Archive pour janvier, 2016

Volto di Gesù

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GIOVANNI PAOLO II – UDIENZA GENERALE (CRISTO SALVATORE UNIVERSALE)

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GIOVANNI PAOLO II – UDIENZA GENERALE (CRISTO SALVATORE UNIVERSALE)

Mercoledì 4 febbraio 1998   

1. Cristo si rivela in tutta la sua vicenda terrena come il Salvatore inviato dal Padre per la salvezza del mondo. Il suo stesso nome, « Gesù », manifesta questa missione. Esso infatti significa: « Dio salva ». E’ un nome che gli è conferito a seguito di una indicazione celeste: sia Maria che Giuseppe (Lc 1,31; Mt 1,21) ricevono l’ordine di chiamarlo così. Nel messaggio a Giuseppe il significato del nome viene chiarito: « Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati ». 2. Cristo definisce la sua missione di Salvatore come un servizio, la cui manifestazione più alta consisterà nel sacrificio della vita a favore degli uomini: « Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Mc 10,45; Mt 20,28). Queste parole, pronunciate per contrastare la tendenza dei discepoli a cercare il primo posto nel Regno, vogliono soprattutto suscitare in essi una nuova mentalità, più conforme a quella del Maestro. Nel Libro di Daniele il personaggio descritto « come un figlio d’uomo » viene presentato circonfuso della gloria dovuta ai capi, ai quali si tributa una venerazione universale: « Tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano » (Dn 7,14). Gesù contrappone a questa figura il Figlio dell’uomo che si pone al servizio di tutti. In quanto persona divina, egli avrebbe pieno diritto di essere servito. Ma dicendo di essere « venuto per servire », manifesta un aspetto sconvolgente del comportamento di Dio che, pur avendo il diritto e il potere di farsi servire, si mette « a servizio » delle sue creature. Gesù esprime in modo eloquente e commovente questa volontà di servire nel gesto dell’ultima Cena, quando lava i piedi ai discepoli: gesto simbolico che s’imprimerà definitivamente nella loro memoria come una regola di vita: « Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri » (Gv 13,14). 3. Dicendo che il Figlio dell’uomo è venuto per dare la sua vita in riscatto per molti, Gesù rimanda alla profezia del Servo sofferente, che « offre la sua anima in sacrificio espiatorio » (Is 53,10). E’ un sacrificio personale, molto diverso dai sacrifici di animali, in uso nel culto antico. E’ il dono della vita fatto « in riscatto per molti », cioè per l’immensa moltitudine umana, per « tutti ». Gesù appare così come il Salvatore universale: tutti gli esseri umani, secondo il disegno divino, vengono riscattati, liberati e salvati da lui. Dice Paolo: « Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù » (Rm 3,23-24). La salvezza è un dono che può essere ricevuto da ciascuno nella misura del libero consenso e della volontaria cooperazione. 4. Salvatore universale, Cristo è l’unico Salvatore. Pietro lo afferma chiaramente: « In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,12). Nello stesso tempo, Egli è proclamato anche unico mediatore tra Dio e gli uomini, come afferma la prima Lettera a Timoteo: « Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti » (2,5-6). In quanto Dio-uomo, Gesù è il mediatore perfetto, che congiunge gli uomini a Dio, procurando loro i beni della salvezza e della vita divina. Si tratta di una mediazione unica, che esclude ogni mediazione concorrente o parallela, pur essendo conciliabile con mediazioni partecipate o dipendenti (cfr Redemptoris missio, 5). Non si possono quindi ammettere, accanto a Cristo, altre fonti o vie di salvezza autonome. Pertanto nelle grandi religioni, che la Chiesa considera con rispetto e stima nella linea indicata dal Concilio Vaticano II, i cristiani riconoscono la presenza di elementi salvifici, che operano però in dipendenza dall’influsso della grazia di Cristo. Tali religioni possono così contribuire, in virtù dell’azione misteriosa dello Spirito Santo che « soffia dove vuole » (Gv 3,8), ad aiutare gli uomini nel cammino verso la felicità eterna, ma questo ruolo è anch’esso frutto dell’attività redentrice di Cristo. Anche in rapporto alle religioni, perciò, agisce misteriosamente Cristo Salvatore, che in quest’opera unisce a sé la Chiesa, costituita « come sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano » (LG, 1). 5. Mi è caro concludere con una mirabile pagina del Trattato della vera devozione a Maria, di san Luigi di Montfort, che proclama la fede cristologica della Chiesa: « Gesù Cristo è l’Alfa e l’Omega, ‘il Principio e la Fine’ di ogni cosa. [...]. Egli è il solo maestro che deve istruirci, il solo Signore dal quale dipendiamo, il solo capo al quale dobbiamo essere uniti, il solo modello cui dobbiamo rassomigliare, il solo medico che ci deve guarire, il solo pastore che ci deve nutrire, la sola via che ci deve condurre, la sola verità che dobbiamo credere, la sola vita che deve vivificarci, il solo tutto che ci deve bastare in ogni cosa. [...]. Ogni fedele che non è unito a Cristo come il tralcio alla vite cade, secca e serve solo ad essere gettato nel fuoco. Se invece siamo in Gesù Cristo e Gesù Cristo in noi, non c’è più nessuna condanna da temere. Né gli angeli del cielo, né gli uomini della terra, né i demoni dell’inferno, né alcun’altra creatura potrà farci del male, perché non potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Gesù Cristo. Tutto possiamo per Cristo, con Cristo e in Cristo; possiamo rendere ogni onore e gloria al Padre nell’unità dello Spirito Santo; possiamo diventare perfetti ed essere profumo di vita eterna per il prossimo » (n. 61).

Publié dans:CRISTO, Papa Giovanni Paolo II |on 7 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

IL MISTERO DELLA TRINITÀ: COSA SIGNIFICA CHE GESÙ È «NATO» DAL PADRE?

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IL MISTERO DELLA TRINITÀ: COSA SIGNIFICA CHE GESÙ È «NATO» DAL PADRE?

Un lettore chiede il significato di un’espressione del Credo: «Nato dal padre prima di tutti i secoli». Risponde don Angelo Pellegrini, docente di Teologia dogmatica alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA – 24/04/2013   Siamo nell’Anno della fede. Il credo niceno-costantinopolitano (non quello degli apostoli) dice così: «Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli…» Se è nato vuol dire che «prima» non c’era. Sotto questo aspetto il Padre è «più» del Figlio. Allora si potrebbe dire che in questo punto questo Credo non esprime bene l’uguaglianza tra Padre e Figlio. È più vero allora Giovanni Evangelista: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio…». Mi può chiarire un teologo? Giovanni Manecchia

