Archive pour janvier, 2016

PAPA FRANCESCO – 4. IL NOME DI DIO È IL MISERICORDIOSO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20160113_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 gennaio 2016

4. IL NOME DI DIO È IL MISERICORDIOSO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi iniziamo le catechesi sulla misericordia secondo la prospettiva biblica, così da imparare la misericordia ascoltando quello che Dio stesso ci insegna con la sua Parola. Iniziamo dall’Antico Testamento, che ci prepara e ci conduce alla rivelazione piena di Gesù Cristo, nel quale in modo compiuto si rivela la misericordia del Padre. Nella Sacra Scrittura, il Signore è presentato come “Dio misericordioso”. È questo il suo nome, attraverso cui Egli ci rivela, per così dire, il suo volto e il suo cuore. Egli stesso, come narra il Libro dell’Esodo, rivelandosi a Mosè si autodefinisce così: «Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (34,6). Anche in altri testi ritroviamo questa formula, con qualche variante, ma sempre l’insistenza è posta sulla misericordia e sull’amore di Dio che non si stanca mai di perdonare (cfr Gn 4,2; Gl 2,13; Sal 86,15; 103,8; 145,8; Ne 9,17). Vediamo insieme, una per una, queste parole della Sacra Scrittura che ci parlano di Dio. Il Signore è “misericordioso”: questa parola evoca un atteggiamento di tenerezza come quello di una madre nei confronti del figlio. Infatti, il termine ebraico usato dalla Bibbia fa pensare alle viscere o anche al grembo materno. Perciò, l’immagine che suggerisce è quella di un Dio che si commuove e si intenerisce per noi come una madre quando prende in braccio il suo bambino, desiderosa solo di amare, proteggere, aiutare, pronta a donare tutto, anche sé stessa. Questa è l’immagine che suggerisce questo termine. Un amore, dunque, che si può definire in senso buono “viscerale”. Poi è scritto che il Signore è “pietoso”, nel senso che fa grazia, ha compassione e, nella sua grandezza, si china su chi è debole e povero, sempre pronto ad accogliere, a comprendere, a perdonare. È come il padre della parabola riportata dal Vangelo di Luca (cfr Lc 15,11-32): un padre che non si chiude nel risentimento per l’abbandono del figlio minore, ma al contrario continua ad aspettarlo – lo ha generato – , e poi gli corre incontro e lo abbraccia, non gli lascia neppure finire la sua confessione – come se gli coprisse la bocca -, tanto è grande l’amore e la gioia per averlo ritrovato; e poi va anche a chiamare il figlio maggiore, che è sdegnato e non vuole far festa, il figlio che è rimasto sempre a casa ma vivendo come un servo più che come un figlio, e pure su di lui il padre si china, lo invita ad entrare, cerca di aprire il suo cuore all’amore, perché nessuno rimanga escluso dalla festa della misericordia. La misericordia è una festa! Di questo Dio misericordioso è detto anche che è “lento all’ira”, letteralmente, “lungo di respiro”, cioè con il respiro ampio della longanimità e della capacità di sopportare. Dio sa attendere, i suoi tempi non sono quelli impazienti degli uomini; Egli è come il saggio agricoltore che sa aspettare, lascia tempo al buon seme di crescere, malgrado la zizzania (cfr Mt 13,24-30). E infine, il Signore si proclama “grande nell’amore e nella fedeltà”. Com’è bella questa definizione di Dio! Qui c’è tutto. Perché Dio è grande e potente, ma questa grandezza e potenza si dispiegano nell’amarci, noi così piccoli, così incapaci. La parola “amore”, qui utilizzata, indica l’affetto, la grazia, la bontà. Non è l’amore da telenovela… È l’amore che fa il primo passo, che non dipende dai meriti umani ma da un’immensa gratuità. È la sollecitudine divina che niente può fermare, neppure il peccato, perché sa andare al di là del peccato, vincere il male e perdonarlo. Una “fedeltà” senza limiti: ecco l’ultima parola della rivelazione di Dio a Mosè. La fedeltà di Dio non viene mai meno, perché il Signore è il Custode che, come dice il Salmo, non si addormenta ma vigila continuamente su di noi per portarci alla vita:

«Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. [...] Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre» (121,3-4.7-8).

E questo Dio misericordioso è fedele nella sua misericordia e San Paolo dice una cosa bella: se tu non Gli sei fedele, Lui rimarrà fedele perché non può rinnegare se stesso. La fedeltà nella misericordia è proprio l’essere di Dio. E per questo Dio è totalmente e sempre affidabile. Una presenza solida e stabile. È questa la certezza della nostra fede. E allora, in questo Giubileo della Misericordia, affidiamoci totalmente a Lui, e sperimentiamo la gioia di essere amati da questo “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore e nella fedeltà”.

Rembrandt – Old Man Praying

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Publié dans:immagini sacre |on 12 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

