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21 FEBBRAIO 2016 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

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21 FEBBRAIO 2016 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Ogni anno nella seconda domenica di Quaresima ci viene proposto il vangelo della trasfigurazione. Gesù ci presenta sin da ora il suo volto luminoso, che preannuncia la risurrezione. A lui guardiamo per dare un significato pieno al nostro cammino quaresimale.

La parola di Dio Genesi 15,5-12.17-18. Con Abramo incomincia la storia della salvezza, compromessa sin dall’origine dell’umanità. Il patriarca Abramo si fida di Dio e attraverso un solenne rito stringe con lui un patto di alleanza. Filippesi 3,17-4,1. Paolo esorta gli abitanti di Filippi a vivere « saldi nel Signore », sapendo che il nostro corpo mortale è destinato a condividere la gloria di Gesù. Luca 9,28b-36. Il racconto della trasfigurazione secondo Luca. Gesù si presenta glorioso agli occhi degli apostoli, tra Mosè ed Elia, testimoni autorevoli dell’antico testamento, e riceve l’investitura del Padre, prima di incamminarsi verso Gerusalemme.

Riflettere La domenica si apre con il suggestivo brano che descrive il rito di alleanza tra Iahvè e Abramo. Abramo si è fidato di Dio e delle sue promesse, ha lasciato la sua terra. È anziano e non ha figli, ma Iahvè gli ha assicurato solennemente: « Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle: tale sarà la tua discendenza » (Gn 15,5). Dopo l’avventura di Noè, l’uomo si è dimenticato nuovamente di Dio. Ora la storia della salvezza riprende con le fede forte di Abramo. Non sarà sempre facile per questo anziano patriarca fidarsi di Dio. Iahvè lo metterà duramente alla prova, ma la sua fede non verrà meno e Iahvè troverà finalmente un uomo dalla fede sicura. Gli dirà dopo averlo sottoposto alla prova più dura, il sacrificio del figlio Isacco: « Perché tu hai obbedito alla mia voce, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare » (Gn 22,17-18). La lettura di oggi descrive il rito a cui Iahvè si è sottoposto per esprimere l’alleanza che ha voluto stringere con Abramo. A quel tempo presso i nomadi della Mesopotamia i patti solenni venivano stretti con una cerimonia primitiva, ma piuttosto suggestiva: si prendeva un animale e lo si divideva in due. I due contraenti poi si impegnavano nel giuramento di fedeltà passando in mezzo agli animali divisi, dicendo: « Che io sia diviso in due come questi animali, se verrò meno a questo patto! ». Nel racconto che ci viene proposto, un audace antropomorfismo presenta Iahvè che passa tra gli animali divisi sotto forma di un braciere fumante. Si direbbe anzi che solo Dio passi tra gli animali per suggellare l’alleanza, come a sottolineare che è soprattutto lui a impegnarsi in un patto di alleanza totalmente gratuito. Di fatto sarà solo Dio a essere fedele sempre, mentre i discendenti di Abramo in più occasioni non confermeranno con la loro vita la fedeltà del loro antenato. Il vangelo presenta l’episodio della trasfigurazione nel racconto di Luca. Come dicevamo, ogni anno in questa seconda domenica di quaresima viene proposto questo episodio della vita di Cristo, che è presente nei tre vangeli sinottici, ed è testimoniato anche nel primo capitolo della seconda lettera di Pietro, dove racconta: « Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: « Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento ». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte » (1,16-18). La trasfigurazione secondo il racconto di Luca ha alcune particolarità. La prima è che Gesù è salito sul monte per pregare. Troviamo spesso nel vangelo di Luca Gesù in preghiera e lo fa a lungo, a volte sembra addirittura che ci passi l’intera notte. Gesù prega soprattutto prima di compiere un gesto importante, per esempio prima di scegliere i dodici apostoli. Dice Luca: « Egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli » (Lc 6,12-13). Questa volta Luca racconta che mentre Gesù sta pregando, « il suo volto cambiò d’aspetto ». Non parla esplicitamente di trasfigurazione, ma appunto di « cambiamento di aspetto ». A tu per tu con il Padre, il volto di Gesù diventa luminoso, così come era capitato a Mosè, dopo essersi incontrato con Dio. Accanto a Gesù compaiono due personaggi centrali dell’antico testamento: Mosè ed Elia. Essi simboleggiano la legge e i profeti. Quasi a dire che tutto l’antico testamento è orientato a Gesù. Gesù stesso lo conferma, quando ai discepoli diretti a Emmaus dice: « Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui » (Lc 24,25-27). Luca ricorda di che cosa parlano Mosè ed Elia: « Parlavano del suo esodo », cioè della sua passione e morte. Ecco, parlavano di ciò che era stato più volte predetto dai profeti: « Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori: è stato trafitto per le nostre colpe » (cf Is 53,4-8). « Mosè ed Elia sono due esperti di esodi: l’uno ha guidato Israele nel deserto per quarant’anni dalla schiavitù alla libertà, attraverso la Pasqua; l’altro ha camminato quaranta giorni e quaranta notti per raggiungere il monte dove avverrà la manifestazione di Dio in un « sussurro di vento leggero » (1Re 129,7-13). Entrambi, secondo la tradizione giudaica innestata sulla narrazione biblica, sono stati rapiti in cielo, trovando così una morte trasfigurata. Essi però non parlano del loro esodo, ma di quello di Gesù a Gerusalemme: lui non sarà rapito in cielo e la sua morte sarà una morte violenta, in croce » (Guido Benzi). Evidentemente la preghiera di Gesù era orientata a prepararsi alla prova che avrebbe subito a Gerusalemme, dove appena discenderà dal monte si dirigerà insieme agli apostoli. Scrive Luca nello stesso capitolo 9: « Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme » (51). I tre apostoli che partecipano alla scena non sembra che comprendano ciò che sta capitando. Restano coinvolti, vedono il cambiamento del volto di Gesù, entrano anch’essi nella nube e vengono a contatto con il mondo di Dio, ma ne hanno paura. È la paura di chi fa un’esperienza troppo forte e ne resta disorientato. « Erano oppressi dal sonno », dice Luca. Non sarà l’unica volta. Capiterà anche al Getsemani, alla vigilia della passione di Gesù, quando lo lasceranno solo. Probabilmente non è un sonno tranquillo, bensì il sonno di chi è sconcertato per la piega che prendono le cose ed è disorientato, deluso. Ma questo sonno fa pensare anche all’attesa di qualcosa di speciale e di inatteso, lo stesso sonno-torpore di Abramo quando sta per stringere il patto di alleanza con Iahvè. Si sente la voce del Padre che dice di ascoltare il Figlio e Pietro non dimenticherà più questa voce (2Pt 1,16-18). Lui che, preso dalla straordinarietà e dalla bellezza dell’evento, cerca di prolungarlo: « Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia… ». Ma Luca commenta: « Non sapeva quello che diceva ». Alla fine Gesù rimane solo. È la solitudine di Gesù, che raccoglie su di sé l’esperienza dell’antico testamento (Mosè ed Elia non ci sono più) e si incammina verso la Pasqua. Farà l’esperienza dell’abbandono più tragico, ma porterà a compimento i progetti di salvezza del Padre.

