Archive pour mai, 2016

Visitazione delle Beata Vegine Maria

Visitazione delle Beata Vegine Maria dans immagini sacre Magnificat%203

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Publié dans:immagini sacre |on 30 mai, 2016 |Pas de commentaires »

LA VISITAZIONE: L’INCONTRO DI DUE MADRI

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LA VISITAZIONE: L’INCONTRO DI DUE MADRI

È un gioiello questo piccolo racconto ed è un continuo scoppio di gioia, che ha il suo culmine nel canto del “Magnificat” (1,46-55). Leggiamolo insieme e lasciamoci trasportare dalla fantasia. «In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna, in fretta, e si diresse verso una città della Giudea. Entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”». Ci si accorge subito che c’è qualcosa di umano in questo racconto. Luca sa che sta lavorando su eventi realmente accaduti, ma sa anche che il senso di questo evento va ben oltre le apparenze. Anche il lettore più inesperto, leggendo i nomi di Maria ed Elisabetta, sa che si tratta di due madri incinte: Elisabetta da sei mesi, Maria da poco e comprende quella che è la base storica del racconto. Maria salutò Elisabetta e alla voce di Maria rispose subito il bambino che era nel grembo di Elisabetta, ed Elisabetta si sentì colma di Spirito Santo e si mise a lodare Maria riconoscendola come Madre del suo Signore e beata per la sua fede. Questo piccolo racconto non è però dato a noi nella sua nuda realtà, ma è carico della fede pasquale della comunità cristiana. Non un racconto a sé stante ma viene inserito in un preciso contesto. Infatti, fa da transizione tra i racconti delle due annunciazioni e quello delle due nascite, rispettivamente di Giovanni e di Gesù. Si aggiunga un’altra lettura della comunità cristiana, convinta che Gesù è la pienezza della Legge e il compimento di tutte le profezie. Nel nostro caso però questa lettura non appare direttamente: è soggiacente, tra le righe. Farla emergere significa vedere l’evento dell’incontro delle due madri in tutta la cornice della storia di Israele. Facciamo solo un esempio. Noi sappiamo dal racconto precedente che Maria è l’Arca dell’Alleanza, il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Ora all’inizio del nostro racconto si dice che Maria si mette in viaggio verso la montagna e poi che rimase tre mesi nella casa di Elisabetta e quindi riprende il suo cammino. Questo dato non può non ricordare quello che avvenne ai tempi di Davide (2 Sam 6) quando il re volle trasportare l’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme nel luogo dove Salomone costruirà il tempio. L’Arca si trovava allora a Baalè di Giuda, una cittadina verso l’occidente, Davide la stava trasportando verso Gerusalemme quando un tale si azzardò a toccarla e fu fulminato. Davide ebbe paura del Signore e non volle più portare l’Arca in città, perciò la fece portare nella casa di Obed-Edom a Gat. Dio benedisse quella casa. Allora Davide “dopo tre mesi” si decise a portarla nel luogo del futuro tempio. «Maria rimase tre mesi nella casa di Elisabetta» (1,36) e dalla lettura del testo sappiamo che la casa di Elisabetta fu benedetta dalla presenza di Maria che con Gesù era il segno della presenza di Dio. Poi il giorno della «Presentazione al Tempio» andrà a Gerusalemme. È una meta dove Maria deve giungere e, quando ne parleremo, torneremo a richiamare i tre mesi trascorsi da Elisabetta e sentiremo risuonare altre profezie. È in questo contesto delle profezie che dobbiamo esaminare il nostro testo, vedendo Maria come l’Arca dell’Alleanza, segno della presenza di Dio.

Maria strumento di Dio Introduciamoci richiamando l’immediato contesto. L’Angelo del Signore disse a Maria: «Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Questo avvenne quando Maria accettò con gioia la missione di madre che Dio le affidava. Come nell’Antico Testamento (Es 40,35), quando la nube coprì con la sua ombra il tabernacolo, la gloria del Signore, cioè la presenza di Dio, riempì la dimora. Maria con il suo «sì» divenne segno della presenza di Dio e perciò realizza in modo pieno l’abitazione del Signore tra gli uomini. Perciò «Maria che si mette in cammino verso la montagna» è segno della presenza di Dio che cammina con il suo popolo nel deserto (Es 40,36). Il suo andare da Elisabetta non è un voler comprovare la verità di quello che l’Angelo le ha detto, sia perché lei non ha chiesto un segno come invece fece Zaccaria. Lei ha creduto alla parola dell’Angelo e va per gioire con la sua parente del dono del Signore. Entra inattesa nella casa di Elisabetta e la saluta, un’espressione narrativa senza un’esplicita parola. Eppure subito avvenne qualcosa di meraviglioso: «Appena Elisabetta sentì il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo». Questo evento lo descrive il narratore con le sue parole (1,41), ma poi verrà interpretato da Elisabetta che vi aggiunge due note: «Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (1,44). Ciò che conta è quanto realizza la voce di Maria. Sembra proprio che sia per mezzo della sua voce che si faccia sentire la presenza del Signore, del Figlio che porta nel grembo. Sembra che ci sia un’analogia con la presenza di Dio che parlava con Mosè. Il Signore parlava tra i due Cherubini che erano sopra l’Arca (Es 25,22). Lì la presenza del Signore si rivelava con la sua voce, ora per mezzo della voce di Maria. Maria è come l’Arca dell’Alleanza davanti alla quale si ascolta la voce di Dio. Il saluto è udito nel suo vero significato innanzitutto da Giovanni che subito si sentì colmo di Spirito Santo. Si realizza quanto è stato detto a Zaccaria: «Sarà colmo di Spirito Santo sin dal seno materno» (1,15). Egli saltò di gioia all’udire la voce di Maria ed Elisabetta, dal sussulto del bambino capì il significato profondo della voce di Maria perché anche a lei viene comunicato lo Spirito. È il dono dello Spirito che porta Elisabetta a chiedersi: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?».

Sorpresi dalla gioia Questa domanda dice che Elisabetta si sente indegna della visita di Maria e allo stesso tempo onorata della sua dignità: «È la Madre del mio Signore», un riconoscimento che il narratore fa proprio intendendolo però in modo diverso. Sulla bocca di Elisabetta il termine «Signore» poteva avere un senso puramente messianico e indicava il Messia davidico. E anche Maria la pensava così perché l’Angelo le aveva detto che Dio darà a suo Figlio il trono di Davide, suo padre (1,32). Ben diverso il significato che il termine assume nella predicazione apostolica: «Gesù è il Signore, il Figlio di Dio», come noi continuiamo a pensare. Torniamo ad Elisabetta: appena ha detto: «A che debbo che la Madre del Signore venga a me», di nuovo ricorda la reazione di Giovanni usando due verbi che le traduzioni non rendono bene: «Si mise a saltare e a rallegrarsi». Quando questi due verbi nella Bibbia in greco si trovano insieme, indicano la gioia che annunzia che stanno irrompendo nella storia i tempi messianici. Qui anticipano quello che un giorno dirà Giovanni il Precursore. Parlando di Gesù come sposo dice: «L’amico dello sposo che è presente, lo ascolta e gioisce alla voce dello sposo» (Gv 3,29). Veniamo alle lodi che Elisabetta, colma di Spirito Santo, rivolge a Maria. È impossibile distinguerle dalle lodi che la stessa comunità cristiana innalza a Maria. Elisabetta esclamò a gran voce: «Benedetta sei tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo (noi aggiungiamo: Gesù)». La comunità cristiana ha imparato questo tipo di lode dalla sua tradizione ebraica, nella quale quando si loda un uomo o un’eroina, subito dopo si loda Dio (Gn 14,9; Gdc 5,24; Gdt 13,13-19). Nel nostro caso si loda Maria e poi il figlio che porta nel grembo, subito dopo chiamato da Elisabetta: «il mio Signore». Per Elisabetta in un senso puramente messianico, per la comunità come il Signore, il Figlio di Dio, Dio. Ma quello che conta è che la lode data ai portatori di salvezza ha il suo termine in Dio. Ascoltiamo quella rivolta a Giuditta, la più simile a quella di Elisabetta: «Benedetta sei tu, o figlia, tra tutte le donne e benedetto sia il Signore che ha creato cielo e terra». Nei due casi si celebra la salvezza, ma nel nostro caso è significativo che la comunità cristiana non loda la Madre senza lodare il Signore. Il cammino è da Maria a Gesù. Il contesto in cui questa benedizione risuona prima della nascita di Gesù e dopo il suo concepimento, non è privo di significato. Qui è chiaro che la grandezza di Maria è dovuta al frutto che porta nel grembo. Maria è vista come il Tabernacolo di Dio, come l’Arca dell’Alleanza, cioè come un segno della fedeltà di Dio, per questo dev’essere benedetta.

