Archive pour janvier, 2016

ANDARE ALLA SCRITTURA COME PELLEGRINI

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ANDARE ALLA SCRITTURA COME PELLEGRINI

Lacordaire *

Henry Lacordaire (1802-1861) era un giovane avvocato di sicuro avvenire quando si presentò a san Sulpizio nel 1824: tre anni dopo fu ordinato sacerdote. Insieme a Lamennais fu implicato nella questione del modernismo, ma si sottomise con totale docilità al magistero della Chiesa. Nel 1839 entrò nell’Ordine dei Predicatori. Dotato di eccezionali qualità oratorie, di una delicatissima sensibilità e di una vera passione per le realtà della fede, divenne celebre per le sue prediche a Notre-Dame di Parigi. Di lui si può dire che realizzò in pieno la parola dell’apostolo, annunziando la dottrina evangelica «opportune et importune», spinto com’era dalla carità di Cristo. Se, istruiti progressivamente dalla Chiesa, animati dal suo soffio vitale, noi entriamo ,con cuore docile nel tempio stesso della verità quale Dio l’ha costruito, e cioè nella Scrittura, troveremo nelle sue profondità molte ombre, dovremo chinare il capo di fronte a certi brani, e certe sublimità faranno quasi venir meno la nostra intelligenza. Ma, sostenuti dalla Chiesa stessa, nostra infallibile compagna, cammineremo di chiarezza in chiarezza sotto il firmamento della parola sacra, rallegrandoci con essa nei disegni dell’eternità che si scoprono ai nostri occhi, ammirando via via Gesù Cristo che si avvicina, aspettando lo con i patriarchi, vedendolo venire con i profeti, salutandolo sull’arpa dei cantori dei salmi. E infine, sulla soglia del tempio celeste, egli ci apparirà con tutto il peso della sua gloria e della sua morte, vittima predestinata della riconciliazione delle anime e spiegazione suprema, mediante tutto quello che è stato, di tutto quello che adesso è. Questa visione di Gesù Cristo non costituisce da sola il lungo ordito dei libri santi, ma vi si trova come intrecciata ai grandi eventi del mondo. Il cristiano sa riconoscervi la mano della Provvidenza, li vede condotti da leggi di giustizia e di bontà. In questa luce egli si rende conto della successione degli imperi, del sorgere e decadere di popoli famosi. Capisce che il caso non esiste e neanche la fatalità, ma che tutto si svolge sotto il duplice impulso della libertà dell’uomo e della sapienza di Dio. Questa visione della storia nella verità delle sue cause lo affascina. Vi attinge una comprensione della vita che nessuna esperienza potrebbe dargli, perché l’esperienza rivela solamente l’uomo, mentre la Scrittura rivela contemporaneamente Dio nell’uomo e l’uomo in Dio. Questa rivelazione non si fa sentire solo nelle grandi ore registrate nella Bibbia, ma si trova dovunque. Dio non si allontana mai dalla sua opera. E’ nel campo di Booz, dietro la nuora di Noemi, come è pure a Babilonia, al banchetto di Baltassar. Si siede sotto la tenda di Abramo, quasi viandante stanco del cammino, come scende sulla vetta del Sinai tra le folgori che annunziano la sua presenza. Assiste Giuseppe in carcere, come esalta Daniele nella sua prigionia. Tutto è pieno di lui: i più piccoli particolari della vita di famiglia o del deserto, i ‘nomi, i luoghi, le cose; in un cammino di quaranta secoli, dall’Eden al Calvario, dalla giustizia perduta alla giustizia riacquistata, si possono seguire in questo modo, un passo dietro l’altro, tutti i movimenti della sua tenerezza e tutti i movimenti della sua potenza. E’ possibile ritornare da un tale pellegrinaggio senza sentirsi commossi? E’ possibile, per chi ha seguito queste tracce alla luce della fede, non tornare migliore alla casa della sua esistenza quotidiana? La Bibbia è insieme la rappresentazione drammatica dei nostri destini, la storia primordiale del genere umano, la filosofia dei santi, la legislazione di un popolo prescelto e governato dal suo Dio; è, in un disegno provvidenziale di quattromila anni, la preparazione e il germe di tutto l’avvenire dell’umanità. E’ il deposito delle verità di cui l’umanità ha bisogno, la «magna ‘carta» dei suoi diritti, il tesoro delle sue speranze, la sorgente profonda delle sue consolazioni, la bocca di Dio che parla al suo cuore; e al di sopra di tutto essa è il Cristo Figlio di Dio che le ha dato la salvezza.

* Deuxième leltre à Emmanuel, in Lacordaire et la Parole de Dieu, «Etudes religieuses» 758, La Pensée catholique, Bruxelles 1962 – pp. 66-67.

