Archive pour mai, 2016

Mark Chagall, Dio creatore

 

Mark Chagall, Dio creatore dans immagini sacre pag12b+

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LA SOFFERENZA – COSA DICE LA BIBBIA SULLA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI?

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LA SOFFERENZA – COSA DICE LA BIBBIA SULLA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI?

L’obiezione di Ivan Karamazov, nel celebre romanzo di Dostoievski, resta per molti il più grande ostacolo alla fede in un Dio d’amore: ci si può fidare di Dio in un mondo dove dei bambini sono torturati? Se Dio è buono, come può permettere la sofferenza degli innocenti? Testimone della ricerca spirituale dell’uomo lungo i secoli, la Bibbia stessa è alle prese con questa domanda. I salmi ci presentano lo smarrimento dei fedeli di fronte alla felicità dei malvagi e all’infelicità dei giusti: «Invano dunque ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell’innocenza le mie mani, poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina… Ma io a te, Signore, grido aiuto, e al mattino giunge a te la mia preghiera. Perché, Signore, mi respingi, perché mi nascondi il tuo volto?» (Salmo 73,13-14; 88,14-15). Chiaramente, la vecchia spiegazione che fa della pena una conseguenza del peccato non funziona sempre, esistono innumerevoli casi in cui la sofferenza non è la conseguenza di un’esistenza lontana da Dio. Nelle Scritture ebraiche, la figura di Giobbe è l’esempio tipico che suscita questo interrogativo. Uomo giusto e pio attraversa molte prove, ma rifiuta di abbandonare sia l’affermazione della sua innocenza sia la sua relazione con il Signore. Restando unito sino alla fine a questi due poli, Giobbe vede la sua lotta con il Signore sfociare in una nuova scoperta. Non si tratta di una spiegazione intellettuale, come di una giustificazione della sofferenza, cosa mostruosa che Dio non può mai dare, ma è piuttosto la rivelazione di un contesto dove tutto cambia di prospettiva. Giobbe comprende che il tentativo di gettare su Dio la responsabilità della sofferenza porta a un vicolo cieco, all’errore più grande. Scartata questa falsa pista, il campo è ormai libero per una comprensione più vera. Infatti questa visione è presente sin dall’inizio della rivelazione biblica. Il primo innocente che incontriamo nelle pagine della Bibbia è Abele, ingiustamente ucciso da suo fratello Caino. A questo proposito l’autore della Genesi scrive delle parole stupefacenti: «Il Signore disse a Caino: Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Genesi 4,10). Nella Bibbia il sangue è la vita (vedi Levitico 17,11.14), e questa vita annientata dalla malvagità umana ritrova paradossalmente una voce. Lungi dall’essere soffocato dalla violenza degli uomini, il desiderio di vita che abita il cuore della vittima è liberato attraverso la sua innocenza ferita. Il suo grido giunge fino a Dio e provoca il suo intervento. Questa stessa dinamica è presente nella storia della salvezza, nel racconto dell’Esodo. Quel che fa scendere Dio sulla terra non è qualche atto di prodezza o di dedizione da parte degli esseri umani, ma piuttosto il grido che nasce dalla loro oppressione. I lamenti degli schiavi mettono in moto un vasto processo di liberazione nel quale Dio si fa presente ( vedi Esodo 2,23-25). Con i profeti d’Israele, si fa un ulteriore passo in avanti. Essi sperimentano fin nella loro carne che Dio, l’Innocente per eccellenza, è rifiutato da un popolo che si crede autosufficiente. Come Osea costretto a sopportare con pazienza il tradimento della sua amata, immagine della fedeltà di Dio con il suo popolo infedele. Come Geremia esposto all’esclusione e alla persecuzione, «uomo di litigio e di contrasto per tutto il paese», condannato a rimanere solo con una «piaga incurabile» (Geremia 15,10.17-18). Occorrerebbe del tempo per comprendere che quegli uomini ci danno, in effetti, un’idea del cuore stesso di Dio, quando soffrono per non essere ascoltati né capiti. Se la vita dei profeti rivela che la sofferenza degli innocenti non solo spinge Dio all’azione per ristabilire la giustizia ma è anche il luogo privilegiato in cui gli esseri umani possono entrare nel suo mistero, una figura misteriosa che troviamo in Isaia 40-55 esprime questa verità molto chiaramente. Si tratta di un essere umano, descritto come l’ultimo degli ultimi, «oggetto di disprezzo», che ama e così prende su di sé tutta la malvagità degli altri trasformandola in sofferenza (vedi Isaia 53). Ed ecco che quest’uomo apparentemente respinto è effettivamente il Servo di Dio, cioè qualcuno che realizza sulla terra la volontà divina di salvezza. Se «al Signore è piaciuto prostrarlo con la sofferenza» (Isaia 53,10), è per esaltarlo davanti a tutti, affinché tutti vedano in lui l’attività di Dio stesso: Dio riconcilia a sé coloro che lo rifiutano, prendendo su di sé le conseguenze della loro infedeltà. La vita di Gesù ci dice qualcosa di più? Non è un caso che i primi cristiani si siano soffermati su questi capitoli d’Isaia, quando cercavano nelle Scritture delle luci per comprendere la sorte del loro maestro, Gesù. Le guarigioni che egli compie testimoniano già la sua volontà di prendere su di sé per amore le sofferenze degli altri (vedi Matteo 8,16.17). Però è soprattutto il suo modo d’affrontare una morte atroce che rompe il cerchio infernale del male. La condanna di un giusto che risponde con il perdono (vedi Luca 23,17.34) permette l’adempimento del disegno di Dio che è quello di rendere giuste le moltitudini (vedi Isaia 53,10-11). In altre parole, la sofferenza di un innocente vissuta fino in fondo dona a tutti gli esseri umani la leggerezza di un’innocenza ritrovata. Il sangue di Gesù è «più eloquente di quello di Abele» (Ebrei 12,24) perché suscita la venuta di Dio sulla terra come sorgente inesauribile di una nuova vita. L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse di san Giovanni, presenta questo processo al capitolo 6, attraverso la sua visione sullo svolgimento della storia umana. Si tratta di un libro chiuso da sette sigilli. I primi quattro descrivono l’umanità abbandonata a se stessa, come una curva inesorabile che discende verso la morte. Con il quinto sigillo entriamo nel movimento inverso, l’attività salvatrice di Dio. E questa comincia giustamente con il grido delle «anime che furono immolate…» (Apocalisse 6,9-11), in cui bisogna vedere non solo i martiri cristiani, ma «tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue dell’innocente Abele» (Matteo 23,35; vedi Apocalisse 18,24). In Dio, il sangue degli innocenti diviene portatore di un dinamismo che contrasta gli effetti distruttori della violenza. La loro apparente sconfitta inaugura un movimento di liberazione che culmina nella croce di Cristo. È ciò che è manifestato dall’apertura del sesto sigillo, dove si parla del «grande giorno dell’ira dell’Agnello» (Apocalisse 6,17). L’«ira di Dio» è la parola caratteristica utilizzata nella Bibbia per esprimere la sua risposta al peccato, risposta che tende a ristabilire la giustizia disprezzata. Qui, si riferisce all’atto con il quale Gesù prende su di sé tutto il male umano, subendone le conseguenze fino all’estremo, nel suo stesso corpo (vedi 1 Pietro 2,21-24). Donando la sua vita fino in fondo, Gesù condivide la sorte di tutte le vittime innocenti e così assicura che la loro pena non è stata vana. Porta le loro sofferenze all’interno della propria relazione con colui che chiama Abbà, Padre, e poiché il Padre lo ascolta sempre (vedi Giovanni 11,42), noi abbiamo la certezza che questa sofferenza non va perduta. Essa conduce alla scomparsa dell’antico ordine mondiale segnato dall’ingiustizia, e all’apparizione «di nuovi cieli e di una nuova terra, dove la giustizia abiterà» (2 Pietro 3,13). Ecco la risposta definitiva, frutto di una vita vissuta, data a Ivan Karamazov e a Giobbe. Lungi dal tollerare anche solo per un istante la sofferenza degli innocenti, nel suo Figlio unigenito Dio beve con loro quel calice amarissimo e, così facendo, la trasforma in una coppa di benedizione per tutti.

