Archive pour le 23 février, 2016

Church in Corinth, Greece founded by Saint Paul.

Church in Corinth, Greece founded by Saint Paul. dans immagini sacre church_0f_the_apostle_paul

http://www.silouan.com/coffee-apostle-paul-little-miracle/

Publié dans:immagini sacre |on 23 février, 2016 |Pas de commentaires »

LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA SU ALCUNI ASPETTI DELLA MEDITAZIONE CRISTIANA (CAP IV E V)

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19891015_meditazione-cristiana_it.html#IV._LA_VIA_CRISTIANA_DELLUNIONE_CON_DIO

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA SU ALCUNI ASPETTI DELLA MEDITAZIONE CRISTIANA *

(15 ottobre 1989)

(solo i capitoli IV e V)

IV. LA VIA CRISTIANA DELL’UNIONE CON DIO 13. Per trovare la giusta « via » della preghiera, il cristiano considererà ciò che è stato precedentemente detto a proposito dei tratti salienti della via di Cristo, il cui « cibo è fare la volontà di colui che (lo) ha mandato a compiere la sua opera » (Gv 4, 34). Gesù non vive con il Padre un’unione più intima e più stretta di questa, che per lui si traduce continuamente in una profonda preghiera. La volontà del Padre lo invia agli uomini, ai peccatori, addirittura ai suoi uccisori ed egli non può essere più intimamente unito al Padre che ubbidendo a questa volontà. Ciò non impedisce in alcun modo che nel cammino terreno egli si ritiri anche nella solitudine per pregare, per unirsi al Padre e ricevere da Lui nuovo vigore per la sua missione nel mondo. Sul Tabor, dove certamente egli è unito al Padre in maniera manifesta, viene evocata la sua Passione (cfr. Lc 9, 31) e non viene neppure presa in considerazione la possibilità di permanere in « tre tende » sul monte della trasfigurazione. Ogni preghiera contemplativa cristiana rinvia continuamente all’amore del prossimo, all’azione e alla passione, e proprio così avvicina maggiormente a Dio. 14. Per accostarsi a quel mistero dell’unione con Dio, che i Padri greci chiamavano divinizzazione dell’uomo, e per cogliere con precisione le modalità secondo cui essa si compie, occorre tener presente anzitutto che l’uomo è essenzialmente creatura (16) e tale rimane in eterno, cosicché non sarà mai possibile un assorbimento dell’io umano nell’io divino, neanche nei più alti stati di grazia. Si deve però riconoscere che la persona umana è creata « ad immagine e somiglianza » di Dio, e l’archetipo di questa immagine è il Figlio di Dio, nel quale e per il quale siamo stati creati (cfr. Col 1, 16). Ora questo archetipo ci svela il più grande e il più bel mistero cristiano: il Figlio è dall’eternità « altro » rispetto al Padre e tuttavia, nello Spirito Santo, è « della stessa sostanza »; di conseguenza, il fatto che ci sia un’alterità, non è un male, ma piuttosto il massimo dei beni. C’è alterità in Dio stesso, che è una sola natura in Tre Persone, e c’è alterità tra Dio e la creatura, che sono per natura differenti. Infine, nella santa eucaristia, come anche negli altri sacramenti – e analogamente nelle sue opere e nelle sue parole – Cristo ci dona se stesso e ci rende partecipi della sua natura divina (17), senza per altro sopprimere la nostra natura creata, alla quale egli stesso partecipa con la sua incarnazione. 15. Se si considerano insieme queste verità, si scopre, con profonda meraviglia, che nella realtà cristiana vengono adempiute, oltre ogni misura, tutte le aspirazioni presenti nella preghiera delle altre religioni, senza che con questo l’io personale e la sua creaturalità debbano essere annullati e scomparire nel mare dell’Assoluto. « Dio è amore » (1 Gv 4, 8): questa affermazione profondamente cristiana può conciliare l’unione perfetta con l’alterità tra amante e amato, con l’eterno scambio e l’eterno dialogo. Dio stesso è questo eterno scambio, e noi possiamo in piena verità diventare partecipi di Cristo, quali « figli adottivi », e gridare con il Figlio nello Spirito Santo « Abba, Padre ». In questo senso, i Padri hanno pienamente ragione di parlare di divinizzazione dell’uomo che, incorporato a Cristo Figlio di Dio per natura, diventa per la sua grazia partecipe della natura divina, « figlio nel Figlio ». Il cristiano, ricevendo lo Spirito Santo, glorifica il Padre e partecipa realmente alla vita trinitaria di Dio.

