Archive pour février, 2016

Il Papa in Messico

Il Papa in Messico dans immagini del Papa
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Publié dans:immagini del Papa |on 15 février, 2016 |Pas de commentaires »

LASCIARSI SCOLPIRE DALLA QUARESIMA

http://www.fmaitv.eu/content/lasciarsi-scolpire-dalla-quaresima

LASCIARSI SCOLPIRE DALLA QUARESIMA

Inviato da contenuti il Mer, 22/02/2012

Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ama citare – riguardo i giovani – le parole di un padre della chiesa del IV secolo; “Voi vi chiedete come mai i giovani crescendo si allontanino dalla Chiesa. Ma è naturale; è come nella caccia alla volpe, dove i cani che non l’hanno vista, prima o poi si stancano, rinunciano e tornano a casa; mentre quei pochi che hanno visto la volpe proseguiranno la loro caccia fino in fondo”. Ed Enzo Bianchi conclude: “Ecco, il problema è far vedere la volpe ai giovani, far conoscere loro Gesù Cristo”.
Non solo ai giovani, ma a tutti noi è chiesto questo: conoscere e amare Gesù Cristo, vivere nel quotidiano il suo Vangelo.
Sono arrivato alquanto tardi a dare a Gesù Cristo il posto centrale ch’egli occupa oggi
nel mio pensiero e nella mia vita … Oggi, dopo aver molto riflettuto e predicato … Gesù Cristo è la luce, il calore e – attraverso il suo Spirito Santo – il moto della mia vita. Egli mi interroga ogni giorno, e ogni giorno mi impedisce di arrestarmi: il suo Vangelo e il suo esempio mi strappano alla tendenza istintiva che mi terrebbe legato a me stesso, alle mie abitudini, al mio egoismo. Ed esperimento la verità di questa frase di Ibn Arabi: « Colui la cui malattia si chiama Gesù, non può guarire ». (Yves Congar, teologo)
La Quaresima è proprio per questo un’occasione propizia: è intraprendere un viaggio, un percorso che conduce all’incontro col Signore Crocefisso e Risorto; è un grande appello sempre nuovo, scomodo e insieme promettente, a verificare il nostro essere cristiani sulla Pasqua di Gesù e sul Vangelo.
Intraprendere questo viaggio, rispondere a questo appello ci costruirà, ci darà una nuova forma, la forma di Gesù, ci spalancherà nuovi orizzonti, ci scolpirà come cristiani.
È noto l’aneddoto che narra di Michelangelo, visitato nel suo atelier di scultore da papa Giulio II, mentre stava accanendosi contro un blocco di marmo. “Perché colpisci così forte?”, gli chiese il pontefice. Gli rispose Michelangelo: “Non vedete che c’è un angelo imprigionato in questo blocco di marmo? Io lavoro per liberarlo!”.
E allora, lasciamoci “scolpire” e liberare dalla Quaresima …
In particolare vi invito a lasciarvi scolpire dalla Parola di Dio.