L’acuta osservazione del lettore impone una premessa necessaria, che traggo dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «La Trinità è un mistero della fede in senso stretto» (n. 237). Questo significa che le nostre affermazioni su Dio Trino hanno lo scopo di non deformare l’idea di Dio al punto da renderla incompatibile con quanto rivelato da Cristo. L’idea di un dio troppo razionalistica o umanizzata, ad esempio, andrebbe a scontrarsi con le affermazioni del profeta Isaia il quale sostiene, alla stregua di un idolo, che pregheremmo «un dio che non può salvare» (45,20). Al contempo non possiamo pretendere, proprio perché la Trinità è un mistero in senso stretto, che le nostre espressioni in merito siano totalmente chiare ed immediate. Il nostro linguaggio nasconde sempre una certa oscurità, ambiguità ed è pertanto suscettibile di spiegazioni utili alla sua precisazione. Data l’importanza e la complessità della questione, spero che queste mie brevi parole possano essere utili ad un chiarimento, anziché portare altra nebbia. In questo senso i Padri del Concilio di Costantinopoli (381) modificarono la frase in questione che, nel credo del Concilio di Nicea (325), suonava piuttosto diversamente. Il loro scopo era certamente chiarire che Padre e Figlio non sono subordinati, cioè sono «uguali nella natura divina», ma non in questo passaggio. Questo passaggio voleva spiegare piuttosto che essi sono sì uguali, secondo la natura, ma non sono interscambiabili, vanno perfettamente identificati, hanno una specificità propria non comparabile, ma soprattutto scambiabile con la specificità dell’altro. Ossia il Padre è Padre e non va confuso con il Figlio e viceversa. In questo senso noi traduciamo la parola greca del gennethénta con nato, mentre poco sotto lo stesso participio lo traduciamo con generato, nella frase «generato non creato». Il verbo al participio passato è lo stesso e va capito tenendo assieme le due espressioni. La seconda frase, infatti, fu inserita nel Concilio di Nicea contro il subordinazionismo di Ario il quale sosteneva che non soltanto Padre e Figlio non erano uguali, ma addirittura che, non avendo la stessa natura, il Figlio era semplicemente una creatura, creata da Dio prima delle altre. Dire che non era creato significava separare il Figlio dalle creature, escludere la sua natura creaturale e affermare la piena divinità della natura del Verbo, poiché generato dal Padre. Sono diverse le espressioni del credo che affermano questo concetto; ne ricordo due, che però non è possibile spiegare in questa sede: consustanziale, ossia della stessa sostanza; Dio vero da Dio vero. Nel nostro contesto però l’espressione nato/generato assume un valore aggiuntivo: pur affermando l’uguaglianza di Padre e Figlio, ci dice che non sono interscambiabili anzi indica la loro identità specifica. Il Padre è colui che dona, generando, pienamente la divinità e l’amore al Figlio eternamente; il Figlio è colui che, eternamente, riceve in pienezza il dono dell’amore e della divinità dal Padre. Questo dono eterno è pieno ed è totale, per cui pur non scambiando chi dona e chi riceve, l’espressione non nega la piena uguaglianza di Padre e Figlio secondo la divinità, ma li distingue in ordine alla identificazione personale. Il discorso andrebbe ovviamente completato mostrando come tutto ciò valga anche per lo Spirito Santo, uguale secondo la natura al Padre e al Figlio, ma distinto per identità personale e ruolo specifico. Sinteticamente il secondo Concilio di Costantinopoli (553) ha proprio voluto affermare questo concetto sostenendo che «il Padre e il Figlio hanno una sola natura o sostanza […] poiché essi sono una Trinità consustanziale, una sola divinità da adorarsi in tre ipostasi», ossia persone. Da questo punto di vista il Credo diventa anche una singolarissima spiegazione del primo versetto del Vangelo di San Giovanni opportunamente citato dal lettore. 

I Re Magi

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GIANFRANCO RAVASI. EPIFANIA: NELLA RICERCA DEI MAGI LA NASCOSTA INQUIETUDINE DI OGNI ESSERE UMANO. IL SENSO DELLA “STELLA COMETA”.

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GIANFRANCO RAVASI. EPIFANIA: NELLA RICERCA DEI MAGI LA NASCOSTA INQUIETUDINE DI OGNI ESSERE UMANO. IL SENSO DELLA “STELLA COMETA”.

Era il 614 e la basilica di Betlemme, eretta attorno al 325-330 dalla madre di Costantino, Elena, e ristrutturata un paio di secoli dopo da Giustiniano, era assediata dal re persiano Cosroe che aveva già raso al suolo tutti gli edifici sacri cristiani della Terra Santa. Il sovrano stava già per ricorrere al fuoco e alle balestre quando s’accorse che sul frontone della basilica della Natività di Cristoerano raffigurati alcuni personaggi vestiti proprio come lui: erano i Magi che i bizantini avevano tratteggiato in abiti da cerimonia persiani. Quella chiesa, che racchiude nella cripta la grotta della nascita di Cristo, fu così salvata ed è ancor oggi possibile visitarla penetrandovi per un’unica porticina detta simbolicamente « dell’umiltà », ma forse più prosaicamente destinata a impedire ai cavalieri ottomani di accedere a cavallo nelle cinque navate dell’interno.