V. QUESTIONI DI METODO 16. La maggior parte delle grandi religioni che hanno cercato l’unione con Dio nella preghiera, hanno anche indicato le vie per conseguirla. Siccome « la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni » (18), non si dovranno disprezzare pregiudizialmente queste indicazioni in quanto non cristiane. Si potrà al contrario cogliere da esse ciò che vi è di utile, a condizione di non perdere mai di vista la concezione cristiana della preghiera, la sua logica e le sue esigenze, poiché è all’interno di questa totalità che quei frammenti dovranno essere riformulati ed assunti. Tra di essi si può annoverare anzitutto l’umile accettazione di un maestro esperto nella vita di preghiera e delle sue direttive; di ciò si è sempre avuto consapevolezza nell’esperienza cristiana sin dai tempi antichi, dall’epoca dei Padri del deserto. Questo maestro, esperto nel « sentire cum Ecclesia », deve non solo guidare e richiamare l’attenzione su certi pericoli, ma, quale « padre spirituale », deve anche introdurre in maniera viva, da cuore a cuore, nella vita di preghiera, che è dono dello Spirito Santo. 17. La tarda classicità non cristiana distingueva volentieri tre stadi nella vita di perfezione: la via della purificazione, dell’illuminazione e dell’unione. Questa dottrina è servita da modello per molte scuole di spiritualità cristiana. Questo schema, in se stesso valido, necessita tuttavia di alcune precisazioni, che ne permettano una corretta interpretazione cristiana, evitando pericolosi fraintendimenti. 18. La ricerca di Dio mediante la preghiera deve essere preceduta ed accompagnata dall’ascesi e dalla purificazione dai propri peccati ed errori, perché secondo la parola di Gesù soltanto « i puri di cuore vedranno Dio » (Mt 5, 8). Il Vangelo mira soprattutto a una purificazione morale dalla mancanza di verità e di amore e, su un piano più profondo, da tutti gli istinti egoistici che impediscono all’uomo di riconoscere ed accettare la volontà di Dio nella sua purezza. Non sono le passioni in quanto tali ad essere negative (come pensavano gli stoici e i neoplatonici) ma la loro tendenza egoistica. È da essa che il cristiano deve liberarsi: per arrivare a quello stato di libertà positiva che la classicità cristiana chiamava « apatheia », il Medio Evo « impassibilitas » e gli Esercizi spirituali ignaziani « indiferencia » (19). Ciò è impossibile senza una radicale abnegazione, come si vede anche in S. Paolo che usa apertamente la parola « mortificazione » (delle tendenze peccaminose) (20). Solo questa abnegazione rende l’uomo libero di realizzare la volontà di Dio e di partecipare alla libertà dello Spirito Santo. 19. Dovrà perciò essere interpretata rettamente la dottrina di quei maestri che raccomandano di « svuotare » lo spirito da ogni rappresentazione sensibile e da ogni concetto, mantenendo però un’amorosa attenzione a Dio, così che rimanga nell’orante un vuoto che può allora essere riempito dalla ricchezza divina. Il vuoto di cui Dio ha bisogno è quello della rinuncia al proprio egoismo, non necessariamente quello della rinuncia alle cose create che egli ci ha donato e tra le quali ci ha posti. Non vi è dubbio che nella preghiera ci si deve concentrare interamente su Dio ed escludere il più possibile quelle cose di questo mondo che ci incatenano al nostro egoismo. S. Agostino è su questo punto un maestro insigne: se vuoi trovare Dio, dice, abbandona il mondo esteriore e rientra in te stesso. Tuttavia, prosegue, non rimanere in te stesso, ma oltrepassa te stesso, perché tu non sei Dio: Egli è più profondo e più grande di te. « Cerco la sua sostanza nella mia anima e non la trovo; ho meditato tuttavia sulla ricerca di Dio e, proteso verso di lui, attraverso le cose create, ho cercato di conoscere le “perfezioni invisibili di Dio” (Rm 1, 20) » (21). « Restare in se stessi »: ecco il vero pericolo. Il grande Dottore della Chiesa raccomanda di concentrarsi in se stessi, ma anche di trascendere l’io che non è Dio, ma solo una creatura. Dio è « interior intimo meo, et superior summo meo » (22). Dio infatti è in noi e con noi, ma ci trascende nel suo mistero (23). 20. Dal punto di vista dogmatico, è impossibile arrivare all’amore perfetto di Dio se si prescinde dalla sua autodonazione nel Figlio incarnato, crocifisso e risuscitato. In Lui, sotto l’azione dello Spirito Santo, prendiamo parte, per pura grazia, alla vita intradivina. Quando Gesù dice: « Chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv 14, 9), non intende semplicemente la visione e la conoscenza esteriori della sua figura umana (« la carne non giova a nulla », Gv 6, 63). Ciò che intende è piuttosto un « vedere » reso possibile dalla grazia della fede: vedere attraverso la manifestazione sensibile di Gesù ciò che questi, quale Verbo del Padre, vuole veramente mostrarci di Dio (« È lo Spirito che dà la vita […]; le parole che vi ho dette sono spirito e vita », ibid.). In questo « vedere » non si tratta