Archive pour le 22 février, 2016

Exultet 1 di Bari

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QUELLA PERCEZIONE DELLA CHIESA COME “LUCE RIFLESSA” CHE UNISCE I PADRI DEL PRIMO MILLENNIO E IL CONCILIO VATICANO II

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QUELLA PERCEZIONE DELLA CHIESA COME “LUCE RIFLESSA” CHE UNISCE I PADRI DEL PRIMO MILLENNIO E IL CONCILIO VATICANO II

L’ultimo Concilio riconosce che il punto sorgivo della Chiesa non è la Chiesa stessa, ma la presenza viva di Cristo che edifica personalmente la Chiesa. La luce che è Cristo si riflette come in uno specchio nella Chiesa

del cardinale Georges Cottier, op  

Nell’ormai prossimo 2012 cadranno i cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II. A mezzo secolo di distanza, quello che è stato un avvenimento maggiore della vita della Chiesa continua a suscitare dibattiti – che probabilmente si intensificheranno nei prossimi mesi – su quale sia l’interpretazione più adeguata di quella assemblea conciliare. Le dispute di carattere ermeneutico, certo importanti, rischiano però di diventare controversie per addetti ai lavori. Mentre può interessare a tutti, soprattutto nel momento presente, riscoprire quale sia stata la sorgente ispiratrice che ha animato il Concilio Vaticano II. La risposta più comune riconosce che quell’evento era mosso dal desiderio di rinnovare la vita interiore della Chiesa e adattare anche la sua disciplina alle nuove esigenze per riproporre con nuovo vigore la sua missione nel mondo attuale, attenta nella fede ai «segni dei tempi». Ma per andare più alla radice, occorre cogliere quale era il volto più intimo della Chiesa che il Concilio si proponeva di riconoscere e ripresentare al mondo, nel suo intento di aggiornamento. Il titolo e le prime righe della costituzione dogmatica conciliareLumen gentium, dedicata alla Chiesa, sono in questo senso illuminanti nella loro chiarezza e semplicità: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che risplende sul volto della Chiesa». Nell’incipit del suo documento più importante, l’ultimo Concilio riconosce che il punto sorgivo della Chiesa non è la Chiesa stessa, ma la presenza viva di Cristo che edifica personalmente la Chiesa. La luce che è Cristo si riflette come in uno specchio nella Chiesa. La coscienza di questo dato elementare (la Chiesa è il riflesso nel mondo della presenza e dell’agire di Cristo) illumina tutto ciò che l’ultimo Concilio ha detto sulla Chiesa. Il teologo belga Gérard Philips, che della costituzione Lumen gentium fu il principale redattore, mise in evidenza proprio questo dato all’inizio del suo monumentale commento al testo conciliare. Secondo lui, «la costituzione sulla Chiesa adotta sin dall’inizio la prospettiva cristocentrica, prospettiva che si affermerà istantaneamente nel corso di tutta l’esposizione. La Chiesa ne è profondamente convinta: la luce delle genti si irradia non da essa, ma dal suo divino Fondatore: pure, la Chiesa sa bene che, riflettendosi sul suo volto, questo irradiamento raggiunge l’umanità intera» (La Chiesa e il suo mistero nel Concilio Vaticano II: storia, testo e commento della costituzione Lumen gentium, Jaca Book, Milano 1975, v. I, p. 69). Una prospettiva di sguardo ripresa fin nelle ultime righe dello stesso commento, nelle quali Philips ripeteva che «non sta a noi profetare sul futuro della Chiesa, sui suoi insuccessi e sviluppi. Il futuro di questa Chiesa, di cui Dio ha voluto fare il riflesso di Cristo, Luce dei Popoli, sta nelle Sue mani» (ibid. v. II, p. 314). La percezione della Chiesa come riflesso della luce di Cristo accomuna il Concilio Vaticano II ai Padri della Chiesa, che fin dai primi secoli ricorrevano all’immagine del mysterium lunae, il mistero della luna, per suggerire quale fosse la natura della Chiesa e l’agire che le conviene. Come la luna, «la Chiesa splende non di propria luce, ma di quella di Cristo» («fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine»), dice sant’Ambrogio. Mentre per Cirillo d’Alessandria «la Chiesa è circonfusa dalla luce divina di Cristo, che è l’unica luce nel regno delle anime. C’è dunque una sola luce: in quest’unica luce splende tuttavia anche la Chiesa, che non è però Cristo stesso». In questo senso, merita attenzione la valutazione offerta di recente dallo storico Enrico Morini in un intervento ospitato sul sito www.chiesa.espressonline.it curato da Sandro Magister. Secondo Morini – che è professore di Storia del cristianesimo e delle Chiese presso l’Università di Bologna – il Concilio Vaticano II si è posto «nella prospettiva della più assoluta continuità