Attualizzare L’episodio della trasfigurazione, come dicevamo, ritorna tutti gli anni ed è molto conosciuto. È anche ben rappresentato nell’arte: basti pensare alla trasfigurazione vaticana di Raffaello. Nella sua vita Gesù compie miracoli sensazionali, ma lo fa sempre con discrezione, senza dare spettacolo. Il suo stile è la normalità. Prende ciechi e sordi in disparte, dice ai miracolati di non diffondere la notizia, e quando il miracolo coinvolge migliaia di persone, sparisce per tuffarsi nella preghiera. Questa volta invece Gesù si dà a un’esperienza fortemente appariscente, che i discepoli non dimenticheranno più. Ma anche in questo caso, almeno nella redazione di Matteo e di Marco, Gesù dice loro di non parlate a nessuno di questa visione, « prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti » (cf Mt 17,9; Mc 9,9). Ci sono episodi che ci danno la misura della identità di Gesù: quello delle tentazioni, per esempio, che è una sintesi delle scelte che Gesù ha dovuto compiere nell’intera sua vita. Ma anche la trasfigurazione è uno di questi: sul monte Tabor (è su questo monte, secondo Girolamo e Cirillo di Gerusalemme, che è avvenuta la trasfigurazione), Gesù riceve l’investitura da parte del Padre, che si mette, per così dire, nelle mani del Figlio e gli dà pieni poteri. Dice: « Ascoltatelo », come a dire: chi ascolta lui, ascolta me. La trasfigurazione colloca Gesù al centro della storia della salvezza. Glielo riconoscono Mosè, il grande liberatore di Israele, ed Elia, il primo e il più grande dei profeti, che sono lì a consegnargli la storia del loro popolo, perché la prosegua in modo autorevole. Partecipano all’evento Pietro, Giacomo e Giovanni, che occupano una posizione speciale nel vangelo. Sono coinvolti in un’esperienza religiosa forte, bella, esaltante. Pietro ha l’impressione che la storia tocchi il suo vertice, che sia giunta a compimento, e vorrebbe fissare per sempre quel momento: « Facciamo tre capanne… ». Mosè ed Elia parlano dell’esodo di Gesù, della sua Pasqua. Nonostante la straordinarietà della trasfigurazione, l’esperienza centrale della vita di Gesù sarà la sua croce: è per questo che si è fatto uomo, la salvezza passa di lì. Gli apostoli faranno sempre fatica a entrare in questo ordine di idee. La trasfigurazione potrebbe essere programmata proprio per incoraggiare gli apostoli, a cui « otto giorni » prima, come dice Luca, Gesù ha parlato della sua passione e morte e li ha invitati a seguirlo portando la croce. Scendendo dal monte, Gesù e gli apostoli sono subito posti di fronte a una situazione problematica. Gli altri apostoli rimasti ai piedi del monte non riescono a liberare un giovane epilettico. Sarà necessaria la presenza di Gesù. Anche questo dovranno ricordare gli apostoli e la chiesa lungo i secoli: gli avvenimenti prendono una piega diversa quando c’è Gesù e se ne invoca la presenza. Siamo in quaresima e sicuramente l’intenzione della liturgia di oggi è quella di metterci nell’occasione di fare anche noi un’esperienza speciale di Dio, come quella che hanno fatto Abramo e gli apostoli. La quaresima è un tempo forte che dovrebbe farci vedere Dio con occhi nuovi, farci sentire il fascino della sua bellezza. Scriveva Silly su una rivista giovanile: « Il Dio in cui io credo? Sono in ricerca, come tanti. Per me Dio è come l’aria che respiriamo: non si vede e non si sente, ma non se ne può fare a meno. Anche il vento non si vede, però i suoi effetti sono evidenti. Dio l’ho incontrato. A volte ho avuto la sensazione che potevo toccarlo. Direte che sono pazza. Io invece sono convinta che i matti siete voi. Anzi, ciechi, perché non riuscite nemmeno a vedere a un palmo dal vostro naso. Eppure Dio è dovunque! « Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne possa immaginare la tua filosofia! » (Shakespeare) ». La scrittrice francese Simone de Beauvoir racconta che da ragazza risolse una volta per tutte il problema dell’esistenza di Dio. Si mise davanti a un orologio e comandò a Dio di farsi vedere entro cinque minuti. Dio naturalmente non obbedì, e Simone decise, con tutta sicurezza, che Dio non esisteva e non ci pensò più. Il fatto può sembrare assurdo o banale, ma non lo è. È forte l’esigenza di avere ragioni forti per credere, chiedere o addirittura pretendere, come nel caso di Simone, di vedere Dio, di avere con lui un’esperienza personale. Anche a ciascuno di noi qualche volta sarà venuto in mente: « Se Dio esiste, perché non si fa vedere? Perché non fa giustizia e non cambia il mondo? ». Ci poniamo quesiti del genere, perché oggi è più difficile credere, perché non si accetta la fede superficialmente, ma si vuol capire, perché si vuole credere senza mezze misure. La quaresima può essere un’occasione per riaprire il discorso e mettersi alla ricerca. E considerare la vita con gli occhi più aperti. Pur tra tanto benessere, manchiamo oggi di molte cose di cui sentiamo l’esigenza. La fede è la più importante, perché è l’unica che dia senso al resto, colore a tutto. Mentre senza la fede le ombre diventano insostenibili. « È l’oscura luce della fede che dà un po’ di chiarore alle nostre notti, e le trasforma in notti sante » (Karl Ranher). Un’altra cosa che certamente favorisce la riscoperta della fede è il rinnovamento della vita, cancellare le esperienze negative vissute per camminare in fretta verso la vita nuova. È quel che dice Paolo nella seconda lettura di oggi. Egli parla ai cristiani di Filippi, e non ai lontani nella fede, e accusa alcuni di loro di avere per dio il loro ventre, di vantarsi di cose di cui dovrebbero vergognarsi e dice che qualcuno di loro pensa solo alle cose della terra. Forse pensa anche a quelli che riducevano la fede all’osservanza di pratiche tradizionali come la circoncisione o all’astensione da alcuni cibi. Dice Paolo che sono nemici della croce di Cristo. Come erano gli apostoli, come siamo spesso anche noi quando si tratta di accogliere la fatica per rendere più bella e trasparente la nostra vita.

Un po’ fuori di sé « Se volessimo interrogare i discepoli chiedendo: « Cercate di descriverci l’esperienza che si è mossa dentro di voi! », penso che insisterebbero sull’esperienza dell’andare un po’ fuori di sé, un po’ fuori di senno, spiegandola come un innamorarsi di qualcuno, un essere irresistibilmente attratti da qualcuno. Prima avevamo una certa stima di Gesù ed eravamo anche un po’ curiosi; adesso siamo con lui, dalla sua parte, sentiamo di volergli bene, sentiamo che il nostro cuore è stato preso… » (card. Carlo Maria Martini).

Don Umberto DE VANNA sdb

The acronym INRI (Jesus of Nazareth, King of the Jews) written in three languages (as in John 19:20) on the cross, Ellwangen Abbey, Germany.

The acronym INRI (Jesus of Nazareth, King of the Jews) written in three languages (as in John 19:20) on the cross, Ellwangen Abbey, Germany. dans immagini sacre 1024px-Ellwangen_St_Vitus_Vorhalle_Kreuzaltar_detail2

https://en.wikipedia.org/wiki/Jesus,_King_of_the_Jews#/media/File:Ellwangen_St_Vitus_Vorhalle_Kreuzaltar_detail2.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 18 février, 2016 |Pas de commentaires »

UMORISMO, ULTIMO DONO DELLA PREGHIERA

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UMORISMO, ULTIMO DONO DELLA PREGHIERA

ALESSANDRO MAGGIOLINI

La preghiera non intristisce? Non toglie il gusto della vita? Non rende incapaci di sorridere? Non lega ad una maschera di ascetica truce? Non impone il disinteresse per ciò che passa? Non consegna ad una fatalità senza scampo, a cui occorre soltanto piegarsi, come giunchi al passare della corrente?… Niente, e così sia: e ci teniamo la nostra mestizia. Insomma, i credenti che pregano, sanno ancora cantare, raccontare una barzelletta, godere delle cose di ogni giorno? Nel mondo d’oggi fan da orchestra o da platea?… Verrebbe voglia di prendere in contropiede le domande. Davvero viviamo in un mondo che scoppia dalla felicità? O ridiamo a comando: quando il comico giunge alla battuta e alla televisione, fuori campo, compare il cartello luminoso: «applausi», e tutti battono le mani come collegiali? E il comico è felice, dentro; o fa il mestiere di suscitare l’ilarità? E son canti di allegria quelli che si ascoltano al juke-box – e magari non si capisce una parola -, o sono un modo di coprire col rumore una tristezza che non si riesce ad accettare? E gli stessi giovani, che dovrebbero essere il domani, la speranza, la freschezza dell’esistenza, son davvero felici, spensierati e serenamente impegnati come talvolta si assicura? O affogano spesso nella noia? O si inaspriscono spesso nella rabbia, nell’odio? Non vale imbastire polemiche. Ma occorre pure accordarsi su che cosa voglia dire gioia, serenità, pace, allegria. È il chiasso della bisboccia? È l’evasione dai problemi? È il darsi pacche sulle spalle? È lo stordirsi fino all’esaurimento?…

Torniamo alla preghiera. C’è un «test» infallibile per valutare se si tratta di preghiera autentica o di contraffazione. Ed è questo: vedere se ci si alza dal colloquio con Dio rasserenati ed impegnati al tempo stesso, o se ci si alza affranti o irritati. Nel secondo caso, quel che si è fatto non è preghiera: è narcisismo; un guardarsi allo specchio per detestarsi – ne abbiamo tutti i motivi – o per compiacerci – fa tenerezza questa candida e un po’ stupida esaltazione di noi stessi -; o è un caricarci di aggressività: il prender coscienza delle esigenze dell’uomo e il buttarci con risentimento, con disperazione nel nostro compito di aiutare i fratelli, camusianamente, senza neppure la consolazione d’avere un Dio da bestemmiare, contro cui avventarci. No, la preghiera vera è genesi d’umorismo. D’umorismo, che è cosa diversa dall’ironia e dal sarcasmo. L’ironia è atteggiamento freddo, arido, distaccato. Il sarcasmo è perfino disprezzo e volontà di distruzione: parte da uno scetticismo cattivo che mette in ridicolo per umiliare, per annientare… L’umorismo… L’umorismo, dicevo, è frutto della preghiera. Bisogna chiederlo al Signore perché è arte difficile, e non sempre la natura lo consente pienamente. E un osservare le persone e le cose con simpatia, sapendo cogliere gli aspetti positivi anche là dove tutto sembrerebbe da condannare – il mezzo bicchiere pieno, non il mezzo bicchiere vuoto -; è un riuscire a godere delle vicende più usuali, quelle che càpitano nei giorni qualsiasi e che ci lasciamo scivolare accanto senza neppure badarci… E tutto ciò non con l’aria indifferente del disinteressato, dallo scettico blu, ma con la partecipazione cordiale di chi vuole costruire la storia, mutare il mondo, o non so cosa; ma pure non si lascia impaurire dall’ultimo fatto di cronaca: guarda lontano e si impegna come può. Come Dio, questo supremo barzellettista e comico che «gioca – dice la Scrittura – nel mondo», ma pure vi è presente fino a morirne… La preghiera: consola e spinge ad assumere le proprie responsabilità. Non c’è ideologia che riesca a consolare una donna brutta. Non c’è politica Che riesca ad esigere, col pane, i gerani alla finestra… Eppure si tratta di cose importanti… Lasciatemi ripetere una frase vieta, amici: un cristiano triste è un triste cristiano. Per invitare a pregare.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 18 février, 2016 |Pas de commentaires »