La fede di Maria «Beata te che hai creduto nell’adempimento di ciò che Dio ti ha detto» (1,45). Tutto quello che Elisabetta finora ha detto è stata una risposta al saluto di Maria. Ora però con una beatitudine fa risaltare la cooperazione personale di Maria nell’evento che ha motivato la beatitudine. Forse Elisabetta ha detto: «Beata tu…», ma il narratore e la prima predicazione cristiana hanno preferito, secondo lo stile delle beatitudini ricorrere alla terza persona. Le beatitudini infatti riflettono quella gioia e quella felicità che si manifesta in chiunque vive o ha vissuto quello che si dice. Le parole di Elisabetta hanno un valore universale, si possono applicare a chiunque crede. Ciò non toglie nulla al fatto che qui si voglia far risaltare quell’aspetto che caratterizza in modo particolare Maria: la sua fede. Vi sono altri due passi del Vangelo che mettono in evidenza la fede di Maria. Secondo Luca 11,27-28 una donna tra la folla esclamò: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato». Gesù rispose: «Ancor più beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano». Maria ha ascoltato Dio e ha dato il suo personale contributo all’opera della salvezza accogliendo la sua missione di Madre. Alla stessa conclusione si arriva ascoltando Gesù che dice: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,19-21). Maria l’ha ascoltata, per questo è diventata Madre del suo Signore. Forse ha ragione Agostino quando dice: «La fede nel cuore, Cristo nel grembo. La sua fede ha preceduto il concepimento del Signore e in lui tutte le cose che il Signore compirà. Come Abramo con la sua fede diede inizio al popolo di Dio ed è chiamato “il Padre dei credenti” così Maria per la sua fede è “la Madre dei credenti”. La vera grandezza di Maria sta qui. Infatti, vale di più per Maria essere stata discepola della Parola, anziché Madre di Cristo”». Infatti, è madre perché ha accolto la Parola ed è discepola perché ha creduto a quanto le è stato detto dal Signore. C’è una bella differenza tra la sua fede e quella di Zaccaria. Questi ha creduto dopo il compimento del segno (1,21). Maria ha creduto prima di vedere il segno nella casa di Zaccaria. Per la sua fede Maria è sulla linea di Abramo. Il Patriarca credette alle promesse di Dio, ma non ne vide il compimento: tutte erano sul futuro della sua discendenza. Eppure è in lui che ha inizio sulla terra la fede nel Dio dell’Alleanza e Salvatore. Con Maria ha inizio nella storia la fede in Gesù Cristo. Essa precede tutti i credenti. Abramo divenne per la sua fede il Padre di molte nazioni, Maria è la Madre di tutti i credenti in Cristo e la sua beatitudine è un invito al lettore del Vangelo a continuare il cammino a cui essa ha dato inizio con la sua fede. Maria-credenti: il binomio dà un carattere ecclesiologico a tutto il racconto. E il fatto che la beatitudine sia collocata alla fine del racconto ha lo scopo di offrire a tutti i credenti un modello di vita. Essi sono invitati a credere nella Parola del Signore e nel suo Vangelo e, partendo dalla fede, a vivere la speranza che si compirà quanto ha detto il Signore. In questo modo la Chiesa che storicamente cammina nella fede in Gesù Cristo, può guardare Maria come colei che li ha preceduti, come colei che cammina davanti a noi e nel suo cammino ci indica dove e come si offre un segno della presenza del Signore, in modo simile a come lo faceva in altri tempi l’Arca dell’Alleanza.

Preghiamo  Maria, in questa pagina di Vangelo ti presenti a noi come modello di vita. Hai appena concepito Gesù con la potenza dello Spirito Santo e subito senti il bisogno di condividere la tua gioia con altri. Fa’, o Maria, che io sia sempre un diffusore della mia fede e che ci sia tra me e gli altri quella comunicazione dello Spirito che c’è stata tra te ed Elisabetta. O Madre del mio Signore, tu che sei beata per aver creduto, chiedi per me una fede sempre più decisa perché sia un vero testimone di Cristo e un annunciatore della sua Parola. O Maria, invoca su di me il dono dello Spirito Santo. Amen!

 Mario Galizzi SDB

 

Publié dans:feste di Maria |on 30 mai, 2016 |Pas de commentaires »

TEOLOGIA SILENZIOSA

http://www.ansdt.it/Testi/CulturaMonastica/Jerome/index.html  

TEOLOGIA  SILENZIOSA

 padre Jérôme (Jean Kiefer) ocso

Che lo si voglia o no, l’unione dell’uomo con Dio, le condizioni e le esigenze di questa unione costituiscono una vera e propria scienza. Dobbiamo pertanto acconsentire a farci insegnare qualche piccolo principio normativo e intangibile circa questa scienza. Non avrebbe alcun senso voler inventare tutto da sé. Inoltre, nella vita spirituale, come nel lavoro manuale o nello sport, il conoscere un po’ di tecnica rende tutto più interessante e dà sicurezza. Non possiamo andare alla ricerca di Dio con mezzi qualsiasi né in una direzione scelta a caso. Oggi la spiritualità come scienza è sottostimata, a favore di uno studio quasi esclusivo della Bibbia. Cerchiamo di ragionarci un po’ sopra. Ho iniziato a leggere ogni giorno la sacra Scrittura molto tempo prima che questa pratica si diffondesse. Per 25 anni, ogni anno, l’ho letta da cima a fondo. Non c’è bisogno di aggiungere che ne ho ricavato benefici, incoraggiamento e conoscenza nella misura delle mie possibilità. Nonostante ciò sono arrivato alle seguenti due conclusioni: per prima cosa, la sacra Scrittura non può fornire da sola il leggero supporto di cui ha bisogno l’orazione non discorsiva; in secondo luogo, la sacra Scrittura non è in grado di insegnarci tutto quanto è necessario sapere circa la vita interiore. Molte nozioni indispensabili possono essere acquisite soltanto per mezzo della teologia dogmatica e della dottrina dei maestri spirituali. Per poter prendere quelle decisioni che si presentano lungo tutta una vita di preghiera e non soltanto ai suoi inizi, il nostro spirito ha bisogno di principi formulati chiaramente, principi a cui sono giunti spiriti più competenti di noi con la loro esperienza e le loro riflessioni. O meglio, i più qualificati tra gli amici di Dio, aiutati senza alcun dubbio da un carisma divino, ci hanno lasciato carte stradali eccellenti e utili libretti di istruzioni per ogni tipo d’auto. Se mancassimo di queste carte e di questi libretti, non conosceremmo mai con sufficiente esattezza il viaggio che Dio vuoi farci fare, né come effettuarlo né per quali sentieri. Rischieremmo di ritardare, di incorrere in incidenti e, quello che è peggio, di rinunciare nel bel mezzo del viaggio. La parola di Dio non vanifica la parola degli amici di Dio, i nostri fratelli maggiori, i nostri maestri. La Rivelazione non sopprime la riflessione su esperienze che si rivelano per tutti uguali. È evidente quanto la preghiera, e soprattutto la preghiera monastica vissuta lungo tutta una vita, abbia bisogno di un impegno metodico. Ora, la Bibbia non contiene informazioni al riguardo. Bisogna quindi che le cerchiamo nella dottrina dei maestri spirituali. Non rinunciamo a questa sostanza e a questa solidità e informiamoci presso coloro che hanno avuto successo. Vuole che le faccia capire di cosa si tratta con qualche esempio? Prendiamo una situazione classica, tipica degli inizi e che per questo motivo riveste una notevole importanza. Un monaco comincia a vivere la sua vita interiore. Gli verranno richiesti sforzi per ridurre i propri difetti, per acquisire delle virtù e per esercitarsi nell’orazione discorsiva. Questo vuol dire che deve già assimilare modesti ma ben precisi elementi dottrinali. Se il nostro monaco mostra di essere fedele in queste pratiche, Dio può decidere di prendere la situazione in mano: per mezzo di prove chiaramente provvidenziali, deciderà di organizzare Egli stesso gli sforzi che il nostro monaco faceva in precedenza, e sospenderà l’orazione discorsiva per sostituirvi un’orazione contemplativa. Se l’interessato non vuole ostacolare questi cambiamenti, bisognerà di nuovo che possegga al riguardo insegnamenti sicuri. Infine, se Dio non intraprende queste iniziative, non è certo possibile costringervelo, né fare alcunché per meritarle, ma solo offrirsi ad esse in umile dipendenza. Il monaco, infatti, non deve accontentarsi di aspettare queste grazie, ma può fare realmente qualcosa per prepararvisi. Ciò richiede ancora una volta svariate precise conoscenze, molto più particolareggiate che le precedenti. Forse lei troverà nella sacra Scrittura qualche direttiva circa la prima di queste tre tappe, ma certamente nulla di preciso riguardo alle altre due. Di conseguenza, deve prima conoscere la dottrina spirituale se vuole trovare nella Scrittura un qualche aiuto per la vita della sua anima. Ecco perché le auguro di aspirare a far suo questo bel sapere, questa bella scienza dell’avvicinarsi a Dio e alla sua amicizia. Le auguro prima di tutto il sapere dottrinale. Mi dica, per esempio, che cosa significa « i differenti modi di innaffiare un giardino » oppure « l’acquisito, l’infuso, il sentito e il non sentito » o ancora « le quarte dimore ». È capace di associare o di distinguere appropriatamente queste tre nozioni? Non è che l’inizio dell’arte! Mi risponderà: « Io prego spontaneamente, senza tecnica né dottrina, e questo mi basta ». In effetti le basta se si accontenta di volare raso terra tutta la vita. Ma il volo raso terra pone le condizioni di una fine prematura del viaggio a causa di un accidente del terreno del tutto banale. Perciò è meglio volare un tantino al di sopra degli ostacoli. Le grazie d’unione a Dio sono dei mezzi e pertanto bisogna sapersene servire non appena ci vengono offerte. Mediti sulla parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte, perché in questo caso trova una diretta applicazione. Bisogna avere la propria lampada accesa e provvista di olio quando sopravviene la grazia o l’autore della grazia. Ne va delle nostre possibilità. Questa scienza, che raccoglie le regole dell’amicizia divina, mi pare possa essere denominata « teologia silenziosa » e distinta dalla « teologia predicabile ». Prendo in prestito entrambe le espressioni dal cardinale Charles Journet (Connaissance et inconnaissance de Dieu, L.U.F.-Egloff, 1943, p. 109).  Chi cerca prima di tutto l’intimità con Dio troverà meno verità e amore, in una parola meno possibilità, nella teologia predicabile che in quella silenziosa. Ma quest’ultima, ovviamente, bisogna che meriti il nome di teologia e ne soddisfaccia le esigenze. E non si comporti nel momento del bisogno come la ghiaietta sotto le ruote in una curva un po’ stretta. Sintesi allo stesso tempo di saggezza e di scienza, deve essere ampia, tranquilla, orientata alla pratica e in più: sicura, precisa, speculativa, definita e capace di definire. Pensate alla vocazione di un monaco: il monaco deve acquisire questa teologia silenziosa in base al tempo che dedica alla vita interiore. Ora, questa teologia esige più rigore, lavoro e continuità che la teologia predicabile, per la quale è sufficiente che, una volta riempita, la pentola sia rimessa sul fuoco con una certa frequenza. Della teologia silenziosa l’anima invece deve vivere, poiché essa è, nella certezza e nella verità, la base dell’unione con Dio. E detta delle scelte, educa il cuore, suscita e guida le aspirazioni, influenza l’orazione. Il monaco ha dunque bisogno di questa scienza che l’esegesi da sola non può rimpiazzare  