MATTEO E GLI APOCRIFI Il racconto di Matteo che riguarda i Magi (2, 1-12) è sobrio, sebbene non privo di colpi di scena ed è tutt’altro che fiabesco, anche se la tradizione artistica e popolare successiva si è lasciata conquistare dalle sue componenti narrative. Pensiamo, ad esempio, alle innumerevoli « Adorazioni dei Magi » di pittori celebri e ignoti, oppure al bel romanzo di Michel Tournier Gaspare, Baldassarre e Melchiorre (1980), al film Cammina cammina di Ermanno Olmi (1983), alla ballata che Thomas Stearns Eliot dedicò ai Magi nel 1927: « Fu per noi un freddo avvento / per un viaggio lungo come questo. / Le strade fangose (…) / e i cammelli pustolosi, i piedi sanguinanti / (…) Vi furono momenti in cui rimpiangemmo / i palazzi d’estate sui pendii, i terrazzi, / le seriche fanciulle che portavano / i sorbetti ». Nel 1985 durante una campagna di scavi nel deserto egiziano delle celle a ovest del delta del Nilo, è venuta alla luce la più antica testimonianza dipinta (VII-VIII sec.) dei nomi, ignoti al Vangelo, dei Magi. Sull’intonaco bianco del muro di una cella un monaco aveva tracciato in rosso questi tre nomi: « Gaspare, Belchior, Barthesalsa ». Si tratta di una delle tante deformazioni o variazioni che derivavano dai cosiddetti Vangeli apocrifi, testi nati dalla pietà popolare del cristianesimo primitivo, le cui pagliuzze d’oro di verità storica e di fede si nascondono in un magma di fantasie folcloristiche. In un frammento del perduto Vangelo degli Ebrei, assegnabile alla prima parte del II secolo, i Magi, « indovini dal colorito scuro e dai calzoni alle gambe », sono un vero e proprio stuolo, guidato però da una terna di capi: Melco, Caspare e Fadizarda. Qualche secolo dopo (VI-VII), ma su una base documentaria certamente più antica, un altro apocrifo, lo Pseudo Matteo, fonte privilegiata degli artisti medievali, scriverà: « I Magi offrirono ciascuno una moneta d’oro » al Bambino, ma aggiunsero ciascuno un dono personale: Gaspare la mirra, Melchiorre l’incenso, Baldassarre l’oro. Si costituiva così la tradizione popolare dei tre Magi, con nomi precisi e, a causa dei doni e di un salmo (il 72: « I re di Tarsis e di Saba offriranno tributi, a lui tutti i re si prostreranno »), furono dotati di dignità regale. Per non dire poi che in essi si tenterà di riassumere tutto lo spettro dei colori razziali: l’uno verrà identificato come un bianco, l’altro come un giallo e il terzo come un moro, mentre le loro ipotetiche reliquie approderanno, attraverso complesse vicende storiche, a Milano e a Colonia. La fantasia pirotecnica degli apocrifi e delle tradizioni popolari, scontenta della sobrietà dei dati offerti dal Vangelo di Matteo (2, 1-12), non si è fermata qui ma si è gettata con entusiasmo alla ricerca (e spesso all’invenzione) di scene pittoresche. Più contenuto è il Protovangelo di Giacomo del III secolo, che si accontenta di fissare l’attenzione soprattutto sulla stella. « Abbiamo visto – confessano i Magi – una stella grandissima che splendeva tra tutte le altre stelle e le oscurava tanto che le stelle non apparivano più. La stella poi si è arrestata proprio in cima alla grotta ». Della stella si interessa anche un altro apocrifo, L’infanzia del Salvatore, un testo scoperto in due versioni nel 1927 e databile attorno al VI secolo: « Ecco un’enorme stella che splendeva sulla grotta dalla sera al mattino; una stella così grande non era mai stata vista dall’inizio del mondo ». Ma, nel prosieguo del racconto, l’autore in modo più raffinato si preoccupa di ricordarci che quella stella era in realtà « la parola di Dio ineffabile ». Curioso resta, però, il monologo di Giuseppe che spia da lontano con apprensione i Magi: « Mi pare siano àuguri: non stanno fermi un momento, osservano e discutono tra loro. Sono forestieri: il vestito è diverso dal nostro vestito, la veste è amplissima e scura, hanno berretti frigi e alle gambe portano sarabare [gambali] orientali ». Alla domanda sull’identità del bambino, Giuseppe risponde – non si capisce se ironicamente o « teologicamente » – in questo modo: « Suppongo che sia mio figlio ». Ma essi gli spiegano che di ben altro si tratta. Ancor più vivace è il Vangelo arabo dell’infanzia del V-VI secolo che considera i Magi come discepoli di Zarathustra, il profeta della religione iranica, e li fa protagonisti di un delizioso apologo sulle fasce di Gesù Bambino. Ascoltiamo l’ignoto autore: « La signora Maria prese una delle fasce del bambino e la diede loro in ricordo. Essi si sentirono onoratissimi di prenderla dalle sue mani ». Rientrati nel loro paese, durante una festa in onore del fuoco sacro, gettarono quella fascia nelle fiamme del grande falò liturgico. Ma, spento il fuoco, ecco riapparire tra le ceneri, la fascia intatta. « Presero, allora, a baciarla e a imporsela sulla testa e sugli occhi ». Potremmo continuare per pagine e pagine questo pellegrinaggio nel mondo fantasmagorico dei Magi apocrifi. Noi, invece, ritorniamo al Vangelo dell’infanzia di Gesù secondo Matteo, un testo che probabilmente l’evangelista ha assunto dalla predicazione della Chiesa delle origini e ha imposto come premessa al suo Vangelo, un testo di denso contenuto e di non facile interpretazione, nonostante l’apparente semplicità. Proprio per la pagina dei Magi, infatti, che molti forse considerano ingenua, potremmo dire che è valido un famoso adagio rabbinico: « Ogni parola della Bibbia ha settanta volti ». Il racconto, superficialmente letto come una fiaba orientale, piena di profumi esotici, è in realtà denso di simbolismi che il lettore attento della Bibbia subito sapeva riconoscere, è carico di riferimenti teologici allusivi, è un intarsio di citazioni e di temi legati all’Antico Testamento, e si riferisce alla storia del bambino Gesù in modo molto originale e libero. Non siamo quindi in presenza di una novella dolcissima per piccoli, quanto piuttosto davanti ad una vera e propria sintesi cristologica, distribuita sui fili sottili di una trama storica dalle maglie molto larghe e allentate e sui fili più robusti di uno schema di pensiero molto fitto e profondo. Dobbiamo, perciò, guardare con piacere la superficie colorata del racconto ma dobbiamo anche superarla alla ricerca del significato ultimo sotteso: un modo errato di leggere questa pagina è di perdere di vista il Cristo e di lasciarci conquistare solo dai Magi. Certo, costoro sono attori importanti nel racconto come lo è la « loro » stella, ma essi non sono i protagonisti. Interessiamoci, perciò, di loro solo per raggiungere con loro la meta gloriosa che li attende. D’altronde l’interesse per questi misteriosi personaggi è antichissimo e affonda le sue radici, come si è visto, nelle origini stesse della tradizione cristiana. Nelle catacombe romane di Priscilla i Magi appaiono negli affreschi (230-250) prima dei troppo normali e modesti pastori. Tra le molte domande, che possono affiorare a questo livello di curiosità, scegliamone due: da dove provenivano i Magi e qual era la « loro » stella? Alla prima domanda il Vangelo di Matteo ci risponde con uno sbrigativo « giunsero da Oriente » e con la parola greca Màgoi. Con questo termine si intendevano gli astrologi, gli astronomi, gli incantatori, gli aruspici, i maghi, personaggi quindi di varia attendibilità, ciarlatani e sapienti. Un orizzonte, perciò, molto vasto e generico che dalla scienza può sconfinare fin nella cialtroneria. La provenienza « da Oriente » non è certamente più circoscritta perché abbraccia un orizzonte culturale molto variegato. Abbiamo già ricordato che il Vangelo arabo dell’infanzia li considerava discepoli di Zarathustra o Zoroastro, fondatore del mazdeismo iranico (600 a.C.?). Nell’Antico Testamento, però, il Libro di Daniele parla spesso di « magi » babilonesi (ad esempio, Daniele, 1, 20; 2, 2.10.26; 4, 6: in quest’ultimo passo si parla di un Baltazzar « principe dei magi »). Effettivamente Babilonia aveva il primato nell’antico Vicino Oriente riguardo agli studi astronomici e astrologici. Là, anche ai tempi di Gesù, era presente una nutrita colonia giudaica che forse aveva trasmesso la sua attesa messianica anche ai « magi » babilonesi. Nella Bibbia, però, « i figli d’Oriente » sono molto spesso gli Arabi del deserto (Arabia e Siria) o i Nabatei, le cui carovane commerciavano in incenso e oro e le cui relazioni con Israele risalivano all’epoca di Salomone. Ben quattro tribù arabe del deserto derivavano il loro nome dalle stelle, dimostrando così un vivo interesse per l’astrologia. Nel 160, lo scrittore cristiano Giustino affermava senza esitazione: « Andarono da Erode Magi provenienti dall’Arabia ». Ma uno studioso americano, Martin McNamara, qualche decennio fa ha reso molto più « domestici » i Magi considerandoli come membri degli Esseni, quella comunità giudaica nota soprattutto per il suo « monastero » di Qumran, posto sulle rive del Mar Morto: essi infatti si interessavano moltissimo di « oroscopi » messianici e nei loro scritti i doni dei Magi sono citati assieme al simbolo della stella del Messia. Un enigma irrisolto, quindi, quello della patria dei Magi. Risolvibile forse solo attraverso quella dimensione più profonda che il testo di Matteo rivela ad un’analisi più teologica. La vicenda storica in sé non è impossibile, come invece alcuni critici sostengono, proprio perché il segno astrale era un « codice » culturale tipico di quell’epoca e poteva essere connesso con la diffusione delle speranze messianiche che l’ebraismo aveva favorito con la sua diaspora nel mondo. Ma è certo che l’evangelista vuole sorpassare il fatto storico e vuole far brillare significati ulteriori in questi uomini dell’Oriente giunti a Gerusalemme per « rendere omaggio al neonato re dei Giudei ». La loro è la storia di un viaggio rischioso sul modello di quello di Abramo che « partì senza sapere dove sarebbe andato » (Ebrei, 11, 8). Il filosofo franceseEmmanuel Lévinas ha sottolineato che al mito di Ulisse che ritorna ad Itaca, al quieto vivere familiare, al passato nostalgico, nella Bibbia si oppone la storia di Abramo e dei Magi che lasciano la loro patria per una terra e una famiglia ignota. È il senso di quella bellissima definizione che gli Ebrei dell’Antico Testamento si danno come figli dell’esodo dall’Egitto: « Noi siamo forestieri come i nostri padri » (1 Cronache, 29, 15). È l’esortazione di Isaia (2, 3.5): « Venite, saliamo sul monte del Signore (…) Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore! ». Il viaggio dei Magi può diventare, allora, l’emblema della vita cristiana intesa come sequela, discepolato, ricerca. Il viaggio esige distacco, coraggio, ricerca, speranza. Chi è legato a terra dai pesi delle cose e dei vincoli è incapace di essere pellegrino. Chi è convinto di possedere tutto e di avere già il monopolio della verità non ha l’ansia della ricerca; egli è simile ai sacerdoti di Gerusalemme del racconto matteano, freddi interpreti di una parola biblica che non li coinvolge né li converte. Chi si è troppo ben collocato nella sua città non ha bisogno di Betlemme, anzi Betlemme gli appare come un insignificante villaggio di provincia. Ma sappiamo anche che molti si muovono e, come i Magi, si fanno pellegrini della verità: « Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli, mentre i figli del Regno saranno cacciati fuori nelle tenebre » (Matteo, 8, 11-12). A Cristo, per strade misteriose, giungono schiere di cristiani « anonimi » come i Magi che lo cercano senza ancora conoscerlo e senza saperne il nome. Nella piccola processione dei Magi verso la verità e la luce Matteo vede la grande processione della Chiesa, « una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua » (Apocalisse, 7, 9).

