Archive pour février, 2016

DIOCESI DI TORINO – LE CENERI E L’ACQUA DELLA SALVEZZA

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DIOCESI DI TORINO -  LE CENERI E L’ACQUA DELLA SALVEZZA  

Con il rito dell’imposizione delle ceneri inizia il cammino che condurrà le nostre comunità ad una nuova Pasqua. La Quaresima inizia con il gesto sobrio e « opaco » delle ceneri, per terminare nella santa notte di Pasqua, con il rito gioioso e « limpido » dell’acqua. La cenere parla di morte, di fuoco, di dissoluzione; l’acqua ricorda la vita, la trasparenza, la pulizia, la rigenerazione. La cenere cosparge il capo della Chiesa pellegrina verso il monte di Sion; l’acqua della vita che sarà aspersa sul popolo nella veglia di Pasqua è pegno di risurrezione e segno di vita nuova. La cenere è immagine di ciò che è fragile, privo di valore, e nella tradizione biblica diventa simbolo della condizione umana: l’uomo e la donna sono plasmati con la polvere del suolo (Gn 2,7) e dopo la loro morte ad essa ritorneranno (Gn 3,19). La cenere cosparsa sul capo è anche simbolo di lutto, dolore e pentimento: così per Davide e per gli abitanti di Ninive; Giobbe siede sulla cenere, in segno del proprio dolore (Gb 2,8); nel libro di Ezechiele, in segno di penitenza, ci si rotola nella cenere; il salmo 102,10, come espressione di dolore, parla di cibarsi di cenere come di pane. Per questo motivo, nel cristianesimo antico, l’uso delle ceneri è stato legato alla disciplina penitenziale. Nei primi secoli, infatti, i penitenti, si presentavano al vescovo nel primo giorno di quaresima e questi, con un rito solenne, imponeva loro la cenere sul capo e li vestiva con l’abito dei penitenti (cilicium). Verso il secolo X, con il tramonto della penitenza pubblica, tutta la comunità cristiana venne a sostituirsi spontaneamente ai peccatori pubblici, ricevendo l’imposizione delle ceneri e vivendo il tempo quaresimale come tempo di conversione. La liturgia cattolica ha conservato questo uso e nella celebrazione eucaristia di inizio quaresima propone il rito di benedizione e imposizione delle ceneri. Le ceneri dell’olivo, ricavate dalla combustione dei rami di ulivo benedetti nella domenica delle Palme, hanno anche un significato pasquale: richiamando l’immagine del fuoco (il fuoco della Passione, il fuoco nuovo della veglia Pasquale), sono simbolo di purificazione. Il legno di olivo, poi, brucia lentamente, dà calore producendo una cenere candida che veniva usata dalle donne per fare il bucato. Inoltre, l’imposizione delle ceneri è fatta sul capo: luogo della dignità dell’uomo e della donna, definitivamente rinnovata nella Pasqua di Cristo. Il messaggio della cenere è dunque chiaro: dalla polvere del pentimento rinasce la vita nuova; dalla penitenza, la gioia del perdono. Quanto alla celebrazione delle ceneri, non è detto che debba per forza avvenire nell’ambito dell’Eucaristia: l’importante è che avvenga all’interno della celebrazione liturgica, per inserire questo gesto all’interno di un serio cammino penitenziale, compiuto nella Chiesa. A questo proposito, perché non rivisitare in qualche modo l’antica disciplina penitenziale, per cui la confessione delle colpe precedeva il tempo della penitenza e della conversione, sigillato dalla riconciliazione finale? Si potrebbe recuperare il valore di una liturgia penitenziale compiuta non al termine della quaresima, ma all’inizio, con un coinvolgimento concreto ed effettivo delle famiglie, dei gruppi, della comunità intera nella confessione delle colpe (cioè nell’esame di quei punti sui quali urge la conversione) e nel proposito di cambiamento, dove ciascuno si impegna pubblicamente ad aiutare l’altro nel cammino. Così facendo la celebrazione della riconciliazione al termine della quaresima verrebbe a concludere un cammino penitenziale reale ed impegnativo. Quanto al ministro dell’imposizione delle ceneri, mentre la rubrica del Messale parla del solo sacerdote (p. 66), il Cerimoniale dei vescovi prevede che anche il diacono possa imporre le ceneri. Circa l’opportunità di coinvolgere altre figure, come i ministri straordinari della comunione, si tenga presente il valore simbolico di un gesto ricevuto da colui che guida la comunità e a nome di Cristo chiama alla conversione. E se l’assemblea è troppo numerosa? Non è la quaresima il « tempo favorevole » nel quale smettere di andare di fretta, anche davanti a Dio?

Publié dans:diocesi, Tempi liturgici: Quaresima |on 10 février, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 7. IL GIUBILEO NELLA BIBBIA. GIUSTIZIA E CONDIVISIONE

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PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 febbraio 2016

7. IL GIUBILEO NELLA BIBBIA. GIUSTIZIA E CONDIVISIONE

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buon cammino di Quaresima!