La Parola di Dio non si porta in capo al mondo in una valigetta: la si porta in se stessi, la si porta su di sé. Non la si ripone in un angolo di se stessi, nella propria memoria, come sistemata sul ripiano di un armadio. La si lascia andare fino al fondo di sé, sino a quel cardine su cui fa perno tutto il nostro essere. Essa non ci deve più abbandonare, più di quanto non ci abbandoni la nostra vita e il nostro spirito. Essa vuole fecondare, modificare, rinnovare la stretta di mano che avremmo da dare, lo sforzo che poniamo nei compiti che ci spettano, il nostro sguardo su coloro che incontriamo, la nostra reazione alla fatica, il nostro sussulto di fronte al dolore, lo schiudersi della nostra gioia. Vuole stare con se stessa ovunque noi siamo con noi stessi. Allora la vedremo splendere mentre camminiamo per strada, mentre accudiamo al nostro lavoro, sbucciamo i legumi, attendiamo una telefonata, spazziamo i pavimenti; la vedremo splendere tra due frasi del nostro prossimo, tra due lettere da scrivere, quando ci svegliamo e quando ci addormentiamo. Il fatto è che essa ha trovato il suo posto: un cuore di uomo povero e caldo per riceverla. (Madeleine Delbrêl, Noi delle strade)
Ascoltare, leggere, meditare la Parola; gustarla, amarla, celebrarla, viverla è l’itinerario su cui camminare nella prossima Quaresima. Certi che mettersi in ascolto della Sacra Scrittura ci fa sentire amati e ci fa capaci di amare.
Ed è l’amore che si declina nelle sue varie forme – in casa e fuori casa, coi vicini e con i lontani, nelle diverse attività di volontariato, nelle sfide della giustizia – il luogo per incarnare la Parola che si ascolta e cambia il cuore.
Sono stato colpito dalla scritta collocata sopra il Crocefisso ligneo della vostra
splendida chiesa (S. Bernardino di Molfetta): CHARITAS SINE MODO.
È un latino semplice, che vuol dire: amore senza limite. Anzi, per essere più fedeli alle parole, bisognerebbe tradurre così: Amore senza moderazione. Smodato, sregolato. Amore senza freni, senza misura, senza ritegno.
Volesse il cielo che, ogniqualvolta uscite dalla chiesa, non vi sentiste affidare da Gesù Cristo nessun’altra consegna che questa: Charitas sine modo. La misura dell’amore … è quella di amare senza misura.
(mons. Tonino Bello)
La Quaresima torna ogni anno con le sue domande e proposte forti e con la sua richiesta di risposte forti. Non la si può mai dare per scontata o invecchiata. Invita al silenzio, all’ascolto della Parola, alla preghiera, alla sobrietà, alla fraternità. Invita alla conversione del cuore, al rovesciamento di alcune prospettive.
In un campo ho veduto una ghianda:
sembrava così morta, inutile.
E in primavera ho visto quella ghianda mettere radici e innalzarsi,
giovane quercia verso il sole.
Un miracolo, potresti dire:
eppure questo miracolo si produce mille migliaia di volte
nel sonno di ogni autunno
e nella passione di ogni primavera.
Perché non dovrebbe prodursi nel cuore dell’uomo?
(Kahlil Gibran)

