Archive pour le 9 février, 2016

Mercoledì delle ceneri

Mercoledì delle ceneri dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 9 février, 2016 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI 2015 – PAPA FRANCESCO

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20150218_omelia-ceneri.html

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di Santa Sabina

Mercoledì, 18 febbraio 2015

(le letture sono le stesse di domani)

Come popolo di Dio incominciamo il cammino della Quaresima, tempo in cui cerchiamo di unirci più strettamente al Signore, per condividere il mistero della sua passione e della sua risurrezione. La liturgia di oggi ci propone anzitutto il passo del profeta Gioele, inviato da Dio a chiamare il popolo alla penitenza e alla conversione, a causa di una calamità (un’invasione di cavallette) che devasta la Giudea. Solo il Signore può salvare dal flagello e bisogna quindi supplicarlo con preghiere e digiuni, confessando il proprio peccato. Il profeta insiste sulla conversione interiore: «Ritornate a me con tutto il cuore» (2,12). Ritornare al Signore “con tutto il cuore” significa intraprendere il cammino di una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona. Il cuore, infatti, è la sede dei nostri sentimenti, il centro in cui maturano le nostre scelte, i nostri atteggiamenti. Quel “ritornate a me con tutto il cuore” non coinvolge solamente i singoli, ma si estende all’intera comunità, è una convocazione rivolta a tutti: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (v. 16). Il profeta si sofferma in particolare sulla preghiera dei sacerdoti, facendo osservare che va accompagnata dalle lacrime. Ci farà bene, a tutti, ma specialmente a noi sacerdoti, all’inizio di questa Quaresima, chiedere il dono delle lacrime, così da rendere la nostra preghiera e il nostro cammino di conversione sempre più autentici e senza ipocrisia. Ci farà bene farci la domanda: “Io piango? Il Papa piange? I cardinali piangono? I vescovi piangono? I consacrati piangono? I sacerdoti piangono? Il pianto è nelle nostre preghiere?”. E proprio questo è il messaggio del Vangelo odierno. Nel brano di Matteo, Gesù rilegge le tre opere di pietà previste nella legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. E distingue, il fatto esterno dal fatto interno, da quel piangere dal cuore. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità sociale. Gesù mette in evidenza una tentazione comune in queste tre opere, che si può riassumere proprio nell’ipocrisia (la nomina per ben tre volte): «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro…Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti…Quando pregate, non siate simili agli ipocriti, che…amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. … E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti» (Mt 6,1.2.5.16). Sapete, fratelli, che gli ipocriti non sanno piangere, hanno dimenticato come si piange, non chiedono il dono delle lacrime. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce in noi il desiderio di essere stimati e ammirati per questa buona azione, per ricavarne una soddisfazione. Gesù ci invita a compiere queste opere senza alcuna ostentazione, e a confidare unicamente nella ricompensa del Padre «che vede nel segreto» (Mt 6,4.6.18). Cari fratelli e sorelle, il Signore non si stanca mai di avere misericordia di noi, e vuole offrirci ancora una volta il suo perdono – tutti ne abbiamo bisogno – , invitandoci a tornare a Lui con un cuore nuovo, purificato dal male, purificato dalle lacrime, per prendere parte alla sua gioia. Come accogliere questo invito? Ce lo suggerisce san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor5,20). Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana, è lasciarsi riconciliare. La riconciliazione tra noi e Dio è possibile grazie alla misericordia del Padre che, per amore verso di noi, non ha esitato a sacrificare il suo Figlio unigenito. Infatti il Cristo, che era giusto e senza peccato, per noi fu fatto peccato (v. 21) quando sulla croce fu caricato dei nostri peccati, e così ci ha riscattati e giustificati davanti a Dio. «In Lui» noi possiamo diventare giusti, in Lui possiamo cambiare, se accogliamo la grazia di Dio e non lasciamo passare invano questo «momento favorevole» (6,2). Per favore, fermiamoci, fermiamoci un po’ e lasciamoci riconciliare con Dio. Con questa consapevolezza, iniziamo fiduciosi e gioiosi l’itinerario quaresimale. Maria Madre Immacolata, senza peccato, sostenga il nostro combattimento spirituale contro il peccato, ci accompagni in questo momento favorevole, perché possiamo giungere a cantare insieme l’esultanza della vittoria nel giorno della Pasqua. E come segno della volontà di lasciarci riconciliare con Dio, oltre alle lacrime che saranno “nel segreto”, in pubblico compiremo il gesto dell’imposizione delle ceneri sul capo. Il celebrante pronuncia queste parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» (cfr Gen 3,19), oppure ripete l’esortazione di Gesù: «Convertitevi e credete al Vangelo» (cfr Mc 1,15). Entrambe le formule costituiscono un richiamo alla verità dell’esistenza umana: siamo creature limitate, peccatori sempre bisognosi di penitenza e di conversione. Quanto è importante ascoltare ed accogliere tale richiamo in questo nostro tempo! L’invito alla conversione è allora una spinta a tornare, come fece il figlio della parabola, tra le braccia di Dio, Padre tenero e misericordioso, a piangere in quell’abbraccio, a fidarsi di Lui e ad affidarsi a Lui.

