Archive pour le 19 février, 2016

Trasfigurazione del Signore

Trasfigurazione del Signore dans immagini sacre big52282126535549

http://eng.isaak.spb.ru/sampsonievsky/inside/full

Publié dans:immagini sacre |on 19 février, 2016 |Pas de commentaires »

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ENZO BIANCHI)

http://www.gesusacerdote.org/index.php?option=com_content&view=article&id=326:trasfigurazione-del-signore-enzo-bianchi&catid=45:spiritualita&Itemid=81

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (ENZO BIANCHI)

La sequela di Cristo se ben vissuta diventa un’esperienza di bellezza, salvezza, trasfigurazione

Poco prima del brano che è stato proclamato nel vangelo secondo Luca, Gesù ha detto ai discepoli alcune parole importanti, di preparazione a questo evento della trasfigurazione: “In verità io dico a voi: ci sono alcuni qui presenti che non gusteranno la morte prima di aver visto il regno di Dio” (Lc 9,27). Dopo la confessione di Pietro, l’annuncio della sua passione, il richiamo alla sua sequela (cf. Lc 9,18-26), Gesù fa questo annuncio enigmatico: alcuni di quei discepoli stretti attorno a lui, i Dodici, vedranno il regno di Dio prima di morire. Gesù non solo aveva annunciato il regno di Dio come veniente, ma aveva fatto del regno di Dio il centro della sua predicazione. Gesù non ha parlato molto di Dio ma piuttosto ha annunciato il suo regno. Conosciamo bene la promessa che Gesù: “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14; Mt 4,17), e questa era l’attesa che lui viveva e chiedeva ai discepoli di vivere. Il Dio di Gesù, il Padre suo, aspetta gli uomini non solo perché lo incontrino, ma per dare loro una terra nuova in cui sarà Signore e regnerà, ma una terra nuova dove gli uomini troveranno in pienezza e non più segnato dal male ciò che hanno trovato su questa terra. Gesù non a caso ha parlato molto del regno di Dio, o meglio lo ha evocato come terra nuova, come beatitudine, come banchetto e soprattutto come comunione tra uomini che hanno vissuto su questa terra. Come cristiani noi dovremmo essere più attenti: Gesù si è interessato più del regno di Dio che di Dio stesso, perché il regno di Dio è Dio con gli uomini, non senza gli uomini, non senza questo mondo.