La Quaresima può essere la tua, la mia primavera …
Mirko Bellora

IL RINNOVAMENTO DELLA TERRA

http://www.esserecristiani.com/index.php?option=com_content&view=article&id=976:il-rinnovamento-della-terra-la-risurrezione-del-mondo&catid=122:2014-testi-omelie&Itemid=91

Pe. Luiz Carlos de Oliveira, Redentorista

IL RINNOVAMENTO DELLA TERRA

1420. la Risurrezione del mondo   “Invia, Signore, il tuo Spirito e rinnoverai la faccia della terra”. Normalmente dicendo questo intendiamo l’aspetto spirituale. L’uomo, nel linguaggio della Scrittura e anche dei miti, è stato fatto di fango al quale è stata data l’intelligenza e l’anima spirituale. L’essere umano è un tutto. La materia, anche  deperibile, è animata da un’anima che gli dà senso e consistenza vitale. Grazie a Dio, a partire dal crescente rispetto verso l’essere umano, anche la natura è stata beneficata. Abbiamo la sensibilità di preservare la natura come condizione di vita per le persone. Ma c’è una dimensione spirituale  che può fondare meglio questa cura. San Paolo ci insegna nella lettera ai Romani la vita dello Spirito in noi e nella natura: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.” (Rm 8,19-23). La Risurrezione di Gesù e la nostra, per il dono dello Spirito, sono la base dell’ecologia che è anche spirituale. Per questo possiamo dire che una vita spirituale può essere coerente solo se sa preservare anche i beni naturali. Il peccato che disequilibra la persona ha risonanza anche nella natura. Quando la Bibbia, nel raccontare la creazione dell’uomo dice: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e sottomettetela” (Gn 1,28). Il senso è di dominarla ma non per averla come un Dio. C’è anche un lato positivo nel prendersi cura della terra come leggiamo più avanti:”Dio prese l’uomo e lo mise nel giardino di Eden perchè lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15). 1421. la natura cammino di Dio Quando si parla di spiritualità, c’è una tendenza di uscire dalla realtà, fino al disprezzo della natura, inclusa quella umana. Questo contraddice l’insegnamento della Scrittura che ha creato tutto nella unità. Questa unità arriva al massimo nella persona di Gesù che è Uomo-Dio. La Divinità si è unita alla materia. Questa materia partecipa della Risurrezione di Gesù ed è glorificata in Lui. Per questo, la natura è cammino di Dio. Per essa possiamo comprendere l’amore creatore del padre e la forza redentrice della Risurrezione. La Parola insegna: “I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera sua (Salmo 18). S. Bernardo diceva che imparava più dalle piante che dai libri. Preghiamo nei salmi quanto le bellezze della natura sono motivo di lode a Dio. Nell’inno alle creature diamo voce a tutto l’Universo per lodare Dio: “Opere del Signore, benedite il Signore…” (Dn 3,57 ss.). Il salmo 64, dopo la lode dell’azione di Dio nella natura, esplode in un grido che riassume tutto: “Tutto canta e grida di gioia”. La spiritualità senza l’unione all’altro e alla natura è “un come un bronzo che risuona e  un cembalo che tintinna” (1 Cor 13,1). 1422. A causa dell’uomo L’essere umano, come natura, è unito all’Universo. Con la Risurrezione di Gesù l’universo ha iniziato il suo rinnovamento. Risuscitare con Gesù è integrarsi sempre più nella cura del mondo che ci è stato affidato. Il rispetto, la promozione e l’integrazione della persona nella vita degna porta con se la natura. Se per causa del peccato dell’uomo la natura soffre, anche se non sappiamo spiegarlo, vivere nella grazia è anche la sua redenzione. Nella Scrittura la natura che grida e geme nelle doglie del parto (Rm 8,22), asciuga le sue lacrime e offre a Dio il pane e il vino, Corpo e Sangue del Signore, che sono la sua risurrezione. Siamo chiamati a dare al mondo e a tutte le persone il diritto di amare Dio con totalità,  unendo alla sua risposta di fede, la natura creata con molto amore.

Jesus, the Temptations

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https://www.osv.com/OSVNewsweekly/ByIssue/Article/TabId/735/ArtMID/13636/ArticleID/14263/Awareness-is-critical-to-fight-off-temptation.aspx

Publié dans:immagini sacre |on 12 février, 2016 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – ULTIMA UDIENZA DI PAPA BENEDETTO – LE TENTAZIONI DI GESÙ

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130213.html

BENEDETTO XVI – ULTIMA UDIENZA DI PAPA BENEDETTO – LE TENTAZIONI DI GESÙ

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle,

come sapete – grazie per la vostra simpatia! – ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà.

Le tentazioni di Gesù e la conversione per il Regno dei Cieli

Cari fratelli e sorelle, oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima. Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione. Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io? Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei. Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita. Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damaso, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da diventare sacerdote. Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”. La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati. Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali. In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.

 

14 FEBBRAIO 2016 | 1A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/03-Quaresima_C/Omelie/01a-Domenica-Quaresima-C/12-01a-Domenica-C_2016-UD.htm

14 FEBBRAIO 2016 | 1A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Mercoledì scorso è iniziata la quaresima, con un rito suggestivo, tradizionale, solenne, quello delle Ceneri, che richiama le antiche usanze penitenziali, per entrare in un atteggiamento di conversione. Davanti a noi ci sono 40 giorni speciali, un tempo di deserto e di preghiera per confermare la nostra alleanza con Dio e prepararci a vivere in pienezza la Pasqua del Signore.

