Archive pour février, 2016

NON C’È UOMO PIÙ GRANDE DI QUESTO UOMO PICCOLO, UMILE E SEMPLICE – “IL CENTUPLO ADESSO E IN EREDITÀ LA VITA ETERNA”

 

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NON C’È UOMO PIÙ GRANDE DI QUESTO UOMO PICCOLO, UMILE E SEMPLICE

Brano di Nicolino tratto dall’Intervento “IL CENTUPLO ADESSO E IN EREDITÀ LA VITA ETERNA”

“Ti benedico, o Padre… perché hai tenuto nascoste queste cose a coloro che si fanno, si credono sapienti… e le hai rivelate ai semplici, ai piccoli; sì perché così è piaciuto a te, Padre” (Mt 11, 25-26). Non c’è altra posizione se non quella dei piccoli, degli umili, dei semplici, dei poveri: quella richiesta in ogni momento, perché l’unica adeguata alla originale natura dell’uomo – che è quella di essere creato, dato e fatto. Richiesta dall’evidenza che non sono io ma Altro l’origine e la verità di me e di tutto, che io sono dato e dono. Che tutto è dato ed è dono ritrovato. L’unica che permette l’apertura, il riconoscimento, l’accoglienza, l’influsso e l’incidenza di Chi ha creato, dato e fatto, di Colui che è la vera sorgente della vita. Che apre allo sguardo di meraviglia e di stupore sulla vita e sulla realtà come quello che vediamo stampato nei nostri bambini; che sa accoglierle innanzitutto come dono e nella loro continua pro-vocazione al Mistero. Se non diventerete come bambini… è qualcosa che riguarda e richiama il nostro attuale e costante atteggiamento del cuore… Non entrerete nel regno dei cieli, significa che non entreremo nella chiarezza, nella profondità e nello splendore della vita, della realtà delle cose, innanzitutto adesso, come preludio della vita eterna, del regno di Dio attuato definitivamente. Se non diventerete come bambini, è la posizione, la disposizione del cuore in cui Cristo afferma essere la vera grandezza di un uomo, che permette di diventare uomini e in cui solo è possibile la comprensione della vita e della realtà. È proprio la disposizione adeguata alla possibilità di riconoscere ed accogliere il Suo Essere e la Sua viva iniziativa in noi e nella realtà tutta. Di riconoscere ed accogliere la presenza di Cristo come la rivelazione del Mistero nella storia come Uomo, che c’è, che c’entra, che opera sempre, che è contemporaneo a tutto e a tutti, che cambia e che salva. Ma è anche la posizione più razionalmente adeguata per conoscere la realtà, per prendere coscienza della realtà in ogni suo fattore come segno di qualcos’Altro, come Mistero. In qualsiasi momento, come in qualsiasi campo, questa posizione è necessaria: per ricercare, entrare, attraversare, conoscere, possedere, usare adeguatamente e veramente; per non ritrovarsi chiusi, soli e disperati nel carcere di una realtà concepita a priori, ideologicamente, secondo pregiudizi, impressioni e pareri forniti dalla mentalità del mondo. Non si può conoscere veramente e fino in fondo una “cosa” che già abbiamo pregiudizialmente e quindi irrazionalmente autodefinito. Non si può conoscere la realtà andandogli incontro con gli occhi pieni di pregiudizi e definizioni impropriamente autostabilite. Escludendo e censurando fattori della realtà, riducendoli e sottomettendoli a una immediata reazione istintiva, manipolandoli in funzione di una ostinata idea preconcetta. Per questo non c’è uomo più grande, a qualsiasi livello, di questo uomo umile, semplice, povero, piccolo: tutto e sempre aperto, spalancato nel cuore e negli occhi, proprio come un bambino, alla verità di tutto. Tutto teso e aperto solo e sempre alla verità di tutto. Affamato di bellezza, sempre pieno di meraviglia e stupore per tutto, e per questo continuamente aperto e commosso verso qualsiasi indicazione e segno, verso la totalità della realtà come segno del Mistero, in cui “ogni” e tutto consiste e da cui tutto dipende. Quest’uomo umile, semplice, povero, piccolo, nel facile riconoscimento della sua debolezza e fragilità, elementarmente cosciente e gioioso della sua costitutiva dipendenza, del suo dipendere dal Totalmente Altro, vive spalancato e teso al suo connaturato bisogno, al suo assoluto desiderio di questo Totalmente Altro. A cui non solo riconosce di appartenere originalmente, ma che sente vibrare e da cui si sente investito e pro-vocato in ogni momento del suo rapporto con la realtà. E che per questo attende come un bambino attende sua madre, come un mendicante attende sempre tutto. Ai piccoli è dato, agli umili è dato, ai poveri è dato… perché tutto nella realtà ci supera ed più grande di noi, perché tutto è segno del Totalmente e Infinitamente Altro da noi che ci fa e ci dà: perché così tutto è stato ordinato da Dio Padre. Ed è solo un uomo con questo cuore che lo riconosce. Se non diventerete come bambini… non infantili, ma bambini nel cuore, nella mente, nello sguardo, nello stupore, nel bisogno, nell’attaccamento… non ci sarà la possibilità della vita, la chiarezza della vita, la rivelazione della vita, della vita vita; non entrerete nel Regno dei cieli… cioè nel compimento e nella definitività della vita, la vita eterna, lo scopo e il destino della vita. Non c’è nessuno più grande, più umanamente potente, intelligente, libero e bello di questo uomo piccolo, umile, semplice, povero. Se uno ha a cuore la propria vita, prende sul serio il proprio desiderio, la propria ragione, la sua libertà, questa è la vera virtù – virtù intesa come disposizione necessaria e continuativa nel rapporto con tutto. Non possiamo che chiedere aiuto allo Spirito Santo. Come ci insegna san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi: “Quello che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, Dio lo ha preparato per quelli che lo amano”: è il centuplo e la vita eterna. “Ma Dio lo rivelò mediante lo Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi mai conosce i segreti dell’uomo – il segreto della vera esigenza del cuore di ogni uomo, il desiderio e la risposta ad esso – se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio” (I Cor 2, 9-11). “Quello che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, questo ha preparato Dio per coloro che lo amano”: questo è il centuplo e la vita eterna. Ma a noi Dio lo ha rivelato, perché Dio stesso si è rivelato; il Mistero si è rivelato. Il Mistero in cui solo la vita è, c’è ed è possibile si è rivelato nella storia, si è fatto Uomo; attraverso l’azione vivificante del Suo Spirito in una Donna di nome Maria, si è fatto Uomo. Invochiamo lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, lo Spirito che ha fecondato Maria, che solo conosce il mio cuore, la mia necessità, la mia urgenza, il mio segreto. Qual è questo segreto? Il segreto dell’uomo è tutto nella sua domanda, nel suo cuore che è domanda assoluta di verità, di significato, di pienezza, di risposta esaustiva alla sua indomabile esigenza. Non può essere lo spirito del mondo a rispondere e a corrispondere, ma è solo lo Spirito di Dio che ci abilita a conoscere ciò che Dio ci ha dato. “E noi abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere i doni che Egli ci ha elargito” (I Cor 2, 12-13). È lo Spirito che Cristo ci ha lasciato come eredità perché la Sua presenza fosse permanente e contemporanea ad ogni tempo, ad ogni uomo; che rende quel gruppo di uomini la Sua Chiesa, il Suo Corpo vivo e presente nella storia, la Sua Compagnia nel “qui e ora” di ogni uomo. È lo Spirito che ci rende idonei e capaci di vivere del rapporto con Lui e di essere questa amicizia nella Sua santa Chiesa. A Lui chiediamo aiuto per essere assicurati nella posizione del piccolo, dell’umile, nella posizione adeguata a riceverLo e a lasciarci plasmare dalla Sua azione. InvochiamoLo per il nostro lavoro di ascolto, approfondimento, di ripresa di ragione perché la nostra vita si sposti dalla parte di Cristo, risulti dal rapporto con Cristo, risulti centuplicata momento per momento dall’obbedienza alla Sua presenza riconosciuta, amata, mendicata e seguita come Avvenimento decisivo. Accada la nostra compagnia come la Sua amicizia in noi, nei nostri rapporti e nel nostro cammino, abbandonando riserve, resistenze, ostentazioni di effimere obiezioni e difficoltà, parole e problematicità che offendono innanzitutto la nostra vita e dentro cui perdiamo sempre.

Nicolino Pompei

Publié dans:COMMENTO AI VANGELI |on 24 février, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 8. MISERICORDIA E POTERE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20160224_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – 8. MISERICORDIA E POTERE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 24 febbraio 2016