Ed ecco, “otto giorni dopo” – precisa Luca – il compimento di questa promessa. Nell’ottavo giorno, il giorno della restaurazione di tutte le cose, il giorno del rinnovamento di tutta la creazione, dopo il settimo giorno del compimento, i discepoli vedono il regno di Dio promesso da Gesù e vedono come Dio regna. Ecco, nell’ottavo giorno dopo queste parole – e Luca insiste: “otto giorni dopo queste parole” – Gesù prende con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e sale sul monte a pregare. Ma mentre pregava “avvenne”, avvenne qualcosa, c’è stata un’azione che soltanto Dio poteva operare: il volto di Gesù diventò altro, le sue vesti di un bianco sfolgorante; non solo, accanto a Gesù così mutato nel suo aspetto, appaiono nella forma gloriosa Mosè ed Elia, viventi dunque nel regno di Dio. Non solo Gesù è nella luce, ma anche Mosè ed Elia sono nella luce, e la luce indica la gloria di Dio. Potremmo dire che questa è stata una manifestazione della gloria di Dio, del regno di Dio attraverso Gesù, Mosè ed Elia; ed è questo, per quanto è possibile, che i discepoli hanno visto. Avevano seguito Gesù coinvolti nella sua vita, avevano condiviso con lui per anni la quotidianità, avevano anche conosciuto Gesù nella sua fragilità, nella sua debolezza, ma ora lo vedono nella sua bellezza. Potremmo dire che la sequela dei discepoli diventa nella trasfigurazione anche un’esperienza estetica, un’esperienza di bellezza, contemplazione che provoca un rapimento, un ékstasis, un’uscita da se stessi, veramente rapiti dalla forza di ciò che è bello. I tre discepoli sono stati strappati agli altri nove, sono stati presi, portati dove con le loro forze non sarebbero mai giunti e sono rapiti dalla bellezza del regno di Dio. È il regno ciò che vedono, in cui c’è la vita eterna, in cui c’è l’Adam trasfigurato, che è Gesù Cristo con la sua carne gloriosa; è il regno nel quale vivono Mose ed Elia; è il regno in cui c’è comunicazione, grazie alla quale Mosè ed Elia parlano con Gesù. Mosè ed Elia hanno vissuto in questo mondo, ormai da secoli sono morti, ma nel regno continuano a vivere, e la loro comunicazione continua: come avevano comunicato quando erano sulla terra, comunicatori tra Dio e gli uomini, adesso sono in comunicazione con Cristo. Ma in questo evento glorioso Luca precisa che Mosè ed Elia “parlano con Gesù dell’esodo (éxodos), l’esodo che Gesù stava per compiere a Gerusalemme”; parlano della Pasqua prossima di Gesù; parlano – unico caso in tutto il Nuovo Testamento – dell’uscita di Gesù da questa vita, da questo mondo. Proprio Luca è il solo a parlare di “entrata” (eísodos: At 13,24) per l’incarnazione, parla di entrata nel regno per l’ascensione di Cristo (cf. Lc 24,51; At 1,9-11), e qui parla di éxodos, di uscita, dunque di quella che sarà la passione che si completerà nella morte di Gesù, la fine della sua vita. Gesù deve “compiere” – il verbo qui usato da Luca è molto significativo –, deve compiere il disegno di Dio assunto fin dalla sua vocazione, deve compiere questo passaggio in vista della gloria: di questo parla con la Legge e i Profeti. È una necessitas, è una necessità, una necessità dovuta a questo mondo, dovuta a questa umanità che siamo noi, segnata dal peccato. Proprio prima della trasfigurazione aveva annunciato: “È necessario (deî) che il Figlio dell’uomo soffra molte cose, sia respinto, sia ucciso e il terzo giorno risorga” (cf. Lc 9,22). È una necessità perché non può essere diversamente. Non che ci sia un fato, non che ci sia un destino e neppure un decreto dall’alto. Non è il Padre di Gesù che lo vuole, ma questo è l’assetto di questo mondo e di questa umanità, perché gli uomini e le donne di questo mondo non sono capaci di giustizia, ma operano l’ingiustizia, quella che fa soffrire molte cose (pollà), quella che porta a respingere colui che è giusto.Siamo noi, il nostro mondo, la nostra umanità che non sopporta l’apparire della giustizia: quando appare la giustizia accade in noi una dinamica di odio, di inimicizia, di rigetto, non sopportiamo di vedere la giustizia. Così è avvenuto a Gesù e così avviene a ogni cristiano che vuole restare nel regime della giustizia, che non vuole sedurre, che non vuole compiacere, che non vuole essere lui l’idolo acclamato dagli altri. Le sante Scritture dell’antica economia, insieme concordi, confermano a Gesù la necessitas della passione, del soffrire molte cose. Ora, per tutti la morte è un evento doloroso, perché avviene nella sofferenza psichica e fisica, ma nel caso dell’esodo di Gesù c’è un aggravamento, c’è un accrescimento di sofferenza, perché la sua è anche una sofferenza spirituale, una sofferenza nello spirito, quello spirito che ha animato e ispirato la sua vita e che vive la più grande contraddizione proprio in occasione del suo esodo da questo mondo. Non si può ridurre la passione di Gesù soltanto alle sofferenze della tortura e della crocifissione, alle sofferenze fisiche. Io credo che è solo per questo che gli evangelisti, e Luca in particolare (cf. Lc 22,39-46), testimoniano la sofferenza di Gesù più nell’orto degli ulivi, dove c’è stata la sua sofferenza nello spirito, che non nel momento delle angherie dei soldati o nell’ora della croce. È stata una sofferenza soprattutto interiore quella di Gesù, la sofferenza faticosa di chi legge l’esito della propria vocazione e della propria missione, di chi conosce e misura la viltà, la tiepidezza, l’inconcludenza e soprattutto la menzogna che gli regnavano attorno. È una necessità per Gesù affrontare quell’ora dell’esodo, dell’uscita da questa vita nella forma che il profeta deve vivere – morire a Gerusalemme (cf. Lc 13,33) –, o meglio, nel linguaggio di Gesù, compiere ciò che è giustizia (cf. Mt 3,15) a Gerusalemme.