 

Publié dans:RIFLESSIONI, Teologia |on 30 mai, 2016 |Pas de commentaires »

CENERI: DAL SEGNO AL CAMMINO (termine da me cercato: metanoia)

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CENERI: DAL SEGNO AL CAMMINO (termine da me cercato: metanoia)

Se l’Avvento è per eccellenza il tempo che ci invita a sperare nel Dio che viene, la Quaresima ci rinnova nella speranza in Colui che ci ha fatti passare dalla morte alla vita.   di Graziella Teta

Se l’Avvento è per eccellenza il tempo che ci invita a sperare nel Dio che viene, la Quaresima ci rinnova nella speranza in Colui che ci ha fatti passare dalla morte alla vita. Entrambi sono tempi di purificazione – lo dice anche il colore liturgico che hanno in comune – ma in modo speciale la Quaresima, tutta orientata al mistero della Redenzione, è definita cammino di vera conversione». Risuonano alte le parole dell’omelia di Papa Benedetto XVI pronunciata il Mercoledì delle Ceneri di due anni fa, celebrando l’austero e antichissimo rito dell’imposizione delle ceneri che caratterizza il primo giorno di Quaresima. Periodo liturgico a carattere penitenziale in preparazione alla Pasqua, che equivale per i cristiani ad un tempo privilegiato da vivere con consapevolezza, che invita ad una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Ci accompagna nella riflessione don Maurizio Gronchi, teologo, sacerdote pisano, docente alla Pontificia Università Urbaniana, che sottolinea la ricchezza di richiami spirituali che racchiude il gesto di ricevere, sul capo o sulla fronte, un pizzico di cenere benedetta da parte del celebrante. «L’origine – spiega – va ricondotta alla forma penitenziale pubblica delle prime comunità cristiane; prevedeva l’uso di cospargersi di ceneri il capo rasato per riconoscere di aver peccato, e così mostrarsi alla comunità. La penitenza, in base alla gravità della colpa, poteva durare anche anni. L’assoluzione veniva poi impartita, al termine della quaresima, in particolare il giovedì santo, dal vescovo che accoglieva i penitenti». Dunque, prima la penitenza poi l’assoluzione (che erano necessarie per essere riaccolti nella comunità), ben diversamente da oggi – commenta don Gronchi – con molti fedeli che si confessano appena una volta l’anno, magari il giorno prima di Pasqua, ricevendo prima l’assoluzione poi mettendo in pratica la penitenza. Penitenza non da intendersi come mortificazione fine a se stessa, ma occasione di interiore rinnovamento, vera «porta santa» verso la conversione, che invita alla speranza e al perdono. Gianfranco Ravasi, nel suo «Breviario laico», annota che «la metanoia, il vocabolo greco neotestamentario tradotto spesso con ?penitenza?, in realtà significa ?conversione della mente?, quindi un mutamento certo non indolore, ma per una nuova serenità e lievità dello spirito». Proseguiamo la riflessione con il teologo Gronchi: «Sono tre gli elementi del tempo ?forte? della Quaresima, che inizia con le Ceneri: orazione, penitenza, carità. Da vivere con il sostegno e la guida della liturgia del giorno. A cominciare dalle due formule che accompagnano l’imposizione delle ceneri: quella antico-testamentaria ?ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai? (memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris), e la neotestamentaria ?convertitevi e credete al Vangelo?, che sono le parole con le quali Gesù inizia la sua vita pubblica e la predicazione, annunciando il Regno dei Cieli, dopo i 40 giorni di digiuno nel deserto tentato da Satana». Ecco allora il significato simbolico del segno penitenziale delle ceneri: «avvia e attiva un cammino quaresimale di conversione – dice don Gronchi – che è insieme estrinseco e interiore, esprimendo impulsi verso l’esterno e verso l’interno. Il pizzico di cenere che ?sporca? il capo si riceve pubblicamente, a dire che l’avvio del cammino avviene in comunità. E qui vale notare che nella fila verso l’altare nel mercoledì delle ceneri ci possono stare tutti, piccoli e grandi (non è la stessa fila dei fedeli che ricevono l’eucarestia). Ma poi il percorso personale di purificazione è interiore. Nel segreto del cuore: qui in primo luogo deve avvenire la riscoperta della vocazione cristiana, del rapporto personale con il Signore, il pieno e reale ritorno a Lui, invocando con il Salmista ?Crea in me o Dio un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo? (Salmo 50). E ugualmente interiori e segrete devono essere le preghiere, le elemosine e il digiuno penitenziale – sottolinea il teologo – come ammonisce il Vangelo delle Ceneri (Matteo, 6,1-18); sono dunque da evitare ostentazioni e ipocrisie, le facce tristi e l’aspetto abbattuto». Mentre è estrinseca e si irradia all’esterno la carità, «manifestazione concreta della conversione, che si accompagna alla giustizia, che è il tema centrale del messaggio del Papa per la Quaresima 2010. Il pontefice ci ricorda che l’ingiustizia nasce dal cuore dell’uomo, e invita ad uscire dall’illusione dell’autosufficienza, che ci fa rinchiudere nell’egoismo». Come? Accettando con umiltà, scrive il Papa, «di aver bisogno che un Altro mi liberi del mio per darmi gratuitamente il suo. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucarestia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia più grande, che è quella dell’amore». Ed è compito di ogni cristiano, conclude Gronchi, farsi giusto verso gli altri. Accettando il rischio di scivoloni lungo il cammino: per dirla con G. K. Chesterton, «È sempre semplice cadere c’è un’infinità di angoli secondo cui si può cadere, ce n’è uno soltanto sul quale restare in piedi».

 

Publié dans:METANOIA |on 29 mai, 2016 |Pas de commentaires »

COMMUNION OF THE APOSTLES

COMMUNION OF THE APOSTLES dans immagini sacre 13%20COMMUNION%20OF%20THE%20APOSTLES
http://www.artbible.net/3JC/-Mat-26,26_The%20last%20supper_La%20Cene/2nd_15th_Siecle/slides/13%20COMMUNION%20OF%20THE%20APOSTLES.html

Publié dans:immagini sacre |on 26 mai, 2016 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI – OMELIA BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110623_corpus-domini.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì, 23 giugno 2011

Cari fratelli e sorelle!