IL RISVEGLIO (biblica)

http://camcris.altervista.org/risveglio.html

IL RISVEGLIO (biblica)

E la parola dell’Eterno fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, dicendo:
« Lèvati va’ a Ninive, la grande città e predica contro di lei, perché la loro malvagità è salita davanti a me ».
Ma Giona si levò per fuggire a Tarshish, lontano dalla presenza dell’Eterno.
Così scese a Giaffa, dove trovò una nave che andava a Tarshish. Pagò il prezzo stabilito e
s’imbarcò per andare con loro a Tarshish, lontano dalla presenza dell’Eterno.
Ma l’Eterno scatenò un forte vento sul mare e si levò una grande
tempesta sul mare, sicché la nave minacciava di sfasciarsi.
I marinai spaventati, gridarono ciascuno al proprio dio e gettarono in mare il carico che era sulla nave per alleggerirla.
Intanto Giona era sceso nelle parti più recondite della nave, si era coricato e dormiva profondamente.
Il capitano gli si avvicinò e gli disse: « Che fai così profondamente addormentato?
Alzati, invoca il tuo DIO! Forse DIO si darà pensiero di noi e non periremo ».
i) È un grido dello Spirito rivolto a ogni peccatore… Ma in questo tempo anche alla Chiesa. È un appello per questo tempo indirizzato a ogni singolo credente. È una necessità impellente per il popolo di Dio, ed è una esigenza improrogabile per la vita della chiesa.
1. – È il desiderio di Dio espresso fin dai tempi più remoti, è e deve essere il desiderio di ogni vero credente che ama il Signore e crede nel Suo imminente ritorno.
2. – È l’incombete pericolo che muove lo Spirito di Dio a gridare nel cuore di ognuno di noi… « Risvegliati! »
« Risvegliati tu che dormi… E Cristo ti inonderà di luce! »
Il tempo stringe; la luce della Parola brilla e illumina chi non vuole più vivere nelle tenebre dell’ignoranza, nell’oscurità del peccato, nella tomba della sonno. Ma qualcuno deve andare e annunciare la Parola. Giona invece preferisce andare in « vacanza ». E dorme nella stiva mentre la nave sta per affondare. Il capitano della nave lo chiama, lo scuote e parla con lui: « Che fai qui, dormi? Alzati… »
3. – È Dio che parla: La scrittura dice… non è l’esigenza di un uomo o il bisogno di una organizzazione. È Dio stesso che si rivolge a noi e ci dice « Risvegliati… » Alla chiesa di oggi dice: Sorgi, risplendi, perché la tua luce è giunta, e la gloria dell’Eterno Si è levata su te. Poiché ecco, le tenebre ricoprono la terra e una fitta oscurità avvolge i popoli, ma su di te si leva l’Eterno e la sua gloria appare su di te.

A. – I PERICOLI DEL SONNO
1. – Nonostante chi dorme sia vivo, egli non è sensibile al pericolo che si avvicina… inconsapevole e ignaro di cosa succede attorno a lui.
2. – Egli non sente più le parole pronunciate dai suoi familiari, non vede più nessuna scena, bella o brutta che sia, ed è incosciente della sua condizione o dello stato in cui si trova.
3. È inattivo: non lavora, non produce, non porta nessun frutto.
4. Molte persone muoiono perché dormono. Per un incendio, per incidenti stradali, per un malore…

B. – PUÒ QUALCUNO SVEGLIARE SE STESSO?
1. – Quante volte abbiamo sentito questo commento: « Risvegliati… tu che dormi… siamo noi che dobbiamo svegliarci, non è Dio che manda il risveglio. »
2. – Ma come può qualcuno svegliarsi se sta dormendo e forse profondamente immerso nel sonno? Persone dal sonno pesante sanno che per svegliarsi ci vuole una buona « sveglia », o qualcuno che vada vicino al letto e li « chiami » o li « scuota » e non sempre questo qualcuno è « gradito » in quel momento.
3. – A volte il risveglio è necessario perché altrimenti si fa tardi sul lavoro… a scuola… ad un appuntamento. Ma come abbiamo già detto il risveglio a volte è fatale, è questione di vita o di morte. Una mamma può svegliare « dolcemente » il suo bambino per mandarlo a scuola; ma lo sveglierà « bruscamente » se la casa sta bruciando.
4. – Se vedessimo un uomo profondamente addormentato mentre la sua casa sta per crollare cosa faremmo? E come mai alcuni stanno assistendo al crollo della loro stessa casa, del loro matrimonio, con impassibilità? E come mai non sentiamo l’urgenza di « svegliare » i peccatori che sappiamo stanno precipitando nell’abisso? Se non avvertiamo questa urgenza, se non facciamo questo nostro dovere, la risposta può essere una sola: anche noi stiamo dormendo!

C. – LA SVEGLIA
La sveglia di Dio suona ancora stasera per noi: RISVEGLIATI, grida lo Spirito.
La Parola di Dio è la Sua sveglia: « Suona la tromba in Sion, dai l’allarme… » sta dicendo il Signore ai predicatori della Sua parola.
È fastidioso tutto questo… è meglio rimandare, dormire ancora un po’… ancora un po’… c’è ancora tempo… non è poi così tardi, dormire ancora un po’… fino al letargo spirituale, e infine al coma.
Ma anche per chi è in coma c’è possibilità… c’è speranza, si studiano terapie e metodi per far « sentire » la voce dei familiari che vogliono « risvegliare » il paziente da quella triste condizione…. Si cerca in tutti i modi di risvegliarlo perché non è ancora morto. E così Dio, è scritto nella Parola, « non trita la canna rotta e non spegne il lucignolo fumante. »
Ma da dove viene tutto questo sonno? Perché in questo tempo è difficile restare svegli? Si può dormire di sonno naturale, ma anche di sonno forzato o imposto. Un sonnifero viene propinato a chi si vuol far dormire… e in questo tempo gli « agenti del nemico », il ladro di ogni tempo, propinano anche ai credenti i loro sonnifero, figuratamente parlando, per intontire le menti dei figli di Dio con bevande « frizzanti » ma drogate.
Ognuno si guardi intorno e lasci che lo Spirito Santo faccia luce negli angoli più nascosti del cuore e della coscienza, affinché possiamo non essere ingannati, e possiamo sventare e smascherare le trame astute di Satana.
Il suo obiettivo in questo tempo è quello di tenere i cristiani storditi e intorpiditi nello spirito, come Giona, nel fondo di quella nave, mentre il mondo sta morendo.

D. – COME OSSA SECCHE
Ezechiele ebbe la visione di un grande risveglio: cap. 37 – « Possono queste ossa rivivere? » Possono essere risvegliati? La ragione umana, condizionata dal pessimismo e dal dubbio dice che ciò è impossibile, ma Dio dice: « Profetizza a queste ossa e di’ loro: Ossa secche, ascoltate la parola dell’Eterno. Così dice il Signore, l’Eterno, a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete. »
Il risveglio non è opera dell’uomo, è opera di Dio. È Dio, per mezzo della Sua parola che ci sveglia, che sensibilizza la nostra coscienza, che ci libera dal torpore religioso… RISVEGLIATI. E quel grido ci fa saltare giù dal letto, perché dal tono di voce che Egli usa capiamo che è un ordine perentorio: il pericolo è imminente, Risvegliati, il tempo per lavorare è poco, Risvegliati, il sole è già alto (Isaia 60:1-2) e tu cosa fai ancora dormendo? Come Giona in quella stiva… dormiva profondamente. Il capitano gli si avvicinò e gli disse: « Che fai così profondamente addormentato? Alzati, invoca il tuo DIO! » In parole povere quel capitano è la sveglia per Giona: risvegliati Giona, la nave sta per affondare e se tu dormi affonderai insieme alla nave.
Romani 13:11 E questo tanto più dobbiamo fare, conoscendo il tempo, perché è ormai ora che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo.
Risvegliarsi vuol dire prendere di nuovo coscienza e consapevolezza dei propri doveri, delle proprie necessità, di cosa siamo chiamati a fare e a eseguire. Ossa secche: non potevano fare molto, ma quando si risvegliarono, perché lo Spirito entrò di nuovo in loro allora si alzò un grande e poderoso esercito.

