Archive pour le 12 février, 2016

Jesus, the Temptations

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BENEDETTO XVI – ULTIMA UDIENZA DI PAPA BENEDETTO – LE TENTAZIONI DI GESÙ

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130213.html

BENEDETTO XVI – ULTIMA UDIENZA DI PAPA BENEDETTO – LE TENTAZIONI DI GESÙ

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle,

come sapete – grazie per la vostra simpatia! – ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà.

Le tentazioni di Gesù e la conversione per il Regno dei Cieli

Cari fratelli e sorelle, oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima. Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione. Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io? Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei. Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita. Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damaso, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da diventare sacerdote. Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”. La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati. Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali. In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.

 

14 FEBBRAIO 2016 | 1A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/03-Quaresima_C/Omelie/01a-Domenica-Quaresima-C/12-01a-Domenica-C_2016-UD.htm

14 FEBBRAIO 2016 | 1A DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Mercoledì scorso è iniziata la quaresima, con un rito suggestivo, tradizionale, solenne, quello delle Ceneri, che richiama le antiche usanze penitenziali, per entrare in un atteggiamento di conversione. Davanti a noi ci sono 40 giorni speciali, un tempo di deserto e di preghiera per confermare la nostra alleanza con Dio e prepararci a vivere in pienezza la Pasqua del Signore.

La parola di Dio Deuteronomio 26,4-10. Il popolo ebraico proprio nel deserto scopre di essere un popolo, riconosce di essere stato liberato e accompagnato da Dio, amato da Dio. Celebrerà ogni anno la Pasqua di liberazione, per rinnovare il patto di alleanza con Dio, che segna tutta la loro storia. Romani 10,8-13. Paolo ci presenta la professione di fede di ogni cristiano. « Gesù è il Signore! », esclama, questa è la nostra fede, la nostra salvezza, che si fonda sulla certezza che Dio lo ha risuscitato dai morti. Luca 4,1-13. Le tentazioni di Gesù secondo Luca. Nella sua umanità, Gesù subisce la tentazione, ma la supera citando la Scrittura, che rivela la sovranità di Dio. Si rifà alla parola di Dio anche il tentatore, in modo strumentale, per metterla a proprio servizio; naturalmente non riesce a influire sulle scelte del messia.