È bello e anche significativo avere questa udienza proprio in questo Mercoledì delle Ceneri. Incominciamo il cammino della Quaresima, e oggi ci soffermiamo sull’antica istituzione del “giubileo”; è una cosa antica, attestata nella Sacra Scrittura. La troviamo in particolare nel Libro del Levitico, che la presenta come un momento culminante della vita religiosa e sociale del popolo d’Israele. Ogni 50 anni, «nel giorno dell’espiazione» (Lv 25,9), quando la misericordia del Signore veniva invocata su tutto il popolo, il suono del corno annunciava un grande evento di liberazione. Leggiamo infatti nel libro del Levitico: «Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia […] In quest’anno del giubileo ciascuno tornerà nella sua proprietà» (25,10.13). Secondo queste disposizioni, se qualcuno era stato costretto a vendere la sua terra o la sua casa, nel giubileo poteva rientrarne in possesso; e se qualcuno aveva contratto debiti e, impossibilitato a pagarli, fosse stato costretto a mettersi al servizio del creditore, poteva tornarsene libero alla sua famiglia e riavere tutte le proprietà. Era una specie di “condono generale”, con cui si permetteva a tutti di tornare nella situazione originaria, con la cancellazione di ogni debito, la restituzione della terra, e la possibilità di godere di nuovo della libertà propria dei membri del popolo di Dio. Un popolo “santo”, dove prescrizioni come quella del giubileo servivano a combattere la povertà e la disuguaglianza, garantendo una vita dignitosa per tutti e un’equa distribuzione della terra su cui abitare e da cui trarre sostentamento. L’idea centrale è che la terra appartiene originariamente a Dio ed è stata affidata agli uomini (cfr Gen 1,28-29), e perciò nessuno può arrogarsene il possesso esclusivo, creando situazioni di disuguaglianza. Questo, oggi, possiamo pensarlo e ripensarlo; ognuno nel suo cuore pensi se ha troppe cose. Ma perché non lasciare a quelli che non hanno niente? Il dieci per cento, il cinquanta per cento… Io dico: che lo Spirito Santo ispiri ognuno di voi. Con il giubileo, chi era diventato povero ritornava ad avere il necessario per vivere, e chi era diventato ricco restituiva al povero ciò che gli aveva preso. Il fine era una società basata sull’uguaglianza e la solidarietà, dove la libertà, la terra e il denaro ridiventassero un bene per tutti e non solo per alcuni, come accade adesso, se non sbaglio… Più o meno, le cifre non sono sicure, ma l’ottanta per cento delle ricchezze dell’umanità sono nelle mani di meno del venti per cento della popolazione. È un giubileo – e questo lo dico ricordando la nostra storia di salvezza – per convertirsi, perché il nostro cuore diventi più grande, più generoso, più figlio di Dio, con più amore. Vi dico una cosa: se questo desiderio, se il giubileo non arriva alle tasche, non è un vero giubileo. Avete capito? E questo è nella Bibbia! Non lo inventa questo Papa: è nella Bibbia. Il fine – come ho detto – era una società basata sull’uguaglianza e la solidarietà, dove la libertà, la terra e il denaro diventassero un bene per tutti e non per alcuni. Infatti il giubileo aveva la funzione di aiutare il popolo a vivere una fraternità concreta, fatta di aiuto reciproco. Possiamo dire che il giubileo biblico era un “giubileo di misericordia”, perché vissuto nella ricerca sincera del bene del fratello bisognoso. Nella stessa linea, anche altre istituzioni e altre leggi governavano la vita del popolo di Dio, perché si potesse sperimentare la misericordia del Signore attraverso quella degli uomini. In quelle norme troviamo indicazioni valide anche oggi, che fanno riflettere. Ad esempio, la legge biblica prescriveva il versamento delle “decime” che venivano destinate ai Leviti, incaricati del culto, i quali erano senza terra, e ai poveri, agli orfani, alle vedove (cfr Dt 14,22-29). Si prevedeva cioè che la decima parte del raccolto, o dei proventi di altre attività, venisse data a coloro che erano senza protezione e in stato di necessità, così da favorire condizioni di relativa uguaglianza all’interno di un popolo in cui tutti dovevano comportarsi da fratelli. C’era anche la legge concernente le “primizie”. Che cos’è questo? La prima parte del raccolto, la parte più preziosa, doveva essere condivisa con i Leviti e gli stranieri (cfr Dt 18,4-5; 26,1-11), che non possedevano campi, così che anche per loro la terra fosse fonte di nutrimento e di vita. «La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti», dice il Signore (Lv 25,23). Siamo tutti ospiti del Signore, in attesa della patria celeste (cfr Eb 11,13-16; 1Pt 2,11), chiamati a rendere abitabile e umano il mondo che ci accoglie. E quante “primizie” chi è più fortunato potrebbe donare a chi è in difficoltà! Quante primizie! Primizie non solo dei frutti dei campi, ma di ogni altro prodotto del lavoro, degli stipendi, dei risparmi, di tante cose che si possiedono e che a volte si sprecano. Questo succede anche oggi. Nell’Elemosineria apostolica arrivano tante lettere con un po’ di denaro: “Questa è una parte del mio stipendio per aiutare altri”. E questo è bello; aiutare gli altri, le istituzioni di beneficenza, gli ospedali, le case di riposo…; dare anche ai forestieri, quelli che sono stranieri e sono di passaggio. Gesù è stato di passaggio in Egitto. E proprio pensando a questo, la Sacra Scrittura esorta con insistenza a rispondere generosamente alle richieste di prestiti, senza fare calcoli meschini e senza pretendere interessi impossibili: «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e ospite, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto ad usura» (Lv 25,35-37). Questo insegnamento è sempre attuale. Quante famiglie sono sulla strada, vittime dell’usura! Per favore preghiamo, perché in questo giubileo il Signore tolga dal cuore di tutti noi questa voglia di avere di più, l’usura. Che si ritorni ad essere generosi, grandi. Quante situazioni di usura siamo costretti a vedere e quanta sofferenza e angoscia portano alle famiglie! E tante volte, nella disperazione, quanti uomini finiscono nel suicidio perché non ce la fanno e non hanno la speranza, non hanno la mano tesa che li aiuti; soltanto la mano che viene a fargli pagare gli interessi. È un grave peccato l’usura, è un peccato che grida al cospetto di Dio. Il Signore invece ha promesso la sua benedizione a chi apre la mano per dare con larghezza (cfr Dt 15,10). Lui ti darà il doppio, forse non in soldi ma in altre cose, ma il Signore ti darà sempre il doppio. Cari fratelli e sorelle, il messaggio biblico è molto chiaro: aprirsi con coraggio alla condivisione, e questo è misericordia! E se noi vogliamo misericordia da Dio incominciamo a farla noi. È questo: incominciamo a farla noi tra concittadini, tra famiglie, tra popoli, tra continenti. Contribuire a realizzare una terra senza poveri vuol dire costruire società senza discriminazioni, basate sulla solidarietà che porta a condividere quanto si possiede, in una ripartizione delle risorse fondata sulla fratellanza e sulla giustizia. Grazie.

Mercoledì delle ceneri

Mercoledì delle ceneri dans immagini sacre

http://shroudstory.com/2014/03/05/ash-wednesday-2014/

Publié dans:immagini sacre |on 9 février, 2016 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI 2015 – PAPA FRANCESCO

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SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di Santa Sabina

Mercoledì, 18 febbraio 2015

(le letture sono le stesse di domani)

Come popolo di Dio incominciamo il cammino della Quaresima, tempo in cui cerchiamo di unirci più strettamente al Signore, per condividere il mistero della sua passione e della sua risurrezione. La liturgia di oggi ci propone anzitutto il passo del profeta Gioele, inviato da Dio a chiamare il popolo alla penitenza e alla conversione, a causa di una calamità (un’invasione di cavallette) che devasta la Giudea. Solo il Signore può salvare dal flagello e bisogna quindi supplicarlo con preghiere e digiuni, confessando il proprio peccato. Il profeta insiste sulla conversione interiore: «Ritornate a me con tutto il cuore» (2,12). Ritornare al Signore “con tutto il cuore” significa intraprendere il cammino di una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona. Il cuore, infatti, è la sede dei nostri sentimenti, il centro in cui maturano le nostre scelte, i nostri atteggiamenti. Quel “ritornate a me con tutto il cuore” non coinvolge solamente i singoli, ma si estende all’intera comunità, è una convocazione rivolta a tutti: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (v. 16). Il profeta si sofferma in particolare sulla preghiera dei sacerdoti, facendo osservare che va accompagnata dalle lacrime. Ci farà bene, a tutti, ma specialmente a noi sacerdoti, all’inizio di questa Quaresima, chiedere il dono delle lacrime, così da rendere la nostra preghiera e il nostro cammino di conversione sempre più autentici e senza ipocrisia. Ci farà bene farci la domanda: “Io piango? Il Papa piange? I cardinali piangono? I vescovi piangono? I consacrati piangono? I sacerdoti piangono? Il pianto è nelle nostre preghiere?”. E proprio questo è il messaggio del Vangelo odierno. Nel brano di Matteo, Gesù rilegge le tre opere di pietà previste nella legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. E distingue, il fatto esterno dal fatto interno, da quel piangere dal cuore. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità sociale. Gesù mette in evidenza una tentazione comune in queste tre opere, che si può riassumere proprio nell’ipocrisia (la nomina per ben tre volte): «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro…Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti…Quando pregate, non siate simili agli ipocriti, che…amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. … E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti» (Mt 6,1.2.5.16). Sapete, fratelli, che gli ipocriti non sanno piangere, hanno dimenticato come si piange, non chiedono il dono delle lacrime. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce in noi il desiderio di essere stimati e ammirati per questa buona azione, per ricavarne una soddisfazione. Gesù ci invita a compiere queste opere senza alcuna ostentazione, e a confidare unicamente nella ricompensa del Padre «che vede nel segreto» (Mt 6,4.6.18). Cari fratelli e sorelle, il Signore non si stanca mai di avere misericordia di noi, e vuole offrirci ancora una volta il suo perdono – tutti ne abbiamo bisogno – , invitandoci a tornare a Lui con un cuore nuovo, purificato dal male, purificato dalle lacrime, per prendere parte alla sua gioia. Come accogliere questo invito? Ce lo suggerisce san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor5,20). Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana, è lasciarsi riconciliare. La riconciliazione tra noi e Dio è possibile grazie alla misericordia del Padre che, per amore verso di noi, non ha esitato a sacrificare il suo Figlio unigenito. Infatti il Cristo, che era giusto e senza peccato, per noi fu fatto peccato (v. 21) quando sulla croce fu caricato dei nostri peccati, e così ci ha riscattati e giustificati davanti a Dio. «In Lui» noi possiamo diventare giusti, in Lui possiamo cambiare, se accogliamo la grazia di Dio e non lasciamo passare invano questo «momento favorevole» (6,2). Per favore, fermiamoci, fermiamoci un po’ e lasciamoci riconciliare con Dio. Con questa consapevolezza, iniziamo fiduciosi e gioiosi l’itinerario quaresimale. Maria Madre Immacolata, senza peccato, sostenga il nostro combattimento spirituale contro il peccato, ci accompagni in questo momento favorevole, perché possiamo giungere a cantare insieme l’esultanza della vittoria nel giorno della Pasqua. E come segno della volontà di lasciarci riconciliare con Dio, oltre alle lacrime che saranno “nel segreto”, in pubblico compiremo il gesto dell’imposizione delle ceneri sul capo. Il celebrante pronuncia queste parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» (cfr Gen 3,19), oppure ripete l’esortazione di Gesù: «Convertitevi e credete al Vangelo» (cfr Mc 1,15). Entrambe le formule costituiscono un richiamo alla verità dell’esistenza umana: siamo creature limitate, peccatori sempre bisognosi di penitenza e di conversione. Quanto è importante ascoltare ed accogliere tale richiamo in questo nostro tempo! L’invito alla conversione è allora una spinta a tornare, come fece il figlio della parabola, tra le braccia di Dio, Padre tenero e misericordioso, a piangere in quell’abbraccio, a fidarsi di Lui e ad affidarsi a Lui.