con la tradizione del primo millennio, secondo una periodizzazione non puramente matematica ma essenziale, essendo il primo millennio di storia della Chiesa quello della Chiesa dei sette Concili, ancora indivisa […]. Promuovendo il rinnovamento della Chiesa il Concilio non ha inteso introdurre qualcosa di nuovo – come rispettivamente desiderano e temono progressisti e conservatori – ma ritornare a ciò che si era perduto». L’osservazione può creare equivoci, se viene confusa con il mito storiografico che vede la vicenda storica della Chiesa come una progressiva decadenza e un allontanamento crescente da Cristo e dal Vangelo. Né si possono accreditare contrapposizioni artificiose per le quali lo sviluppo dogmatico del secondo millennio non sarebbe conforme alla Tradizione condivisa durante il primo millennio dalla Chiesa indivisa. Come ha evidenziato il cardinale Charles Journet, rifacendosi anche al beato John Henry Newman e al suo saggio sullo sviluppo del dogma, il depositum che abbiamo ricevuto non è un deposito morto, ma un deposito vivente. E tutto ciò che è vivente si mantiene in vita sviluppandosi. Allo stesso tempo, va colta come un dato oggettivo la corrispondenza tra la percezione della Chiesa espressa nella Lumen gentium e quella già condivisa nei primi secoli del cristianesimo. La Chiesa non viene cioè presupposta come un soggetto a sé stante, prestabilito. La Chiesa rimane al dato che la sua presenza nel mondo fiorisce e permane come riconoscimento della presenza e dell’azione di Cristo. La Trasfigurazione, mosaico della prima metà dell’XI secolo del monastero di Hosios Loukas, Daphni, Grecia La Trasfigurazione, mosaico della prima metà dell’XI secolo del monastero di Hosios Loukas, Daphni, Grecia A volte, anche nella nostra più recente attualità ecclesiale, questa percezione del punto sorgivo della Chiesa sembra per molti cristiani offuscarsi, e sembra avvenire una sorta di rovesciamento: da riflesso della presenza di Cristo (che con il dono del Suo Spirito edifica la Chiesa) si passa a percepire la Chiesa come una realtà materialmente e idealmente impegnata ad attestare e realizzare da sé la propria presenza nella storia. Da questo secondo modello di percezione della natura della Chiesa, che non è conforme alla fede, discendono conseguenze concrete. Se, come si deve, la Chiesa si percepisce nel mondo come riflesso della presenza di Cristo, l’annuncio del Vangelo non può che avvenire nel dialogo e nella libertà, rinunciando a ogni mezzo di coercizione sia materiale che spirituale. È la strada indicata da Paolo VI nella sua prima enciclica Ecclesiam Suam, pubblicata nel 1964, che esprime perfettamente lo sguardo sulla Chiesa proprio del Concilio. Anche lo sguardo che il Concilio ha rivolto sulle divisioni tra i cristiani e poi sui credenti delle altre religioni, rifletteva la stessa percezione della Chiesa. Così anche la richiesta di perdono per le colpe dei cristiani, che ha stupito e fatto discutere in seno al corpo ecclesiale quando fu presentata da Giovanni Paolo II, è perfettamente consonante con la coscienza di Chiesa fin qui descritta. La Chiesa chiede perdono non per seguire logiche di onorabilità mondana. Ma perché riconosce che i peccati dei suoi figli offuscano la luce di Cristo che essa è chiamata a lasciar riflettere sul suo volto. Tutti i suoi figli sono peccatori chiamati per l’azione della grazia alla santità. Una santificazione che è sempre dono della misericordia di Dio, il quale desidera che nessun peccatore – per quanto orribile sia il suo peccato – venga ghermito dal maligno nella via della perdizione. Così si comprende la formula del cardinal Journet: la Chiesa è senza peccato, ma non senza peccatori. Il riferimento alla vera natura della Chiesa come riflesso della luce di Cristo ha anche immediate implicazioni pastorali. Purtroppo, nell’attuale contesto, si registra la tendenza di vescovi a esercitare il proprio magistero attraverso pronunciamenti per via mediatica, in cui spesso si forniscono prescrizioni, istruzioni e indicazioni su cosa devono o non devono fare i cristiani. Come se la presenza dei cristiani nel mondo fosse il prodotto di strategie e prescrizioni e non sorgesse dalla fede, cioè dal riconoscimento della presenza di Cristo e del suo messaggio. Forse, nel mondo attuale, sarebbe più semplice e confortante per tutti poter ascoltare pastori che parlano a tutti senza dare per presuppostala fede. Come ha riconosciuto Benedetto XVI durante la sua omelia a Lisbona il 11 maggio 2010, «spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia e ciò, purtroppo, è sempre meno realista».