Publié dans:BIBBIA, DOLORE E SOFFERENZA |on 23 mai, 2016 |Pas de commentaires »

LA GRANDEZZA DEL COSMO COME PROBLEMA ESISTENTIVO E TEOLOGICO – KARL RAHNER

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LA GRANDEZZA DEL COSMO COME PROBLEMA ESISTENTIVO E TEOLOGICO – KARL RAHNER

Filosofi e teologi contemporanei

1981

da un contributo in Nuovi Saggi

In questo brano Rahner si chiede se l’enorme allargamento di orizzonti spazio-temporali, che giunge a creare nell’uomo l’idea di essersi ormai “perso” nel cosmo, abbia una qualche valenza teologica. Egli ne conclude che gli uomini, mentre riconoscono e accettano il loro “abbandono” cosmico, con ciò si pongono già al di sopra di esso e lo possono condividere come espressione e mediazione di una profonda esperienza della contingenza, quale vera esperienza teologica e creaturale. Rahner si dichiara infine possibilista circa l’esistenza di vita su altri mondi diversi dalla Terra. Un’altra questione, che non possiamo non toccare in questa trattazione, riguarda la grandezza del cosmo, così come essa viene accettata dalle odierne scienze naturali. Certo, non esiste qui neppure l’apparenza di un contrasto diretto tra le affermazioni delle scienze naturali e quelle della teologia tradizionale, perché questa non ha mai fatto delle affermazioni circostanziate sulla grandezza dell’universo. Tuttavia anche qui si annida una difficoltà non indifferente. L’esser persi nel cosmo come espressione e mediazione di un’ultima esperienza della contingenza Almeno fino a quando l’immagine geocentrica del mondo rimase in piedi, l’esperienza ingenua del cristiano ritenne ovviamente il cosmo come la casa che Dio creò per lui e per la storia della sua salvezza, la casa visibile della sua esistenza, che era stata edificata per lui e per lui esisteva. Certo, anche allora l’idea del cosmo condeterminante la sua esperienza religiosa non era del tutto unitaria, perché, per esempio, non riusciva a inquadrare tanto facilmente gli angeli, che da un lato, quali puri spiriti, non erano facilmente inseribili nell’edificio del cosmo e, dall’altro, dovevano eventualmente pur abitare in una delle sfere del cielo. Comunque il fatto che, per esempio, ancora un Suarez inserisca l’«ascensione di Cristo» fino al «caelum empyreum» nel cosmo antico e si domandi se il Cristo glorificato risieda nella sfera più alta del cielo o sopra di essa, mostra quanto l’antica immagine del mondo fosse amalgamata coi dogmi cristiani (si giungeva a pensare che i vulcani conosciuti fossero collegati al fuoco dell’inferno). Oggi il cristiano è costretto a vivere su un minuscolo pianeta sito nel sistema solare che appartiene a sua volta a una galassia di centomila anni luce d’estensione con trenta miliardi di stelle, galassia che è a sua volta solo una tra circa un miliardo di altre galassie dell’universo. Di fronte a un universo del genere non è certo facile per l’uomo sentirsi come colui per il quale in fondo questo cosmo esiste. In un simile cosmo dalla grandezza sterminata e non più immaginabile, l’uomo può sentirsi come un fenomeno marginale e casuale, specie quando egli sa di esser il risultato di un’evoluzione che è a sua volta costretta a lavorare con molti e inverosimili casi. Sotto questo aspetto l’uomo dalla mentalità scientifica è sopraffatto ancor più da un senso esistentivo di vertigine, allorché viene a sapere che il Logos eterno di Dio, che muove questo miliardo di galassie, dovrebbe esser diventato uomo su questo minuscolo pianeta che esiste disperso da qualche parte come un granello di polvere nell’universo. Tale senso di vertigine, che viene naturalmente rimosso dalla coscienza quotidiana, non va messo a tacere con sublimi riflessioni sullo spazio e sul tempo, come quelle suggeriteci da una fisica moderna che diventa inevitabilmente sempre meno immaginabile. Rimane la questione di sapere se e come il cristiano normale e l’uomo di tutti i giorni possano a poco a poco abituarsi a considerarsi persi nel cosmo. Quanto l’uomo pensa di sé, del proprio destino e della propria grandezza per altri motivi, non viene infatti smascherato come falso da questo abbandono nel cosmo sterminato (i motivi della teologia sono sempre validi perlomeno quanto quelli della fisica moderna, anche se esigono atteggiamenti ultimi diversi per poter esser attuati esistentivamente). La questione sta solo nel sapere come le due visuali del mondo possano coesistere nella medesima coscienza, senza che l’una si accaparri l’energia dell’uomo a sfavore dell’altra. Tale situazione va anzitutto ammessa e sopportata con serenità, visto che anche l’uomo dalla mentalità scientifica (pure al di fuori del cristianesimo) nelle sue decisioni vitali esistentive si prende più