IL SEGNO COSMICO Il secondo attore del racconto dei Magi è il segno cosmico della stella. Sotto l’altare della grotta della Natività a Betlemme, i Francescani nel 1717 incastonarono una stella d’argento a 14 punte, tante quanti sono gli anelli delle tre catene genealogiche di Gesù citate nel capitolo 1 di Matteo. Una stella, questa, poco « evangelica » perché dette origine a liti interminabili tra Francescani e Ortodossi. Questi ultimi, con un colpo di mano, nel 1847 sequestrarono la stella e la nascosero nel loro monastero di San Saba nel deserto di Giuda. Furono necessari cinque anni di negoziati per farla riapparire sotto l’altare della grotta. È meglio, allora, guardare il cielo per cercare lassù, nei silenzi siderali, la stella dei Magi. Ma anche là quanta confusione tra gli esperti! Un opuscolo pubblicato dal prestigioso Adler Planetarium di Chicago e suggestivamente intitolato The Star of Bethlehem, propone diverse ipotesi. Keplero, uno dei padri dell’astronomia moderna, – vi si legge -, non aveva esitazioni: la stella dei Magi era una supernova, cioè una stella debole e molto lontana, nella quale avviene una colossale esplosione. Per settimane o mesi la stella diventa visibile anche nel nostro cielo con una luce vivida e distinta da quella degli altri astri: l’esplosione può infatti sprigionare una luce superiore anche centinaia di milioni di volte a quella del sole. Ogni anno gli astronomi ne scoprono una dozzina ma molto rare sono quelle visibili ad occhio nudo. Ma l’opinione più comune cerca nella stella dei Magi una cometa, soprattutto quella di Halley, la cui presenza nei cieli sembra documentata fin dal 240 a.C. in testi cinesi e giapponesi. Quando apparve nel 1911 nel cielo di Gerusalemme, il famoso biblista domenicano Marie-Joseph Lagrange, che allora risiedeva laggiù, la vide venire dall’Oriente, scomparire gradualmente quando fu allo zenit e « riapparire » più tardi quando tramontò a Occidente, proprio come è detto nel racconto di Matteo. Ma – e questo rende tutto dubbio – il calcolo astronomico del passaggio della cometa sul nostro orizzonte e su quello di Gerusalemme ha come data il 26 agosto del 12 a.C., cioè almeno sei anni prima della nascita di Gesù, che come è noto, è collocata convenzionalmente dagli esegeti attorno al 6 a.C. Ecco allora che altri studiosi si orientano verso una congiunzione di pianeti, in particolare quella tra Giove e Saturno avvenuta, sempre secondo i calcoli astronomici e i dati offerti da un papiro egiziano (la cosiddetta « tavola di Berlino ») e dall’ »almanacco astrale » di Sippar (Mesopotamia) su tavoletta, nel 7 a.C. e precisamente il 29 maggio, il 29 settembre e il 4 dicembre. Le ipotesi si affollano e oscurano sempre più la stella di Betlemme riducendola quasi ad una controversia tra astronomi. E allora, lasciando sospesa l’identificazione concreta, cerchiamo di ascoltare un consiglio offertoci proprio dal citato padre Lagrange: « Sulla stella di Betlemme ci può dire molto di più la teologia che non l’astronomia ».Sappiamo infatti che a più riprese nella tradizione biblica e in quella giudaica la stella è un segno messianico. Un esempio per tutti lo troviamo nel più famoso dei quattro oracoli del mago Balaam, costretto da Dio a benedire suo malgrado Israele. Nel capitolo 24 del Libro dei Numeri leggiamo appunto questa frase: « Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele » (versetto 17). Ora, la versione aramaica della Bibbia (il cosiddetto Targum) non ha nessuna esitazione nel tradurre il testo ebraico citato in questo modo: « Il Messia spunta da Giacobbe e il Re sorge da Israele ». In un racconto popolare giudaico dell’epoca di Gesù si immagina che, quando la regina di Saba giunse nel deserto di Giuda e si incamminò sulla strada per Gerusalemme, da una piccola oasi si levò all’improvviso verso il cielo una rosa. Quanto più essa ascendeva tanto più diventava sfolgorante sino a trasformarsi in una stella dalla luce irraggiungibile. Il Cristo dell’Apocalisse, costantemente circondato da stelle, si autodefinisce così: « Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino »(22, 16). Il vescovo Ignazio di Antiochia nel 107, mentre veniva condotto a Roma per essere esposto alle belve, scriveva ai cristiani di Efeso: « Una stella brillò in cielo oltre ogni stella (alla nascita del Cristo); la sua luce fu oltre ogni parola e la sua novità destò stupore; tutte le altre stelle, insieme al sole e alla luna, formarono un coro attorno alla stella che tutte sovrastava in splendore ». Allora, se non riusciamo ad identificare nelle mappe celesti la stella dei Magi, riusciamo però a vederla e a seguirla, se abbiamo lo sguardo puro e limpido dei Magi. « Il popolo che camminava nelle tenebre – scrive Isaia (9, 1) e lo sentiamo ripetere nella liturgia del Natale – vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse ».