dell’astrazione puramente umana (« abs-tractio ») dalla figura in cui Dio si è rivelato, ma del cogliere la realtà divina nella figura umana di Gesù, del cogliere la sua dimensione divina ed eterna nella sua temporalità. Come dice S. Ignazio negli Esercizi spirituali, dovremmo tentare di cogliere « il profumo infinito e la dolcezza infinita della divinità » (n. 124), partendo dalla finita verità rivelata dalla quale abbiamo iniziato. Mentre ci eleva, Dio è libero di « svuotarci » di tutto ciò che ci trattiene in questo mondo, di attirarci completamente nella vita trinitaria del suo amore eterno. Tuttavia, questo dono può essere concesso solo « in Cristo attraverso lo Spirito Santo » e non attraverso le proprie forze, astraendo dalla sua rivelazione. 21. Nel cammino della vita cristiana alla purificazione segue l’illuminazione mediante l’amore che il Padre ci dona nel Figlio e l’unzione che da Lui riceviamo nello Spirito Santo (cfr. 1 Gv 2, 20). Fin dall’antichità cristiana si fa riferimento alla « illuminazione » ricevuta nel battesimo. Essa introduce i fedeli, iniziati ai divini misteri, alla conoscenza di Cristo mediante la fede che opera per mezzo della carità. Anzi, alcuni scrittori ecclesiastici parlano in modo esplicito dell’illuminazione ricevuta nel battesimo come fondamento di quella sublime conoscenza di Cristo Gesù (cfr. Fil 3, 8) che viene definita come « theoria » o contemplazione (24). I fedeli, con la grazia del battesimo, sono chiamati a progredire nella conoscenza e nella testimonianza dei misteri della fede mediante « la profonda intelligenza che essi esperiscono delle cose spirituali » (25). Nessuna luce di Dio rende superate le verità della fede. Le eventuali grazie di illuminazione che Dio può concedere aiutano piuttosto a chiarir meglio la dimensione più profonda dei misteri confessati e celebrati dalla Chiesa, in attesa che il cristiano possa contemplare Dio come Egli è nella gloria (cfr. 1 Gv 3, 2). 22. Il cristiano orante, infine, può arrivare, se Dio lo vuole, ad un’esperienza particolare di unione. I sacramenti, soprattutto il battesimo e l’eucaristia (26), sono l’inizio obiettivo dell’unione del cristiano con Dio. Su questo fondamento, per una speciale grazia dello Spirito, l’orante può essere chiamato a quel tipo peculiare di unione con Dio che, nell’ambito cristiano, viene qualificato come mistica. 23. Certamente il cristiano ha bisogno di determinati tempi di ritiro nella solitudine per raccogliersi e ritrovare, presso Dio, il suo cammino. Ma dato il suo carattere di creatura, e di creatura che sa di essere al sicuro solo nella grazia, il suo modo di avvicinarsi a Dio non si fonda su alcuna tecnica nel senso stretto della parola. Ciò contraddirebbe lo spirito d’infanzia richiesto dal Vangelo. La mistica cristiana autentica non ha niente a che vedere con la tecnica: è sempre un dono di Dio, di cui chi ne beneficia si sente indegno (27). 24. Ci sono determinate grazie mistiche, conferite ad esempio ai fondatori di istituzioni ecclesiali in favore di tutta la loro fondazione nonché ad altri santi, che caratterizzano la loro peculiare esperienza di preghiera e che non possono, come tali, essere oggetto di imitazione e di aspirazione per altri fedeli, anche appartenenti alla stessa istituzione, e desiderosi di una preghiera sempre più perfetta (28). Possono esserci diversi livelli e diverse modalità di partecipazione all’esperienza di preghiera di un fondatore, senza che a tutti debba venir conferita la medesima forma. Del resto l’esperienza di preghiera che ha un posto privilegiato in tutte le istituzioni autenticamente ecclesiali antiche e moderne, è sempre in ultima analisi qualcosa di personale. Ed è alla persona che Dio dona le sue grazie in vista della preghiera. 25. A proposito della mistica si deve distinguere tra i doni dello Spirito Santo e i carismi accordati in modo totalmente libero da Dio. I primi sono qualcosa che ogni cristiano può ravvivare in sé attraverso una vita zelante di fede, di speranza e di carità e così, attraverso una seria ascesi, arrivare ad una certa esperienza di Dio e dei contenuti della fede. Quanto ai carismi, S. Paolo dice che essi sono soprattutto in favore della Chiesa, degli altri membri del Corpo mistico di Cristo (cfr. 1 Cor 12, 7). A questo proposito, va ricordato sia che i carismi non possono essere identificati con dei doni straordinari (« mistici ») (cfr. Rm 12, 3-21), sia che la distinzione fra i « doni dello Spirito Santo » e i « carismi » può essere fluida. Certo è che un carisma fecondo per la Chiesa non può, nell’ambito neotestamentario, venir esercitato senza un determinato grado di perfezione personale e che, d’altra parte, ogni cristiano « vivo » possiede un compito peculiare (e in questo senso un « carisma ») « per l’edificazione del Corpo di Cristo » (cfr. Ef 4, 15-16) (29), in comunione con la Gerarchia, alla quale « spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono » (Lumen gentium, n. 12).