seriamente — e ciò a giusto titolo e in maniera inevitabile — di quanto la sua insignificanza cosmica sembrerebbe permettergli. Oggi e soprattutto in futuro l’uomo e il cristiano dovranno inoltre rendersi conto in maniera più chiara e radicale che essi, mentre riconoscono e accettano il loro «abbandono» cosmico, con ciò si pongono già al di sopra di esso e lo possono condividere come espressione e mediazione di quell’ultima esperienza della contingenza, che sentono e accettano necessariamente in virtù della loro antica fede e nella loro qualità di creature finite di fronte al Dio infinito. In questa luce possiamo senz’altro dire che il cosmo è diventato addirittura «più teologico» per l’uomo, che lo orienta cioè in maniera più inesorabile di prima all’esperienza e all’accettazione della sua creaturalità. Partendo di qui, il senso di vertigine cosmica può esser senz’altro interpretato come un momento dello sviluppo della coscienza teologica dell’uomo. Quando l’odierna coscienza scientifica dell’uomo parte dal fatto ritenuto ovvio (benché la cosa non sia poi affatto tanto ovvia) che l’esplorazione scientifica del cosmo non potrà mai arrivare a una conclusione, e quando in virtù della teologia dell’incomprensibilità di principio di Dio tale convinzione diventa un dato teologico, allora l’esperienza di una specie di incommensurabilità dell’universo è in un certo senso solo il corrispettivo spaziale che ci si poteva propriamente attendere (ovviamente in un momento successivo). La dissoluzione di un radicamento (Behaustheit) spaziale dell’uomo ad opera di uno sradicamento (Unbehaustheit) spaziale riflettente il carattere della sua esistenza religiosa è in fono un momento legittimo del suo destino. Quando poi la fisica moderna intraprende a decifrare la grandezza finita dell’universo effettivo, documenta ancora una volta la peculiarità dello spirito di fronte alla materia, spirito capace di porre se stesso e il proprio mondo di fronte a sé, e rende percettibile all’uomo la finitudine creaturale del mondo nonostante la sua incommensurabilità. Storia dello spirito su un’altra stella? In tale contesto non possiamo passare completamente sotto silenzio una questione, che oggi è di moda, anche se non è del tutto nuova, cioè la questione se si possa concepire su altre « stelle » l’esistenza di esseri corporeo-spirituali identici o simili agli uomini. In fondo, neppure le scienze naturali saranno in grado di dare una risposta alla questione di fatto. Né al riguardo sarà possibile rispondere neppure per quanto attiene la possibilità concreta, dal momento che la probabilità calcolata a partire dal numero sterminato delle stelle e la difficoltà dell’evoluzione della vita fino all’«uomo» difficilmente possono essere confrontate tra loro. Tuttavia (e qui ci si allontana dall’antica immagine del mondo), bisogna dire che oggi non si può più escludere la possibilità di principio di un’evoluzione della vita fino a una coscienza intelligente e sarebbe una rappresentazione antropomorfica ritenere che il Dio creatore porti avanti l’evoluzione cosmica in un’altra zona dell’universo fino al punto che esista la possibilità immediata di una vita spirituale, per poi interrompere arbitrariamente tale evoluzione. Del resto, la dottrina tradizionale degli angeli ci dice che anche nel passato la teologia ha dovuto tener conto della coesistenza di altre creature personali con gli uomini e che quindi non pochi problemi teologici non emergono per la prima volta solo ora (vocazione di tutti allo stesso ultimo fine; Cristo capo di tutta la creazione, ecc.). Chi volesse dilettarsi ad approfondire speculativamente questo problema tanto lontano sotto il profilo esistentivo, potrebbe dire che a tali altri esseri corporeo-spirituali bisogna ragionevolmente ascrivere pure un destino soprannaturale nella vicinanza immediata a Dio (nonostante tutta la gratuità della grazia), che però noi non possiamo naturalmente sapere nulla della storia della loro libertà, che tuttavia dobbiamo ammettere. Né di fronte all’immutabilità di Dio in se stesso e all’identità del Logos si potrà dimostrare che una molteplice incarnazione in diverse storie della salvezza sia semplicemente inconcepibile. Diciamo tutto questo solo per mostrare che da parte della teologia non esiste necessariamente alcun veto assoluto contro una storia dello spirito su un’altra stella. Di più il teologo non può dire su tale questione; egli deve limitarsi a ricordare che la rivelazione cristiana ha per scopo la salvezza dell’uomo e non mira a rispondere a domande che non interessano in maniera realmente significativa l’attuazione di tale salvezza nella libertà. Karl Rahner, Nuovi Saggi, Paoline, Roma 1984, vol. IX, pp. 74-79.