IL SIMBOLO DELLA LUCE È per questo che la tradizione cristiana del Natale si snoda alla luce di questa stella, ma non tanto per una sua precisa collocazione nei sistemi stellari, quanto piuttostoper il suo valore di « luce », simbolo classico di Dio. La stessa data del Natale, il 25 dicembre, come è noto, è stata scelta probabilmente perché era la festa pagana del dio Sole. Il solstizio d’inverno segnava l’inizio della grande ascesa della luce solare, prima umiliata nell’oscurità invernale. In una stupenda omelia greca attribuita erroneamente a san Giovanni Crisostomo leggiamo questo bel paragrafo: « Dopo la fredda stagione invernale sfolgora la luce della mite primavera, la terra germina e verdeggia di erbe, si adornano i rami di nuovi germogli e l’aria comincia a rischiararsi dello splendore del sole. Ma per noi c’è una primavera celeste, è il Cristo che sorge come un sole dal grembo della Vergine. Egli ha messo in fuga le fredde nubi burrascose del diavolo e ha ridestato alla vita i sonnolenti cuori degli uomini, dissolvendo coi suoi raggi la nebbia dell’ignoranza ». È per questo che in un’antica iscrizione sepolcrale il battezzato là sepolto era chiamato in greco eliòpais: « figlio del sole ». Potremmo dire che, se il mondo può cercare le luci sfavillanti della pubblicità natalizia e le apparenze splendenti del consumismo, il cristiano sa dove trovare la vera luce, il suo sole, la sua stella. Quando a Roma sfrecciavano le trenta corse dell’Agone del Sole, quando per il natale del dio Sole a dicembre si accendevano nella notte fuochi di gioia, quando il popolino si prostrava verso il sole che sorgeva all’alba, la Chiesa si riuniva per celebrare la manifestazione del vero sole, Cristo. »Rallegriamoci anche noi, fratelli – esortava sant’Agostino – e lasciamo pure che i pagani esultino: poiché questo giorno per noi è santificato non dal sole visibile bensì dal suo invisibile Creatore ». Il Papa san Leone Magno polemizzava con una prassi dei cristiani romani ancora inficiata di paganesimo: essi, « prima di mettere piede nella basilica dell’apostolo Pietro a Natale, si soffermavano sui gradini, voltavano la persona verso il sole che sorgeva e, piegando il capo, s’inchinavano verso il sole per rendere omaggio al suo disco splendente ». La sua conclusione vale anche per la nostra ricerca sulla stella dei Magi: « Lascia pure che la luce del corpo celeste agisca sui sensi del tuo corpo, ma con tutto l’amore infiammato dell’anima tua ricevi dentro di te quella luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo! ». E nella liturgia natalizia noi continuiamo a sentire questa esaltazione del dono della luce che ha come punto di partenza la stella dei Magi e la profezia già citata di Isaia (capitolo 9) a proposito dell’Emmanuele. All’Epifania infatti la Chiesa prega così: « O Dio, in questo giorno con la guida della stella hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio: fa’, o Signore, che la tua luce ci accompagni sempre e in ogni luogo ». La luce del Messia si riflette su di noi e ci illumina, ci guida, ci trasforma a immagine della sua gloria, ci penetra di immortalità. Infatti, se il più antico mosaico cristiano, quello del mausoleo romano dei Giulii (III secolo), rappresenta il Cristo-sole sfolgorante sul suo carro trionfale, è altrettanto significativo che la tradizione paleocristiana e medievale abbia rappresentato la Chiesa come la luna che riverbera la luce del Cristo. Gli occhi dei Magi fissi alla stella sono il simbolo di tutti gli uomini che « cercano Dio andando quasi a tentoni », come diceva san Paolo all’Areopago di Atene (Atti, 17, 27). Sono gli occhi di coloro che, secondo i versi del poeta Carlo Betocchi, « nella tristezza dell’esistere, / sotto il notturno lembo del Natale, / vedono una luce che non ha l’eguale ». Forse sono anche gli occhi di coloro che sperano di intuire un bagliore nell’orizzonte oscuro e amaro della storia. È in questa dimensione universalistica che vorremmo allegare una considerazione un po’ marginale e forse curiosa. Attorno all’anno 40 dell’era antica Virgilio, il grande poeta latino dell’Eneide, introduceva nella IV Egloga un seme di speranza che la tradizione cristiana posteriore cercherà di trapiantare nel proprio terreno religioso. Era una delle tante vie per ritrovare anche nell’attesa e nella ricerca di molte figure alte del pensiero e della cultura classica un fremito già orientato simbolicamente verso l’avvento di Cristo. Virgilio morirà nell’anno 19 ma non pochi cristiani dei primi secoli, leggendo i versi della sua IV Egloga, intravedevano il profilo ancora incerto e vago del loro Signore già intuito dal poeta latino. Scorriamo anche noi alcune righe di quel carme, interpretato appunto da quegli antichi lettori come una sorta di « profezia » pagana della nascita di Gesù. « Inizia da capo una grande serie di secoli; / ormai torna anche la Vergine, tornano i regni di Saturno / ormai una nuova progenie è inviata dall’alto cielo. / Tu al fanciullo che ora nasce, col quale infine cesserà / l’era del ferro e sorgerà in tutto il mondo quella dell’oro, / sii propizia, o casta Lucina; già regna il tuo Apollo. / E proprio sotto il tuo consolato inizierà questa splendida età, / o Pollione, e cominceranno a decorrere i grandi mesi (…) / Egli riceverà la vita divina, e agli dèi vedrà / mescolati gli eroi ed egli stesso sarà visto tra loro, / e con le virtù patrie reggerà il mondo pacificato (…) / Poche vestigia soltanto sopravviveranno dell’antica malvagità (…) / Guarda come si allieta ogni cosa per il secolo venturo. / Oh, rimanga a me l’ultima parte di una lunga vita / e spirito bastante per cantare le tue imprese ». Certo, è possibile – lo ha sostenuto nel 1931 anche un importante biblista come il gesuita padre Alberto Vaccari – che il poeta mantovano abbia attinto a temi o a immagini di matrice ebraica, desunti dal « libro dell’Emmanuele » di Isaia (cc. 7-12) o da altri scritti apocrifi giudaici, come i cosiddetti Oracoli Sibillini, tenendo conto della presenza di una folta comunità ebraica a Roma. Tuttavia il Bambino virgiliano rimane quasi certamente un romano. Infatti, siamo probabilmente davanti a un’allusione a un figlio del console Pollione a cui è dedicata l’Egloga: egli fu uno dei protagonisti dell’accordo di Brindisi nel 40, mirante a porre fine alle ostilità tra Antonio e Ottaviano. Oppure è di scena un figlio auspicato (ma fu poi una figlia, Antonia Maggiore) di Antonio e Ottavia, sorella di Ottaviano, le cui labili nozze sancirono appunto l’accordo di Brindisi. O ancora si tratta di Marcello, nato però già nel 43 da un precedente matrimonio di Ottavia e prediletto da Ottaviano (e morto poi nel 23). Ma non è da escludere che tutto il testo voglia celebrare simbolicamente la nascente età dell’oro inaugurata poi da Ottaviano Augusto. Resta, comunque, intatto il fascino di questa attesa di un Bambino « salvatore » e di un mondo nuovo, proprio alle soglie della nascita del Bambino chiamato Gesù, cioè « colui che salverà il suo popolo dai suoi peccati » (Matteo, 1, 21). La processione dei Magi, che ha come approdo l’illuminazione della fede (« Videro il Bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono », annota Matteo), diventa così un emblema che riassume in sé la speranza di un incontro di salvezza al termine del lungo cammino della ricerca, sostenuta dalla rivelazione cosmica della stella, una rivelazione a tutti aperta, e illuminata dalla parola esplicita delle scritture custodite a Gerusalemme, ma purtroppo ignorate dai loro custodi. L’epifania divina che Luca destinava agli ultimi, i pastori, Matteo la riserva agli stranieri, i diversi rispetto al popolo dell’elezione che, pur rischiarato dalla parola biblica (la citazione del profeta Michea – evocata da Matteo e che noi abbiamo già avuto occasione di presentare in queste pagine nel nostro articolo sul Natale di Gesù – su Betlemme patria del Messia), non si muove da Gerusalemme. I Magi diventano, come si diceva, l’espressione della ricerca umana che ha, però, all’origine una decisione iniziale di Dio che entra per primo nelle strade del mondo, anzi, nella « carne » stessa dell’umanità. È quasi con sorpresa che san Paolo, il cantore del primato della grazia divina, segnalava l’iniziativa assoluta del Dio salvatore quando, scrivendo ai cristiani di Roma, osservava che « Isaia giunge al punto di affermare: Io mi sono fatto trovare – [dice il Signore] – anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non si rivolgevano a me » (10, 20). Nel suo celebre L’uomo senza qualità Robert Musil sottolineava che « non è vero che il ricercatore insegua la verità. È la verità che insegue il ricercatore ». A mettersi sulle nostre vie per primo è Dio stesso che, con la stella della sua verità, spinge i Magi e tutti coloro che non chiudono gli occhi o si distraggono nella superficialità a contemplare quella luce. La poetessa ottocentesca americana Emily Dickinson scriveva: « Silenziosamente una stella gialla raggiunse / il suo seggio elevato, / la luna sciolse l’argenteo cappello / che copriva il suo volto lustrale. / Tutta la sera si accese dolcemente / come un’astrale sala di festa. / « Padre », io dissi al Cielo / « sei puntuale »". È la rappresentazione simbolica, in una notte limpida e stellata, della rivelazione divina: il Creatore si presenta puntuale per la sua epifania che ha nel Bambino di Betlemme la sua piena attuazione. Ad essa accorrono per primi i poveri e gli stranieri, coloro che hanno il cuore puro e libero dal possesso e dall’orgoglio, così come cantava Francis Jammes, tenero poeta francese morto nel 1938, amante dei valori cristiani e dei sentimenti semplici e delicati: « O Signore, non ho, come i Magi che sono dipinti sulle immagini, / dell’oro da offrirti. / « Dammi la tua povertà! ». / Non ho neppure, Signore, la mirra dal buon profumo né l’incenso in tuo onore. / « Figlio mio, dammi il tuo cuore! »". La vicenda dei Magi diventa, così, possibile a tutti attraverso i doni in assoluto più cari a Dio, la povertà profonda e il cuore aperto.