E. – IL FRUTTO DEL RISVEGLIO
1. – Guardiamo nella Parola:
a) Per Mosè significò la fine di un tempo di inutilità per passare ad un tempo di grandi avvenimenti guidati da Dio per la liberazione del Suo popolo.
b) Per Giosuè la fine di un pellegrinaggio estenuante in un deserto senza fine per passare alla conquista della terra promessa.
c) Per Gedeone la fine dell’oppressione dei Madianiti.
d) Per il popolo d’Israele sempre fu l’inizio di periodi di vittoria sui nemici e di benedizioni straordinarie.
e) Per il figliuol prodigo la fine delle sue sventure: non più guardiano di porci… e una nuova vita presso il Padre.
f) Per la chiesa primitiva la salvezza di intere moltitudini che trovarono in Cristo il loro Salvatore. E questo straordinario fenomeno si è ripetuto nei secoli, fino ai nostri giorni.
Siamo stanchi di un cristianesimo mediocre e senza frutto? Vogliamo vedere la gloria di Dio manifestata ancora in questi giorni? Risvegliamoci… Isaia 52:1-2 Risvegliati, risvegliati, rivestiti della tua forza, o Sion; indossa le tue splendide vesti, o Gerusalemme, città santa! Poiché non entreranno più in te l’incirconciso, e l’impuro. Scuotiti di dosso la polvere, levati e mettiti a sedere, o Gerusalemme; sciogliti le catene dal collo, o figlia di Sion che sei in cattività!

F. – IL RISVEGLIO CI RIPORTA AI VALORI DELLA CHIESA APOSTOLICA
- Erano perseveranti nell’insegnamento della Parola. La Parola era apprezzata, non giudicata. Oggi alcuni ascoltano la Parola e cercano solo di trovare l’errore, di giudicare il predicatore; è un tempo in cui, troppo spesso l’insegnante si sente alunno e l’alunno si erige a maestro. Tanti maestri… ma purtroppo maestri a se stessi. Verrà il tempo, infatti, in cui non sopporteranno la sana dottrina ma, per prurito di udire, si accumuleranno maestri secondo le loro proprie voglie… Altri sono come quel terreno roccioso… alla fine del culto hanno già dimenticato. Altri ancora sono entusiasti, accettano la Parola con zelo… ma poi durante la settimana le spine soffocano ogni pianticella che il seme della Parola aveva fatto spuntare. Ma il fondamento del risveglio è la Parola…. E riscoprire il valore della Parola di Dio ha sempre determinato risvegli in ogni epoca del nuovo, del vecchio testamento e della storia della chiesa.
– Erano perseveranti nella comunione; si amavano e si cercavano; il mondo riconosceva che erano persone speciali, per l’amore che avevano gli uni per gli altri.
– Erano perseveranti nel rompere il pane… ogni giorno, di casa in casa. Ricordavano la morte del Signore, e questo atto li univa nello Spirito per essere un corpo solo e fare ogni cosa nel pari consentimento.
- Perseveravano nella preghiera: un risveglio è sempre preceduto e seguito da una chiesa che prega tanto. Il segno più evidente del letargo spirituale della chiesa oggi è la mancanza di preghiera. Di quanto poco interesse questo soggetto eserciti sui credenti. Le riunioni di preghiera sono disertate dai più, diventano la cenerentola delle riunioni. Eppure dovremmo sapere che « il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti. » E dovremmo sapere anche che le armi della nostra guerra non sono carnali, ma potenti in Dio a distruggere le fortezze… » e questa battaglia si vince solo per mezzo della preghiera. Questa forza spirituale si ottiene solo nella preghiera. Quando i santi pregano, l’inferno trema, perché sa che il suo regno è in pericolo.

Conclusione:
- Vediamo i segni dei tempi: Gesù sta per tornare: le vicende del mondo ce lo attestano: guerre, rumori di guerre, conseguenze incalcolabili.
- Peccato dilagante e ormai senza più freni o inibizioni di sorta.
- Sette religiose e pseudoreligiose che si dichiarano « risvegliate », avanzano e conquistano i posti più importanti della politica e dell’economia.
- L’Islam si diffonde e si espande minacciosamente.
- Il terrorismo e la minaccia nucleare alimentano le paure e le ansie degli uomini.
- Come chiesa del Signore non possiamo restare inattivi, non possiamo « dormire » ma dobbiamo reagire al grido dello Spirito che ripete ancora: Risvegliati!
- Risvegliati Chiesa del Signore, alzati come un solo uomo e « combatti » per innalzare l’Evangelo di Gesù Cristo, unica speranza per questo mondo disastrato.
Sorelle e Fratelli cari, la nave di questo mondo sta per colare a picco! Non possiamo dire: « Si salvi chi può », « ognuno pensi per se ». Gesù disse che chi tenterà di salvare la sua vita la perderà. Ma chi la perderà per il Signore la guadagnerà.
Aiutaci, Signore, a non dormire come Giona: che ci sia un vero risveglio nella nostra comunità e nella nazione. Che ognuno di noi sia coinvolto per portare un frutto eterno alla gloria di Dio, benedetto in eterno.

San Francesco d’Assisi

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Publié dans:immagini sacre |on 17 février, 2016 |Pas de commentaires »

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

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DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

A cura della Pontificia Facoltà “San Bonaventura” (Seraphicum).

« Oh, come è glorioso, santo e grande avere in cielo un Padre! Oh, come è santo e bello e amabile avere in cielo uno Sposo! Oh, come è santo, come è caro, piacevole e umile, pacifico e dolce e amabile e sopra ogni cosa desiderabile avere un tale fratello che offrì la sua vita per le sue pecore (Gv 10,15) e pregò il Padre per noi dicendo: Padre santo, custodisci nel nome tuo coloro che mi hai dato. Padre, tutti coloro che mi hai dato nel mondo erano tuoi e li hai dati a me; e le parole che desti a me le ho date a loro; ed essi le hanno accolte e veramente hanno riconosciuto che io sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo. Benedicili e santificali. E per loro io santifico me stesso, affinché anche loro siano santificati in un’unità come lo siamo noi. E voglio, o Padre, che dove sono io ci siano con me anche loro, affinché vedano la gloria mia nel tuo regno (Gv 17,6-24). E poiché patì tanto per noi e ci gratificò di tanti doni e continuerà a gratificarcene per il futuro, ogni creatura che è in cielo e in terra e nel mare e nella profondità degli abissi (Ap 5,13), renda a Dio lode, gloria e onore e benedizione, poiché egli è la nostra virtù e la nostra forza. Egli che solo è buono (Lc 18,19), che solo è altissimo, che solo è onnipotente e ammirabile, glorioso e santo, degno di lode e benedetto per gli infiniti secoli dei secoli. Amen. » 

Preghiera Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so le laude, la gloria e l’onore e onne benedizione. A te solo, Altissimo, se confano e nullo omo è digno te mentovare. Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature, spezialmente messer lo frate Sole, lo quale è iorno, e allumini noi per lui.Ed ello è bello e radiante cun grande splendore: de te, Altissimo, porta significazione.Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le Stelle: in cielo l’hai formate clarite e preziose e belle. Laudato si, mi Signore, per frate Vento, e per Aere e Nubilo e Sereno e onne tempo, per lo quale a le tue creature dai sustentamento. Laudato si, mi Signore, per sor Aqua, la quale è molto utile e umile e preziosa e casta. Laudato si, mi Signore, per frate Foco, per lo quale enn’allumini la nocte: ed ello è bello e iocondo e robustoso e forte. Laudato si, mi Signore, per sora nostra madre Terra, la quale ne sostenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti fiori ed erba. Laudato si, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli che ‘l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po’ scampare. Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali! Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte seconda no li farrà male. Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate e serviteli cun grande umiltate.