La parola di Dio Deuteronomio 26,4-10. Il popolo ebraico proprio nel deserto scopre di essere un popolo, riconosce di essere stato liberato e accompagnato da Dio, amato da Dio. Celebrerà ogni anno la Pasqua di liberazione, per rinnovare il patto di alleanza con Dio, che segna tutta la loro storia. Romani 10,8-13. Paolo ci presenta la professione di fede di ogni cristiano. « Gesù è il Signore! », esclama, questa è la nostra fede, la nostra salvezza, che si fonda sulla certezza che Dio lo ha risuscitato dai morti. Luca 4,1-13. Le tentazioni di Gesù secondo Luca. Nella sua umanità, Gesù subisce la tentazione, ma la supera citando la Scrittura, che rivela la sovranità di Dio. Si rifà alla parola di Dio anche il tentatore, in modo strumentale, per metterla a proprio servizio; naturalmente non riesce a influire sulle scelte del messia.

Riflettere Iniziamo un periodo liturgicamente forte, quello dei 40 giorni della Quaresima. In realtà si tratta di una cinquantina di giorni, ma vengono escluse nel conteggio le domeniche. Un tempo abbastanza lungo destinato soprattutto a farci vivere nel modo più pieno la Pasqua. È proprio la centralità della Pasqua ad aver dato importanza sin dai primi secoli a questi giorni di quaresima. Già nel concilio di Nicea (325 d.C.) si parla della Quaresima come di un’istituzione nota a tutti e diffusa ovunque. La Pasqua è al centro delle prime due letture di questa prima domenica di quaresima. Nella prima, tratta dal Deuteronomio, Mosè ordina agli ebrei di rinnovare a ogni nuova primavera – avendo tra le mani la cesta delle primizie dei frutti della terra – i grandi avvenimenti della prima Pasqua di liberazione, quando la mano potente di Dio li ha liberati dalla schiavitù, e ha condotto loro, gli ebrei, popolo di nomadi, alla terra promessa, un paese dove « scorre latte e miele ». Questa celebrazione annuale della prima Pasqua di liberazione è nata per iniziativa di Mosè, ma ha come fondamento non astratte concezioni teologiche, bensì un fatto storico, talmente straordinario da dover essere ricordato ogni anno. Così Paolo, nella lettera ai Romani, ricorda la centralità della Pasqua di Gesù per i cristiani. « Gesù è il Signore! » esprime la fede della chiesa, nata appunto dalla risurrezione di Cristo. La Pasqua di Gesù è una realtà ben più importante di quella degli ebrei, perché con la sua risurrezione Gesù ha vinto il nemico radicale dell’uomo, la morte. Anche in questo caso alla base c’è un fatto storico, straordinario e inatteso, la risurrezione di Gesù, che ha colto tutti di sorpresa e ha trasformato il gruppo degli apostoli in testimoni coraggiosi, dando vita alla comunità dei cristiani. Nella storia biblica ritorna con un’insistenza tutta speciale il numero quaranta come tempo simbolico