Publié dans:COSMOLOGIA, RAHNER KARL |on 23 mai, 2016 |Pas de commentaires »

Russian icon of the Old Testament Trinity by Andrey Rublev, between 1408-25

Russian icon of the Old Testament Trinity by Andrey Rublev, between 1408-25 dans immagini sacre 800px-Andrej_Rubl%C3%ABv_001

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Publié dans:immagini sacre |on 20 mai, 2016 |Pas de commentaires »

LA VIA DELL’AMORE CI CONDUCE A DIO: IL COMMENTO DI MONS. BRUNO FORTE ALLE PAROLE DEL PAPA SUL MISTERO DELLA TRINITÀ

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LA VIA DELL’AMORE CI CONDUCE A DIO: IL COMMENTO DI MONS. BRUNO FORTE ALLE PAROLE DEL PAPA SUL MISTERO DELLA TRINITÀ

Posted on 9 giugno 2009

Da: RADIO VATICANA

Dagli atomi alle galassie, dalle particelle minuscole all’universo, “tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore”: è una delle belle immagini che Benedetto XVI ha utilizzato ieri all’Angelus nella Solennità della Santissima Trinità. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, il Papa ha inoltre affermato che “l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore”. Una considerazione sulla quale si sofferma l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, intervistato da Alessandro Gisotti: R. – L’ispirazione profonda delle parole di Papa Benedetto sulla Trinità è certamente la teologia agostiniana. Sappiamo quanto Joseph Ratzinger ami Sant’Agostino, quanto vi abbia lavorato; e nel “De Trinitate” ci sono pagine straordinarie in cui Agostino presenta la Trinità alla luce della contemplazione del mistero dell’amore. In altre parole, Agostino dice: “Vides Trinitatem si caritatem vides” – vedi la Trinità se vedi l’amore. Dunque, l’amore dove ci sono sempre i due – l’amante e l’amato – e il loro vincolo di unità è la chiave per entrare, sia pure con la modestia delle nostre capacità e restando in punta di piedi sulla soglia, nel mistero divino di un Dio che è l’eterno amante, il Padre, e l’eterno amato, il Figlio e il loro vincolo d’amore, lo Spirito. Questo messaggio forte, con il linguaggio della scienza e della biologia, che Papa Benedetto ha voluto darci parlando della Trinità inscritta nel genoma umana, cioè nella vocazione stessa dell’uomo a essere se stesso e ad esserlo nell’amore. D. – Siamo nell’Anno dell’astronomia e il Papa ieri ha sottolineato che l’Universo proviene e tende verso l’amore: sembra riecheggiare Dante: “L’amor che move il sole e l’altre stelle” … R. – Questo è certamente un’eco presente nella profonda cultura teologica, letteraria, spirituale di Papa Benedetto. E naturalmente, in questa contemplazione della rete di rapporti che regge l’universo e che è fondamentalmente una rete di sinergie, dunque di relazioni d’amore – potremmo dire – c’è il seguire ancora la via agostiniana delle “vestigia Trinitatis”. Agostino si concentrerà poi in modo speciale sulla psicologia dell’uomo e dunque vedrà la Trinità attraverso un’analisi dell’intelligenza, della memoria, dell’amore. Benedetto estende questa lettura dell’impronta trinitaria nell’essere umano all’armonia e alla sinergia che reggono tutte le forze dell’universo. D. – Per spiegare l’inspiegabile mistero della Trinità, Benedetto XVI ha fatto riferimento a ciò che è immediatamente comprensibile, sperimentabile da ogni uomo: l’amore … R. – Credo che questa via sia la via privilegiata per entrare nel mistero della Trinità. Come tale ce l’ha presentata ieri Papa Benedetto e credo che questo sia molto bello perché abbia anche un forte impatto catechetico-pastorale. E in questo, Papa Benedetto, libero, naturalmente, rispetto ad Agostino, dai vincoli dell’influenza del pensiero essenzialistico del mondo antico, si apre ad una prospettiva più personalistica ed esistenzialistica e ci aiuta a contemplare la Trinità lungo la via dell’amore in maniera semplice e profonda. Credo che sia un apporto bello al kerygma, all’annuncio del Dio-amore che è l’annuncio del Dio-Trinità.