 

Publié dans:San Francesco d'Assisi, santi scritti |on 17 février, 2016 |Pas de commentaires »

SINDONE. IL DIO NASCOSTO (C.M.MARTINI)

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SINDONE. IL DIO NASCOSTO (C.M.MARTINI)

POSTED ON 8 MARZO 2010

Al cuore della fede cristiana, per il filosofo Paul Ricoeur, c’è «un nucleo simbolico», quello del «servitore sofferente, dell’uomo gradito a Dio perché dà la vita per i suoi amici».   Prefigurato da Isaia, svelato nei Vangeli e ricordato dall’immagine misteriosa impressa sul sacro lino. La riflessione dell’arcivescovo emerito di Milano di Carlo Maria Martini, Avvenire 7.3.10

Giovanni Paolo II, nel discorso in occasione del suo pellegrinaggio del 24 maggio 1998, ha insistito sulla funzione di segno da cui parte un messaggio per noi. Ha chiamato la Sindone «immagine intensa e struggente di uno strazio inenarrabile», «immagine della sofferenza», «immagine dell’amore di Dio, oltre che del peccato dell’uomo», «immagine di impotenza», «immagine del silenzio». E ha sottolineato che essa «diventa così un invito a vivere ogni esperienza, compresa quella della sofferenza e della suprema impotenza, nell’atteggiamento di chi crede che l’amore misericordioso di Dio vince ogni povertà, ogni condizionamento, ogni tentazione di disperazione».   C’è in questa immagine un mistero di nascondimento, che richiama l’enigmatico versetto del profeta Isaia: «Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, Salvatore» (45,15). È il versetto che ho scelto come filo conduttore per la mia riflessione, insieme ad una frase del filosofo Paul Ricoeur in un’intervista di qualche anno fa. A chi gli domandava in quale modo definiva da filosofo la fede cristiana, rispondeva: «Il cuore della fede cristiana» consiste anzitutto in un «nucleo simbolico centrale, quello del servitore sofferente, dell’uomo gradito a Dio perché dà la sua vita per i suoi amici». Faceva quindi riferimento sia ai canti del Servo del Signore (Is 42-53) sia alla parola di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). (…) Una situazione storica in cui la presenza­assenza del divino, misteriosa e ricca di potenza, raggiunge il suo acme è certamente quella della passione di Gesù.   Ignazio di Loyola, che aveva a lungo contemplato i misteri della sofferenza del Signore, invita colui che fa gli Esercizi spirituali a meditare, nella settimana dedicata alla passione, su questo tema: «Considerare come la divinità si nasconde, come cioè, potendo distruggere i suoi nemici, non lo fa e come lasci soffrire tanto crudelmente la santissima umanità» di Gesù (n. 196).   Noi non sappiamo se sant’Ignazio si sia lasciato ispirare per la sua importante annotazione dal versetto di Is 45,15 – «Tu sei un Dio nascosto» –. Più probabilmente aveva in mente la parola di Gesù al discepolo che voleva difenderlo con la forza da coloro che venivano per catturarlo: «Rimetti la spada nel fodero… Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?» (Mt 26,52-53). Da testi come questo Ignazio traeva la riflessione sul voluto occultamento della potenza divina nella passione del Signore, e comunque è chiaro che annetteva grande importanza al mistero del nascondimento di Dio. Infatti vi ritorna nella settimana dedicata alla risurrezione invitando a contemplare «come la divinità, che sembrava nascondersi nella passione, appare e si mostra ora tanto miracolosamente nella santissima risurrezione attraverso i meravigliosi effetti di essa» (n. 223).   Del resto, la congiunzione di potenza e impotenza, di debolezza e gloria, gloria nascosta nel mistero delle umiliazioni e sofferenze di Gesù, è ciò che il quarto vangelo ci invita a contemplare nel racconto della passione. Ad Andrea e Filippo, i due apostoli che riferiscono a Gesù, nel giorno del suo ingresso trionfale a Gerusalemme, il desiderio di alcuni greci di vederlo – e che si aspettano una risposta entusiasta per la domanda di fede che sembra contagiare pure i pagani – egli risponde parlando della gloria della sua morte: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,23-24). Subito dopo l’evangelista riporta un detto enigmatico di Gesù che unisce l’esaltazione alla croce: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire» (Gv 12,32-33). E, dopo aver raccontato che Giuda era uscito dal Cenacolo per consumare il tradimento, Giovanni fa dire subito a Gesù: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato» (Gv 13,31).   Dunque il cristiano che legge Isaia non può non pensare alla passione di Gesù come il momento in cui la potenza di Dio, e addirittura la sua gloria, si è espressa nell’umiliazione e nella passività del Figlio dell’uomo torturato a morte.   E la Sindone ci parla proprio di un uomo sotto i tormenti, il cui volto – come recita la bella preghiera composta dall’arcivescovo di Torino cardinale Severino Poletto – «tumefatto e macchiato di sangue» appare «dolcissimo nella serena solennità della morte», così che, pur non potendo dire con certezza chi sia questa persona, avvertiamo il «fascino di questa immagine» e «il cuore si commuove nel constatare che qui si riflette, come in uno specchio, il Vangelo».   L’espressione «Tu sei un Dio nascosto» di Is 45, 15 offre davvero una molteplice serie di piani interpretativi. Nel contesto di Isaia fa riferimento a un agire di Dio che si nasconde negli enigmi della storia. Nel contesto della passione e morte di Gesù può essere colto quale riferimento al nascondersi della potenza divina e all’inermità del sofferente tormentato fino alla morte.   Ela Sindone, pur nella sua enigmaticità, costituisce – dice Giovanni Paolo II nel discorso sopra citato – «un segno veramente singolare che rimanda a Gesù, la Parola vera del Padre, e invita a modellare la propria esistenza su quella di colui che ha dato se stesso per noi».   Un’esistenza capace di mostrare la gloria di Dio anche nell’inermità e nella debolezza.   Nel desiderio di approfondire il significato cristologico del versetto di Isaia, siamo rimandati ad altre pagine che si trovano nel medesimo contesto di Isaia 45, cioè ai capitoli 42-53 dove si accenna alla missione di un servo presentato anche quale servo sofferente; quella missione che costituisce, secondo Paul Ricoeur, il nucleo simbolico centrale del mistero cristiano.   Continua, infatti, Ricoeur, parlando del «simbolismo» strutturante del servo sofferente»: «La nostra fede ha un valore strutturante ed è pure sorgente di riflessione sulla condizione umana, sui rapporti dell’uomo con se stesso e con gli altri». Egli ritiene che il simbolismo fondamentale del cristianesimo – la figura del servo sofferente che dà la vita per i suoi amici – sia accessibile a ogni uomo: «Ogni uomo può comprenderlo. Entrare nel movimento della fede è decidere di fare di questo servitore, di Gesù Cristo, il principio organizzatore della propria vita, della sua comprensione e del rapporto con altri». (…) Stimolato dalle riflessioni di un filosofo vorrei cercare di delineare alcune coordinate dei canti del servo sofferente nel contesto di Is 42-53, per cogliere successivamente come si realizzano nella passione di Gesù e che cosa dicono a chi contempla oggi il volto dolente dell’uomo della Sindone pensando alla morte del Signore per noi.   Suppongo noti i quattro canti e non li rileggo: sono quattro oracoli, quattro brevi poemi (da cinque a sedici versetti ciascuno) inseriti nella seconda parte del libro di Isaia, che parlano di un misterioso, innominato Servo del Signore, eletto da lui, inviato per una missione e sottoposto a gravi sofferenze fino alla morte. Da tali sofferenze scaturisce il bene e la salvezza del popolo.   Anzitutto sottolineo le convergenze esteriori, superficiali e però interessanti tra gli enigmi dei quattro carmi e l’enigma dell’uomo della Sindone.   1) Entrambi sono anonimi. Non sappiamo determinare l’autore dei canti del Servo e neppure del contesto in cui si trovano. Gli esegeti si accordano sul fatto che i capitoli 42­53 sono di uno o più autori ignoti, certamente posteriori al profeta Isaia.   2) Misteriosa rimane pure l’identificazione del Servo. Talvolta sembra si parli di tutto il popolo d’Israele; talvolta, invece, il Servo è identificato col re dei persiani Ciro, che conquistò Babilonia e permise il ritorno degli esiliati a Gerusalemme. In alcuni brani, quelli chiamati appunto i «carmi del servitore di Dio», la figura del servitore si precisa come persona singola pur restando anonima, persona che dà la vita per il popolo e subisce terribili torture fisiche e morali. È qualcuno che «ha presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che gli strappavano la barba» e che «non ha sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Is 50,6).   Anche l’uomo della Sindone rimane ignoto e non si è riusciti a stabilire con esattezza scientifica il tempo al quale risale. Chiaramente si tratta di un uomo che è stato sottoposto ai flagelli, il cui volto è stato offeso.   Per questo mi pare importante rendersi conto più da vicino della missione e del mistero del Servo sofferente descritto da Isaia. Notiamo anzitutto che il protagonista dei capitoli 42-53 di Isaia non è il Servo del Signore, bensì Dio stesso, colui che è il dominatore dei tempi, del passato e del futuro, colui che in ogni circostanza e situazione è capace di salvare Israele. Egli si serve per la sua azione anche di rappresentanti e uno di essi è appunto una precisa persona storica, Ciro che, come ho accennato sopra, soggiogherà la potenza che aveva distrutto il regno di Giuda e farà rientrare i deportati del popolo.   Un altro rappresentante è appunto questo servo enigmatico e misterioso, membro del popolo del Signore, a cui viene affidata una missione non soltanto riguardo al popolo eletto, ma al mondo intero. Un servitore che ha una particolare intimità con il suo Signore. Dio stesso «gli ha aperto l’orecchio, gli ha dato una lingua da iniziati» (Is 50,5.4), il linguaggio profetico; Dio è il suo unico sostegno e il servo professa un’assoluta obbedienza che si caratterizza per una straordinaria tenacia e capacità di affrontare la contraddizione, e si esprime in una sorprendente pazienza e dolcezza.   Il dramma stesso della morte cui egli va incontro, e che a prima vista sembrerebbe un fallimento della sua missione, sta a dire una dedizione e un amore capaci di superare ogni resistenza, addirittura divenendo intercessione e offerta sacrificale per la salvezza di tutto il popolo. Proprio in tal senso la figura del Servo pone la questione sul modo con cui Dio salva, e quindi sul suo modo di essere potente e sapiente.   Emerge dalle pagine di Isaia la figura di un Dio che cerca anzitutto l’obbedienza della fede, l’interiorità del culto, la dedizione incondizionata, l’amore che non viene meno e che perdona agli offensori.   La figura del Servo così delineata esprime anche un’immagine di un Dio esposto alla contraddizione e al rifiuto, di un Dio ricco di misericordia e di perdono, che si presenta come un amore tenacemente e gratuitamente offerto, un amore fragile e disarmato. Il suo «eletto esporrà il diritto alle nazioni senza gridare né alzare il tono… senza spezzare la canna incrinata, né spegnere la fiammella smorta» (Is 42,2-3). Il soffrire di questo servo (cf. Is 50,4­9; 52,13-53,12) mette in luce l’immagine di un Dio che sembra nascondersi nella sofferenza e nella debolezza dell’uomo. Questo servo è «disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3); oppure sono nostre le malattie che ha portato, nostri i dolori che si è addossato. È apparso come se fosse «castigato, percosso da Dio e umiliato», ma noi otteniamo la guarigione grazie alle sue piaghe (cf. Is 53,4-5).   Ancora, questo servo non si pone come estraneo al suo popolo e all’umanità, si pone piuttosto come un nuovo, vi è in lui un elemento di inconfrontabilità. Contempliamo quindi il mistero di un uomo mediante il quale si ha anche una nuova rivelazione personale di Dio, in quanto Salvatore.   È ovvio che soltanto di fronte a Gesù di Nazaret comprenderemo che la figura del servo di Isaia è un’anticipazione della rivelazione di Dio nel suo Figlio fatto uomo, di conseguenza una rivelazione della figura di un’umanità autentica. Quel servo esprime dunque qualcosa i cui contorni dovranno essere definiti in seguito, pur se in maniera sorprendente e imprevedibile. Gradualmente verrà alla luce che la storia del servo doveva in definitiva essere la storia di Dio con e per gli uomini, capace di rivelare Dio all’uomo e l’uomo a se stesso. Il nuovo modo, singolare, di essere del servo aveva la sua ragione profonda nel fatto che in lui si esprimeva il modo umano di essere dell’amore salvifico di Dio.