 

MERCOLEDÌ DELLE CENERI – RIFLESSIONI SULLE LETTURE

http://www.omelie.org/nuovoarchivio.php?a=pagano&dom=ceneri&anno=2002&titolodom=Mercoled%EC%20delle%20Ceneri&autore=Gianmario%20Pagano&data=13%20febbraio%202002

RIFLESSIONI SULLE LETTURE DELLA LITURGIA

13 FEBBRAIO 2002 – MERCOLEDÌ DELLE CENERI

(le letture corrispondono con quelle di domani)

di Gianmario Pagano

Colletta Il soggetto del cammino di conversione che si sta per cominciare non è un individuo o un insieme di individui, ma un “popolo”. La Quaresima vede protagonista tutta la Chiesa, perciò non si può ridurre questo tempo liturgico ad un modo più intenso di vivere la fede privatamente. Ma c’è dell’altro. Il tempo che comincia vuole produrre un movimento che coinvolga i fedeli in modo tanto straordinario quanto intenso e decisivo, analogo a quello che si riscontra nei momenti di mobilitazione generale: tutti i fedeli devono acquistare la consapevolezza di essere chiamati ad un combattimento. E quando un popolo intero viene chiamato al combattimento, si tratta di una guerra. I termini stessi usati nel testo – l’invito ad es. a “prendere le armi” – sono termini “bellici”. Bisogna infatti riconoscere che la guerra del bene contro il male, nonostante le interpretazioni nefaste dei fondamentalismi, è una costante simbolica nelle religioni, soprattutto quelle basate sulla fede del Dio di Abramo. La preghiera stessa della Chiesa non disdegna di utilizzare tale simbolo collocandolo all’inizio della Quaresima. Ma quello che sfugge purtroppo ai fondamentalismi è che al centro dell’uso del simbolo della guerra non c’è l’invito alla sopraffazione e alla violenza, ma quello al coraggio e alla messa in gioco, alla disposizione ad intraprendere una lotta che fa appello a tutte le energie della volontà, esattamente come richiesto nei momenti più bui, in cui un popolo intero viene chiamato a spendere ogni energia per affrontare la propria sopravvivenza. In questa guerra “sui generis” le armi sono speciali – quelle della “penitenza” –, così come speciale è il nemico: “lo spirito del male”. Se l’uomo combattesse davvero questa guerra spirituale, mobilitando per essa tutte le sue forze, non sarebbe costretto, certamente, a combatterne altre…

Prima lettura Gioele 2,12-18 La pagina del profeta Gioele è forse quella tematicamente più associata al clima introdotto dalla preghiera di colletta. Il contesto di questo famoso passo è infatti una calamità terribile: la siccità, accompagnata dal flagello delle cavallette, paragonata ad un esercito feroce che prende d’assalto ed espugna una città (Cfr. 2,1-11). Proprio dalla catastrofe nasce l’appello al cambiamento interiore, che è nei termini e nei toni, una forma di appello alla mobilitazione generale, ma per uno scopo preciso: implorare la misericordia di Dio ed invocare il suo aiuto con una giornata straordinaria di digiuno e di penitenza. Segue la risposta di Dio e l’annuncio della liberazione insieme a future benedizioni (2,19-27). Da notare anche un altro particolare, più generale: il profeta Gioele è quello che ha ispirato molte pagine “apocalittiche” del Nuovo Testamento (il discorso escatologico nei sinottici ed alcuni passaggi dell’Apocalisse), proprio per il suo richiamo profetico al “giorno del Signore”, come giorno terribile, al cui confronto la piaga delle cavallette e della siccità è uno scherzo. Tuttavia per Gioele la catastrofe del presente non è il presagio di un castigo maggiore, piuttosto è il segno che anticipa un’era di salvezza. Il punto essenziale è che tale salvezza futura non è incondizionata, ma esige una conversione interiore e profonda di tutto il popolo. 

Seconda lettura 2Cor 5,20 – 6,2 Questo passaggio di Paolo è una sintesi sublime del messaggio cristiano e nello stesso tempo della missione della Chiesa: essere “ambasciatori” della riconciliazione tra Dio e gli uomini. Non si finirà mai di meditarlo e di amarlo abbastanza. L’invito pressante a “non accogliere invano la grazia di Dio” è il punto fondamentale delle preoccupazioni dell’apostolo, e dovrebbe probabilmente essere l’anima di ogni azione ecclesiale, a cominciare da quella contemplativa. Nel contesto dell’inizio della Quaresima il riferimento al “tempo favorevole” diventa strumentale, quasi ovvio. Tuttavia non bisognerebbe cessare di leggerlo in un contesto più ampio ed incisivo, che riguarda l’interpretazione di tutta l’esistenza cristiana: la salvezza è un’occasione da prendere al volo, senza esitare, senza rimandare. Come nella parabola del tesoro nascosto, lo scopritore si trova davanti al colpo di fortuna della sua vita, davanti ad una situazione felice quanto irripetibile. Il segreto per possedere il tesoro non sta nel trovarlo, ma nella prontezza e nella totalità della risposta: nascondere la scoperta per correre immediatamente a vendere tutto per acquistare il campo. Una prontezza che nella parabola è così enfatizzata, da sfiorare il cinismo: lo scopritore del tesoro mantiene il segreto per non rischiare di perderlo e per acquistarlo solo a prezzo del campo! Paolo invita di fatto i suoi uditori allo stesso atteggiamento, decisivo per accogliere in modo efficace la grazia che può trasformare effettivamente la vita di ciascuno. 