SAN FRANCESCO E LE LIBERTÀ

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SAN FRANCESCO E LE LIBERTÀ

 - Libertà dall’immagine: poter non essere nessuno per essere sé stessi. 1 Ts 2,4; Gv 5,39-44. S. Francesco e i ladroni: l’araldo di Dio. Non c’è schiavitù più grande di quella dalla stima delle persone e dal successo personale. Ci si trova condannati ad essere ciò che gli altri vogliono che noi siamo, non si può sopportare la disapprovazione: bisogna continuamente vendersi e anche se si intravede una via diversa, basta che essa sia poco battuta e che ci esponga al ridicolo per preferire l’infelicità approvata socialmente alla libertà disapprovata. Lo schiavo deve leccare i piedi del padrone per potere avere la vita, anche per un posto di terz’ordine, siamo tutti Fantozzi. Se non sei bella o brava devi metterti alla corte di qualcuno più stimato di te, almeno brille di luce riflessa! Chi è sicuro di sé non ha neanche bisogno di sbandierarlo, chi sa, in quanto esperienza reale e non semplicemente cognitiva, che Cristo lo ama infinitamente non ha più la dipendenza assoluta dall’approvazione degli altri, può permettersi di essere disprezzato senza perdere la sua pace.Amm 20. – Libertà dal tempo per credere nella resurrezione. 2 Cor 4,13-18.I patetici tentativi degli egiziani per conservare i cadaveri ed illudersi di non morire mai. Ti devi sbrigare a fare tutte le cose che devi: devi divertirti perché l’estate passa in fretta, devi conquistarti presto un posto al sole perchè di laureati dopo i 30 anni non ne vuol sapere nessuno, sfrutta il corpo perché la giovinezza passa presto, non vedi già qualche segno di invecchiamento? Divertiti ora che il tempo corre. Come un povero a cui fossero dati dei soldi ma insieme gli viene detto che vivrà solo un mese: si butterà a spendere e a fare tutto anche se non gli va, con una frenesia che gli renderà ancora più infelice quel tempo, passato nell’ansia di non perdere neanche un istante. Chi crede in Cristo è come un re che non ha bisogno di affrettarsi, non ha bisogno di mascherare con angoscia i segni del tempo facendosi ridere appresso. Se io lo uso per il Signore, questo corpo mi verrà ridato bellissimo ed eterno, posso quindi vivere da re, libero dalla paura. Il successo è effimero. Questo non ha niente a che fare con l’odio di sé e l’auto flagellazione. Non c’è più la schiavitù della salute che è un gran bene ma non è la cosa più importante, ci sono cose per cui vale la pena perdere anche la salute. Questa è l’esperienza di Francesco che per fare la volontà di Dio non si garantisce prima condizioni sanitarie adeguate ma la fa punto e basta, pieno di gioia. Muore giovane ma felice, così s. Paolo. – Libertà dai determinismi interni per poter amare: la perfetta letizia. Il lebbroso. Libertà di morire per poter vivere. Rm 7,15-25. C’è qualche cosa che mi blocca nel mio desiderio di amore: le persone che mi disgu­stano, quelle che non sopporto, che attacco anche se non vorrei, e aiutare le quali significherebbe una sensazione di morte profonda, una repulsione che sale dal profondo delle viscere. Quello è il sintomo della realtà più terribile che è nascosta in noi, l’incapacità di amare veramente. Quello che crediamo amore è solo ricerca di gratificazione e di affetto. Ci vuole un amore che sia più forte della morte e della paura che sento dentro. Massimiliano Kolbe, il soldato tedesco con gli ebrei. Ci sono situazioni, e sono molte in cui non ho scelta: o muoio o uccido. Senza Cristo sono costretto ad uccidere, perché non ho la forza di morire per chi mi ama, tanto meno per chi non mi ama. Quando qualcuno mi attacca, io vedo i suoi punti deboli, le cose che potrei rinfacciargli umiliandolo e uccidendolo. Solo Cristo può darmi la forza di tacere e di lasciarmi umiliare pur di non uccidere. E dopo la sensazione é meravigliosa e pulita, ben diversa dalla squallida consapevolezza di essermi vendicato. – Libertà dalla paura del fato per vivere nella fede. Le Parche in Grecia (Cloto, Lachesi e Atropo), una tesse il filo, una lo avvolge al fuso e un’altra lo taglia quando è arrivata la fine dell’uomo; sono coloro che decidono della vita dell’uomo, quando piace al fato, che recidono il filo del soffio vitale. L’angoscia di quest’incer­tezza sovrasta tutta la cultura antica, non c’è senso, non c’è ragione né significato nell’agire del fato, è così e basta. Rm 8,21-38. Non devo più vivere nell’ansia di ciò che succederà, perché tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. – Libertà dal fuggire da sé per accettare la verità. Gv 8,31-47. Hegel. Invece di seguire la bussola quello che cerchiamo di fare noi è di cambiare la bussola in modo che indichi la strada che vogliamo fare per tutt’altre ragioni. C’è in noi una enorme resistenza ad ammettere quello che realmente siamo, perché quello che siamo ci spaventa tantissimo. La difesa non è solo conscia come quella di chi non vuole credere che i frati siano casti per il semplice fatto che non è casto lui, ma è anche inconscia, cioè tendiamo a modificare la realtà per non metterci in discussione senza neanche accorgercene. Rimane un profondissimo disagio, una situazione di malessere che attribuiamo volentieri a qualcos’altro. Noi siamo fatti per la verità e soffriamo tantissimo quando distorciamo tutto ma lo facciamo perché pensiamo che l’accettare la verità su noi stessi sarebbe la morte, che nessuno mi amerebbe se non facessi finta di essere quello che non sono. E’ come il terrore di un subacqueo che sa di non potere scendere oltre un tanto, perché l’abisso è enorme e le bombole non bastano; ci sono dei momenti di luce in cui vediamo dentro noi stessi e ci prende come il panico del vuoto: se entro là dentro chi mi tira più fuori? L’amore di Cristo che non ti ama per la tua bontà perché tu non sei buono, ma ti ama in ogni caso, e questo è l’ossigeno che ti permette di scoprire la verità su di te e di non fuggire: ed è bellissimo e liberatorio. La libertà è scoprire che sei un poveraccio e che Dio ti ama lo stesso, che non devi fare i salti mortali per nascondere a te stesso la verità con teorie, filosofie e artifici, ma puoi ammetterla senza paura. – Libertà dalla paura del mondo. Non solo la stima, ma il mondo può togliermi anche la vita fisica effettivamente, questo pure mi costringe a vendermi per salvare la pelle come s. Pietro che dopo pianse amaramente. – Libertà dalla divisione e dalla mormorazione. Francesco fuggiva la mormorazione e fuggiva l’anticattolicesimo perché riteneva che non si può abbracciare il lebbroso senza abbracciare la Chiesa e abbracciare la Chiesa senza abbracciare il lebbroso. Francesco riteneva che la perfetta letizia si compie quando la Chiesa ti considera un inetto e ti caccia via. Se tu nella persecuzione non perdi la fede ma accogli questi fatti come un segno dell’amore di Dio hai trovato la perla nel campo della vera libertà: quella che come Cristo si fa dono e offerta fuori dalle mura di Gerusalemme, ma muore, in diversi modi per Gerusalemme. Per i santi infatti è l’amore dell’uomo di Dio. il senso di Chiesa è dunque, per Francesco, la misura della tua libertà. Una perla che solo Cristo dona  e solo lo Spirito fa comprendere. – Liberi per servire, servire per essere liberi Definitività. Gal 5,13 – L’esperienza del cristiano è effettivamente un’esperienza di libertà, in tutti i significati che abbiamo già detto. Molte persone però che fanno quest’esperienza e sono tutto sommato buoni cristiani non capiscono un’altra cosa, che Cristo di libera perché tu ti faccia di nuovo servo e volontariamente, la libertà non ti è data perché tu ti gingilli a fare esperienze, anche di servizio, ma perché questa libertà tu la rimetti liberamente nelle mani del Padre per fare la Sua volontà e per accollarti tutti i fratelli che ti mette vicino. Il servizio ha questa caratteristica: se io sono servo, non lo sono quando voglio io, ma quando vuole il mio padrone, ha una caratteristica di definitività, vuol dire che il padrone deve poter contare su di me sempre e in qualsiasi situazione, per sempre. Questa caratteristica è valida per tutti i battezzati in quanto tali e non solo per coloro che sono consacrati in una forma specifica. A seconda della propria vocazione si svolgerà in modalità diverse. Arriva un momento in cui questo legame volontario assume un carattere di irreversibilità, altrimenti non è amore. Ufficialità. Vi siete mai chiesti perché i religiosi fanno la professio­ne solenne, non basterebbe decidere nel proprio cuore senza tanta pubblicità? Perché la nostra natura tende a deresponsabilizzarsi, arriva il momento in cui vorremmo fare i fatti nostri, i farfalloni spirituali, quindi ci vuole qualcosa che ci inchiodi al nostro posto per poter resistere al canto delle sirene. Se qualcuno dicesse che vuole sposare una ragazza ma senza dire niente a nessuno tutti penserebbero che c’è qualcosa che non va. Infatti la Chiesa dispensa dalle pubblicazioni ma non dal fatto che ci deve essere un ministro sacro se non in casi molto gravi e comunque bene che non dispensi mai dalla presenza dei testimoni, cioè ci deve essere sempre una forma di legittimazione sociale di ciò che si fa. Non è mai una cosa fatta solo nel proprio cuore. Questo tipo di amore è quello che animava s. Paolo, che animava Gesù quando si è consegnato a noi per morire. Tu sai di potere contare su Gesù per sempre in qualsiasi situazione, è una certezza che ti riempie di pace e di gioia; ora il Signore ti chiede di essere tu la stessa pace e gioia per qualcun altro, ti chiede di dire a qualcun altro:«Tu potrai contare su di me per sempre, io sarò con te in ogni situazione.» Questo è il rischio di molti che hanno fatto un bel cammino spirituale, pregano, aiutano alla Caritas, vanno in chiesa, ai luoghi di pellegrinaggio, cambiano continuamente luoghi di missione, sono farfallieri nella direzione spirituale…ma alla fine ti lasciano con un dubbio di fondo: ma questo nella vita alla fine che vuol fare? E’ vero che ci vuole il tempo, il discernimento, la crescita, ma tutto questo è una preparazione per un viaggio che alla fine deve cominciare, se no diventi ridicolo! Come uno che perde giorni e giorni a fare bagagli e poi non parte mai. La Totalità è un’altra caratteristica di quest’amore e di questa scelta è la totalità, cioè deve investire tutti gli aspetti della vita e non solo alcuni, non è una cosa part-time, non ci devono essere angolini privati in cui mi riservo spazi miei, settori in cui la scelta fatta non entra oppure dei tempi di vacanza dalla scelta stessa.