Di questo evento della trasfigurazione i discepoli vedono solo la luce la gloria, lo splendore; solo Gesù, Mosè ed Elia vivono questo evento conoscendo anche la necessità della passione. Non è un caso che i discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo, qui testimoni della gloria, erano pure oppressi dal sonno, ma restarono in veglia per contemplare la bellezza del loro rabbi e profeta; ma proprio questi tre, i più vicini a Gesù, nell’ora dell’esodo di Gesù saranno “addormentati a causa della tristezza” (apò tês lýpes: Lc 22,45), nonostante il triplice invito di Gesù a vegliare e pregare per non entrare in tentazione. Là dormiranno, cioè non saranno presenti, non saranno svegli, sicché poi nell’esodo Gesù sarà completamente solo, con la sola certezza che doveva compiere (pleroûn) ciò che doveva essere fatto, senza arretrare, perché altrimenti avrebbe smentito il suo passato, la sua vita. Ma ecco l’altro evento, introdotto da Luca di nuovo con il kaì eghéneto: “E avvenne, una voce dal cielo dicente: “Questi è il mio Figlio, l’eletto; ascoltate lui!”. Al cuore della trasfigurazione, di quella conversazione sull’esodo pasquale di Gesù, c’è la voce del Padre che conferma che Gesù è suo Figlio, che Gesù è proprio l’uomo che lui ha scelto. Ormai occorre ascoltare soltanto lui, Parola del Padre, Parola in cui sono eloquenti Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, Parola sola, che resta sola. Questo l’essenziale messaggio della trasfigurazione, messaggio rivolto a tutti noi, ma in modo particolare questa sera a Fabio, nostro fratello. La vita monastica è una chiamata a vivere con particolare consapevolezza la ricerca, la visione del volto di Dio che è Gesù Cristo. La vita monastica è una vocazione alla contemplazione della bellezza; anzi, la bellezza deve riverberarsi nella vita di un monaco. Gregorio di Nazianzo dice che Gesù per un monaco è la bellezza oltre ogni speranza, e proprio questa bellezza di Gesù deve compiere un’azione di trasformazione nella vita del monaco. Agostino nella sua Regola afferma che i monaci devono essere degli innamorati della bellezza, “spiritalis pulchritudinis amatores” (VIII,48), uomini ardenti di amore, innamorati della bellezza, capaci di diffondere il profumo di Cristo: questa è la loro vocazione! E Fabio non deve dimenticare mai che questo è un compito, un esercizio da rinnovarsi ogni giorno contro la bruttezza che magari altri scaglieranno, contro la banalità, contro la mancanza di stile, contro il lasciarsi trascinare, tutte cose che possono accadere anche nella comunità monastica. Ma un monaco che adempie la sua vocazione non permette alla bruttezza che lo attornia di offendere o attutire quella bellezza che gli può dare Cristo.

21 FEBBRAIO 2016 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/03-Quaresima_C/Omelie/02a-Domenica-Quaresima-C/12-02a-Domenica-C_2016-UD.htm

21 FEBBRAIO 2016 | 2A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Ogni anno nella seconda domenica di Quaresima ci viene proposto il vangelo della trasfigurazione. Gesù ci presenta sin da ora il suo volto luminoso, che preannuncia la risurrezione. A lui guardiamo per dare un significato pieno al nostro cammino quaresimale.

La parola di Dio Genesi 15,5-12.17-18. Con Abramo incomincia la storia della salvezza, compromessa sin dall’origine dell’umanità. Il patriarca Abramo si fida di Dio e attraverso un solenne rito stringe con lui un patto di alleanza. Filippesi 3,17-4,1. Paolo esorta gli abitanti di Filippi a vivere « saldi nel Signore », sapendo che il nostro corpo mortale è destinato a condividere la gloria di Gesù. Luca 9,28b-36. Il racconto della trasfigurazione secondo Luca. Gesù si presenta glorioso agli occhi degli apostoli, tra Mosè ed Elia, testimoni autorevoli dell’antico testamento, e riceve l’investitura del Padre, prima di incamminarsi verso Gerusalemme.