 

MERCOLEDÌ DELLE CENERI – RIFLESSIONI SULLE LETTURE

http://www.omelie.org/nuovoarchivio.php?a=pagano&dom=ceneri&anno=2002&titolodom=Mercoled%EC%20delle%20Ceneri&autore=Gianmario%20Pagano&data=13%20febbraio%202002

RIFLESSIONI SULLE LETTURE DELLA LITURGIA

13 FEBBRAIO 2002 – MERCOLEDÌ DELLE CENERI

(le letture corrispondono con quelle di domani)

di Gianmario Pagano

Colletta Il soggetto del cammino di conversione che si sta per cominciare non è un individuo o un insieme di individui, ma un “popolo”. La Quaresima vede protagonista tutta la Chiesa, perciò non si può ridurre questo tempo liturgico ad un modo più intenso di vivere la fede privatamente. Ma c’è dell’altro. Il tempo che comincia vuole produrre un movimento che coinvolga i fedeli in modo tanto straordinario quanto intenso e decisivo, analogo a quello che si riscontra nei momenti di mobilitazione generale: tutti i fedeli devono acquistare la consapevolezza di essere chiamati ad un combattimento. E quando un popolo intero viene chiamato al combattimento, si tratta di una guerra. I termini stessi usati nel testo – l’invito ad es. a “prendere le armi” – sono termini “bellici”. Bisogna infatti riconoscere che la guerra del bene contro il male, nonostante le interpretazioni nefaste dei fondamentalismi, è una costante simbolica nelle religioni, soprattutto quelle basate sulla fede del Dio di Abramo. La preghiera stessa della Chiesa non disdegna di utilizzare tale simbolo collocandolo all’inizio della Quaresima. Ma quello che sfugge purtroppo ai fondamentalismi è che al centro dell’uso del simbolo della guerra non c’è l’invito alla sopraffazione e alla violenza, ma quello al coraggio e alla messa in gioco, alla disposizione ad intraprendere una lotta che fa appello a tutte le energie della volontà, esattamente come richiesto nei momenti più bui, in cui un popolo intero viene chiamato a spendere ogni energia per affrontare la propria sopravvivenza. In questa guerra “sui generis” le armi sono speciali – quelle della “penitenza” –, così come speciale è il nemico: “lo spirito del male”. Se l’uomo combattesse davvero questa guerra spirituale, mobilitando per essa tutte le sue forze, non sarebbe costretto, certamente, a combatterne altre…

Prima lettura Gioele 2,12-18 La pagina del profeta Gioele è forse quella tematicamente più associata al clima introdotto dalla preghiera di colletta. Il contesto di questo famoso passo è infatti una calamità terribile: la siccità, accompagnata dal flagello delle cavallette, paragonata ad un esercito feroce che prende d’assalto ed espugna una città (Cfr. 2,1-11). Proprio dalla catastrofe nasce l’appello al cambiamento interiore, che è nei termini e nei toni, una forma di appello alla mobilitazione generale, ma per uno scopo preciso: implorare la misericordia di Dio ed invocare il suo aiuto con una giornata straordinaria di digiuno e di penitenza. Segue la risposta di Dio e l’annuncio della liberazione insieme a future benedizioni (2,19-27). Da notare anche un altro particolare, più generale: il profeta Gioele è quello che ha ispirato molte pagine “apocalittiche” del Nuovo Testamento (il discorso escatologico nei sinottici ed alcuni passaggi dell’Apocalisse), proprio per il suo richiamo profetico al “giorno del Signore”, come giorno terribile, al cui confronto la piaga delle cavallette e della siccità è uno scherzo. Tuttavia per Gioele la catastrofe del presente non è il presagio di un castigo maggiore, piuttosto è il segno che anticipa un’era di salvezza. Il punto essenziale è che tale salvezza futura non è incondizionata, ma esige una conversione interiore e profonda di tutto il popolo. 

Seconda lettura 2Cor 5,20 – 6,2 Questo passaggio di Paolo è una sintesi sublime del messaggio cristiano e nello stesso tempo della missione della Chiesa: essere “ambasciatori” della riconciliazione tra Dio e gli uomini. Non si finirà mai di meditarlo e di amarlo abbastanza. L’invito pressante a “non accogliere invano la grazia di Dio” è il punto fondamentale delle preoccupazioni dell’apostolo, e dovrebbe probabilmente essere l’anima di ogni azione ecclesiale, a cominciare da quella contemplativa. Nel contesto dell’inizio della Quaresima il riferimento al “tempo favorevole” diventa strumentale, quasi ovvio. Tuttavia non bisognerebbe cessare di leggerlo in un contesto più ampio ed incisivo, che riguarda l’interpretazione di tutta l’esistenza cristiana: la salvezza è un’occasione da prendere al volo, senza esitare, senza rimandare. Come nella parabola del tesoro nascosto, lo scopritore si trova davanti al colpo di fortuna della sua vita, davanti ad una situazione felice quanto irripetibile. Il segreto per possedere il tesoro non sta nel trovarlo, ma nella prontezza e nella totalità della risposta: nascondere la scoperta per correre immediatamente a vendere tutto per acquistare il campo. Una prontezza che nella parabola è così enfatizzata, da sfiorare il cinismo: lo scopritore del tesoro mantiene il segreto per non rischiare di perderlo e per acquistarlo solo a prezzo del campo! Paolo invita di fatto i suoi uditori allo stesso atteggiamento, decisivo per accogliere in modo efficace la grazia che può trasformare effettivamente la vita di ciascuno. 