BENEDETTO XVI – Sarà sempre necessario Fabio Zavattaro “La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione, e viviamo per amare e per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio genoma la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore”. Come si fa a non partire proprio da questa frase per iniziare una riflessione sulle parole di Papa Benedetto pronunciate all’Angelus domenicale. Nel giorno in cui la chiesa celebra la festa della Santissima Trinità, Benedetto XVI è tornato a toccare uno dei temi che gli sono più cari, quello di Dio-amore, al quale ha dedicato la sua enciclica Deus Caritas est. Alle 20mila persone presenti in piazza San Pietro, ha detto: “tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore” che è Dio, “Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno”. La festa di Pentecoste, celebrata l’ultima domenica di maggio, ricorda il Papa, apre a tre altre solennità liturgiche, e cioè la Santissima Trinità, il Corpus Domini e la festa del Sacro Cuore. In queste tre ricorrenze liturgiche ritroviamo l’intero mistero della fede cristiana; ciascuna è un aspetto “dell’unico mistero della salvezza”, che in un certo senso riassume “tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo”. Così nella festa della Trinità, Cristo ci rivela che “Dio è amore non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza: è creatore e Padre misericordioso; è Figlio unigenito, eterna sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale”. Il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore: “non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica”. Bella anche l’immagine del donarsi e del comunicarsi che Benedetto XVI usa per ricordare come l’amore di Dio sia fonte inesauribile di vita. Dice: “lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è impresso il nome della Santissima Trinità, perché tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà”. Nel Dio amore, ricorda il Papa citando le parole di Paolo nell’Aeropago di Atene “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”. Scrive il Papa nell’enciclica Deus Caritas est, l’amore deve essere comunicato agli altri, perché Dio ci ricolma del suo amore e questo “è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto” in un mondo in cui “al nome di Dio a volte viene collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza”. Amore, dunque, che “sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo”. La Chiesa attenta alle gioie e speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini di oggi, dei poveri, come recita la Gaudium et spes, vuole essere vicina all’uomo non solo dal punto di vista materiale ma anche da quello spirituale. È chiamata a offrire la testimonianza della comunione, diceva il Papa nell’omelia pronunciata a Genova il 18 maggio dello scorso anno. “Questa realtà non viene dal basso ma è un mistero che ha, per così dire, le radici in cielo: proprio in Dio uno e trino. E’ Lui, in se stesso, l’eterno dialogo d’amore che in Gesù Cristo si è comunicato a noi, è entrato nel tessuto dell’umanità e della storia per condurle alla pienezza. Ed ecco allora la grande sintesi del Concilio Vaticano II: la Chiesa, mistero di comunione, è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Vengono alla mente le parole pronunciate a Savona il 17 maggio dello scorso anno: “È qui tutta l’essenza del cristianesimo, perché è l’essenza di Dio stesso. Dio è uno in quanto è tutto e solo amore, ma proprio essendo amore è apertura, accoglienza, dialogo; e nella sua relazione con noi, uomini peccatori, è misericordia, compassione, grazia, perdono. Dio ha creato tutto per l’esistenza e la sua volontà è sempre soltanto vita.        

Publié dans:Bruno Forte, TRINITÀ (SS) |on 20 mai, 2016 |Pas de commentaires »

22 MAGGIO 2016 | 8A DOMENICA: SS. TRINITÀ – ANNO C | OMELIA

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22 MAGGIO 2016 | 8A DOMENICA: SS. TRINITÀ – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Oggi la chiesa non celebra una festa legata a un episodio della vita di Gesù, ma entra nel cuore del mistero di Dio e ci fa riflettere sulla Trinità. In realtà, tutte le domeniche dell’anno sono dedicate al Padre, al Figlio e allo Spirito. Ma oggi la liturgia ci permette di dedicare questa giornata a riflettere su questo che è uno dei misteri principali della nostra fede.

La parola di Dio Proverbi 8,22-31. La Sapienza di cui si parla in questo brano dell’antico testamento, è Dio stesso e in particolare, dopo l’incarnazione, è Gesù, Figlio di Dio e Sapienza di Dio, presente nel cuore del mondo fin dall’inizio della creazione. Romani 5,1-5. Paolo parla dei temi a lui cari: giustificazione, pace, fede, grazia, prove e speranza… Nel suo argomentare fa continuo riferimento alla Trinità: al Padre, al Signore Gesù e allo Spirito Santo. Giovanni 16,12-15. L’evangelista Giovanni sottolinea la promessa di Gesù: manderà lo Spirito, che renderà gli apostoli capaci di accogliere i progetti del Padre e tutta la verità che proviene dall’esperienza di Gesù.

Riflettere Il dodicenne Gesù dice che deve occuparsi « delle cose del Padre suo » (Lc 2,49). È così che comincia a rivelare di essere Figlio di Dio e afferma nello stesso tempo che Iahvè-Dio è suo Padre. La Trinità è stata rivelata da Gesù. È lui che ha parlato di Dio come del Padre suo, che ha rivelato e promesso lo Spirito Santo. Gesù dice senza giri di parole che lui e il Padre sono una cosa sola, che chi vede lui vede il Padre, che essi manderanno lo Spirito Santo, che procede da entrambi. La predicazione degli apostoli, sotto la spinta dello Spirito Santo, non ha avuto incertezze ad annunciare la piena divinità di Gesù, e a parlare con uguale chiarezza del Padre e del Figlio. All’affacciarsi delle prime eresie, la teologia ha dovuto impegnarsi nell’approfondimento di questa difficile verità. Si misurarono con gli eretici, tra gli altri, Giustino, Atenagora, Origene, Tertulliano. Ma questa verità di fede è stata scomoda da spiegare in ogni tempo. Sant’Agostino diceva: « La Trinità onnipotente chi la comprenderà? È rara l’anima che parla di lei sapendo di che cosa parla ». E Ilario di Poitiers, che pure ha scritto cinque libri su questo argomento, diceva: « Per quanto riguarda il parlare della Trinità, io mi dichiaro non solo troppo debole, ma muto. Solo perché costretto potrei decidermi a farlo ». È nel 325 al Concilio di Nicea che la chiesa afferma come verità di fede la divinità di Gesù, per confutare l’eretico Ario che la negava. Quanto alla Trinità, la chiesa giunse definitivamente alla concezione ortodossa nel 381, durante il concilio di Costantinopoli. La Trinità rimane comunque una verità difficile da accogliere. Una verità scomoda per cristiani comuni, che vivono il loro quotidiano e la loro spiritualità facendo riferimento semplicemente a Dio. Ed è una verità da contemplare, con la fede e l’amore, più che da approfondire come dottrina. « Dio non è il dogma che mi tiene in chiesa, ma la relazione che mi tiene in vita » (Pierangelo Sequeri). Non la comprenderemo mai pienamente: capiremo il mistero di Dio amandolo « con tutto il cuore, con tutta l’anima » (Lc 10,25). Possiamo accettarlo con sicurezza soprattutto per la parola di Gesù.