( L’Osservatore Romano – 6 gennaio 2008)

6 GENNAIO 2016 | EPIFANIA DI GESÙ – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/02-Natale_C/Omelie/05-Epifania-C-2016/12-Epifanica-C_2016-UD.htm

6 GENNAIO 2016 | EPIFANIA DI GESÙ – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Se il Natale sottolinea la nascita nella povertà e l’umiliazione del Figlio di Dio, nato nel rifiuto e nel disagio, la solennità dell’Epifania, piena di luce e di suggestione, restituisce al Bambino piena dignità, attraverso la visita di alcuni illustri personaggi venuti da paesi lontani, quei misteriosi magi che onorano e adorano il piccolo re di Israele.

La parola di Dio Isaia 60,1-6. La profezia di Isaia preannuncia agli ebrei, che ritornano dall’esilio, lo splendore della futura Gerusalemme, che dovranno ricostruire. Essa sarà più gloriosa dell’antica. Da essa emanerà una luce che attirerà popoli e sovrani: « Cammineranno le genti alla tua luce ». Efesini 3,2-3a.5-6. È la chiesa la nuova Gerusalemme, chiamata a coinvolgere attorno a sé tutti i popoli. Anche i pagani (i gentili) sono chiamati « a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo ». Questo è il mistero consegnato agli apostoli e alla comunità cristiana proprio in questo tempo. Matteo 2,1-12. Anche l’evangelista Matteo racconta la nascita di Gesù. E presenta agli ebrei, carichi delle profezie, la luce che emana da Betlemme, la venuta dei misteriosi magi, la loro adorazione e i loro doni regali. Essi rappresentano i popoli pagani, chiamati da questo momento alla salvezza.

Riflettere « L’episodio dei magi ha tutte le caratteristiche di una leggenda, naturalmente con una base solida che le ha dato consistenza. In tutti i paesi in cui era coltivata la scienza astrologica – e questo avveniva in tutto il territorio intorno alla Palestina – vi era la ferma convinzione secondo la quale ogni bambino nasce nella congiuntura astrale e quindi ogni uomo ha la sua stella » (Felipe Ramos). Tra i popoli antichi, compresi i palestinesi, un fenomeno astrale nuovo, qualche segno speciale nel cielo, come l’apparizione di una nuova stella o la congiunzione di qualche astro, faceva pensare immediatamente a qualche avvenimento che si sarebbe verificato in quel tempo. A un fenomeno celeste straordinario, corrispondeva necessariamente un fenomeno terrestre straordinario. Per questo la nascita di un grande personaggio doveva essere annunciato da qualche fenomeno celeste. Queste forse le considerazioni che hanno spinto l’evangelista Matteo a narrare l’episodio dei magi. Tanto più che la nascita di Gesù era l’avvenimento più importante della storia. È a questo punto che si uniscono nel racconto midrash e teologia. Ma Matteo, almeno per quanto si riferisce alla stella cometa, potrebbe aver tenuto presente anche il testo del profeta Balaam, che predisse: « Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele » (Nm 24,17). Ma anche il salmo 72, dove si dice: « I re di Tarsis e delle isole portino tributi, i re di Saba e di Seba offrano doni »; e le profezie di Isaia: « I re vedranno… i principi si prostreranno » (49,7); e in modo speciale il testo che ci viene proposto nella prima lettura: « Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore » (Is 60,1-6). Tenendo presente questo contesto culturale, ricordiamo che nell’anno 7 prima di Cristo, secondo i calcoli astronomici, ci fu la congiunzione di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci. Giove era considerato nel mondo antico come l’astro del sovrano dell’universo, Saturno era l’astro della Siria (ma veniva considerato anche l’astro dei giudei). Infine, la costellazione dei Pesci si riferiva alla fine dei tempi. È logico che, da questa congiunzione di astri, si potesse pensare alla nascita in Giudea del sovrano della fine dei tempi. Anche tra i Giudei c’era chi si chiedeva sotto quale astro sarebbe nato il messia, mescolando alle profezie tradizionali credenze astrologiche. A Qumran si poteva trovare l’oroscopo del messia. In sostanza, ciò che Matteo vuole dirci è che ci furono delle circostanze speciali e straordinarie che spinsero i magi a venire da oriente a Betlemme per rendere omaggio al Figlio di Dio, al nuovo re dell’universo, che tuttavia nasce in povertà. Davanti a questo bambino i magi sono stupiti, ma capiscono la semplicità vera, si inginocchiano e adorano. Essi provano una grandissima gioia nel vedere la stella, e offrono al bambino doni regali: oro per la regalità, l’incenso per la sua divinità, la mirra, quasi come presagio delle difficoltà che quel bambino avrebbe incontrato. Nel testo di Matteo non è detto chi erano questi magi, non si dice che erano dei re, né che erano tre. Sono personaggi misteriosi, forse anche simbolici. Tutto fa pensare che fossero appassionati di astronomia, cioè scrutatori del cielo. Oppure degli astrologi, cioè persone che interpretavano i fatti della vita e della storia sulla base della posizione degli astri. La tradizione ha dato a loro perfino un nome: Gaspare, Baldassarre, Melchiorre. E le loro reliquie sarebbero conservate nella cattedrale di Colonia, in Germania. I magi nel racconto di Matteo sono però prima di tutto personaggi per così dire « teologici », e diventano funzionali per presentare la grande dignità del bambino che nasce, il riconoscimento che viene da questi stranieri, che pur ignorando la bibbia lo cercano, lo adorano, e non si scandalizzano della sua povertà. Questi cercatori di Dio, con le loro domande, gettano lo scompiglio nella città santa… provocano agitazione, mettono in subbuglio la corte, le autorità religiose e politiche. I dottori della legge, specialisti nelle Sacre Scritture, sanno bene che il messia sarebbe nato in quella città e in quel tempo, ma non lo accolgono. Erode addirittura cerca di ucciderlo e inganna i magi, cercando si servirsi di loro per i suoi loschi disegni a difesa del suo trono. Gesù dunque è rifiutato dal popolo di Dio, almeno dai rappresentanti più qualificati, mentre è accolto dai pastori, che erano disprezzati perché a contatto con gli animali e ritenuti peccatori; ma anche da questi pagani venuti da lontano. Nel testo di Matteo è poi affermata nel modo più esplicito la chiamata dell’intera umanità alla salvezza, che trova nei magi i suoi rappresentanti. Il nuovo re nasce per tutti, senza distinzione. In Gesù si compiono tutte le speranze, non solo quelle del popolo giudaico, ma quelle di tutti gli uomini. Egli è il re che tutti attendono, anche se nasce nella povertà e nell’umiltà.