La festa del Corpus Domini è inseparabile dal Giovedì Santo, dalla Messa in Caena Domini, nella quale si celebra solennemente l’istituzione dell’Eucaristia. Mentre nella sera del Giovedì Santo si rivive il mistero di Cristo che si offre a noi nel pane spezzato e nel vino versato, oggi, nella ricorrenza del Corpus Domini, questo stesso mistero viene proposto all’adorazione e alla meditazione del Popolo di Dio, e il Santissimo Sacramento viene portato in processione per le vie delle città e dei villaggi, per manifestare che Cristo risorto cammina in mezzo a noi e ci guida verso il Regno dei cieli. Quello che Gesù ci ha donato nell’intimità del Cenacolo, oggi lo manifestiamo apertamente, perché l’amore di Cristo non è riservato ad alcuni, ma è destinato a tutti. Nella Messa in Caena Domini dello scorso Giovedì Santo ho sottolineato che nell’Eucaristia avviene la trasformazione dei doni di questa terra – il pane e il vino – finalizzata a trasformare la nostra vita e ad inaugurare così la trasformazione del mondo. Questa sera vorrei riprendere tale prospettiva. Tutto parte, si potrebbe dire, dal cuore di Cristo, che nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione, ha ringraziato e lodato Dio e, così facendo, con la potenza del suo amore, ha trasformato il senso della morte alla quale andava incontro. Il fatto che il Sacramento dell’altare abbia assunto il nome “Eucaristia” – “rendimento di grazie” – esprime proprio questo: che il mutamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo è frutto del dono che Cristo ha fatto di se stesso, dono di un Amore più forte della morte, Amore divino che lo ha fatto risuscitare dai morti. Ecco perché l’Eucaristia è cibo di vita eterna, Pane della vita. Dal cuore di Cristo, dalla sua “preghiera eucaristica” alla vigilia della passione, scaturisce quel dinamismo che trasforma la realtà nelle sue dimensioni cosmica, umana e storica. Tutto procede da Dio, dall’onnipotenza del suo Amore Uno e Trino, incarnato in Gesù. In questo Amore è immerso il cuore di Cristo; perciò Egli sa ringraziare e lodare Dio anche di fronte al tradimento e alla violenza, e in questo modo cambia le cose, le persone e il mondo. Questa trasformazione è possibile grazie ad una comunione più forte della divisione, la comunione di Dio stesso. La parola “comunione”, che noi usiamo anche per designare l’Eucaristia, riassume in sé la dimensione verticale e quella orizzontale del dono di Cristo. E’ bella e molto eloquente l’espressione “ricevere la comunione” riferita all’atto di mangiare il Pane eucaristico. In effetti, quando compiamo questo atto, noi entriamo in comunione con la vita stessa di Gesù, nel dinamismo di questa vita che si dona a noi e per noi. Da Dio, attraverso Gesù, fino a noi: un’unica comunione si trasmette nella santa Eucaristia. Lo abbiamo ascoltato poco fa, nella seconda Lettura, dalle parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Corinto: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1 Cor 10,16-17). Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: “Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in Sé, la nostra individualità, in questo incontro, viene aperta, liberata dal suo egocentrismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione trinitaria. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. La comunione eucaristica mi unisce alla persona che ho accanto, e con la quale forse non ho nemmeno un buon rapporto, ma anche ai fratelli lontani, in ogni parte del mondo. Da qui, dall’Eucaristia, deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali, che sono stati sempre grandi anime eucaristiche. Chi riconosce Gesù nell’Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e ha sete, che è forestiero, ignudo, malato, carcerato; ed è attento ad ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessità. Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilità di cristiani nella costruzione di una società solidale, giusta, fraterna. Specialmente nel nostro tempo, in cui la globalizzazione ci rende sempre più dipendenti gli uni dagli altri, il Cristianesimo può e deve far sì che questa unità non si costruisca senza Dio, cioè senza il vero Amore, il che darebbe spazio alla confusione, all’individualismo, alla sopraffazione di tutti contro tutti. Il Vangelo mira da sempre all’unità della famiglia umana, un’unità non imposta da fuori, né da interessi ideologici o economici, bensì a partire dal senso di responsabilità gli uni verso gli altri, perché ci riconosciamo membra di uno stesso corpo, del corpo di Cristo, perché abbiamo imparato e impariamo costantemente dal Sacramento dell’Altare che la condivisione, l’amore è la via della vera giustizia. Ritorniamo ora all’atto di Gesù nell’Ultima Cena. Che cosa è avvenuto in quel momento? Quando Egli disse: Questo è il mio corpo che è donato per voi, questo è il mio sangue versato per voi e per la moltitudine, che cosa accadde? Gesù in quel gesto anticipa l’evento del Calvario. Egli accetta per amore tutta la passione, con il suo travaglio e la sua violenza, fino alla morte di croce; accettandola in questo modo la trasforma in un atto di donazione. Questa è la trasformazione di cui il mondo ha più bisogno, perché lo redime dall’interno, lo apre alle dimensioni del Regno dei cieli. Ma questo rinnovamento del mondo Dio vuole realizzarlo sempre attraverso la stessa via seguita da Cristo, quella via, anzi, che è Lui stesso. Non c’è nulla di magico nel Cristianesimo. Non ci sono scorciatoie, ma tutto passa attraverso la logica umile e paziente del chicco di grano che si spezza per dare vita, la logica della fede che sposta le montagne con la forza mite di Dio. Per questo Dio vuole continuare a rinnovare l’umanità, la storia ed il cosmo attraverso questa catena di trasformazioni, di cui l’Eucaristia è il sacramento. Mediante il pane e il vino consacrati, in cui è realmente presente il suo Corpo e Sangue, Cristo trasforma noi, assimilandoci a Lui: ci coinvolge nella sua opera di redenzione, rendendoci capaci, per la grazia dello Spirito Santo, di vivere secondo la sua stessa logica di donazione, come chicchi di grano uniti a Lui ed in Lui. Così si seminano e vanno maturando nei solchi della storia l’unità e la pace, che sono il fine a cui tendiamo, secondo il disegno di Dio. Senza illusioni, senza utopie ideologiche, noi camminiamo per le strade del mondo, portando dentro di noi il Corpo del Signore, come la Vergine Maria nel mistero della Visitazione. Con l’umiltà di saperci semplici chicchi di grano, custodiamo la ferma certezza che l’amore di Dio, incarnato in Cristo, è più forte del male, della violenza e della morte. Sappiamo che Dio prepara per tutti gli uomini cieli nuovi e terra nuova, in cui regnano la pace e la giustizia – e nella fede intravediamo il mondo nuovo, che è la nostra vera patria. Anche questa sera, mentre tramonta il sole su questa nostra amata città di Roma, noi ci mettiamo in cammino: con noi c’è Gesù Eucaristia, il Risorto, che ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Grazie, Signore Gesù! Grazie per la tua fedeltà, che sostiene la nostra speranza. Resta con noi, perché si fa sera. “Buon Pastore, vero Pane, o Gesù, pietà di noi; nutrici, difendici, portaci ai beni eterni, nella terra dei viventi!”. Amen.

29 MAGGIO 2016 | 9A DOMENICA: CORPUS DOMINI – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/09a-Corpus_Domini/12-09a-Corpus-Domini-C_2016-UD.htm

29 MAGGIO 2016 | 9A DOMENICA: CORPUS DOMINI – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Molte parrocchie hanno ripreso oggi a festeggiare in modo speciale la solennità del « Corpus Domini ». Ed ecco la processione per le strade dei paesi o del quartiere, i fiori, i canti popolari, gli addobbi alle finestre. È Gesù che passa per le nostre strade, che prende possesso delle nostre case, che benedice il nostro quotidiano. La parola di Dio

Genesi 14,18-20. Melchisedek, re di Salem, offre ad Abramo, uomo di fede, pane e vino e lo benedice. Abramo ricambia dandogli la decima di tutto ciò che possiede. Melchisedek è figura di Gesù e il gesto di Abramo giustifica l’usanza della decina tra il popolo ebraico. 1 Corinzi 11,23-26. In questo passo della lettera di Paolo, il più antico racconto della istituzione eucaristica. Paolo afferma di trasmettere un rito che lui stesso a sua volta ha ricevuto: la decisione di Gesù di rimanere tra di noi, nella chiesa, proprio nella notte in cui viene tradito. Luca 9,11b-17. Gesù predica il regno di Dio e sfama con pane e pesce la moltitudine che lo ha seguito e ascoltato. L’evangelista Luca descrive i gesti di Gesù come di uno che ha ben presente la celebrazione eucaristica già vissuta dalla prima comunità cristiana.

