Archive pour le 11 février, 2016

Paolo Veronese, «La resurrezione di Cristo», 1580 ca, Londra, Chelsea and Westminster Hospital

Paolo Veronese, «La resurrezione di Cristo», 1580 ca, Londra, Chelsea and Westminster Hospital dans immagini sacre

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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAOLO VI PER LA QUARESIMA 1974

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/messages/lent/documents/hf_p-vi_mes_19740302_lent-1974.html

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAOLO VI PER LA QUARESIMA 1974

Diletti Figli e Figlie,

Sono trascorsi circa dieci mesi da quando annunciammo l’Anno Santo. «Rinnovamento» e «riconciliazione» rimangono i motivi chiave di questa celebrazione: essi assommano le speranze che noi poniamo nel Giubileo; ma, come notavamo, essi non sortiranno l’effetto desiderato se non si opererà in noi una certa «rottura» (Cfr. Allocuzione del 9 maggio 1973). Eccoci ora in Quaresima, nel tempo più opportuno per il nostro rinnovamento in Cristo, e per la nostra riconciliazione con Dio e con i nostri fratelli. In Quaresima, infatti, ci associamo alla morte ed alla risurrezione di Cristo, mediante una rottura col peccato, con l’ingiustizia e con gli egoismi. Desideriamo pertanto insistere oggi sulla «rottura» che lo spirito di Quaresima postula: rottura con un attaccamento troppo esclusivo ai beni materiali, siano essi abbondanti, come nel caso del ricco Zaccheo (Cfr. Luc. 19, 8), o scarsi, come nel caso della povera vedova elogiata da Gesù (Cfr. Marc. 12, 43). Nel linguaggio colorito del suo tempo, San Basilio così predicava ai ricchi: «Il pane che a voi sopravanza, è il pane dell’affamato; la tunica appesa al vostro armadio, è la tunica di colui che è nudo; le scarpe che voi non portate, sono le scarpe di chi è scalzo; il denaro che tenete nascosto, è il denaro del povero; le opere di carità che voi non compite, sono altrettante ingiustizie che voi commettete» (Homilia VI in Luc., XII, 18: PG XXXI, Col. 275). Tali parole ci fanno riflettere, in un tempo in cui odio e conflitti sono provocati dall’ingiustizia di coloro che accumulano, mentre altri non possiedono nulla; di coloro che sono più solleciti del proprio domani che dell’oggi altrui; di coloro i quali, o per ignoranza o per egoismo, rifiutano di privarsi del superfluo, a beneficio di quanti sono privi dello stretto necessario (Cfr. Litt. Encycl. Mater et Magistra). E come non ricordare a questo punto, il rinnovamento e la riconciliazione richiesti e assicurati dalla pienezza dell’unico pasto eucaristico? Per comunicare insieme al Corpo del Signore, bisogna sinceramente volere che nessuno sia privo del necessario, fosse pure a prezzo di sacrifici personali, altrimenti noi copriremmo di insulti la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, del quale siamo membra. San Paolo, nella sua ammonizione ai Corinzi, mette in guardia contro il pericolo di una condotta biasimevole a tale riguardo (Cfr. 1 Cor. 11, 17 ss.). Noi peccheremmo contro questa unità di mente e di cuore, se oggi negassimo a milioni di nostri fratelli quanto è necessario al loro umano sviluppo. In questo tempo di Quaresima, la Chiesa e le sue istituzioni caritative sempre più esortano i cristiani a favorire questa immensa impresa. Predicare il Giubileo significa predicare quell’intima e gioiosa rinuncia di sé che ci restituisce alla verità di noi stessi ed alla verità dell’umana famiglia, quale Dio la vuole. In tal modo, la presente Quaresima può rendere anche in questa vita, oltre al pegno della ricompensa celeste, il centuplo promesso da Cristo a coloro che donano con generosità. Sappiate udire, in questo nostro appello, una duplice eco: l’eco della voce del Signore che vi parla e vi esorta, e quella dei gemiti dell’umanità che piange e invoca aiuto. Tutti noi, Vescovi e sacerdoti, religiosi, laici giovani e anziani, sia come individui che membri della comunità, siamo chiamati a contribuire all’opera di ripartizione nella carità, perché questo è un comandamento del Signore. A ciascuno di voi impartiamo la nostra Benedizione Apostolica: nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