8. MISERICORDIA E POTERE

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Proseguiamo le catechesi sulla misericordia nella Sacra Scrittura. In diversi passi si parla dei potenti, dei re, degli uomini che stanno “in alto”, e anche della loro arroganza e dei loro soprusi. La ricchezza e il potere sono realtà che possono essere buone e utili al bene comune, se messe al servizio dei poveri e di tutti, con giustizia e carità. Ma quando, come troppo spesso avviene, vengono vissute come privilegio, con egoismo e prepotenza, si trasformano in strumenti di corruzione e morte. È quanto accade nell’episodio della vigna di Nabot, descritto nel Primo Libro dei Re, al capitolo 21, su cui oggi ci soffermiamo. In questo testo si racconta che il re d’Israele, Acab, vuole comprare la vigna di un uomo di nome Nabot, perché questa vigna confina con il palazzo reale. La proposta sembra legittima, persino generosa, ma in Israele le proprietà terriere erano considerate quasi inalienabili. Infatti il libro del Levitico prescrive: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23). La terra è sacra, perché è un dono del Signore, che come tale va custodito e conservato, in quanto segno della benedizione divina che passa di generazione in generazione e garanzia di dignità per tutti. Si comprende allora la risposta negativa di Nabot al re: «Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri» (1 Re 21,3). Il re Acab reagisce a questo rifiuto con amarezza e sdegno. Si sente offeso – lui è il re, il potente -, sminuito nella sua autorità di sovrano, e frustrato nella possibilità di soddisfare il suo desiderio di possesso. Vedendolo così abbattuto, sua moglie Gezabele, una regina pagana che aveva incrementato i culti idolatrici e faceva uccidere i profeti del Signore (cfr 1 Re 18,4), – non era brutta, era cattiva! – decide di intervenire. Le parole con cui si rivolge al re sono molto significative. Sentite la cattiveria che è dietro questa donna: «Tu eserciti così la potestà regale su Israele? Alzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la farò avere io la vigna di Nabot di Izreel» (v. 7). Ella pone l’accento sul prestigio e sul potere del re, che, secondo il suo modo di vedere, viene messo in discussione dal rifiuto di Nabot. Un potere che lei invece considera assoluto, e per il quale ogni desiderio del re potente diventa un ordine. Il grande Sant’Ambrogio ha scritto un piccolo libro su questo episodio. Si chiama “Nabot”. Ci farà bene leggerlo in questo tempo di Quaresima. È molto bello, è molto concreto. Gesù, ricordando queste cose, ci dice: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27). Se si perde la dimensione del servizio, il potere si trasforma in arroganza e diventa dominio e sopraffazione. E’ proprio ciò che accade nell’episodio della vigna di Nabot. Gezabele, la regina, in modo spregiudicato, decide di eliminare Nabot e mette in opera il suo piano. Si serve delle apparenze menzognere di una legalità perversa: spedisce, a nome del re, delle lettere agli anziani e ai notabili della città ordinando che dei falsi testimoni accusino pubblicamente Nabot di avere maledetto Dio e il re, un crimine da punire con la morte. Così, morto Nabot, il re può impadronirsi della sua vigna. E questa non è una storia di altri tempi, è anche storia d’oggi, dei potenti che per avere più soldi sfruttano i poveri, sfruttano la gente. È la storia della tratta delle persone, del lavoro schiavo, della povera gente che lavora in nero e con il salario minimo per arricchire i potenti. È la storia dei politici corrotti che vogliono più e più e più! Per questo dicevo che ci farà bene leggere quel libro di Sant’Ambrogio su Nabot, perché è un libro di attualità. Ecco dove porta l’esercizio di un’autorità senza rispetto per la vita, senza giustizia, senza misericordia. Ed ecco a cosa porta la sete di potere: diventa cupidigia che vuole possedere tutto. Un testo del profeta Isaia è particolarmente illuminante al riguardo. In esso, il Signore mette in guardia contro l’avidità i ricchi latifondisti che vogliono possedere sempre più case e terreni. E dice il profeta Isaia:

«Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese» (Is 5,8).

E il profeta Isaia non era comunista! Dio, però, è più grande della malvagità e dei giochi sporchi fatti dagli esseri umani. Nella sua misericordia invia il profeta Elia per aiutare Acab a convertirsi. Adesso voltiamo pagina, e come segue la storia? Dio vede questo crimine e bussa anche al cuore di Acab e il re, messo davanti al suo peccato, capisce, si umilia e chiede perdono. Che bello sarebbe se i potenti sfruttatori di oggi facessero lo stesso! Il Signore accetta il suo pentimento; tuttavia, un innocente è stato ucciso, e la colpa commessa avrà inevitabili conseguenze. Il male compiuto infatti lascia le sue tracce dolorose, e la storia degli uomini ne porta le ferite. La misericordia mostra anche in questo caso la via maestra che deve essere perseguita. La misericordia può guarire le ferite e può cambiare la storia. Apri il tuo cuore alla misericordia! La misericordia divina è più forte del peccato degli uomini. È più forte, questo è l’esempio di Acab! Noi ne conosciamo il potere, quando ricordiamo la venuta dell’Innocente Figlio di Dio che si è fatto uomo per distruggere il male con il suo perdono. Gesù Cristo è il vero re, ma il suo potere è completamente diverso. Il suo trono è la croce. Lui non è un re che uccide, ma al contrario dà la vita. Il suo andare verso tutti, soprattutto i più deboli, sconfigge la solitudine e il destino di morte a cui conduce il peccato. Gesù Cristo con la sua vicinanza e tenerezza porta i peccatori nello spazio della grazia e del perdono. E questa è la misericordia di Dio.

 

Church in Corinth, Greece founded by Saint Paul.

Church in Corinth, Greece founded by Saint Paul. dans immagini sacre church_0f_the_apostle_paul

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Publié dans:immagini sacre |on 23 février, 2016 |Pas de commentaires »

LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA SU ALCUNI ASPETTI DELLA MEDITAZIONE CRISTIANA (CAP IV E V)

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19891015_meditazione-cristiana_it.html#IV._LA_VIA_CRISTIANA_DELLUNIONE_CON_DIO

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA SU ALCUNI ASPETTI DELLA MEDITAZIONE CRISTIANA *

(15 ottobre 1989)

(solo i capitoli IV e V)

IV. LA VIA CRISTIANA DELL’UNIONE CON DIO 13. Per trovare la giusta « via » della preghiera, il cristiano considererà ciò che è stato precedentemente detto a proposito dei tratti salienti della via di Cristo, il cui « cibo è fare la volontà di colui che (lo) ha mandato a compiere la sua opera » (Gv 4, 34). Gesù non vive con il Padre un’unione più intima e più stretta di questa, che per lui si traduce continuamente in una profonda preghiera. La volontà del Padre lo invia agli uomini, ai peccatori, addirittura ai suoi uccisori ed egli non può essere più intimamente unito al Padre che ubbidendo a questa volontà. Ciò non impedisce in alcun modo che nel cammino terreno egli si ritiri anche nella solitudine per pregare, per unirsi al Padre e ricevere da Lui nuovo vigore per la sua missione nel mondo. Sul Tabor, dove certamente egli è unito al Padre in maniera manifesta, viene evocata la sua Passione (cfr. Lc 9, 31) e non viene neppure presa in considerazione la possibilità di permanere in « tre tende » sul monte della trasfigurazione. Ogni preghiera contemplativa cristiana rinvia continuamente all’amore del prossimo, all’azione e alla passione, e proprio così avvicina maggiormente a Dio. 14. Per accostarsi a quel mistero dell’unione con Dio, che i Padri greci chiamavano divinizzazione dell’uomo, e per cogliere con precisione le modalità secondo cui essa si compie, occorre tener presente anzitutto che l’uomo è essenzialmente creatura (16) e tale rimane in eterno, cosicché non sarà mai possibile un assorbimento dell’io umano nell’io divino, neanche nei più alti stati di grazia. Si deve però riconoscere che la persona umana è creata « ad immagine e somiglianza » di Dio, e l’archetipo di questa immagine è il Figlio di Dio, nel quale e per il quale siamo stati creati (cfr. Col 1, 16). Ora questo archetipo ci svela il più grande e il più bel mistero cristiano: il Figlio è dall’eternità « altro » rispetto al Padre e tuttavia, nello Spirito Santo, è « della stessa sostanza »; di conseguenza, il fatto che ci sia un’alterità, non è un male, ma piuttosto il massimo dei beni. C’è alterità in Dio stesso, che è una sola natura in Tre Persone, e c’è alterità tra Dio e la creatura, che sono per natura differenti. Infine, nella santa eucaristia, come anche negli altri sacramenti – e analogamente nelle sue opere e nelle sue parole – Cristo ci dona se stesso e ci rende partecipi della sua natura divina (17), senza per altro sopprimere la nostra natura creata, alla quale egli stesso partecipa con la sua incarnazione. 15. Se si considerano insieme queste verità, si scopre, con profonda meraviglia, che nella realtà cristiana vengono adempiute, oltre ogni misura, tutte le aspirazioni presenti nella preghiera delle altre religioni, senza che con questo l’io personale e la sua creaturalità debbano essere annullati e scomparire nel mare dell’Assoluto. « Dio è amore » (1 Gv 4, 8): questa affermazione profondamente cristiana può conciliare l’unione perfetta con l’alterità tra amante e amato, con l’eterno scambio e l’eterno dialogo. Dio stesso è questo eterno scambio, e noi possiamo in piena verità diventare partecipi di Cristo, quali « figli adottivi », e gridare con il Figlio nello Spirito Santo « Abba, Padre ». In questo senso, i Padri hanno pienamente ragione di parlare di divinizzazione dell’uomo che, incorporato a Cristo Figlio di Dio per natura, diventa per la sua grazia partecipe della natura divina, « figlio nel Figlio ». Il cristiano, ricevendo lo Spirito Santo, glorifica il Padre e partecipa realmente alla vita trinitaria di Dio.

