6 MARZO 2016 | 4A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

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6 MARZO 2016 | 4A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

LA PARABOLA DEL FIGLIO PRODIGO E DEL PADRE MISERICORDIOSO

Per cominciare Dio è un padre buono e misericordioso come nessun altro. Un padre che ci accoglie a braccia aperte ogni volta che decidiamo di ritornare da lui. È questo il senso della parabola che ci viene proposta, che tocca il vertice del nostro cammino quaresimale.

La parola di Dio Giosuè 5,9a.10-12. Entrando nella terra promessa, il popolo ebraico celebra la Pasqua, festa dei prodigi di Dio. Ora gli ebrei finalmente raggiungono il territorio lungamente atteso e desiderato. Cessa la manna e si cibano dei frutti della terra di Canaan. 2 Corinzi 5,17-21. Dio ci ha affidato il ministero della riconciliazione, dice Paolo scrivendo ai Corinzi: lasciatevi dunque riconciliare con Dio. È Cristo che ci rende nuove creature, essendosi fatto peccato per noi sul legno della croce. Luca 15,1-3.11-32. Farisei e scribi mormorano contro Gesù perché accoglie i peccatori e mangia con loro. Dice Gesù: « Vi è più gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione ». E racconta loro la parabola del padre misericordioso, per rivelare il volto del vero Dio.

Riflettere Una delle cose che ha maggiormente scandalizzato i giudei è la familiarità di Gesù con i peccatori. Farisei e scribi vanno in crisi davanti a questo messia, che non è come se l’aspettavano. Anche il Dio di Gesù non è quello a cui essi si riferiscono. Ma questo comportamento libero e misericordioso di Gesù verso i peccatori servirà a tranquillizzare la loro coscienza nel momento in cui decideranno di contrastarlo fino alla morte. Le parole di Gesù sono chiarissime: il Padre è più contento per una pecora ritrovata che non per le novantanove che non si sono perdute. Un’immagine che esprime in modo plastico e quasi paradossale la gioia del pastore e del Padre per un peccatore che si converte e riscopre il volto del vero Dio. Nel capitolo 15 di Luca ci sono tre famose parabole dette della misericordia, parabole indirizzate ai farisei che ascoltavano, ma anche a noi. Un invito a diventare più attenti e misericordiosi, più ragionevoli nei confronti dei peccatori. Oggi ci viene proposta la terza parabola, quella del padre misericordioso o del figlio « prodigo ». Di questa parabola si è parlato e si è scritto tantissimo. È certamente la più significativa, anche se un po’ troppo gettonata, nel senso che viene quasi regolarmente proclamata durante una liturgia penitenziale per i piccoli e i grandi. Dei tre personaggi protagonisti della parabola, cominciamo a mettere a fuoco il figlio cosiddetto « prodigo », quello che si allontana dopo aver chiesto la sua parte di eredità. La parabola non dice nulla sulle motivazioni che lo spingono a partire. A prima vista appare una scelta crudele, dettata da egoismo e ingratitudine. Si comporta da prepotente. Chiede la sua fetta di patrimonio, come se tutto ciò che è e tutto ciò che ha non sia dovuto alla sua famiglia. Ma non è detto che ciò che lo spinge ad abbandonare la casa del padre sia necessariamente una mascalzonata. Potrebbe essere il desiderio di maturare, di respirare aria di libertà, di sentirsi responsabile e indipendente, di non voler più dipendere dal padre e dalle sue attenzioni soffocanti. Forse potrebbe essere la paura che in quella famiglia finirà per non assaporare mai la vita fino in fondo, di non poter dare sfogo pieno al proprio desiderio di vivere e di essere se stesso. In realtà la vita gli presenta molto presto il conto. Non si comporta da responsabile, sperpera tutto e finisce per abbrutirsi, contendendo il cibo ai porci. Il suo ritorno a casa appare prima di tutto un realistico rendersi conto di ciò che ha perduto. Si presenterà al padre umilmente, come uno sconfitto. Dimostrando di aver capito che si può essere liberi anche nella propria famiglia. Si prepara a dichiarare il proprio pentimento: « Ho peccato verso il cielo e davanti a te! ». E con queste parole che ripete dentro di sé lungo la strada del ritorno, pensa di farsi riaprire la porta di casa. Da parte sua il padre appare generoso e mite. Anzi, persino eccessivamente arrendevole: gli dà ciò che chiede, rispetta la sua libertà e lo lascia partire. Appena lo vede riapparire, non lo lascia neanche parlare e lo accoglie a braccia aperte: ha sperato ogni giorno nel suo ritorno. Per questo organizza una festa in grande per lui, suscitando la reazione del fratello più grande. Ma il padre anche con il secondo figlio si manifesta ugualmente mite e arrendevole: si giustifica, chiede comprensione: « Tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato ». Quanto amore, quanta paternità nelle sue parole e nel suo modo di fare! Infine c’è l’altro fratello. Non si sa nulla di lui, come dell’altro. Del resto non si sa nulla dell’intera famiglia, se non che appare governata da un padre solerte, e non vi è traccia di una madre. Molti hanno voluto vedere nelle due mani del padre che abbraccia il figlio nel celebre dipinto di Rembrandt, quelle di un uomo e di una donna. C’è sicuramente nel comportamento del padre la fortezza e dignità di un padre e l’amore tenero e irriducibile di una madre. L’altro fratello ha un temperamento diverso dal « prodigo ». La sua è una vita senza guizzi, per così dire « casalinga ». Non cerca avventure, non ama il rischio, si accontenta di una piccola vita trascorsa con gli amici, banalmente inchiodata al quotidiano. Ma non è soddisfatto, ha la stoffa del dipendente, del frustrato. Di chi fa il suo dovere e tira la carretta, ma lo fa per forza, come un peso, e non si sente felice. Comunque non condivide la gioia del padre, non capisce perché si debba fare festa per un figlio lazzarone che è tornato senza un soldo in tasca dopo aver sperperato nei vizi i capitali della famiglia. E si fa fatica a non dargli ragione, a non vedere nel suo comportamento la logica del buon senso. Il racconto finisce così, con una nuova rottura, anche più profonda di quella determinata dalla partenza del figlio più giovane. Non è facile immaginare quale potrà essere il futuro di questa famiglia che si è rivelata in tutte le sue tensioni nella voglia di libertà di uno dei due figli.

