Archive pour le 16 février, 2016

Giacobbe lotta con l’angelo

Giacobbe lotta con l'angelo dans immagini sacre 012

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Publié dans:immagini sacre |on 16 février, 2016 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA COME LOTTA. DI DAVID MARIA TUROLDO

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LA PREGHIERA COME LOTTA. DI DAVID MARIA TUROLDO

Uno dei luoghi comuni più stolti e funesti (la stoltezza è sempre dannosa) è che la preghiera sia <<alienazione>>, fuga mundi, <<abdicazione delle proprie responsabilità>> e via dicendo sciocchezze in proposito. Chi parla così è gente che non sa nulla di cose spirituali, e ignora un fatto: che se c’è un uomo da temere, se c’è un autentico rivoluzionario, uno che non obbedisca a nessuno tranne che a Dio; se c’è uno pericoloso, questi è – in modo particolarissimo – l’uomo di prehiera. Si capisce: uomo di autentica fede e di vissuta preghiera. Come Cristo, che perciò sarà ucciso. <<Passava tutta la notte in preghiera>> (luca 6, 12), e poi nel giorno operava. E così, in occasione di ogni avvenimento decisivo <<si ritirava in solitudine a pregare>> (Luca 5, 16), poi si calava nella lotta: basti ricordare il passaggio dall’orto del Getzemani all’ultima notte, a lottare con la morte. E rimarrà solo, abbandonato da tutti, e sarà invincibile: contro tutti i pontefici e i politici,  gli scribi e i farisei e la folla, tutti per l’occasione divenuti amici. Egli invece, proprio in quelle circostanze, dirà: <<Confidate in me, io [oggi] ho vinto il mondo>> (Giovanni 16, 33). Ha vinto il sistema, non ha ceduto, non ha accettato compromessi, perchè <<Dio era con lui>> (Atti 10, 38): perciò lo risusciterà anche dai morti, quando appunto <<Iddio lo avrà esaudito per la sua pietà>> (Ebrei 5, 7). E così continuerà anche dopo, specialmente dopo! Neppure la morte conterà più per un uomo di preghiera. E quanto era stato prefigurato e predetto dalle vite e dalle parole dei profeti, veri uomini di preghiera e di scontro, che costellano tutta la storia della salvezza: una storia mai pacifica. Si potrebbe leggere sotto questo aspetto lo stesso Esodo, per tutto dire: un’opera che è, prima che di lotta, proposta di ricerca e di colloquio con Dio. Di un Dio che parla a Mosè e al suo popolo; e di un popolo che è salco e liberato quando ascolta il suo Dio. E tale è l’essenza più vera della preghiera. Sotto questo aspetto si potrebbe anche dire che tutta la Bibbia non è che un grande unico esodo, che finisce precisamente con la vittoria sulla morte: programma di vita che attende di avverarsi in ciascuno di noi. In proposito, cioè a riferimento della preghiera come lotta di liberazione e salvezza, sarà bene portare almeno alcuni episodi: esempi classici di oranti che prima si caricano di Dio e poi scendono in guerra. Uno di questi è l’episodio di Mosè sul monte (Esodo 17, 8-13), sopra la pianura dove si combatteva l’aspra e incerta battaglia di Giosuè contro Amalek (contro questa figura di nemico eterno di Israele, come risulta dal monumento al milite ignoto ebreo eretto a Parigi nel 1956, dove si legge la famosa iscrizione: <<Ricordati di Amalek>>). Fin d’allora Mosè è presentato come l’immagine di una preghiera ininterrotta e vittoriosa. Per la quale bastava tenere le braccia levate al cielo, e rimanere così, in silenzio. Per dire che le sorti sono decise al di sopra di noi, e però mai senza il nostro coinvolgimento e responsabilità, e rischio e nostra donazione totale. Cioè, mai senza che noi, appunto, guidati dalla fede in questa visione e confidenti nell’arma segreta della preghiera, scendiamo in battaglia e ci buttiamo allo sbaraglio. Tutto questo mentre la preghiera continua assoluta. Infatti, quando a Mosè cadevano le braccia, ecco che l’esercito di Giosuè perdeva; quando invece le braccia tornavano a levarsi, ecco che l’esercito di Giosuè perdeva; quando invece le braccia tornavano a levarsi, ecco che l’esercito di Israele avanzava. E perchè la stanchezza di Mosè fosse vinta e Giosuè non avesse a perdere, Aronne e Cur pensarono di tenere alte le stanche braccia del vegliardo con delle pietre, e così non venisse rotta la preghiera, il rapporto segreto e