Vangelo Mt 6,1-6.16-18 Il testo non è riportato nella sua continuità, ma è una piccola selezione, operata con criterio tematico, sulla base del grande discorso “programmatico” di Gesù nel vangelo di Matteo. La pratica delle opere buone e dell’elemosina, la preghiera e il digiuno, essendo i punti fondamentali della “pratica religiosa” diventano oggetto di riflessione specifica all’inizio della Quaresima per tutta la Chiesa. Anche in questo caso però non bisogna dimenticarne il contesto: Gesù non sta parlando a fedeli che cominciano la Quaresima – almeno non nel contesto originale del passo evangelico… – ma sta insegnando ai suoi discepoli quali devono essere i loro atteggiamenti essenziali. Se c’è infatti una novità e una diversità nella pratica pia dei discepoli di Gesù, questa non è nei contenuti fattuali, che sono i medesimi della tradizione ebraica (e in pratica, come è noto, sono stati ripresi in toto anche dalla tradizione islamica), ma, potremmo dire, nello stile con cui tali contenuti sono proposti alla pratica, nel senso ultimo che essi acquistano alla luce più ampia del vangelo. Ma la cosa che più stupisce il lettore attento è che il vangelo sembra rinunciare all’aspetto sociale e collettivo della penitenza e delle pratiche di pietà, che erano così importanti p.es. per il profeta Gioele, in funzione della loro sincerità e interiorità. Nello stesso tempo, non dovrebbe sfuggire un’altra apparente contraddizione con Mt 5,13-36, altro famosissimo passaggio dello stesso discorso: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria…”. Insomma, le “opere” dei discepoli di Gesù devono rimanere nascoste o devono essere viste? Devono essere pubbliche o private? Per scogliere questo nodo bisogna fare riferimento al tipo di opere cui si fa riferimento nei due diversi contesti. In Mt 5, 13ss il riferimento è alla radice stessa dell’identità cristiana che consiste nel compiere le opere di Dio, in altre parole, nel mettere in pratica il Vangelo. Se il Vangelo non viene praticato dal discepolo, esso rinuncia radicalmente alla sua identità, con conseguenze tragiche per lui. Nei due passi di Mt 6 ripresi dalla liturgia si parla piuttosto delle tipiche opere di penitenza, cioè di quelle che si fanno in riparazione dei peccati o per implorare la misericordia di Dio. Ebbene, il Vangelo non solo dice che se questo tipo di opere è falsato da vanità e vanagloria, esse sono inefficaci, se non addirittura controproducenti (“avete già ricevuto la vostra ricompensa…”), ma che il termine di ogni opera di Dio è Dio stesso. Il ritorno a lui deve essere totale, innanzitutto interiore, determinato da un profondo atteggiamento dello spirito che si orienta a Dio mettendo in gioco la totalità della propria esistenza. La dimensione sociale e visibile della pratica religiosa non è disprezzato, ma la condizione necessaria che la presuppone risiede nello spirito di ciascuno, nel segreto della coscienza, dove si gioca il vero valore delle scelte umane al cospetto di Dio.

Visione d’insieme Il mercoledì delle Ceneri non è solo un invito, ripetuto ciclicamente, a cominciare un cammino di conversione. E’ un invito a cogliere l’occasione di compiere per davvero questo cammino una volta per tutte. Tale appello ha una dimensione sia pubblica, comunitaria ed ecclesiale, che una dimensione privata, personale, interiore e mistica. I due aspetti vanno abbracciati entrambi dai discepoli di Gesù, senza dimenticare che è innanzitutto la profondità dell’adesione di ciascuno al Vangelo a produrre per conseguenza l’opera quasi miracolosa di un cambiamento, questo sì visibile ed evidente, della propria vita. Se la preghiera di colletta richiama i cristiani come in un appello di leva, il profeta Gioele ricorda la gravità della posta in gioco e Paolo sottolinea l’importanza di cogliere il momento propizio per ottenerla. Infine il Vangelo ci chiede di fare tutto ciò con cuore puro, perché l’onestà profonda di fare le cose solo ed esclusivamente per Dio ci restituisce la potenza della sua azione in noi, e ci assicura, dunque, la vittoria finale. Solo in tal modo tutti i credenti potranno dire: “la grazia di Dio in me non è stata vana”.

Miraculous Draught of Fishes -Painting by Jacopo Bassano, 1545 (first miracle )

Miraculous Draught of Fishes -Painting by Jacopo Bassano, 1545 (first miracle ) dans immagini sacre 1280px-Miraculous_Draught_of_Fishes-Bassano
https://en.wikipedia.org/wiki/Miraculous_catch_of_fish#/media/File:Miraculous_Draught_of_Fishes-Bassano.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 5 février, 2016 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 6,1-2A.3-8

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%206,1-2a.3-8

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 6,1-2A.3-8

1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali e 3 proclamavano l’uno all’altro: « Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria ». 4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5 E dissi: « Ohimè! lo sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti ». 6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7 Egli mi toccò la bocca e mi disse: « Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato ». 8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: « Chi manderò e chi andrà per noi? ». E io risposi: « Eccomi, manda me! ».   COMMENTO Isaia 6,1-2a.3-8 La vocazione di Isaia

La vocazione di Isaia viene narrata dal profeta stesso in un brano che si trova all’inizio non di tutto il libro, come solitamente, ma del «Libretto dell’Emmanuele» (Is 6-12), cioè della seconda raccolta di oracoli che presuppone un’attività del profeta anteriore alla guerra siro-efraimita (Is 1-5). I motivi di questa collocazione non sono indicati, ma si può supporre che i redattori finali del libro abbiano voluto situare il messaggio negativo affidato al profeta sullo sfondo dell’insuccesso da lui sperimentato nella prima fase della sua missione. Isaia ambienta la sua vocazione nel contesto di una visione inaugurale avvenuta nel tempio: e di fatto gli elementi simbolici con cui è costruito il racconto sono ricavati da rappresentazioni tipiche del culto. È questa un’ulteriore conferma degli stretti legami che esistevano tra Isaia e Gerusalemme, di cui il tempio era il centro religioso e sociale. Il brano si divide in tre parti: ambientazione (vv. 1-4); indegnità e purificazione del profeta (vv. 5-7); missione (vv. 8-13).

