Archive pour le 5 février, 2016

Miraculous Draught of Fishes -Painting by Jacopo Bassano, 1545 (first miracle )

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Publié dans:immagini sacre |on 5 février, 2016 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 6,1-2A.3-8

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%206,1-2a.3-8

BRANO BIBLICO SCELTO – ISAIA 6,1-2A.3-8

1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali e 3 proclamavano l’uno all’altro: « Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria ». 4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5 E dissi: « Ohimè! lo sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti ». 6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7 Egli mi toccò la bocca e mi disse: « Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato ». 8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: « Chi manderò e chi andrà per noi? ». E io risposi: « Eccomi, manda me! ».   COMMENTO Isaia 6,1-2a.3-8 La vocazione di Isaia

La vocazione di Isaia viene narrata dal profeta stesso in un brano che si trova all’inizio non di tutto il libro, come solitamente, ma del «Libretto dell’Emmanuele» (Is 6-12), cioè della seconda raccolta di oracoli che presuppone un’attività del profeta anteriore alla guerra siro-efraimita (Is 1-5). I motivi di questa collocazione non sono indicati, ma si può supporre che i redattori finali del libro abbiano voluto situare il messaggio negativo affidato al profeta sullo sfondo dell’insuccesso da lui sperimentato nella prima fase della sua missione. Isaia ambienta la sua vocazione nel contesto di una visione inaugurale avvenuta nel tempio: e di fatto gli elementi simbolici con cui è costruito il racconto sono ricavati da rappresentazioni tipiche del culto. È questa un’ulteriore conferma degli stretti legami che esistevano tra Isaia e Gerusalemme, di cui il tempio era il centro religioso e sociale. Il brano si divide in tre parti: ambientazione (vv. 1-4); indegnità e purificazione del profeta (vv. 5-7); missione (vv. 8-13).

Ambientazione (vv. 1-4) Il profeta inizia il suo racconto indicando il tempo e il luogo in cui si trovava quando ha avuto per la prima volta la manifestazione di Dio: «Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio» (v. 1). L’anno della morte del re Ozia potrebbe essere, come si è visto, il 740 a.C. Isaia non dice in quale luogo si trovava quando ha avuto la visione, ma si può supporre che si trattasse del cortile esterno del tempio, perché l’ingresso nell’edificio sacro era riservato ai sacerdoti. Dio gli appare dunque al di là del secondo velo, nella stanza più interna (il santo dei santi), assiso su di un trono alto ed elevato: questa immagine è suggerita dal fatto che il coperchio dell’arca dell’alleanza (espiatorio) era considerato appunto come il trono di Dio (cfr. Es 25,17-21; 1Sam 4,4). In realtà il profeta vede i lembi del manto divino, i quali, prendendo il posto della nube, simbolo della gloria di Dio (cfr. Es 40,34; 1Re 8,10-11), riempiono tempio (hêkal), cioè la prima stanza, chiamata anche il «santo». Accanto a Dio il profeta vede degli esseri animati: «Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava» (v. 2). La presenza di questi esseri potrebbe essere suggerita dall’idea della corte celeste che, secondo la mitologia orientale, circondava la divinità oppure dal fatto che nel tempio due figure alate, chiamate cherubini, sovrastavano il coperchio dell’arca. Nella visione di Isaia questi esseri ricevono invece l’appellativo di «serafini» (serafîm, brucianti), forse in riferimento al fuoco della teofania. Essi sono forniti di sei ali: due servono loro per coprirsi il volto in segno di sacro terrore nei confronti di JHWH, due per coprirsi i piedi (eufemismo per indicare i genitali, che non devono essere esposti in luogo sacro: cfr. Es 20,26; 28,42-43) e due per volare. I serafini sono dunque davanti a Dio in un atteggiamento di adorazione e di lode come appare anche dal loro canto: «Proclamavano l’uno all’altro: Santo, santo, santo è JHWH degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria» (v. 3). Con queste parole si afferma che JHWH, il liberatore e la guida delle schiere di Israele, è tre volte santo, cioè è santo in senso pieno, in quanto è totalmente separato da tutti i limiti e i peccati dell’uomo (trascendenza) (cfr. Os 11,9). Al tempo stesso però la sua «gloria», cioè la sua presenza luminosa, riempie tutta la terra: egli è presente in tutto l’universo che governa secondo i suoi progetti. In altre parole Dio si rende presente nella storia umana, ma non accetta di diventare connivente con il peccato dell’uomo, e di conseguenza lo elimina, comunicando al popolo la sua santità (cfr. Es 19,6; Lv 19,2), oppure riversando i suoi castighi sui peccatori. La rivelazione di Dio è accompagnata da un forte fragore e da uno spesso fumo: «Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo» (v. 4): anche queste immagini sono suggerite dal modo in cui veniva rappresentata nel culto la manifestazione di Dio (cfr. Es 19,16-19; 1Sam 4,5; 1Re 8,10-12).

