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Publié dans:immagini sacre |on 21 août, 2016 |Pas de commentaires »

QUAL È LA SORGENTE DELLA SPERANZA CRISTIANA?

http://www.taize.fr/it_article1198.html

QUAL È LA SORGENTE DELLA SPERANZA CRISTIANA?

Lettera da Taizé: 2003/3

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo. Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nell’oggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca». Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione. Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore. Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3). Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio. Questo radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20). Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.

Come vivere della speranza cristiana? La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione. Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio. Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8). Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8). Sperare, è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto. Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era l’esistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

 

Publié dans:meditazioni |on 21 août, 2016 |Pas de commentaires »

La porta stretta

La porta stretta dans immagini sacre Porta-Stretta

http://www.enzocaruso.net/site/xxi-domenica-del-tempo-ordinario-anno-c/

Publié dans:immagini sacre |on 19 août, 2016 |Pas de commentaires »

21 AGOSTO 2016 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/21a-Domenica/12-21a-Domenica-C_2016-UD.htm

21 AGOSTO 2016 | 21A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Qualcuno pone a Gesù una domanda che si fanno in tanti: « Sono pochi quelli che si salvano? ». Gesù non risponde direttamente a questa questione coinvolgente e curiosa, ma invita tutti a mettersi al sicuro, scegliendo la strada della conversione.

La parola di Dio Isaia 66,18-21. Siamo all’ultimo capitolo del libro di Isaia. Il profeta conclude il suo libro rivelando le intenzioni di Dio, che vuole la salvezza universale, e vuole fare di tutti gli uomini un solo popolo. Gerusalemme è il cuore e la città simbolo di questo nuovo popolo di salvati. Ebrei 12,5-7.11-13. Il Signore corregge quelli che ama. È questo il messaggio del capitolo 12 della lettera agli Ebrei. Dopo aver elencato la fede dei grandi dell’antico testamento, e aver presentato la testimonianza di Gesù, che ha accettato una morte vergognosa, morendo in croce, invita i cristiani alla fedeltà anche di fronte alle prove. Sapendo che le prove purificano le intenzioni e testimoniano la nostra fedeltà. Luca 13,22-30. Gesù, in viaggio verso Gerusalemme, attraversa città e villaggi. Rispondendo a una domanda, invita agli ebrei a non dare per scontata la salvezza soltanto perché fanno parte del popolo di Israele. Perché la salvezza è offerta a tutti i popoli e gli ebrei, come tutti, devono sforzarsi di entrare per la porta stretta e vivere da salvati.

Riflettere Gesù è in viaggio verso Gerusalemme, la città per eccellenza, l’orgoglio degli ebrei. Sarà da questa città, centro del popolo eletto, che giungerà a tutti gli uomini la salvezza. Gli viene posta una domanda propria delle scuole teologiche: sono pochi quelli che si salvano? Si discuteva infatti tra gli studiosi se il popolo eletto avrebbe partecipato in blocco al banchetto di Dio o se si sarebbero salvati soltanto i giusti. Chi fa la domanda forse fa parte della categoria degli apocalittici, i quali sostenevano che solo pochi si sarebbero salvati. Oppure è uno che desidera essere personalmente rassicurato. Anche questa volta la risposta di Gesù non si colloca a livello di disputa astratta, ma penetra il tema mettendosi in una prospettiva diversa. Sì, ci sarà l’ingresso alla festa, dice Gesù, e il banchetto è offerto a tutti, non solo agli ebrei. Ma nessuno può essere certo di entrarvi, perché la porta è stretta e resta aperta solo per un periodo limitato. Gesù quindi, che pure tante volte ha confermato la fedeltà di Dio verso il popolo eletto, afferma che di fronte alla salvezza proprio « chi ha mangiato e bevuto con lui » e chi lo ha conosciuto più da vicino può essere escluso: « Non vi conosco » (v. 25). Non sono dunque né il sangue, né l’appartenenza a un popolo, né il fatto di occupare posti di responsabilità e di prestigio che porteranno alla salvezza, ma la genuina fede in Cristo. La salvezza è Dio stesso e ci si salva entrando in sintonia con lui, aprendoci a lui: la salvezza è dono che ci supera, è offerta gratuita di Dio all’uomo. La porta stretta indica l’atteggiamento esatto per aprirsi a Dio. Di fronte alla salvezza saltano le nostre sicurezze e i nostri criteri di giudizio. Ci si mette all’ascolto per essere capaci di obbedire, di realizzare in pratica quello stile di vita che diventi « segno » di sal-vezza.