Ambientazione (vv. 1-4) Il profeta inizia il suo racconto indicando il tempo e il luogo in cui si trovava quando ha avuto per la prima volta la manifestazione di Dio: «Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio» (v. 1). L’anno della morte del re Ozia potrebbe essere, come si è visto, il 740 a.C. Isaia non dice in quale luogo si trovava quando ha avuto la visione, ma si può supporre che si trattasse del cortile esterno del tempio, perché l’ingresso nell’edificio sacro era riservato ai sacerdoti. Dio gli appare dunque al di là del secondo velo, nella stanza più interna (il santo dei santi), assiso su di un trono alto ed elevato: questa immagine è suggerita dal fatto che il coperchio dell’arca dell’alleanza (espiatorio) era considerato appunto come il trono di Dio (cfr. Es 25,17-21; 1Sam 4,4). In realtà il profeta vede i lembi del manto divino, i quali, prendendo il posto della nube, simbolo della gloria di Dio (cfr. Es 40,34; 1Re 8,10-11), riempiono tempio (hêkal), cioè la prima stanza, chiamata anche il «santo». Accanto a Dio il profeta vede degli esseri animati: «Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava» (v. 2). La presenza di questi esseri potrebbe essere suggerita dall’idea della corte celeste che, secondo la mitologia orientale, circondava la divinità oppure dal fatto che nel tempio due figure alate, chiamate cherubini, sovrastavano il coperchio dell’arca. Nella visione di Isaia questi esseri ricevono invece l’appellativo di «serafini» (serafîm, brucianti), forse in riferimento al fuoco della teofania. Essi sono forniti di sei ali: due servono loro per coprirsi il volto in segno di sacro terrore nei confronti di JHWH, due per coprirsi i piedi (eufemismo per indicare i genitali, che non devono essere esposti in luogo sacro: cfr. Es 20,26; 28,42-43) e due per volare. I serafini sono dunque davanti a Dio in un atteggiamento di adorazione e di lode come appare anche dal loro canto: «Proclamavano l’uno all’altro: Santo, santo, santo è JHWH degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria» (v. 3). Con queste parole si afferma che JHWH, il liberatore e la guida delle schiere di Israele, è tre volte santo, cioè è santo in senso pieno, in quanto è totalmente separato da tutti i limiti e i peccati dell’uomo (trascendenza) (cfr. Os 11,9). Al tempo stesso però la sua «gloria», cioè la sua presenza luminosa, riempie tutta la terra: egli è presente in tutto l’universo che governa secondo i suoi progetti. In altre parole Dio si rende presente nella storia umana, ma non accetta di diventare connivente con il peccato dell’uomo, e di conseguenza lo elimina, comunicando al popolo la sua santità (cfr. Es 19,6; Lv 19,2), oppure riversando i suoi castighi sui peccatori. La rivelazione di Dio è accompagnata da un forte fragore e da uno spesso fumo: «Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo» (v. 4): anche queste immagini sono suggerite dal modo in cui veniva rappresentata nel culto la manifestazione di Dio (cfr. Es 19,16-19; 1Sam 4,5; 1Re 8,10-12).

Indegnità e purificazione del profeta (vv. 5-7) A questa esperienza Isaia reagisce con una confessione di indegnità: «E dissi: Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, JHWH degli eserciti» (v. 5). Di fronte al Dio santo, l’uomo non può far altro che confessare il suo limite: Isaia si sente solidale con il peccato di tutto il popolo, e lo vede come focalizzato nelle labbra, in quanto impedisce loro di rivolgere a Dio la lode che gli compete. Alla confessione di Isaia fa seguito la sua purificazione: «Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato» (vv. 6-7). Con questo gesto simbolico si vuole significare che Dio ha il potere di perdonare il peccato: l’uomo, se sa riconoscere il suo limite, è salvo e può cominciare una vita nuova.

Missione (vv. 8-13) E di fatti Isaia, dopo che è stato purificato, avverte la chiamata di Dio: «Poi io udii la voce di JHWH che diceva: Chi manderò e chi andrà per noi?» (v. 8a). Mentre il peccato fa sì che l’uomo si chiuda in se stesso, nei suoi desideri egoistici, la purificazione lo rende capace di ascoltare la voce di JHWH che esprime il desiderio di mandare qualcuno a Israele. La reazione di Isaia è immediata: «E io risposi: Eccomi, manda me!». La vocazione comprende dunque due movimenti: quello di Dio che si rivolge all’uomo e quello dell’uomo che si mette liberamente a sua disposizione. A questo punto viene affidato a Isaia un compito da svolgere: «Va’ e riferisci a questo popolo: Ascoltate, ma senza comprendere, guardate, ma senza conoscere» (v. 9). Gli israeliti non vengono chiamati da Dio «mio popolo» ma, con un senso di profondo distacco, «questo popolo». Il messaggio assegnato a Isaia è espresso mediante due verbi all’imperativo, «ascoltate» (šime’û) e «guardate» (re’û), rafforzati ciascuno mediante la ripetizione della stessa radice all’infinito assoluto (ascoltate bene; guardate bene). Ciascuno di essi è seguito da un verbo all’imperfetto preceduto dalla congiunzione we e dall’avverbio negativo al, con significato iussivo (‘al tabînû, non comprendete, ‘al teda’û, non conoscete): Dio comanda dunque agli israeliti di compiere con grande intensità una duplice azione, che metaforicamente significa l’obbedienza al messaggio che egli invia loro, ma sapendo già in partenza che i loro sforzi sono destinati all’insuccesso. Il profeta riceve poi un compito ulteriore: «Rendi insensibile il cuore di questo popolo, appesantisci i suoi orecchi e acceca i suoi occhi» (v. 10a). Il comando di Dio viene espresso mediante tre verbi all’imperativo causativo: «rendere insensibile» (dalla radice saman, essere grasso) il cuore del popolo, «appesantire» (dalla radice kabad, essere pesante) i suoi orecchi e «accecare» (dalla radice ša’a', essere cieco) i suoi occhi. Se si prescinde dalla vocalizzazione masoretica, questi verbi potrebbero essere letti come futuri, prima persona singolare (io renderò insensibile il cuore, appesantirò gli orecchi, accecherò gli occhi…). A questi tre comandi fa seguito una proposizione finale: «affinché non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore» (v. 10b). In questa frase la congiunzione finale negativa pen (affinché non) regge tre verbi all’imperfetto, i quali hanno per soggetto il popolo e riprendono in ordine chiastico i precedenti imperativi: il profeta deve esplicitamente impedire che il popolo veda, ascolti e comprenda. Infine la frase finale viene prolungata mediante altri due verbi retti dalla stessa congiunzione pen: «(affinché) non si converta e non sia guarito» (v. 10c). Il profeta deve dunque far sì che il popolo si indurisca proprio perché non si converta (šûb, ritornare, convertirsi) e non sia guarito (rafa’). Ciò significa che JHWH non è disponibile ad accettare una conversione in extremis che comporterebbe la guarigione del popolo perché non ritiene più che essa sia possibile. Il messaggio assegnato a Isaia rientra nella tematica biblica riguardante la ribellione del popolo nei confronti del suo Dio: quando trasgredisce i suoi comandamenti, Israele manifesta un atteggiamento interiore, analogo alla perdita di funzionalità delle facoltà più importanti, cioè il cuore, la vista e l’udito. L’indurimento del cuore indica il blocco delle facoltà interiori, l’accecamento sottolinea maggiormente la mancanza di conoscenza, mentre la sordità riguarda soprattutto l’opposizione della volontà: in pratica però le diverse immagini vengono a coincidere (cfr. Ger 5,21; Ez 12,2). In Is 6,9-10 subentra però una sfumatura nuova: non è il popolo a indurirsi, a diventare sordo o cieco, ma è Dio stesso che, per mezzo del suo profeta, produce in esso questo stato d’animo. Questa idea riappare in altri due testi: Dt 29,1-3 e Is 29,10 nei quali la colpa del popolo si tramuta in una pena comminata da Dio stesso, come era avvenuto per il faraone, che di fronte al comando di lasciar partire Israele si era indurito (Es 7,13.14; 8,15; 9,35 ecc.), ma al tempo stesso era stato indurito da JHWH (Es 4,21; 7,3; 9,12 ecc.), il quale aveva così potuto dimostrare di essere più potente di lui (Es 10,1; 14,4.17). La stessa reazione di rifiuto è stata provocata da Dio nei cananei (Dt 2,30; Gs 11,20), nei figli di Eli (1Sam 2,25) e nel re Roboamo (1Re 12,15).