V. QUESTIONI DI METODO 16. La maggior parte delle grandi religioni che hanno cercato l’unione con Dio nella preghiera, hanno anche indicato le vie per conseguirla. Siccome « la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni » (18), non si dovranno disprezzare pregiudizialmente queste indicazioni in quanto non cristiane. Si potrà al contrario cogliere da esse ciò che vi è di utile, a condizione di non perdere mai di vista la concezione cristiana della preghiera, la sua logica e le sue esigenze, poiché è all’interno di questa totalità che quei frammenti dovranno essere riformulati ed assunti. Tra di essi si può annoverare anzitutto l’umile accettazione di un maestro esperto nella vita di preghiera e delle sue direttive; di ciò si è sempre avuto consapevolezza nell’esperienza cristiana sin dai tempi antichi, dall’epoca dei Padri del deserto. Questo maestro, esperto nel « sentire cum Ecclesia », deve non solo guidare e richiamare l’attenzione su certi pericoli, ma, quale « padre spirituale », deve anche introdurre in maniera viva, da cuore a cuore, nella vita di preghiera, che è dono dello Spirito Santo. 17. La tarda classicità non cristiana distingueva volentieri tre stadi nella vita di perfezione: la via della purificazione, dell’illuminazione e dell’unione. Questa dottrina è servita da modello per molte scuole di spiritualità cristiana. Questo schema, in se stesso valido, necessita tuttavia di alcune precisazioni, che ne permettano una corretta interpretazione cristiana, evitando pericolosi fraintendimenti. 18. La ricerca di Dio mediante la preghiera deve essere preceduta ed accompagnata dall’ascesi e dalla purificazione dai propri peccati ed errori, perché secondo la parola di Gesù soltanto « i puri di cuore vedranno Dio » (Mt 5, 8). Il Vangelo mira soprattutto a una purificazione morale dalla mancanza di verità e di amore e, su un piano più profondo, da tutti gli istinti egoistici che impediscono all’uomo di riconoscere ed accettare la volontà di Dio nella sua purezza. Non sono le passioni in quanto tali ad essere negative (come pensavano gli stoici e i neoplatonici) ma la loro tendenza egoistica. È da essa che il cristiano deve liberarsi: per arrivare a quello stato di libertà positiva che la classicità cristiana chiamava « apatheia », il Medio Evo « impassibilitas » e gli Esercizi spirituali ignaziani « indiferencia » (19). Ciò è impossibile senza una radicale abnegazione, come si vede anche in S. Paolo che usa apertamente la parola « mortificazione » (delle tendenze peccaminose) (20). Solo questa abnegazione rende l’uomo libero di realizzare la volontà di Dio e di partecipare alla libertà dello Spirito Santo. 19. Dovrà perciò essere interpretata rettamente la dottrina di quei maestri che raccomandano di « svuotare » lo spirito da ogni rappresentazione sensibile e da ogni concetto, mantenendo però un’amorosa attenzione a Dio, così che rimanga nell’orante un vuoto che può allora essere riempito dalla ricchezza divina. Il vuoto di cui Dio ha bisogno è quello della rinuncia al proprio egoismo, non necessariamente quello della rinuncia alle cose create che egli ci ha donato e tra le quali ci ha posti. Non vi è dubbio che nella preghiera ci si deve concentrare interamente su Dio ed escludere il più possibile quelle cose di questo mondo che ci incatenano al nostro egoismo. S. Agostino è su questo punto un maestro insigne: se vuoi trovare Dio, dice, abbandona il mondo esteriore e rientra in te stesso. Tuttavia, prosegue, non rimanere in te stesso, ma oltrepassa te stesso, perché tu non sei Dio: Egli è più profondo e più grande di te. « Cerco la sua sostanza nella mia anima e non la trovo; ho meditato tuttavia sulla ricerca di Dio e, proteso verso di lui, attraverso le cose create, ho cercato di conoscere le “perfezioni invisibili di Dio” (Rm 1, 20) » (21). « Restare in se stessi »: ecco il vero pericolo. Il grande Dottore della Chiesa raccomanda di concentrarsi in se stessi, ma anche di trascendere l’io che non è Dio, ma solo una creatura. Dio è « interior intimo meo, et superior summo meo » (22). Dio infatti è in noi e con noi, ma ci trascende nel suo mistero (23). 20. Dal punto di vista dogmatico, è impossibile arrivare all’amore perfetto di Dio se si prescinde dalla sua autodonazione nel Figlio incarnato, crocifisso e risuscitato. In Lui, sotto l’azione dello Spirito Santo, prendiamo parte, per pura grazia, alla vita intradivina. Quando Gesù dice: « Chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv 14, 9), non intende semplicemente la visione e la conoscenza esteriori della sua figura umana (« la carne non giova a nulla », Gv 6, 63). Ciò che intende è piuttosto un « vedere » reso possibile dalla grazia della fede: vedere attraverso la manifestazione sensibile di Gesù ciò che questi, quale Verbo del Padre, vuole veramente mostrarci di Dio (« È lo Spirito che dà la vita […]; le parole che vi ho dette sono spirito e vita », ibid.). In questo « vedere » non si tratta dell’astrazione puramente umana (« abs-tractio ») dalla figura in cui Dio si è rivelato, ma del cogliere la realtà divina nella figura umana di Gesù, del cogliere la sua dimensione divina ed eterna nella sua temporalità. Come dice S. Ignazio negli Esercizi spirituali, dovremmo tentare di cogliere « il profumo infinito e la dolcezza infinita della divinità » (n. 124), partendo dalla finita verità rivelata dalla quale abbiamo iniziato. Mentre ci eleva, Dio è libero di « svuotarci » di tutto ciò che ci trattiene in questo mondo, di attirarci completamente nella vita trinitaria del suo amore eterno. Tuttavia, questo dono può essere concesso solo « in Cristo attraverso lo Spirito Santo » e non attraverso le proprie forze, astraendo dalla sua rivelazione. 21. Nel cammino della vita cristiana alla purificazione segue l’illuminazione mediante l’amore che il Padre ci dona nel Figlio e l’unzione che da Lui riceviamo nello Spirito Santo (cfr. 1 Gv 2, 20). Fin dall’antichità cristiana si fa riferimento alla « illuminazione » ricevuta nel battesimo. Essa introduce i fedeli, iniziati ai divini misteri, alla conoscenza di Cristo mediante la fede che opera per mezzo della carità. Anzi, alcuni scrittori ecclesiastici parlano in modo esplicito dell’illuminazione ricevuta nel battesimo come fondamento di quella sublime conoscenza di Cristo Gesù (cfr. Fil 3, 8) che viene definita come « theoria » o contemplazione (24). I fedeli, con la grazia del battesimo, sono chiamati a progredire nella conoscenza e nella testimonianza dei misteri della fede mediante « la profonda intelligenza che essi esperiscono delle cose spirituali » (25). Nessuna luce di Dio rende superate le verità della fede. Le eventuali grazie di illuminazione che Dio può concedere aiutano piuttosto a chiarir meglio la dimensione più profonda dei misteri confessati e celebrati dalla Chiesa, in attesa che il cristiano possa contemplare Dio come Egli è nella gloria (cfr. 1 Gv 3, 2). 22. Il cristiano orante, infine, può arrivare, se Dio lo vuole, ad un’esperienza particolare di unione. I sacramenti, soprattutto il battesimo e l’eucaristia (26), sono l’inizio obiettivo dell’unione del cristiano con Dio. Su questo fondamento, per una speciale grazia dello Spirito, l’orante può essere chiamato a quel tipo peculiare di unione con Dio che, nell’ambito cristiano, viene qualificato come mistica. 23. Certamente il cristiano ha bisogno di determinati tempi di ritiro nella solitudine per raccogliersi e ritrovare, presso Dio, il suo cammino. Ma dato il suo carattere di creatura, e di creatura che sa di essere al sicuro solo nella grazia, il suo modo di avvicinarsi a Dio non si fonda su alcuna tecnica nel senso stretto della parola. Ciò contraddirebbe lo spirito d’infanzia richiesto dal Vangelo. La mistica cristiana autentica non ha niente a che vedere con la tecnica: è sempre un dono di Dio, di cui chi ne beneficia si sente indegno (27). 24. Ci sono determinate grazie mistiche, conferite ad esempio ai fondatori di istituzioni ecclesiali in favore di tutta la loro fondazione nonché ad altri santi, che caratterizzano la loro peculiare esperienza di preghiera e che non possono, come tali, essere oggetto di imitazione e di aspirazione per altri fedeli, anche appartenenti alla stessa istituzione, e desiderosi di una preghiera sempre più perfetta (28). Possono esserci diversi livelli e diverse modalità di partecipazione all’esperienza di preghiera di un fondatore, senza che a tutti debba venir conferita la medesima forma. Del resto l’esperienza di preghiera che ha un posto privilegiato in tutte le istituzioni autenticamente ecclesiali antiche e moderne, è sempre in ultima analisi qualcosa di personale. Ed è alla persona che Dio dona le sue grazie in vista della preghiera. 25. A proposito della mistica si deve distinguere tra i doni dello Spirito Santo e i carismi accordati in modo totalmente libero da Dio. I primi sono qualcosa che ogni cristiano può ravvivare in sé attraverso una vita zelante di fede, di speranza e di carità e così, attraverso una seria ascesi, arrivare ad una certa esperienza di Dio e dei contenuti della fede. Quanto ai carismi, S. Paolo dice che essi sono soprattutto in favore della Chiesa, degli altri membri del Corpo mistico di Cristo (cfr. 1 Cor 12, 7). A questo proposito, va ricordato sia che i carismi non possono essere identificati con dei doni straordinari (« mistici ») (cfr. Rm 12, 3-21), sia che la distinzione fra i « doni dello Spirito Santo » e i « carismi » può essere fluida. Certo è che un carisma fecondo per la Chiesa non può, nell’ambito neotestamentario, venir esercitato senza un determinato grado di perfezione personale e che, d’altra parte, ogni cristiano « vivo » possiede un compito peculiare (e in questo senso un « carisma ») « per l’edificazione del Corpo di Cristo » (cfr. Ef 4, 15-16) (29), in comunione con la Gerarchia, alla quale « spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono » (Lumen gentium, n. 12).

MARTIN LUTHER KING – L’ISTINTO DEL TAMBURO MAGGIORE

http://www.giovaniemissione.it/index.php?option=content&task=view&id=1873&Itemid=128#istinto

MARTIN LUTHER KING – L’ISTINTO DEL TAMBURO MAGGIORE

Discorso pronunciato il 4 febbraio 1968, alla Ebenezer Baptist Church, ad Atlanta.

« …Perciò vi dico, cercate Dio e scopritelo, fatelo diventare un potere nella vostra vita. Senza di Lui tutti i nostri sforzi si trasformano in cenere e le nostre albe nelle notti più buie. Senza di Lui la vita è un dramma senza significato in cui mancano le scene più importanti. Ma con Lui possiamo innalzarci dalla fatica dello sconforto alla forza ascensionale dell’amore. Con Lui possiamo ergerci dalla notte della disperazione all’alba della gioia. Sant’Agostino aveva ragione: siamo stati fatti per Dio e non avremo requie finché non troveremo requie in Lui.