Attualizzare « Tutte le parabole sono belle, ragazzo mio, tutte le parabole sono grandi. Ma su questa centinaia e migliaia di uomini hanno pianto », (Charles Péguy). La parabola è certamente uno dei capolavori della letteratura mondiale. Un efficacissimo squarcio di umanità, nei risvolti più profondi, in cui ogni persona può riconoscersi. Una parabola che si comprende meglio man mano che sentiamo di doverci immedesimare nei personaggi. Non facciamo fatica a immedesimarci nei due figli. Siamo anche noi così. Come il figlio più giovane usiamo con prepotenza i doni ricevuti dalla vita, anzi li sprechiamo, senza pensare che potremmo finire anche noi a mangiare carrube insieme agli animali. E come il fratello maggiore, siamo terribili nel giudicare gli altri, nel guardarli con superiorità, nel non accettare che un altro possa sbagliare, pentirsi, riprendersi la vita. Ma ci troviamo soprattutto davanti un padre che ci sorprende per la sua bontà. Un padre grande nella sua debolezza, che ama al di là di ogni senso comune. Farisei e scribi nelle parole di questa parabola sono messi di fronte a un Dio sorprendente e misericordioso. Un padre che non complica la vita al figlio che ritorna, che non gli lascia nemmeno esprimere parole di pentimento. Se aprissero gli occhi, vedrebbero lo stesso comportamento in Gesù che accoglie e perdona, che si trova a pranzo proprio con chi più si è allontanato da Dio e ha giocato con la vita. Che perdona senza riserve, subito e senza chiedere nulla in cambio, se non di aver colto negli occhi dell’altro un cuore nuovo. In questa domenica potrebbero entrare in gioco tutti i temi educativi, le fughe da casa, il bisogno di orientamento dei giovani, i sempre più complicati rapporti tra genitori e figli, la necessità di non lasciarsi vivere, ma di affrontare con maturità e libertà la propria vita. Ma in questa quarta domenica di quaresima si può pensare soprattutto a individuare il momento giusto per tornare a Dio attraverso il sacramento della riconciliazione. Permettendo al Padre di tutti, sempre in attesa del ritorno di chi si è perduto, di « far festa ». Anche la comunità cristiana in questo tempo di quaresima dovrebbe dimostrare apertura evangelica verso chi si è smarrito, lo stesso zelo misericordioso del padre della parabola. Senza creare una vita difficile a chi si è allontanato, a chi chiede di ritornare dopo essersi preso un quarto d’ora di libertà. Perché spesso è proprio un’esperienza negativa che dà valore nuovo a un ritorno maturato spesso nella sofferenza.