Attualizzare Dunque il nostro Dio non è un Dio solitario. « Non è bene che l’uomo sia solo », ha detto il Creatore dando vita al primo uomo. Ma con la stessa certezza noi possiamo affermare: « Non è bene che Dio sia solo », o meglio: « Non sarebbe bene che Dio fosse solo ». Perché Dio è amore, come dice l’evangelista Giovanni, e quindi non può essere un Dio solitario, autosufficiente, chiuso in se stesso. Il nostro Dio è Padre e Figlio, due persone che si amano in modo divino, come solo loro possono e sanno amare, e il loro amore diventa persona: lo Spirito Santo. Dio, che è amore, non vive in un mondo distaccato, inaccessibile, chiuso. È puro dono, amore, piena apertura verso l’altro. Questo significa dire che Dio è Trinità. Dio è Trinità, ed è, per così dire, « famiglia ». E coinvolge anche noi in questo mondo di amore, essendo stati creati a immagine e somiglianza sua. Dio è amore, e solo chi ama conosce Dio, come dice ancora Giovanni. Ogni volta che ci amiamo, ogni volta che ci apriamo alla « relazione », in qualche modo ci comportiamo da Dio, e rendiamo presente la Trinità. Qualcuno ha scritto con acutezza scherzosa che noi siamo « lo spazio pubblicitario di Dio, lo spot della Trinità », nel senso che noi, quando amiamo, rendiamo presente Dio nelle tre Persone, l’amore che li lega e li spinge a manifestarsi. Concludiamo con un riferimento a Maria, la madre di Gesù, e per questo madre di Dio, che è stata coinvolta come nessun altro nel mistero della Trinità. Il mese di maggio a lei dedicato ci ha fatto rivivere la sua centralità nella storia della salvezza. Maria è la « serva » del Padre (la « disponibile », come i grandi collaboratori di Dio dell’antico testamento), è madre di Gesù, ed è la sposa dello Spirito Santo.

Lode alla Trinità che governa la storia (di Giovanni Paolo II) Gloria a te, o Padre, Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! Tu hai mandato i tuoi servi, i profeti, a proclamare la tua parola di amore fedele e a chiamare il tuo popolo al pentimento. Sulle sponde del fiume Giordano, hai suscitato Giovanni il Battista, una voce che grida nel deserto, inviato per tutta la regione del Giordano, a preparare la via del Signore. Gloria a te, o Cristo, Figlio di Dio! Su di te lo Spirito è disceso come una colomba. Sopra di te si sono aperti i cieli, e si è udita la voce del Padre: « Questi è il mio Figlio, il Prediletto! ». Gloria a te, o Spirito Santo, Signore e datore di vita! Per la tua potenza la Chiesa è battezzata, scendendo con Cristo nella morte e risorgendo insieme a lui a nuova vita. Per tuo potere, siamo liberati dal peccato per diventare i figli di Dio, il glorioso Corpo di Cristo. Per tuo potere, ogni paura è vinta, e viene predicato il Vangelo dell’amore in ogni angolo della terra, per la gloria di Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, a lui ogni lode oggi e in tutti i secoli a venire. Amen.

Don Umberto DE VANNA sdb

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Publié dans:immagini sacre |on 18 mai, 2016 |Pas de commentaires »

COSA VUOL DIRE CHE I SANTI «INTERCEDONO» PER NOI?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Cosa-vuol-dire-che-i-santi-intercedono-per-noi

COSA VUOL DIRE CHE I SANTI «INTERCEDONO» PER NOI?

Una lettera sul ruolo dei santi nell’intercedere presso Dio. Risponde padre Giovanni Roncari, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale.

11/02/2015  Redazione Toscana Oggi   Mi rivolgo a voi per avere una risposta completa, esaustiva e «convincente». Cosa vuol dire che i santi «intercedono» per noi? So che Dio ascolta tutti e perché un santo può ottenere quello che io non posso ottenere? So che «tutta la chiesa» pregava per San Pietro quando era in prigione e fu liberato. Ricordo che quando ero bambino mi spiegavano che i santi, essendo più «buoni» di me – mi diceva la mamma -, erano maggiormente ascoltati e il Signore esaudiva le loro preghiere. Lo chiedo per essere maggiormente «rafforzato» perchè, pur non capendo appieno il loro ruolo, continuamente prego il Signore anche per intercessione di qualche santo (dalla Madonna a santa Rita a sant’Antonio a padre Pio). È irrilevante ma mi ricordo che quando andavo a scuola in prossimità di qualche compito in classe andavo a scovare sul calendario qualche santo sconosciuto e lo pregavo nella convinzione che essendo sconosciuto aveva «poche persone» da esaudire. Andrea Sarti