Ama te stesso, se questo significa un razionale, sano e morale interesse di sé. Ti è stato comandato di farlo. Questa è la lunghezza della vita. Ama il prossimo tuo come te stesso. Ti è stato comandato di farlo. Questa è la larghezza della vita. Ma non dimenticare che c’è un primo e ancor più grande comandamento: « Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e tutta la tua mente ». Questa è l’altezza della vita. E quando lo fai, vivi la vita per intero ». Questa mattina vorrei prendere come argomento del sermone «l’istinto del tamburo maggiore». Il nostro passo di questa mattina è tratto da un episodio assai familiare del decimo capitolo del Vangelo di Marco, che incomincia col versetto 35. Leggiamo queste parole: «E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: « Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo ». Egli disse loro: « Cosa volete che io faccia per voi? » Gli risposero: « Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra ». Gesù disse loro: « Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, e ricevere il battesimo che io ricevo, anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali e stato preparato »». E poi verso la fine di questo brano, Gesù continua: «Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore». La situazione è chiara. Giacomo e Giovanni stanno facendo una ben precisa richiesta al maestro. Essi avevano sognato, come la maggior parte degli ebrei, la venuta di un re di Israele che rendesse libera Gerusalemme, che stabilisse il suo regno sul Monte Sion, e che comandasse al mondo con giustizia. Ed essi pensavano che Gesù fosse quella sorta di re, e stavano pensando al giorno in cui Gesù avrebbe regnato supremo, come nuovo re di Israele. E quindi gli stavano dicendo: «Quando stabilirai il tuo regno, permetti a noi di sedere l’uno alla destra e l’altro alla sinistra del tuo trono». Ora, senza pensarci due volte, condanneremmo automaticamente Giacomo e Giovanni, e diremmo di loro che erano egoisti. Perché hanno fatto una richiesta così egoista? Ma prima di condannarli con troppa fretta, guardiamo con calma ed onestà a noi stessi, e scopriremo che anche noi abbiamo quegli stessi bassi desideri di ricevere riconoscimenti e gratificazioni, quello stesso desiderio di essere al centro dell’attenzione, quello stesso desiderio di essere primi. Naturalmente gli altri discepoli si infuriarono con Giacomo e Giovanni, e voi potete comprendere il perché. Ma dobbiamo renderci conto che tutti noi abbiamo qualcuna di queste «qualità» di Giacomo e Giovanni. C’è, nel profondo di ognuno di noi, un certo istinto. E’ una sorta di istinto ad essere tamburi maggiori, un certo desiderio di essere davanti a tutti, un certo desiderio di aprire noi la parata, un desiderio di essere noi i primi. Ed è qualcosa che tocca ogni aspetto della nostra vita. Perciò, prima di condannarli, ricordiamoci che abbiamo tutti questo istinto del tamburo maggiore. Noi tutti desideriamo essere importanti, superare gli altri, distinguerci, aprire la parata. Alfred Adler, il grande psicanalista, sostiene che questo è l’impulso dominante. Sigmund Freud sosteneva che era il sesso l’impulso dominante, e Adler gli rispose con un nuovo argomento e disse che questa ricerca del riconoscimento, questo desiderio di essere al centro dell’attenzione, questo desiderio di distinguersi è l’impulso più importante, la molla più importante della vita umana, ed è l’istinto del tamburo maggiore. E voi lo sapete, cominciamo presto a chiedere alla vita di renderci primi. Il nostro primo pianto di bambini era un tentativo di attirare l’attenzione. E per tutta l’infanzia l’impulso o istinto del tamburo maggiore è un’ossessione ancora più grande. I bambini chiedono alla vita di essere primi. Sono un fagottino di egoismo. E’ in loro innato l’impulso o istinto del tamburo maggiore. Ebbene, nella vita adulta ce l’abbiamo sempre questo istinto, e non ce ne liberiamo mai del tutto. Ci piace fare qualcosa di buono. E, sapete, ci piace essere lodati per questo. Se non ci credete aspettate e scoprirete molto presto che vi piace essere elogiati. Piace a tutti, a dire il vero. E a volte questo calore che sentiamo quando siamo lodati, o quando viene pubblicato il nostro nome, ha l’effetto della vitamina A per il nostro ego. Nessuno è infelice quando viene elogiato, anche se sa di non meritarlo, e anche se non ci crede. I soli ad essere infelici di fronte all’elogio, lo sono quando l’elogio va a qualcun altro. Ma a tutti piace essere elogiati, per questo concretissimo istinto del tamburo maggiore. Ora, questo istinto del tamburo maggiore spiega perché così tanti si aggregano un po’ a tutto. Ci si aggrega a qualunque cosa. Ed in realtà si cerca attenzione, riconoscimento, importanza. Si cercano nomi che danno l’impressione di ricevere queste cose. Così si scelgono le associazioni, e queste diventano il protettore importante, e il poveretto che in casa sia sottomesso ha bisogno di avere l’opportunità di essere il meglio del meglio da qualche altra parte. E’ l’impulso e l’aspirazione del tamburo maggiore che ci accompagna in tutte le cose della vita. E così la vediamo dovunque, questa ricerca di preminenza. E ci aggreghiamo alle cose, ci aggreghiamo un po’ troppo, a dire il vero, perché speriamo di trovarvi soddisfazione. La presenza di questo istinto spiega perché così facilmente cadiamo vittime dei signori della pubblicità. Conoscete, no?, quei signori dalla grande capacità di persuasione verbale. Hanno un certo modo di dirti le cose che sei convinto a comprare. Se vuoi essere un vero uomo devi bere questo whisky. Se vuoi l’invidia dei tuoi vicini, devi guidare questo modello di auto. Se vuoi essere più bella devi usare questo rossetto o questo profumo. E lo sai, no?, prima ancora che te ne renda conto, stai già comprando proprio quello che vogliono loro. Così operano i signori della pubblicità. L’altro giorno ho ricevuto una lettera. Si trattava di una nuova rivista che stava per essere pubblicata. E cominciava così: «Caro dott. King, come lei certo sa, il suo nome si trova nell’indirizzario di molti giornali e istituzioni. Lei è descritto come profondamente intelligente, progressista, amante delle arti e delle scienze, e sono certo che vorrà leggere ciò che ho da dirle». Certo che volevo. Dopo tutto quello che la lettera diceva di me e dopo avermi descritto così precisamente, certo che volevo leggere. Ma, seriamente, ci accompagna per tutta la vita questo istinto del tamburo maggiore, è una cosa reale. E sapete cos’altro provoca? Spesso ci fa vivere al di sopra delle nostre possibilità. Non è nient’altro se non questo istinto del tamburo maggiore. Non vi succede mai di vedere gente che si compra automobili che con il suo stipendio non potrebbe permettersi? Si vedono persone che girano in Cadillac e Chrysler e che non guadagnano neanche per permettersi un Modello T della Ford. Ma lo fanno per alimentare un ego represso. Sapete cosa ci dicono gli economisti: le automobili che compriamo non ci dovrebbero costare più della metà del reddito annuale. Perciò se abbiamo un reddito di cinquemila dollari, la nostra macchina non ci dovrebbe costare più di duemilacinquecento dollari. Questa sarebbe buona amministrazione. E se la famiglia è composta da due persone, ed entrambi i membri hanno un reddito di diecimila dollari, dovrebbero accontentarsi di una sola automobile. Questa sarebbe buona amministrazione, anche se spesso implica qualche disagio. Ma spesso… avete mai visto persone che guadagnano cinquemila dollari all’anno e che guidano un’auto da seimila dollari? E si chiedono perché non riescono mai a far quadrare il bilancio. E’ quanto accade. Ora gli economisti ci dicono anche che, se comperi una casa, questa non dovrebbe costare più del doppio del tuo reddito. Questo poggia sui principi di una buona amministrazione e su come far quadrare il bilancio. Quindi, se hai un reddito di cinquemila dollari, la vita non sarà proprio semplice in questa società. Ma facciamo l’esempio di una famiglia con un reddito di diecimila dollari: allora la casa non dovrebbe costare più di ventimila dollari. Ma io ho visto gente che mette insieme deicimila dollari e che vive in case da quarante, cinquantamila dollari. E capite benissimo che ce la fanno a malapena. Ogni mese ricevono da una qualche fonte un assegno, ma lo hanno già speso prima ancora di incassarlo; non gli rimane mai nulla da mettere via per un’emergenza. Ora, appunto, il problema è questo: l’istinto del tamburo maggiore. E come sapete, vediamo continuamente che la gente viene presa da quest’istinto di essere tutti dei tamburi maggiori. E che vive cercando continuamente di far schiattare d’invidia i vicini. Debbono comprarsi questo cappotto perché questo cappotto qui è un po’ più bello, è un po’ più elegante di quello che ha il vicino. E debbo farmi questa macchina perché c’è qualcosa in questa macchina che la fa migliore di quella dei vicini. Conosco uno che abitava in una casa da trentacinquemila dollari. Poi altri hanno incominciato a costruire case da trentacinquemila dollari, e allora lui se ne è costruita una da settantamila dollari, e