Definitività, Ufficialità e Totalità dunque…

          per tutti i battezzati, sposi e consacrati….

                          per una libertà che liberi in Cristo!

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 12 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

SALOMONE, POLITICO E UOMO SAGGIO – RAVASI

http://tanogabo.com/appunti-su-salomone-e-la-regina-di-saba/

APPUNTI SU SALOMONE E LA REGINA DI SABA

SALOMONE, POLITICO E UOMO SAGGIO

testo di Mons. Gianfranco Ravasi

Salomone era morto da almeno 900 anni quando ad Alessandria d’Egitto fu composto il libro della Sapienza di cui si legge nell’odierna liturgia domenicale un brano (6,12-16). Eppure la tradizione non ha avuto esitazioni nell’attribuire al celebre re d’Israele anche quest’opera scritta in greco, così come a lui fu assegnata la paternità del cantico dei cantici (1,1) e di Qohelet-Ecclesiaste (1,1), testi da collocare secoli dopo il regno del figlio di Davide. Allo stesso Salomone fu ricondotto l’intero libro dei Proverbi (1,1), anche se alcune parti dell’opera hanno riferimenti ad autori diversi: in questo scritto è possibile, però, che qualche raccolta di detti e aforismi possa essere sorta proprio durante il governo salomonico. Certo è che Salomone nella storia ebraica è rimasto per eccellenza come l’emblema del sapiente, anzi, «egli superò la saggezza di tutti gli orientali e tutta la saggezza d’Egitto», celebrato dalla Bibbia come autore di «3.000 proverbi e 1.005 poesie», capace di dissertare di botanica e di zoologia (1Re 5,9-13). Ma la sua figura è legata soprattutto alla politica interna, estera e religiosa. Egli era nato dall’amore di suo padre Davide per la bellissima Betsabea, sposata in modo tutt’altro che corretto (2Samuele 11-12). Il suo nome in ebraico evocava la parola shalòin, “pace, benessere, prosperità”, mentre il secondo nome era Iedidià, ossia “prediletto del Signore” (2Sarnuele 12,25). La sua successione sul trono paterno era stata travagliata perché di mezzo c’era un altro pretendente, Adonia, figlio di Davide e di un’altra sua moglie, Agghìt. Ma una volta assunto il potere, Salomone s’era rivelato un abilissimo capo di Stato. Fu lui a dare al regno unito una struttura amministrativa e ad aprire una vivace politica internazionale, affidata a un’efficace rete di rapporti conimerciali con Africa, Asia, Arabia, e soprattutto col colosso economico vicino, la Fenicia, in particolare col re di Tiro, Hiram. Fu quest’ultimo a concedergli assistenza tecnica durante l’attuazione della maggiore delle grandi opere messe in cantiere da Salomone, quella dell’edificazione del tempio di Gerusalemme, impresa durata sette anni, e del palazzo reale che di anni ne richiese ben tredici. Una flotta notevole, allestita con l’aiuto dei Fenici, permetteva uno scambio commerciale fruttuoso: la base più importante era nell’attuale golfo di AqabaEilat e questo rivelava anche l’estensione territoriale del regno che, tra l’altro, era stato costellato di città-deposito e di fortezze. Solo la frontiera settentrionale era stata ridimensionata col cedimento di 20 città della Galilea al potente vicino, il re Hiram, così da poter mantenere con lui buone relazioni, essendo necessaria a Israele sia la tecnologia sia il materiale da costruzione (il legname) fenicio. La grandeurdi Salomone era esaltata anche dalla cura dell’immagine: in questa linea si spiega il suo sterminato harem che la Bibbia, un po’ enfaticamente, quantifica in 700 mogli e 300 concubine, provenienti da varie nazionalità, a suggello di una serie di contatti politici, diplomatici ed economici. A questo proposito un evento che certamente creò grande emozione fu la visita di Stato della regina di Saba, l’attuale Yemen, un’operazione anche pubblicitaria per esaltare la reggia, il governo, la prosperità del regno salomonico (i Re 10,1-10), espressione di scambi non solo commerciali ma anche culturali. Non mancarono, però, scontri bellici, come attestano le campagne contro un piccolo regno edomita nell’attuale Giordania e contro una città-Stato di Siria, Zoba. Ma non tutto era perfetto: anche all’interno covava un sordo rancore da parte di al- culli strati sociali contro l’eccessiva imposizione fiscale che colpiva le classi più deboli. Fu un funzionano statale, Geroboamo, a iniziare un movimento di ribellione, sedato da Salomone, ma destinato alla sua morte a esplodere, dando il via attorno al 930 a.C. a una divisione del regno unito ebraico in due Stati antagonisti.