Indegnità e purificazione del profeta (vv. 5-7) A questa esperienza Isaia reagisce con una confessione di indegnità: «E dissi: Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, JHWH degli eserciti» (v. 5). Di fronte al Dio santo, l’uomo non può far altro che confessare il suo limite: Isaia si sente solidale con il peccato di tutto il popolo, e lo vede come focalizzato nelle labbra, in quanto impedisce loro di rivolgere a Dio la lode che gli compete. Alla confessione di Isaia fa seguito la sua purificazione: «Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato» (vv. 6-7). Con questo gesto simbolico si vuole significare che Dio ha il potere di perdonare il peccato: l’uomo, se sa riconoscere il suo limite, è salvo e può cominciare una vita nuova.

Missione (vv. 8-13) E di fatti Isaia, dopo che è stato purificato, avverte la chiamata di Dio: «Poi io udii la voce di JHWH che diceva: Chi manderò e chi andrà per noi?» (v. 8a). Mentre il peccato fa sì che l’uomo si chiuda in se stesso, nei suoi desideri egoistici, la purificazione lo rende capace di ascoltare la voce di JHWH che esprime il desiderio di mandare qualcuno a Israele. La reazione di Isaia è immediata: «E io risposi: Eccomi, manda me!». La vocazione comprende dunque due movimenti: quello di Dio che si rivolge all’uomo e quello dell’uomo che si mette liberamente a sua disposizione. A questo punto viene affidato a Isaia un compito da svolgere: «Va’ e riferisci a questo popolo: Ascoltate, ma senza comprendere, guardate, ma senza conoscere» (v. 9). Gli israeliti non vengono chiamati da Dio «mio popolo» ma, con un senso di profondo distacco, «questo popolo». Il messaggio assegnato a Isaia è espresso mediante due verbi all’imperativo, «ascoltate» (šime’û) e «guardate» (re’û), rafforzati ciascuno mediante la ripetizione della stessa radice all’infinito assoluto (ascoltate bene; guardate bene). Ciascuno di essi è seguito da un verbo all’imperfetto preceduto dalla congiunzione we e dall’avverbio negativo al, con significato iussivo (‘al tabînû, non comprendete, ‘al teda’û, non conoscete): Dio comanda dunque agli israeliti di compiere con grande intensità una duplice azione, che metaforicamente significa l’obbedienza al messaggio che egli invia loro, ma sapendo già in partenza che i loro sforzi sono destinati all’insuccesso. Il profeta riceve poi un compito ulteriore: «Rendi insensibile il cuore di questo popolo, appesantisci i suoi orecchi e acceca i suoi occhi» (v. 10a). Il comando di Dio viene espresso mediante tre verbi all’imperativo causativo: «rendere insensibile» (dalla radice saman, essere grasso) il cuore del popolo, «appesantire» (dalla radice kabad, essere pesante) i suoi orecchi e «accecare» (dalla radice ša’a', essere cieco) i suoi occhi. Se si prescinde dalla vocalizzazione masoretica, questi verbi potrebbero essere letti come futuri, prima persona singolare (io renderò insensibile il cuore, appesantirò gli orecchi, accecherò gli occhi…). A questi tre comandi fa seguito una proposizione finale: «affinché non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore» (v. 10b). In questa frase la congiunzione finale negativa pen (affinché non) regge tre verbi all’imperfetto, i quali hanno per soggetto il popolo e riprendono in ordine chiastico i precedenti imperativi: il profeta deve esplicitamente impedire che il popolo veda, ascolti e comprenda. Infine la frase finale viene prolungata mediante altri due verbi retti dalla stessa congiunzione pen: «(affinché) non si converta e non sia guarito» (v. 10c). Il profeta deve dunque far sì che il popolo si indurisca proprio perché non si converta (šûb, ritornare, convertirsi) e non sia guarito (rafa’). Ciò significa che JHWH non è disponibile ad accettare una conversione in extremis che comporterebbe la guarigione del popolo perché non ritiene più che essa sia possibile. Il messaggio assegnato a Isaia rientra nella tematica biblica riguardante la ribellione del popolo nei confronti del suo Dio: quando trasgredisce i suoi comandamenti, Israele manifesta un atteggiamento interiore, analogo alla perdita di funzionalità delle facoltà più importanti, cioè il cuore, la vista e l’udito. L’indurimento del cuore indica il blocco delle facoltà interiori, l’accecamento sottolinea maggiormente la mancanza di conoscenza, mentre la sordità riguarda soprattutto l’opposizione della volontà: in pratica però le diverse immagini vengono a coincidere (cfr. Ger 5,21; Ez 12,2). In Is 6,9-10 subentra però una sfumatura nuova: non è il popolo a indurirsi, a diventare sordo o cieco, ma è Dio stesso che, per mezzo del suo profeta, produce in esso questo stato d’animo. Questa idea riappare in altri due testi: Dt 29,1-3 e Is 29,10 nei quali la colpa del popolo si tramuta in una pena comminata da Dio stesso, come era avvenuto per il faraone, che di fronte al comando di lasciar partire Israele si era indurito (Es 7,13.14; 8,15; 9,35 ecc.), ma al tempo stesso era stato indurito da JHWH (Es 4,21; 7,3; 9,12 ecc.), il quale aveva così potuto dimostrare di essere più potente di lui (Es 10,1; 14,4.17). La stessa reazione di rifiuto è stata provocata da Dio nei cananei (Dt 2,30; Gs 11,20), nei figli di Eli (1Sam 2,25) e nel re Roboamo (1Re 12,15).