Riflettere Iniziamo un periodo liturgicamente forte, quello dei 40 giorni della Quaresima. In realtà si tratta di una cinquantina di giorni, ma vengono escluse nel conteggio le domeniche. Un tempo abbastanza lungo destinato soprattutto a farci vivere nel modo più pieno la Pasqua. È proprio la centralità della Pasqua ad aver dato importanza sin dai primi secoli a questi giorni di quaresima. Già nel concilio di Nicea (325 d.C.) si parla della Quaresima come di un’istituzione nota a tutti e diffusa ovunque. La Pasqua è al centro delle prime due letture di questa prima domenica di quaresima. Nella prima, tratta dal Deuteronomio, Mosè ordina agli ebrei di rinnovare a ogni nuova primavera – avendo tra le mani la cesta delle primizie dei frutti della terra – i grandi avvenimenti della prima Pasqua di liberazione, quando la mano potente di Dio li ha liberati dalla schiavitù, e ha condotto loro, gli ebrei, popolo di nomadi, alla terra promessa, un paese dove « scorre latte e miele ». Questa celebrazione annuale della prima Pasqua di liberazione è nata per iniziativa di Mosè, ma ha come fondamento non astratte concezioni teologiche, bensì un fatto storico, talmente straordinario da dover essere ricordato ogni anno. Così Paolo, nella lettera ai Romani, ricorda la centralità della Pasqua di Gesù per i cristiani. « Gesù è il Signore! » esprime la fede della chiesa, nata appunto dalla risurrezione di Cristo. La Pasqua di Gesù è una realtà ben più importante di quella degli ebrei, perché con la sua risurrezione Gesù ha vinto il nemico radicale dell’uomo, la morte. Anche in questo caso alla base c’è un fatto storico, straordinario e inatteso, la risurrezione di Gesù, che ha colto tutti di sorpresa e ha trasformato il gruppo degli apostoli in testimoni coraggiosi, dando vita alla comunità dei cristiani. Nella storia biblica ritorna con un’insistenza tutta speciale il numero quaranta come tempo simbolico che precede qualcosa di speciale, di eccezionale. Quaranta giorni e quaranta notti dura il diluvio, poi Noè dà inizio a una nuova umanità. Israele in fuga dall’Egitto trascorre quarant’anni nel deserto per diventare un popolo e prepararsi in questo modo a entrare nella terra promessa. Per quaranta giorni fanno penitenza gli abitanti di Ninive, per ricevere il perdono da Dio; quaranta giorni e quaranta notti cammina Elia per raggiungere il monte di Dio; quaranta giorni e quaranta notti digiunano Mosè e Gesù, per prepararsi alla loro missione. « Allora, per preparare la più grande di tutte le feste cristiane, quanti giorni sarebbero stati necessari? Quaranta, naturalmente! » (Ferdinando Armellini). Ecco compreso il senso di questo tempo di Quaresima, tempo di deserto e di preparazione. Quaranta giorni di tempo in attesa di un avvenimento grande, la Pasqua di Gesù. Così lo ha pensato la chiesa sin dai primi secoli. Dice il papa san Leone Magno: « Fra tutti i giorni dell’anno che la devozione cristiana onora in vari modi, non ve n’è uno che superi per importanza la festa di Pasqua, perché questa rende sacre tutte le altre solennità. Ora, se consideriamo ciò che l’universo ha ricevuto dalla croce del Signore, noi riconosceremo che, per celebrare il giorno di Pasqua, è giusto prepararci con un digiuno di quaranta giorni, per partecipare degnamente ai divini misteri. Non solo i vescovi, i sacerdoti, i diaconi devono purificarsi da tutte le macchie, ma l’intero corpo della chiesa e tutti quanti i fedeli: perché il tempio di Dio, che ha come base il suo stesso fondatore, deve essere bello in tutte le sue pietre e luminoso in ogni sua parte ». Fin dai tempi antichi, dunque la Quaresima fu considerata questo periodo di rinnovamento della vita. E le pratiche consigliate erano soprattutto la preghiera, il rinnovamento della vita, il digiuno che ha come corollario la solidarietà, l’elemosina, la carità. Il vangelo di Luca ci presenta i 40 giorni di Gesù trascorsi nel deserto, all’inizio della vita pubblica. Il racconto della tentazione di Gesù è presente nei tre vangeli sinottici: Marco si limita a poche righe, Matteo lo racconta in dettaglio, e lo inserisce subito dopo il battesimo; Luca lo riporta con qualche variante rispetto a Matteo: mette come ultima tentazione quella di Gerusalemme, in cui Gesù avrebbe dovuto accettare per sé un messianismo vincente e glorioso; scrive che alla fine il tentatore si allontana per ritornare « al momento fissato », quello della croce. Infine mette il racconto delle tentazioni dopo aver presentato l’elenco degli antenati di Gesù, che termina con il nome di « Adamo, figlio di Dio »; come a dire che Gesù è il nuovo Adamo, che vince le tentazioni e dà origine a un’umanità fedele a Dio.