Giacobbe lotta con l’angelo

Giacobbe lotta con l'angelo dans immagini sacre 012

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Publié dans:immagini sacre |on 16 février, 2016 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA COME LOTTA. DI DAVID MARIA TUROLDO

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LA PREGHIERA COME LOTTA. DI DAVID MARIA TUROLDO

Uno dei luoghi comuni più stolti e funesti (la stoltezza è sempre dannosa) è che la preghiera sia <<alienazione>>, fuga mundi, <<abdicazione delle proprie responsabilità>> e via dicendo sciocchezze in proposito. Chi parla così è gente che non sa nulla di cose spirituali, e ignora un fatto: che se c’è un uomo da temere, se c’è un autentico rivoluzionario, uno che non obbedisca a nessuno tranne che a Dio; se c’è uno pericoloso, questi è – in modo particolarissimo – l’uomo di prehiera. Si capisce: uomo di autentica fede e di vissuta preghiera. Come Cristo, che perciò sarà ucciso. <<Passava tutta la notte in preghiera>> (luca 6, 12), e poi nel giorno operava. E così, in occasione di ogni avvenimento decisivo <<si ritirava in solitudine a pregare>> (Luca 5, 16), poi si calava nella lotta: basti ricordare il passaggio dall’orto del Getzemani all’ultima notte, a lottare con la morte. E rimarrà solo, abbandonato da tutti, e sarà invincibile: contro tutti i pontefici e i politici,  gli scribi e i farisei e la folla, tutti per l’occasione divenuti amici. Egli invece, proprio in quelle circostanze, dirà: <<Confidate in me, io [oggi] ho vinto il mondo>> (Giovanni 16, 33). Ha vinto il sistema, non ha ceduto, non ha accettato compromessi, perchè <<Dio era con lui>> (Atti 10, 38): perciò lo risusciterà anche dai morti, quando appunto <<Iddio lo avrà esaudito per la sua pietà>> (Ebrei 5, 7). E così continuerà anche dopo, specialmente dopo! Neppure la morte conterà più per un uomo di preghiera. E quanto era stato prefigurato e predetto dalle vite e dalle parole dei profeti, veri uomini di preghiera e di scontro, che costellano tutta la storia della salvezza: una storia mai pacifica. Si potrebbe leggere sotto questo aspetto lo stesso Esodo, per tutto dire: un’opera che è, prima che di lotta, proposta di ricerca e di colloquio con Dio. Di un Dio che parla a Mosè e al suo popolo; e di un popolo che è salco e liberato quando ascolta il suo Dio. E tale è l’essenza più vera della preghiera. Sotto questo aspetto si potrebbe anche dire che tutta la Bibbia non è che un grande unico esodo, che finisce precisamente con la vittoria sulla morte: programma di vita che attende di avverarsi in ciascuno di noi. In proposito, cioè a riferimento della preghiera come lotta di liberazione e salvezza, sarà bene portare almeno alcuni episodi: esempi classici di oranti che prima si caricano di Dio e poi scendono in guerra. Uno di questi è l’episodio di Mosè sul monte (Esodo 17, 8-13), sopra la pianura dove si combatteva l’aspra e incerta battaglia di Giosuè contro Amalek (contro questa figura di nemico eterno di Israele, come risulta dal monumento al milite ignoto ebreo eretto a Parigi nel 1956, dove si legge la famosa iscrizione: <<Ricordati di Amalek>>). Fin d’allora Mosè è presentato come l’immagine di una preghiera ininterrotta e vittoriosa. Per la quale bastava tenere le braccia levate al cielo, e rimanere così, in silenzio. Per dire che le sorti sono decise al di sopra di noi, e però mai senza il nostro coinvolgimento e responsabilità, e rischio e nostra donazione totale. Cioè, mai senza che noi, appunto, guidati dalla fede in questa visione e confidenti nell’arma segreta della preghiera, scendiamo in battaglia e ci buttiamo allo sbaraglio. Tutto questo mentre la preghiera continua assoluta. Infatti, quando a Mosè cadevano le braccia, ecco che l’esercito di Giosuè perdeva; quando invece le braccia tornavano a levarsi, ecco che l’esercito di Giosuè perdeva; quando invece le braccia tornavano a levarsi, ecco che l’esercito di Israele avanzava. E perchè la stanchezza di Mosè fosse vinta e Giosuè non avesse a perdere, Aronne e Cur pensarono di tenere alte le stanche braccia del vegliardo con delle pietre, e così non venisse rotta la preghiera, il rapporto segreto e decisivo. Si badi, in base al racconto, che non occorre si facciano discorsi (noi parliamo troppo, mentre il Padre sa e ci ama); basta che uno stia sul monte con il bastone di Dio in mano e con le braccia levate. Cosa che per noi ora è garantita in eterno: e guarderemo al monte soltanto. Lassù terremo lo sguardo immobile, là dove Uno ha sempre le braccia alte nel cielo, aperte sul mondo… (D.M.Turoldo, Chiesa che canta, 6, Bologna 1982, p. 54) Altro evento famoso, sarebbe la vicenda di Giuditta. Per capirci subito, è bene ricordare, da una parte, Nabucodonosor e tutto ciò che il suo nome e il suo regno significava per Israele, ricordare le armate di Oloferne venute dalla grande Ninive. Dall’altra, tutta la Giudea sbigottita, in preda a indescrivibile tremore: Quando gli israeliti che abitavano in tutta la Giudea sentirono la fama di Oloferne, comandante di Nabucodonosor, aveva fatto agli altri popoli e come aveva messo a sacco tutti i loro templi eli aveva votati allo sterminio, furono presi da indescrivibile terrore all’avanzarsi di lui e furono costernati a causa di Gerusalemme e del tempio del Signore, loro Dio [...] Nello stesso tempo ogni Israelita levò il suo grido a Dio con fervida insistenza e tutti si umiliarono con grande impegno. Essi con le mogli e i bambini, i loro armamenti e ogni ospite e mercenario e i loro schiavi si cinsero di sacco i fianchi. Ogni uomo e donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore.[...] Il Signore porse l’orecchio al loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e in Gerusalemme davanti al santuario del Signore onnipotente. (Giuditta 4, 1-13) Da ricordare, nel mezzo del racconto, il discorso di Achior, condottiero degli ammoniti, ispirato dal profondo timore per la stessa natura d’Israele, di questo popolo da non prendere mai alla leggera, per via precisamente del suo misterioso rapporto con la divinità: <<Io riferirò la verità sul conto di questo popolo>> (Giuditta 5, 5). Tutta una storia che doveva indurre chiunque a riflettere, come risulta dalla stessa conclusione di Achior <<Ora [...], se vi è qualche aberrazione in questo popolo, perchè ha peccato contro il suo Dio, se cioè ci accorgiamo che c’è in mezzo a loro questo inciampo [nel caso cioè che non è più fedele a Dio], avanziamo e diamo loro battaglia>>; diversamente, non li si attacchi per <<non diventare oggetto di scherno davanti a tutta la terra: poichè il loro Dio si è fatto loro scudo>> (Giuditta 5, 20-21). Consiglio terribile, non ascoltato, anzi deriso dagli ufficiali, dalla turba, e specialmente dalla boria di Oloferne: Il loro Dio?… <<E che altro dio c’è se  non Nabucodonosor?>> (Giuditta 6, 2). Invece sarà proprio un altro Dio che non è Nabucodonosor (e neppure Hitler) a decidere la sorte. Sarà, in questa occasione, un Dio che si serve di una donna, di una giovane vedova (doveva essere bellissima, per sedurre tutti: <<Era molto avvenente nella persona>> [Giuditta 8, 7]; tanto bella che per lei si canterà una specie di canto alla bellezza, fattasi potenza e grazie invincibile: <<Tu sei la gloria di Gerusalemme>> [Giuditta 15, 9]; lo stesso inno che poi si canterà per un’altra Donna chiamata tota pulchra, vittoriosa perfino sul famoso serpente). Dunque, Betulia era assediata da ogni parte ormai, e la sete doveva inaridire le gole di tutti gli israeliti fino a rendere rauche le voci che gridavano al cielo. Gli anziani stavano per cedere e consegnare la città al nemico. E’ allora che Giuditta decide di agire. Proprio dopo aver pregato con la faccia a terra e sparsa la cenere sul capo, <<messo allo scoperto il sacco di cui sotto era rivestita, nell’ora che veniva offerto nel tempio in Gerusalemme l’incenso della sera>> (Giuditta 9, 1). A questo punto la preghiera di Giuditta parla da sè: Signore, Dio del padre mio Simeone, tu hai messo nella sua mano la spada della vendetta contro gli stranieri, contro coloro che hanno sciolto a ignominia la cintura di una vergine [...] Per questo hai consegnato alla morte i loro capi e al sangue quel loro giaciglio [...] Dio, Dio mio, ascolta anche me che sono vedova [...] Or ecco gli assiri hanno aumentato la moltitudine del loro esercito, vanno in superbia per i loro cavalli e cavalieri, si