poi un’altra da centomila dollari. E non so proprio dove andrà a finire se continuerà a cercare di stare al passo con i vicini. Viene poi un tempo quando quest’istinto di essere tamburi maggiori diventa un istinto di distruzione. Ed è di questo che vi voglio ora parlare. Voglio dirvi che se questo istinto non viene imbrigliato, diventa pericolosissimo e mortale. Per esempio, se non viene imbrigliato, fa sì che la tua stessa personalità si faccia distorta. Credo che questo sia l’aspetto più pericoloso: l’effetto che esso ha sulla personalità della gente. Se non viene imbrigliato, finirai un giorno sì e un giorno no a dover far fronte ai problemi del tuo io, diventando uno spaccone. Avete mai sentito parlare quelli – sono sicuro che li avete incontrati – che vi fanno venire la nausea, perché passano tutto il tempo a parlare di se stessi. E fanno gli spacconi, e non la smettono un momento: sono quelli che non hanno imbrigliato il loro istinto di tamburi maggiori. E poi ha altri effetti sulla personalità. Porta a mentire, a volte sulle persone importanti che si conoscono. Ci sono quelli che di conoscenze influenti ne hanno da vendere. E nell’amministrare il loro istinto di tamburo maggiore, non possono fare a meno di identificarsi con quelle persone che sono dette importanti. E se non state attenti vi faranno credere di conoscere chi non conoscono affatto. Conoscono questa persona benissimo, prendono il tè insieme. E poi fanno… questo e quell’altro. Ecco cosa succede. L’altro effetto, poi, è che fa sì che ci si impegni in attività che servono esclusivamente ad attrarre l’attenzione. I criminologi ci dicono che ci sono persone spinte al crimine proprio dall’istinto del tamburo maggiore. Non sembra loro di attrarre abbastanza attenzione attraverso i normali canali del comportamento sociale, e assumono un comportamento antisociale per attirare attenzione, per sentirsi importanti. Ed è così che arrivano a prendere la pistola. E prima di rendersene conto rapinano una banca in questa loro ricerca di riconoscimento, in questo loro voler essere importanti. E poi l’ultima grande tragedia della personalità distorta è il fatto che quando non si riesce a imbrigliare questo istinto, si finisce col cercare di schiacciare gli altri per elevare se stessi. E ogni volta che lo si fa ci si invischia in azioni tra le più immorali. Con la volontà di far male si diffonde il male, dicendo male degli altri, perché si cerca di schiacciarli per elevare se stessi. Ed è il grande compito della nostra vita imbrigliare l’istinto del tamburo maggiore. Ora, l’altro problema è che, quando non si imbriglia l’istinto del tamburo maggiore, questo suo aspetto incontrollato, allora si cerca di essere esclusivi e snob. Ora sappiamo tutti che questo è il pericolo dei club e delle conventicole. Io faccio parte di questa, faccio parte di questa e quell’altra. Io non dico che non ci debbano essere, dico solo che rappresentano un pericolo. Il pericolo è che possono diventare forze di classismo ed esclusivismo, per le quali talvolta si riceve una misura di gratificazione per il fatto che si tratti di cose esclusive, e ci si sente realizzati. Io faccio parte di questo club, ed è il migliore del mondo e non tutti vi sono ammessi. Così si finisce nello snobismo bello e buono. E sappiamo bene che può accadere all’interno della chiesa. So di chiese a cui è successo di trovarsi in questa situazione. Sono stato a visitare chiese dove mi hanno detto: «Abbiamo tanti dottori e tanti insegnanti, e tanti avvocati, e tanti uomini di affari nella nostra chiesa». E questo va bene, perché i dottori devono andare in chiesa, e così gli avvocati, gli uomini d’affari, gli insegnanti dovrebbero frequentare la chiesa. Ma lo dicono, eh sì, lo dicono a volte anche i predicatori, come se le altre persone non contassero. E la chiesa è il luogo in cui un dottore dovrebbe dimenticarsi di essere un dottore. La chiesa è quel luogo in cui un super­laureato dovrebbe dimenticarsi di essere un super-laureato. La chiesa è quel luogo in cui un insegnante dovrebbe dimenticarsi del titolo che ha davanti al nome. La chiesa è quel luogo in cui un avvocato dovrebbe dimenticarsi di essere un avvocato. Ed ogni chiesa che violi il precetto del «chiunque sia, fatelo entrare» è una chiesa morta, fredda, nient’altro che un piccolo club con una sottile apparenza di religiosità: quando la chiesa è fedele alla sua natura, dice «Chiunque sia, lasciatelo entrare». E non si propone affatto di soddisfare le perversioni dell’istinto del tamburo maggiore. E’ il luogo in cui ognuno dovrebbe essere uguale davanti a un comune maestro e salvatore. E da questo nasce una consapevolezza: che tutti gli uomini sono fratelli perché sono figli dello stesso padre. L’istinto del tamburo maggiore può condurre allo snobismo nel pensiero, e può condurre uno a convincersi che se ha un po’ piu di istruzione è anche un po’ meglio di coloro che non ce l’hanno, oppure se ha un po’ più di sicurezza economica è anche un po’ meglio di altre persone che non ce l’hanno. E questa è una perversione dell’istinto del tamburo maggiore. Ora l’altra cosa – e l’abbiamo sperimentato – è che porta al tragico pregiudizio razziale. Molti hanno scritto su questo problema; Lillian Smith ne ha scritto benissimo in alcuni dei suoi libri. E ne scriveva in modo tale da indurre uomini e donne a vedere quale fosse la vera origine del problema. Lo sapevate che gran parte dei problemi razziali deriva dall’istinto del tamburo maggiore? Questo bisogno che alcuni hanno di sentirsi superiori. Questo bisogno che alcuni hanno di essere primi e di sentire che la loro pelle bianca li ha destinati ad essere primi. E questo, loro lo dicono ripetutamente, in modi che abbiamo sotto gli occhi. Ed è successo che non molto tempo fa uno del Mississippi abbia detto che Dio era membro fondatore del Consiglio dei Cittadini Bianchi. E perciò essendo Dio membro fondatore significa che chiunque ne faccia parte ha una sorta di natura divina, una sorta di superiorità. E pensate che cosa ha comportato nella storia questa perversione dell’istinto del tamburo maggiore. Ha portato al più tragico pregiudizio, alle più tragiche espressioni di disumanità dell’uomo contro un altro uomo. Cerco sempre di operare un po’ di conversione quando sono in prigione. E quando eravamo in prigione l’altro giorno, i secondini bianchi erano tutti felici di venire intorno alla cella a parlare dei problemi razziali. E ci dimostravano come sbagliavamo nella nostra protesta. E ci dimostravano come la segregazione fosse giusta. E ci dimostravano come i matrimoni misti fossero sbagliati. E allora mi mettevo a predicare, e ci mettevamo a parlare: tranquillamente, perché erano loro che ne volevano parlare. E un giorno – era il secondo o il terzo – arrivammo a parlare di dove loro abitavano, e di quanto guadagnavano. E quando questi fratelli mi dissero quanto guadagnavano, io risposi: «Ma lo sapete? Dovreste scendere per le strade con noi. Siete poveri esattamente come i negri». E dissi ancora: «Siete stati messi nella condizione di dare il vostro sostegno al vostro stesso oppressore. Perché, per pregiudizio e cecità, non riuscite a vedere che le stesse forze che opprimono i negri nella società americana opprimono anche i bianchi poveri. E tutto quello che vi rimane è la soddisfazione di avere la pelle bianca, è l’istinto che hanno i tamburi maggiori di pensare di essere qualcuno perché siete bianchi. Ma siete così poveri che non riuscite nemmeno a mandare a scuola i vostri figli. Dovreste essere fuori per le strade con tutti noi, ogni volta che noi siamo fuori per le strade». Così infatti stanno le cose: che i bianchi poveri sono stati messi in questa condizione: che, per cecità e pregiudizio, sono costretti a dare il loro sostegno ai loro stessi oppressori e che la sola cosa che rimane loro è la falsa convinzione di essere superiori per la loro pelle bianca. Ma non riescono quasi a sfamarsi e a far quadrare il bilancio da una settimana all’altra. E questo lo si ritrova non soltanto nel contrasto razziale, lo si ritrova anche nel contrasto tra le nazioni. E vorrei sottoporre alla vostra attenzione, questa mattina, questo pensiero, che ciò che è ingiusto oggi nel mondo è che le nazioni del mondo sono impegnate in una contesa colossale e crudele per la supremazia. E che, se non accade qualcosa per porre fine a questa tendenza, temo seriamente che non saremo qui a parlare di Gesù Cristo e di Dio e della fratellanza tra gli uomini per molti anni. Se qualcuno non mette fine a questo impulso suicida che vediamo oggi all’opera nel mondo, nessuno di noi sarà vivo, perché qualcuno farà l’errore, in questo nostro insensato persistere nell’errore, di lasciar cadere da qualche parte una bomba nucleare, e allora ne cadranno altre. E non lasciatevi prendere in giro: non ci vogliono che secondi perché accada. In questo momento in Russia hanno bombe da venti megaton, in grado di distruggere in tre secondi una città delle dimensioni di New York, cancellando ogni persona e persino gli edifici. E noi possiamo fare la stessa cosa alla Russia e alla Cina. Ma questa è la china