TROVATO IL PALAZZO DELLA REGINA DI SABA La Regina di Saba, bellissima e ricchissima, si innamorò di re Salomone, da cui ebbe un figlio, Menelik, che da adulto invase e conquistò il paese della madre, distruggendo il magnifico palazzo dove la regina abitava e ricostruendolo rivolto verso la stella Sirio – la più luminosa dopo la Stella Polare e facente parte della costellazione Canis Major – che, secondo la mitologia egiziana, rappresentava la divinità Sothis.  Secondo la tradizione etiopica, da Menelik discendono tutti i 225 re e imperatori dell’Etiopia.  Un gruppo di archeologi tedeschi ha annunciato di aver trovato ad Axum, in Etiopia, non solo i resti del palazzo della leggendaria regina che fece girare la testa anche al re Salomone, ma anche il luogo dove fu conservata l’Arca dell’Alleanza di cui parla anche la Bibbia.  I resti del palazzo della regina di Saba, risalente al decimo secolo avanti Cristo – secondo quanto ha reso noto un comunicato dell’università di Amburgo – sono stati scoperti in primavera sotto i ruderi di un altro edificio costruito da un re cristiano. Riferimenti alla regina di Saba sono presenti, oltre che nella Bibbia, anche nel Corano e nel Kebra Nagast, il Libro della Gloria dei Re dell’Etiopia. «Sulla base della datazione temporale, dell’orientamento e dei dettagli che ho scoperto, sono sicuro che è il palazzo (della regina di Saba)» ha detto il prof . Helmut Ziegert dell’Istituto archeologico universitario di Amburgo ai giornalisti. Gli archeologi tedeschi sono inoltre convinti che su un altare colà ritrovato, rivolto verso la stella Sirio, sia rimasta per lungo tempo l’Arca dell’Alleanza. Secondo la Bibbia essa era una cassa in legno di acacia rivestita d’oro e riccamente decorata, la cui costruzione fu ordinata da Dio a Mosè. Considerata il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, in essa erano conservate le Tavole dei dieci comandamenti, che Mosè aveva ricevuto sul monte Sinai, il bastone di Aronne e un recipiente con la manna, il cibo divino miracolosamente inviato da Dio agli ebrei nel deserto, in modo da salvarli dalla morte per fame. Ziegert intorno all’altare ha trovato 17 doni sacrali, recipienti e vasellame che secondo i ricercatori sono una prova della grande importanza dell’altare, mantenutasi nei secoli. La tradizione etiopica vuole che un seguace di Menelik durante una visita del giovane al padre Salomone abbia portato via dal Tempio di Gerusalemme l’Arca con le leggi bibliche e da allora essa sia conservata segretamente nella Chiesa di S.Maria di Sion a Axum. Secondo altre saghe, l’Arca sarebbe scomparsa quando nel 586 a.C Gerusalemme fu saccheggiata dai conquistatori babilonesi. L’Arca ha ricevuto nuova popolarità dal successo del film «I Predatori dell’Arca Perduta» (1981), con Harrison Ford nei panni di Indiana Jones. Le ricerche nella città sacra di Axum erano cominciate nel 1999, per fare chiarezza sulle origini dell’Etiopia e della Chiesa ortodossa etiope. Secondo altre fonti, il palazzo della regina di Saba sarebbe a Marib, in Yemen.

S.Damiano-Confessionale

S.Damiano-Confessionale dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 11 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

PREGHIAMO IL SALMO 6

http://www.srifugio.it/salmi_penitenziali_novembre12.php

PREGHIAMO IL SALMO 6

C’è un cielo stellato, blu intenso e nitido, come possono essere nitide certe notti nel deserto dove il giorno e la sera splendono di luce vivida nell’aria pura. Un grande fuoco illumina il centro delle tendopoli, i visi dei pastori, dei musicanti e del loro re.
Si scorge tutto intorno il profilo rossastro delle tende; qui più tardi sarà silenzio e tutti riposeranno.
Le greggi calme attendono, e sognano i pascoli di domani. C’è pace. L’uomo di tremila anni fa sta in silenzio a contemplare. Poi, prima singolarmente e poi a più voci, nasce un canto: l’ebreo ispirato parla al suo Dio, e parla di Dio. Arpe melodiose risuonano nell’atmosfera rarefatta, mentre un inno di lode e di ringraziamento si diffonde nell’aria bruna.
La notte avanza. Il re e la sua tribù, appagati, prendono sonno presso i loro giacigli. C’è chi veglia accanto al fuoco. Il nemico è lontano: Dio protegge l’ebreo fiducioso.
E’ l’immagine che vedo con l’occhio dell’intuizione. Mi piace questo quadro sereno, incantato, quasi perfetto, che mi ispira la lettura di alcuni salmi, tanto da sentirmi partecipe di tanta grazia.
Gli inni, intanto, cantati per secoli e mandati a memoria, passano da generazione a generazione, fino a quando la scrittura ne sancirà l’eternità.
L’uomo poeta, capace di sentire il suo animo, e in esso di fare silenzio, giunge alla parola autentica, che è rivelazione. Nel silenzio c’è la gestazione di questa parola eterna e sempre portatrice di verità; Parola piena di forza e carica di efficacia.
Ecco perché ancora oggi i salmi riescono ad emozionarci e ci trasmettono il senso del divino. La parola dei salmisti è parola ispirata, che proviene dal silenzio, che è Dio, in attesa che il mistero trinitario, mille anni dopo, ci riveli il Verbo, la Parola da essi già profetizzata.
L’uomo poeta, anche da peccatore, sa parlare al suo Dio, che si svela nel suo animo, nella sua coscienza, e racconta… Racconta di vittorie sul male, e di cadute di cui si lamenta e si pente. Egli parla di persecuzioni e di nemici, parla di colpe di cui si è macchiato e chiede clemenza e misericordia, perdono e rigenerazione.
Egli è certo che Dio lo ascolterà; il Signore mosso a pietà, ascolterà il canto del dolore del suo figlio debole e pentito.
Nel Salterio, composto da 5 libri, sono contenuti 150 salmi, di cui sette sono lamentazioni raccolte da S. Agostino, sotto il nome di “Salmi penitenziali” (6;32;38;51;102;130;143) .
Il Santo, sul letto di morte, fece appendere, di fronte al suo letto, i salmi penitenziali e pare non cessasse mai di recitarli.
Propongo la lettura del salmo penitenziale N° 6 (Libro I) e aggiungo in calce un breve commento, ripreso letteralmente dal libro: “I Salmi – preghiera e poesia” – di Benedetto Piacentini Ed. Paoline.
Dada