Di fronte a una prospettiva così terribile Isaia domanda: «Fino a quando?». La risposta è drastica: fino a che le città siano devastate, le case senza abitanti, la campagna deserta e desolata. JHWH scaccerà la gente finché ne resti solo ne resti solo una decima parte e anche questa sarà preda della distruzione (vv. 11-13a). La totalità della rovina viene paragonata a quella di una quercia o a terebinto che sono caduti e dei quali non resta che il ceppo. Ma le ultime parole contengono un messaggio di speranza: «progenie santa sarà il suo ceppo» (v. 13b). Anche se JHWH «ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe» Isaia continua ad avere fiducia in lui (cfr. Is 8,17). Egli infatti un giorno darà al suo popolo la vista e l’udito e rinnoverà il suo cuore (Is 32,2-4). Ma è dubbio che in questo contesto Isaia abbia voluto esprimere questa speranza perché le ultime parole del v. 13 mancano nei LXX e potrebbero rappresentare un’aggiunta posteriore

Linee interpretative Il modo in cui Isaia presenta la sua chiamata si ispira al modello classico delle vocazioni bibliche (manifestazione divina, sgomento dell’uomo cosciente della sua inadeguatezza, segno, missione). Il carattere contraddittorio della missione affidata al profeta si comprende supponendo che egli, dopo un certo periodo di predicazione, sia giunto alla conclusione che la sua opera è destinata al fallimento a causa dell’ostinazione del popolo. In questa situazione però il profeta, illuminato da Dio, scopre che Dio stesso permette questo indurimento, anzi vuole portarlo alle sue estreme conseguenze per farla finita con il popolo peccatore e per ricominciare da capo la sua opera salvifica. Egli comprende allora che il suo ruolo è proprio quello di spingere il popolo verso il suo tragico destino, annunziandogli insistentemente un messaggio che è già stato rifiutato in partenza. In altre parole il suo invito alla conversione provocherà quasi sicuramente un ulteriore indurimento degli ascoltatori, ma non per questo si sente autorizzato a tacere, perché ormai l’unica speranza è che Dio ricominci da zero la sua opera salvifica.

 

7 FEBBRAIO 2016 | 5A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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7 FEBBRAIO 2016 | 5A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Il Signore Gesù parla, e la sua parola è autorevole e si realizza. Chiama i suoi primi apostoli a seguirlo e a farsi « pescatori di uomini ». La proposta è « vocazionale », così come quella straordinaria di Paolo, chiamato per ultimo tra gli apostoli ad annunciare il vangelo. Sin dall’inizio Gesù associa degli uomini alla sua missione.

La parola di Dio Isaia 6,1-2a.3-8. Il capitolo sesto di Isaia presenta la sua chiamata alla profezia. Nel contesto di una profonda esperienza religiosa, Isaia vede la gloria di Dio e viene purificato. Quindi sente la voce del Signore che si domanda chi possa fare il profeta e rappresentarlo presso il popolo. Isaia offre se stesso e dice: « Eccomi, manda me! ». 1 Corinzi 15,1-11. Quella di Paolo è una grande testimonianza della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù. Afferma di trasmettere i fatti come gli sono stati trasmessi da testimoni autorevoli. Ultimo tra questi è anche lui stesso, che si è messo a disposizione del vangelo. Luca 5,1-11. Gesù parla alla folla, che lo segue e lo ascolta con avidità. Poi induce Pietro a gettare le reti, nonostante che in quella notte non abbiano preso nulla. La pesca è grandiosa e Pietro riconosce che il risultato è miracoloso. Gesù invita Pietro, ma anche Giacomo e Giovanni, a seguirlo e a diventare « pescatori di uomini ».

Riflettere Da sempre Dio associa gli uomini a realizzare i suoi progetti sull’umanità. Lo ha fatto con Noè, Abramo, Mosè, con i profeti e gli apostoli. Lo fa ancora oggi chiamandoci a prendere parte in modo più diretto alla vita della chiesa. La prima lettura racconta la chiamata del profeta Isaia. Siamo al capitolo sesto, ma è come se il suo libro cominciasse realmente solo adesso. Nei primi cinque capitoli presenta la situazione problematica di Israele. Accusa il popolo di avere abbandonato il Signore, parla della collera di Dio e dell’attesa di tempi nuovi. Poi presenta la sua chiamata alla profezia. Isaia ha probabilmente meno di trent’anni quando s’incontra con il Signore. È l’anno della morte del re Ozia. La sua è la descrizione di una profonda esperienza religiosa fatta a mo’ di apparizione: assume i contorni di chi ha una visione, con le modalità della cultura e della sensibilità del suo tempo. Isaia sembra trovarsi nel tempio durante l’intronizzazione del nuovo re e vive un’esperienza mistica, a partire dalla trasfigurazione di ciò che gli si presenta. Vede Iahvè seduto in trono come un principe orientale, che con il manto copre l’intero tempio. Davanti a lui vi sono figure mitologiche o angeli, i serafini, che sono per metà uomini e per metà uccello. Essi proclamano Iahvè tre volte santo, mentre le porte vibrano e il tempio si riempie di fumo. Isaia si incontra in questo modo con Iahvè. Scopre la trascendenza, la maestà di Dio, che si manifesta nella cornice di una liturgia solenne. La vita di Isaia sarà per sempre segnata da questa esperienza che gli ha cambiato la vita. Davanti alla trascendenza di Iahvè, Isaia riconosce la sua impurità e la necessità di una purificazione e si domanda come potrebbe, un giovane come lui, annunciare la parola del Signore tre volte santo. Ma uno dei serafini vola verso il suo volto e purifica simbolicamente le sue labbra con un carbone incandescente. Così purificato, Isaia si offre volontario per collaborare con Iahvè a risanare Israele. Iahvè gli ha fatto dono di quest’esperienza particolare, che equivale a una vera e propria chiamata vocazionale. Probabilmente, già prima di questa visione Isaia era un giovane ben disposto, ma da questo momento la sua fede e la sua sicurezza sanno incrollabili. Nella seconda lettura ci troviamo in qualche modo ancora di fronte a una chiamata, quella di Paolo, che da persecutore della chiesa è stato chiamato all’apostolato. Lo dice lui stesso, mentre esprime con sicurezza la sua fede nella risurrezione di Gesù. Nella città di Corinto alcuni, anche tra quelli che hanno accolto il vangelo, sembrano avere qualche incertezza di fronte alla risurrezione dei morti. Ma Paolo reagisce con estrema chiarezza: Gesù è risorto, e dunque anche noi risorgeremo. Che Cristo poi sia risorto, è un fatto documentato più di ogni altro, dice Paolo, esprimendo la fede della chiesa primitiva: « Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture, apparve a Cefa e quindi ai Dodici ». Questa professione di fede, aggiunge Paolo, è un fatto confermato da altre apparizioni del Risorto a Giacomo e a più di cinquecento fratelli. « Ultimo fra tutti apparve anche a me », conclude, portando a testimonianza il suo cambiamento di vita: da persecutore della chiesa, si è fatto apostolo infaticabile del vangelo. Marco e Matteo presentano la chiamata degli apostoli all’inizio della vita pubblica di Gesù. Luca ordina i fatti in modo diverso e in modo curiosamente più problematico. Siamo in questo caso al capitolo quinto; nel capitolo precedente Gesù ha appena guarito la suocera di Pietro, e questo significherebbe che gli apostoli erano già stati scelti e chiamati. Si potrebbe però anche pensare che, secondo Luca, la chiamata degli apostoli non sia avvenuta attraverso un unico incontro, ma in momenti successivi. Comunque è questa la chiamata decisiva, perché Luca al termine dell’episodio scrive che essi « tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono ». Gesù ha cominciato la vita pubblica associando sin da subito altri alla sua missione. La chiamata di Pietro e degli altri due apostoli viene vista da Luca nel contesto simbolico di una pesca straordinaria. Il momento non è propizio per la pesca, quegli uomini di mare lo sanno. Forse con un po’ di scetticismo cedono alle parole di Gesù e calano le reti. Dice il vangelo che « presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano »; che « riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano »… Pietro, che con gli altri ha faticato tutta la notte senza prendere nulla, non fa fatica a cogliere la straordinarietà del miracolo e il mistero di chi gli sta davanti, ed esclama: « Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore ». Gesù invece lo fa « pescatore di uomini ». D’ora in poi Gesù non sarà più solo. Non si dice ancora quale sarà il compito degli apostoli e perché li ha chiamati: si sa però perfettamente che Gesù li ha voluti con sé e che d’ora in poi cambieranno mestiere per mettersi al suo seguito. A guardare le cose simbolicamente, nel racconto di questo episodio c’è in filigrana tutta l’avventura della chiesa, la comunità che Gesù ha voluto perché continui la sua missione. Anche il lago che non dà pesci è carico di simboli per la chiesa: è sulla parola di Gesù che la pesca ci sarà, e sarà abbondantissima.