decisivo. Si badi, in base al racconto, che non occorre si facciano discorsi (noi parliamo troppo, mentre il Padre sa e ci ama); basta che uno stia sul monte con il bastone di Dio in mano e con le braccia levate. Cosa che per noi ora è garantita in eterno: e guarderemo al monte soltanto. Lassù terremo lo sguardo immobile, là dove Uno ha sempre le braccia alte nel cielo, aperte sul mondo… (D.M.Turoldo, Chiesa che canta, 6, Bologna 1982, p. 54) Altro evento famoso, sarebbe la vicenda di Giuditta. Per capirci subito, è bene ricordare, da una parte, Nabucodonosor e tutto ciò che il suo nome e il suo regno significava per Israele, ricordare le armate di Oloferne venute dalla grande Ninive. Dall’altra, tutta la Giudea sbigottita, in preda a indescrivibile tremore: Quando gli israeliti che abitavano in tutta la Giudea sentirono la fama di Oloferne, comandante di Nabucodonosor, aveva fatto agli altri popoli e come aveva messo a sacco tutti i loro templi eli aveva votati allo sterminio, furono presi da indescrivibile terrore all’avanzarsi di lui e furono costernati a causa di Gerusalemme e del tempio del Signore, loro Dio [...] Nello stesso tempo ogni Israelita levò il suo grido a Dio con fervida insistenza e tutti si umiliarono con grande impegno. Essi con le mogli e i bambini, i loro armamenti e ogni ospite e mercenario e i loro schiavi si cinsero di sacco i fianchi. Ogni uomo e donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore.[...] Il Signore porse l’orecchio al loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e in Gerusalemme davanti al santuario del Signore onnipotente. (Giuditta 4, 1-13) Da ricordare, nel mezzo del racconto, il discorso di Achior, condottiero degli ammoniti, ispirato dal profondo timore per la stessa natura d’Israele, di questo popolo da non prendere mai alla leggera, per via precisamente del suo misterioso rapporto con la divinità: <<Io riferirò la verità sul conto di questo popolo>> (Giuditta 5, 5). Tutta una storia che doveva indurre chiunque a riflettere, come risulta dalla stessa conclusione di Achior <<Ora [...], se vi è qualche aberrazione in questo popolo, perchè ha peccato contro il suo Dio, se cioè ci accorgiamo che c’è in mezzo a loro questo inciampo [nel caso cioè che non è più fedele a Dio], avanziamo e diamo loro battaglia>>; diversamente, non li si attacchi per <<non diventare oggetto di scherno davanti a tutta la terra: poichè il loro Dio si è fatto loro scudo>> (Giuditta 5, 20-21). Consiglio terribile, non ascoltato, anzi deriso dagli ufficiali, dalla turba, e specialmente dalla boria di Oloferne: Il loro Dio?… <<E che altro dio c’è se  non Nabucodonosor?>> (Giuditta 6, 2). Invece sarà proprio un altro Dio che non è Nabucodonosor (e neppure Hitler) a decidere la sorte. Sarà, in questa occasione, un Dio che si serve di una donna, di una giovane vedova (doveva essere bellissima, per sedurre tutti: <<Era molto avvenente nella persona>> [Giuditta 8, 7]; tanto bella che per lei si canterà una specie di canto alla bellezza, fattasi potenza e grazie invincibile: <<Tu sei la gloria di Gerusalemme>> [Giuditta 15, 9]; lo stesso inno che poi si canterà per un’altra Donna chiamata tota pulchra, vittoriosa perfino sul famoso serpente). Dunque, Betulia era assediata da ogni parte ormai, e la sete doveva inaridire le gole di tutti gli israeliti fino a rendere rauche le voci che gridavano al cielo. Gli anziani stavano per cedere e consegnare la città al nemico. E’ allora che Giuditta decide di agire. Proprio dopo aver pregato con la faccia a terra e sparsa la cenere sul capo, <<messo allo scoperto il sacco di cui sotto era rivestita, nell’ora che veniva offerto nel tempio in Gerusalemme l’incenso della sera>> (Giuditta 9, 1). A questo punto la preghiera di Giuditta parla da sè: Signore, Dio del padre mio Simeone, tu hai messo nella sua mano la spada della vendetta contro gli stranieri, contro coloro che hanno sciolto a ignominia la cintura di una vergine [...] Per questo hai consegnato alla morte i loro capi e al sangue quel loro giaciglio [...] Dio, Dio mio, ascolta anche me che sono vedova [...] Or ecco gli assiri hanno aumentato la moltitudine del loro esercito, vanno in superbia per i loro cavalli