SALMO 6

1 Al maestro del coro. Per strumenti a corda. Sull’ottava.
Salmo. Di Davide.

2 Signore, non rimproverarmi nella tua ira,
non castigarmi nel tuo furore.
3 Abbi pietà di me, SIGNORE, perché sono abbattuto;
risanami, SIGNORE, perché tremano le mie ossa
4 e l’anima mia è sconvolta assai,
ma tu, SIGNORE, fino a quando?
5 Ritorna, SIGNORE, libera l’anima mia,
salvami per la tua misericordia.
6 Nessuno tra i morti ti ricorda.
Chi nello Sheol può darti lode?
7 Mi sono estenuato per il lungo lamento,
ogni notte inondo il mio giaciglio,
bagno con le mie lacrime il mio letto.
8 Si sono consumati per il dolore i miei occhi,
invecchiano in mezzo a tutti i miei avversari.
9 Allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità,
perché ha dato ascolto, il SIGNORE,
alla voce del mio pianto,
10 ha dato ascolto il SIGNORE, alla mia supplica,
il SIGNORE accoglie la mia preghiera.
11 Siano confusi e sconvolti assai tutti i miei nemici,
si volgano indietro, confusi, all’istante.

Divisione del testo

Il salmo si divide in 11 versetti e si può suddividere in 3 parti:
vv 2-6: lamentazione con invocazione del nome di Dio.
vv.7-8 descrizione della pena interiore vissuta dal salmista.
vv. 9-11 imprecazione contro i nemici.

vv 2-6: L’orante è cosciente che esiste un rapporto tra la sua colpa e la persecuzione che subisce (v. 2) e si appella alla misericordia di Dio per essere salvato dai nemici (v.5). Con gli imperativi di apertura (“non punirmi”; “non castigarmi”) il salmista si rivolge a Dio in atteggiamento filiale chiedendogli di non superare una certa misura nella correzione e di liberarlo dalla morte (v.6). L’imperativo”ritorna!” (v.5) esprime una richiesta affinché Dio dall’ira passi alla pietà e dalla correzione alla liberazione. In questa parte del salmo l’orante si rivolge a Dio in seconda persona invocandolo cinque volte con il nome proprio (il tetragramma; vv.2-3 [2*] -4-5).
vv. 7-8: In questa sezione il salmista parla delle sue sofferenze in prima persona: la notte non arreca riposo mentre l’angoscia e il dolore si aggravano ancor più; il pianto è continuo e le lacrime inondano il suo letto (v. 7). Rispetto alla descrizione dei vv. 3-4 il dolore descritto qui è più profondo e interiore, è vissuto nell’intimo dell’orante nel silenzio notturno e rimane nascosto a tutti.
vv. 9-11: Il dialogo sommesso con Dio viene accolto come una preghiera. Il salmista è sicuro che la sua supplica e il suo pianto saranno ascoltati e perciò si rivolge ai suoi avversari con un imperativo: “Allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità!”. I quattro imperfetti che chiudono il salmo possono esprimere un auspicio ma anche la certezza della sconfitta del nemico. Il salmista non chiede la morte dei suoi rivali ma il fallimento dei loro propositi (v.11); il tema della disillusione dei nemici è perciò ripetuto nella finale del salmo.

IL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE – PADRE PIO

http://www.padrepio.catholicwebservices.com/La_confessione.htm

IL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE  – PADRE PIO                 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica sottolinea che « Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera ». È chiamato sacramento della Confessione poiché l’accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una «confessione», riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l’uomo peccatore. È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente « il perdono e la pace ». La Confessione impegnava Padre Pio per molte ore della sua giornata. Egli la esercitava con visione introspettiva e non lasciava al penitente adito ad ambiguità. Non era possibile mentire a chi vedeva nell’anima. Spesso, di fronte ai penitenti più emozionati, era lo stesso padre Pio che elencava i peccati commessi dal penitente. Padre Pio invitava alla Confessione, chiedendo di farvi ricorso, al più tardi, una volta alla settimana. Egli diceva: “Una stanza, per quanto possa essere rimasta chiusa, necessita di una spolverata, almeno una volta alla settimana”. In questo Padre Pio era molto esigente, egli esigeva una conversione vera e propria e non transigeva coloro i quali si recavano al confessionale per la sola curiosità di vedere il frate “Santo”. Un confratello raccontava: “Un giorno padre Pio negò l’assoluzione ad un penitente e poi gli disse: “Se vai a confessarti da un altro, vai all’inferno tu e quell’altro che ti da l’assoluzione”, come a dire, senza proposito di cambiare vita si profana il sacramento e chi lo fa si rende colpevole davanti a Dio. Spesso infatti Padre Pio trattava i fedeli con « apparente durezza » ma è altrettanto vero che lo stravolgimento spirituale che quel « rimprovero » procurava alle anime dei penitenti, si trasformava in una forza interiore a ritornare da Padre Pio, contriti, per riceverne la definitiva assoluzione. Un signore, tra il 1954 e il 1955 andò a confessarsi da Padre Pio, a San Giovanni Rotondo. Quando terminò l’accusa dei peccati padre Pio chiese: “Hai altro?” ed egli rispose, “No padre”. Il padre ripeté la domanda: “Hai altro?” “No padre”. Per la terza volta padre Pio gli chiese: “Hai altro?”. Al reiterato diniego si scatenò l’uragano. Con la voce dello Spirito Santo padre Pio urlò: “Vattene! Vattene! Perché non sei pentito dei tuoi peccati!”. L’uomo rimase impietrito anche per la vergogna che provava di fronte a tanta gente. Quindi cercò di dire qualcosa…ma padre Pio continuò: “Stai zitto, chiacchierone, hai parlato abbastanza; ora voglio parlare io. E’ vero o non è vero che frequenti le sale da ballo?” – “ Si padre” – “E non sai che il ballo è un invito al peccato?”. Stupito non sapevo che dire: nel portafoglio avevo il tesserino di socio di una sala da ballo. Promisi di emendarmi e dopo tanto mi diede l’assoluzione.   Le bugie Un giorno, un signore disse a Padre Pio. “Padre, dico bugie quando sono in compagnia, tanto per tenere in allegria gli amici.”. E Padre Pio rispose: “Eh, vuoi andare all’inferno scherzando?!”   La mormorazione La malizia del peccato della mormorazione consiste nel distruggere la reputazione e l’onore di un fratello che ha invece diritto a godere di stima. Un giorno Padre Pio disse ad un penitente: “Quando tu mormori di una persona vuol dire che non l’ami, l’hai tolta dal cuore. Ma sappi che, quando togli uno dal tuo cuore, con quel tuo fratello se ne va via anche Gesù”. Una volta, invitato a benedire una casa, arrivato all’ingresso della cucina disse “Qui ci sono i serpenti, non entro”. E ad un sacerdote che spesso ci andava per mangiare disse di non andarci più perché li si mormorava.