Riflettere La domenica si apre con il suggestivo brano che descrive il rito di alleanza tra Iahvè e Abramo. Abramo si è fidato di Dio e delle sue promesse, ha lasciato la sua terra. È anziano e non ha figli, ma Iahvè gli ha assicurato solennemente: « Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle: tale sarà la tua discendenza » (Gn 15,5). Dopo l’avventura di Noè, l’uomo si è dimenticato nuovamente di Dio. Ora la storia della salvezza riprende con le fede forte di Abramo. Non sarà sempre facile per questo anziano patriarca fidarsi di Dio. Iahvè lo metterà duramente alla prova, ma la sua fede non verrà meno e Iahvè troverà finalmente un uomo dalla fede sicura. Gli dirà dopo averlo sottoposto alla prova più dura, il sacrificio del figlio Isacco: « Perché tu hai obbedito alla mia voce, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare » (Gn 22,17-18). La lettura di oggi descrive il rito a cui Iahvè si è sottoposto per esprimere l’alleanza che ha voluto stringere con Abramo. A quel tempo presso i nomadi della Mesopotamia i patti solenni venivano stretti con una cerimonia primitiva, ma piuttosto suggestiva: si prendeva un animale e lo si divideva in due. I due contraenti poi si impegnavano nel giuramento di fedeltà passando in mezzo agli animali divisi, dicendo: « Che io sia diviso in due come questi animali, se verrò meno a questo patto! ». Nel racconto che ci viene proposto, un audace antropomorfismo presenta Iahvè che passa tra gli animali divisi sotto forma di un braciere fumante. Si direbbe anzi che solo Dio passi tra gli animali per suggellare l’alleanza, come a sottolineare che è soprattutto lui a impegnarsi in un patto di alleanza totalmente gratuito. Di fatto sarà solo Dio a essere fedele sempre, mentre i discendenti di Abramo in più occasioni non confermeranno con la loro vita la fedeltà del loro antenato. Il vangelo presenta l’episodio della trasfigurazione nel racconto di Luca. Come dicevamo, ogni anno in questa seconda domenica di quaresima viene proposto questo episodio della vita di Cristo, che è presente nei tre vangeli sinottici, ed è testimoniato anche nel primo capitolo della seconda lettera di Pietro, dove racconta: « Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: « Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento ». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte » (1,16-18). La trasfigurazione secondo il racconto di Luca ha alcune particolarità. La prima è che Gesù è salito sul monte per pregare. Troviamo spesso nel vangelo di Luca Gesù in preghiera e lo fa a lungo, a volte sembra addirittura che ci passi l’intera notte. Gesù prega soprattutto prima di compiere un gesto importante, per esempio prima di scegliere i dodici apostoli. Dice Luca: « Egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli » (Lc 6,12-13). Questa volta Luca racconta che mentre Gesù sta pregando, « il suo volto cambiò d’aspetto ». Non parla esplicitamente di trasfigurazione, ma appunto di « cambiamento di aspetto ». A tu per tu con il Padre, il volto di Gesù diventa luminoso, così come era capitato a Mosè, dopo essersi incontrato con Dio. Accanto a Gesù compaiono due personaggi centrali dell’antico testamento: Mosè ed Elia. Essi simboleggiano la legge e i profeti. Quasi a dire che tutto l’antico testamento è orientato a Gesù. Gesù stesso lo conferma, quando ai discepoli diretti a Emmaus dice: « Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui » (Lc 24,25-27). Luca ricorda di che cosa parlano Mosè ed Elia: « Parlavano del suo esodo », cioè della sua passione e morte. Ecco, parlavano di ciò che era stato più volte predetto dai profeti: « Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori: è stato trafitto per le nostre colpe » (cf Is 53,4-8). « Mosè ed Elia sono due esperti di esodi: l’uno ha guidato Israele nel deserto per quarant’anni dalla schiavitù alla libertà, attraverso la Pasqua; l’altro ha camminato quaranta giorni e quaranta notti per raggiungere il monte dove avverrà la manifestazione di Dio in un « sussurro di vento leggero » (1Re 129,7-13). Entrambi, secondo la tradizione giudaica innestata sulla narrazione biblica, sono stati rapiti in cielo, trovando così una morte trasfigurata. Essi però non parlano del loro esodo, ma di quello di Gesù a Gerusalemme: lui non sarà rapito in cielo e la sua morte sarà una morte violenta, in croce » (Guido Benzi). Evidentemente la preghiera di Gesù era orientata a prepararsi alla prova che avrebbe subito a Gerusalemme, dove appena discenderà dal monte si dirigerà insieme agli apostoli. Scrive Luca nello stesso capitolo 9: « Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme » (51). I tre apostoli che partecipano alla scena non sembra che comprendano ciò che sta capitando. Restano coinvolti, vedono il cambiamento del volto di Gesù, entrano anch’essi nella nube e vengono a contatto con il mondo di Dio, ma ne hanno paura. È la paura di chi fa un’esperienza troppo forte e ne resta disorientato. « Erano oppressi dal sonno », dice Luca. Non sarà l’unica volta. Capiterà anche al Getsemani, alla vigilia della passione di Gesù, quando lo lasceranno solo. Probabilmente non è un sonno tranquillo, bensì il sonno di chi è sconcertato per la piega che prendono le cose ed è disorientato, deluso. Ma questo sonno fa pensare anche all’attesa di qualcosa di speciale e di inatteso, lo stesso sonno-torpore di Abramo quando sta per stringere il patto di alleanza con Iahvè. Si sente la voce del Padre che dice di ascoltare il Figlio e Pietro non dimenticherà più questa voce (2Pt 1,16-18). Lui che, preso dalla straordinarietà e dalla bellezza dell’evento, cerca di prolungarlo: « Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia… ». Ma Luca commenta: « Non sapeva quello che diceva ». Alla fine Gesù rimane solo. È la solitudine di Gesù, che raccoglie su di sé l’esperienza dell’antico testamento (Mosè ed Elia non ci sono più) e si incammina verso la Pasqua. Farà l’esperienza dell’abbandono più tragico, ma porterà a compimento i progetti di salvezza del Padre.