e cavalieri, si vantano della forza dei loro fanti, poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, sugli archi e sulle fionde e ignorano che tu sei il Signore che disperdi le guerre; Signore è il tuo nome! Abbatti la loro forza con la tua potenza e rovescia la loro violenza con la tua ira [...] Guarda la loro superbia, fà scendere la tua ira sulle teste; infondi a questa vedova la forza di fare quello che ho deciso [...] Spezza la loro alterigia per mezzo di una donna. Perchè la tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge il regno; tu sei invece il Dio deli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati. Sì, sì, Dio del padre mio e di Israele tua eredità, Signore del cielo e della terra, creatore delle acque, re di tutte le creature, ascolta la mia preghiera [...] Dà a tutto il tuo popolo e a ogni tribù la prova che sei tu il Signore, il Dio d’ogni potere e d’ogni forza e non c’è altri fuori di te, che possa proteggere la stirpe di Israele. (Giuditta 9, 2-14) Questa è preghiera! Preghiera che diventa decisione, forza operante e irresistibile: certezza del fedele e terrore del nemico. Fantasia e bellezza in azione. Con tutto quello che segue: con tutte le conseguenze che ormai si sanno; o meglio: sono risapute da quanti almeno hanno, come Achior, un pò d’intelligenza e di attenzione al mistero della storia, alla storia che è opera non solo di politici e di generali; cose risapute da quanti avvertono che non ci si cimenta con uomini di fede: che mai si conosce sconfitta per un uomo di preghiera, sceso in battaglia. Ma bisogna che sia vera preghiera, come quella di Mosè contro il Faraone; come quella di Giuditta contro Oloferne, <<presso il divano di lui>> (Giuditta 13, 4), fradicio di orgoglio e di orge del potere e di gozzoviglie (finisce infatti sempre così questa gente, sia pure dopo aver sterminato tanti poveri; ma non tutti, non tanti che non rimanga qualcuno che mozzi loro la testa alla fine). Signore, Dio di ogni potenza, guarda propizio in quest’ora [...]: è venuto il momento di pensare [...] (Giuditta 13, 4). E’ il momento in cui la preghiera si fa azione, e tu irrompi nella mischia con la forza di Dio, ma sei tu che devi irrompere. Così, <<con tutta la forza di cui era capace>> (Giuditta 13, 8). Ma chi può mai misurare la forza di un fedele in quel momento? Chi l’ha mai potuta contenere o vincere? Quella è una forza che neppure i più infernali strumenti di tortura e di morte potranno sconfiggere. <<Con tutta la forza di cui era capace… [ed era una donna, una giovane vedova, una fragile creatura] gli staccò la testa. Indi ne fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via le cortine dai sostegni>> (Giuditta 13, 9). Poco dopo, con la testa di Oloferne nel sacco, attraversando il campo nemico, uscì lei e l’ancella <<per la preghiera, secondo il loro uso>> (Giuditta 13, 10). Le stesse cose si dicono per Debora e per Ester e per Anna…, per Maria, la fanciulla di Nazareth che si mette a cantare sui monti di Giudea: <<Ha deposto i potenti dai loro troni [...]; ha disperso i pensieri dei loro cuori [...] Ha mandato via i ricchi a mani vuote [...]>> (Luca 1, 51-53). Un canto da rivoluzione cristiana. Ed è una preghiera, il canto di una fanciulla inerme, della più mite di tutte le creature. E dunque, per riprendere i pregiudizi elencati in apertura d’articolo, ecco che la preghiera è sempre un’azione opposta all’alienazione e a una fuga dal mondo. Certo che esistono anche queste storture: specie quando si pensa alla religione come un’evasione, e ci si rifugia nel grembo di una chiesa per paura, o peggio ancora, per disprezzo del mondo e della storia. Chi ha paura non ha fede, chi disprezza non ama, non è sulla via di Dio. In questo caso la religione e la cosiddetta vita spirituale sono un equivoco, un’ambiguità. Nulla di più illudente di una vita di preghiera nutrita di viltà e di paure: Dio diventa un alibi, un attaccapanni delle nostre responsabilità. Nulla di più offensivo che la preghiera di uno, il quale, nella guerra, ringraziava Iddio perchè la bomba era caduta sulla casa del vicino e aveva risparmiato la sua. Quando in quel caso non c’era che da dividere col fratello con il comune