Riflettere  » L’eucaristia è ricordo, « memoria », della passione e morte di Gesù. « Ogni volta che il sacerdote rinnova il sacrificio eucaristico, nella preghiera di consacrazione ripete: « Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue ». Lo dice prestando la voce, le mani e il cuore a Cristo » (Benedetto XVI). È come se anche noi fossimo ancora là, come diceva l’ebreo, ricordando il passaggio del mar Rosso. Riviviamo quella tragica vigilia, l’abbandono degli apostoli e il tradimento di Giuda, la decisione di Gesù di rimanere tra noi con un gesto a lungo preparato.  » Oggi l’eucaristia è il sacramento centrale, il più importante, il culmine di tutta la vita cristiana, a cui tendono tutti gli altri sacramenti.  » L’evangelista Giovanni al capitolo 13 sostituisce la lavanda dei piedi all’istituzione dell’eucaristia: « Gesù sapeva di aver avuto dal Padre ogni potere; sapeva pure che era venuto da Dio e che a Dio ritornava. Allora si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano attorno ai fianchi, versò l’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli…. ».  » Papa Ratzinger, parlando dell’eucaristia la lega anche lui alla lavanda dei piedi, secondo il racconto di Giovanni 13. Dice « Nella lavanda dei piedi compare quello che Gesù fa e quel che egli è. Lui, che è il Signore, si abbassa; depone gli abiti della gloria e si fa schiavo, quello che sta presso la porta e compie per noi il lavoro servile della lavanda dei piedi. Il gesto servile del lavare i piedi aveva come senso il rendere gli uomini atti al convito, atti alla comunione, così che potessero sedere gli uni con gli altri a tavola. Gesù Cristo ci rende atti a stare a tavola e alla comunione, davanti a Dio e gli uni per gli altri ».  » L’eucaristia è il dono di un amore grande, senza misura, che ci viene lasciato « nella notte in cui Gesù viene tradito ». Gesù si rivela maestro di comunione e di perdono, nonostante l’assoluta inadeguatezza dell’uomo.  » L’eucaristia è memoriale, sintesi della vita e delle scelte di Gesù. I discepoli a Emmaus lo riconobbero quando Gesù spezzò il pane. La comunità primitiva si confronta con Gesù, impara a conoscerlo e a vivere come lui, ogni volta che « fa l’eucaristia », cioè quando si incontra per la « frazione del pane », per orientare la propria la vita ed entrare in una mentalità di servizio e di condivisione. Parlando di questo episodio evangelico, in cui Gesù moltiplica i cinque pani e i due pesci, non si dice mai che cosa ne è stato dei pesci e quale significato possano avere. Gesù del resto parla di se stesso come « pane di vita » e non fa riferimento ai pesci. Ma si sa che il pesce nella chiesa dei primi secoli, quella delle catacombe, aveva assunto un significato cristologico: la parola greca icthùs (pesce) era l’acrostico di Gesù, Cristo, Figlio, di Dio, Salvatore.

Attualizzare Nel vangelo di questa domenica Gesù moltiplica il pane per sfamare chi l’ha seguito. È un miracolo che intende sfamare materialmente, dopo che Gesù ha sfamato la fame di verità di chi l’ha finora ascoltato. Una fame richiama l’altra: c’è una fame che non può essere sfamata solo dal pane materiale. E c’è un pane spirituale che richiama la necessità di dare il pane e di sfamare chi non ha il cibo per ogni giorno. Celebrare l’eucaristia vuol dire dunque fare memoria sia della moltiplicazione dei pani, sia dell’ultima cena di Gesù. « Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò », dice Gesù, che negli anni della vita pubblica ha sfamato la fame di verità e anche la fame materiale di chi gli sta vicino. Un teologo indiano afferma di aver capito il sacrifico di Gesù in questo modo: « Vedendo il papà che divideva tra noi il poco cibo che c’era, lasciando se stesso per ultimo, ho capito che cosa significa credere che Cristo ci dà da mangiare la sua carne ». Questo è un compito che spetta a noi oggi, e alle nostre comunità. Gesù agli apostoli che dicevano: « Rimanda la folla, perché possa procurarsi da mangiare », dice: « Dategli voi stessi da mangiare »; come a dire: « Condividete ciò che avete, preoccupatevi voi stessi della loro fame… ». E non solo per dare loro il cibo materiale, ma anche quello spirituale. Le stesse parole suonano ai nostri orecchi oggi, con lo stesso significato. « Sono una menzogna le eucaristie che non celebrano anche l’impegno concreto di tutta la comunità perché si moltiplichi il pane materiale, in modo che ce ne sia per tutti e ne avanzi » (Fernando Armellini). Ma lasciamo ancora a papa Benedetto XVI il compito di attualizzare questa giornata speciale. « Perché c’è tanta fame nel mondo? Perché tantissimi bambini devono morire di fame, mentre altri sono soffocati dall’abbondanza? Perché il povero Lazzaro deve continuare ad aspettarsi invano le briciole del ricco gaudente, senza poter varcare la so-glia della sua casa? », si domanda Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI in un suo intervento sulla festa del Corpus Domini. E risponde: « Non perché la terra non sia in grado di produrre pane per tutti. Nei paesi dell’Occidente si offrono indennizzi per la distruzione dei frutti della terra allo scopo di sostenere il livello dei prezzi, mentre altrove c’è chi patisce la fame. La mente umana sembra più abile nell’escogitare sempre nuovi mezzi di distruzione, invece che nuove strade per la vita. È più ingegnosa nel far arrivare in ogni angolo del mondo le armi per la guerra, piuttosto che portarvi il pane ». Risposte su misura per dare un senso pieno alla festa del Corpus Domini. Perché questo significa portare l’eucaristia per le strade delle nostre città, ricuperando riti secolari che si direbbe mal si combinano con l’attuale società. Continua papa Ratzinger: « Il Signore si è fatto carne, il Signore è diventato pane, noi lo portiamo per le vie delle nostre città e dei nostri paesi. Lo immergiamo nella quotidianità della nostra vita, le nostre strade diventano le sue strade. Egli non deve restare rinchiuso nei tabernacoli discosto da noi, ma in mezzo a noi, nella vita d’ogni giorno. Deve camminare dove noi camminiamo, deve vivere dove noi viviamo ». E dice che nell’eucaristia ci viene incontro il domani di Dio, dove comincia a prendere corpo il regno di Dio.

Quella suorina innamorata « Mi ha lasciato un ricordo incancellabile una suorina che abbiamo ospitato per due giorni nella nostra comunità religiosa. Era tornata al suo paese per le elezioni e quindi, a causa del viaggio e degli indispensabili contatti, aveva sospeso quell’adorazione quotidiana a cui era fedele. Quando l’ho condotta a visitare la nostra cappella, ho visto che si è come tuffata davanti al tabernacolo. Proprio come un’innamorata che sia stata troppo a lungo lontana dall’amato. Una impressione che non riuscirò a dimenticare » (don Giuseppe).

Una ricchezza di nomi per spiegare questo sacramento Il Catechismo della Chiesa Cattolica agli articoli 1328-1332 e seguenti spiega i veri significati dell’eucaristia: Eucaristia: rendimento di grazie. Cena del Signore: Ultima Cena, alleanza, cena definitiva con il Signore. Frazione del pane: Emmaus, gesto ebraico del capo famiglia, Pasqua. Assemblea eucaristica: convocazione della comunità che rende visibile la chiesa. Memoriale della Pasqua: morte e risurrezione di Cristo. Santo sacrificio: di lode, spirituale, puro e santo, sostituzione di tutti i sacrifici. Santa e divina Liturgia: tutta la Liturgia trova il suo centro e la sua più densa espressione nella celebrazione di questo sacramento. Comunione: con Cristo, con i fratelli. Santa Messa: si conclude con l’invio (missio) dei fratelli ai fratelli…

Don Umberto DE VANNA sdb

Second tale of creation : the garden of Eden

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Publié dans:immagini sacre |on 24 mai, 2016 |Pas de commentaires »

IL LAVORO

http://ora-et-labora.net/lavoro.html

Tratto dal libro « Vocabulaire de Théologie biblique » – Les Éditions du Cerf – (Traduzione libera)

« Travail » a cura di Jacques Guillet S.J. e Paul de Surgy

IL LAVORO

Dovunque, nella Bibbia, l’uomo è occupato nel lavoro. Tuttavia, poichè questo lavoro dell’artigiano o del piccolo agricoltore è molto diverso dal lavoro intenso e organizzato del mondo moderno, noi siamo portati a credere che la Scrittura ignori la realtà del lavoro o la conosca male. E dato che non vi troviamo dei giudizi di principio sul valore ed il significato del lavoro, talvolta noi siamo tentati di prendere a prestito qualche affermazione casuale e di utilizzarla per dimostrare una nostra teoria. Anche se non risponde a tutte le nostre domande, la Bibbia, presa nella sua globalità, ci introduce nella realtà del lavoro, del suo valore, della sua fatica e della sua redenzione.