Attualizzare « Sono molti quelli che si salvano? »: la domanda è ricorrente, la curiosità scontata, perché ci coinvolge direttamente. Ed è la questione centrale di una vita. I più informati sembrano essere gli apocalittici, i visionari, i testimoni di Geova, che ogni tanto predicano come imminente la fine del mondo e il giorno del giudizio di Dio. Anche i cristiani a volte si lasciano prendere dalle previsioni o dalle visioni. La grande santa Teresa d’Avila vedeva le anime cadere all’inferno come fiocchi di neve. Per questo un parroco anni fa distribuiva in chiesa bigliettini con su stampato: « Hai una sola anima, salvata questa è salvato tutto, persa questa è perso tutto ». Alla presunzione degli ebrei, la risposta di Gesù è una doccia fredda. Nessuno può presumere di salvarsi, e ci si deve guardare dallo sbandierare le proprie opere, dal vantare diritti. Alla festa del banchetto di Dio ci si prepara in forma personale, attraverso una fedeltà senza arroganza. Nel giorno del giudizio finale, dicono sicuri gli ebrei nel vangelo di Luca: « Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze ». Ma il Signore risponde: « Voi non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia! ». E nel passo parallelo di Matteo, insistono, facendo riferimento esplicito, più che agli ebrei, ai cristiani dei primi tempi, e a quelli impegnati in prima linea: « Abbiamo parlato in tuo nome, e invocando il tuo nome abbiamo scacciato demoni e abbiamo fatto molti miracoli ». Ma anche in questo caso il Signore ripete: « Non vi ho mai conosciuti, andate via da me » (Mt 7,22-23). È d’obbligo allora togliersi la falsa sicurezza di poter entrare nella salvezza in modo automatico per appartenenza o in forza del proprio darsi da fare. Non basta, perché è il riferimento a Dio, il farsi piccoli nella fedeltà e nell’obbedienza, che diventano criterio positivo di salvezza. Entrare per la porta stretta vuol dire giocare la propria vita mettendosi nelle mani di Dio. Non si è cristiani dunque per tradizione, per eredità. Come non basta essere discendenti di Abramo per salvarsi, così non basta essere stati battezzati o frequentare la messa, essere amici del parroco o della suora. Si è cristiani se ci si è incontrati nella fede con Cristo, se c’è stato un incontro personale vissuto che mi ha cambiato la vita. Il criterio di salvezza, che è l’amore vissuto, la disponibilità al bene, vale anche per chi non è cristiano, perché la salvezza anche oggi è offerta a tutti. Ma Cristo è l’unica via attraverso cui passa la salvezza, anche quella dei non cristiani. Gesù afferma nel modo più esplicito che ogni popolo è chiamato alla stessa salvezza a cui sono chiamati gli ebrei. Non solo, tra di essi ci saranno sacerdoti e leviti e, come dice il profeta Isaia, saranno anch’essi missionari e annunciatori di salvezza. Anzi, chi è stato chiamato per primo alla salvezza, se non sarà fedele, rischia di essere soppiantato da chi viene dopo, e gli ultimi saranno i primi. Senza dubbio il cristiano è nella posizione più felice e più rassicurante, ma nessuno può presumere per questo di salvarsi in modo automatico. Gesù dice: « Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio… ». È inevitabile pensare alle nuove comunità cristiane che nascono in contesti difficili, in Africa, in Asia, in India, in Cina e dimostrano una fede fresca e coraggiosa, così simile a quella delle prime comunità apostoliche. « Tra loro mi prenderò sacerdoti leviti », dice il Signore per bocca di Isaia. E assistiamo ai semi di vocazione che nascono proprio tra questi nostri fratelli, che giungono magari a noi dal Vietnam o dall’Iraq, dall’India e dall’Africa per sostituire nelle parrocchie i nostri anziani sacerdoti.

La porta stretta del cardinale Van Thuan Il vescovo vietnamita François Xavier Nguyen Van Thuan fu imprigionato nel 1975. Rimase in carcere per 13 anni e per 9 anni visse in isolamento, in una stanza senza finestre e a cui toglievano la luce per farlo crollare. Con uno stratagemma dirà la messa quotidiana con tre gocce di vino e una briciola di pane. Gli cambiavano i sorveglianti di continuo, perché era capace di entrare in amicizia con tutti e in qualche modo li trasformava. A un certo punto lo trasferirono attraverso un viaggio di 1700 km nella stiva di una nave insieme ad altre 1500 persone. Un uomo per disperazione tentò il suicidio. Glielo dissero e lui corse a dirgli parole di speranza e diventarono amici. Da quel momento il vescovo diventò un punto di riferimento per tutti, e capì che quella sarebbe diventata la sua diocesi, il suo campo di lavoro.

Sono sfelice Un giovane scrive a un mensile a larga diffusione: « Sono figlio di danarosi professionisti che, grazie a Dio, non mi fanno mancare nulla. Ho solo l’imbarazzo della scelta. Le ragazze mi cadono ai piedi una dopo l’altra, anzi tutte insieme. Posso disporre di soldi quanti ne voglio, perché il papà e il nonno mi hanno aperto un conto in banca. Mi compro quel che mi pare, ho anche un appartamento regalato al compimento del mio 18° anno. Embé, che vuoi di più? – dirà lei. Ma io sono sempre sfelice e scontento. Non so che cosa voglio. E non so a chi rivolgermi ».

Don Umberto DE VANNA sdb

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