Archive pour le 26 février, 2016

Chagall, Mosé ed il roveto ardente

Chagall, Mosé ed il roveto ardente dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 26 février, 2016 |Pas de commentaires »

ESODO 3,1-8A.13-15 – COMMENTO BIBLICO

http://nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi1.asp?ID_festa=216

ESODO 3,1-8A.13-15 – COMMENTO BIBLICO

1 In quei giorni, Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: « Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia? ». 4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: « Mosè, Mosè! ». Rispose: « Eccomi! ». 5 Riprese: « Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa! ». 6 E disse: « Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe ». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. 7 Il Signore disse: « Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele. 13 Mosè disse a Dio: « Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro? ». 14 Dio disse a Mosè: « Io sono colui che sono! ». Poi disse: « Dirai agli Israeliti: « Io-Sono » mi ha mandato a voi ». 15 Dio aggiunse a Mosè: « Dirai agli Israeliti: il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione ».

COMMENTO Esodo 3,1-8a.13-15 La vocazione di Mosè Nella prima parte dell’Esodo si narra che i figli di Israele, arrivati nel paese del Nilo come un piccolo clan in cerca di rifugio a causa di una carestia, si sono moltiplicati e i loro discendenti sono stati sottoposti dai faraoni a duri lavori (Es 1). Dio allora salva Mosè dalle acque e lo chiama, conferendogli l’incarico di liberare il popolo (Es 2,1-7,7); dopo una serie di piaghe dolorose inflitte da Dio agli egiziani (Es 7,8-13,16), gli israeliti escono dall’Egitto e giungono nelle vicinanze del monte Sinai (Es 13,17-18,27). Il secondo periodo di spostamenti nel deserto è narrato in Nm 11-36. L’intervento divino in favore del popolo oppresso ha inizio con la vocazione di Mosè (Es 3,1-15). Questo episodio, narrato con materiale tradizionale, è modellato secondo lo schema tipico delle vocazioni bibliche: apparizione divina, missione, obiezione del pre­scelto, conferimento di un segno (cfr. Gdc 6,11-24; 13,1-25).