Non gli ha chiesto nulla Giovanni Crisostomo, riferendosi al perdono concesso da Gesù al buon ladrone in croce, scrive: « Il ladrone che cosa ha detto? Cosa ha fatto? Ha digiunato? Ha pianto? S’è stracciato le vesti? Ha mostrato prima segni di conversione? Nulla di tutto questo: al contrario, ottiene la salvezza subito dopo la sua invocazione. Nota la rapidità: dalla croce al cielo, dalla condanna alla salvezza ».

Il segnale Un giovane era seduto da solo nell’autobus; teneva lo sguardo fisso fuori del finestrino. Una donna si sedette accanto a lui. Dopo avere scambiato qualche chiacchiera a proposito del tempo, il giovane disse: « Sono stato in prigione per due anni. Sono uscito questa mattina e sto tornando a casa ». Le parole gli uscivano come un fiume in piena, mentre le raccontava di come fosse cresciuto in una famiglia povera, ma onesta e di come la sua attività criminale avesse procurato ai suoi cari vergogna e dolore. In quei due anni non aveva più avuto notizie di loro. Sapeva che i genitori erano troppo poveri per affrontare il viaggio fino al carcere dov’era detenuto e che si sentivano troppo ignoranti per scrivergli. Da parte sua, aveva smesso di spedire lettere perché non riceveva risposta. Tre settimane prima di essere rimesso in libertà, aveva fatto un ultimo tentativo di mettersi in contatto con il padre e la madre. Aveva chiesto scusa per averli delusi, implorandone il perdono. Ora era salito su quell’autobus che lo avrebbe riportato nella sua città e che passava proprio davanti al giardino della casa dove era cresciuto e dove i suoi genitori continuavano ad abitare. Nella sua lettera aveva scritto che avrebbe compreso le loro ragioni. Per rendere le cose più semplici, aveva chiesto loro di dargli un segnale che potesse essere visto dall’autobus. Se lo avevano perdonato, avrebbero legato un nastro bianco al vecchio melo in giardino. Se il segnale non ci fosse stato, lui sarebbe rimasto sull’autobus e avrebbe lasciato la città, uscendo per sempre dalla loro vita. Mentre l’automezzo si avvicinava alla sua via, il giovane diventava sempre più nervoso, al punto di aver paura a guardare fuori del finestrino. Dopo aver ascoltato la sua storia, la donna si limitò a chiedergli: « Cambia posto con me. Guarderò io fuori del finestrino ». L’autobus procedette ancora per qualche isolato e a un certo punto la donna vide l’albero. Toccò con gentilezza la spalla del giovane e, trattenendo le la-crime, mormorò: « Guarda! Guarda! Hanno coperto tutto l’albero di nastri bianchi » (Bruno Ferrero).

Don Umberto DE VANNA sdb

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