Archive pour le 24 février, 2016

‘Story of Noah’, Lorenzo Ghiberti, circa 1420

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NON C’È UOMO PIÙ GRANDE DI QUESTO UOMO PICCOLO, UMILE E SEMPLICE – “IL CENTUPLO ADESSO E IN EREDITÀ LA VITA ETERNA”

 

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NON C’È UOMO PIÙ GRANDE DI QUESTO UOMO PICCOLO, UMILE E SEMPLICE

Brano di Nicolino tratto dall’Intervento “IL CENTUPLO ADESSO E IN EREDITÀ LA VITA ETERNA”

“Ti benedico, o Padre… perché hai tenuto nascoste queste cose a coloro che si fanno, si credono sapienti… e le hai rivelate ai semplici, ai piccoli; sì perché così è piaciuto a te, Padre” (Mt 11, 25-26). Non c’è altra posizione se non quella dei piccoli, degli umili, dei semplici, dei poveri: quella richiesta in ogni momento, perché l’unica adeguata alla originale natura dell’uomo – che è quella di essere creato, dato e fatto. Richiesta dall’evidenza che non sono io ma Altro l’origine e la verità di me e di tutto, che io sono dato e dono. Che tutto è dato ed è dono ritrovato. L’unica che permette l’apertura, il riconoscimento, l’accoglienza, l’influsso e l’incidenza di Chi ha creato, dato e fatto, di Colui che è la vera sorgente della vita. Che apre allo sguardo di meraviglia e di stupore sulla vita e sulla realtà come quello che vediamo stampato nei nostri bambini; che sa accoglierle innanzitutto come dono e nella loro continua pro-vocazione al Mistero. Se non diventerete come bambini… è qualcosa che riguarda e richiama il nostro attuale e costante atteggiamento del cuore… Non entrerete nel regno dei cieli, significa che non entreremo nella chiarezza, nella profondità e nello splendore della vita, della realtà delle cose, innanzitutto adesso, come preludio della vita eterna, del regno di Dio attuato definitivamente. Se non diventerete come bambini, è la posizione, la disposizione del cuore in cui Cristo afferma essere la vera grandezza di un uomo, che permette di diventare uomini e in cui solo è possibile la comprensione della vita e della realtà. È proprio la disposizione adeguata alla possibilità di riconoscere ed accogliere il Suo Essere e la Sua viva iniziativa in noi e nella realtà tutta. Di riconoscere ed accogliere la presenza di Cristo come la rivelazione del Mistero nella storia come Uomo, che c’è, che c’entra, che opera sempre, che è contemporaneo a tutto e a tutti, che cambia e che salva. Ma è anche la posizione più razionalmente adeguata per conoscere la realtà, per prendere coscienza della realtà in ogni suo fattore come segno di qualcos’Altro, come Mistero. In qualsiasi momento, come in qualsiasi campo, questa posizione è necessaria: per ricercare, entrare, attraversare, conoscere, possedere, usare adeguatamente e veramente; per non ritrovarsi chiusi, soli e disperati nel carcere di una realtà concepita a priori, ideologicamente, secondo pregiudizi, impressioni e pareri forniti dalla mentalità del mondo. Non si può conoscere veramente e fino in fondo una “cosa” che già abbiamo pregiudizialmente e quindi irrazionalmente autodefinito. Non si può conoscere la realtà andandogli incontro con gli occhi pieni di pregiudizi e definizioni impropriamente autostabilite. Escludendo e censurando fattori della realtà, riducendoli e sottomettendoli a una immediata reazione istintiva, manipolandoli in funzione di una ostinata idea preconcetta. Per questo non c’è uomo più grande, a qualsiasi livello, di questo uomo umile, semplice, povero, piccolo: tutto e sempre aperto, spalancato nel cuore e negli occhi, proprio come un bambino, alla verità di tutto. Tutto teso e aperto solo e sempre alla verità di tutto. Affamato di bellezza, sempre pieno di meraviglia e stupore per tutto, e per questo continuamente aperto e commosso verso qualsiasi indicazione e segno, verso la totalità della realtà come segno del Mistero, in cui “ogni” e tutto consiste e da cui tutto dipende. Quest’uomo umile, semplice, povero, piccolo, nel facile riconoscimento della sua debolezza e fragilità, elementarmente cosciente e gioioso della sua costitutiva dipendenza, del suo dipendere dal Totalmente Altro, vive spalancato e teso al suo connaturato bisogno, al