Attualizzare La Quaresima è un’esperienza di deserto per l’intera chiesa e per i singoli cristiani. Il deserto riduce l’uomo all’essenziale, lo libera dal superfluo, dalla vanità, gli fa riscoprire le cose indispensabili, primarie: l’acqua, il cibo, l’importanza di un sentiero, di un’orma da seguire, di una stella per orientarsi. Il deserto è il luogo in cui i grandi personaggi dell’antico testamento hanno fatto le loro scelte e preso coscienza della propria missione. Anche Gesù ha voluto provare l’esperienza del deserto, e per lui diventa il luogo del sì al Padre. Un sì definitivo, una professione perpetua, anche se la dovrà confermare nel Getsemani e sulla croce, comprendendo fino in fondo la misura, il peso, di quel sì che ha detto all’inizio della vita pubblica. Gesù nel deserto abbraccia tutte le tentazioni che la vita gli presenterà. Molti ebrei guardavano ai tempi messianici come a un periodo di benessere materiale, di splendore terreno (la ricomposizione del regno di Davide), come a un periodo di dominio politico. Questa concezione messianica invece si pone a Gesù come tentazione; ma la supera, scegliendo per sé l’immagine del messia-servo, che non cerca prestigio e potere e non sfrutta i miracoli mettendoli a servizio della propria ambizione o usandoli in modo magico. Questa immagine nuova del messia, che pure era stata prefigurata in alcune visioni profetiche, si farà strada a fatica anche agli occhi degli stessi apostoli. Anch’essi si porranno continuamente a Gesù come tentazione, chiedendogli di orientarsi verso un cammino vincente, più sicuro, fondandolo sul potere e sul successo politico. La presenza di questo racconto in tre evangelisti testimonia però che essi, anche se a fatica, sono riusciti a capire il senso profondo del cammino compiuto da Gesù. La scelta di Gesù è prima di tutto una scelta di vita, un modo di essere uomo, una risposta di fedeltà ai piani di Dio su di lui. Gesù sceglie per sé una vita senza compromessi, entrando in una logica che lentamente lo condurrà a duri contrasti e alla croce. È questo aspetto che riguarda più da vicino ogni uomo, perché tutti in qualche modo nella loro vita, e in ogni singola scelta, sono chiamati a fare propria la scelta di Adamo o quella di Gesù. Le tentazioni di Gesù sono praticamente le tentazioni a cui sono soggetti gli uomini di tutti i tempi. Ma è innegabile che « le tentazioni del deserto, così decisamente respinte da Gesù, abbiano avuto più successo con i suoi discepoli di ieri e continuino ad averne, talvolta anche con quelli di oggi » (Giuseppe Savagnone). Soprattutto coloro che intendono affrontare la vita in modo più pieno, e rifiutano di vivacchiare o di abbrutirsi, si scontreranno sempre con la tentazione di risolvere i loro problemi esistenziali dando importanza ai beni materiali, andando alla ricerca del successo, sfruttando in qualche modo il piccolo o grande potere che si ritrovano. È facile illudersi che il grande problema della vita, o i piccoli problemi quotidiani nostri e di chi ci sta vicino, siano superabili con un po’ di denaro, con la sicurezza economica, rinnovando le attrezzature o cambiando automobile. È tentazione affidare le proprie sorti alla organizzazione, ai regolamenti, alle consulte, alle circolari, alla più o meno forte pressione della propria autorità e capacità organizzativa. Ma è tentazione anche ricercare il successo, desiderare di stupire, di farsi battere le mani: pensare che l’importante sia fare qualcosa di nuovo, « agganciare », colpire, suscitare interesse, fare buona impressione, diventare simpatici. Sono tentazione perché chi si affida a queste cose, attende in qualche modo salvezza da esse, mentre la salvezza è qualcosa di più profondo e di più personale. Queste cose hanno certamente un senso e una precisa utilità, ma sono anche un’arma a doppio taglio, che acquistano il valore che ad esse si attribuisce. Possono cioè diventare strumenti o, al contrario, piccoli idoli. Non a caso Satana non chiede a Gesù di scegliere tra Dio e il potere, tra Dio e il benessere, ma di usare queste cose a gloria di Dio. Gesù uomo nuovo, superando le tentazioni, non ci presenta soltanto un modello, anche se irraggiungibile, di fedeltà: diventa invece per noi sicurezza e possibilità di vittoria, perché le sue scelte possono diventare le nostre. Gesù infatti non si limita a indicarci la strada, ma ci sostiene nel momento in cui anche noi ci proponiamo di essere fedeli. La salvezza infatti è un dono che viene da Dio, e anche la possibilità che abbiamo di fare delle scelte giuste e di realizzarci, di diventare nuovi, non nasce dal nostro sforzo personale, ma dalla fede in lui.

Le nostre tentazioni « Ora combattiamo contro un nemico insidioso, un nemico che lusinga…, non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni dandoci così la vita, ma ci arricchisce dandoci così la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci percuote ai fianchi, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro, l’onore, il potere » (Ilario di Poitiers).

Don Umberto DE VANNA sdb

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