10 APRILE 2016 | 3A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | OMELIA

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10 APRILE 2016 | 3A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Il tempo di Pasqua è segnato dalle apparizioni del Risorto. Gesù si presenta agli apostoli più volte. E mentre essi ancora dubitano e sembrano voler tornare sui loro passi, Gesù continua a cercarli e a indurli a credere con grande amore e tanta comprensione.

La parola di Dio Atti 5,27b-32.40b-41. Gli apostoli sono imprigionati dalle autorità religiose ebraiche, ma un angelo li libera e li manda a predicare nel tempio. Il sommo sacerdote ordina di riprenderli e li fa frustare. Essi sono felici « di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù ». Apocalisse 5,11-14. Giovanni nelle sue visioni apocalittiche vede molti angeli e tutte le creature che rendono onore e gloria all’Agnello immolato. E altri esseri misteriosi che si prostrano in adorazione davanti a lui. Giovanni 21,1-19. Gli apostoli, così come hanno pensato di fare i discepoli di Emmaus, se ne tornano a casa loro e hanno ripreso il loro antico mestiere di pescatori. Gesù si presenta a loro in incognito, viene riconosciuto dopo il miracolo della pesca miracolosa e mangia il pesce con loro. Infine riabilita pienamente Pietro.

Riflettere Del passo degli Atti degli apostoli riportato in questa domenica viene tralasciato il passaggio dell’intervento del fariseo Gamaliele a difesa degli apostoli (At 5,34-39). Egli dice che Gesù non è il primo a essersi presentato come uno che affermava di essere qualcuno e a farsi dei seguaci. Ma tutti dopo un po’ sono spariti nel nulla. Così sarà di costoro, dice, se la loro attività è una faccenda puramente umana. « Ma se invece viene da Dio », continua Gamaliele, « non riuscirete a distruggerli ». E conclude: « Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio ». Il ragionamento di Gamaliele deve convincere anche noi. La chiesa, nonostante tanti limiti dovuti alla fragilità e all’incoerenza degli uomini che la compongono o che ne hanno la responsabilità, trova la sua sicurezza e stabilità nello Spirito di Dio che la guida. Quanto al vangelo, presenta gli apostoli che sono sorpresi da Gesù risorto mentre sono ritornati in Galilea, a casa loro, e hanno già ripreso il mestiere di pescatori. Possono forse disorientare queste apparizioni del risorto che avvengono in tempi e in luoghi così diversi e non facilmente armonizzabili tra di loro. In realtà anche questi aspetti depongono a favore dell’autenticità storica dei testi, dal momento che se gli apostoli avessero voluto trasmettere fatti di loro invenzione li avrebbero per lo meno concordati nei tempi e nei modi. Un’altra cosa che sorprende è che Gesù non viene riconosciuto, né da Maria di Magdala, né dai discepoli di Emmaus, né dai sette apostoli di cui si parla in questa circostanza. Eppure avviene qualcosa di molto coinvolgente tra gli apostoli e Gesù. Essi che faticano a riconoscerlo, vengono poi conquistati dagli intensi silenzi e dagli sguardi pieni di complicità, così come dalla semplicità di Gesù, che non li induce a credere con qualcosa di sensazionale, ma con un atteggiamento di sincera umanità e amicizia. Nel dialogo con Pietro (Gesù gli chiede per tre volte: « Mi ami? »), la sua riabilitazione appare piena. Gesù gli riconferma il primato e la speciale responsabilità nella comunità nascente.

Attualizzare Le letture ci presentano le due facce degli apostoli in questo tempo di Pasqua: nel racconto degli Atti sono testimoni coraggiosi, felici e orgogliosi di soffrire per Cristo e come Cristo. Nel vangelo li troviamo al loro antico mestiere di pescatori. Si direbbe che le testimonianze sulla risurrezione di Gesù non li abbia convinti. Ma il loro antico mestiere non sembra più fatto per loro, li delude e non pescano nulla. Viene in soccorso il personaggio misterioso, che, come aveva già fatto Gesù con il pescatore Pietro, li invita a fidarsi e a gettare anche questa volta la rete dalla parte destra della barca. La pesca miracolosa convince per primo Giovanni, che riconosce in quell’uomo il Signore Gesù. La pesca è straordinaria: 153 grossi pesci. Il numero è simbolico: pare che 153 fossero le specie di pesci esistenti al mondo, secondo la concezione del tempo. Ma il numero simbolico assume un significato universale: Pietro e gli altri apostoli sono destinati a essere ovunque pescatori di uomini, anzi, dell’intera umanità. Gesù si presenta a loro nel gesto consueto di un pasto consumato insieme. Anche questa volta la rivelazione di Gesù avviene in questo modo, come nell’ultima cena, come la domenica in ogni chiesa del mondo. Giovanni parla della riabilitazione di Pietro quando ormai da tempo l’apostolo ha dato la vita per Gesù nel martirio. Indica chiaramente il conferimento di un incarico che supera la persona di Pietro e fa riferimento a un ruolo ormai riconosciuto nella comunità. Gli apostoli hanno cercato di non essere coinvolti nel destino di Gesù il venerdì santo, ma fino alla fine dei tempi la persecuzione è uno dei tratti caratteristici dei veri seguaci di Cristo. Anzi è il segno dell’efficacia della loro predicazione. Quanto alla richiesta di Gesù, che chiede a Pietro per tre volte se lo ama, come se volesse da lui un supplemento di amore, siamo certi che la stessa richiesta la fa a ciascuno di noi. Anche noi potremmo rispondere come Pietro: « Tu sai tutto, Signore, tu lo sai che ti amo », pensando al nostro impegno quotidiano di essergli fedeli, pur nel riconoscimento di tutti i nostri limiti. Ma lui insiste e noi siamo costretti ad arrenderci. Come ha fatto un giovane e brillante ingegnere. Lo racconta la scrittrice e giornalista Mariapia Bonanate: « Stava molto bene con Dio, con allegria e con convinzione. Ma un giorno si è licenziato dalla fabbrica che dirigeva con successo e, d’accordo con la moglie, ha trasformato una vecchia cascina in una casa di accoglienza per tossicodipendenti ». Commenta la Bonanate: « Oggi dirige un’azienda dell’amore, dove più di cinquanta ragazzi reimparano a vivere e a sperare ». Dinanzi allo stupore degli amici, ci ha scherzato su ancora una volta: « Mi ha detto che il bene che gli volevo non gli bastava più, che dovevo inventarmi un’altra vita per seguirlo fino in fondo ». Seguire Cristo, come è stato per Pietro, significa accogliere la vita reinventandola con amore ogni giorno, non permettere che si appiattisca nell’abitudine, rimettendola nelle sue mani, disposti a metterci in cammino dove lui ci indicherà.

Dobbiamo morire tutti

« Non posso fare altrimenti. Non posso rinunciare alla verità. Morire dobbiamo tutti, una volta o l’altra. Se questo accade per una buona causa, tanto meglio. Per uno che cade, ne vengono altri cento » (mons. Oscar Romero).

Don Umberto DE VANNA sdb

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