Di fronte a una prospettiva così terribile Isaia domanda: «Fino a quando?». La risposta è drastica: fino a che le città siano devastate, le case senza abitanti, la campagna deserta e desolata. JHWH scaccerà la gente finché ne resti solo ne resti solo una decima parte e anche questa sarà preda della distruzione (vv. 11-13a). La totalità della rovina viene paragonata a quella di una quercia o a terebinto che sono caduti e dei quali non resta che il ceppo. Ma le ultime parole contengono un messaggio di speranza: «progenie santa sarà il suo ceppo» (v. 13b). Anche se JHWH «ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe» Isaia continua ad avere fiducia in lui (cfr. Is 8,17). Egli infatti un giorno darà al suo popolo la vista e l’udito e rinnoverà il suo cuore (Is 32,2-4). Ma è dubbio che in questo contesto Isaia abbia voluto esprimere questa speranza perché le ultime parole del v. 13 mancano nei LXX e potrebbero rappresentare un’aggiunta posteriore

Linee interpretative Il modo in cui Isaia presenta la sua chiamata si ispira al modello classico delle vocazioni bibliche (manifestazione divina, sgomento dell’uomo cosciente della sua inadeguatezza, segno, missione). Il carattere contraddittorio della missione affidata al profeta si comprende supponendo che egli, dopo un certo periodo di predicazione, sia giunto alla conclusione che la sua opera è destinata al fallimento a causa dell’ostinazione del popolo. In questa situazione però il profeta, illuminato da Dio, scopre che Dio stesso permette questo indurimento, anzi vuole portarlo alle sue estreme conseguenze per farla finita con il popolo peccatore e per ricominciare da capo la sua opera salvifica. Egli comprende allora che il suo ruolo è proprio quello di spingere il popolo verso il suo tragico destino, annunziandogli insistentemente un messaggio che è già stato rifiutato in partenza. In altre parole il suo invito alla conversione provocherà quasi sicuramente un ulteriore indurimento degli ascoltatori, ma non per questo si sente autorizzato a tacere, perché ormai l’unica speranza è che Dio ricominci da zero la sua opera salvifica.

 

7 FEBBRAIO 2016 | 5A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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7 FEBBRAIO 2016 | 5A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Il Signore Gesù parla, e la sua parola è autorevole e si realizza. Chiama i suoi primi apostoli a seguirlo e a farsi « pescatori di uomini ». La proposta è « vocazionale », così come quella straordinaria di Paolo, chiamato per ultimo tra gli apostoli ad annunciare il vangelo. Sin dall’inizio Gesù associa degli uomini alla sua missione.