La visione di Mosè (vv. 1-12) Mosè attraversa il deserto con il gregge del suocero, che qui viene chiamato Ietro (cfr. Es 18,1), e giunge al «monte di Dio»: questo appellativo deriva dal fatto che qui avrà luogo la teofania, ma è possibile che già precedentemente vi fosse un santuario dedicato a qualche divinità. Il monte è chiamato Oreb secondo l’uso soprattutto del Deuteronomio, mentre altre tradizioni usano il nome Sinai. Qui Mosè vede un roveto che arde senza consumarsi e, in mezzo a esso, gli appare «l’angelo (mal<ak) di JHWH», espressione con cui si designa il Dio trascendente in quanto agisce in questo mondo (cfr. Es 23,20). Quando Mosè, attratto dalla visione, si avvicina al roveto per guardare, è Dio stesso che lo chiama per nome. Egli risponde: «Eccomi». Dio allora gli dice: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!» (v. 5). L’atto di togliersi i sandali è un segno di rispetto, universalmente diffuso in Oriente, a cui tutti sono tenuti quando entrano nella sfera del sacro. È possibile che in questo racconto sia conservata un’antica leggenda che spiegava l’origine del santuario situato nel monte di Dio. Ma ora colui che si presenta a Mosè è il Dio dei padri, che gli comunica di aver udito il grido degli israeliti oppressi dagli egiziani e di aver deciso di mandarlo dal faraone per imporgli di lasciar uscire il suo popolo, gli israeliti. La prima reazione di Mosè è quella di velarsi il volto, in ossequio all’idea biblica secondo cui chi vede Dio deve morire (v. 6). Egli presenta poi le sue obiezioni: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli israeliti?». Dio allora lo rassicura e gli dà un segno: «Quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» (vv. 7-12). Il nome divino (vv. 13-15) Il racconto prosegue con la rivelazione del nome divino  che, secondo i sostenitori dell’ipotesi documentaria, porta il marchio specifico della tradizione elohista. Siccome il segno promesso da Dio vale solo per le generazioni successive, Mosè presenta un’ulteriore richiesta: quando arriverà dagli israeliti e dirà loro che il Dio dei loro padri l’ha mandato, essi gli chiederanno: «Qual è il suo nome?», che cosa dovrà rispondere? (v. 13). La necessità di sapere il nome di Dio è comprensibile in un ambiente politeistico, nel quale ogni divinità si distingue dalle altre mediante un suo nome proprio; la tradizione lascia supporre che, prima dell’esodo dall’Egitto, gli israeliti, pur adorando il Dio dei padri, non ne conoscessero il vero nome, anche se questo, secondo altri testi, era noto fin dalla creazione (cfr. Gn 4,26). Per gli israeliti, così come in genere per gli antichi semiti, il nome non è puramente convenzionale, ma esprime, e in qualche modo contiene, la potenza vitale di chi lo porta. L’attesa degli israeliti, di cui Mosè si fa interprete, è perciò ambigua: in quanto implica il desiderio di entrare in un rapporto personale con Dio (culto) essa è legittima, ma diventa inaccettabile nella misura in cui contiene la pretesa superstiziosa di catturare la potenza divina per servirsene a proprio uso e consumo (magia). L’interpretazione del nome divino presenta numerose difficoltà. Anzitutto non è sicuro il modo preciso in cui esso si legge. Gli israeliti infatti, per eccesso di rispetto, a un certo punto della loro storia non lo hanno più pronunziato, e al suo posto hanno letto ’Adonaj, che significa Signore (in greco Kyrios). Siccome l’ebraico, come tutte le lingue semitiche, è scritto con le sole consonanti, di questo nome sono rimaste sole quattro lettere (J H W H), e di conseguenza esso è spesso chiamato il «sacro tetragramma». Quando nel testo ebraico sono state indicate, mediante lineette e puntini, le vocali, sotto queste quattro lettere sono state poste, per comodità del lettore, le vocali del nome ‘Adonaj. Leggendo le consonanti del nome divino con le vocali di ‘Adonaj si è avuto il nome «Jehova» (Geova), usato dai cristiani fino a qualche decennio fa: in realtà, questo nome è frutto di un’errata lettura del sacro tetragramma. La lettura moderna (Jahweh) è una ricostruzione scientifica del modo in cui originariamente era pronunziato il nome divino: essa si basa su vari indizi, quali le regole semantiche ebraiche, la pronunzia dei nomi biblici che contengono l’elemento divino, i reperti archeologici e le antiche traduzioni. Dal punto di vista storico, si è avanzata l’ipotesi che il nome JHWH  fosse utilizzato proprio dai madianiti, con i quali Mosè è venuto a contatto durante il suo esilio, ma ciò è difficilmente dimostrabile. Comunque è ormai certo che esso fosse noto nell’area medio-orientale già prima di Mosè, in quanto sembra attestato nei testi di Ugarit, nei nomi propri amorrei e, da ultimo, nei testi di Ebla del 3° millennio a.C. In questo nome, di cui non si sa quando sia entrato effettivamente nella vita religiosa di Israele, la tradizione ha visto la descrizione più esauriente della natura profonda del Dio dell’al­leanza. Questa intuizione è stata espressa mediante un’etimologia popolare, cioè presentando il nome divino come terza persona singolare del verbo «essere», che al futuro è abbastanza simile a esso (jihjeh). Naturalmente, sulla bocca di Dio il nome è espresso alla prima persona singolare e per di più è stranamente raddoppiato: «Io sono (sarò) colui che sono (sarò)» (‘ehjeh ‘asher ‘ehjeh). Questa formula è stata interpretata in modi diversi, perché in ebraico il tempo futuro può esprimere in certi casi anche il presente e l’imperfetto. In greco essa è stata tradotta «Io sono l’Ente», dando così adito a una interpretazione di tipo filosofico: Dio è l’essere pieno e infinito, che dà l’esistenza a tutte le cose senza dipendere da esse. Alcuni studiosi, invece, l’hanno tradotta «io sono quello che sarò», e vi hanno visto un riferimento all’eternità divina. Altri ancora vi hanno letto un’allusione al fatto che solo Dio può dare la vita («Io sono colui che fa essere»). Secondo la maggior parte degli studiosi moderni, ambedue i verbi della formula sono al presente e si spiegano tenendo conto del fatto che in ebraico il verbo «essere» non indica un semplice «sussistere» ma un «essere con», in senso attivo e dinamico. Perciò l’espressione «Io-sono» indica direttamente la propensione divina a essere presente accanto al popolo in vista della sua liberazione. Collegando il nome divino con il verbo «essere», si è dunque inteso affermare che la vera «natura» di Dio consiste nel volere la salvezza del suo popolo, e nell’essere capace di realizzarla intervenendo potentemente in suo favore. Il fatto che l’espressione «Io sono» sia raddoppiata si spiega alla luce di un testo parallelo in cui Dio afferma di se stesso: «Farò grazia a chi farò grazia» (Es 34,19). In questo testo la ripetizione del verbo sottolinea l’assoluta libertà con cui interviene per liberare Israele, senza esservi costretto da alcuno. Nello stesso modo quando rivela il proprio nome a Mosè, Dio lo mette in guardia contro ogni tentativo di strumentalizzarlo per scopi magici: nessuno può servirsi indebitamente del suo nome, e quindi della sua potenza straordinaria, per ottenere vantaggi di qualsiasi tipo. Linee interpretative La tradizione ha situato di proposito la rivelazione del nome divino nel contesto dell’esodo, affinché fosse chiaro che esso rappresenta la più significativa manifestazione di ciò che effettivamente JHWH ha dimostrato di essere per Israele, cioè il «Dio con noi» (cfr. Is 7,14); ma al tempo stesso ha sottolineato che egli resta l’Essere trascendente di cui nessuno potrà mai servirsi per i propri scopi egoistici. Il nome divino diventa così la sintesi più completa del progetto di liberazione che gli esuli ritornati da Babilonia si erano prefissi, sulla linea di quanto le tradizioni anteriori attribuivano a Mosè. Questo stretto collegamento di Dio con il popolo di Israele è il “dogma” fondamentale della religione biblica. L’interpretazione del nome divino in chiave di alleanza porta inevitabilmente con sé il rischio di un esclusivismo nei confronti degli altri popoli. Questo rischio è stato parzialmente superato con la concezione di JHWH come creatore di tutto il cosmo e di tutta l’umanità e con quella di un compimento escatologico al quale tutte le nazioni sono chiamate. Dio è presente in tutta l’umanità e la conduce a un fine di salvezza. Il suo nome rappresenta una garanzia che Dio non verrà mai meno al suo progetto di salvezza che non può non abbracciare tutti. Ma è stato soltanto il cristianesimo che ha messo pienamente in luce la dimensione universalistica della religione biblica.