suo assoluto desiderio di questo Totalmente Altro. A cui non solo riconosce di appartenere originalmente, ma che sente vibrare e da cui si sente investito e pro-vocato in ogni momento del suo rapporto con la realtà. E che per questo attende come un bambino attende sua madre, come un mendicante attende sempre tutto. Ai piccoli è dato, agli umili è dato, ai poveri è dato… perché tutto nella realtà ci supera ed più grande di noi, perché tutto è segno del Totalmente e Infinitamente Altro da noi che ci fa e ci dà: perché così tutto è stato ordinato da Dio Padre. Ed è solo un uomo con questo cuore che lo riconosce. Se non diventerete come bambini… non infantili, ma bambini nel cuore, nella mente, nello sguardo, nello stupore, nel bisogno, nell’attaccamento… non ci sarà la possibilità della vita, la chiarezza della vita, la rivelazione della vita, della vita vita; non entrerete nel Regno dei cieli… cioè nel compimento e nella definitività della vita, la vita eterna, lo scopo e il destino della vita. Non c’è nessuno più grande, più umanamente potente, intelligente, libero e bello di questo uomo piccolo, umile, semplice, povero. Se uno ha a cuore la propria vita, prende sul serio il proprio desiderio, la propria ragione, la sua libertà, questa è la vera virtù – virtù intesa come disposizione necessaria e continuativa nel rapporto con tutto. Non possiamo che chiedere aiuto allo Spirito Santo. Come ci insegna san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi: “Quello che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, Dio lo ha preparato per quelli che lo amano”: è il centuplo e la vita eterna. “Ma Dio lo rivelò mediante lo Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi mai conosce i segreti dell’uomo – il segreto della vera esigenza del cuore di ogni uomo, il desiderio e la risposta ad esso – se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio” (I Cor 2, 9-11). “Quello che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, questo ha preparato Dio per coloro che lo amano”: questo è il centuplo e la vita eterna. Ma a noi Dio lo ha rivelato, perché Dio stesso si è rivelato; il Mistero si è rivelato. Il Mistero in cui solo la vita è, c’è ed è possibile si è rivelato nella storia, si è fatto Uomo; attraverso l’azione vivificante del Suo Spirito in una Donna di nome Maria, si è fatto Uomo. Invochiamo lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, lo Spirito che ha fecondato Maria, che solo conosce il mio cuore, la mia necessità, la mia urgenza, il mio segreto. Qual è questo segreto? Il segreto dell’uomo è tutto nella sua domanda, nel suo cuore che è domanda assoluta di verità, di significato, di pienezza, di risposta esaustiva alla sua indomabile esigenza. Non può essere lo spirito del mondo a rispondere e a corrispondere, ma è solo lo Spirito di Dio che ci abilita a conoscere ciò che Dio ci ha dato. “E noi abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere i doni che Egli ci ha elargito” (I Cor 2, 12-13). È lo Spirito che Cristo ci ha lasciato come eredità perché la Sua presenza fosse permanente e contemporanea ad ogni tempo, ad ogni uomo; che rende quel gruppo di uomini la Sua Chiesa, il Suo Corpo vivo e presente nella storia, la Sua Compagnia nel “qui e ora” di ogni uomo. È lo Spirito che ci rende idonei e capaci di vivere del rapporto con Lui e di essere questa amicizia nella Sua santa Chiesa. A Lui chiediamo aiuto per essere assicurati nella posizione del piccolo, dell’umile, nella posizione adeguata a riceverLo e a lasciarci plasmare dalla Sua azione. InvochiamoLo per il nostro lavoro di ascolto, approfondimento, di ripresa di ragione perché la nostra vita si sposti dalla parte di Cristo, risulti dal rapporto con Cristo, risulti centuplicata momento per momento dall’obbedienza alla Sua presenza riconosciuta, amata, mendicata e seguita come Avvenimento decisivo. Accada la nostra compagnia come la Sua amicizia in noi, nei nostri rapporti e nel nostro cammino, abbandonando riserve, resistenze, ostentazioni di effimere obiezioni e difficoltà, parole e problematicità che offendono innanzitutto la nostra vita e dentro cui perdiamo sempre.