Attualizzare « Chi manderò e chi andrà per noi? », si domanda Iahvè rivolgendosi a Isaia, invitandolo a condividere i suoi sogni per dare inizio a una nuova storia di Israele. « Vi farò pescatori di uomini », dice a sua volta Gesù, invitando Pietro Giacomo e Giovanni a seguirlo e a condividere la sua missione. In ambedue i casi la chiamata è di tipo « vocazionale », coinvolge interamente la persona, prende la vita. Questo tipo di invito da parte di Dio – perché è sempre lui che ci precede nella chiamata – non è mai a tempo, provvisoria, settoriale, ma a « tempo pieno ». « Vivere 24 ore su 24 per Dio », dice lo slogan di una storica campagna pubblicitaria destinata a suscitare nuove vocazioni. « Una vita da marine » si legge in un manifesto negli Stati Uniti, per indicare ciò che la vita di un prete comporta. « Comincio da me, lo propongo a tutti quanti » è la parola d’ordine che si è diffusa in Messico tra i giovani cattolici partecipanti al progetto « I giovani con Cristo per Los Mochis ». Giovani destinati a occuparsi dei ragazzi delle periferie, a cui dare motivazioni forti per uscire dalla loro situazione di disagio ispirandosi alla fede. Di fronte a questa chiamata, la prima reazione spesso non è quella del « perché proprio io? », del rifiuto o del menefreghismo, ma piuttosto quella del disagio, dell’inadeguatezza. Non sono io l’uomo giusto – si pensa – non sono la donna giusta, non sono all’altezza, sono inadeguato. È la reazione che ha avuto Isaia, che dice di avere le labbra impure; di Pietro che chiede a Gesù di allontanarsi da lui, perché è un peccatore. Anche quella di Paolo, che dichiara che il Signore Gesù si è manifestato a lui, ma « come a un aborto », cioè, come a colui che è nato male e viaggiava fuori strada. Ma a guardare alla storia di molte vocazioni, anche straordinarie, si deve riconoscere che Dio è sovranamente libero di fronte alla sua chiamata. Sono frequentissimi i casi di chi dice che prima di essere chiamato era orientato su tutt’altre strade, che non si collocava tra quelle persone per bene, a cui si pensa per questo tipo di chiamata. Isaia, Pietro, Paolo accettano e mettono la loro persona a disposizione: « Eccomi, manda me », dice Isaia. Altre volte la risposta positiva è molto più faticosa. Possiamo ricordare il profeta Geremia, chiede a Iahvè di mandare un altro, perché lui è troppo giovane; Giona, che si dà alla fuga; Mosè che trova il pretesto di non essere sciolto nel parlare. Ma Dio si servirà proprio di loro, così come dimostra di fare spesso con altre persone apparentemente meno adatte per realizzare i suoi piani. Madre Teresa, una minuscola donna albanese partita per le missioni in India, diceva che non c’era persona più inadeguata di lei per fare ciò che stava facendo. Dio chiama anche gli sfaccendati (ricordiamo gli operai dell’ultima ora), magari anche i ritrosi, ma più spesso non chiama i perditempo. Ha chiamato Pietro e gli altri mentre stanno pescando, chiama Matteo mentre si trova al banco delle imposte. E questi mettono a disposizione tutto ciò che sono e hanno: il loro mestiere, le competenze, le proprie idee, fidandosi unicamente della parola di Gesù che invita. La chiamata di Dio rimane sempre qualcosa di misterioso: « Perché sceglie proprio me e non un altro? ». Ma è altrettanto misteriosa la risposta dell’uomo. Comunque una chiamata di Dio porta sempre con sé un enorme carico di responsabilità. « Dio ha bisogno degli uomini » è il titolo di un vecchio film, che esprime qualcosa di reale, perché Gesù ha voluto effettivamente aver bisogno di dodici apostoli per costruire la chiesa e realizzare il regno di Dio. Chiama anche oggi, e se ottiene come risposta un « no », si rivolge a un altro. Dobbiamo però chiederci che cosa sarebbe successo se Pietro avesse rifiutato il suo invito, se avessero detto di « no » sant’Agostino, san Francesco, Ignazio di Lojola, san Giovanni Bosco, il Cottolengo, Madre Teresa, Papa Giovanni, Giovanni Paolo II. Essi invece hanno detto: « Sulla tua parola getterò le reti », e la storia ha preso un corso diverso per se stessi e per gli altri. Il discorso sulla vocazione riguarda tutti da vicino, Non dobbiamo pensare necessariamente alle vocazioni sacerdotali e religiose. Non erano della casta sacerdotale Isaia e Pietro. Non lo era nemmeno Gesù. La vocazione è accogliere la vita mettendo in gioco le qualità che abbiamo, vivendo per qualcosa e per qualcuno. È sempre un « vivere con », un « vivere per ». E non si deve attendere che venga un angelo dal cielo a dirci come rispondere alla nostra vocazione profonda. Basta un tempo più intenso di riflessione personale e di preghiera; oppure la proposta di qualcuno che lo fa a nome della chiesa e ci affascina per il suo modo di vivere. Ancor più è l’esserci dati a un servizio di carità che porta a maturare l’idea che questa può diventare la nostra scelta per la vita. In ogni caso, la scelta di Dio rimane sempre sovranamente e misteriosamente libera, e gli esempi non mancano. Ha chiamato Paolo nel momento in cui andava a perseguitare i cristiani; ha chiamato l’apostolo dei lebbrosi, il giornalista Raoul Follereaux mentre faceva un safari in Africa; ha chiamato Lorenzo Milani che aveva la madre ebrea e il padre indifferente alla religione; ha chiamato Piergiorgio Frassati, che è nato in una famiglia che si vergognava di lui e delle sue opere di carità.

Lasciarono tutto e lo seguirono « Erano giovani, felici, protese verso un’esistenza che si annunciava ricca di soddisfazioni e di prospettive. Alcune di loro stavano per sposarsi e progettavano una vita piena e completa. Poi un giorno, spesso all’improvviso, è giunta « la chiamata ». Hanno risposto di sì, hanno lasciato tutto e l’hanno seguito. Adesso sono in luoghi che le stesse carte geografiche ignorano, nei lebbrosari, nelle trincee delle metropoli, accanto a chi soffre o muore di Aids. Sono le donne che ho incontrato nel mio viaggio fra le suore, che ho interpellato stupita e commossa per il loro eroismo. « Ho risposto alla sua chiamata perché la felicità che avevo non mi bastava più », mi ha detto con la conferma di una serenità luminosa una suora missionaria, « parroco » in Amazzonia tra i garimpeiros che si dannano a cercare l’oro nelle miniere » (Mariapia Bonanate).