lungo la quale stiamo scivolando, e stiamo scivolando per la china perché i paesi sono infettati da questo istinto di tamburi maggiori. Debbo essere io il primo. Debbo avere io la supremazia. Il nostro paese deve dominare il mondo. E mi rattrista dire che il paese nel quale noi viviamo è il colpevole supremo. E continuerò a dirlo all’America, perché io l’amo troppo per vederla scivolare lungo questa china. Dio non disse all’America di fare quello che l’America sta ora facendo. Dio non disse all’America di impegnarsi in questa guerra del Vietnam. E in questa guerra noi siamo criminali. Abbiamo commesso quasi più crimini di guerra di ogni altro paese al mondo, e continuerò a dirlo all’America. E non mettiamo termine a questa guerra a causa del nostro orgoglio e dell’arroganza della nostra nazione. Dio però ha un suo modo di mettere al passo anche le nazioni. Il Dio che io prego dice: «Non scherzare con me». Dice, come diceva il Dio dell’Antico Testamento agli ebrei: «Israele, non scherzare con me. Babilonia, non scherzare con me. Fermatevi e riconoscete che io sono Dio. E se non vi fermate in questa vostra folle corsa, io mi leverò e manderò in frantumi la vostra forza». E questo può succedere anche all’America. Di tanto in tanto vado a rileggere il libro di Edward Gibbon, « Declino e caduta dell’Impero Romano ». E quando guardo l’America mi dico che la somiglianza è tremenda. Ed è così che abbiamo travisato il principio del tamburo maggiore. Permettetemi però di affrettarmi alla conclusione, perché voglio che voi comprendiate ciò che Gesù disse davvero, quale fu la risposta che Gesù diede a questi uomini: è molto interessante. Ci si sarebbe aspettati che Gesù dicesse: «Siete fuori strada. Siete egoisti. Perché mi fate questa domanda?». Ma non è questo che Gesù disse. Disse qualcosa di piuttosto diverso. Disse, in sostanza: «Ah, ho capito, volete essere i primi, volete essere grandi. Volete essere importanti. Volete avere peso. Giustissimo. Se volete essere miei discepoli, lo sarete». Lui però diede un nuovo ordine alle priorità. E disse: «Certo, non buttate via questo istinto. E’ un istinto buono, se usato bene. E’ un istinto buono, se non lo distorcete e non lo travisate. Non buttatelo via. Continuate ad avere questo bisogno di sentirvi importanti. Continuate ad avere questo bisogno di essere primi. Ma io voglio che voi siate primi nell’amore. Io voglio che voi siate primi nella perfezione morale. Io voglio che voi siate primi nella generosità. Ecco quello che voglio per voi». E Gesù trasformò la situazione dando una nuova definizione di grandezza. E sapete cosa disse? Disse: «Fratelli, io non vi posso dare la grandezza. E a dire il vero io non posso rendervi primi». Questo è ciò che Gesù disse a Giacomo e Giovanni. Vi dovete meritare queste cose. La vera grandezza non viene dai favoritismi, ma dall’essere pronti per la grandezza. E la destra e la sinistra non mi appartengono, appartengono a coloro che sono pronti. Quindi Gesù ci diede una nuova norma di grandezza. Volete essere importanti… magnifico. Volete essere riconosciuti… magnifico. Volete essere grandi… magnifico. Però riconoscete che colui che è più grande tra tutti voi sarà colui che vi serve. E’ questa la nostra nuova definizione della grandezza. E questa mattina, quello che mi piace di questa definizione… di questa definizione di grandezza è che questa implica che tutti possono essere grandi. Perché tutti possono servire. Non è necessario avere una laurea per servire. Non è necessario non fare errori di grammatica per servire. Non è necessario conoscere Platone e Aristotele per servire. Non è necessario conoscere la teoria della relatività di Einstein per servire. Non è necessario conoscere il secondo principio della termo­dinamica per servire. Basta un cuore ricolmo di grazia. Un’anima rigenerata dall’amore. E si può servire. Conosco un uomo, e voglio parlare di lui soltanto per un minuto, e forse voi scoprirete a poco a poco di chi sto parlando, perché quest’uomo fu un grande. E la sola cosa che fece fu servire. Nacque in un oscuro villaggio, figlio di una povera contadina. Poi crebbe in un altro oscuro villaggio, dove lavorò come falegname fino ai trent’anni. Poi per tre anni si mise in marcia e fu predicatore itinerante. E allora si mise a fare delle cose. Non possedeva molto. Non scrisse mai un libro. Non ricoprì mai un incarico. Non ebbe mai famiglia. Non possedette mai una casa. Non frequentò mai l’università. Non andò mai a visitare le grandi città. Non si allontanò mai più di 200 miglia da dove era nato. Non fece mai quelle cose solite che il mondo associa alla grandezza. Non aveva altre credenziali che se stesso. Aveva trentatrè anni quando l’opinione pubblica gli si rivoltò contro. Lo chiamarono mestatore. Lo chiamarono sobillatore. Lo chiamarono istigatore di folle. Praticava la disobbedienza civile; eludeva le ingiunzioni. Fu quindi consegnato ai suoi nemici e dovette affrontare la derisione di un processo. E l’ironia di tutto ciò fu che tutti i suoi amici lo consegnarono ai suoi nemici. Uno dei suoi amici più intimi lo rinnegò. Un altro dei suoi amici lo consegnò (letteralmente) ai suoi nemici. E mentre lui moriva, quelli che lo uccidevano tiravano a sorte i suoi vestiti, la sola cosa che possedesse al mondo. Dopo la sua morte fu sepolto in una tomba presa a prestito, per l’atto di pietà di un amico. Sono passati diciannove secoli, e oggi è lui la figura più influente che sia mai entrata nella storia dell’uomo. Tutti gli eserciti, tutte le flotte, tutti i parlamenti e tutti i re messi insieme non hanno influito sulla vita dell’uomo su questa terra quanto la sua vita solitaria. Il nome di quest’uomo vi è forse familiare. Oggi però, io sento che parlano di lui; ogni tanto uno dice: «E’ lui il re dei re». E poi sento uno che dice: «E’ lui il principe dei principi». Altrove uno dice: «In Cristo non c’è Oriente né Occidente». E continuano a parlare di lui… «In lui non c’è né Nord né Sud, ma una sola grande comunione nell’amore da un capo all’altro del mondo». Non possedeva nulla. Semplicemente andava per il mondo a servire, a fare del bene. Questa mattina potete essere voi alla sua destra e alla sua sinistra, se servite. E’ l’unico modo. Di tanto in tanto immagino che tutti noi pensiamo realisticamente a quel giorno in cui saremo vittime di quello che è il comune denominatore conclusivo della vita: quella cosa che chiamiamo morte. Tutti ci pensiamo. E a volte penso alla mia morte e penso al mio funerale. Ma non ci penso in modo morboso. Di tanto in tanto mi chiedo: «Che cosa vorrei fosse detto?». E lascio a voi, questa mattina, la parola. Se qualcuno di voi sarà in circolazione quando arriverò al mio ultimo giorno, non voglio un lungo funerale. E se troverete qualcuno che farà l’elogio funebre, ditegli di non parlare troppo a lungo. Di tanto in tanto mi chiedo che cosa vorrei che dicessero. Ditegli che non facciano menzione del fatto che ho ricevuto il premio Nobel per la pace: questo non ha alcuna importanza. Ditegli di non fare menzione del fatto che ho ricevuto tre o quattrocento altri premi: questo non ha alcuna importanza. Ditegli di non fare menzione della scuola che ho frequentato. Vorrei, quel giorno, che qualcuno facesse menzione del fatto che M. L. King ha cercato di dare la sua vita nel servizio degli altri. Vorrei che quel giorno qualcuno dicesse che M. L. King ha cercato di amare i suoi simili. Voglio che diciate quel giorno che ho cercato di essere obiettivo su questo problema della guerra. Voglio che quel giorno diciate che ho davvero cercato di dare da mangiare agli affamati. E voglio che quel giorno siate in grado di dire che ho davvero cercato, nella mia vita, di vestire coloro che girano nudi. Voglio che quel giorno diciate che ho davvero cercato, nella mia vita, di visitare i carcerati. Voglio che diciate che ho cercato di amare e di servire l’umanità. Sì, se volete dire che ero un tamburo maggiore, dite che ero un tamburo maggiore per la causa della giustizia, dite che ero un tamburo maggiore per la pace; che ero un tamburo maggiore per l’onestà. E tutte quelle altre cose senza spessore non importeranno. Non avrò denaro da lasciare dietro di me. Non avrò cose belle e lussuose da lasciare dietro di me. Voglio lasciare dietro di me soltanto una vita di impegno. Ed ecco tutto quello che voglio dire… se sono in grado di aiutare qualcuno al mio passaggio, se sono in grado di rallegrare qualcuno con una parola o un canto, se sono in grado di mostrare a qualcuno che non è sulla retta via, allora non sarò vissuto invano. Se sarò in grado di fare il mio dovere come lo deve fare un cristiano, se sarò in grado di portare la salvezza a qualcuno nel mondo, se sarò in grado di diffondere il messaggio insegnato dal Maestro, allora non sarò vissuto invano. Sì, Gesù, voglio essere seduto alla tua destra o alla tua sinistra, ma non per egoismo. Voglio sedere alla tua destra o dove tu collochi i migliori, non per motivi o ambizioni politiche; voglio sedere là per l’amore e la giustizia e la verità e l’impegno verso gli altri, così che sia possibile fare di questo mondo un mondo nuovo.