MARTIN LUTHER KING – L’ISTINTO DEL TAMBURO MAGGIORE

http://www.giovaniemissione.it/index.php?option=content&task=view&id=1873&Itemid=128#istinto

MARTIN LUTHER KING – L’ISTINTO DEL TAMBURO MAGGIORE

Discorso pronunciato il 4 febbraio 1968, alla Ebenezer Baptist Church, ad Atlanta.

« …Perciò vi dico, cercate Dio e scopritelo, fatelo diventare un potere nella vostra vita. Senza di Lui tutti i nostri sforzi si trasformano in cenere e le nostre albe nelle notti più buie. Senza di Lui la vita è un dramma senza significato in cui mancano le scene più importanti. Ma con Lui possiamo innalzarci dalla fatica dello sconforto alla forza ascensionale dell’amore. Con Lui possiamo ergerci dalla notte della disperazione all’alba della gioia. Sant’Agostino aveva ragione: siamo stati fatti per Dio e non avremo requie finché non troveremo requie in Lui.

Ama te stesso, se questo significa un razionale, sano e morale interesse di sé. Ti è stato comandato di farlo. Questa è la lunghezza della vita. Ama il prossimo tuo come te stesso. Ti è stato comandato di farlo. Questa è la larghezza della vita. Ma non dimenticare che c’è un primo e ancor più grande comandamento: « Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e tutta la tua mente ». Questa è l’altezza della vita. E quando lo fai, vivi la vita per intero ». Questa mattina vorrei prendere come argomento del sermone «l’istinto del tamburo maggiore». Il nostro passo di questa mattina è tratto da un episodio assai familiare del decimo capitolo del Vangelo di Marco, che incomincia col versetto 35. Leggiamo queste parole: «E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: « Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo ». Egli disse loro: « Cosa volete che io faccia per voi? » Gli risposero: « Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra ». Gesù disse loro: « Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, e ricevere il battesimo che io ricevo, anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali e stato preparato »». E poi verso la fine di questo brano, Gesù continua: «Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore». La situazione è chiara. Giacomo e Giovanni stanno facendo una ben precisa richiesta al maestro. Essi avevano sognato, come la maggior parte degli ebrei, la venuta di un re di Israele che rendesse libera Gerusalemme, che stabilisse il suo regno sul Monte Sion, e che comandasse al mondo con giustizia. Ed essi pensavano che Gesù fosse quella sorta di re, e stavano pensando al giorno in cui Gesù avrebbe regnato supremo, come nuovo re di Israele. E quindi gli stavano dicendo: «Quando stabilirai il tuo regno, permetti a noi di sedere l’uno alla destra e l’altro alla sinistra del tuo trono». Ora, senza pensarci due volte, condanneremmo automaticamente Giacomo e Giovanni, e diremmo di loro che erano egoisti. Perché hanno fatto una richiesta così egoista? Ma prima di condannarli con troppa fretta, guardiamo con calma ed onestà a noi stessi, e scopriremo che anche noi abbiamo quegli stessi bassi desideri di ricevere riconoscimenti e gratificazioni, quello stesso desiderio di essere al centro dell’attenzione, quello stesso desiderio di essere primi. Naturalmente gli altri discepoli si infuriarono con Giacomo e Giovanni, e voi potete comprendere il perché. Ma dobbiamo renderci conto che tutti noi abbiamo qualcuna di queste «qualità» di Giacomo e Giovanni. C’è, nel profondo di ognuno di noi, un certo istinto. E’ una sorta di istinto ad essere tamburi maggiori, un certo desiderio di essere davanti a tutti, un certo desiderio di aprire noi la parata, un desiderio di essere noi i primi. Ed è qualcosa che tocca ogni aspetto della nostra vita. Perciò, prima di condannarli, ricordiamoci che abbiamo tutti questo istinto del tamburo maggiore. Noi tutti desideriamo essere importanti, superare gli altri, distinguerci, aprire la parata. Alfred Adler, il grande psicanalista, sostiene che questo è l’impulso dominante. Sigmund Freud sosteneva che era il sesso l’impulso dominante, e Adler gli rispose con un nuovo argomento e disse che questa ricerca del riconoscimento, questo desiderio di essere al centro dell’attenzione, questo desiderio di distinguersi è l’impulso più importante, la molla più importante della vita umana, ed è l’istinto del tamburo maggiore. E voi lo sapete, cominciamo presto a chiedere alla vita di renderci primi. Il nostro primo pianto di bambini era un tentativo di attirare l’attenzione. E per tutta l’infanzia l’impulso o istinto del tamburo maggiore è un’ossessione ancora più grande. I bambini chiedono alla vita di essere primi. Sono un fagottino di egoismo. E’ in loro innato l’impulso o istinto del tamburo maggiore. Ebbene, nella vita adulta ce l’abbiamo sempre questo istinto, e non ce ne liberiamo mai del tutto. Ci piace fare qualcosa di buono. E, sapete, ci piace essere lodati per questo. Se non ci credete aspettate e scoprirete molto presto che vi piace essere elogiati. Piace a tutti, a dire il vero. E a volte questo calore che sentiamo quando siamo lodati, o quando viene pubblicato il nostro nome, ha l’effetto della vitamina A per il nostro ego. Nessuno è infelice quando viene elogiato, anche se sa di non meritarlo, e anche se non ci crede. I soli ad essere infelici di fronte all’elogio, lo sono quando l’elogio va a qualcun altro. Ma a tutti piace essere elogiati, per questo concretissimo istinto del tamburo maggiore. Ora, questo istinto del tamburo maggiore spiega perché così tanti si aggregano un po’ a tutto. Ci si aggrega a qualunque cosa. Ed in realtà si cerca attenzione, riconoscimento, importanza. Si cercano nomi che danno l’impressione di ricevere queste cose. Così si