28 FEBBRAIO 2016 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

28 FEBBRAIO 2016 | 3A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

LA CONVERSIONE

Per cominciare La terza domenica di quaresima offre l’occasione di un serio esame di coscienza. La quaresima ci è arrivata addosso quasi all’improvviso, dopo l’allegria spensierata del carnevale. Oggi, giunti alla terza settimana, possiamo fare il punto sulla nostra vita, per domandarci se abbiamo iniziato quel cammino di conversione a cui siamo chiamati in questo tempo quaresimale.

La parola di Dio Esodo 3,1-8a.13-15. È il celebre primo incontro di Mosè con Iahvè nel roveto ardente. « Togli i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo! ». Dio si rivela: Iahvè è un Dio vicino, un Dio che agisce nella storia e salva. 1 Corinzi 10,1-6.10-12. L’esperienza del deserto per gli ebrei non ha avuto un esito positivo. Sono stati liberati e hanno stretto l’alleanza con Iahvè, ma « la maggior parte di loro non furono graditi a Dio ». Così, dice Paolo, è di ogni cristiano che si ritiene giusto solo perché si è sottoposto al rito del battesimo. È necessaria la conversione del cuore. Ci ammonisca, dice Paolo, quel che è avvenuto per gli ebrei nel deserto: la loro tragica conclusione ci serva di ammonimento, sia di esempio per noi. Luca 13,1-9. A Gesù parlano di due tragici fatti di cronaca. La gente è turbata e dubbiosa. Ma Gesù dice: la morte che ha ghermito altri e spesso ha sfiorato anche te dovrebbe spingerti a verificare meglio la tua posizione nei confronti della vita e di Dio.