La bestemmia Un uomo era originario delle Marche ed insieme ad un suo amico era partito dal suo paese con un camion per trasportare dei mobili vicino a San Giovanni Rotondo. Mentre facevano l’ultima salita, prima di giungere a destinazione, il camion si ruppe e si fermò. Ogni tentativo di farlo ripartire risultò vano. A quel punto l’autista perse la calma e preso dall’ira bestemmiò. Il giorno dopo i due uomini andarono a San Giovanni Rotondo dove uno dei due aveva una sorella. Tramite lei riuscirono a confessarsi da Padre Pio. Entrò il primo ma padre Pio non lo fece neanche inginocchiare e lo cacciò via. Venne poi il turno dell’autista che cominciò il colloquio e disse a Padre Pio: “Mi sono adirato”. Ma Padre Pio gridò: “Sciagurato! Hai bestemmiato la Mamma nostra! Che ti ha fatto la Madonna?”. E lo cacciò via.   Il demonio è molto vicino a coloro che bestemmiano. In un albergo di San Giovanni Rotondo non si poteva riposare né di giorno né di notte perché c’era una bambina indemoniata che urlava da fare spavento. La mamma portava ogni giorno la piccola in Chiesa con la speranza che Padre Pio la liberasse  dallo spirito del male. Anche qui il baccano che si verificava era indescrivibile. Una mattina dopo la confessione delle donne, nell’attraversare la chiesa per far ritorno in convento, Padre Pio si ritrovò davanti la bambina che urlava paurosamente, trattenuta a stento da due o tre uomini. Il Santo, stanco di tutto quel trambusto, diede una pestata sul piede e poi una violenta pacca sulla testa, gridando. “Mo basta!” La piccola cadde a terra esamine. Ad un medico presente il Padre disse di portarla a San Michele, al vicino santuario di Monte Sant’Angelo. Arrivati a destinazione, entrarono nella grotta dove è apparso san Michele. La bambina si rianimò ma non c’era verso di farla avvicinare all’altare dedicato all’Angelo. Ma ad un certo punto un frate riuscì a far toccare l’altare alla bambina. La bambina come folgorata cadde a terra. Si risvegliò più tardi come se non fosse successo nulla e con dolcezza chiese alla Mamma: “Mi compri un gelato?” A quel punto il gruppo di persone ritornò a San Giovanni Rotondo per informare e ringraziare Padre Pio il quale disse alla Mamma: “Di a tuo marito che non bestemmiasse più, altrimenti il demonio ritorna”.   Mancare all’Eucarestia Un giovane medico, agli inizi degli anni ’50, andò a confessarsi da Padre Pio. Fece l’accusa dei suoi peccati e rimase in silenzio. Padre Pio chiese se avesse altro da aggiungere ma il medico risposte negativamente. Allora Padre Pio disse al medico “Ricordati che nei giorni festivi non si può mancare neanche ad una sola Messa, perché è peccato mortale”. A quel punto il giovane ricordò di avere “saltato” un appuntamento domenicale con la Messa, qualche mese prima.   La magia Padre Pio proibiva ogni forma di ricorso allo spiritismo ed alle pratiche dell’occulto. Una signora racconta: “Mi confessai da Padre Pio nel mese di novembre del 1948. Tra le altre cose disse al Padre che nella nostra famiglia eravamo preoccupati perché una zia leggeva le carte. Il padre con tono perentorio disse: “Gettate via subito quella roba”.

Il Divorzio Nella famiglia unita e santa, Padre Pio vedeva il luogo dove germoglia la fede. Egli diceva. Il Divorzio è il passaporto per l’Inferno. Una giovane signora, terminata la confessione dei propri peccati, ricevette la penitenza da Padre Pio che le disse: “Devi chiuderti nel silenzio della preghiera e salverai il tuo matrimonio”. La Signora rimase sorpresa perché il suo rapporto matrimoniale non aveva problemi. Dovette invece ricredersi di li a poco quando una tempesta colpì il suo rapporto matrimoniale. Lei era però preparata e seguendo il consiglio di Padre Pio, superò quel triste momento evitando la distruzione della famiglia.