GIOVANNI PAOLO II E LA SCIENZA CONTEMPORANEA

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GIOVANNI PAOLO II E LA SCIENZA CONTEMPORANEA

Jean-Michel Maldamé

Institut Catholique de Toulouse Membro della Pontificia Accademia delle Scienze

Aprile 2014

Il Beato Giovanni Paolo II, che dal 27 aprile di quest’anno chiameremo San Giovanni Paolo II, è stato un papa particolarmente sensibile al tema della scienza. Vi è una sua iniziativa che mette bene in evidenza lo spirito con il quale egli ha promosso il dialogo tra scienza moderna e fede cattolica. Fin dal Concilio Vaticano II diversi Padri avevano rievocato la condanna di Galileo. Nel XIX secolo la condanna fu messa nuovamente in primo piano da alcune correnti anticlericali, fino a diventare «l’affare Galileo». Per la maggior parte dei contemporanei, il processo subito dallo scienziato pisano del 1633 era ancora l’emblema del rifiuto della modernità da parte della Chiesa. Papa Giovanni Paolo II ha realizzato il desiderio dei Padri conciliari di riconoscere in modo più aperto che questa condanna era stata un errore. Nacque così l’occasione per riaffermare che la Chiesa cattolica aveva in realtà sempre stimato le scienze naturali, una stima che era stata ribadita dal Concilio Vaticano II e che si è poi sviluppata in piena fedeltà al Concilio. 1. L’atteggiamento di Giovanni Paolo II verso la scienza non fu qualcosa di circostanziale. In effetti, in varie occasioni, egli aveva elogiato il lavoro svolto nelle Università, incitandone lo sviluppo. Nella costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae (15 agosto 1990) indirizzata alle Università Cattoliche, egli precisava: «Un campo che interessa in maniera speciale l’Università cattolica è il dialogo tra pensiero cristiano e scienze moderne» (n. 46). Nei discorsi tenuti in varie università, Giovanni Paolo II si è mostrato attento a questa esigenza: l’unità dei saperi e la loro convergenza nell’amore ad una verità ricercata incessantemente. Questo desiderio di unità riposa su una convinzione teologica: l’opera del Dio unico reca la traccia della sua unità. È per questo che la diversità di saperi deve tendere all’unità. Questo proposito è presente in diversi discorsi pronunciati in ambienti universitari; l’incontro tra scienza e teologia ha una finalità: «quella dell’integrazione del sapere, in una sintesi nella quale l’insieme impressionante di conoscenze scientifiche troverebbe il suo significato nel quadro della visione integrale dell’uomo e dell’universo, dell’Ordo rerum» (Discorso ad intellettuali ed universitari ad Ibadan, Nigeria, 15 febbraio 1982). Quest’ultima espressione, classica in teologia, è il fondamento della stima di Giovanni Paolo II per le scienze naturali, che scaturisce a sua volta dalla fede in Dio creatore. 2. Non è stato compito di Giovanni Paolo II proporre una visione del mondo che unificasse i saperi; egli si rifà alla radice della ricerca scientifica e perciò elogia l’uomo di scienza che cerca la verità, una verità marcata dal sigillo della trascendenza. Lo si vede negli elogi che egli fa delle grandi figure della scienza, in particolare Gregorio Mendel e Georges Lemaître ed, in maniera più ampia, nell’enciclica Fides et ratio. In quest’ultimo documento Giovanni Paolo II non intende offrire una sintesi tra la visione secolare del mondo tracciata dalla scienza e quella della Bibbia o della Tradizione, ma parla della ricerca dell’intelligenza. Il sapiente diventato scienziato, nel senso moderno del termine, se ha rinunciato ad una proposta di saggezza integrale, non ha però rinunciato alla ricerca della verità, perché è abitato da una convinzione fondata, quella dell’intellegibilità del mondo (cfr. Fides et ratio, n. 29). Se lo scienziato gioisce nel svelare i segreti della natura, è perché egli gusta la gioia di conoscere e di custodire in sé un’apertura di spirito che sia pienamente in accordo con la Rivelazione (cfr. n. 30). In effetti «la scienza pura è un bene perché è conoscenza e quindi perfezione dell’uomo nella sua intelligenza» (Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 10 novembre 1979). Questo elogio è un corollario di stima per gli uomini di scienza. 3. Giovanni Paolo II ha rivolto vari discorsi agli scienziati – all’Accademia Pontificia delle Scienze, ma anche in diversi luoghi durante i suoi viaggi apostolici. In questo contesto emerge un leitmotiv: l’appello alla responsabilità. La scienza in effetti offre all’uomo dei mezzi per agire con potenza; il Papa invita dunque ad un risveglio morale. Tutti ricordiamo l’appello di Giovanni Paolo II al rispetto per la vita; ma non possiamo dimenticare anche altri punti da lui toccati, come: l’ambiente, il disarmo, in particolare la questione nucleare, le applicazioni della tecnica finalizzate allo sviluppo dei popoli. Tutto ciò fa parte di una dinamica di rispetto della natura e di riconoscimento della grandezza dell’essere umano. Questa responsabilità dello scienziato riposa sull’unità dell’opera di Dio e per questo motivo la dottrina sociale della Chiesa deve essere articolata in dialogo con il sapere moderno, chiarita e giustificata anche dalla conoscenza scientifica. 