Riflettere La liturgia ci propone nella prima lettura uno degli episodi centrali della storia della salvezza. Dio si rivela a Mosè e lo sceglie per il liberare il suo popolo che è schiavo in terra di Egitto. Accolti da Giuseppe, gli ebrei in quel paese « prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto forti e il paese ne fu pieno » (Es 1,7). Con il passare del tempo però i faraoni si dimenticarono di Giuseppe e dopo 430 anni l’intero popolo degli ebrei si trovava ridotto in schiavitù. Mosè è costretto alla fuga per aver difeso un suo connazionale e si è rifugiato nel deserto di Madiam. Si è rifatto una vita, è diventato un modesto allevatore. È un uomo sconfitto e umile, « non è un buon parlatore » (Es 4,10). Eppure Dio sceglie lui per quest’impresa sensazionale: liberare il popolo dei discendenti di Abramo e trasferirli nella terra promessa. Iahvè si rivela a Mosè in un roveto che brucia e non si consuma. È un Dio che prova compassione, che interviene e libera. Le sue parole hanno il tono di chi vuole agire e compromettersi. Lo dicono le sue parole: « Ho osservato », « Ho udito », « Conosco », « Sono sceso per liberarlo ». Gli rivela anche il suo nome, mettendosi in qualche modo nelle sue mani: « Io sono colui che è ». Si tratta di un verbo, la cui radice hwh significa « essere », « far essere ». Ma come si legge nella seconda lettura e come denuncia Paolo, il popolo ebraico non risponderà positivamente a questa iniziativa di liberazione, e nessuno di quelli che hanno lasciato l’Egitto entrerà nella terra promessa. Questo, dice Paolo, è detto a « esempio per noi », « sono cose scritte per nostro ammonimento », affinché « chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere ». Attraverso Mosè comunque Dio è intervenuto a salvezza del suo popolo. Non si è mostrato indifferente, né insensibile al loro pianto. È il caso di ricordarlo, nel momento in cui leggiamo il vangelo di oggi, che ci presenta invece un Dio che sembra non intervenire e che lascia alla storia di fare il suo corso. Dice il vangelo che alcuni galilei, forse del partito degli zeloti, sono stati massacrati dai soldati di Pilato mentre stavano compiendo un sacrificio. La gente ne è rimasta scossa, perché il loro sangue si è mescolato a quello delle vittime e Pilato ha osato profanare un luogo sacro. Nella mente di quelle stesse persone è rimasto ben impresso un altro episodio: 18 operai, mentre lavoravano, erano stati sepolti dal crollo di una torre. La gente ragionava così: se Dio li ha castigati, vuol dire che dovevano essere dei peccatori. Tanto più che nel secondo episodio la responsabilità non è imputabile a un uomo malvagio come Pilato, ma forse allo stesso Dio. Si tratta di fatti di cronaca che anche oggi i nostri giornali riportano quotidianamente. Chi viene ad informare Gesù vorrebbe probabilmente che egli valutasse politicamente gli episodi, soprattutto il comportamento di Pilato. Gesù invece li analizza da un altro punto di vista, quello religioso-teologico. Nel capitolo precedente Luca ha riportato le parole di Gesù sulla vigilanza e sulla capacità di riuscire a leggere i « segni dei tempi »: qui ribadisce il suo pensiero prendendo lo spunto proprio da questi due fatti di cronaca. Non è vero che quegli uomini fossero particolarmente meritevoli di essere puniti, né è certo che Dio abbia voluto colpirli direttamente. Ciò che non lascia spazio a dubbi è che queste disgrazie improvvise possono capitare e che l’unico atteggiamento intelligente per chi ha fede, è vivere nella vigilanza, prendendo lo spunto anche dai fatti tragici della vita per ricordare che siamo appesi a un filo e che occorre vivere costantemente in atteggiamento di conversione. Questo invito alla vigilanza ha senza dubbio anche un sapore profetico: gli ebrei infatti « periranno tutti allo stesso modo », perché la potenza romana distruggerà Gerusalemme e disperderà il popolo. Né la parola di Gesù, né le vicende politiche riusciranno a indurre gli ebrei alla conversione. Quanto all’ultima parte del brano evangelico, la parabola del fico sterile, cade proprio a proposito in questo contesto. L’albero che non dà frutti è il popolo di Israele. Già nell’antico testamento i profeti avevano parlato del popolo eletto paragonandolo a una vigna che non dà frutti (cf Os 9,10; Mic 7,1; Ger 8,13; Is 15). L’agricoltore che ci ha lavorato attorno per tre anni è Gesù. Ma il centro del racconto è la discussione tra il padrone e il contadino. Il padrone si è convinto che ormai quell’albero occupa inutilmente dello spazio utile; il contadino al contrario pensa alla fatica che ha fatto e alla speranza che ha riposto in quella pianta e chiede ancora un anno di tempo per vedere se darà dei frutti. In sostanza Gesù pare dire agli ebrei che lo ascoltano: un altro a quest’ora, vedendo che non date alcun segno di conversione, si sarebbe già stufato e avrebbe fatto giustizia. Io invece voglio ancora sperare. Sappiate però che il vostro destino è segnato: o il vostro cuore finalmente cambia, o la pianta verrà sradicata perché inutile. Anche in questo caso Gesù si manifesta lento a condannare. Anzi sottolinea proprio la misericordia che lo contraddistingue, la sua bontà di intercessione presso il Padre. È il suo stile, che si manifesta in tante altre occasioni. « lo ho pregato per te », dice a Pietro, alla vigilia del suo tradimento, « perché la tua fede non venga meno » (Lc 22,32). E per coloro che lo stanno inchiodando alla croce, prega: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno » (Lc 23,34). È probabile, se non quasi scontato, che il fico che non ha dato frutti in tre anni, anche il quarto anno non darà nulla. Gesù invece manifesta una speranza che pare andare contro ogni logica umana, sapendo bene che la logica della conversione viaggia su criteri diversi, dal momento che la reazione degli uomini può diventare talvolta imprevedibile. Ma il tempo concesso, un solo anno, sottolinea anche l’urgenza della conversione e la necessità che la decisione non venga ulteriormente rimandata.