che precede qualcosa di speciale, di eccezionale. Quaranta giorni e quaranta notti dura il diluvio, poi Noè dà inizio a una nuova umanità. Israele in fuga dall’Egitto trascorre quarant’anni nel deserto per diventare un popolo e prepararsi in questo modo a entrare nella terra promessa. Per quaranta giorni fanno penitenza gli abitanti di Ninive, per ricevere il perdono da Dio; quaranta giorni e quaranta notti cammina Elia per raggiungere il monte di Dio; quaranta giorni e quaranta notti digiunano Mosè e Gesù, per prepararsi alla loro missione. « Allora, per preparare la più grande di tutte le feste cristiane, quanti giorni sarebbero stati necessari? Quaranta, naturalmente! » (Ferdinando Armellini). Ecco compreso il senso di questo tempo di Quaresima, tempo di deserto e di preparazione. Quaranta giorni di tempo in attesa di un avvenimento grande, la Pasqua di Gesù. Così lo ha pensato la chiesa sin dai primi secoli. Dice il papa san Leone Magno: « Fra tutti i giorni dell’anno che la devozione cristiana onora in vari modi, non ve n’è uno che superi per importanza la festa di Pasqua, perché questa rende sacre tutte le altre solennità. Ora, se consideriamo ciò che l’universo ha ricevuto dalla croce del Signore, noi riconosceremo che, per celebrare il giorno di Pasqua, è giusto prepararci con un digiuno di quaranta giorni, per partecipare degnamente ai divini misteri. Non solo i vescovi, i sacerdoti, i diaconi devono purificarsi da tutte le macchie, ma l’intero corpo della chiesa e tutti quanti i fedeli: perché il tempio di Dio, che ha come base il suo stesso fondatore, deve essere bello in tutte le sue pietre e luminoso in ogni sua parte ». Fin dai tempi antichi, dunque la Quaresima fu considerata questo periodo di rinnovamento della vita. E le pratiche consigliate erano soprattutto la preghiera, il rinnovamento della vita, il digiuno che ha come corollario la solidarietà, l’elemosina, la carità. Il vangelo di Luca ci presenta i 40 giorni di Gesù trascorsi nel deserto, all’inizio della vita pubblica. Il racconto della tentazione di Gesù è presente nei tre vangeli sinottici: Marco si limita a poche righe, Matteo lo racconta in dettaglio, e lo inserisce subito dopo il battesimo; Luca lo riporta con qualche variante rispetto a Matteo: mette come ultima tentazione quella di Gerusalemme, in cui Gesù avrebbe dovuto accettare per sé un messianismo vincente e glorioso; scrive che alla fine il tentatore si allontana per ritornare « al momento fissato », quello della croce. Infine mette il racconto delle tentazioni dopo aver presentato l’elenco degli antenati di Gesù, che termina con il nome di « Adamo, figlio di Dio »; come a dire che Gesù è il nuovo Adamo, che vince le tentazioni e dà origine a un’umanità fedele a Dio.