Attualizzare La solennità dell’Epifania fa da coronamento ai giorni di Natale in cui abbiamo celebrato l’incarnazione di Cristo. Un periodo che ha riscaldato la nostra fede nell’approfondimento del mistero di un Dio che assume la nostra condizione umana e viene tra noi per parlarci. L’Epifania, che cade 12 giorni dopo il Natale di Gesù, non è una festa di secondo piano. Anzi presso gli ortodossi, è la vera solennità che celebra la manifestazione della divinità di Gesù. La liturgia bizantina canta: « Ciascuna delle creature uscite da te, ti porta, o Signore, la sua testimonianza di gratitudine: gli angeli, il loro canto; i cieli, la stella; i magi, i loro doni; i pastori, la loro ammirazione; il deserto, il presepio; e noi uomini una Madre vergine ». È sicuramente una festa cara ai bambini e la struttura del racconto è fiabesca. Ma i significati sono alti e riassumono tutti i messaggi che provengono da Betlemme: il riconoscimento dell’identità più profonda e vera di Gesù; l’indifferenza del mondo giudaico ufficiale di fronte all’avvenimento della nascita del messia; la chiamata di tutti i popoli alla salvezza. Non c’è dubbio che l’Epifania contiene le stesse riflessioni e gli stessi messaggi che provengono dal prologo di san Giovanni: la parola di Dio si è fatta carne per illuminare e salvare l’umanità, ma non è stata accolta. La stella è brillata anche per Erode e i suoi sapienti, maestri di religiosità, ma essi non si mettono sulle tracce di Gesù, anzi cercheranno di ucciderlo. Non hanno interesse a ricercare, vivono nella quiete, senza amore e senza rischi. Eppure conoscevano con esattezza i tempi e la stessa località in cui sarebbe nato il messia. I magi rappresentano simbolicamente la ricerca religiosa. Si sono messi in cammino, attraverso sentieri sconosciuti e segni incerti. Hanno seguito la stella con decisione, sacrificio, speranza. E il Signore Gesù si è manifestato a loro. Di fronte ai benefici della fede è sempre necessario mettersi in gioco, scomodarsi. Pur tenendo presente che è sempre Dio che per primo ci viene incontro, ed è lui che lascia i suoi segni sulla nostra strada. L’Epifania ci conferma una verità che abbiamo meditato a Natale. Sono i semplici, i pastori, i lontani ad accogliere Gesù. I pastori per il loro mestiere erano messi al bando dalle autorità giudaiche, e considerati peccatori. Oggi ad andare incontro Gesù sono persone illustri venute da lontano, da una cultura estranea al popolo eletto. Ricordiamo le parole di Gesù: « Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio » (Lc 13,29). Quella di oggi è la giornata missionaria per eccellenza. In qualche modo è la nostra festa, la festa di tutti quelli che non hanno radici nel popolo ebraico. Dio si fa uomo e il suo messaggio è destinato all’intera umanità. I magi ci rappresentano tutti, essi che si sono manifestati disponibili ad accogliere i messaggi che vengono dall’alto. Presso gli ebrei la religione e la salvezza erano legate alla nascita, all’appartenenza a un popolo. D’ora in poi non sarà più così. Oggi al termine della celebrazione eucaristica viene proclamata in tutte le chiese la data della Pasqua e le date delle principali festività ad essa collegate. È questa un’antica tradizione, che risale al concilio di Nicea (325), quando – allo scopo di unificare la data della Pasqua – si affidò alla chiesa di Alessandria di inviare lettere a tutte le chiese per comunicare le principali date delle festività dell’anno liturgico.

La chiesa, nuova Gerusalemme, « epifania » di Dio oggi « Alza la testa, Gerusalemme. Guarda la folla immensa di quelli che costruiscono e di quelli che cercano. Nei laboratori, negli studi, nei deserti, nelle officine, nell’enorme crogiuolo sociale. Li vedi tutti questi uomini che faticano? Ebbene, tutto ciò che per mezzo loro fermenta di arte, di scienza, di pensiero, tutto è per te. Orsù, apri le tue braccia, il tuo cuore e accogli, come il tuo Signore Gesù, il flusso, l’ondata della linfa umana » (Teihard de Chardin).

A proposito di astrologia I magi forse erano astrologi. A Parigi oggi ci sarebbe un astrologo ogni 120 abitanti, mentre vi è un solo medico ogni 514 persone. I maghi in Italia sarebbero più di 150.000. È quanto emerge da un rapporto su magia e astrologia pubblicato da « Telefono antiplagio ». Gli italiani che frequentano presunti maghi, astrologi e guaritori sono 12 milioni. L’incasso annuo di questi personaggi è stimato intorno ai 6 miliardi di euro. Tante le truffe nei confronti degli ingenui.

Don Umberto DE VANNA sdb

I Magi

I Magi dans immagini sacre Nativity+Scene+2

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Publié dans:immagini sacre |on 2 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

02 GENNAIO – BASILIO MAGNO E GREGORIO NAZIANZENO

http://liturgia.silvestrini.org/santo/114.html

02 GENNAIO – BASILIO MAGNO E GREGORIO NAZIANZENO

Vescovi e Dottori della Chiesa, santi

BIOGRAFIA

San Gregorio Nazianzeno San Basilio nacque nel 330 a Cesarea di Cappadocia da genitori santi. Di buona educazione letteraria e di egregie virtù, prese a condurre vita di eremitica, ma nel 370 fu fatto vescovo della sua città. Il tema che ricorreva più spesso e con più forza era quello della carità, dell’aiuto ai fratelli bisognosi. Lottò contro gli Ariani e scrisse eccellenti opere, specialmente le regole monastiche che ancor oggi sono seguite da moltissimi monaci orientali. Morì povero, come era vissuto, nell’anno 379.

Tra i primi e più preziosi amici di S. Basilio, notiamo S. Gregorio Nazianzeno: essi si stimolavano a vicenda alla pratica delle virtù e all’acquisto della scienza. Nato come S. Basilio nel 330 a Nazianzo da nobili genitori, sopravvisse una decina d’anni all’amico. Uomo di studio e poeta, per la sua eccellente dottrina ed eloquenza ricevette l’appellativo di « teologo ». Intraprese molti viaggi a scopo di istruzione e seguì poi nel deserto l’amico Basilio. Ma fu poi ordinato sacerdote e vescovo di Costantinopoli. Ma a causa delle fazioni che dividevano la sua chiesa, si ritirò a Nazianzo dove spirò nel 390.

MARTIROLOGIO Memoria dei santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, vescovi e dottori della Chiesa. Basilio, vescovi di Cesarea in Cappadocia, detto Magno per dottrina e sapienza, insegnò ai suoi monaci la meditazione delle Scritture,e il lavoro nell’obbedienza e nella carità fraterna e ne disciplinò la vita con regole da lui stesso composte; istruì i fedeli con insigni scritti e rifulse per la cura pastorale dei poveri e dei malati; morì il primo gennaio. Gregorio, suo amico, vescovo di Sàsima, quindi di Costantinopoli e infine di Nazianzo, difese con grande ardore la divinità del Verbo e per questo motivo fu chiamato anche il Teologo. Si rallegra la Chiesa nella comune memoria di così grandi dottori.