Nicolino Pompei

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PAPA FRANCESCO – 8. MISERICORDIA E POTERE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20160224_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – 8. MISERICORDIA E POTERE

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 24 febbraio 2016

8. MISERICORDIA E POTERE

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Proseguiamo le catechesi sulla misericordia nella Sacra Scrittura. In diversi passi si parla dei potenti, dei re, degli uomini che stanno “in alto”, e anche della loro arroganza e dei loro soprusi. La ricchezza e il potere sono realtà che possono essere buone e utili al bene comune, se messe al servizio dei poveri e di tutti, con giustizia e carità. Ma quando, come troppo spesso avviene, vengono vissute come privilegio, con egoismo e prepotenza, si trasformano in strumenti di corruzione e morte. È quanto accade nell’episodio della vigna di Nabot, descritto nel Primo Libro dei Re, al capitolo 21, su cui oggi ci soffermiamo. In questo testo si racconta che il re d’Israele, Acab, vuole comprare la vigna di un uomo di nome Nabot, perché questa vigna confina con il palazzo reale. La proposta sembra legittima, persino generosa, ma in Israele le proprietà terriere erano considerate quasi inalienabili. Infatti il libro del Levitico prescrive: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23). La terra è sacra, perché è un dono del Signore, che come tale va custodito e conservato, in quanto segno della benedizione divina che passa di generazione in generazione e garanzia di dignità per tutti. Si comprende allora la risposta negativa di Nabot al re: «Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri» (1 Re 21,3). Il re Acab reagisce a questo rifiuto con amarezza e sdegno. Si sente offeso – lui è il re, il potente -, sminuito nella sua autorità di sovrano, e frustrato nella possibilità di soddisfare il suo desiderio di possesso. Vedendolo così abbattuto, sua moglie Gezabele, una regina pagana che aveva incrementato i culti idolatrici e faceva uccidere i profeti del Signore (cfr 1 Re 18,4), – non era brutta, era cattiva! – decide di intervenire. Le parole con cui si rivolge al re sono molto significative. Sentite la cattiveria che è dietro questa donna: «Tu eserciti così la potestà regale su Israele? Alzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la farò avere io la vigna di Nabot di Izreel» (v. 7). Ella pone l’accento sul prestigio e sul potere del re, che, secondo il suo modo di vedere, viene messo in discussione dal rifiuto di Nabot. Un potere che lei invece considera assoluto, e per il quale ogni desiderio del re potente diventa un ordine. Il grande Sant’Ambrogio ha scritto un piccolo libro su questo episodio. Si chiama “Nabot”. Ci farà bene leggerlo in questo tempo di Quaresima. È molto bello, è molto concreto. Gesù, ricordando queste cose, ci dice: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27). Se si perde la dimensione del servizio, il potere si trasforma in arroganza e diventa dominio e sopraffazione. E’ proprio ciò che accade nell’episodio della vigna di Nabot. Gezabele, la regina, in modo spregiudicato, decide di eliminare Nabot e mette in opera il suo piano. Si serve delle apparenze menzognere di una legalità perversa: spedisce, a nome del re, delle lettere agli anziani e ai notabili della città ordinando che dei falsi testimoni accusino pubblicamente Nabot di avere maledetto Dio e il re, un crimine da punire con la morte. Così, morto Nabot, il re può impadronirsi della sua vigna. E questa non è una storia di altri tempi, è anche storia d’oggi, dei potenti che per avere più soldi sfruttano i poveri, sfruttano la gente. È la storia della tratta delle persone, del lavoro schiavo, della povera gente che lavora in nero e con il salario minimo per arricchire i potenti. È la storia dei politici corrotti che vogliono più e più e più! Per questo dicevo che ci farà bene leggere quel libro di Sant’Ambrogio su Nabot, perché è un libro di attualità. Ecco dove porta l’esercizio di un’autorità senza rispetto per la vita, senza giustizia, senza misericordia. Ed ecco a cosa porta la sete di potere: diventa cupidigia che vuole possedere tutto. Un testo del profeta Isaia è particolarmente illuminante al riguardo. In esso, il Signore mette in guardia contro l’avidità i ricchi latifondisti che vogliono possedere sempre più case e terreni. E dice il profeta Isaia:

«Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese» (Is 5,8).

E il profeta Isaia non era comunista! Dio, però, è più grande della malvagità e dei giochi sporchi fatti dagli esseri umani. Nella sua misericordia invia il profeta Elia per aiutare Acab a convertirsi. Adesso voltiamo pagina, e come segue la storia? Dio vede questo crimine e bussa anche al cuore di Acab e il re, messo davanti al suo peccato, capisce, si umilia e chiede perdono. Che bello sarebbe se i potenti sfruttatori di oggi facessero lo stesso! Il Signore accetta il suo pentimento; tuttavia, un innocente è stato ucciso, e la colpa commessa avrà inevitabili conseguenze. Il male compiuto infatti lascia le sue tracce dolorose, e la storia degli uomini ne porta le ferite. La misericordia mostra anche in questo caso la via maestra che deve essere perseguita. La misericordia può guarire le ferite e può cambiare la storia. Apri il tuo cuore alla misericordia! La misericordia divina è più forte del peccato degli uomini. È più forte, questo è l’esempio di Acab! Noi ne conosciamo il potere, quando ricordiamo la venuta dell’Innocente Figlio di Dio che si è fatto uomo per distruggere il male con il suo perdono. Gesù Cristo è il vero re, ma il suo potere è completamente diverso. Il suo trono è la croce. Lui non è un re che uccide, ma al contrario dà la vita. Il suo andare verso tutti, soprattutto i più deboli, sconfigge la solitudine e il destino di morte a cui conduce il peccato. Gesù Cristo con la sua vicinanza e tenerezza porta i peccatori nello spazio della grazia e del perdono. E questa è la misericordia di Dio.

 

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