scelgono le associazioni, e queste diventano il protettore importante, e il poveretto che in casa sia sottomesso ha bisogno di avere l’opportunità di essere il meglio del meglio da qualche altra parte. E’ l’impulso e l’aspirazione del tamburo maggiore che ci accompagna in tutte le cose della vita. E così la vediamo dovunque, questa ricerca di preminenza. E ci aggreghiamo alle cose, ci aggreghiamo un po’ troppo, a dire il vero, perché speriamo di trovarvi soddisfazione. La presenza di questo istinto spiega perché così facilmente cadiamo vittime dei signori della pubblicità. Conoscete, no?, quei signori dalla grande capacità di persuasione verbale. Hanno un certo modo di dirti le cose che sei convinto a comprare. Se vuoi essere un vero uomo devi bere questo whisky. Se vuoi l’invidia dei tuoi vicini, devi guidare questo modello di auto. Se vuoi essere più bella devi usare questo rossetto o questo profumo. E lo sai, no?, prima ancora che te ne renda conto, stai già comprando proprio quello che vogliono loro. Così operano i signori della pubblicità. L’altro giorno ho ricevuto una lettera. Si trattava di una nuova rivista che stava per essere pubblicata. E cominciava così: «Caro dott. King, come lei certo sa, il suo nome si trova nell’indirizzario di molti giornali e istituzioni. Lei è descritto come profondamente intelligente, progressista, amante delle arti e delle scienze, e sono certo che vorrà leggere ciò che ho da dirle». Certo che volevo. Dopo tutto quello che la lettera diceva di me e dopo avermi descritto così precisamente, certo che volevo leggere. Ma, seriamente, ci accompagna per tutta la vita questo istinto del tamburo maggiore, è una cosa reale. E sapete cos’altro provoca? Spesso ci fa vivere al di sopra delle nostre possibilità. Non è nient’altro se non questo istinto del tamburo maggiore. Non vi succede mai di vedere gente che si compra automobili che con il suo stipendio non potrebbe permettersi? Si vedono persone che girano in Cadillac e Chrysler e che non guadagnano neanche per permettersi un Modello T della Ford. Ma lo fanno per alimentare un ego represso. Sapete cosa ci dicono gli economisti: le automobili che compriamo non ci dovrebbero costare più della metà del reddito annuale. Perciò se abbiamo un reddito di cinquemila dollari, la nostra macchina non ci dovrebbe costare più di duemilacinquecento dollari. Questa sarebbe buona amministrazione. E se la famiglia è composta da due persone, ed entrambi i membri hanno un reddito di diecimila dollari, dovrebbero accontentarsi di una sola automobile. Questa sarebbe buona amministrazione, anche se spesso implica qualche disagio. Ma spesso… avete mai visto persone che guadagnano cinquemila dollari all’anno e che guidano un’auto da seimila dollari? E si chiedono perché non riescono mai a far quadrare il bilancio. E’ quanto accade. Ora gli economisti ci dicono anche che, se comperi una casa, questa non dovrebbe costare più del doppio del tuo reddito. Questo poggia sui principi di una buona amministrazione e su come far quadrare il bilancio. Quindi, se hai un reddito di cinquemila dollari, la vita non sarà proprio semplice in questa società. Ma facciamo l’esempio di una famiglia con un reddito di diecimila dollari: allora la casa non dovrebbe costare più di ventimila dollari. Ma io ho visto gente che mette insieme deicimila dollari e che vive in case da quarante, cinquantamila dollari. E capite benissimo che ce la fanno a malapena. Ogni mese ricevono da una qualche fonte un assegno, ma lo hanno già speso prima ancora di incassarlo; non gli rimane mai nulla da mettere via per un’emergenza. Ora, appunto, il problema è questo: l’istinto del tamburo maggiore. E come sapete, vediamo continuamente che la gente viene presa da quest’istinto di essere tutti dei tamburi maggiori. E che vive cercando continuamente di far schiattare d’invidia i vicini. Debbono comprarsi questo cappotto perché questo cappotto qui è un po’ più bello, è un po’ più elegante di quello che ha il vicino. E debbo farmi questa macchina perché c’è qualcosa in questa macchina che la fa migliore di quella dei vicini. Conosco uno che abitava in una casa da trentacinquemila dollari. Poi altri hanno incominciato a costruire case da trentacinquemila dollari, e allora lui se ne è costruita una da settantamila dollari, e poi un’altra da centomila dollari. E non so proprio dove andrà a finire se continuerà a cercare di stare al passo con i vicini. Viene poi un tempo quando quest’istinto di essere tamburi maggiori diventa un istinto di distruzione. Ed è di questo che vi voglio ora parlare. Voglio dirvi che se questo istinto non viene imbrigliato, diventa pericolosissimo e mortale. Per esempio, se non viene imbrigliato, fa sì che la tua stessa personalità si faccia distorta. Credo che questo sia l’aspetto più pericoloso: l’effetto che esso ha sulla personalità della gente. Se non viene imbrigliato, finirai un giorno sì e un giorno no a dover far fronte ai problemi del tuo io, diventando uno spaccone. Avete mai sentito parlare quelli – sono sicuro che li avete incontrati – che vi fanno venire la nausea, perché passano tutto il tempo a parlare di se stessi. E fanno gli spacconi, e non la smettono un momento: sono quelli che non hanno imbrigliato il loro istinto di tamburi maggiori. E poi ha altri effetti sulla personalità. Porta a mentire, a volte sulle persone importanti che si conoscono. Ci sono quelli che di conoscenze influenti ne hanno da vendere. E nell’amministrare il loro istinto di tamburo maggiore, non possono fare a meno di identificarsi con quelle persone che sono dette importanti. E se non state attenti vi faranno credere di conoscere chi non conoscono