vantano della forza dei loro fanti, poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, sugli archi e sulle fionde e ignorano che tu sei il Signore che disperdi le guerre; Signore è il tuo nome! Abbatti la loro forza con la tua potenza e rovescia la loro violenza con la tua ira [...] Guarda la loro superbia, fà scendere la tua ira sulle teste; infondi a questa vedova la forza di fare quello che ho deciso [...] Spezza la loro alterigia per mezzo di una donna. Perchè la tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge il regno; tu sei invece il Dio deli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati. Sì, sì, Dio del padre mio e di Israele tua eredità, Signore del cielo e della terra, creatore delle acque, re di tutte le creature, ascolta la mia preghiera [...] Dà a tutto il tuo popolo e a ogni tribù la prova che sei tu il Signore, il Dio d’ogni potere e d’ogni forza e non c’è altri fuori di te, che possa proteggere la stirpe di Israele. (Giuditta 9, 2-14) Questa è preghiera! Preghiera che diventa decisione, forza operante e irresistibile: certezza del fedele e terrore del nemico. Fantasia e bellezza in azione. Con tutto quello che segue: con tutte le conseguenze che ormai si sanno; o meglio: sono risapute da quanti almeno hanno, come Achior, un pò d’intelligenza e di attenzione al mistero della storia, alla storia che è opera non solo di politici e di generali; cose risapute da quanti avvertono che non ci si cimenta con uomini di fede: che mai si conosce sconfitta per un uomo di preghiera, sceso in battaglia. Ma bisogna che sia vera preghiera, come quella di Mosè contro il Faraone; come quella di Giuditta contro Oloferne, <<presso il divano di lui>> (Giuditta 13, 4), fradicio di orgoglio e di orge del potere e di gozzoviglie (finisce infatti sempre così questa gente, sia pure dopo aver sterminato tanti poveri; ma non tutti, non tanti che non rimanga qualcuno che mozzi loro la testa alla fine). Signore, Dio di ogni potenza, guarda propizio in quest’ora [...]: è venuto il momento di pensare [...] (Giuditta 13, 4). E’ il momento in cui la preghiera si fa azione, e tu irrompi nella mischia con la forza di Dio, ma sei tu che devi irrompere. Così, <<con tutta la forza di cui era capace>> (Giuditta 13, 8). Ma chi può mai misurare la forza di un fedele in quel momento? Chi l’ha mai potuta contenere o vincere? Quella è una forza che neppure i più infernali strumenti di tortura e di morte potranno sconfiggere. <<Con tutta la forza di cui era capace… [ed era una donna, una giovane vedova, una fragile creatura] gli staccò la testa. Indi ne fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via le cortine dai sostegni>> (Giuditta 13, 9). Poco dopo, con la testa di Oloferne nel sacco, attraversando il campo nemico, uscì lei e l’ancella <<per la preghiera, secondo il loro uso>> (Giuditta 13, 10). Le stesse cose si dicono per Debora e per Ester e per Anna…, per Maria, la fanciulla di Nazareth che si mette a cantare sui monti di Giudea: <<Ha deposto i potenti dai loro troni [...]; ha disperso i pensieri dei loro cuori [...] Ha mandato via i ricchi a mani vuote [...]>> (Luca 1, 51-53). Un canto da rivoluzione cristiana. Ed è una preghiera, il canto di una fanciulla inerme, della più mite di tutte le creature. E dunque, per riprendere i pregiudizi elencati in apertura d’articolo, ecco che la preghiera è sempre un’azione opposta all’alienazione e a una fuga dal mondo. Certo che esistono anche queste storture: specie quando si pensa alla religione come un’evasione, e ci si rifugia nel grembo di una chiesa per paura, o peggio ancora, per disprezzo del mondo e della storia. Chi ha paura non ha fede, chi disprezza non ama, non è sulla via di Dio. In questo caso la religione e la cosiddetta vita spirituale sono un equivoco, un’ambiguità. Nulla di più illudente di una vita di preghiera nutrita di viltà e di paure: Dio diventa un alibi, un attaccapanni delle nostre responsabilità. Nulla di più offensivo che la preghiera di uno, il quale, nella guerra, ringraziava Iddio perchè la bomba era caduta sulla casa del vicino e aveva risparmiato la sua. Quando in quel caso non c’era che da dividere col fratello con il comune pianto e scendere tutti in campo a lottare, carichi della divina forza, affinchè non si gettassero più bombe sulla casa di nessuno. Questa, e solo questa è preghiera: luce che si fa intelligenza, necessaria comprensione di quello che si deve fare e come fare; e forza per cambiare e far nuove tutte le cose. Perciò , per pregare bene bisogna conoscere il tempo, il proprio tempo, e il proprio impegno e dovere; e la volontà e il disegno di Dio che opera sempre nella storia. Il cielo del nostro Dio è la storia; la storia e la natura e il tempo sono i suoi spazi teologici, il teatro delle sue operazioni, la creazione è il regno inesauribile dei segni della sua presenza, il grande infinito simbolo delle sue manifestazioni. Dunque è qui che si deve agire e operare, e incontrarsi e realizzarsi. Nessuno è tanto <<contemporaneo>> e presente alla propria epoca quanto il vero uomo di preghiera: tanto da muoversi, come pochi, sul piano del mistero più che esaurirsi nella ingannevole linea dei fenomeni; e cioè, perseguendo un senso di ciò che accade, più che lasciarsi travolgere dall’apparente trionfo di ciò che muore. A questo punto, e allargando a una visione più completa di quanto mi preme dire sull’orante, come ho imparato dai miei maestri di vita spirituale (specie da Vannucci), mi sia consentito di riportare qui alcuni pensieri che ho premesso al libro La nostra preghiera, in uso presso la nostra comunità (La nostra preghiera, liturgia dei giorni, Sotto il Monte 1996, pp. 7-8). [...] Per rispondere al mondo e ai tempi, non già dunque preghiera come alienazione, ma preghiera come ascensione di tutto l’essere in Dio; come salvare l’esistenza dalla dispersione, un riassumerla per riversarla nel mare di Dio. Che vuol dire riassumere la storia, gli avvenimenti e le gioie degli uomini. E a piedi nudi accostarci [...] al roveto che arde e non consuma; e alla sua fiamma scoprire il mistero e leggerne i significati e capire come la nube ancora ci copre, accompagnandoci nel giorno, e la colonna di fuoco ci precede la notte. Che vuol dire ancora: tutta la terra che canta perchè <<io sono la coscienza della terra>>: la terra intera che loda e adora. Perchè così è l’uomo: terra che prega, quando prega; terra che bestemmia e odia, quando odia e bestemmia. <<Altissimo onnipotente bon Signore…>>. Ecco perchè la preghiera è un momento cosmico; e quando il salmo dice che <<narrano i cieli la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani>>, oppure, che <<il giorno al giorno tramanda il messaggio, e la notte alla notte>>, in realtà sono io la voce dei cieli, io che annuncio e che tramando ai giorni e alle notti la lieta notizia: sono io la voce di tutte le creature; per cui l’uomo pio è colui che porta tutta la creazione a Dio, e l’empio è colui che la distacca e la profana, colui che la rende vuota, cioè atea. E’ però non solo il momento dell’ascesa e della conquista, il momento del riassumersi e dell’espandersi nell’infinito di Dio, fino a raggiungere la radice del canto e della pace, ma insieme un caricarsi di Dio per esplodere nel tempo e nella storia con la stessa forza di Dio; cosicchè nulla ti possa fermare nell’obbedirgli, nulla che ti sia di scandalo o d’inciampo: neppure la morte; e tu, pure avanti con gli anni, oppure preso da stanchezza e tentato di scoraggiamento a causa dei tuoi peccati e del peccato del mondo, mai venga meno, ma respirando sempre questo <<respiro di Dio>> (en-tô-theôásma) come il pellegrino russo, tu possa sempre continuare il tuo cammino, e tutta la chiesa con te: la tua famiglia forse, la tua comunità, la piccola come la grande chiesa. Perchè è nella preghiera che Iddio tesse i fili della nostra fraternità: degli sposi tra loro, dei genitori coi figli, dei fratelli; perfino i fratelli di fede con i fratelli di nessuna fede, oppure anche tra fratelli di diversa fede. Perchè i confini dell’uomo di preghiera sono gli stesi confini di Dio, cioè nessun confine. Se abbiamo appunto lo spirito di preghiera: perchè allora è avere lo stesso Spirito santo di Dio in noi, a gemere con gemiti ineffabili, a pregare per noi, a cominciare lo stesso nostro volere e a portarlo a compimento. Questo Spirito che si libra sopra gli abissi…