La parola di Dio Isaia 6,1-2a.3-8. Il capitolo sesto di Isaia presenta la sua chiamata alla profezia. Nel contesto di una profonda esperienza religiosa, Isaia vede la gloria di Dio e viene purificato. Quindi sente la voce del Signore che si domanda chi possa fare il profeta e rappresentarlo presso il popolo. Isaia offre se stesso e dice: « Eccomi, manda me! ». 1 Corinzi 15,1-11. Quella di Paolo è una grande testimonianza della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù. Afferma di trasmettere i fatti come gli sono stati trasmessi da testimoni autorevoli. Ultimo tra questi è anche lui stesso, che si è messo a disposizione del vangelo. Luca 5,1-11. Gesù parla alla folla, che lo segue e lo ascolta con avidità. Poi induce Pietro a gettare le reti, nonostante che in quella notte non abbiano preso nulla. La pesca è grandiosa e Pietro riconosce che il risultato è miracoloso. Gesù invita Pietro, ma anche Giacomo e Giovanni, a seguirlo e a diventare « pescatori di uomini ».

Riflettere Da sempre Dio associa gli uomini a realizzare i suoi progetti sull’umanità. Lo ha fatto con Noè, Abramo, Mosè, con i profeti e gli apostoli. Lo fa ancora oggi chiamandoci a prendere parte in modo più diretto alla vita della chiesa. La prima lettura racconta la chiamata del profeta Isaia. Siamo al capitolo sesto, ma è come se il suo libro cominciasse realmente solo adesso. Nei primi cinque capitoli presenta la situazione problematica di Israele. Accusa il popolo di avere abbandonato il Signore, parla della collera di Dio e dell’attesa di tempi nuovi. Poi presenta la sua chiamata alla profezia. Isaia ha probabilmente meno di trent’anni quando s’incontra con il Signore. È l’anno della morte del re Ozia. La sua è la descrizione di una profonda esperienza religiosa fatta a mo’ di apparizione: assume i contorni di chi ha una visione, con le modalità della cultura e della sensibilità del suo tempo. Isaia sembra trovarsi nel tempio durante l’intronizzazione del nuovo re e vive un’esperienza mistica, a partire dalla trasfigurazione di ciò che gli si presenta. Vede Iahvè seduto in trono come un principe orientale, che con il manto copre l’intero tempio. Davanti a lui vi sono figure mitologiche o angeli, i serafini, che sono per metà uomini e per metà uccello. Essi proclamano Iahvè tre volte santo, mentre le porte vibrano e il tempio si riempie di fumo. Isaia si incontra in questo modo con Iahvè. Scopre la trascendenza, la maestà di Dio, che si manifesta nella cornice di una liturgia solenne. La vita di Isaia sarà per sempre segnata da questa esperienza che gli ha cambiato la vita. Davanti alla trascendenza di Iahvè, Isaia riconosce la sua impurità e la necessità di una purificazione e si domanda come potrebbe, un giovane come lui, annunciare la parola del Signore tre volte santo. Ma uno dei serafini vola verso il suo volto e purifica simbolicamente le sue labbra con un carbone incandescente. Così purificato, Isaia si offre volontario per collaborare con Iahvè a risanare Israele. Iahvè gli ha fatto dono di quest’esperienza particolare, che equivale a una vera e propria chiamata vocazionale. Probabilmente, già prima di questa visione Isaia era un giovane ben disposto, ma da questo momento la sua fede e la sua sicurezza sanno incrollabili. Nella seconda lettura ci troviamo in qualche modo ancora di fronte a una chiamata, quella di Paolo, che da persecutore della chiesa è stato chiamato all’apostolato. Lo dice lui stesso, mentre esprime con sicurezza la sua fede nella risurrezione di Gesù. Nella città di Corinto alcuni, anche tra quelli che hanno accolto il vangelo, sembrano avere qualche incertezza di fronte alla risurrezione dei morti. Ma Paolo reagisce con estrema chiarezza: Gesù è risorto, e dunque anche noi risorgeremo. Che Cristo poi sia risorto, è un fatto documentato più di ogni altro, dice Paolo, esprimendo la fede della chiesa primitiva: « Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture, apparve a Cefa e quindi ai Dodici ». Questa professione di fede, aggiunge Paolo, è un fatto confermato da altre apparizioni del Risorto a Giacomo e a più di cinquecento fratelli. « Ultimo fra tutti apparve anche a me », conclude, portando a testimonianza il suo cambiamento di vita: da persecutore della chiesa, si è fatto apostolo infaticabile del vangelo. Marco e Matteo presentano la chiamata degli apostoli all’inizio della vita pubblica di Gesù. Luca ordina i fatti in modo diverso e in modo curiosamente più problematico. Siamo in questo caso al capitolo quinto; nel capitolo precedente Gesù ha appena guarito la suocera di Pietro, e questo significherebbe che gli apostoli erano già stati scelti e chiamati. Si potrebbe però anche pensare che, secondo Luca, la chiamata degli apostoli non sia avvenuta attraverso un unico incontro, ma in momenti successivi. Comunque è questa la chiamata decisiva, perché Luca al termine dell’episodio scrive che essi « tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono ». Gesù ha cominciato la vita pubblica associando sin da subito altri alla sua missione. La chiamata di Pietro e degli altri due apostoli viene vista da Luca nel contesto simbolico di una pesca straordinaria. Il momento non è propizio per la pesca, quegli uomini di mare lo sanno. Forse con un po’ di scetticismo cedono alle parole di Gesù e calano le reti. Dice il vangelo che « presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano »; che « riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano »… Pietro, che con gli altri ha faticato tutta la notte senza prendere nulla, non fa fatica a cogliere la straordinarietà del miracolo e il mistero di chi gli sta davanti, ed esclama: « Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore ». Gesù invece lo fa « pescatore di uomini ». D’ora in poi Gesù non sarà più solo. Non si dice ancora quale sarà il compito degli apostoli e perché li ha chiamati: si sa però perfettamente che Gesù li ha voluti con sé e che d’ora in poi cambieranno mestiere per mettersi al suo seguito. A guardare le cose simbolicamente, nel racconto di questo episodio c’è in filigrana tutta l’avventura della chiesa, la comunità che Gesù ha voluto perché continui la sua missione. Anche il lago che non dà pesci è carico di simboli per la chiesa: è sulla parola di Gesù che la pesca ci sarà, e sarà abbondantissima.