4. L’appello alla responsabilità riposa su uno degli assi maggiori del pensiero di Giovanni Paolo II: la grandezza dell’uomo fondata sulla sua creazione ad immagine e somiglianza di Dio e sull’incarnazione del Verbo. Questa grandezza dell’essere umano è uno dei temi più ricorrenti. Al CERN di Ginevra (15 giugno 1982), luogo simbolico della scienza di base, dopo aver messo in rilievo il valore del lavoro scientifico, Giovanni Paolo II insiste sulla dignità dell’uomo di cui la scienza manifesta «la grandezza e il mistero». Egli spiega: la “grandezza” della ragione di cui la scienza è una realizzazione evidente ed il “mistero” della ricerca di una verità sempre più grande rispetto alla nostra esperienza. Questa stessa stima per la scienza appare nel celebre testo indirizzato nel 1996 all’Accademia Pontificia delle Scienze, in cui si riconosce il valore della teoria scientifica dell’evoluzione. La stima per la scienza è intimamente legata all’appello a riconoscere la trascendenza dell’essere umano. Sebbene l’essere umano sia parte egli stesso nel movimento delle speciazioni, con lui si varca una soglia. Il luogo del dialogo tra scienza e fede è, per Giovanni Paolo II, soprattutto la questione antropologica, piuttosto che la cosmologia. 5. Le parole di Giovanni Paolo II sulle scienze rivelano una preoccupazione assai diffusa. Il Vangelo è per lui il fermento di un’umanità nuova, secondo il cuore di Dio. Durante la sua attività pastorale in Polonia, sia come cappellano dei giovani che come vescovo, Giovanni Paolo II ha messo in luce che la scienza stimola le energie umane; ha notato che le idee scientifiche conferivano un certo dinamismo al progetto di società che affascinava gli Europei ed ha saputo discernere tra le opzioni materialiste e l’umanesimo che è invece alla base della scienza moderna. La sua azione evangelizzatrice e le sue direttive pastorali si sono iscritte nella preoccupazione di promuovere una cultura in cui la scienza sarebbe stata non solo rispettata, ma sviluppata al servizio dell’uomo. Nel dinamismo di questa visione, in cui la fede salva la ragione quando quest’ultima tenta di trasformarsi in un assoluto, l’attenzione di Giovanni Paolo II verso la scienza non ha riguardato solo aspetti  specializzati, ma egli ha parlato volentieri di “cultura scientifica” – la nozione di cultura era per lui l’espressione della grandezza dell’uomo responsabile del suo avvenire, dell’educazione e della preoccupazione per il bene comune dell’umanità. Questo orizzonte, presente nel noto discorso del 1980 all’Unesco, è stato poi sviluppato durante gli orientamenti da lui dati ai lavori della Pontificia Accademia delle Scienze. 6. Il valore della scienza si basa sul posto privilegiato che l’uomo occupa nel panorama della natura. Questa è un’opzione metafisica. Secondo Giovanni Paolo II, la stima per la conoscenza scientifica non discende solo da una impostazione teocentrica, come accadeva ad esempio nella teologia scolastica; essa discende soprattutto da una visione antropocentrica. È nell’uomo che si trova la chiave dell’intelligibilità di tutto l’universo. Così Giovanni Paolo II inserisce il suo apprezzamento per la cultura scientifica in una prospettiva cristologica, in quella prospettiva che è stata presente fin dalla sua prima enciclica Redemptor hominis (1979). 7. Giovanni Paolo II, infine, ha voluto vedere nella scienza una dimensione cara alla tradizione cristiana: il senso della preghiera e della contemplazione. Per Giovanni Paolo II la scienza non è solamente un sapere teorico, né un’attività pratica finalizzata a generare benessere, né solo una forte spinta verso un umanesimo integrale. La conoscenza scientifica deve condurre alla contemplazione, il cui primo passo è la meraviglia di fronte all’esistenza. Questo atteggiamento è la fonte della vita di preghiera e si poggia sulla prospettiva escatologica che i cristiani celebrano al termine dell’anno liturgico, con la solennità di Cristo Re dell’universo. I sette punti elencati riposano su una visione strutturata. Innanzitutto la consapevolezza che la crisi attuale della società civile richiede un risveglio dell’intelligenza credente. Questo risveglio deve poggiarsi su convinzioni forti, che si possono esplicitare secondo un ordine che identifica sette pilastri sui quali riposa una visione cristiana del mondo. Essi sono: la verità come motore della ricerca; l’unità come orizzonte della ricerca; la cultura, fondata sull’apertura al lavoro degli altri; il rispetto per tutto ciò che è stato donato dal Creatore; il posto dell’uomo nella natura; la responsabilità umana e la preoccupazione per l’avvenire ed infine il mistero, come presenza dell’eternità nel tempo attraverso la resurrezione di Cristo.