 

PAPA FRANCESCO – UNA LUCE MITE, UMILE E PIENA D’AMORE

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20130903_luce-umile.html

PAPA FRANCESCO – UNA LUCE MITE, UMILE E PIENA D’AMORE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Una luce mite, umile e piena d’amore

Martedì, 3 settembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 201, Merc. 4/09/2013)

L’umiltà, la mitezza, l’amore, l’esperienza della croce sono i mezzi attraverso i quali il Signore sconfigge il male. E la luce che Gesù ha portato nel mondo vince la cecità dell’uomo, spesso abbagliato dalla falsa luce del mondo, più potente ma ingannevole. Sta a noi saper discernere quale luce viene da Dio. È questo il senso della riflessione proposta da Papa Francesco durante la messa celebrata questa mattina, martedì 3 settembre, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Commentando la prima lettura, il Santo Padre si è soffermato sulla «bella parola» che san Paolo rivolge ai Tessalonicesi: «Voi fratelli non siete nelle tenebre… siete tutti figli della luce e figli del giorno, non della notte. Noi non apparteniamo alla notte né alle tenebre» (1 Ts 5,1-6, 9-11). È chiaro, ha spiegato il Papa, quello che vuole dire l’apostolo: «l’identità cristiana è identità della luce, non delle tenebre». E Gesù ha portato questa luce nel mondo. «San Giovanni — ha precisato Papa Francesco — nel primo capitolo del suo Vangelo ci dice “la luce è venuta nel mondo”, lui, Gesù». Una luce che «non è stata ben voluta dal mondo», ma che tuttavia «ci salva dalle tenebre, dalle tenebre del peccato». Oggi, ha proseguito il Pontefice, si pensa che sia possibile ottenere questa luce che squarcia le tenebre attraverso tanti ritrovati scientifici e altre invenzioni dell’uomo, grazie ai quali «si può conoscere tutto, si può avere scienza di tutto». Ma «la luce di Gesù — ha avvertito Papa Francesco — è un’altra cosa. Non è una luce di ignoranza, no, no! È una luce di sapienza, di saggezza; ma è un’altra cosa. La luce che ci offre il mondo è una luce artificiale. Forse forte, più forte di quella di Gesù, eh?. Forte come un fuoco di artificio, come un flash della fotografia. Invece la luce di Gesù è una luce mite, è una luce tranquilla, è una luce di pace. È come la luce della notte di Natale: senza pretese. È così: si offre e dà pace. La luce di Gesù non fa spettacolo; è una luce che viene nel cuore. È vero che il diavolo, e questo lo dice san Paolo, tante volte viene travestito da angelo di luce. A lui piace imitare la luce di Gesù. Si fa buono e ci parla così, tranquillamente, come ha parlato a Gesù dopo il digiuno nel deserto: “se tu sei il figlio di Dio fa’ questo miracolo, buttati giù dal tempio” fa’ lo spettacolo! E lo dice in una maniera tranquilla» e perciò ingannevole. Per questo Papa Francesco ha raccomandato di «chiedere tanto al Signore la saggezza del discernimento per riconoscere quando è Gesù che ci dà la luce e quando è proprio il demonio travestito da angelo di luce. Quanti credono di vivere nella luce ma sono nelle tenebre e non se ne accorgono!». Ma com’è la luce che ci offre Gesù? «Possiamo riconoscerla — ha spiegato il Santo Padre — perché è una luce umile. Non è una luce che si impone, è umile. È una luce mite, con la forza della mitezza; è una luce che parla al cuore ed è anche una luce che offre la croce. Se noi, nella nostra luce interiore, siamo uomini miti sentiamo la voce di Gesù nel cuore e guardiamo senza paura alla croce nella luce di Gesù». Ma se, al contrario, ci lasciamo abbagliare da una luce che ci fa sentire sicuri, orgogliosi e ci porta a guardare gli altri dall’alto, a sdegnarli con superbia, certamente non ci troviamo in presenza della «luce di Gesù». È invece «luce del diavolo travestito da Gesù — ha detto il Vescovo di Roma — da angelo di luce. Dobbiamo distinguere sempre: dove è Gesù c’è sempre umiltà, mitezza, amore e croce. Mai troveremo infatti Gesù senza umiltà, senza mitezza, senza amore e senza la croce. Lui ha fatto per primo questa strada di luce. Dobbiamo andare dietro a lui senza paura», perché «Gesù ha la forza e l’autorità per darci questa luce». Una forza descritta nel brano del Vangelo della liturgia odierna, nel quale Luca narra l’episodio della cacciata, a Cafarnao, del demonio dall’uomo posseduto (cfr. Lc 4, 16-30). «La gente — ha sottolineato il Papa commentando la lettura — era presa dal timore e, dice il Vangelo, si domandava: “che parola è mai questa che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?”. Gesù non ha bisogno di un esercito per scacciare via i demoni, non ha bisogno della superbia, non ha bisogno della forza, dell’orgoglio». Qual è questa parola «che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?», si è chiesto il Pontefice. «È una parola — è stata la sua risposta — umile, mite, con tanto amore». È una parola che ci accompagna nei momenti di sofferenza, che ci avvicinano alla croce di Gesù. «Chiediamo al Signore — è stata l’esortazione conclusiva di Papa Francesco — che ci dia oggi la grazia della sua luce e ci insegni a distinguere quando la luce è la sua luce e quando è una luce artificiale fatta dal nemico per ingannarci».

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 22 février, 2016 |Pas de commentaires »

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