Il nostro Lettore si chiede che senso abbia pregare i Santi e chiedere la loro intercessione presso il Signore.  La risposta deve tener conto  della questione più ampia: perché la Chiesa venera i Santi. Qual è l’origine e il senso del loro culto. Il culto-venerazione dei Santi nasce dalla venerazione per i martiri, quei cristiani che erano morti durante la persecuzione per non rinnegare la propria fede in Cristo. Gli Atti dei Martiri e tante pagine dei Padri della Chiesa ci testimoniano questo culto che si sviluppa anche in tante direzioni in campo architettonico- artistico, letterario ecc. La venerazione per i martiri poi si inserisce nel quadro della venerazione per i defunti che nel cristianesimo voleva e vuole celebrare la vittoria pasquale di Cristo realizzata anche nei credenti. Il culto e la preghiera per i defunti ha nella fede e nella liturgia cristiana, prima dell’umano ricordo e affetto, la proclamazione della pasqua del Signore alla quale il defunto partecipa per grazia di Cristo. La  liturgia pone accanto al feretro il cero pasquale, quello acceso nella veglia di pasqua,  che ricorda simbolicamente il Signore risorto. Questi richiami dottrinali sono importanti perché bene inseriscono la venerazione-intercessione dei santi nel significato più vero. È quanto ci insegna la Chiesa dall’antichità cristiana fino ad oggi. In questa sede ci limitiamo al Concilio Vaticano II che nella costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium,  dedica un intero capitolo, il settimo, alla indole escatologica della Chiesa peregrinante e la sua unione con la Chiesa celeste. In questo testo, ricco di citazioni bibliche patristiche  e del magistero della Chiesa,  si espongono i motivi della venerazione dei santi e la richiesta della loro intercessione. Ascoltiamolo: «Quanto agli apostoli e ai martiri di Cristo che avevano dato il loro sangue come suprema testimonianza di fede e di carità, la chiesa ha sempre creduto che siano a noi strettamente congiunti in Cristo, li ha venerati con particolare affetto insieme alla beata vergine Maria e ai santi angeli e ha piamente implorato l’aiuto della loro intercessione. Ad essi ben presto si aggiunsero coloro che avevano imitato più da vicino la verginità e la povertà di Cristo  (i monaci) e infine gli altri che per aver esercitato in modo eminente le virtù cristiane e aver ricevuto particolari carismi da Dio, si raccomandavano alla pia devozione e all’imitazione dei fedeli. (….) Nella vita di coloro che, uomini come noi, sono trasformati più perfettamente ad immagine di Cristo (2 Cor. 3,18), Dio rivela in modo vivo agli uomini la sua presenza e il suo volto. (..) Noi  veneriamo la memoria dei santi non solo per l’esempio che ci danno, ma ancor più per potenziare nello Spirito e nell’esercizio della carità fraterna, l’unità di tutta la chiesa (Ef. 4, 1-6). Come infatti la comunione fra noi viatori ci avvicina a Cristo, così la solidarietà con i santi ci congiunge a lui, fonte unica da cui promana la grazia e la vita del popolo di Dio». (Lumen gentium, 50) Secondo questo insegnamento ripreso anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica (nn.956-959) almeno tre sono i motivi della venerazione-intercessione dei Santi: proclamare la bontà del Padre che ha fatto risplendere in essi l’opera della redenzione accogliere  il loro esempio come possibilità concreta di vivere il vangelo ed essere invitati alla loro imitazione poter fare una profonda esperienza dell’unità della Chiesa: quella del tempo e della storia e quella dell’eternità, come quell’unica Chiesa che proclamiamo nella professione di fede « credo la Chiesa una santa cattolica e apostolica»« credo la Chiesa una santa cattolica e apostolica» È soprattutto in questo terzo momento che ben si inserisce l’intercessione dei Santi. Fondati nell’unico battesimo, facenti parte dell’unico popolo regale, sacerdotale e profetico, membri dell’unico corpo il cui unico capo è Cristo Signore, noi possiamo pregare gli uni per gli altri. Tra questi altri occupano un posto speciale coloro la Chiesa stessa riconosce e proclama autentici seguaci di Cristo e nei quali il Padre «ci dona un segno sicuro del suo amore, (per questo) il loro grande esempio e la loro fraterna intercessione ci sostengono nel cammino della vita perché si compia in noi il tuo mistero di salvezza».  (Messale Romano, prefazio II dei santi) La liturgia, la grande maestra della vita cristiana, ci insegna il modo giusto per una vera preghiera verso i Santi e quindi anche il vero significato della intecessione dei Santi.  Nella celebrazione eucaristica la preghiera, soprattutto la colletta, la prima delle tre preghiere proprie di ogni Messa, è sempre rivolta al Padre (Dio onnipotente ed eterno….) per la mediazione unica e insostituibile di Gesù Cristo (per il nostro Signore Gesù Cristo…) con lo Spirito Santo (nell’unità dello Spirito Santo…). Anche negli altri sacramenti e nella liturgia delle ore (il breviario) troviamo lo stesso modo di pregare. E tuttavia in questi momenti così decisivi non mancano mai i Santi, il loro riverente ricordo, la loro intercessione. «In comunione con tutta la Chiesa ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria…..e tutti i Santi; per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione».  (Canone Romano) «…perché possiamo ottenere il regno promesso insieme con i tuoi eletti: con la beata Maria, vergine e madre di Dio, con san Giuseppe suo sposo, con tuoi santi apostoli, i gloriosi martiri e tutti i santi nostri intercessori presso di te» (Canone III). Pensiamo ancora a liturgie solenni, come le ordinazioni sacerdotali, introdotte dal canto delle litanie dei Santi. Nella veglia pasquale, la madre di tutte le veglie, la benedizione del fonte battesimale inizia con le litanie dei santi. Gli esempi potrebbero continuare. La venerazione dei santi, rettamente intesa, (la storia ci dice che non sono mancati abusi che rimangono tali), fa parte della grande tradizione cattolica espressa nella liturgia e nel senso di fede del popolo cristiano e la loro intercessione rende autentica e non formale la stessa venerazione. I Santi non sono i sostituti di Dio nella preghiera, né devono convincere il Padre Eterno di qualcosa, ma accompagnare noi nel cammino cristiano che essi hanno già compiuto insegnandoci con la parola e la preghiera a fare la volontà di Dio. In certo modo, caro Signor Sarti, la sua Mamma, nella semplicità della sua fede cristiana, le ha insegnato con parole umili, la dottrina cristiana espressa nelle parole grandi della liturgia. «Nella loro vita ci offri un esempio, nella intercessione un aiuto, nella comunione di grazia un vincolo di amore fraterno…. per condividere al di là della morte la stessa corona di gloria». (Messale Romano, prefazio I dei santi). «Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita». (Messale Romano, prefazio della solennità di Ognissanti).