Attualizzare Il dolore dell’uomo fa parte della condizione umana. Tutte le sue conquiste l’uomo le ha raggiunte grazie al lavoro faticoso di qualcuno. La stessa nascita di una nuova vita passa attraverso una fase di sofferenza da parte della donna. È spesso dal dolore che nasce la solidarietà, che si sente più viva la fraternità. Eppure diventa spesso incomprensibile e intollerabile il dolore umano, specialmente quando nasce da quelle calamità naturali che colpiscono tutti, il giusto con l’ingiusto. C’è una percentuale grande di ingiustizia in certi avvenimenti, per questo ci rifiutiamo di capirli o di giustificarli, anche quando i colpiti non siamo noi. È presente certamente nel dolore dell’universo qualcosa di inspiegabile e di misterioso, qualcosa che pare sfuggire a Dio stesso. Perché Gesù stesso ha sofferto? Non ci si può quindi collocare di fronte al dolore lanciando un atto di accusa verso Dio, quasi vedendolo come una divinità dalle mille braccia che interviene ovunque per colpire la malvagità dell’uomo. Questa visione è infantile e insostenibile: scavalca tutte le cause seconde e rende Dio semplicisticamente responsabile di tutta la sofferenza umana. Soprattutto non tiene conto del progetto di Dio sull’universo. Non sappiamo se Dio avrebbe potuto creare un mondo perfetto, nel quale l’uomo sarebbe vissuto senza problemi, nell’ammirazione dell’universo e delle perfezioni divine. È certo invece che Dio ha creato un mondo imperfetto, affidandolo all’uomo perché lo trasformi profondamente con la sua fatica. Di fronte a questo progetto, non sempre l’uomo si colloca dalla parte giusta: c’è infatti chi non si impegna, chi attende tutto dagli altri, chi dice: « Chi me lo fa fare? »; c’è chi non crede al valore della sua azione, la ritiene una goccia troppo piccola nel grosso mare dei problemi dell’uomo. C’è chi moltiplica e aggrava i motivi di sofferenza, di dolore, di lotta; chi specula sul dolore altrui. Non possiamo dimenticare che è l’irresponsabilità e spesso anche la malvagità umana a creare nel mondo tante situazioni di sofferenza: dagli incidenti stradali all’inquinamento, dalla guerra a ogni forma di violenza e di terrorismo o di oppressione. Ma c’è naturalmente anche chi si pone di fronte alla sofferenza umana con un atteggiamento di grande disponibilità, chi si propone di diventare in qualche modo la coscienza dei distratti e dei disimpegnati, e lotta per la liberazione dell’uomo. Costoro rendono possibili dei rapporti umani diversi, creano una solidarietà nuova tra gli uomini, in modo da rendere possibile il cammino del mondo. Comunque di fronte al dolore l’atteggiamento dell’uomo di fede non può essere quello di abbandonarsi al fatalismo, rinunciando alla lotta, ma neanche quello di darsi al vittimismo, alla disperazione o alla ribellione. Il dolore infatti è un grande richiamo alla precarietà della condizione umana, un invito a dare un senso alla propria vita, a vivere con maggior coerenza per sé e per gli altri. II dolore, anche quello imprevedibile, legato alle forze apparentemente irrazionali della natura, diventa un invito a vigilare, a usare tutto il tempo a nostra disposizione per completare il nostro cammino di conversione. Quanto alla parabola del fico sterile, è prima di tutto un appello urgente alla conversione. Bisogna cominciare una buona volta a prendere sul serio questo impegno, credere che la nostra conversione sia possibile, anzi che non è più logico rimandarla a domani. Spesso si vive a occhi chiusi, ci si lascia andare vivendo alla giornata, schiavi del passato e delle nostre abitudini. Il giudizio di Dio pare tardare a venire, anzi dai nostri errori e dalle nostre mancanze, dalla nostra arroganza e dall’indifferenza, sembra quasi che traiamo vantaggi. Non possiamo dimenticare che prima o poi la giustizia di Dio ci cadrà addosso. Non solo, sarà la storia a farci pagare duramente i nostri errori, dal momento che il futuro ci darà i frutti di ciò che stiamo seminando oggi. La conversione è un impegno urgente, ma dobbiamo perdere ogni affanno. È sempre sbagliato pretendere troppo da noi e dagli altri. Insomma, esiste anche il rovescio della medaglia: da una parte c’è chi rimanda sempre il momento di prendere la vita sul serio, e dall’altra chi non è mai contento di se stesso. La conversione nasce più da un atteggiamento di apertura e di disponibilità a Dio che dallo sforzo personale. Essere disponibili e docili è già lavorare per la propria conversione, è già essersi messi sulla strada giusta. Specialmente nei confronti degli altri, non si può diventare rigidi e incomprensibili. Dovremmo dare per principio fiducia a coloro che siamo soliti giudicare con severità. L’uomo compie il male d’istinto e a malincuore: gli sfugge, non vorrebbe. Qualche volta è addirittura convinto di fare il bene proprio mentre sta sbagliando. Il bene invece lo compie a occhi aperti e diventa il frutto di scelte precise e faticose, compiute contro la propria pigrizia e li proprio egoismo. È normale che una scelta di vita positiva abbia bisogno di tempi lunghi, di decisioni maturate attraverso un lento tirocinio. C’è chi manda tutto all’aria perché qualcosa va storto, chi si stanca di faticare e di lottare. Questo vale per i rapporti umani, nel campo educativo, nell’impegno morale e ascetico personale… Non si può dimenticare che quando qualcosa ha preso una piega sbagliata in noi o attorno a noi, per rimettere le cose a posto ci vorrà lo stesso sforzo e probabilmente lo stesso tempo che c’è voluto per rompere l’equilibrio precedente.