Don Umberto DE VANNA sdb

Pietro Buonaccorsi, called Perino del Vaga – Saint Paul preaching in Athens

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Publié dans:immagini sacre |on 4 février, 2016 |Pas de commentaires »

UNA BREVISSIMA STORIA DELLA MUSICA SACRA – Marco Frisina

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UNA BREVISSIMA STORIA DELLA MUSICA SACRA

Marco Frisina

In ogni secolo e cultura i cristiani hanno voluto cantare la loro fede, esprimendo la bellezza del Vangelo con melodie sublimi, capaci di toccare il cuore del credente e di innalzarlo fino a Dio. L’inizio di tutto questo è nella Bibbia. I cantici, che punteggiano l’intera storia biblica, esprimono lo stupore dinanzi ai grandi avvenimenti della salvezza. Il Canto del mare di Es 15 interpreta liricamente ed epicamente l’episodio fondamentale della storia di Israele: il passaggio del Mar Rosso. Possiamo definirlo uno dei primi esempi di musica sacra perché è l’espressione più pura di come la vita e la fede si fondano insieme per divenire canto, anzi una vera e propria liturgia cantata di un popolo al suo Dio Salvatore. Nel Salterio troviamo raccolti in un solo libro tutte le possibilità espressive di questo canto a Dio “che opera meraviglie”. Ci sono salmi di lode e di supplica, salmi penitenziali e salmi di ringraziamento, lamentazioni e epopee, in una parola c’è tutto l’uomo che canta il suo rapporto con Dio. Nel Nuovo Testamento il Magnificat diviene l’archetipo stupendo di ogni cantico cristiano, l’inno di Maria a Dio Salvatore potente che fa “grandi cose” per i poveri realizzando le sue promesse diviene il canto della Chiesa che al tramonto inneggia al suo Redentore. Ogni musica sacra dipende in qualche modo da questi modelli biblici e nella storia della musica ogni generazione cristiana ha voluto continuare la composizione di questi cantici e di questi salmi, realizzando miriadi di “inni e cantici” al Signore della bellezza. Le melodie della tradizione gregoriana appaiono come una meravigliosa sintesi del primo millennio cristiano. Nella loro semplicità e sublime espressività ci mostrano il connubio perfetto tra melodia e testo sacro; la musica fa emergere la luce contenuta in quelle parole e ispira in chi canta e in chi ascolta una struggente nostalgia del cielo. Dai monasteri al popolo di Dio questo canto produsse effetti meravigliosi creando nell’Occidente cristiano un linguaggio comune, con la sua diffusione diede inizio sia alla musica colta che a quella popolare e segnò l’inizio della vera e propria storia della musica. Col tempo si sentì l’esigenza di unire melodie diverse realizzando così un canto fatto di diversi canti, una “polifonia”. Dal XIII sec. in poi nasce questo nuovo genere musicale in cui l’armonia può essere gustata come unione di voci diverse, come “concordia discors”; il coro a tre voci e poi a quattro, cinque, otto, dodici, addirittura trentasei voci e oltre diviene simbolo di una armonia superiore e inebriante che ricorda le sfere celesti, i cori angelici. Gradualmente però si avvertì il pericolo di smarrire qualcosa; il testo sacro, soffocato tra gli intrecci polifonici, non era più facilmente comprensibile. Il testo doveva ritornare ad essere protagonista: la Scrittura doveva essere cantata e la polifonia doveva porsi al suo servizio. Nacque così quella meravigliosa stagione musicale che fu la polifonia rinascimentale. Tra i tanti grandi autori del cinquecento non possiamo non ricordare Pierluigi da Palestrina, colui che seppe sintetizzare le grandi conquiste contrappuntistiche dei secoli precedenti purificandole in nome di un equilibrio perfetto tra testo, musica ed espressività poetica. Questo periodo se da una parte è il culmine di una civiltà musicale non ne è la fine, anzi può essere definito l’inizio di un nuovo sentire. La Controriforma spinse infatti la Chiesa ad esprimere il Vangelo con maggior forza ed entusiasmo. E fece sorgere molti santi testimoni di una fede intraprendente e “moderna”. L’entusiasmo missionario spinse molti cristiani a guardare al di là dell’Europa vedendo nei nuovi mondi dei nuovi destinatatari del Vangelo. Inoltre si scoprì che la voce umana e gli strumenti potevano essere utilizzati come veicolo delle emozioni più profonde dell’uomo e quindi della fede. La nascita dell’Opera e contemporaneamente dell’Oratorio sacro ci mostrano proprio il sorgere di questa nuova sensibilità musicale. La drammatizzazione dell’esperienza di fede, come accade nei grandi oratori barocchi, diviene un modo per esprimere la propria partecipazione al mistero della salvezza dando spazio al cuore, agli umani sentimenti. Già nel Seicento c’era stato Carissimi a portare l’Oratorio a livelli altissimi di arte ma fu nel secolo successivo che questo genere sacro ebbe la sua massima espressione. La Riforma protestante aveva sostituito i tradizionali canti della tradizione medioevale con nuovi canti più semplici e scarni per favorire la partecipazione dei fedeli: i corali. Queste composizioni divennero il tramite per l’istruzione della gente semplice che potevano imparare, insieme alle semplici melodie, anche brani interi della Scrittura cantandoli nella propria lingua. Da questi corali i musicisti trassero il materiale per le loro grandi composizioni. Bach scrisse centinaia di cantate semplicemente rivestendo quei corali di cori e arie stupende. La commozione e la partecipazione al misero della Redenzione che egli seppe esprimere segnarono la storia della musica per sempre; l’arte sacra ebbe in lui un punto d’arrivo e nello stesso tempo un punto di partenza. Nell’epoca successiva la musica sacra continuò i suoi splendori barocchi con i grandi autori del settecento, basta ricordare in Italia Pergolesi che nella sua breve vita seppe donarci alcuni capolavori come lo Stabat Mater. Alla fine del secolo però una nuova sensibilità si fa largo trascinando con sé anche la musica sacra: Mozart e Haydn aprono le porte ad un nuovo modo più articolato e “sinfonico” di concepire la musica sacra. Beethoven e Schubert raccoglieranno le loro intenzioni portandole a contatto con le tematiche romantiche, la musica sacra è diviene l’occasione per esprimere il conflitto del cuore dell’uomo dinanzi al dolore e a Dio stesso.Verdi riassunse magistralmente questo conflitto nella Messa da Requiem in cui la contemplazione dei “novissimi” diviene la sintesi stessa del dramma umano. Il novecento ha ereditato questa fede conflittuale e soprattutto ha fatto proprio il dubbio e addirittura a volte l’”ateismo” moderno. Ma nello stesso tempo una nuova nostalgia del cielo si è fatto largo tra i compositori del novecento, basta pensare alle composizioni sacre di Stravinsky in cui l’autore si rifà ai modi della musica ortodossa, di Rachmaninov, di Poulenc, di Petrassi, Penderecki e altri fino ad arrivare ai contemporanei come Part. La musica sacra continua così il suo cammino esprimendo la bellezza di Dio ed esplorando il cuore dell’uomo alla ricerca della luce che possa donare a tutti, attraverso la musica, uno spiraglio di Paradiso. 

 

Publié dans:musica sacra |on 4 février, 2016 |Pas de commentaires »
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