2014 Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede

Le nozze di Cana

Le nozze di Cana dans immagini sacre wedding-at-cana

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IL SEGNO DI CANA: LA VITA È ABBONDANZA – II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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IL SEGNO DI CANA: LA VITA È ABBONDANZA

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 17 GENNAIO 2010

JANUARY 15, 2010BY REDAZIONEPAROLA E VITA

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 15 gennaio 2010 (ZENIT.org).-“Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’. E Gesù le rispose: ‘Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora’. Sua madre disse ai servitori: ‘Qualunque cosa vi dica, fatela’ (…). Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora’. Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto scese a Cafarnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni” (Gv 2,1-12). “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finchè non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale e nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,1-5). La presenza di Gesù alle nozze di Cana è collocata dall’evangelista Giovanni al settimo giorno dalla comparsa (Gv 1,19-28) sulla scena del Battista, “l’amico dello sposo”(Gv 3,29). E’ così stabilita una settimana particolare che rimanda al primo capitolo del libro della Genesi: il racconto della creazione del mondo che Dio fece in sei giorni, dopo dei quali, creata infine la prima coppia umana, “nel settimo giorno cessò da ogni suo lavoro” (Gen 2,2). Il significato della partecipazione del Signore alla festa di nozze è spiegato assai bene in una catechesi di Giovanni Paolo II:“Il contesto di un banchetto di nozze, scelto da Gesù per il suo primo miracolo, rimanda al simbolismo matrimoniale, frequente nell’Antico Testamento per indicare l’Alleanza tra Dio e il suo popolo e nel Nuovo Testamento per significare l’unione di Cristo con la Chiesa. La presenza di Gesù a Cana manifesta inoltre il progetto salvifico di Dio riguardo al matrimonio. In tale prospettiva, la carenza di vino può essere interpretata come allusiva rispetto alla mancanza d’amore, che purtroppo non raramente minaccia l’unione sponsale. Maria chiede a Gesù di intervenire in favore di tutti gli sposi, che solo un amore fondato in Dio può liberare dai pericoli dell’infedeltà, dell’incomprensione e delle divisioni. La grazia del Sacramento offre agli sposi questa forza superiore d’amore, che può corroborare l’impegno della fedeltà anche nelle circostanze difficili” (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 5/03/1997). In effetti l’esaudimento di Gesù alla richiesta di sua madre è superiore ad ogni necessità, ma è proprio in questo eccesso che va riconosciuto il primo e fondamentale “segno” della sua “gloria”. Ascoltiamone l’interpretazione dalla sapienza di Benedetto XVI: “Il Signore offrì agli ospiti delle nozze di Cana circa seicento litri di gustoso vino. Anche considerando che le nozze orientali duravano un’intera settimana e che tutto il clan familiare degli sposi partecipava alla festa, resta tuttavia il fatto che si tratta di un’abbondanza incomprensibile. L’abbondanza, la profusione è il segno di Dio nella sua creazione; Egli sciala, crea l’intero universo per dare un posto all’uomo. Egli da la vita con un’abbondanza incomprensibile. A Cana il grande dono lascia presagire la natura inesauribile dell’amore di Dio, parla di un amore che proviene dall’eternità, che è incommensurabile e quindi salvifico. Il miracolo del vino ci aiuta così a capire cosa significa ricevere nella fede, attraverso Cristo, lo Spirito Santo, cioè, una nuova grandezza, una nuova elezione e una nuova abbondanza di vita” (da “Il segno di Cana”, in Communio 205). E’ il caso qui di collegare il Vangelo di Cana con la famosa affermazione di Ireneo: “L’uomo vivente è gloria di Dio”, per riconoscere nella persona di Gesù la verità e il fondamento della dignità infinita di ogni uomo, dato che il Padre “in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nella carità, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). Non dimentichiamo che sia l’affermazione di Ireneo (che anzitutto va riferita all’uomo Gesù, che a Cana manifesta la gloria di essere Dio), sia la rivelazione di Paolo (che ne è spiegazione dal nostro versante), sono vere a partire dal momento della creazione dell’uomo vivente, cioè il concepimento nel grembo materno. Ecco allora che la carenza di vino, chiaramente allusiva alla mancanza d’amore nel matrimonio, ne evoca immediatamente le conseguenze a carico della famiglia. Senza dimenticare la tragedia infinita del rifiuto omicida della vita non nata, attuato mediante l’aborto chimico e chirurgico, né quella dell’uccisione di un numero incalcolabile di figli con la fecondazione artificiale, ascoltiamo questi dati sociologici: “In Europa, mentre i matrimoni calano sensibilmente ogni anno, i divorzi crescono: ormai sono più di un milione all’anno e raggiungono la metà dei matrimoni celebrati annualmente. Negli ultimi dieci anni sono stati 10,3 milioni e hanno coinvolto oltre 17 milioni di bambini. I figli dei divorziati nella percentuale dell’85% sono affidati alla madre e molti di essi, intorno al 25%, perdono dopo circa due anni il contatto con il padre. Gli studi psicologici mettono in evidenza che l’assenza del padre durante l’infanzia e l’adolescenza dei figli li espone a vari rischi: narcisismo, per cui manca il senso del limite e si vuole tutto e subito; depressione, ansia e scarsa autostima; passività e mancanza di progettualità, dipendenza dal parere degli altri, da TV e internet, dai consumi, dall’alcool e dalla droga; senso di impotenza, rabbia, aggressività, violenza” (Card. E. Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia: relazione tenuta a Bruxelles, il 9/12/2009, in occasione dell’incontro dei Presidenti delle Associazioni Familiari Cattoliche Europee). Nonostante questo quadro oscuro, il Vangelo di Cana, con la presenza vigile di Maria, ci muove a fare totalmente nostra la speranza di Giovanni Paolo II, consapevoli che anche oggi Maria ha bisogno di “servitori” del “vino buono”, rappresentati anzitutto dalle stesse famiglie cristiane, chiamate concretamente a farsi “prossimo” di ogni famiglia in difficoltà (cfr Lc 10,25-37). Ognuna di tali famiglie missionarie è chiamata ad essere soggetto di evangelizzazione, come richiesto esplicitamente dal cardinale Antonelli a Bruxelles: “In senso proprio e credibile, evangelizza non la famiglia semplicemente rispettabile, non la famiglia praticante e tuttavia allineata con i modi di pensare e agire secolarizzati; ma la famiglia che vive una spiritualità cristocentrica, biblica, eucaristica, trinitaria, ecclesiale, laicale, cioè incarnata nelle realtà terrene, nelle molteplici relazioni e attività di ogni giorno; la famiglia che vive l’amore come dono e comunione, quale partecipazione all’alleanza nuziale di Cristo con la Chiesa, quale riflesso della comunione trinitaria delle persone divine e anticipo della festa nuziale nell’eternità”. Icona e fonte perfetta di una simile spiritualità è il Vangelo della nozze di Cana. Anche dal profeta Isaia, oggi, giunge tale messaggio di speranza: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata mia Gioia e la tua terra Sposata” (Is 62,4). I nomi propri “Abbandonata” e “Devastata” si riferiscono a Gerusalemme, città personificata, sposa infedele che si è meritata l’esperienza riparatrice e purificatrice dell’esilio a Babilonia; mentre “Sposata” è segno del radicale cambiamento portato dall’intervento di Dio, Sposo fedele. Possiamo riconoscere nella Città santa violata la figura della famiglia di oggi, semidistrutta dalla perdita della fede, dall’edonismo e dal laicismo. Ma noi crediamo che in forza stessa dell’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, alla mensa di ogni famiglia è presente, anche se non riconosciuto, il Signore Gesù suo Salvatore. ———-