I. Valore del lavoro 1. Il comandamento del Creatore – Nonostante l’abituale pregiudizio, il lavoro non deriva dal peccato: prima della caduta, « Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. » (Gn 2, 15). Se il Decalogo prescrive il sabato, è solo alla fine di sei giorni di lavoro (Es 20, 8 ss). Questa settimana di lavoro ricorda i sei giorni che Dio impiegò per creare l’universo e sottolinea che, formando l’uomo « a sua immagine » (Gn 1, 26), Dio ha voluto farlo partecipe del suo disegno. Infatti, dopo aver dato ordine all’universo, l’ha messo nelle mani dell’uomo, a cui ha dato il potere di occupare la terra e di sottometterla (Gn 1, 28). Tutti coloro che lavorano, anche se « Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto » tuttavia, mediante la propria attività, tutti « sostengono le cose materiali (la Creazione) » (Sir 38, 34). Non dobbiamo neanche stupirci che l’azione del Creatore sia spesso descritta tramite i gesti dell’operaio, che da forma all’uomo (Gn 2, 7), fabbrica il cielo « con le (sue) dita » e fissa le stelle al loro posto (Sal 8, 4); al contrario, il grande inno che canta il Dio creatore descrive l’uomo al mattino che « esce al suo lavoro, per la sua fatica fino a sera » (Sal 104, 23; cf. Sir 7, 15). Questo lavoro dell’uomo è la continuazione della creazione di Dio, è il compimento della sua volontà. 2. Valore naturale del lavoro – Questa autentica volontà di Dio non è per niente espressa nei comandamenti dell’Alleanza, nè in quelli del Decalogo, nè in quelli del Vangelo. Ciò è normale, non ci si deve sorprendere: il lavoro è una legge della condizione umana imposta ad ogni uomo, prima ancora che egli sappia di essere chiamato da Dio alla salvezza. Da questo fatto derivano tutte quelle reazioni della Bibbia nei riguardi del lavoro, che interpretano sostanzialmente il giudizio di una coscienza onesta e retta. In particolare se ne trovano negli scritti dei saggi, deliberatamente attenti ad arricchire la religione d’Israele prendendo il meglio dell’esperienza morale dell’umanità. In tal modo la Bibbia si dimostra severa nei confronti dell’ozio per delle semplici ragioni; l’ozioso non ha niente da mangiare (Pr 13, 4) e rischia di morire di fame (Pr 21, 25); niente stimola a lavorare più della fame (Pr 16, 26), e S. Paolo non esita ad utilizzare questo argomento per mostrare in quale stato di aberrazione sono coloro che si rifiutano di lavorare: »che neanche mangino » (2 Ts 3, 10). Ancora, l’ozio è un decadimento; si ammira la donna sempre attiva, poichè « il pane che mangia non è frutto di pigrizia » (Pr 31, 27) e ci si fa beffe degli oziosi: »La porta gira sui cardini, così il pigro sul suo letto » (Pr 26, 14). Non è più un uomo, è  » una pietra imbrattata »,  » una palla di sterco » (Sir 22, 1-2), che si respinge con disgusto. In compenso la Bibbia sa apprezzare il lavoro ben fatto, l’abilità e l’ attaccamento al proprio mestiere del contadino, del fabbro o del vasaio (Sir 38, 26.28.30). E’ colma di ammirazione per i frutti dell’arte, il palazzo di Salomone ( 1 Re 7, 1-12) ed il suo trono, « non ne esistevano di simili in nessun regno » (1 Re 10, 20), ma soprattutto il tempio di Jahve e le sue meraviglie (1 Re 6; 7, 13-50). La Bibbia non ha pietà per la cecità dei fabbricanti di idoli, ma rispetta la loro abilità e si indigna che tanta fatica sia sprecata per un « nulla » (Is 40, 19 ss; 41, 6 ss). 3. Valore sociale del lavoro. – Questa stima del lavoro non nasce solo dall’ammirazione davanti alle realizzazioni dell’arte, bensì si appoggia su una visione molto solida dell’importanza del lavoro nella vita sociale e nei rapporti economici. Senza i contadini e gli artigiani « sarebbe impossibile costruire una città » (Sir 38, 32). All’origine della navigazione troviamo tre fattori: « fu inventata dal desiderio di guadagni e fu costruita da una saggezza artigiana; ma la tua provvidenza, o Padre, la guida » (Sap 14, 2 ss). Concezione realista ed equilibrata, suscettibile di spiegare, a seconda dell’importanza relativa di questi tre elementi, le aberrazioni a cui può andare incontro il lavoro, così come le meraviglie che può realizzare, per esempio quella che permette ai naviganti di « affidare le loro vite anche a un minuscolo legno » e di perfezionare così la Creazione, impedendo che « che le opere della Sapienza siano inutili » (Sap 14, 5).

II. La fatica del lavoro Poichè il lavoro è un dato fondamentale dell’esistenza umana, si trova immediatamente e profondamente colpito dal peccato: « Con il sudore del tuo volto mangerai il pane » (Gn 3, 19). La maledizione divina non ha per oggetto il lavoro, così come non ha per oggetto il parto. Come quest’ultimo è la dolorosa vittoria della vita nei confronti della morte, così la fatica quotidiana ed incessante dell’uomo che lavora è il prezzo con cui deve pagare il potere sul creato che Dio gli ha affidato; il potere rimane, ma la terra, maledetta, oppone resistenza e deve essere domata (Gn 3, 17 ss). Il peggio è che questa faticosa sofferenza, anche se ha per effetto dei risultati spettacolari, come nel caso di Salomone, è resa vana dalla morte: »Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! » (Qo 2, 22-23). Doloroso, sovente sterile, il lavoro è ancora nell’umanità uno dei terreni dove il peccato dispiega le sue forze in modo terribile. Arbitrarietà, violenza, ingiustizia e rapacità fanno costantemente del lavoro non solo un peso opprimente, ma anche una sorgente di odio e di divisione. Operai frustrati dal misero salario (Ger 22, 13 ; Gc 5, 4), contadini depredati dalle tasse (Am 5,11), popolazioni sottomesse al lavoro obbligatorio da parte di un governo nemico (3 Sam 12, 31) o dal loro stesso sovrano (1 Sam 8, 10-18; 1 Re 5, 27; 12, 1-14), schiavi condannati al lavoro e ad essere percossi (Sir 33, 25-29). Questo triste quadro non è sempre la conseguenza di errori personali, bensì è l’aspetto ordinario del lavoro vissuto dalla razza di Adamo. Israele ha conosciuto questa esperienza in Egitto, nella sua forma più disumana; lavoro forzato, ad un ritmo opprimente, con dei sorveglianti spietati, in mezzo ad un popolo ostile, a vantaggio di un governo nemico, lavoro sistematicamente organizzato per annientare un popolo e toglierli ogni capacità di opposizione (Es 1, 8-14; 2, 11-15; 5, 6-18). In definitiva siamo già all’ « universo dei campi di concentramento », il « campo di lavoro ».

III. La redenzione del lavoro Ma Jahve ha liberato il suo popolo da questo universo disumano, frutto del peccato. La sua alleanza con Israele comporta una serie di prescrizioni destinate a preservare il lavoro, se non da tutto ciò che ha di faticoso, almeno dalle forme distorte dovute alla cattiveria umana. Il sabato è fatto per interrompere l’opprimente continuità del lavoro (Es 20, 9 ss), per assicurare all’uomo e a tutte le attività della terra un tempo di riposo, (Es 23, 12; Dt 5, 14), sull’esempio di un Dio che si è rivelato come un Dio che lavora, che si riposa e che libera dalla schiavitù (Dt 5, 15). Numerosi articoli della Legge sono destinati a proteggere lo schiavo o il salariato, che deve essere pagato il giorno stesso (Lv 19, 13) e non deve esere sfruttato (Dt 24, 14 ss). I profeti richiameranno queste esigenze (Ger 22, 13). Se Israele rimane fedele all’Alleanza, non sarà dispensata dal lavoro, ma questo sarà fecondo, poichè « Dio benedirà l’opera delle sue mani » (Dt 14, 29; 16, 15; 28, 12; Sal 128, 2). Il lavoro produrrà il suo risultato naturale; colui che pianta una vigna gusterà i suoi frutti, colui che costruisce una casa l’abiterà (Am 9, 14; Is 62, 8 ss; cf Dt 28, 30).