 

Publié dans:MARTIN LUTHER KING, SCRITTI |on 23 février, 2016 |Pas de commentaires »

Exultet 1 di Bari

Exultet 1 di Bari dans immagini sacre anastasis_1
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Publié dans:immagini sacre |on 22 février, 2016 |Pas de commentaires »

QUELLA PERCEZIONE DELLA CHIESA COME “LUCE RIFLESSA” CHE UNISCE I PADRI DEL PRIMO MILLENNIO E IL CONCILIO VATICANO II

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QUELLA PERCEZIONE DELLA CHIESA COME “LUCE RIFLESSA” CHE UNISCE I PADRI DEL PRIMO MILLENNIO E IL CONCILIO VATICANO II

L’ultimo Concilio riconosce che il punto sorgivo della Chiesa non è la Chiesa stessa, ma la presenza viva di Cristo che edifica personalmente la Chiesa. La luce che è Cristo si riflette come in uno specchio nella Chiesa

del cardinale Georges Cottier, op  

Nell’ormai prossimo 2012 cadranno i cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II. A mezzo secolo di distanza, quello che è stato un avvenimento maggiore della vita della Chiesa continua a suscitare dibattiti – che probabilmente si intensificheranno nei prossimi mesi – su quale sia l’interpretazione più adeguata di quella assemblea conciliare. Le dispute di carattere ermeneutico, certo importanti, rischiano però di diventare controversie per addetti ai lavori. Mentre può interessare a tutti, soprattutto nel momento presente, riscoprire quale sia stata la sorgente ispiratrice che ha animato il Concilio Vaticano II. La risposta più comune riconosce che quell’evento era mosso dal desiderio di rinnovare la vita interiore della Chiesa e adattare anche la sua disciplina alle nuove esigenze per riproporre con nuovo vigore la sua missione nel mondo attuale, attenta nella fede ai «segni dei tempi». Ma per andare più alla radice, occorre cogliere quale era il volto più intimo della Chiesa che il Concilio si proponeva di riconoscere e ripresentare al mondo, nel suo intento di aggiornamento. Il titolo e le prime righe della costituzione dogmatica conciliareLumen gentium, dedicata alla Chiesa, sono in questo senso illuminanti nella loro chiarezza e semplicità: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che risplende sul volto della Chiesa». Nell’incipit del suo documento più importante, l’ultimo Concilio riconosce che il punto sorgivo della Chiesa non è la Chiesa stessa, ma la presenza viva di Cristo che edifica personalmente la Chiesa. La luce che è Cristo si riflette come in uno specchio nella Chiesa. La coscienza di questo dato elementare (la Chiesa è il riflesso nel mondo della presenza e dell’agire di Cristo) illumina tutto ciò che l’ultimo Concilio ha detto sulla Chiesa. Il teologo belga Gérard Philips, che della costituzione Lumen gentium fu il principale redattore, mise in evidenza proprio questo dato all’inizio del suo monumentale commento al testo conciliare. Secondo lui, «la costituzione sulla Chiesa adotta sin dall’inizio la prospettiva cristocentrica, prospettiva che si affermerà istantaneamente nel corso di tutta l’esposizione. La Chiesa ne è profondamente convinta: la luce delle genti si irradia non da essa, ma dal suo divino Fondatore: pure, la Chiesa sa bene che, riflettendosi sul suo volto, questo irradiamento raggiunge l’umanità intera» (La Chiesa e il suo mistero nel Concilio Vaticano II: storia, testo e commento della costituzione Lumen gentium, Jaca Book, Milano 1975, v. I, p. 69). Una prospettiva di sguardo ripresa fin nelle ultime righe dello stesso commento, nelle quali Philips ripeteva che «non sta a noi profetare sul futuro della Chiesa, sui suoi insuccessi e sviluppi. Il futuro di questa Chiesa, di cui Dio ha voluto fare il riflesso di Cristo, Luce dei Popoli, sta nelle Sue mani» (ibid. v. II, p. 314). La percezione della Chiesa come riflesso della luce di Cristo accomuna il Concilio Vaticano II ai Padri della Chiesa, che fin dai primi secoli ricorrevano all’immagine del mysterium lunae, il mistero della luna, per suggerire quale fosse la natura della Chiesa e l’agire che le conviene. Come la luna, «la Chiesa splende non di propria luce, ma di quella di Cristo» («fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine»), dice sant’Ambrogio. Mentre per Cirillo d’Alessandria «la Chiesa è circonfusa dalla luce divina di Cristo, che è l’unica luce nel regno delle anime. C’è dunque una sola luce: in quest’unica luce splende tuttavia anche la Chiesa, che non è però Cristo stesso». In questo senso, merita attenzione la valutazione offerta di recente dallo storico Enrico Morini in un intervento ospitato sul sito www.chiesa.espressonline.it curato da Sandro Magister. Secondo Morini – che è professore di Storia del cristianesimo e delle Chiese presso l’Università di Bologna – il Concilio Vaticano II si è posto «nella prospettiva della più assoluta continuità con la tradizione del primo millennio, secondo una periodizzazione non puramente matematica ma essenziale, essendo il primo millennio di storia della Chiesa quello della Chiesa dei sette Concili, ancora indivisa […]. Promuovendo il rinnovamento della Chiesa il Concilio non ha inteso introdurre qualcosa di nuovo – come rispettivamente desiderano e temono progressisti e conservatori – ma ritornare a ciò che si era perduto». L’osservazione può creare equivoci, se viene confusa con il mito storiografico che vede la vicenda storica della Chiesa come una progressiva decadenza e un allontanamento crescente da Cristo e dal Vangelo. Né si possono accreditare contrapposizioni artificiose per le quali lo sviluppo dogmatico del secondo millennio non sarebbe conforme alla Tradizione condivisa durante il primo millennio dalla Chiesa indivisa. Come ha evidenziato il cardinale Charles Journet, rifacendosi anche al beato John Henry Newman e al suo saggio sullo sviluppo del dogma, il depositum che abbiamo ricevuto non è un deposito morto, ma un deposito vivente. E tutto ciò che è vivente si mantiene in vita sviluppandosi. Allo stesso tempo, va colta come un dato oggettivo la corrispondenza tra la percezione della Chiesa espressa nella Lumen gentium e quella già condivisa nei primi secoli del cristianesimo. La Chiesa non viene cioè presupposta come un soggetto a sé stante, prestabilito. La Chiesa rimane al dato che la sua presenza nel mondo fiorisce e permane come riconoscimento della presenza e dell’azione di Cristo. La Trasfigurazione, mosaico della prima metà dell’XI secolo del monastero di Hosios Loukas, Daphni, Grecia La Trasfigurazione, mosaico della prima metà dell’XI secolo del monastero di Hosios Loukas, Daphni, Grecia A volte, anche nella nostra più recente attualità ecclesiale, questa percezione del punto sorgivo della Chiesa sembra per molti cristiani offuscarsi, e sembra avvenire una sorta di rovesciamento: da riflesso della presenza di Cristo (che con il dono del Suo Spirito edifica la Chiesa) si passa a percepire la Chiesa come una realtà materialmente e idealmente impegnata ad attestare e realizzare da sé la propria presenza nella storia. Da questo secondo modello di percezione della natura della Chiesa, che non è conforme alla fede, discendono conseguenze concrete. Se, come si deve, la Chiesa si percepisce nel mondo come riflesso della presenza di Cristo, l’annuncio del Vangelo non può che avvenire nel dialogo e nella libertà, rinunciando a ogni mezzo di coercizione sia materiale che spirituale. È la strada indicata da Paolo VI nella sua prima enciclica Ecclesiam Suam, pubblicata nel 1964, che esprime perfettamente lo sguardo sulla Chiesa proprio del Concilio. Anche lo sguardo che il Concilio ha rivolto sulle divisioni tra i cristiani e poi sui credenti delle altre religioni, rifletteva la stessa percezione della Chiesa. Così anche la richiesta di perdono per le colpe dei cristiani, che ha stupito e fatto discutere in seno al corpo ecclesiale quando fu presentata da Giovanni Paolo II, è perfettamente consonante con la coscienza di Chiesa fin qui descritta. La Chiesa chiede perdono non per seguire logiche di onorabilità mondana. Ma perché riconosce che i peccati dei suoi figli offuscano la luce di Cristo che essa è chiamata a lasciar riflettere sul suo volto. Tutti i suoi figli sono peccatori chiamati per l’azione della grazia alla santità. Una santificazione che è sempre dono della misericordia di Dio, il quale desidera che nessun peccatore – per quanto orribile sia il suo peccato – venga ghermito dal maligno nella via della perdizione. Così si comprende la formula del cardinal Journet: la Chiesa è senza peccato, ma non senza peccatori. Il riferimento alla vera natura della Chiesa come riflesso della luce di Cristo ha anche immediate implicazioni pastorali. Purtroppo, nell’attuale contesto, si registra la tendenza di vescovi a esercitare il proprio magistero attraverso pronunciamenti per via mediatica, in cui spesso si forniscono prescrizioni, istruzioni e indicazioni su cosa devono o non devono fare i cristiani. Come se la presenza dei cristiani nel mondo fosse il prodotto di strategie e prescrizioni e non sorgesse dalla fede, cioè dal riconoscimento della presenza di Cristo e del suo messaggio. Forse, nel mondo attuale, sarebbe più semplice e confortante per tutti poter ascoltare pastori che parlano a tutti senza dare per presuppostala fede. Come ha riconosciuto Benedetto XVI durante la sua omelia a Lisbona il 11 maggio 2010, «spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia e ciò, purtroppo, è sempre meno realista».

 

PAPA FRANCESCO – UNA LUCE MITE, UMILE E PIENA D’AMORE

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PAPA FRANCESCO – UNA LUCE MITE, UMILE E PIENA D’AMORE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Una luce mite, umile e piena d’amore

Martedì, 3 settembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 201, Merc. 4/09/2013)

L’umiltà, la mitezza, l’amore, l’esperienza della croce sono i mezzi attraverso i quali il Signore sconfigge il male. E la luce che Gesù ha portato nel mondo vince la cecità dell’uomo, spesso abbagliato dalla falsa luce del mondo, più potente ma ingannevole. Sta a noi saper discernere quale luce viene da Dio. È questo il senso della riflessione proposta da Papa Francesco durante la messa celebrata questa mattina, martedì 3 settembre, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Commentando la prima lettura, il Santo Padre si è soffermato sulla «bella parola» che san Paolo rivolge ai Tessalonicesi: «Voi fratelli non siete nelle tenebre… siete tutti figli della luce e figli del giorno, non della notte. Noi non apparteniamo alla notte né alle tenebre» (1 Ts 5,1-6, 9-11). È chiaro, ha spiegato il Papa, quello che vuole dire l’apostolo: «l’identità cristiana è identità della luce, non delle tenebre». E Gesù ha portato questa luce nel mondo. «San Giovanni — ha precisato Papa Francesco — nel primo capitolo del suo Vangelo ci dice “la luce è venuta nel mondo”, lui, Gesù». Una luce che «non è stata ben voluta dal mondo», ma che tuttavia «ci salva dalle tenebre, dalle tenebre del peccato». Oggi, ha proseguito il Pontefice, si pensa che sia possibile ottenere questa luce che squarcia le tenebre attraverso tanti ritrovati scientifici e altre invenzioni dell’uomo, grazie ai quali «si può conoscere tutto, si può avere scienza di tutto». Ma «la luce di Gesù — ha avvertito Papa Francesco — è un’altra cosa. Non è una luce di ignoranza, no, no! È una luce di sapienza, di saggezza; ma è un’altra cosa. La luce che ci offre il mondo è una luce artificiale. Forse forte, più forte di quella di Gesù, eh?. Forte come un fuoco di artificio, come un flash della fotografia. Invece la luce di Gesù è una luce mite, è una luce tranquilla, è una luce di pace. È come la luce della notte di Natale: senza pretese. È così: si offre e dà pace. La luce di Gesù non fa spettacolo; è una luce che viene nel cuore. È vero che il diavolo, e questo lo dice san Paolo, tante volte viene travestito da angelo di luce. A lui piace imitare la luce di Gesù. Si fa buono e ci parla così, tranquillamente, come ha parlato a Gesù dopo il digiuno nel deserto: “se tu sei il figlio di Dio fa’ questo miracolo, buttati giù dal tempio” fa’ lo spettacolo! E lo dice in una maniera tranquilla» e perciò ingannevole. Per questo Papa Francesco ha raccomandato di «chiedere tanto al Signore la saggezza del discernimento per riconoscere quando è Gesù che ci dà la luce e quando è proprio il demonio travestito da angelo di luce. Quanti credono di vivere nella luce ma sono nelle tenebre e non se ne accorgono!». Ma com’è la luce che ci offre Gesù? «Possiamo riconoscerla — ha spiegato il Santo Padre — perché è una luce umile. Non è una luce che si impone, è umile. È una luce mite, con la forza della mitezza; è una luce che parla al cuore ed è anche una luce che offre la croce. Se noi, nella nostra luce interiore, siamo uomini miti sentiamo la voce di Gesù nel cuore e guardiamo senza paura alla croce nella luce di Gesù». Ma se, al contrario, ci lasciamo abbagliare da una luce che ci fa sentire sicuri, orgogliosi e ci porta a guardare gli altri dall’alto, a sdegnarli con superbia, certamente non ci troviamo in presenza della «luce di Gesù». È invece «luce del diavolo travestito da Gesù — ha detto il Vescovo di Roma — da angelo di luce. Dobbiamo distinguere sempre: dove è Gesù c’è sempre umiltà, mitezza, amore e croce. Mai troveremo infatti Gesù senza umiltà, senza mitezza, senza amore e senza la croce. Lui ha fatto per primo questa strada di luce. Dobbiamo andare dietro a lui senza paura», perché «Gesù ha la forza e l’autorità per darci questa luce». Una forza descritta nel brano del Vangelo della liturgia odierna, nel quale Luca narra l’episodio della cacciata, a Cafarnao, del demonio dall’uomo posseduto (cfr. Lc 4, 16-30). «La gente — ha sottolineato il Papa commentando la lettura — era presa dal timore e, dice il Vangelo, si domandava: “che parola è mai questa che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?”. Gesù non ha bisogno di un esercito per scacciare via i demoni, non ha bisogno della superbia, non ha bisogno della forza, dell’orgoglio». Qual è questa parola «che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?», si è chiesto il Pontefice. «È una parola — è stata la sua risposta — umile, mite, con tanto amore». È una parola che ci accompagna nei momenti di sofferenza, che ci avvicinano alla croce di Gesù. «Chiediamo al Signore — è stata l’esortazione conclusiva di Papa Francesco — che ci dia oggi la grazia della sua luce e ci insegni a distinguere quando la luce è la sua luce e quando è una luce artificiale fatta dal nemico per ingannarci».