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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17 GENNAIO 2016 | 2A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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17 GENNAIO 2016 | 2A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare La liturgia di questa domenica è dominata da un episodio evangelico molto noto e sensazionale, il miracolo delle nozze di Cana. L’evangelista Giovanni lo riveste di molti significati teologici, che ci fanno riflettere sia sull’identità di Gesù, sia sul ruolo di Maria.

La parola di Dio Isaia 62,1-5. Il terzo Isaia propone un tema caro ai profeti, soprattutto a Osea, quello delle nozze tra Iahvè e il suo popolo. « Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te », dice, dando un volto regale e glorioso alla città di Gerusalemme. 1 Corinzi 12,4-11. Paolo si sgancia, come capita spesso per la seconda lettura, dal tema proposto dal vangelo e parla dei carismi presenti nella comunità cristiana di Corinto. Naturalmente non li elenca tutti, ma dà importanza a quelli che favoriscono la conoscenza di Dio e il bene della comunità: la sapienza, la scienza, la fede, ma anche il dono di fare miracoli e quello di curare le persone, il dono di profetizzare e quello di discernere i vari « carismi », infine il dono delle lingue e quello di saperle interpretare. Carismi che la storia della chiesa ha conosciuto in ogni tempo e che, come dice Paolo, vanno valorizzati e messi a servizio della comunità. Giovanni 2,1-11. Questo è l’anno di Luca, ma in questo inizio del tempo ordinario ci viene proposto un brano di Giovanni. Un episodio simpatico e simbolicamente misterioso nello stesso tempo. A Cana Gesù compie il suo primo miracolo e i suoi apostoli cominciano a credere in lui.

Riflettere L’antico testamento ha presentato Iahvè con ricchezza di attribuzioni, come creatore, liberatore, alleato, re e pastore… Ma sorprendentemente, soprattutto attraverso la parola dei profeti, ha usato anche l’immagine dello « sposo », quasi per indicare il legame strettissimo che voleva intraprendere con il suo popolo. « Ti farò mia sposa per sempre », dice Iahvè per bocca di Osea, « ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore » (2, 21-22). Un legame d’amore che fu fedele solo da parte di Iahvè, perché il popolo spesso si macchierà di infedeltà e di tradimento. Nella prima lettura, l’intera nazione ebraica è rappresentata da Gerusalemme. Isaia la presenta come la sposa del Signore: « Il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te ». Il brano di Isaia si collega al vangelo. Gesù, all’inizio della sua vita pubblica, appare a Cana come il vero sposo di quelle nozze. Gesù è lì presente non soltanto per un atteggiamento umano e solidale con la vicenda di questa coppia, bensì, ben più profondamente, per rendere presente il suo amore sponsale per l’umanità, la sua carica di passione per l’uomo, che avrà la sua piena manifestazione nella sua « ora » al momento del sacrificio sulla croce. Il miracolo compiuto da Gesù a Cana è un episodio molto conosciuto, forse anche troppo, con il rischio di vederlo banalizzato. A Cana di Galilea, un paesino a pochi chilometri da Nazaret, si celebra una festa di nozze. Tanti gli invitati e tra di loro c’è anche Maria di Nazaret, accompagnata da Gesù e dagli apostoli. Nel più bello della festa, viene a mancare il vino. Nessuna meraviglia, perché la festa poteva durare anche otto giorni e coinvolgeva l’intero paese, e il vino non bastava mai. Ma senza vino, che festa era? L’imbarazzo della famiglia mette in movimento Maria, che se ne accorge e si rivolge a Gesù. La risposta di Gesù, anche se l’espressione usata era comune tra gli ebrei e compare altre volte nella Bibbia, sembra scortese. In ogni caso il significato è chiaro e vuol dire che Gesù non intende occuparsi di questa cosa. Dice: « Non è ancora giunta la mia ora », espressione che potrebbe far pensare che non è ancora l’ »ora di cominciare a fare miracoli », ma che in Giovanni ha certamente un significato più pregnante, perché nel suo vangelo il termine « ora » fa sempre riferimento alla sua Pasqua. La « sua ora » giungerà quando, sul Calvario, manifesterà fino in fondo il suo amore e completerà la sua missione, versando dal suo costato trafitto « sangue e acqua » (Gv 19,34). Quanto alla miracolosa trasformazione dell’acqua in vino, ricordiamo che al tempo di Gesù, Israele aspettava il regno di Dio, che è descritto nelle parole dei profeti come un tempo di grande benessere e di festa per tutti, come un ricchissimo banchetto: « Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6). L’intervento di Gesù, anche se circoscritto a una festa di nozze, dà inizio a questo regno di Dio lungamente atteso. Di fatto, il miracolo avviene. Le sei giare, messe lì per le purificazioni rituali, vengono riempite fino all’orlo. L’acqua si trasforma in vino, e di quello buono, in una quantità straordinaria: si tratta di oltre 500 litri, e la festa può continuare. Chi assiste al miracolo può pensare al realizzarsi delle profezie messianiche, come dicono i profeti: « Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – in cui i monti stilleranno il vino nuovo » (Amos 9,13); « In quel giorno, le montagne stilleranno vino nuovo » (Gioele 4,18). Il vangelo si conclude dicendo che con questo miracolo si manifestò la gloria di Gesù, e « i suoi discepoli credettero in lui ». Qualcosa del mistero di Gesù comincia a rivelarsi. Questa è la terza manifestazione di Gesù, dopo l’Epifania e il battesimo di Giovanni, che abbiamo ricordato nelle ultime settimane del tempo natalizio.