IV. Il Nuovo Testamento La venuta di Gesù Cristo proietta sul lavoro i paradossi e le illuminazioni del Vangelo. Nel Nuovo Testamento il lavoro è contemporaneamente esaltato ed ignorato o visto dall’alto, come se fosse un dettaglio senza importanza. E’ esaltato dall’esempio di Gesù, lavoratore (Mc 6, 3) e figlio di lavoratore (Mt 13, 55), e dall’esempio di Paolo che lavora con le sue mani (At 18, 3) e se ne vanta (At 20, 34; 1 Cor 4, 12). Tuttavia i Vangeli mantengono un sorprendente silenzio sul lavoro; sembra che conoscano questa parola solo per indicare le opere a cui occorre applicarsi, cioè quelle di Dio (Gv 5, 17; 6, 28), o per portare come esempio gli uccelli del cielo che « non seminano, nè mietono » (Mt 6, 28). La poca importanza data al lavoro da una parte e la sua valorizzazione dall’altra parte, non rappresentano una contraddizione, ma i due poli dell’atteggiamento fondamentale del cristiano. 1. Il lavoro perituro – « Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna » (Gv 6, 27). Gesù Cristo non ha altra missione che di portare il Regno di Dio e quindi non parla d’altro, poichè questo Regno viene prima di tutto (Mt 6, 33). Tutto il resto, mangiare, bere, vestirsi, non è senza importanza, ma chi se ne preoccupa a tal punto da perdere il Regno, ha perso tutto, anche se avesse conquistato l’universo (Lc 9, 25). Di fronte alla conoscenza di Dio, che è qualcosa di assoluto, tutto il resto perde importanza; in questo mondo, « la cui scena passa » (1 Cor 7, 31), conta soltanto ciò che « tiene uniti al Signore senza distrazioni » (1 Cor 7, 35). 2. Valore positivo del lavoro – Dare al lavoro il suo giusto posto, distinto da Dio, non è per niente svalorizzarlo, al contrario gli si restituisce il suo valore reale nella creazione, valore che è altissimo. Non solo Gesù, come Jahve nell’Antico Testamento, prende a prestito termini e paragoni dal mondo del lavoro; pastore, vignaiolo, medico, seminatore, senza quella sfumatura di comprensione che si nota nel libro del Siracide, così tipica dell’intellettuale, nei confronti del lavoro manuale, della sua necessità e dei suoi limiti (Sir 38, 32 ss); – non solo presenta l’apostolato sotto forma di un lavoro, quello della mietitura (Mt 9, 37; Gv 4, 38) o della pesca (Mt 4, 19); ma egli suppone, da tutto il suo comportamento, un mondo al lavoro, il contadino nel suo campo, la massaia nelle faccende domestiche (Lc 15, 8), e trova anormale il sotterrare un talento senza farlo fruttare (Mt 25, 14-30). Nel caso della moltiplicazione dei pani, ci tiene a far notare che è un’eccezione e che spetta all’uomo preparare e cuocere il proprio pane. Nello stesso spirito di leale adesione alla condizione umana, Paolo dirà « di tenersi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata (oziosamente) », prendendo come pretesto che la parusia è vicina (2 Ts 3, 6). 3. Valore cristiano del lavoro – Come nuovo Adamo, il Cristo permette all’umanità di compiere fino in fondo la missione di dominare il mondo (Eb 2, 5 ss; Ef 1, 9 ss): salvando l’uomo, da al lavoro il suo pieno valore. Rende il suo obbligo più impellente, fondandolo sulle concrete esigenze dell’amore soprannaturale; rivelando la vocazione dei figli di Dio, egli mette in luce tutta la dignità dell’uomo e del lavoro che è al suo servizio, stabilisce una gerarchia di valori che ci permettono di giudicare e di sapere come comportarci nel lavoro. Instaurando il Regno che non è di questo mondo, ma vi si trova come un fermento, il Cristo restituisce la sua qualità spirituale al lavoratore, da al suo lavoro la dimensione della carità e fonda le relazioni generate dal lavoro sul principio nuovo della fraternità nel Cristo (Fil ). In virtù della sua legge d’amore (Gv 13, 34), obbliga a reagire contro l’egoismo ed a fare il possibile per diminuire la fatica degli uomini al lavoro. Tuttavia, facendo partecipe il cristiano del mistero della sua morte e delle sue sofferenze, egli attribuisce un valore nuovo a questa inevitabile fatica. 4. Il lavoro e il nuovo universo – Quando infine il Signore ritornerà e rivestirà tutti gli eletti della sua gloria di risorto, il dominio sull’universo da parte dell’umanità sarà pienamente realizzato attraverso di lui ed in lui, senza ostacoli di peccato, di morte o di sofferenza. Ma, ancor prima dell’ultimo giorno, il lavoro porta il suo contributo nel ritorno della creazione a Dio, nella misura in cui è compiuto nel Cristo. Lo schiavo che sopporta la sua condizione nel Cristo è già  » un liberto affrancato del Signore » (1 Cor 7, 22) e prepara la creazione ad « essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio » (Rm 8, 21). Resterà qualcosa dell’opera realizzata? La Scrittura non incoraggia nessun messianismo temporale;  » passa la scena di questo mondo!  » (1 Cor 7, 31) e la rottura tra lo stato attuale e lo stato futuro del mondo non lascia spazio ad un ordinamento che farebbe passare nel mondo futuro senza sconvolgimenti. Tuttavia, una certa permanenza dell’opera dell’uomo, sotto una forma impossibile da precisare, sembra intravedersi nelle affermazioni paoline sulla dominazione e la ricapitolazione dell’universo attraverso il Cristo (Rm 8, 18 ss; Ef 1, 10; Col 1, 16.20). Senza che nessun testo ci permetta di soddisfare una curiosità fatalmente ingenua e limitata, la Scrittura considerata nel suo insieme ci invita a sperare che la creazione riscattata e liberata continui sempre ad essere l’universo dei figli di Dio riuniti nel Cristo.

 

LA VITA DOPO LA MORTE, SPERANZA DEL CRISTIANO

http://italiano.opusdei.ch/it-ch/article/la-vita-dopo-la-morte-speranza-del-cristiano/

LA VITA DOPO LA MORTE, SPERANZA DEL CRISTIANO

Dio ha fatto l’uomo perché sia felice, sulla terra e nel Cielo. Questo saggio è una breve riflessione sulla novità che la dottrina cristiana apporta nei confronti della realtà della morte.

Il senso della novità attraversa tutto il Vangelo, dall’Annunciazione della Madonna alla Risurrezione del Signore. Il Nuovo Testamento parla in mille modi diversi di un nuovo inizio per l’umanità. Perfino la parola “vangelo” indica novità: la “buona novella”. Fin dall’inizio del suo ministero pubblico, Cristo annuncia apertamente la pienezza dei tempi e la venuta del regno di Dio: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credere al vangelo (Mc 1, 15). Ma ciò non significa che il Signore voglia cambiare tutto, come dimostra il fatto che, per parlare dell’indissolubilità del matrimonio, prende come punto di partenza ciò che Dio stabilì nel creare la donna e l’uomo (cfr Mt 19, 3-9; Gn 2, 24). Peraltro, Gesù ha dichiarato: Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento (Mt 5,17); in diverse occasioni, ordinò ai discepoli di obbedire fedelmente ai comandamenti comunicati da Mosè al popolo da parte di Dio. Nella predicazione del Signore c’è, senza dubbio, un’aria nuova, liberatrice. Da una parte, la dottrina di Gesù sviluppa elementi già presenti nell’Antico Testamento, come la rettitudine d’intenzione, il perdono, o la necessità di amare tutti gli uomini senza eccezione, in particolare i poveri e i peccatori. In Cristo si compiono le antiche promesse che Dio ha fatto ai Profeti. D’altra parte, la chiamata del Signore si rivolge in modo radicale e perentorio non a un popolo, ma a tutti gli uomini, chiamati uno a uno. La novità della presenza e dell’azione di Cristo si percepisce anche in un altro modo, a prima vista sconcertante: molti lo rifiutano. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1, 11), dice S. Giovanni. Questo rifiuto da parte degli uomini fa risaltare ancora di più, se possibile, l’incondizionata donazione e carità del Signore verso l’umanità. Inoltre, il rifiuto lo ha portato direttamente alla morte sulla Croce, liberamente accettata, sacrificio unico e definitivo, fonte salvifica per tutti gli uomini. Dio è stato fedele alla sua promessa e la potenza del male non ha potuto estinguere la donazione divina di Gesù, come manifesta la Risurrezione. La forza salvifica che Dio ha introdotto nel mondo per mezzo dell’Incarnazione di suo Figlio, e soprattutto per mezzo della sua Risurrezione, è la novità assoluta, universale e permanente. Si nota fin dall’inizio della predicazione apostolica: con una gioia traboccante, gli apostoli hanno proclamato per tutta la Giudea, nell’Impero Romano e nel mondo intero che Gesù era risuscitato; che il mondo poteva cambiare, che ogni donna, ogni uomo potevano cambiare; che ormai non erano sottomessi alla legge del peccato e della morte eterna. Cristo, seduto alla destra del Padre, dice: Ecco, io faccio nuove tutte le cose (Ap 21,5). In Cristo, Dio ha preso in mano in modo nuovo le redini del mondo e della storia umana per portarle alla piena realizzazione. I cristiani della prima ora, malgrado tutte le difficoltà che hanno avuto, guardavano al futuro con speranza e ottimismo. E contagiavano la loro fede tra tutte le persone che avevano attorno.