Nelle avversità egli esamina ciascuno di noi « Sentiamo e soffriamo le infermità proprie della natura umana, ma noi consideriamo questo non una punizione, ma una prova. Le afflizioni irrobustiscono il coraggio e le disgrazie sono spesso scuola di virtù: infatti le energie dello spirito e del corpo intorpidiscono, se non si allenano nella fatica. Non è dunque che Dio non ci possa aiutare o che ci disprezzi, proprio lui che governa e ama tutti noi, ma nelle avversità egli esamina e giudica ciascuno di noi; nei pericoli pesa l’animo dei singoli e fino al momento della morte valuta la volontà dell’uomo, ben sicuro che niente è perduto per lui. Perciò come l’oro per il fuoco, così noi veniamo provati con le difficoltà » (Minucio Felice).

Speranza nel dolore « Un tremito, un sussulto, un lungo minuto, poi non più case, ospedali, scuole, caserme, non più uomini, ma solo freddi corpi dai cui volti traspare soltanto un’enorme voglia di vivere e una calma di morte. Un attimo solo, ed ecco madri senza più figli, figli senza più madri, spose senza più mariti, sposi senza più mogli. Restano soltanto nell’aria fredda grigie colline di ciò che era vivo e che ora è segno di morte. Ma ecco che il silenzio, nell’aria invernale, sui morti, sulle macerie, d’un tratto s’è rotto: è arrivato l’elicottero, l’ambulanza, l’esercito; è arrivato l’uomo a salvare suo fratello » (Paola Dessanti).

Don Umberto DE VANNA sdb

 

 

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