Attualizzare La Quaresima è un’esperienza di deserto per l’intera chiesa e per i singoli cristiani. Il deserto riduce l’uomo all’essenziale, lo libera dal superfluo, dalla vanità, gli fa riscoprire le cose indispensabili, primarie: l’acqua, il cibo, l’importanza di un sentiero, di un’orma da seguire, di una stella per orientarsi. Il deserto è il luogo in cui i grandi personaggi dell’antico testamento hanno fatto le loro scelte e preso coscienza della propria missione. Anche Gesù ha voluto provare l’esperienza del deserto, e per lui diventa il luogo del sì al Padre. Un sì definitivo, una professione perpetua, anche se la dovrà confermare nel Getsemani e sulla croce, comprendendo fino in fondo la misura, il peso, di quel sì che ha detto all’inizio della vita pubblica. Gesù nel deserto abbraccia tutte le tentazioni che la vita gli presenterà. Molti ebrei guardavano ai tempi messianici come a un periodo di benessere materiale, di splendore terreno (la ricomposizione del regno di Davide), come a un periodo di dominio politico. Questa concezione messianica invece si pone a Gesù come tentazione; ma la supera, scegliendo per sé l’immagine del messia-servo, che non cerca prestigio e potere e non sfrutta i miracoli mettendoli a servizio della propria ambizione o usandoli in modo magico. Questa immagine nuova del messia, che pure era stata prefigurata in alcune visioni profetiche, si farà strada a fatica anche agli occhi degli stessi apostoli. Anch’essi si porranno continuamente a Gesù come tentazione, chiedendogli di orientarsi verso un cammino vincente, più sicuro, fondandolo sul potere e sul successo politico. La presenza di questo racconto in tre evangelisti testimonia però che essi, anche se a fatica, sono riusciti a capire il senso profondo del cammino compiuto da Gesù. La scelta di Gesù è prima di tutto una scelta di vita, un modo di essere uomo, una risposta di fedeltà ai piani di Dio su di lui. Gesù sceglie per sé una vita senza compromessi, entrando in una logica che lentamente lo condurrà a duri contrasti e alla croce. È questo aspetto che riguarda più da vicino ogni uomo, perché tutti in qualche modo nella loro vita, e in ogni singola scelta, sono chiamati a fare propria la scelta di Adamo o quella di Gesù. Le tentazioni di Gesù sono praticamente le tentazioni a cui sono soggetti gli uomini di tutti i tempi. Ma è innegabile che « le tentazioni del deserto, così decisamente respinte da Gesù, abbiano avuto più successo con i suoi discepoli di ieri e continuino ad averne, talvolta anche con quelli di oggi » (Giuseppe Savagnone). Soprattutto coloro che intendono affrontare la vita in modo più pieno, e rifiutano di vivacchiare o di abbrutirsi, si scontreranno sempre con la tentazione di risolvere i loro problemi esistenziali dando importanza ai beni materiali, andando alla ricerca del successo, sfruttando in qualche modo il piccolo o grande potere che si ritrovano. È facile illudersi che il grande problema della vita, o i piccoli problemi quotidiani nostri e di chi ci sta vicino, siano superabili con un po’ di denaro, con la sicurezza economica, rinnovando le attrezzature o cambiando automobile. È tentazione affidare le proprie sorti alla organizzazione, ai regolamenti, alle consulte, alle circolari, alla più o meno forte pressione della propria autorità e capacità organizzativa. Ma è tentazione anche ricercare il successo, desiderare di stupire, di farsi battere le mani: pensare che l’importante sia fare qualcosa di nuovo, « agganciare », colpire, suscitare interesse, fare buona impressione, diventare simpatici. Sono tentazione perché chi si affida a queste cose, attende in qualche modo salvezza da esse, mentre la salvezza è qualcosa di più profondo e di più personale. Queste cose hanno certamente un senso e una precisa utilità, ma sono anche un’arma a doppio taglio, che acquistano il valore che ad esse si attribuisce. Possono cioè diventare strumenti o, al contrario, piccoli idoli. Non a caso Satana non chiede a Gesù di scegliere tra Dio e il potere, tra Dio e il benessere, ma di usare queste cose a gloria di Dio. Gesù uomo nuovo, superando le tentazioni, non ci presenta soltanto un modello, anche se irraggiungibile, di fedeltà: diventa invece per noi sicurezza e possibilità di vittoria, perché le sue scelte possono diventare le nostre. Gesù infatti non si limita a indicarci la strada, ma ci sostiene nel momento in cui anche noi ci proponiamo di essere fedeli. La salvezza infatti è un dono che viene da Dio, e anche la possibilità che abbiamo di fare delle scelte giuste e di realizzarci, di diventare nuovi, non nasce dal nostro sforzo personale, ma dalla fede in lui.