Attualizzare Praticamente con questa domenica iniziamo il tempo ordinario, l’anno C, durante il quale la chiesa ci propone la lettura del vangelo di Luca. Curiosamente però, oggi, come nella seconda domenica di ogni anno, ci viene presentato un testo del vangelo di Giovanni, vangelo dai molti significati simbolici, ai quali non è estraneo anche il miracolo delle nozze di Cana. Di questo episodio, sono molti gli elementi un po’ singolari, che potrebbero porre interrogativi alla storicità del racconto così come ci viene proposto. Giovanni racconta solo sette miracoli ed è strano che il primo sia proprio questo, un miracolo quasi da burla, che non mira a guarire una persona, ma semplicemente a togliere dall’imbarazzo due giovani sposi. E per di più per venire incontro a persone che forse avevano già bevuto troppo! Perché poi Gesù dovrebbe addirittura « manifestare la sua gloria », espressione importante che si trova unicamente qui nel vangelo, attraverso un miracolo tutto sommato tra i meno significativi? Inoltre non compaiono i nomi né della sposa, né dello sposo. E ancora, Gesù appare quasi estraneo alla festa e tratta solo con i servi, addetti alle giare. Finalmente, a proposito di giare, qualcuno fa anche osservare che, come dice il vangelo, erano destinate alla purificazione: ma che ci facevano sei grosse giare di pietra in una casa privata? Tutto questo fa capire che, come in tutto il vangelo di Giovanni, ciò che vanno ricercati sono soprattutto i significati simbolico-teologici espressi dal racconto. Da questo punto di vista il racconto è di una ricchezza straordinaria. In particolare, tutto fa pensare che Giovanni abbia dato al suo racconto la struttura del midrash per presentare Gesù come il profeta della nuova e definitiva alleanza, il nuovo Mosè. Il primo dato che emerge è che il messia Gesù comincia i suoi miracoli in un clima di festa, una festa di nozze, a cui decide di partecipare insieme ad alcuni della sua famiglia. Ed è presente anche il suo primo gruppo di apostoli. Gesù ci va per simpatia verso questi due giovani sposi che con il matrimonio rendevano visibile e consacrato il loro amore. E con la sua persona accoglie e benedice questo amore. Ogni amore è sempre una sfida contro i limiti degli uomini, incapaci spesso di amare davvero e per sempre, con fedeltà. Se c’è Gesù, tutto diventa possibile, con Gesù l’amore si fa comandamento. « Bisogna essere in tre, per sposarsi bene: lui, lei e il Signore Gesù », diceva il grande predicatore Fulton Sheen. Per far felici questi sposi, Gesù fa un miracolo senza misura, si direbbe un miracolo del superfluo, ma che diventa indispensabile quando si vuole esprimere solidarietà, desiderio, gioia e festa. Un miracolo però destinato a rivelare proprio chi è Gesù, a manifestare la sua messianicità. Come dicevamo, i profeti sono unanimi nel presentare i tempi messianici come tempi gioiosi e di abbondanza. È ciò che si realizza in questa circostanza. Gesù che cambia l’acqua in vino, è lo stesso che moltiplicherà il pane per indicare che con lui si entra nei tempi messianici. Come la moltiplicazione dei pani ha anche un significato eucaristico, così lo ha questo miracolo, perché quel vino è destinato anche a noi, a dissetare anche la nostra sete di oggi. Nella moltiplicazione dei pani la fede degli apostoli veniva messa alla prova, ma esce rafforzata: « Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio » (Gv 6,68-69). Così qui: i discepoli incominciano a credere in Gesù e a vederlo con occhi nuovi. Il miracolo è suggerito, ottenuto da Maria, la madre di Gesù. La presenza di Maria in questa circostanza non è di contorno, ma determinante. È la sua maternità che si manifesta, maternità che troverà la sua consacrazione esplicita ai piedi della croce, nell’ »ora » di Gesù, quando tutti verremo affidati a lei. Maria è la discepola fedele, che non si scompone di fronte alla risposta negativa di Gesù. Invece dice ai servi: « Qualsiasi cosa vi dica, fatela », dimostrando una fiducia incondizionata in Gesù, e la sicurezza che poteva risolvere in un modo o nell’altro la questione. L’espressione trova una corrispondenza nella espressione che il popolo esprime nel momento dell’alleanza del Sinai, quando dice: « Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo! » (Es 19,8). Gesù a Cana la chiama « donna », ed è un chiaro riferimento a Eva, la madre di tutti i viventi. Così la chiamerà dalla croce, affidando a lei ogni uomo in Giovanni. A Cana la maternità di Maria si manifesta con un’intercessione efficace. Maria è una donna attenta e ascoltata dal figlio, che è rispettoso al di là delle parole. C’è chi ha detto che questo miracolo è tipico e rivela il modo di agire di Dio, che sembra gradire, se non addirittura mettere in conto, l’intervento di Maria. Quanto alle sei giare di pietra che contenevano l’acqua per la purificazione, esse sono lì a rappresentare la religione antica, quella dei riti e delle pratiche care ai cultori delle leggi, incapaci di dare davvero perdono, gioia e serenità. Mentre è Gesù l’acqua che dà vita, la sorgente di acqua viva. Anzi, Gesù cambiando quest’acqua in vino, trasforma una condizione triste, rappresentata da una festa senza vino, in una situazione di grande euforia, nel dono del vino nuovo, della nuova legge dell’amore, che sostituisce la religione della molteplicità dei riti e della schiavitù delle leggi.