affatto. Conoscono questa persona benissimo, prendono il tè insieme. E poi fanno… questo e quell’altro. Ecco cosa succede. L’altro effetto, poi, è che fa sì che ci si impegni in attività che servono esclusivamente ad attrarre l’attenzione. I criminologi ci dicono che ci sono persone spinte al crimine proprio dall’istinto del tamburo maggiore. Non sembra loro di attrarre abbastanza attenzione attraverso i normali canali del comportamento sociale, e assumono un comportamento antisociale per attirare attenzione, per sentirsi importanti. Ed è così che arrivano a prendere la pistola. E prima di rendersene conto rapinano una banca in questa loro ricerca di riconoscimento, in questo loro voler essere importanti. E poi l’ultima grande tragedia della personalità distorta è il fatto che quando non si riesce a imbrigliare questo istinto, si finisce col cercare di schiacciare gli altri per elevare se stessi. E ogni volta che lo si fa ci si invischia in azioni tra le più immorali. Con la volontà di far male si diffonde il male, dicendo male degli altri, perché si cerca di schiacciarli per elevare se stessi. Ed è il grande compito della nostra vita imbrigliare l’istinto del tamburo maggiore. Ora, l’altro problema è che, quando non si imbriglia l’istinto del tamburo maggiore, questo suo aspetto incontrollato, allora si cerca di essere esclusivi e snob. Ora sappiamo tutti che questo è il pericolo dei club e delle conventicole. Io faccio parte di questa, faccio parte di questa e quell’altra. Io non dico che non ci debbano essere, dico solo che rappresentano un pericolo. Il pericolo è che possono diventare forze di classismo ed esclusivismo, per le quali talvolta si riceve una misura di gratificazione per il fatto che si tratti di cose esclusive, e ci si sente realizzati. Io faccio parte di questo club, ed è il migliore del mondo e non tutti vi sono ammessi. Così si finisce nello snobismo bello e buono. E sappiamo bene che può accadere all’interno della chiesa. So di chiese a cui è successo di trovarsi in questa situazione. Sono stato a visitare chiese dove mi hanno detto: «Abbiamo tanti dottori e tanti insegnanti, e tanti avvocati, e tanti uomini di affari nella nostra chiesa». E questo va bene, perché i dottori devono andare in chiesa, e così gli avvocati, gli uomini d’affari, gli insegnanti dovrebbero frequentare la chiesa. Ma lo dicono, eh sì, lo dicono a volte anche i predicatori, come se le altre persone non contassero. E la chiesa è il luogo in cui un dottore dovrebbe dimenticarsi di essere un dottore. La chiesa è quel luogo in cui un super­laureato dovrebbe dimenticarsi di essere un super-laureato. La chiesa è quel luogo in cui un insegnante dovrebbe dimenticarsi del titolo che ha davanti al nome. La chiesa è quel luogo in cui un avvocato dovrebbe dimenticarsi di essere un avvocato. Ed ogni chiesa che violi il precetto del «chiunque sia, fatelo entrare» è una chiesa morta, fredda, nient’altro che un piccolo club con una sottile apparenza di religiosità: quando la chiesa è fedele alla sua natura, dice «Chiunque sia, lasciatelo entrare». E non si propone affatto di soddisfare le perversioni dell’istinto del tamburo maggiore. E’ il luogo in cui ognuno dovrebbe essere uguale davanti a un comune maestro e salvatore. E da questo nasce una consapevolezza: che tutti gli uomini sono fratelli perché sono figli dello stesso padre. L’istinto del tamburo maggiore può condurre allo snobismo nel pensiero, e può condurre uno a convincersi che se ha un po’ piu di istruzione è anche un po’ meglio di coloro che non ce l’hanno, oppure se ha un po’ più di sicurezza economica è anche un po’ meglio di altre persone che non ce l’hanno. E questa è una perversione dell’istinto del tamburo maggiore. Ora l’altra cosa – e l’abbiamo sperimentato – è che porta al tragico pregiudizio razziale. Molti hanno scritto su questo problema; Lillian Smith ne ha scritto benissimo in alcuni dei suoi libri. E ne scriveva in modo tale da indurre uomini e donne a vedere quale fosse la vera origine del problema. Lo sapevate che gran parte dei problemi razziali deriva dall’istinto del tamburo maggiore? Questo bisogno che alcuni hanno di sentirsi superiori. Questo bisogno che alcuni hanno di essere primi e di sentire che la loro pelle bianca li ha destinati ad essere primi. E questo, loro lo dicono ripetutamente, in modi che abbiamo sotto gli occhi. Ed è successo che non molto tempo fa uno del Mississippi abbia detto che Dio era membro fondatore del Consiglio dei Cittadini Bianchi. E perciò essendo Dio membro fondatore significa che chiunque ne faccia parte ha una sorta di natura divina, una sorta di superiorità. E pensate che cosa ha comportato nella storia questa perversione dell’istinto del tamburo maggiore. Ha portato al più tragico pregiudizio, alle più tragiche espressioni di disumanità dell’uomo contro un altro uomo. Cerco sempre di operare un po’ di conversione quando sono in prigione. E quando eravamo in prigione l’altro giorno, i secondini bianchi erano tutti felici di venire intorno alla cella a parlare dei problemi razziali. E ci dimostravano come sbagliavamo nella nostra protesta. E ci dimostravano come la segregazione fosse giusta. E ci dimostravano come i matrimoni misti fossero sbagliati. E allora mi mettevo a predicare, e ci mettevamo a parlare: tranquillamente, perché erano loro che ne volevano parlare. E un giorno – era il secondo o il terzo – arrivammo a parlare di dove loro abitavano, e di quanto guadagnavano. E quando questi fratelli mi dissero quanto guadagnavano, io risposi: «Ma lo sapete? Dovreste scendere per le strade con noi. Siete poveri esattamente come i negri». E dissi ancora: «Siete stati messi nella