 

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Trasfigurazione del Signore

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TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ENZO BIANCHI)

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TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ENZO BIANCHI)

La sequela di Cristo se ben vissuta diventa un’esperienza di bellezza, salvezza, trasfigurazione

Poco prima del brano che è stato proclamato nel vangelo secondo Luca, Gesù ha detto ai discepoli alcune parole importanti, di preparazione a questo evento della trasfigurazione: “In verità io dico a voi: ci sono alcuni qui presenti che non gusteranno la morte prima di aver visto il regno di Dio” (Lc 9,27). Dopo la confessione di Pietro, l’annuncio della sua passione, il richiamo alla sua sequela (cf. Lc 9,18-26), Gesù fa questo annuncio enigmatico: alcuni di quei discepoli stretti attorno a lui, i Dodici, vedranno il regno di Dio prima di morire. Gesù non solo aveva annunciato il regno di Dio come veniente, ma aveva fatto del regno di Dio il centro della sua predicazione. Gesù non ha parlato molto di Dio ma piuttosto ha annunciato il suo regno. Conosciamo bene la promessa che Gesù: “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14; Mt 4,17), e questa era l’attesa che lui viveva e chiedeva ai discepoli di vivere. Il Dio di Gesù, il Padre suo, aspetta gli uomini non solo perché lo incontrino, ma per dare loro una terra nuova in cui sarà Signore e regnerà, ma una terra nuova dove gli uomini troveranno in pienezza e non più segnato dal male ciò che hanno trovato su questa terra. Gesù non a caso ha parlato molto del regno di Dio, o meglio lo ha evocato come terra nuova, come beatitudine, come banchetto e soprattutto come comunione tra uomini che hanno vissuto su questa terra. Come cristiani noi dovremmo essere più attenti: Gesù si è interessato più del regno di Dio che di Dio stesso, perché il regno di Dio è Dio con gli uomini, non senza gli uomini, non senza questo mondo.

Ed ecco, “otto giorni dopo” – precisa Luca – il compimento di questa promessa. Nell’ottavo giorno, il giorno della restaurazione di tutte le cose, il giorno del rinnovamento di tutta la creazione, dopo il settimo giorno del compimento, i discepoli vedono il regno di Dio promesso da Gesù e vedono come Dio regna. Ecco, nell’ottavo giorno dopo queste parole – e Luca insiste: “otto giorni dopo queste parole” – Gesù prende con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e sale sul monte a pregare. Ma mentre pregava “avvenne”, avvenne qualcosa, c’è stata un’azione che soltanto Dio poteva operare: il volto di Gesù diventò altro, le sue vesti di un bianco sfolgorante; non solo, accanto a Gesù così mutato nel suo aspetto, appaiono nella forma gloriosa Mosè ed Elia, viventi dunque nel regno di Dio. Non solo Gesù è nella luce, ma anche Mosè ed Elia sono nella luce, e la luce indica la gloria di Dio. Potremmo dire che questa è stata una manifestazione della gloria di Dio, del regno di Dio attraverso Gesù, Mosè ed Elia; ed è questo, per quanto è possibile, che i discepoli hanno visto. Avevano seguito Gesù coinvolti nella sua vita, avevano condiviso con lui per anni la quotidianità, avevano anche conosciuto Gesù nella sua fragilità, nella sua debolezza, ma ora lo vedono nella sua bellezza. Potremmo dire che la sequela dei discepoli diventa nella trasfigurazione anche un’esperienza estetica, un’esperienza di bellezza, contemplazione che provoca un rapimento, un ékstasis, un’uscita da se stessi, veramente rapiti dalla forza di ciò che è bello. I tre discepoli sono stati strappati agli altri nove, sono stati presi, portati dove con le loro forze non sarebbero mai giunti e sono rapiti dalla bellezza del regno di Dio. È il regno ciò che vedono, in cui c’è la vita eterna, in cui c’è l’Adam trasfigurato, che è Gesù Cristo con la sua carne gloriosa; è il regno nel quale vivono Mose ed Elia; è il regno in cui c’è comunicazione, grazie alla quale Mosè ed Elia parlano con Gesù. Mosè ed Elia hanno vissuto in questo mondo, ormai da secoli sono morti, ma nel regno continuano a vivere, e la loro comunicazione continua: come avevano comunicato quando erano sulla terra, comunicatori tra Dio e gli uomini, adesso sono in comunicazione con Cristo. Ma in questo evento glorioso Luca precisa che Mosè ed Elia “parlano con Gesù dell’esodo (éxodos), l’esodo che Gesù stava per compiere a Gerusalemme”; parlano della Pasqua prossima di Gesù; parlano – unico caso in tutto il Nuovo Testamento – dell’uscita di Gesù da questa vita, da questo mondo. Proprio Luca è il solo a parlare di “entrata” (eísodos: At 13,24) per l’incarnazione, parla di entrata nel regno per l’ascensione di Cristo (cf. Lc 24,51; At 1,9-11), e qui parla di éxodos, di uscita, dunque di quella che sarà la passione che si completerà nella morte di Gesù, la fine della sua vita. Gesù deve “compiere” – il verbo qui usato da Luca è molto significativo –, deve compiere il disegno di Dio assunto fin dalla sua vocazione, deve compiere questo passaggio in vista della gloria: di questo parla con la Legge e i Profeti. È una necessitas, è una necessità, una necessità dovuta a questo mondo, dovuta a questa umanità che siamo noi, segnata dal peccato. Proprio prima della trasfigurazione aveva annunciato: “È necessario (deî) che il Figlio dell’uomo soffra molte cose, sia respinto, sia ucciso e il terzo giorno risorga” (cf. Lc 9,22). È una necessità perché non può essere diversamente. Non che ci sia un fato, non che ci sia un destino e neppure un decreto dall’alto. Non è il Padre di Gesù che lo vuole, ma questo è l’assetto di questo mondo e di questa umanità, perché gli uomini e le donne di questo mondo non sono capaci di giustizia, ma operano l’ingiustizia, quella che fa soffrire molte cose (pollà), quella che porta a respingere colui che è giusto.Siamo noi, il nostro mondo, la nostra umanità che non sopporta l’apparire della giustizia: quando appare la giustizia accade in noi una dinamica di odio, di inimicizia, di rigetto, non sopportiamo di vedere la giustizia. Così è avvenuto a Gesù e così avviene a ogni cristiano che vuole restare nel regime della giustizia, che non vuole sedurre, che non vuole compiacere, che non vuole essere lui l’idolo acclamato dagli altri. Le sante Scritture dell’antica economia, insieme concordi, confermano a Gesù la necessitas della passione, del soffrire molte cose. Ora, per tutti la morte è un evento doloroso, perché avviene nella sofferenza psichica e fisica, ma nel caso dell’esodo di Gesù c’è un aggravamento, c’è un accrescimento di sofferenza, perché la sua è anche una sofferenza spirituale, una sofferenza nello spirito, quello spirito che ha animato e ispirato la sua vita e che vive la più grande contraddizione proprio in occasione del suo esodo da questo mondo. Non si può ridurre la passione di Gesù soltanto alle sofferenze della tortura e della crocifissione, alle sofferenze fisiche. Io credo che è solo per questo che gli evangelisti, e Luca in particolare (cf. Lc 22,39-46), testimoniano la sofferenza di Gesù più nell’orto degli ulivi, dove c’è stata la sua sofferenza nello spirito, che non nel momento delle angherie dei soldati o nell’ora della croce. È stata una sofferenza soprattutto interiore quella di Gesù, la sofferenza faticosa di chi legge l’esito della propria vocazione e della propria missione, di chi conosce e misura la viltà, la tiepidezza, l’inconcludenza e soprattutto la menzogna che gli regnavano attorno. È una necessità per Gesù affrontare quell’ora dell’esodo, dell’uscita da questa vita nella forma che il profeta deve vivere – morire a Gerusalemme (cf. Lc 13,33) –, o meglio, nel linguaggio di Gesù, compiere ciò che è giustizia (cf. Mt 3,15) a Gerusalemme.

Di questo evento della trasfigurazione i discepoli vedono solo la luce la gloria, lo splendore; solo Gesù, Mosè ed Elia vivono questo evento conoscendo anche la necessità della passione. Non è un caso che i discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo, qui testimoni della gloria, erano pure oppressi dal sonno, ma restarono in veglia per contemplare la bellezza del loro rabbi e profeta; ma proprio questi tre, i più vicini a Gesù, nell’ora dell’esodo di Gesù saranno “addormentati a causa della tristezza” (apò tês lýpes: Lc 22,45), nonostante il triplice invito di Gesù a vegliare e pregare per non entrare in tentazione. Là dormiranno, cioè non saranno presenti, non saranno svegli, sicché poi nell’esodo Gesù sarà completamente solo, con la sola certezza che doveva compiere (pleroûn) ciò che doveva essere fatto, senza arretrare, perché altrimenti avrebbe smentito il suo passato, la sua vita. Ma ecco l’altro evento, introdotto da Luca di nuovo con il kaì eghéneto: “E avvenne, una voce dal cielo dicente: “Questi è il mio Figlio, l’eletto; ascoltate lui!”. Al cuore della trasfigurazione, di quella conversazione sull’esodo pasquale di Gesù, c’è la voce del Padre che conferma che Gesù è suo Figlio, che Gesù è proprio l’uomo che lui ha scelto. Ormai occorre ascoltare soltanto lui, Parola del Padre, Parola in cui sono eloquenti Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, Parola sola, che resta sola. Questo l’essenziale messaggio della trasfigurazione, messaggio rivolto a tutti noi, ma in modo particolare questa sera a Fabio, nostro fratello. La vita monastica è una chiamata a vivere con particolare consapevolezza la ricerca, la visione del volto di Dio che è Gesù Cristo. La vita monastica è una vocazione alla contemplazione della bellezza; anzi, la bellezza deve riverberarsi nella vita di un monaco. Gregorio di Nazianzo dice che Gesù per un monaco è la bellezza oltre ogni speranza, e proprio questa bellezza di Gesù deve compiere un’azione di trasformazione nella vita del monaco. Agostino nella sua Regola afferma che i monaci devono essere degli innamorati della bellezza, “spiritalis pulchritudinis amatores” (VIII,48), uomini ardenti di amore, innamorati della bellezza, capaci di diffondere il profumo di Cristo: questa è la loro vocazione! E Fabio non deve dimenticare mai che questo è un compito, un esercizio da rinnovarsi ogni giorno contro la bruttezza che magari altri scaglieranno, contro la banalità, contro la mancanza di stile, contro il lasciarsi trascinare, tutte cose che possono accadere anche nella comunità monastica. Ma un monaco che adempie la sua vocazione non permette alla bruttezza che lo attornia di offendere o attutire quella bellezza che gli può dare Cristo.

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