L’Aborto Un giorno, padre Pellegrino chiese a Padre Pio: “Padre, lei stamattina ha negato l’assoluzione per un procurato aborto ad una signora. Perché è stato tanto rigoroso con quella povera disgraziata?”. Padre Pio rispose: “Il giorno in cui gli uomini, spaventati dal, come si dice, boom economico, dai danni fisici o dai sacrifici economici, perderanno l’orrore dell’aborto, sarà un giorno terribile per l’umanità. Perché è proprio quello il giorno in cui dovrebbero dimostrare di averne orrore. L’aborto non è soltanto omicidio ma pure suicidio. E con coloro che vediamo sull’orlo di commettere con un solo colpo l’uno e l’altro delitto, vogliamo avere il coraggio di mostrare la nostra fede? Vogliamo recuperarli si o no?” “Perché suicidio?” chiese padre Pellegrino. “Assalito da una di quelle insolite furie divine, compensato da uno sconfinato entroterra di dolcezza e di bontà, padre Pio rispose: “Capiresti questo suicidio della razza umana, se con l’occhio della ragione, vedessi “la bellezza e la gioia” della terra popolata di vecchi e spopolata di bambini: bruciata come un deserto. Se riflettessi, allora si che capiresti la duplice gravità dell’aborto: con l’aborto si mutila sempre anche la vita dei genitori. Questi genitori vorrei cospargerli con le ceneri dei loro feti distrutti, per inchiodarli alle loro responsabilità e per negare ad essi la possibilità di appello alla propria ignoranza. I resti di un procurato aborto non vanno seppelliti con falsi riguardi e falsa pietà. Sarebbe un abominevole ipocrisia. Quelle ceneri vanno sbattute sulle facce di bronzo dei genitori assassini. Il mio rigore, in quanto difende il sopraggiungere dei bambini al mondo è sempre un atto di fede e di speranza nei nostri incontri con Dio sulla terra.

Publié dans:LITURGIA: SACRAMENTI |on 11 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

Battesimo del Signore

Battesimo del Signore dans immagini sacre 11_01_09_Baptism
http://wdtprs.com/blog/2015/01/wdtprs-baptism-of-the-lord-he-must-increase-we-must-decrease-2/

Publié dans:immagini sacre |on 8 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

IS 40,1-5.9-11 – CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO » – COMMENTO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/11-12/1-Avvento_B-2011/Omelie/02-Domenica-Avvento-B-2011_SC.html   

  IS 40,1-5.9-11 -  CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO » –

PRIMA LETTURA DOMENICA 10 GENNAIO    

CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche    

(STRALCIO)

La prima lettura ci riporta il bellissimo inizio del cosiddetto « libro della consolazione » d’Israele, che abbraccia i cc. 40-55, che ormai gli studiosi attribuiscono concordemente al Deutero-Isaia, un profeta anonimo della fine dell’esilio. Il brano si presenta come un coro a più voci. Apre il canto Dio stesso che annuncia la fine della schiavitù: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati » (Is 40,1-2). La liberazione avviene non come un fatto meccanico, o per una felice combinazione di eventi e di rapporti di forza, ma perché Gerusalemme « ha scontato la sua iniquità », cioè si è convertita pagando il « doppio » di quello che aveva rubato al Signore: come i ladri che dovevano restituire il « doppio » (Es 22,3)! Come si vede, il fatto politico è riassorbito nella dimensione religiosa dell’evento.

« Nel deserto preparate la via al Signore » A questo punto si inserisce una « voce » misteriosa, che il profeta lascia volutamente nell’anonimo per creare un clima di maggiore attenzione, la quale esorta a « preparare » la via al Signore che sta per ritornare nella sua terra, conducendosi dietro vittoriosamente il suo popolo: « Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato » (vv. 3-5). Nei testi babilonesi si parla in termini analoghi di « vie » processionali o trionfali, preparate per determinate divinità o per il re vittorioso. Il riferimento al « deserto », oltre che una precisa indicazione delle steppe siriane che avrebbero dovuto attraversare i deportati in Babilonia, vuol essere soprattutto un rimando all’esperienza del primo Esodo, con tutti i prodigi che lo avevano accompagnato. Anche adesso Dio manifesterà la sua « gloria » nei prodigi che accompagneranno questa nuova liberazione: tanto che « ogni uomo la vedrà » (v. 5) con i propri occhi e quasi la toccherà con le proprie mani.

« Il Signore Dio viene con potenza » Subito dopo il profeta immagina che uno si distacchi dal gruppo dei reduci e si affretti a portare il buon annuncio alla città di Gerusalemme, che ancora giace nella sua tristezza e nella sua desolazione: « Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce, con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere, annunzia alle città di Giuda: « Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri »" (vv. 9-11). È il grande « Avvento » del Dio che « salva » nella sua terra: è perciò una « venuta » di riconciliazione e di amore! Con il popolo che ritorna dall’esilio anche Gerusalemme rifiorisce. Il prodigio è pertanto duplice: il ritorno d’Israele alle sue sorgenti e il « rifiorire » di ciò che era rimasto, quale simbolo di un mondo ormai in dissoluzione. L’immagine conclusiva del brano è bellissima: Dio, che pur è potente e detiene nel suo pugno lo scettro del « dominio » (v. 10), è rassomigliato ad un « pastore », pieno di premura e di delicatezza verso gli « agnellini » appena nati e verso le « pecore madri » (v. 11). La potenza e l’amore disarmato, direi quasi infantile e materno nello stesso tempo, in lui non si contraddicono!

OMELIA (10-01-2016) – BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C)

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20160110.shtml

OMELIA (10-01-2016) – BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C)