La novità della vita eterna dopo la morte Nel mondo pagano era normale considerare il futuro come una semplice ripetizione del passato. Il cosmo esisteva da sempre e, pur con grandi mutazioni cicliche, sarebbe durato per sempre. Secondo il mito dell’eterno ritorno, tutto ciò che ha avuto luogo prima, sarebbe riapparso nel futuro. In questo contesto antropologico-religioso, l’uomo poteva salvarsi solo sfuggendo alla materia, in una specie di estasi spirituale separato dalla carne; o vivendo in questo mondo, come diceva S. Paolo, senza meta né speranza (cfr 1 Ts 4,13; Ef 2,12). Nei primi secoli del Cristianesimo i pagani seguono un’etica più o meno retta; credono in Dio o negli dei e rendono loro un culto frequente, in cerca di protezione o consolazione; ma manca loro la speranza certa di un futuro felice. La morte era soltanto un baratro, qualcosa senza senso. D’altra parte la volontà di vivere per sempre è profonda nell’uomo, come mostravano già allora i filosofi, i letterati, gli artisti, i poeti e, in modo particolare, gli innamorati. L’uomo ha brama di infinito e tale desiderio si manifesta in diversi modi: nei progetti, nel desiderio di avere figli, nell’aspirazione di influire sulla vita delle altre persone, di essere riconosciuto e ricordato; in tutto questo si può indovinare il desiderio umano di eternità. C’è chi pensa all’immortalità dell’anima; ma c’è chi intende l’immortalità come reincarnazione; c’è, infine, chi di fronte al fatto certo della morte decide di impegnarsi al massimo per ottenere il benessere materiale o il riconoscimento sociale: beni che non saranno mai sufficienti, perché non saziano e non dipendono solo dalla propria volontà. In questo il cristiano è realista, perché sa che la morte è la fine di tutti i sogni vani dell’uomo. Nel dilemma tra la morte e l’immortalità, il cristiano ha la certezza che Dio gli ha dato la vita creandolo a sua immagine e somiglianza (cfr Gn 1, 27); sa che quando prova l’angoscia della morte che si avvicina, Cristo agisce in lui, trasformando le sue pene e la sua morte in forza corredentrice. Ed è sicuro che lo stesso Gesù, che ha servito, imitato e amato, lo riceverà in Cielo, colmandolo di gloria dopo la sua morte. La grande e gioiosa verità della fede cristiana è che, per la fede in Cristo, l’uomo può con certezza vincere l’ultimo nemico (1 Cor 15, 26), la morte, aprendosi alla visione perpetua di Dio e alla risurrezione del corpo alla fine dei tempi, quando tutte le cose si saranno compiute in Cristo. La vita non termina qui; siamo sicuri che il sacrificio nascosto e la donazione generosa hanno un senso e un premio che, per la magnanima misericordia di Dio, vanno ben oltre quello che l’uomo potrebbe sperare con le sue sole forze. “Se qualche volta ti inquieta il pensiero di nostra sorella morte, perché ti vedi così piccola cosa, fatti animo e considera: che cosa sarà il Cielo che ci attende, quando tutta la bellezza e la grandezza, tutta la felicità e l’Amore infiniti di Dio si riverseranno nel povero vaso d’argilla che è la creatura umana, per saziarla eternamente, sempre con la novità di una felicità nuova?“ (San Josemaría, Solco, n. 891).

Nel tempo presente Benché sia certo che la novità cristiana si riferisce principalmenteall’altra vita, all’aldilà, la Chiesa insegna che la novità della Risurrezione di Cristo è già presente, in qualche modo, sulla terra. Per quanto l’universo possa durare così come lo conosciamo, siamo già “negli ultimi tempi”, sicuri che il mondo è stato redento, perché Cristo ha sconfitto il peccato, la morte, il demonio. Il regno di Dio è in mezzo a voi (Lc 17, 21); in mezzo non solo come una presenza esterna, ma anche dentro al credente, nell’anima in grazia, con una presenza reale, attuale, efficace, anche se non ancora del tutto visibile e completa. Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi (cfr 1 Cor 10, 11). La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo realmente anticipata in questo mondo; difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità (…).Siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente (cfr 1 Gv 3, 1), ma non siamo ancora apparsi con Cristo nella gloria (cfr Col 3, 4), nella quale saremo simili a Dio, perché lo vedremo qual è (Gv 3, 2) (Concilio Vaticano II, Cost. Lumen gentium, n. 48). La Chiesa è depositaria sulla terra della presenza anticipata del regno di Dio; cammina quaggiù come pellegrina, ma tutto il potere salvifico di Dio agisce già in qualche modo nel tempo presente, per mezzo della parola rivelata e dei sacramenti, specialmente dell’Eucaristia, potere salvifico che si manifesta anche nella vita santa dei cristiani, che vivono nel mondo, senza essere mondani (cfr Gv 17, 14). Il cristiano è davanti al mondo e nel mondo, alter Christus, ipse Christus; un altro Cristo, lo stesso Cristo: si stabilisce così una certa polarità nella vita della Chiesa e di ogni credente, tra il momento presente – occasione di accogliere la grazia – e la pienezza finale, tensione che ha molte conseguenze per la vita del cristiano e per la comprensione del mondo. Il cristiano vive unito a Dio e per Dio e si sforza per comunicare i beni divini agli altri. Nella vita futura, la grazia, o vita soprannaturale, si trasformerà in gloria e l’uomo raggiungerà un’immortalità completa nella risurrezione dai morti. Nella vita presente, invece, anche se perfezionata dalla grazia, l’esistenza umana possiede una propria autonomia, che si deve applicare ai diversi ambiti: personale, famigliare, sociale e politico. La vita soprannaturale accoglie, perfeziona e porta a pienezza la natura, senza annullarla né sostituirla. Questa tensione si manifesta pure nella nozione cristiana del tempo e della storia. Per il pensiero pagano quasi sempre fatalista, gli eventi della storia erano previsti e determinati in anticipo dal fatum, dal destino. Il tempo trascorreva intoccabile e imperterrito, spettatore muto e passivo, e abbracciava il corso della storia. Ma il tempo cristiano non è solo tempo che passa, è spazio creato da Dio per una crescita e un progresso, per la storia e la redenzione. Dio agisce con la sua Provvidenza nel tempo, per portare il mondo e la storia alla loro pienezza. Il Signore ha voluto contare sulla risposta intelligente e libera degli uomini, sulle preghiere dei santi e le buone azioni di molti, per influire sul corso degli eventi. Poiché sono immagine di Dio, le creature umane possono cambiare la storia; alcune volte in peggio, come è accaduto con il peccato di Adamo ed Eva; ma soprattutto in modo positivo, partecipando attivamente alla realizzazione del disegno divino, proprio perché l’evento più rilevante ed efficace, quello che ha dato alla storia del mondo il cambio più radicale, è stato l’Incarnazione del Figlio di Dio. E la collaborazione umana più profonda e duratura ai piani divini per cambiare il corso della storia è stata portata a termine dalla Madonna, quando accolse con il fiat il Figlio di Dio nel suo seno. I cristiani vivono nel mondo coscienti dei peccati propri e altrui, ma convinti che il miglior modo per approfittare del tempo è servire Dio, per migliorare il mondo che ci ha affidato. In qualche modo, il tempo è plasmato dall’uomo, è umanizzato. «La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata “in stato di via”, verso una perfezione ultima, alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione». (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 302). Il Signore non ha fatto tutto dall’inizio, fino all’ultimo particolare. A poco a poco, contando sull’intelligenza e la perseverante collaborazione delle creature, avvicina ciascuna di esse verso il suo fine. Il potere salvifico di Dio si fa normalmente presente nella vita dell’uomo in modo nascosto e interiore; in modo simile la Provvidenza Divina opera soavemente e in modo normale, non solo nei grandi eventi, ma anche in quelli apparentemente più piccoli. Per questo il Signore invita alla piena fiducia: Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. (Mt 6, 31-33). “Dio – spiegava san Josemaría –, che è la bellezza, la grandezza, la sapienza, ci annuncia che gli apparteniamo, che siamo stati scelti come oggetto del suo amore infinito. È necessaria una forte vita di fede per non sciupare questa meraviglia che la Provvidenza divina affida alle nostre mani, ci vuole una fede come quella dei Magi, che ci faccia convinti che né deserto, né tempeste, né la quiete delle oasi ci impediranno di giungere alla meta della Betlemme eterna, della vita definitiva in Dio” (San Josemaría, È Gesù che passa, n. 32). Dall’inizio della sua esistenza terrena, il Signore colmò colei che sarebbe stata la Madre di suo Figlio di una straordinaria abbondanza di doni, umani e soprannaturali. Concepita senza peccato originale, Lei è la piena di grazia (cfr Lc 1, 28). Nella sua vita, in mezzo a infinite prove e oscurità, ha vissuto eroicamente la fede, rafforzando con il suo esempio i primi discepoli. Alla fine della sua vita, esente da ogni peccato, fu assunta in Cielo in corpo e anima, per partecipare per sempre, come Regina degli Angeli e di tutta la creazione, della gloria del Signore. In lei si è verificata pienamente la promessa divina di condurre gli uomini alla gloria. Per questo, la Madonna è per ogni uomo, spes nostra, faro che ci illumina e causa della nostra speranza.

Publié dans:VITA ETERNA |on 24 mai, 2016 |Pas de commentaires »
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