Attualizzare « Chi manderò e chi andrà per noi? », si domanda Iahvè rivolgendosi a Isaia, invitandolo a condividere i suoi sogni per dare inizio a una nuova storia di Israele. « Vi farò pescatori di uomini », dice a sua volta Gesù, invitando Pietro Giacomo e Giovanni a seguirlo e a condividere la sua missione. In ambedue i casi la chiamata è di tipo « vocazionale », coinvolge interamente la persona, prende la vita. Questo tipo di invito da parte di Dio – perché è sempre lui che ci precede nella chiamata – non è mai a tempo, provvisoria, settoriale, ma a « tempo pieno ». « Vivere 24 ore su 24 per Dio », dice lo slogan di una storica campagna pubblicitaria destinata a suscitare nuove vocazioni. « Una vita da marine » si legge in un manifesto negli Stati Uniti, per indicare ciò che la vita di un prete comporta. « Comincio da me, lo propongo a tutti quanti » è la parola d’ordine che si è diffusa in Messico tra i giovani cattolici partecipanti al progetto « I giovani con Cristo per Los Mochis ». Giovani destinati a occuparsi dei ragazzi delle periferie, a cui dare motivazioni forti per uscire dalla loro situazione di disagio ispirandosi alla fede. Di fronte a questa chiamata, la prima reazione spesso non è quella del « perché proprio io? », del rifiuto o del menefreghismo, ma piuttosto quella del disagio, dell’inadeguatezza. Non sono io l’uomo giusto – si pensa – non sono la donna giusta, non sono all’altezza, sono inadeguato. È la reazione che ha avuto Isaia, che dice di avere le labbra impure; di Pietro che chiede a Gesù di allontanarsi da lui, perché è un peccatore. Anche quella di Paolo, che dichiara che il Signore Gesù si è manifestato a lui, ma « come a un aborto », cioè, come a colui che è nato male e viaggiava fuori strada. Ma a guardare alla storia di molte vocazioni, anche straordinarie, si deve riconoscere che Dio è sovranamente libero di fronte alla sua chiamata. Sono frequentissimi i casi di chi dice che prima di essere chiamato era orientato su tutt’altre strade, che non si collocava tra quelle persone per bene, a cui si pensa per questo tipo di chiamata. Isaia, Pietro, Paolo accettano e mettono la loro persona a disposizione: « Eccomi, manda me », dice Isaia. Altre volte la risposta positiva è molto più faticosa. Possiamo ricordare il profeta Geremia, chiede a Iahvè di mandare un altro, perché lui è troppo giovane; Giona, che si dà alla fuga; Mosè che trova il pretesto di non essere sciolto nel parlare. Ma Dio si servirà proprio di loro, così come dimostra di fare spesso con altre persone apparentemente meno adatte per realizzare i suoi piani. Madre Teresa, una minuscola donna albanese partita per le missioni in India, diceva che non c’era persona più inadeguata di lei per fare ciò che stava facendo. Dio chiama anche gli sfaccendati (ricordiamo gli operai dell’ultima ora), magari anche i ritrosi, ma più spesso non chiama i perditempo. Ha chiamato Pietro e gli altri mentre stanno pescando, chiama Matteo mentre si trova al banco delle imposte. E questi mettono a disposizione tutto ciò che sono e hanno: il loro mestiere, le competenze, le proprie idee, fidandosi unicamente della parola di Gesù che