Vangelo Mt 6,1-6.16-18 Il testo non è riportato nella sua continuità, ma è una piccola selezione, operata con criterio tematico, sulla base del grande discorso “programmatico” di Gesù nel vangelo di Matteo. La pratica delle opere buone e dell’elemosina, la preghiera e il digiuno, essendo i punti fondamentali della “pratica religiosa” diventano oggetto di riflessione specifica all’inizio della Quaresima per tutta la Chiesa. Anche in questo caso però non bisogna dimenticarne il contesto: Gesù non sta parlando a fedeli che cominciano la Quaresima – almeno non nel contesto originale del passo evangelico… – ma sta insegnando ai suoi discepoli quali devono essere i loro atteggiamenti essenziali. Se c’è infatti una novità e una diversità nella pratica pia dei discepoli di Gesù, questa non è nei contenuti fattuali, che sono i medesimi della tradizione ebraica (e in pratica, come è noto, sono stati ripresi in toto anche dalla tradizione islamica), ma, potremmo dire, nello stile con cui tali contenuti sono proposti alla pratica, nel senso ultimo che essi acquistano alla luce più ampia del vangelo. Ma la cosa che più stupisce il lettore attento è che il vangelo sembra rinunciare all’aspetto sociale e collettivo della penitenza e delle pratiche di pietà, che erano così importanti p.es. per il profeta Gioele, in funzione della loro sincerità e interiorità. Nello stesso tempo, non dovrebbe sfuggire un’altra apparente contraddizione con Mt 5,13-36, altro famosissimo passaggio dello stesso discorso: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria…”. Insomma, le “opere” dei discepoli di Gesù devono rimanere nascoste o devono essere viste? Devono essere pubbliche o private? Per scogliere questo nodo bisogna fare riferimento al tipo di opere cui si fa riferimento nei due diversi contesti. In Mt 5, 13ss il riferimento è alla radice stessa dell’identità cristiana che consiste nel compiere le opere di Dio, in altre parole, nel mettere in pratica il Vangelo. Se il Vangelo non viene praticato dal discepolo, esso rinuncia radicalmente alla sua identità, con conseguenze tragiche per lui. Nei due passi di Mt 6 ripresi dalla liturgia si parla piuttosto delle tipiche opere di penitenza, cioè di quelle che si fanno in riparazione dei peccati o per implorare la misericordia di Dio. Ebbene, il Vangelo non solo dice che se questo tipo di opere è falsato da vanità e vanagloria, esse sono inefficaci, se non addirittura controproducenti (“avete già ricevuto la vostra ricompensa…”), ma che il termine di ogni opera di Dio è Dio stesso. Il ritorno a lui deve essere totale, innanzitutto interiore, determinato da un profondo atteggiamento dello spirito che si orienta a Dio mettendo in gioco la totalità della propria esistenza. La dimensione sociale e visibile della pratica religiosa non è disprezzato, ma la condizione necessaria che la presuppone risiede nello spirito di ciascuno, nel segreto della coscienza, dove si gioca il vero valore delle scelte umane al cospetto di Dio.

Visione d’insieme Il mercoledì delle Ceneri non è solo un invito, ripetuto ciclicamente, a cominciare un cammino di conversione. E’ un invito a cogliere l’occasione di compiere per davvero questo cammino una volta per tutte. Tale appello ha una dimensione sia pubblica, comunitaria ed ecclesiale, che una dimensione privata, personale, interiore e mistica. I due aspetti vanno abbracciati entrambi dai discepoli di Gesù, senza dimenticare che è innanzitutto la profondità dell’adesione di ciascuno al Vangelo a produrre per conseguenza l’opera quasi miracolosa di un cambiamento, questo sì visibile ed evidente, della propria vita. Se la preghiera di colletta richiama i cristiani come in un appello di leva, il profeta Gioele ricorda la gravità della posta in gioco e Paolo sottolinea l’importanza di cogliere il momento propizio per ottenerla. Infine il Vangelo ci chiede di fare tutto ciò con cuore puro, perché l’onestà profonda di fare le cose solo ed esclusivamente per Dio ci restituisce la potenza della sua azione in noi, e ci assicura, dunque, la vittoria finale. Solo in tal modo tutti i credenti potranno dire: “la grazia di Dio in me non è stata vana”.

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