Le nostre tentazioni « Ora combattiamo contro un nemico insidioso, un nemico che lusinga…, non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni dandoci così la vita, ma ci arricchisce dandoci così la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci percuote ai fianchi, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro, l’onore, il potere » (Ilario di Poitiers).

Don Umberto DE VANNA sdb

Paolo Veronese, «La resurrezione di Cristo», 1580 ca, Londra, Chelsea and Westminster Hospital

Paolo Veronese, «La resurrezione di Cristo», 1580 ca, Londra, Chelsea and Westminster Hospital dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 11 février, 2016 |Pas de commentaires »

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAOLO VI PER LA QUARESIMA 1974

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/messages/lent/documents/hf_p-vi_mes_19740302_lent-1974.html

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAOLO VI PER LA QUARESIMA 1974

Diletti Figli e Figlie,

Sono trascorsi circa dieci mesi da quando annunciammo l’Anno Santo. «Rinnovamento» e «riconciliazione» rimangono i motivi chiave di questa celebrazione: essi assommano le speranze che noi poniamo nel Giubileo; ma, come notavamo, essi non sortiranno l’effetto desiderato se non si opererà in noi una certa «rottura» (Cfr. Allocuzione del 9 maggio 1973). Eccoci ora in Quaresima, nel tempo più opportuno per il nostro rinnovamento in Cristo, e per la nostra riconciliazione con Dio e con i nostri fratelli. In Quaresima, infatti, ci associamo alla morte ed alla risurrezione di Cristo, mediante una rottura col peccato, con l’ingiustizia e con gli egoismi. Desideriamo pertanto insistere oggi sulla «rottura» che lo spirito di Quaresima postula: rottura con un attaccamento troppo esclusivo ai beni materiali, siano essi abbondanti, come nel caso del ricco Zaccheo (Cfr. Luc. 19, 8), o scarsi, come nel caso della povera vedova elogiata da Gesù (Cfr. Marc. 12, 43). Nel linguaggio colorito del suo tempo, San Basilio così predicava ai ricchi: «Il pane che a voi sopravanza, è il pane dell’affamato; la tunica appesa al vostro armadio, è la tunica di colui che è nudo; le scarpe che voi non portate, sono le scarpe di chi è scalzo; il denaro che tenete nascosto, è il denaro del povero; le opere di carità che voi non compite, sono altrettante ingiustizie che voi commettete» (Homilia VI in Luc., XII, 18: PG XXXI, Col. 275). Tali parole ci fanno riflettere, in un tempo in cui odio e conflitti sono provocati dall’ingiustizia di coloro che accumulano, mentre altri non possiedono nulla; di coloro che sono più solleciti del proprio domani che dell’oggi altrui; di coloro i quali, o per ignoranza o per egoismo, rifiutano di privarsi del superfluo, a beneficio di quanti sono privi dello stretto necessario (Cfr. Litt. Encycl. Mater et Magistra). E come non ricordare a questo punto, il rinnovamento e la riconciliazione richiesti e assicurati dalla pienezza dell’unico pasto eucaristico? Per comunicare insieme al Corpo del Signore, bisogna sinceramente volere che nessuno sia privo del necessario, fosse pure a prezzo di sacrifici personali, altrimenti noi copriremmo di insulti la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, del quale siamo membra. San Paolo, nella sua ammonizione ai Corinzi, mette in guardia contro il pericolo di una condotta biasimevole a tale riguardo (Cfr. 1 Cor. 11, 17 ss.). Noi peccheremmo contro questa unità di mente e di cuore, se oggi negassimo a milioni di nostri fratelli quanto è necessario al loro umano sviluppo. In questo tempo di Quaresima, la Chiesa e le sue istituzioni caritative sempre più esortano i cristiani a favorire questa immensa impresa. Predicare il Giubileo significa predicare quell’intima e gioiosa rinuncia di sé che ci restituisce alla verità di noi stessi ed alla verità dell’umana famiglia, quale Dio la vuole. In tal modo, la presente Quaresima può rendere anche in questa vita, oltre al pegno della ricompensa celeste, il centuplo promesso da Cristo a coloro che donano con generosità. Sappiate udire, in questo nostro appello, una duplice eco: l’eco della voce del Signore che vi parla e vi esorta, e quella dei gemiti dell’umanità che piange e invoca aiuto. Tutti noi, Vescovi e sacerdoti, religiosi, laici giovani e anziani, sia come individui che membri della comunità, siamo chiamati a contribuire all’opera di ripartizione nella carità, perché questo è un comandamento del Signore. A ciascuno di voi impartiamo la nostra Benedizione Apostolica: nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

                     

LE VIRTÙ TEOLOGALI E CARDINALI NELL’ARTE

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LE VIRTÙ TEOLOGALI E CARDINALI NELL’ARTE