pianto e scendere tutti in campo a lottare, carichi della divina forza, affinchè non si gettassero più bombe sulla casa di nessuno. Questa, e solo questa è preghiera: luce che si fa intelligenza, necessaria comprensione di quello che si deve fare e come fare; e forza per cambiare e far nuove tutte le cose. Perciò , per pregare bene bisogna conoscere il tempo, il proprio tempo, e il proprio impegno e dovere; e la volontà e il disegno di Dio che opera sempre nella storia. Il cielo del nostro Dio è la storia; la storia e la natura e il tempo sono i suoi spazi teologici, il teatro delle sue operazioni, la creazione è il regno inesauribile dei segni della sua presenza, il grande infinito simbolo delle sue manifestazioni. Dunque è qui che si deve agire e operare, e incontrarsi e realizzarsi. Nessuno è tanto <<contemporaneo>> e presente alla propria epoca quanto il vero uomo di preghiera: tanto da muoversi, come pochi, sul piano del mistero più che esaurirsi nella ingannevole linea dei fenomeni; e cioè, perseguendo un senso di ciò che accade, più che lasciarsi travolgere dall’apparente trionfo di ciò che muore. A questo punto, e allargando a una visione più completa di quanto mi preme dire sull’orante, come ho imparato dai miei maestri di vita spirituale (specie da Vannucci), mi sia consentito di riportare qui alcuni pensieri che ho premesso al libro La nostra preghiera, in uso presso la nostra comunità (La nostra preghiera, liturgia dei giorni, Sotto il Monte 1996, pp. 7-8). [...] Per rispondere al mondo e ai tempi, non già dunque preghiera come alienazione, ma preghiera come ascensione di tutto l’essere in Dio; come salvare l’esistenza dalla dispersione, un riassumerla per riversarla nel mare di Dio. Che vuol dire riassumere la storia, gli avvenimenti e le gioie degli uomini. E a piedi nudi accostarci [...] al roveto che arde e non consuma; e alla sua fiamma scoprire il mistero e leggerne i significati e capire come la nube ancora ci copre, accompagnandoci nel giorno, e la colonna di fuoco ci precede la notte. Che vuol dire ancora: tutta la terra che canta perchè <<io sono la coscienza della terra>>: la terra intera che loda e adora. Perchè così è l’uomo: terra che prega, quando prega; terra che bestemmia e odia, quando odia e bestemmia. <<Altissimo onnipotente bon Signore…>>. Ecco perchè la preghiera è un momento cosmico; e quando il salmo dice che <<narrano i cieli la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani>>, oppure, che <<il giorno al giorno tramanda il messaggio, e la notte alla notte>>, in realtà sono io la voce dei cieli, io che annuncio e che tramando ai giorni e alle notti la lieta notizia: sono io la voce di tutte le creature; per cui l’uomo pio è colui che porta tutta la creazione a Dio, e l’empio è colui che la distacca e la profana, colui che la rende vuota, cioè atea. E’ però non solo il momento dell’ascesa e della conquista, il momento del riassumersi e dell’espandersi nell’infinito di Dio, fino a raggiungere la radice del canto e della pace, ma insieme un caricarsi di Dio per esplodere nel tempo e nella storia con la stessa forza di Dio; cosicchè nulla ti possa fermare nell’obbedirgli, nulla che ti sia di scandalo o d’inciampo: neppure la morte; e tu, pure avanti con gli anni, oppure preso da stanchezza e tentato di scoraggiamento a causa dei tuoi peccati e del peccato del mondo, mai venga meno, ma respirando sempre questo <<respiro di Dio>> (en-tô-theôásma) come il pellegrino russo, tu possa sempre continuare il tuo cammino, e tutta la chiesa con te: la tua famiglia forse, la tua comunità, la piccola come la grande chiesa. Perchè è nella preghiera che Iddio tesse i fili della nostra fraternità: degli sposi tra loro, dei genitori coi figli, dei fratelli; perfino i fratelli di fede con i fratelli di nessuna fede, oppure anche tra fratelli di diversa fede. Perchè i confini dell’uomo di preghiera sono gli stesi confini di Dio, cioè nessun confine. Se abbiamo appunto lo spirito di preghiera: perchè allora è avere lo stesso Spirito santo di Dio in noi, a gemere con gemiti ineffabili, a pregare per noi, a cominciare lo stesso nostro volere e a portarlo a compimento. Questo Spirito che si libra sopra gli abissi…