DAGLI SCRITTI…

San Basilio Magno Dai « Discorsi » di san Gregorio Nazianzeno, vescovo Eravamo ad Atene, partiti dalla stessa patria, divisi, come il corso di un fiume, in diverse regioni per brama d’imparare, e di nuovo insieme, come per un accordo, ma in realtà per disposizione divina. Allora non solo io mi sentivo preso da venerazione verso il mio grande Basilio per la serietà dei suoi costumi e per la maturità e saggezza dei suoi discorsi , ma inducevo a fare altrettanto anche altri che ancora non lo conoscevano. Molti però già lo stimavano grandemente, avendolo ben conosciuto e ascoltato in precedenza. Che cosa ne seguiva? Che quasi lui solo, fra tutti coloro che per studio arrivavano ad Atene, era considerato fuori dell’ordine comune, avendo raggiunto una stima che lo metteva ben al di sopra dei semplici discepoli. Questo l’inizio della nostra amicizia; di qui l’incentivo al nostro stretto rapporto; così ci sentimmo presi da mutuo affetto. Quando, con il passare del tempo, ci manifestammo vicendevolmente le nostre intenzioni e capimmo che l’amore della sapienza era ciò che ambedue cercavamo, allora diventammo tutti e due l’uno per l’altro: compagni, commensali, fratelli. Aspiravamo a un medesimo bene e coltivavamo ogni giorno più fervidamente e intimamente il nostro comune ideale. Ci guidava la stessa ansia di sapere, cosa fra tutte eccitatrice d’invidia; eppure fra noi nessuna invidia, si apprezzava invece l’emulazione. Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo. Sembrava che avessimo un’unica anima in due corpi . Se non si deve assolutamente prestar fede a coloro che affermano che tutto è in tutti, a noi si deve credere senza esitazione, perché realmente l’uno era nell’altro e con l’altro.

 

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 2 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

OMELIA (03-01-2016) – LA SAPIENZA CHE TUTTI COINVOLGE

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20160103.shtml

OMELIA (03-01-2016)  – LA SAPIENZA CHE TUTTI COINVOLGE

padre Gian Franco Scarpitta

Nel Natale il mistero di Dio si rivela e il Dio nascosto si rende manifesto nell’evento incarnazione. A Betlemme si verifica infatti che Dio, in se misterioso e ineffabile, si avvicina all’uomo e si rende manifesto tangibilmente, in modo tale che l’uomo immediatamente possa aderirvi. Cosa c’è infatti di più manifesto e sensibilmente esperibile per l’uomo se non il fatto che Dio si è reso uomo? Cos’altro più eloquente se non Dio che assume le vestigia di un bambino, l’Infinito e l’Eterno che entra nella nostra storia e si sottomette ai nostri calendari e alle nostre misure spazio temporali? Nel Natale si concentra tutto il mistero della rivelazione, che è il concedersi totale di Dio all’uomo, l’instaurare relazioni amichevoli con noi, l’intraprendere cammini e percorsi di solidarietà e di amicizia con chi deve assolutamente essere recuperato. Il prologo del Vangelo di Giovanni, sul quale abbiamo riflettuto nella giornata dello scorso 25 Dicembre, ci illustra questo immenso fascino del Verbo che si fa carne e del Fautore di tutto il creato che, pur esistendo sin dall’eternità, si rende carne nella Persona del suo Verbo. Gesù Cristo è infatti la Parola con la quale tutto il cosmo è stato posto in essere, che in un determinato momento della storia si è fatta carne. Ha assunto la nostra natura peccaminosa pur non essendone invischiata, ha esperito ogni umana imperfezione pur restando egli la Perfezione assoluta. Per dirla con le parole della prima lettura di oggi: la Sapienza eterna e onnisciente si crea una casa fra gli uomini. Come affermerà infatti Paolo, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio (1 Cor 1,24-30; Ef 3,1) perché generato non creato ma della medesima sostanza divina, il Verbo di Dio che si è fatto uomo. La Sapienza che era presente al momento della creazione viene associata nella Scrittura al Verbo e identificata con Esso, sia per l’eternità che la caratterizza sia soprattutto per la « dimora » che essa viene ad instaurare in mezzo agli uomini; essa non può essere allora che il Verbo di Dio incarnato che prende il nome di Gesù e che ci raggiunge nella dimensione storica dell’era di Augusto e nella geografia della cittadina di Betlemme dove avviene questo evento straordinario in una grotta sperduta. La natura umana e la Persona del Verbo in Gesù sono unite, ed è per questo che nella sua umanità Gesù conosce ogni cosa, scruta a fondo il cuore dell’uomo e penetra tutti i misteri, anche insondabili come si evince nelle relazioni interpersonali dello stesso Signore Gesù. In Cristo Dio si intrattiene con gli uomini e familiarizza con loro e la sua trascendenza diventa esperienza; la sua rivelazione è apparizione al mondo e itinerario di accompagnamento degli uomini. Dio in se stesso resta sempre un Mistero e non potrebbe essere altrimenti poiché se così non fosse non sarebbe Dio, ma nel Bambino di Betlemme questo mistero ci viene partecipato. Lo stesso Giovanni nel Prologo aggiunge: « Dio nessuno lo ha mai visto; l’unigenito Figlio di Dio, che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.(Gv 1, 18). Sempre Giovanni ci invita ad entrare nella pienezza del Mistero partecipando dei benefici che Egli stesso ci ha concesso e immedesimandoci nel dono che egli ha fatto di sé, per esserne testimoni agli altri. In un’altra occasione infatti soggiunge: »Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi… » (1Gv 1, 1 – 3). Nel rivelarsi con il massimo espediente per raggiungerci, Dio si è reso vita visibile e palpabile, tutti ne hanno fatto esperienza e adesso non la si può tacere, ma di essa occorre essere latori a tutti. Non possiamo custodire gelosamente la novità esaltante della rivelazione di cui siamo stati resi destinatari, ma necessariamente siamo tenuti a diffonderla. Il Verbo della vita vuole entrare nella vita di tutti, anche dei lontani e dei meschini e soprattutto dei peccatori e dei reietti, ai quali non può essere tolta la rivelazione della misericordia e del perdono. Come afferma Paolo, nessuno crede se non ha ricevuto un annuncio; quello della nascita del Verbo nella carne è l’annuncio ineluttabile di cui tutti siamo tenuti a renderci portatori costanti. Di esso è apportatore lo stesso Bambino divino appena concepito, che pur senza proferir parola accoglie ogni sorta di uomini e di nazioni e popoli: pastori, Magi, angeli, sono tutti espressivi dell’universalità del fenomeno di Betlemme e rendono manifesto che nel Bambino intere nazioni e popoli vengono resi oggetto di accoglienza e di accettazione. Dio unisce tutti i popoli e supera le barriere pregiudiziali proprie dei nostri tempi e in questo si fa apportatore di un messaggio di novità e di assoluta profondità. Anche la Chiesa è tenuta tuttavia a partecipare al mondo il mistero della rivelazione di cui il Natale è emblema e caratterizzazione. Anche ciascun battezzato, quale membro del corpo di Cristo e partecipe della sua stessa missione di salvezza, è tenuto a partecipare agli altri la vita nuova del Dio che ci ha raggiunti, attraverso la testimonianza della gioia e della contentezza, che si palesano nelle concrete opere di carità e in ogni atto di amore sincero verso quanti sono i prediletti del medesimo messaggio di Dio: i poveri, gli emarginati e i peccatori. Amare concretamente significa annunciare il Verbo e convincere più di ogni libro raffinato di teologia. Tante volte succede che noi facciamo del Natale un evento solamente personale, relegabile alle nostre case ed estensibile solamente ai nostri parenti o amici; nella nostra opulenta società, ci si ricorda certamente dei bisognosi e in tutti vi è almeno la coscienza di un atto di beneficenza verso chi ha bisogno, anche se non dappertutto vi è il medesimo grado di sensibilità. Raramente però ci si pone il problema di come testimoniare la nascita del Verbo Bambino a quanti non ne sono consapevoli o di come rendere partecipi di questa anche i peccatori e gli esclusi dalla società. Quando invece il Natale non esclude nessuno.

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