condizione di dare il vostro sostegno al vostro stesso oppressore. Perché, per pregiudizio e cecità, non riuscite a vedere che le stesse forze che opprimono i negri nella società americana opprimono anche i bianchi poveri. E tutto quello che vi rimane è la soddisfazione di avere la pelle bianca, è l’istinto che hanno i tamburi maggiori di pensare di essere qualcuno perché siete bianchi. Ma siete così poveri che non riuscite nemmeno a mandare a scuola i vostri figli. Dovreste essere fuori per le strade con tutti noi, ogni volta che noi siamo fuori per le strade». Così infatti stanno le cose: che i bianchi poveri sono stati messi in questa condizione: che, per cecità e pregiudizio, sono costretti a dare il loro sostegno ai loro stessi oppressori e che la sola cosa che rimane loro è la falsa convinzione di essere superiori per la loro pelle bianca. Ma non riescono quasi a sfamarsi e a far quadrare il bilancio da una settimana all’altra. E questo lo si ritrova non soltanto nel contrasto razziale, lo si ritrova anche nel contrasto tra le nazioni. E vorrei sottoporre alla vostra attenzione, questa mattina, questo pensiero, che ciò che è ingiusto oggi nel mondo è che le nazioni del mondo sono impegnate in una contesa colossale e crudele per la supremazia. E che, se non accade qualcosa per porre fine a questa tendenza, temo seriamente che non saremo qui a parlare di Gesù Cristo e di Dio e della fratellanza tra gli uomini per molti anni. Se qualcuno non mette fine a questo impulso suicida che vediamo oggi all’opera nel mondo, nessuno di noi sarà vivo, perché qualcuno farà l’errore, in questo nostro insensato persistere nell’errore, di lasciar cadere da qualche parte una bomba nucleare, e allora ne cadranno altre. E non lasciatevi prendere in giro: non ci vogliono che secondi perché accada. In questo momento in Russia hanno bombe da venti megaton, in grado di distruggere in tre secondi una città delle dimensioni di New York, cancellando ogni persona e persino gli edifici. E noi possiamo fare la stessa cosa alla Russia e alla Cina. Ma questa è la china lungo la quale stiamo scivolando, e stiamo scivolando per la china perché i paesi sono infettati da questo istinto di tamburi maggiori. Debbo essere io il primo. Debbo avere io la supremazia. Il nostro paese deve dominare il mondo. E mi rattrista dire che il paese nel quale noi viviamo è il colpevole supremo. E continuerò a dirlo all’America, perché io l’amo troppo per vederla scivolare lungo questa china. Dio non disse all’America di fare quello che l’America sta ora facendo. Dio non disse all’America di impegnarsi in questa guerra del Vietnam. E in questa guerra noi siamo criminali. Abbiamo commesso quasi più crimini di guerra di ogni altro paese al mondo, e continuerò a dirlo all’America. E non mettiamo termine a questa guerra a causa del nostro orgoglio e dell’arroganza della nostra nazione. Dio però ha un suo modo di mettere al passo anche le nazioni. Il Dio che io prego dice: «Non scherzare con me». Dice, come diceva il Dio dell’Antico Testamento agli ebrei: «Israele, non scherzare con me. Babilonia, non scherzare con me. Fermatevi e riconoscete che io sono Dio. E se non vi fermate in questa vostra folle corsa, io mi leverò e manderò in frantumi la vostra forza». E questo può succedere anche all’America. Di tanto in tanto vado a rileggere il libro di Edward Gibbon, « Declino e caduta dell’Impero Romano ». E quando guardo l’America mi dico che la somiglianza è tremenda. Ed è così che abbiamo travisato il principio del tamburo maggiore. Permettetemi però di affrettarmi alla conclusione, perché voglio che voi comprendiate ciò che Gesù disse davvero, quale fu la risposta che Gesù diede a questi uomini: è molto interessante. Ci si sarebbe aspettati che Gesù dicesse: «Siete fuori strada. Siete egoisti. Perché mi fate questa domanda?». Ma non è questo che Gesù disse. Disse qualcosa di piuttosto diverso. Disse, in sostanza: «Ah, ho capito, volete essere i primi, volete essere grandi. Volete essere importanti. Volete avere peso. Giustissimo. Se volete essere miei discepoli, lo sarete». Lui però diede un nuovo ordine alle priorità. E disse: «Certo, non buttate via questo istinto. E’ un istinto buono, se usato bene. E’ un istinto buono, se non lo distorcete e non lo travisate. Non buttatelo via. Continuate ad avere questo bisogno di sentirvi importanti. Continuate ad avere questo bisogno di essere primi. Ma io voglio che voi siate primi nell’amore. Io voglio che voi siate primi nella perfezione morale. Io voglio che voi siate primi nella generosità. Ecco quello che voglio per voi». E Gesù trasformò la situazione dando una nuova definizione di grandezza. E sapete cosa disse? Disse: «Fratelli, io non vi posso dare la grandezza. E a dire il vero io non posso rendervi primi». Questo è ciò che Gesù disse a Giacomo e Giovanni. Vi dovete meritare queste cose. La vera grandezza non viene dai favoritismi, ma dall’essere pronti per la grandezza. E la destra e la sinistra non mi appartengono, appartengono a coloro che sono pronti. Quindi Gesù ci diede una nuova norma di grandezza. Volete essere importanti… magnifico. Volete essere riconosciuti… magnifico. Volete essere grandi… magnifico. Però riconoscete che colui che è più grande tra tutti voi sarà colui che vi serve. E’ questa la nostra nuova definizione della grandezza. E questa mattina, quello che mi piace di questa definizione… di questa definizione di grandezza è che questa implica che tutti possono essere grandi. Perché tutti possono servire. Non è necessario avere una laurea per servire. Non è necessario non fare errori di grammatica per servire. Non è necessario conoscere Platone e Aristotele