Concludiamo con una parola stupenda di santa Teresa di Gesù Bambino: «Trascorrerò il mio paradiso a far del bene sulla terra».

Giovanni Roncari

Publié dans:SANTI INTERCESSIONE |on 18 mai, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 19. POVERTÀ E MISERICORDIA (CFR LC 16,19-31)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20160518_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – 19. POVERTÀ E MISERICORDIA (CFR LC 16,19-31)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 18 maggio 2016

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Desidero soffermarmi con voi oggi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro. La vita di queste due persone sembra scorrere su binari paralleli: le loro condizioni di vita sono opposte e del tutto non comunicanti. Il portone di casa del ricco è sempre chiuso al povero, che giace lì fuori, cercando di mangiare qualche avanzo della mensa del ricco. Questi indossa vesti di lusso, mentre Lazzaro è coperto di piaghe; il ricco ogni giorno banchetta lautamente, mentre Lazzaro muore di fame. Solo i cani si prendono cura di lui, e vengono a leccare le sue piaghe. Questa scena ricorda il duro rimprovero del Figlio dell’uomo nel giudizio finale: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero […] nudo e non mi avete vestito» (Mt 25,42-43). Lazzaro rappresenta bene il grido silenzioso dei poveri di tutti i tempi e la contraddizione di un mondo in cui immense ricchezze e risorse sono nelle mani di pochi. Gesù dice che un giorno quell’uomo ricco morì: i poveri e i ricchi muoiono, hanno lo stesso destino, come tutti noi, non ci sono eccezioni a questo. E allora quell’uomo si rivolse ad Abramo supplicandolo con l’appellativo di “padre” (vv. 24.27). Rivendica perciò di essere suo figlio, appartenente al popolo di Dio. Eppure in vita non ha mostrato alcuna considerazione verso Dio, anzi ha fatto di sé stesso il centro di tutto, chiuso nel suo mondo di lusso e di spreco. Escludendo Lazzaro, non ha tenuto in alcun conto né il Signore, né la sua legge. Ignorare il povero è disprezzare Dio! Questo dobbiamo impararlo bene: ignorare il povero è disprezzare Dio. C’è un particolare nella parabola che va notato: il ricco non ha un nome, ma soltanto l’aggettivo: “il ricco”; mentre quello del povero è ripetuto cinque volte, e “Lazzaro” significa “Dio aiuta”. Lazzaro, che giace davanti alla porta, è un richiamo vivente al ricco per ricordarsi di Dio, ma il ricco non accoglie tale richiamo. Sarà condannato pertanto non per le sue ricchezze, ma per essere stato incapace di sentire compassione per Lazzaro e di soccorrerlo. Nella seconda parte della parabola, ritroviamo Lazzaro e il ricco dopo la loro morte (vv. 22-31). Nell’al di là la situazione si è rovesciata: il povero Lazzaro è portato dagli angeli in cielo presso Abramo, il ricco invece precipita tra i tormenti. Allora il ricco «alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui». Egli sembra vedere Lazzaro per la prima volta, ma le sue parole lo tradiscono: «Padre Abramo – dice – abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Adesso il ricco riconosce Lazzaro e gli chiede aiuto, mentre in vita faceva finta di non vederlo. – Quante volte tanta gente fa finta di non vedere i poveri! Per loro i poveri non esistono – Prima gli negava pure gli avanzi della sua tavola, e ora vorrebbe che gli portasse da bere! Crede ancora di poter accampare diritti per la sua precedente condizione sociale. Dichiarando impossibile esaudire la sua richiesta, Abramo in persona offre la chiave di tutto il racconto: egli spiega che beni e mali sono stati distribuiti in modo da compensare l’ingiustizia terrena, e la porta che separava in vita il ricco dal povero, si è trasformata in «un grande abisso». Finché Lazzaro stava sotto casa sua, per il ricco c’era la possibilità di salvezza, spalancare la porta, aiutare Lazzaro, ma ora che entrambi sono morti, la situazione è diventata irreparabile. Dio non è mai chiamato direttamente in causa, ma la parabola mette chiaramente in guardia: la misericordia di Dio verso di noi è legata alla nostra misericordia verso il prossimo; quando manca questa, anche quella non trova spazio nel nostro cuore chiuso, non può entrare. Se io non spalanco la porta del mio cuore al povero, quella porta rimane chiusa. Anche per Dio. E questo è terribile. A questo punto, il ricco pensa ai suoi fratelli, che rischiano di fare la stessa fine, e chiede che Lazzaro possa tornare nel mondo ad ammonirli. Ma Abramo replica: «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro». Per convertirci, non dobbiamo aspettare eventi prodigiosi, ma aprire il cuore alla Parola di Dio, che ci chiama ad amare Dio e il prossimo. La Parola di Dio può far rivivere un cuore inaridito e guarirlo dalla sua cecità. Il ricco conosceva la Parola di Dio, ma non l’ha lasciata entrare nel cuore, non l’ha ascoltata, perciò è stato incapace di aprire gli occhi e di avere compassione del povero. Nessun messaggero e nessun messaggio potranno sostituire i poveri che incontriamo nel cammino, perché in essi ci viene incontro Gesù stesso: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), dice Gesù. Così nel rovesciamento delle sorti che la parabola descrive è nascosto il mistero della nostra salvezza, in cui Cristo unisce la povertà alla misericordia. Cari fratelli e sorelle, ascoltando questo Vangelo, tutti noi, insieme ai poveri della terra, possiamo cantare con Maria: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).

 

Shalom

Shalom dans immagini sacre shalomgregGOODcopy

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Publié dans:immagini sacre |on 16 mai, 2016 |Pas de commentaires »
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