Gesù li inonda di vino « Per dare il via alla sua « ora », Gesù cambia l’acqua in vino. Non è una cosa… normale. Gesù non fornisce ai commensali pane e companatico, il necessario per una vita decente. Quelli non mancano. Ce li hanno anche senza di lui. Gesù li inonda di vino, un extra, che a noi richiama autisti ubriachi, controlli con l’etilometro, obesità…., ma che nel linguaggio biblico è il simbolo della gioia. E la gioia non è mai troppa. Non ubriaca. Più ce n’è, più rende lucidi e felici » (Tonino Lasconi).

Don Umberto DE VANNA sdb

Efeso, Rovine della chiesa della Vergine Maria.

Efeso, Rovine della chiesa della Vergine Maria. dans archeologia 1280px-Marienkirche_Ephesos_3
https://it.wikipedia.org/wiki/Arcidiocesi_di_Efeso

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GIOVANNI PAOLO II – L’IMPEGNO PER SCONGIURARE LA CATASTROFE ECOLOGICA (LETTURA: SAL 148, 1-5).

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2001/documents/hf_jp-ii_aud_20010117.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 gennaio 2001

L’IMPEGNO PER SCONGIURARE LA CATASTROFE ECOLOGICA (LETTURA: SAL 148, 1-5).   