per servire. Non è necessario conoscere la teoria della relatività di Einstein per servire. Non è necessario conoscere il secondo principio della termo­dinamica per servire. Basta un cuore ricolmo di grazia. Un’anima rigenerata dall’amore. E si può servire. Conosco un uomo, e voglio parlare di lui soltanto per un minuto, e forse voi scoprirete a poco a poco di chi sto parlando, perché quest’uomo fu un grande. E la sola cosa che fece fu servire. Nacque in un oscuro villaggio, figlio di una povera contadina. Poi crebbe in un altro oscuro villaggio, dove lavorò come falegname fino ai trent’anni. Poi per tre anni si mise in marcia e fu predicatore itinerante. E allora si mise a fare delle cose. Non possedeva molto. Non scrisse mai un libro. Non ricoprì mai un incarico. Non ebbe mai famiglia. Non possedette mai una casa. Non frequentò mai l’università. Non andò mai a visitare le grandi città. Non si allontanò mai più di 200 miglia da dove era nato. Non fece mai quelle cose solite che il mondo associa alla grandezza. Non aveva altre credenziali che se stesso. Aveva trentatrè anni quando l’opinione pubblica gli si rivoltò contro. Lo chiamarono mestatore. Lo chiamarono sobillatore. Lo chiamarono istigatore di folle. Praticava la disobbedienza civile; eludeva le ingiunzioni. Fu quindi consegnato ai suoi nemici e dovette affrontare la derisione di un processo. E l’ironia di tutto ciò fu che tutti i suoi amici lo consegnarono ai suoi nemici. Uno dei suoi amici più intimi lo rinnegò. Un altro dei suoi amici lo consegnò (letteralmente) ai suoi nemici. E mentre lui moriva, quelli che lo uccidevano tiravano a sorte i suoi vestiti, la sola cosa che possedesse al mondo. Dopo la sua morte fu sepolto in una tomba presa a prestito, per l’atto di pietà di un amico. Sono passati diciannove secoli, e oggi è lui la figura più influente che sia mai entrata nella storia dell’uomo. Tutti gli eserciti, tutte le flotte, tutti i parlamenti e tutti i re messi insieme non hanno influito sulla vita dell’uomo su questa terra quanto la sua vita solitaria. Il nome di quest’uomo vi è forse familiare. Oggi però, io sento che parlano di lui; ogni tanto uno dice: «E’ lui il re dei re». E poi sento uno che dice: «E’ lui il principe dei principi». Altrove uno dice: «In Cristo non c’è Oriente né Occidente». E continuano a parlare di lui… «In lui non c’è né Nord né Sud, ma una sola grande comunione nell’amore da un capo all’altro del mondo». Non possedeva nulla. Semplicemente andava per il mondo a servire, a fare del bene. Questa mattina potete essere voi alla sua destra e alla sua sinistra, se servite. E’ l’unico modo. Di tanto in tanto immagino che tutti noi pensiamo realisticamente a quel giorno in cui saremo vittime di quello che è il comune denominatore conclusivo della vita: quella cosa che chiamiamo morte. Tutti ci pensiamo. E a volte penso alla mia morte e penso al mio funerale. Ma non ci penso in modo morboso. Di tanto in tanto mi chiedo: «Che cosa vorrei fosse detto?». E lascio a voi, questa mattina, la parola. Se qualcuno di voi sarà in circolazione quando arriverò al mio ultimo giorno, non voglio un lungo funerale. E se troverete qualcuno che farà l’elogio funebre, ditegli di non parlare troppo a lungo. Di tanto in tanto mi chiedo che cosa vorrei che dicessero. Ditegli che non facciano menzione del fatto che ho ricevuto il premio Nobel per la pace: questo non ha alcuna importanza. Ditegli di non fare menzione del fatto che ho ricevuto tre o quattrocento altri premi: questo non ha alcuna importanza. Ditegli di non fare menzione della scuola che ho frequentato. Vorrei, quel giorno, che qualcuno facesse menzione del fatto che M. L. King ha cercato di dare la sua vita nel servizio degli altri. Vorrei che quel giorno qualcuno dicesse che M. L. King ha cercato di amare i suoi simili. Voglio che diciate quel giorno che ho cercato di essere obiettivo su questo problema della guerra. Voglio che quel giorno diciate che ho davvero cercato di dare da mangiare agli affamati. E voglio che quel giorno siate in grado di dire che ho davvero cercato, nella mia vita, di vestire coloro che girano nudi. Voglio che quel giorno diciate che ho davvero cercato, nella mia vita, di visitare i carcerati. Voglio che diciate che ho cercato di amare e di servire l’umanità. Sì, se volete dire che ero un tamburo maggiore, dite che ero un tamburo maggiore per la causa della giustizia, dite che ero un tamburo maggiore per la pace; che ero un tamburo maggiore per l’onestà. E tutte quelle altre cose senza spessore non importeranno. Non avrò denaro da lasciare dietro di me. Non avrò cose belle e lussuose da lasciare dietro di me. Voglio lasciare dietro di me soltanto una vita di impegno. Ed ecco tutto quello che voglio dire… se sono in grado di aiutare qualcuno al mio passaggio, se sono in grado di rallegrare qualcuno con una parola o un canto, se sono in grado di mostrare a qualcuno che non è sulla retta via, allora non sarò vissuto invano. Se sarò in grado di fare il mio dovere come lo deve fare un cristiano, se sarò in grado di portare la salvezza a qualcuno nel mondo, se sarò in grado di diffondere il messaggio insegnato dal Maestro, allora non sarò vissuto invano. Sì, Gesù, voglio essere seduto alla tua destra o alla tua sinistra, ma non per egoismo. Voglio sedere alla tua destra o dove tu collochi i migliori, non per motivi o ambizioni politiche; voglio sedere là per l’amore e la giustizia e la verità e l’impegno verso gli altri, così che sia possibile fare di questo mondo un mondo nuovo.

 

Publié dans:MARTIN LUTHER KING, SCRITTI |on 23 février, 2016 |Pas de commentaires »

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31