Attualizzare L’episodio della trasfigurazione, come dicevamo, ritorna tutti gli anni ed è molto conosciuto. È anche ben rappresentato nell’arte: basti pensare alla trasfigurazione vaticana di Raffaello. Nella sua vita Gesù compie miracoli sensazionali, ma lo fa sempre con discrezione, senza dare spettacolo. Il suo stile è la normalità. Prende ciechi e sordi in disparte, dice ai miracolati di non diffondere la notizia, e quando il miracolo coinvolge migliaia di persone, sparisce per tuffarsi nella preghiera. Questa volta invece Gesù si dà a un’esperienza fortemente appariscente, che i discepoli non dimenticheranno più. Ma anche in questo caso, almeno nella redazione di Matteo e di Marco, Gesù dice loro di non parlate a nessuno di questa visione, « prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti » (cf Mt 17,9; Mc 9,9). Ci sono episodi che ci danno la misura della identità di Gesù: quello delle tentazioni, per esempio, che è una sintesi delle scelte che Gesù ha dovuto compiere nell’intera sua vita. Ma anche la trasfigurazione è uno di questi: sul monte Tabor (è su questo monte, secondo Girolamo e Cirillo di Gerusalemme, che è avvenuta la trasfigurazione), Gesù riceve l’investitura da parte del Padre, che si mette, per così dire, nelle mani del Figlio e gli dà pieni poteri. Dice: « Ascoltatelo », come a dire: chi ascolta lui, ascolta me. La trasfigurazione colloca Gesù al centro della storia della salvezza. Glielo riconoscono Mosè, il grande liberatore di Israele, ed Elia, il primo e il più grande dei profeti, che sono lì a consegnargli la storia del loro popolo, perché la prosegua in modo autorevole. Partecipano all’evento Pietro, Giacomo e Giovanni, che occupano una posizione speciale nel vangelo. Sono coinvolti in un’esperienza religiosa forte, bella, esaltante. Pietro ha l’impressione che la storia tocchi il suo vertice, che sia giunta a compimento, e vorrebbe fissare per sempre quel momento: « Facciamo tre capanne… ». Mosè ed Elia parlano dell’esodo di Gesù, della sua Pasqua. Nonostante la straordinarietà della trasfigurazione, l’esperienza centrale della vita di Gesù sarà la sua croce: è per questo che si è fatto uomo, la salvezza passa di lì. Gli apostoli faranno sempre fatica a entrare in questo ordine di idee. La trasfigurazione potrebbe essere programmata proprio per incoraggiare gli apostoli, a cui « otto giorni » prima, come dice Luca, Gesù ha parlato della sua passione e morte e li ha invitati a seguirlo portando la croce. Scendendo dal monte, Gesù e gli apostoli sono subito posti di fronte a una situazione problematica. Gli altri apostoli rimasti ai piedi del monte non riescono a liberare un giovane epilettico. Sarà necessaria la presenza di Gesù. Anche questo dovranno ricordare gli apostoli e la chiesa lungo i secoli: gli avvenimenti prendono una piega diversa quando c’è Gesù e se ne invoca la presenza. Siamo in quaresima e sicuramente l’intenzione della liturgia di oggi è quella di metterci nell’occasione di fare anche noi un’esperienza speciale di Dio, come quella che hanno fatto Abramo e gli apostoli. La quaresima è un tempo forte che dovrebbe farci vedere Dio con occhi nuovi, farci sentire il fascino della sua bellezza. Scriveva Silly su una rivista giovanile: « Il Dio in cui io credo? Sono in ricerca, come tanti. Per