invita. La chiamata di Dio rimane sempre qualcosa di misterioso: « Perché sceglie proprio me e non un altro? ». Ma è altrettanto misteriosa la risposta dell’uomo. Comunque una chiamata di Dio porta sempre con sé un enorme carico di responsabilità. « Dio ha bisogno degli uomini » è il titolo di un vecchio film, che esprime qualcosa di reale, perché Gesù ha voluto effettivamente aver bisogno di dodici apostoli per costruire la chiesa e realizzare il regno di Dio. Chiama anche oggi, e se ottiene come risposta un « no », si rivolge a un altro. Dobbiamo però chiederci che cosa sarebbe successo se Pietro avesse rifiutato il suo invito, se avessero detto di « no » sant’Agostino, san Francesco, Ignazio di Lojola, san Giovanni Bosco, il Cottolengo, Madre Teresa, Papa Giovanni, Giovanni Paolo II. Essi invece hanno detto: « Sulla tua parola getterò le reti », e la storia ha preso un corso diverso per se stessi e per gli altri. Il discorso sulla vocazione riguarda tutti da vicino, Non dobbiamo pensare necessariamente alle vocazioni sacerdotali e religiose. Non erano della casta sacerdotale Isaia e Pietro. Non lo era nemmeno Gesù. La vocazione è accogliere la vita mettendo in gioco le qualità che abbiamo, vivendo per qualcosa e per qualcuno. È sempre un « vivere con », un « vivere per ». E non si deve attendere che venga un angelo dal cielo a dirci come rispondere alla nostra vocazione profonda. Basta un tempo più intenso di riflessione personale e di preghiera; oppure la proposta di qualcuno che lo fa a nome della chiesa e ci affascina per il suo modo di vivere. Ancor più è l’esserci dati a un servizio di carità che porta a maturare l’idea che questa può diventare la nostra scelta per la vita. In ogni caso, la scelta di Dio rimane sempre sovranamente e misteriosamente libera, e gli esempi non mancano. Ha chiamato Paolo nel momento in cui andava a perseguitare i cristiani; ha chiamato l’apostolo dei lebbrosi, il giornalista Raoul Follereaux mentre faceva un safari in Africa; ha chiamato Lorenzo Milani che aveva la madre ebrea e il padre indifferente alla religione; ha chiamato Piergiorgio Frassati, che è nato in una famiglia che si vergognava di lui e delle sue opere di carità.

Lasciarono tutto e lo seguirono « Erano giovani, felici, protese verso un’esistenza che si annunciava ricca di soddisfazioni e di prospettive. Alcune di loro stavano per sposarsi e progettavano una vita piena e completa. Poi un giorno, spesso all’improvviso, è giunta « la chiamata ». Hanno risposto di sì, hanno lasciato tutto e l’hanno seguito. Adesso sono in luoghi che le stesse carte geografiche ignorano, nei lebbrosari, nelle trincee delle metropoli, accanto a chi soffre o muore di Aids. Sono le donne che ho incontrato nel mio viaggio fra le suore, che ho interpellato stupita e commossa per il loro eroismo. « Ho risposto alla sua chiamata perché la felicità che avevo non mi bastava più », mi ha detto con la conferma di una serenità luminosa una suora missionaria, « parroco » in Amazzonia tra i garimpeiros che si dannano a cercare l’oro nelle miniere » (Mariapia Bonanate).

Don Umberto DE VANNA sdb

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