Publié dans:preghiera (sulla) |on 16 février, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO IN MESSICO – SANTA MESSA NELLA BASILICA DI GUADALUPE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2016/documents/papa-francesco_20160213_omelia-messico-guadalupe.html

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN MESSICO (12-18 FEBBRAIO 2016)

SANTA MESSA NELLA BASILICA DI GUADALUPE

OMELIA DEL SANTO PADRE

Città del Messico Sabato, 13 febbraio 2016

Abbiamo ascoltato come Maria andò a visitare la cugina Elisabetta. Senza indugi, senza dubbi, né lentezze, va ad accompagnare la sua parente che era agli ultimi mesi di gravidanza. L’incontro con l’angelo non ha fermato Maria, perché non si è sentita privilegiata, o in dovere di staccarsi dalla vita dei suoi. Al contrario, ha ravvivato e messo in moto un atteggiamento per il quale Maria è e sarà sempre riconosciuta: la donna del sì, un sì di dedizione a Dio e, al tempo stesso, un sì di dedizione ai suoi fratelli. E’ il sì che la mise in movimento per dare il meglio di sé, ponendosi in cammino incontro agli altri. Ascoltare questo brano del Vangelo in questa Casa ha un sapore speciale. Maria, la donna del sì, ha voluto anche visitare gli abitanti di questa terra d’America nella persona dell’indio san Juan Diego. Così come si mosse per le strade della Giudea e della Galilea, nello stesso modo raggiunse il Tepeyac, con i suoi abiti, utilizzando la sua lingua, per servire questa grande Nazione. E così come accompagnò la gravidanza di Elisabetta, ha accompagnato e accompagna la “gravidanza” di questa benedetta terra messicana. Così come si fece presente al piccolo Juanito, allo stesso modo continua a farsi presente a tutti noi, soprattutto a quelli che come lui sentono “di non valere nulla” (cfr Nican Mopohua, 55). Questa scelta particolare, diciamo preferenziale, non è stata contro nessuno, ma a favore di tutti. Il piccolo indio Juan che si chiamava anche “mecapal, cacaxtle, coda, ala, bisognoso lui stesso di esser portato” (cfr ibid.) è diventato “il messaggero, molto degno di fiducia”. In quell’alba di dicembre del 1531, si compiva il primo miracolo che poi sarà la memoria vivente di tutto ciò che questo Santuario custodisce. In quell’alba, in quell’incontro, Dio risvegliò la speranza di suo figlio Juan, la speranza di un popolo. In quell’alba Dio ha risvegliato e risveglia la speranza dei più piccoli, dei sofferenti, degli sfollati e degli emarginati, di tutti coloro che sentono di non avere un posto degno in queste terre. In quell’alba Dio si è avvicinato e si avvicina al cuore sofferente ma resistente di tante madri, padri, nonni che hanno visto i loro figli partire, li hanno visti persi o addirittura strappati dalla criminalità. In quell’alba, Juanito sperimenta nella sua vita che cos’è la speranza, che cos’è la misericordia di Dio. Lui è scelto per sorvegliare, curare, custodire e favorire la costruzione di questo Santuario. A più riprese disse alla Vergine che lui non era la persona adatta, anzi, se voleva portare avanti quel lavoro doveva scegliere altri perché lui non era istruito, letterato o appartenente al novero di coloro che avrebbero potuto farlo. Maria, risoluta – con la risolutezza che nasce dal cuore misericordioso del Padre – gli disse no, che lui sarebbe stato il suo messaggero. Così egli riesce a far emergere qualcosa che non sapeva esprimere, una vera e propria immagine trasparente di amore e di giustizia: nella costruzione dell’altro santuario, quello della vita, quello delle nostre comunità, società e culture, nessuno può essere lasciato fuori. Tutti siamo necessari, soprattutto quelli che normalmente non contano perché non sono “all’altezza delle circostanze” o perché non “apportano il capitale necessario” per la costruzione delle stesse. Il santuario di Dio è la vita dei suoi figli, di tutti e in tutte le condizioni, in particolare dei giovani senza futuro esposti a una infinità di situazioni dolorose, a rischio, e quella degli anziani senza riconoscimento, dimenticati in tanti angoli. Il santuario di Dio sono le nostre famiglie che hanno bisogno del minimo necessario per potersi formare e sostenere. Il santuario di Dio è il volto di tanti che incontriamo nel nostro cammino… Venendo in questo santuario ci può accadere la stessa cosa che accadde a Juan Diego. Guardare la Madre a partire dai nostri dolori, dalle nostre paure, disperazioni, tristezze, e dirle: “Che cosa posso dare io se non sono una persona istruita?”. Guardiamo la Madre con occhi che dicono: “Sono tante le situazioni che ci tolgono la forza, che ci fanno sentire che non c’è spazio per la speranza, per il cambiamento, per la trasformazione”. Per questo credo che oggi ci farà bene un po’ di silenzio, e guardarla, guardarla molto e con calma, e dirle come fece quell’altro figlio che la amava molto:

“Guardarti semplicemente – Madre -, tenendo aperto solo lo sguardo; guardarti tutta senza dirti nulla, e dirti tutto, muto e riverente. Non turbare il vento della tua fronte; solo cullare la mia solitudine violata nei tuoi occhi di Madre innamorata e nel tuo nido di terra trasparente. Le ore precipitano; percossi, mordono gli uomini stolti l’immondizia della vita e della morte, con i loro rumori. Guardarti, Madre; contemplarti appena, il cuore tacito nella tua tenerezza, nel tuo casto silenzio di gigli” (Inno liturgico).

E nel silenzio, in questo rimanere a contemplarla, sentire ancora una volta che ci ripete: “Che c’è, figlio mio, il piccolo di tutti? Che cosa rattrista il tuo cuore?” (cfr Nican Mopohua, 107.118) «Non ci sono forse qui io, io che ho l’onore di essere tua madre?» (ibid., 119). Lei ci dice che ha “l’onore” di essere nostra madre. Questo ci dà la certezza che le lacrime di coloro che soffrono non sono sterili. Sono una preghiera silenziosa che sale fino al cielo e che in Maria trova sempre posto sotto il suo manto. In lei e con lei, Dio si fa fratello e compagno di strada, porta con noi le croci per non lasciarci schiacciare da nostri dolori. “Non sono forse tua madre? Non sono qui? Non lasciarti vincere dai tuoi dolori, dalle tue tristezze” – ci dice. Oggi di nuovo torna ad inviarci, come Juanito; oggi di nuovo torna a ripeterci: sii mio messaggero, sii mio inviato per costruire tanti nuovi santuari, accompagnare tante vite, asciugare tante lacrime. Basta che cammini per le strade del tuo quartiere, della tua comunità, della tua parrocchia come mio messaggero, mia messaggera; innalza santuari condividendo la gioia di sapere che non siamo soli, che lei è con noi. Sii mio messaggero – ci dice – dando da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, da’ un posto ai bisognosi, vesti chi è nudo e visita i malati. Soccorri il prigioniero, non lasciarlo solo, perdona chi ti ha fatto del male, consola chi è triste, abbi pazienza con gli altri e, soprattutto, implora e prega il nostro Dio. E in silenzio le diciamo quello che ci sale dal cuore. “Non sono forse tua madre? Non sono forse qui?” – ci dice ancora Maria. Vai a costruire il mio santuario, aiutami a risollevare la vita dei miei figli, tuoi fratelli.

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