Publié dans:preghiera (sulla) |on 16 février, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO IN MESSICO – SANTA MESSA NELLA BASILICA DI GUADALUPE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2016/documents/papa-francesco_20160213_omelia-messico-guadalupe.html

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN MESSICO (12-18 FEBBRAIO 2016)

SANTA MESSA NELLA BASILICA DI GUADALUPE

OMELIA DEL SANTO PADRE

Città del Messico Sabato, 13 febbraio 2016

Abbiamo ascoltato come Maria andò a visitare la cugina Elisabetta. Senza indugi, senza dubbi, né lentezze, va ad accompagnare la sua parente che era agli ultimi mesi di gravidanza. L’incontro con l’angelo non ha fermato Maria, perché non si è sentita privilegiata, o in dovere di staccarsi dalla vita dei suoi. Al contrario, ha ravvivato e messo in moto un atteggiamento per il quale Maria è e sarà sempre riconosciuta: la donna del sì, un sì di dedizione a Dio e, al tempo stesso, un sì di dedizione ai suoi fratelli. E’ il sì che la mise in movimento per dare il meglio di sé, ponendosi in cammino incontro agli altri. Ascoltare questo brano del Vangelo in questa Casa ha un sapore speciale. Maria, la donna del sì, ha voluto anche visitare gli abitanti di questa terra d’America nella persona dell’indio san Juan Diego. Così come si mosse per le strade della Giudea e della Galilea, nello stesso modo raggiunse il Tepeyac, con i suoi abiti, utilizzando la sua lingua, per servire questa grande Nazione. E così come accompagnò la gravidanza di Elisabetta, ha accompagnato e accompagna la “gravidanza” di questa benedetta terra messicana. Così come si fece presente al piccolo Juanito, allo stesso modo continua a farsi presente a tutti noi, soprattutto a quelli che come lui sentono “di non valere nulla” (cfr Nican Mopohua, 55). Questa scelta particolare, diciamo preferenziale, non è stata contro nessuno, ma a favore di tutti. Il piccolo indio Juan che si chiamava anche “mecapal, cacaxtle, coda, ala, bisognoso lui stesso di esser portato” (cfr ibid.) è diventato “il messaggero, molto degno di fiducia”. In quell’alba di dicembre del 1531, si compiva il primo miracolo che poi sarà la memoria vivente di tutto ciò che questo Santuario custodisce. In quell’alba, in quell’incontro, Dio risvegliò la speranza di suo figlio Juan, la speranza di un popolo. In quell’alba Dio ha risvegliato e risveglia la speranza dei più piccoli, dei sofferenti, degli sfollati e degli emarginati, di tutti coloro che sentono di non avere un posto degno in queste terre. In quell’alba Dio si è avvicinato e si avvicina al cuore sofferente ma resistente di tante madri, padri, nonni che hanno visto i loro figli partire, li hanno visti persi o addirittura strappati dalla criminalità. In quell’alba, Juanito sperimenta nella sua vita che cos’è la speranza, che cos’è la misericordia di Dio. Lui è scelto per sorvegliare, curare, custodire e favorire la costruzione di questo Santuario. A più riprese disse alla Vergine che lui non era la persona adatta, anzi, se voleva portare avanti quel lavoro doveva scegliere altri perché lui non era istruito, letterato o appartenente al novero di coloro che avrebbero potuto farlo. Maria, risoluta – con la risolutezza che nasce dal cuore misericordioso del Padre – gli disse no, che lui sarebbe stato il suo messaggero. Così egli riesce a far emergere qualcosa che non sapeva esprimere, una vera e propria immagine trasparente di amore e di giustizia: nella costruzione dell’altro santuario, quello della vita, quello delle nostre comunità, società e culture, nessuno può essere lasciato fuori. Tutti siamo necessari, soprattutto quelli che normalmente non contano perché non sono “all’altezza delle circostanze” o perché non “apportano il capitale necessario” per la costruzione delle stesse. Il santuario di Dio è la vita dei suoi figli, di tutti e in tutte le condizioni, in particolare dei giovani senza futuro esposti a una infinità di situazioni dolorose, a rischio, e quella degli anziani senza riconoscimento, dimenticati in tanti angoli. Il santuario di Dio sono le nostre famiglie che hanno bisogno del minimo necessario per potersi formare e sostenere. Il santuario di Dio è il volto di tanti che incontriamo nel nostro cammino… Venendo in questo santuario ci può accadere la stessa cosa che accadde a Juan Diego. Guardare la Madre a partire dai nostri dolori, dalle nostre paure, disperazioni, tristezze, e dirle: “Che cosa posso dare io se non sono una persona istruita?”. Guardiamo la Madre con occhi che dicono: “Sono tante le situazioni che ci tolgono la forza, che ci fanno sentire che non c’è spazio per la speranza, per il cambiamento, per la trasformazione”. Per questo credo che oggi ci farà bene un po’ di silenzio, e guardarla, guardarla molto e con calma, e dirle come fece quell’altro figlio che la amava molto:

“Guardarti semplicemente – Madre -, tenendo aperto solo lo sguardo; guardarti tutta senza dirti nulla, e dirti tutto, muto e riverente. Non turbare il vento della tua fronte; solo cullare la mia solitudine violata nei tuoi occhi di Madre innamorata e nel tuo nido di terra trasparente. Le ore precipitano; percossi, mordono gli uomini stolti l’immondizia della vita e della morte, con i loro rumori. Guardarti, Madre; contemplarti appena, il cuore tacito nella tua tenerezza, nel tuo casto silenzio di gigli” (Inno liturgico).

E nel silenzio, in questo rimanere a contemplarla, sentire ancora una volta che ci ripete: “Che c’è, figlio mio, il piccolo di tutti? Che cosa rattrista il tuo cuore?” (cfr Nican Mopohua, 107.118) «Non ci sono forse qui io, io che ho l’onore di essere tua madre?» (ibid., 119). Lei ci dice che ha “l’onore” di essere nostra madre. Questo ci dà la certezza che le lacrime di coloro che soffrono non sono sterili. Sono una preghiera silenziosa che sale fino al cielo e che in Maria trova sempre posto sotto il suo manto. In lei e con lei, Dio si fa fratello e compagno di strada, porta con noi le croci per non lasciarci schiacciare da nostri dolori. “Non sono forse tua madre? Non sono qui? Non lasciarti vincere dai tuoi dolori, dalle tue tristezze” – ci dice. Oggi di nuovo torna ad inviarci, come Juanito; oggi di nuovo torna a ripeterci: sii mio messaggero, sii mio inviato per costruire tanti nuovi santuari, accompagnare tante vite, asciugare tante lacrime. Basta che cammini per le strade del tuo quartiere, della tua comunità, della tua parrocchia come mio messaggero, mia messaggera; innalza santuari condividendo la gioia di sapere che non siamo soli, che lei è con noi. Sii mio messaggero – ci dice – dando da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, da’ un posto ai bisognosi, vesti chi è nudo e visita i malati. Soccorri il prigioniero, non lasciarlo solo, perdona chi ti ha fatto del male, consola chi è triste, abbi pazienza con gli altri e, soprattutto, implora e prega il nostro Dio. E in silenzio le diciamo quello che ci sale dal cuore. “Non sono forse tua madre? Non sono forse qui?” – ci dice ancora Maria. Vai a costruire il mio santuario, aiutami a risollevare la vita dei miei figli, tuoi fratelli.

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