padre Gian Franco Scarpitta

Nel Battesimo l’umiltà di Dio

Questa Domenica osserviamo il Figlio di Dio che si confonde con coloro che fanno ressa alla riva del fiume Giordano per ricevere il battesimo di Giovanni. Questo era all’epoca un segno esteriore che avveniva con acqua per significare il pentimento sincero di quanti si erano ravveduti dai loro peccati e intendevano riconciliarsi con Dio; un rito simile ai vari usi iniziatici di altre religioni, anche nel paganesimo. Da Giovanni accorrevano tutti coloro che avevano preso coscienza del loro peccato, che consideravano la loro indegnità e meschinità, si sentivano oppressi dalla loro coscienza e il peccato era stato per loro uno stato di indegnità davanti a Dio. C’è differenza infatti fra peccato e senso di colpa: quest’ultimo riguarda il lato psicologico personale di una persona che si rapporta con se stessa. Il peccato è invece la consapevolezza di aver offeso innanzitutto Dio e di aver perso la comunione con lui e poiché Dio lo si trova nei fratelli il peccato è implicitamente una mancanza anche nei loro confronti, poiché quando non si ama il fratello non si ama Dio. Nella consapevolezza di aver peccato, ai è un rapporto in dimensione verticale e un altro orizzontale. Di tutto questo doveva essere ben consapevole Gesù, il Figlio di Dio, che entra in contatto con i peccatori per fare la fila con loro e ricevere il battesimo, come se anche lui avesse avuto delle colpe da cui emendarsi. Che Dio avesse fatto assumere a Gesù una carne di peccato è assodato. Come dice infatti Paolo:  » Colui che non aveva conosciuto peccato eppure Dio lo trattò da peccato a nostro favore »(2Cor 5, 21) perché potesse partecipare in tutto della nostra natura umana assumendone ogni precarietà. Ciononostante egli « è stato tentato in ogni cosa senza commettere peccato »(Eb 4, 15) e piuttosto « lui ci è stato manifestato per togliere i peccati, ma in lui non c’è peccato »(1Gv 3, 5). Adempiere la volontà del Padre corrisponde per Gesù a eliminare i nostri peccati, a vincere il peccato soprattutto nel riscatto della croce, ma in effetti in tutta la sua vita umana Cristo non ha mai peccato e nessuna imperfezione poteva mai caratterizzarlo. Eppure lo troviamo fra i peccatori a chiedere il battesimo come se avesse peccato alla pari di tutti gli altri. Nella risposta stessa di Gesù a Giovanni si trova la spiegazione di tanto abbassamento da parte del Figlio di Dio: « Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia ». Nel linguaggio del profeta Isaia « adempiere ogni giustizia corrisponde a « preparare la via del Signore e raddrizzare i sentieri » (Is 40, 3) invito che aveva proclamato lo stesso Battista sulle orme del profeta medesimo (preparare la via del Signore) ma quale poteva essere il migliore procedimento del Verbo Incarnato per predisporre le nostre vie se non percorrerle insieme a noi? Come poteva aiutarci il Figlio di Dio se non configurandosi con noi peccatori e condividendo tutto, sentimenti, impressioni, timori e prospettive? Gesù fa la fila non perché abbia la coscienza di aver peccato, ma perché vuol rendersi in tutto solidale con i peccatori, condividendo ogni cosa con loro ai fini di poterli liberare dal morbo che li affligge dopo averli condotti e accompagnati. Una decisione di semplice condivisione e abbassamento che indica la pienezza della misericordia di Dio. Diceva un autore che « l’umiltà è la ricchezza della povertà », perché essa è all’origine di tutto ciò che può nobilitare l’uomo e di conseguenza non si è mai miseri quando si è umili. Secondo Marcel Aymè « l’umiltà è l’anticamera delle perfezioni, e senza di essa le virtù sono vizi. » Anche se non sempre l’esperienza ce ne da conferma, mostrarci umili e sottomessi dischiude la strada per conseguire ogni successo e per consolidarci nelle virtù. Anzi, la buona disposizione all’umiltà coltiva e accresce qualsiasi virtù acquisita e qualsiasi pregio o facoltà possiamo ritrovarci. Non avere vanagloria e presunzione da ostentare, non coltivare ambizioni o false e altezzose pretese, considerare gli altri al di sopra di noi stessi e non avere di che autoesaltarci evitando la megalomania e la presunzione sono tutti effetti dell’unica virtù senza la quale nessun obiettivo è possibile, appunto l’umanità. Papa Francesco in qualche luogo ci ricordava che l’umiltà innanzitutto è lo stile di Dio, al quale l’uomo è chiamato ad attingere e sul quale ci si deve conformare. In questo Anno dedicato alla misericordia ci rendiamo conto che essa è una prerogativa del Dio amore che sacrifica se stesso superando ogni nostra aspettativa. Dio per amore dell’uomo si umilia e su questo ci dà esempio concreto di umiltà. Dio che spoglia se stesso rinunciando al predominio e alle sue certezze, e che per amore dell’uomo si fa piccolo per innalzare tutti è già un emblema di umiltà proficua e munifica. Ora Gesù si dispone in fila davanti al Battista per condividere lo stato di debolezza morale di tutti i suoi contemporanei, anche se è inesistente il suo stato di debolezza e di peccaminosità attuale. Con la fuoriuscita dall’acqua Gesù ottiene il dono dello Spirito Santo simboleggiato metaforicamente dalla colomba (dolcezza, pace e gioia nella novità di vita) dell’avallo del Padre che lo istituisce « Figlio suo prediletto ». Non che non lo fosse già prima, ma adesso in forza dello Spirito Dio Padre ce lo manifesta come tale in vista della missione di annuncio del Regno di Dio che egli darà al mondo. Sarà lo Spirito Santo a condurre Gesù prima nel deserto e poi a Cafarnao, dove inizierà il suo ministero pubblico; sempre lo Spirito condurrà Gesù in tutta la sua predicazione e nella missione pubblica, facendo in modo che egli venga riconosciuto ed esaltato Figlio del Padre. In Cristo si evince il vero e inconfondibile Signore che salva e che redime, cioè il Dio che non potrebbe essere mai confuso con nessun altro: il Dio Trinitario. Dio che nella sua pienezza di gloria e di grandezza si china sulle nostre miserie e prende sulle spalle la nostra povertà morale, facendo propri i nostri bisogni e che non disdegna di confondersi con i peccatori, mentre agli occhi del mondo c’è sempre stata incompatibilità fra peccatori e giusti. Lo stesso Cristo Signore istituirà un Battesimo diverso da quello di Giovanni. In esso non vi sarà semplicemente un « segno » esteriore di acqua. Questa sarà solamente la materia del Sacramento, per mezzo della quale lo stesso Cristo, in forza dello Spirito Santo, ci libererà egli medesimo dal peccato che tutti ci caratterizza (peccato originale) risollevandoci e chiamandoci a vita nuova. Nel battesimo operato da Gesù riceveremo direttamente la grazia santificante e diventeremo figli di Dio. Figlio nel Figlio, partecipi della stessa missione sacerdotale del Cristo, anche noi missionari con lui. Il solo termine Battesimo (Bautizo) è espressivo degli effetti di grazie che esso comporta nella nostra vita: vuol dire etimologicamente « lavacro », questo da intendersi nel duplice senso di lavacro di distruzione e debellamento e lavacro innovativo di rigenerazione. Nel primo caso si ha infatti che nel Battesimo si ottiene la liberazione dal peccato che è la radice di tutti i mali; nel secondo caso, una volta liberi e riscattati si rinasce a nuova vita e ci si dispone a camminare secondo nuova dignità di vita. Del nostro Battesimo, che non di rado dalle famiglie dei piccoli battenzandi viene frainteso quasi alla stregua di una festa gratuita senza conseguenze, dovremmo allora essere e manifestarci orgogliosi e testimoniare nella gioia la nostra appartenenza al Dio che si è umiliato per noi.

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