Continuano le Catechesi della bellezza con Piero del Pollaiolo e Sandro Botticelli

4 FEBBRAIO 2013 NICOLA ROSETTI CULTURA & SOCIETÀ

Dopo aver parlato  di come i sette vizi capitali sono stati rappresentati da Hieronymus Bosch, illustriamo ora come vengono raffigurate le 7 virtù. Aiutiamoci con i dipinti di Piero del Pollaiolo e Sandro Botticelli (autore della sola Fortezza), attualmente conservati nella Galleria degli Uffizi e originariamente pensati per decorare il Tribunale della Mercanzia di Piazza della Signoria a Firenze. È fondamentale che nella catechesi si punti più sugli aspetti positivi che su quelli negativi. È tanto facile descrivere (e fare) ciò che è male, quanto è difficile parlare (e fare) del bene. Dobbiamo fare nella nostra pastorale invece una sorta di conversione, una vera e propria metanoia (=cambio di mentalità) di evangelica memoria e sforzarci di parlare del bene. Ricordiamo che le sette virtù si dividono in teologali e cardinali. Le prime sono tre e vengono così chiamate perché sono infuse direttamente da Dio e hanno Lui come “oggetto”, le rimanenti vengono chiamate cardinali perché sono il cardine di tutte le altre. Tutte vengono rappresentate da figure femminili con particolari attributi iconografici. Partiamo dalla Fede. Viene rappresentata da una donna che regge in una mano il calice e la patena (spesso si vede l’ostia), mentre nell’altra brandisce una croce. Il suo colore caratteristico è il bianco La Carità è rappresentata da una donna che allatta il suo bambino (spesso si trovano anche altri pargoli che attingono al seno materno). Nell’altra mano la Carità regge una fiamma, simbolo dell’amore ardente e disinteressato verso il prossimo. Il suo colore caratteristico è il rosso La Speranza è una donna vestita di verde con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso il cielo da dove attende la salvezza. Anche se in questo dipinto manca, il suo caratteristico attributo iconografico è l’ancora dando così rappresentazione alle parole della Sacra Scrittura che in Eb 6,19 afferma: “In essa (cioè nella Speranza) noi abbiamo come un’ancora della nostra vita, sicura e salda”. La forma dell’ancora infine ricorda la croce, speranza di ogni credente. Passiamo ora alle virtù cardinali iniziando dalla Fortezza. È rappresentata come una donna che indossa un’armatura necessaria per il combattimento contro il male e il conseguimento del bene. Regge in mano uno scettro, simbolo della nobiltà di chi esercita questa virtù. In genere nelle rappresentazioni della virtù compare anche la colonna che sostiene chi vuole essere forte. La Giustizia tiene in mano il globo, mentre nell’altra regge una spada con la quale applica in modo imparziale le sentenza. Al posto del globo molto più frequentemente si trova la bilancia, simbolo di equità. La Temperanza è simboleggiata da una donna che stempera il vino con l’acqua. Infine abbiamo la Prudenza che regge in mano uno specchio col quale si guarda alle spalle. Tale attributo iconografico deriva dal passo del Libro della Sapienza che dice: “La sapienza è uno splendido riverbero della luce eterna, specchio puro dell’attività di Dio, immagine della sua bontà” (Sap 8,26).  Nell’altra mano la Prudenza regge un serpente. Anche questo attributo deriva dalla Sacra Scrittura e precisamente dal passo evangelico di Matteo dove Gesù afferma: “Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe” (Mt 10,16).

(Articolo tratta da Àncora Online, il settimanale della Diocesi di San Benedetto del Tronto)

Publié dans:virtù cardinali, virtù teologali |on 11 février, 2016 |Pas de commentaires »

Tempo di Quaresima

Tempo di Quaresima dans immagini sacre dscn66025
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Publié dans:immagini sacre |on 10 février, 2016 |Pas de commentaires »
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