me Dio è come l’aria che respiriamo: non si vede e non si sente, ma non se ne può fare a meno. Anche il vento non si vede, però i suoi effetti sono evidenti. Dio l’ho incontrato. A volte ho avuto la sensazione che potevo toccarlo. Direte che sono pazza. Io invece sono convinta che i matti siete voi. Anzi, ciechi, perché non riuscite nemmeno a vedere a un palmo dal vostro naso. Eppure Dio è dovunque! « Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne possa immaginare la tua filosofia! » (Shakespeare) ». La scrittrice francese Simone de Beauvoir racconta che da ragazza risolse una volta per tutte il problema dell’esistenza di Dio. Si mise davanti a un orologio e comandò a Dio di farsi vedere entro cinque minuti. Dio naturalmente non obbedì, e Simone decise, con tutta sicurezza, che Dio non esisteva e non ci pensò più. Il fatto può sembrare assurdo o banale, ma non lo è. È forte l’esigenza di avere ragioni forti per credere, chiedere o addirittura pretendere, come nel caso di Simone, di vedere Dio, di avere con lui un’esperienza personale. Anche a ciascuno di noi qualche volta sarà venuto in mente: « Se Dio esiste, perché non si fa vedere? Perché non fa giustizia e non cambia il mondo? ». Ci poniamo quesiti del genere, perché oggi è più difficile credere, perché non si accetta la fede superficialmente, ma si vuol capire, perché si vuole credere senza mezze misure. La quaresima può essere un’occasione per riaprire il discorso e mettersi alla ricerca. E considerare la vita con gli occhi più aperti. Pur tra tanto benessere, manchiamo oggi di molte cose di cui sentiamo l’esigenza. La fede è la più importante, perché è l’unica che dia senso al resto, colore a tutto. Mentre senza la fede le ombre diventano insostenibili. « È l’oscura luce della fede che dà un po’ di chiarore alle nostre notti, e le trasforma in notti sante » (Karl Ranher). Un’altra cosa che certamente favorisce la riscoperta della fede è il rinnovamento della vita, cancellare le esperienze negative vissute per camminare in fretta verso la vita nuova. È quel che dice Paolo nella seconda lettura di oggi. Egli parla ai cristiani di Filippi, e non ai lontani nella fede, e accusa alcuni di loro di avere per dio il loro ventre, di vantarsi di cose di cui dovrebbero vergognarsi e dice che qualcuno di loro pensa solo alle cose della terra. Forse pensa anche a quelli che riducevano la fede all’osservanza di pratiche tradizionali come la circoncisione o all’astensione da alcuni cibi. Dice Paolo che sono nemici della croce di Cristo. Come erano gli apostoli, come siamo spesso anche noi quando si tratta di accogliere la fatica per rendere più bella e trasparente la nostra vita.

Un po’ fuori di sé « Se volessimo interrogare i discepoli chiedendo: « Cercate di descriverci l’esperienza che si è mossa dentro di voi! », penso che insisterebbero sull’esperienza dell’andare un po’ fuori di sé, un po’ fuori di senno, spiegandola come un innamorarsi di qualcuno, un essere irresistibilmente attratti da qualcuno. Prima avevamo una certa stima di Gesù ed eravamo anche un po’ curiosi; adesso siamo con lui, dalla sua parte, sentiamo di volergli bene, sentiamo che il nostro cuore è stato preso… » (card. Carlo Maria Martini).

Don Umberto DE VANNA sdb

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31