                     

LE VIRTÙ TEOLOGALI E CARDINALI NELL’ARTE

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LE VIRTÙ TEOLOGALI E CARDINALI NELL’ARTE

Continuano le Catechesi della bellezza con Piero del Pollaiolo e Sandro Botticelli

4 FEBBRAIO 2013 NICOLA ROSETTI CULTURA & SOCIETÀ

Dopo aver parlato  di come i sette vizi capitali sono stati rappresentati da Hieronymus Bosch, illustriamo ora come vengono raffigurate le 7 virtù. Aiutiamoci con i dipinti di Piero del Pollaiolo e Sandro Botticelli (autore della sola Fortezza), attualmente conservati nella Galleria degli Uffizi e originariamente pensati per decorare il Tribunale della Mercanzia di Piazza della Signoria a Firenze. È fondamentale che nella catechesi si punti più sugli aspetti positivi che su quelli negativi. È tanto facile descrivere (e fare) ciò che è male, quanto è difficile parlare (e fare) del bene. Dobbiamo fare nella nostra pastorale invece una sorta di conversione, una vera e propria metanoia (=cambio di mentalità) di evangelica memoria e sforzarci di parlare del bene. Ricordiamo che le sette virtù si dividono in teologali e cardinali. Le prime sono tre e vengono così chiamate perché sono infuse direttamente da Dio e hanno Lui come “oggetto”, le rimanenti vengono chiamate cardinali perché sono il cardine di tutte le altre. Tutte vengono rappresentate da figure femminili con particolari attributi iconografici. Partiamo dalla Fede. Viene rappresentata da una donna che regge in una mano il calice e la patena (spesso si vede l’ostia), mentre nell’altra brandisce una croce. Il suo colore caratteristico è il bianco La Carità è rappresentata da una donna che allatta il suo bambino (spesso si trovano anche altri pargoli che attingono al seno materno). Nell’altra mano la Carità regge una fiamma, simbolo dell’amore ardente e disinteressato verso il prossimo. Il suo colore caratteristico è il rosso La Speranza è una donna vestita di verde con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso il cielo da dove attende la salvezza. Anche se in questo dipinto manca, il suo caratteristico attributo iconografico è l’ancora dando così rappresentazione alle parole della Sacra Scrittura che in Eb 6,19 afferma: “In essa (cioè nella Speranza) noi abbiamo come un’ancora della nostra vita, sicura e salda”. La forma dell’ancora infine ricorda la croce, speranza di ogni credente. Passiamo ora alle virtù cardinali iniziando dalla Fortezza. È rappresentata come una donna che indossa un’armatura necessaria per il combattimento contro il male e il conseguimento del bene. Regge in mano uno scettro, simbolo della nobiltà di chi esercita questa virtù. In genere nelle rappresentazioni della virtù compare anche la colonna che sostiene chi vuole essere forte. La Giustizia tiene in mano il globo, mentre nell’altra regge una spada con la quale applica in modo imparziale le sentenza. Al posto del globo molto più frequentemente si trova la bilancia, simbolo di equità. La Temperanza è simboleggiata da una donna che stempera il vino con l’acqua. Infine abbiamo la Prudenza che regge in mano uno specchio col quale si guarda alle spalle. Tale attributo iconografico deriva dal passo del Libro della Sapienza che dice: “La sapienza è uno splendido riverbero della luce eterna, specchio puro dell’attività di Dio, immagine della sua bontà” (Sap 8,26).  Nell’altra mano la Prudenza regge un serpente. Anche questo attributo deriva dalla Sacra Scrittura e precisamente dal passo evangelico di Matteo dove Gesù afferma: “Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe” (Mt 10,16).

(Articolo tratta da Àncora Online, il settimanale della Diocesi di San Benedetto del Tronto)

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