1. Nell’inno di lode, or ora proclamato (Sal 148, 1-5), il Salmista convoca, chiamandole per nome, tutte le creature. In alto si affacciano angeli, sole, luna, stelle e cieli; sulla terra si muovono ventidue creature, tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, a indicare pienezza e totalità. Il fedele è come « il pastore dell’essere », cioè colui che conduce a Dio tutti gli esseri, invitandoli a intonare un « alleluia » di lode. Il Salmo ci introduce come in un tempio cosmico che ha per abside i cieli e per navate le regioni del mondo e al cui interno canta a Dio il coro delle creature. Questa visione potrebbe essere, per un verso, la rappresentazione di un paradiso perduto e, per un altro, quella del paradiso promesso. Non per nulla l’orizzonte di un universo paradisiaco, che è posto dalla Genesi (c. 2) alle origini stesse del mondo, da Isaia (c. 11) e dall’Apocalisse (cc. 21-22) è collocato alla fine della storia. Si vede così che l’armonia dell’uomo con il suo simile, con il creato e con Dio è il progetto perseguito dal Creatore. Tale progetto è stato ed è continuamente sconvolto dal peccato umano che si ispira a un piano alternativo, raffigurato nel libro stesso della Genesi (cc. 3-11), in cui è descritto l’affermarsi di una progressiva tensione conflittuale con Dio, con il proprio simile e persino con la natura. 2. Il contrasto tra i due progetti emerge nitidamente nella vocazione a cui l’umanità, secondo la Bibbia, è chiamata e nelle conseguenze provocate dalla sua infedeltà a quella chiamata. La creatura umana riceve una missione di governo sul creato per farne brillare tutte le potenzialità. È una delega attribuita dal Re divino alle origini stesse della creazione quando l’uomo e la donna, che sono « immagine di Dio » (Gn 1,27), ricevono l’ordine di essere fecondi, moltiplicarsi, riempire la terra, soggiogarla e dominare sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra (cfr Gn 1,28). San Gregorio di Nissa, uno dei tre grandi Padri cappadoci, commentava: « Dio ha fatto l’uomo in modo tale che potesse svolgere la sua funzione di re della terra… L’uomo è stato creato a immagine di colui che governa l’universo. Tutto dimostra che fin dal principio la sua natura è contrassegnata dalla regalità… Egli è l’immagine viva che partecipa nella sua dignità alla perfezione del divino modello » (De hominis opificio, 4: PG 44,136). 3. Tuttavia la signoria dell’uomo non è « assoluta, ma ministeriale; è riflesso reale della signoria unica e infinita di Dio. Per questo l’uomo deve viverla con sapienza e amore, partecipando alla sapienza e all’amore incommensurabili di Dio » (Evangelium vitae, 52). Nel linguaggio biblico « dare il nome » alle creature (cfr Gn 2,19-20) è il segno di questa missione di conoscenza e di trasformazione della realtà creata. È la missione non di un padrone assoluto e insindacabile, ma di un ministro del Regno di Dio, chiamato a continuare l’opera del Creatore, un’opera di vita e di pace. Il suo compito, definito nel Libro della Sapienza, è quello di governare « il mondo con santità e giustizia » (Sap 9,3). Purtroppo, se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina. Soprattutto nel nostro tempo, l’uomo ha devastato senza esitazioni pianure e valli boscose, inquinato le acque, deformato l’habitat della terra, reso irrespirabile l’aria, sconvolto i sistemi idro-geologici e atmosferici, desertificato spazi verdeggianti, compiuto forme di industrializzazione selvaggia, umiliando – per usare un’immagine di Dante Alighieri (Paradiso, XXII, 151) – quell’ »aiuola » che è la terra, nostra dimora. 4. Occorre, perciò, stimolare e sostenere la ‘conversione ecologica’, che in questi ultimi decenni ha reso l’umanità più sensibile nei confronti della catastrofe verso la quale si stava incamminando. L’uomo non più ‘ministro’ del Creatore. Ma autonomo despota, sta comprendendo di doversi finalmente arrestare davanti al baratro. « È, allora, da salutare con favore l’accresciuta attenzione alla qualità della vita e all’ecologia, che si registra soprattutto nelle società a sviluppo avanzato, nelle quali le attese delle persone non sono più concentrate tanto sui problemi della sopravvivenza quanto piuttosto sulla ricerca di un miglioramento globale delle condizioni di vita » (Evangelium vitae, 27). Non è in gioco, quindi, solo un’ecologia ‘fisica’, attenta a tutelare l’habitat dei vari esseri viventi, ma anche un’ecologia ‘umana’ che renda più dignitosa l’esistenza delle creature, proteggendone il bene radicale della vita in tutte le sue manifestazioni e preparando alle future generazioni un ambiente che si avvicini di più al progetto del Creatore. 5. In questa ritrovata armonia con la natura e con se stessi gli uomini e le donne ritornano a passeggiare nel giardino della creazione, cercando di far sì che i beni della terra siano disponibili a tutti e non solo ad alcuni privilegiati, proprio come suggeriva il Giubileo biblico (cfr Lv 25,8-13.23). In mezzo a quelle meraviglie scopriamo la voce del Creatore, trasmessa dal cielo e dalla terra, dal giorno e dalla notte: un linguaggio « senza parole di cui si oda il suono », capace di varcare tutte le frontiere (cfr Sal 19[18], 2-5). Il libro della Sapienza, riecheggiato da Paolo, celebra questa presenza di Dio nell’universo ricordando che « dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il Creatore » (Sap 13,5; cfr Rm 1,20). È ciò che canta anche la tradizione giudaica dei Chassidim: « Dovunque io vada, Tu! Dovunque io sosti, Tu…, dovunque mi giro, dovunque ammiro, solo Tu, ancora Tu, sempre Tu » (M. Buber, I racconti dei Chassidim, Milano 1979, p. 256).

 

LA LECTIO DIVINA NELLA TRADIZIONE DELLA SPIRITUALITÀ CRISTIANA

http://www.monasterodibose.it/preghiera/lectio-divina/942-la-lectio-divina-nella-tradizione-della-spiritualita-cristiana

LA LECTIO DIVINA NELLA TRADIZIONE DELLA SPIRITUALITÀ CRISTIANA

…la sua legge medita giorno e notte…

Chi dice lettura dice libro. Chi dice libro dice, per un credente, Bibbia. Chi dice Bibbia dice Parola di Dio. Chi dice Parola di Dio annuncia il Dio vivente, il solo che parli, e la fede in questo Dio vivente. Chi dice fede nel Dio vivente dice inizio dell’amicizia tra Dio e l’uomo, e questo è tutto il cristianesimo, che è fede nella Parola di Dio incarnata, e il quale ammette la lectio divina come pezzo forte della sua spiritualità. Poiché se è vero che la fede nasce innanzitutto non da un libro letto ma da una parola ascoltata, non da una lectio ma da una praedicatio (Rm 10,17), non da una parola scritta, ma da una parola pronunciata con la forza di un evento sempre nuovo, è anche vero che il popolo di Dio ha fissato per iscritto la Parola ardente, ha riunito in libri gli oracoli profetici e che il Libro delle Scritture conserva nella chiesa, come il vaso conservava nell’Arca la manna incorruttibile, la Parola incorruttibile sempre viva di Dio. Sarà necessario saper usare di questo libro per la propria salvezza e non per la propria rovina, per trovare il cammino verso Dio e non per perdersi, ma il fatto che ci si debba servire di esso, che si debba aprire e scrutare, questo non può essere messo in dubbio da un credente. Egli non prova forse, nel moto spontaneo e nell’ardore della sua stessa fede, la strana attrattiva di questo libro in cui si può ritrovare il Signore che un giorno si è incontrato nel cammino della vita e al quale ci si è interamente donati? Origene diceva: Che cos’è la conversione? Se noi voltiamo le spalle a tutte le cose del mondo e, attraverso lo studio, i nostri atti, il nostro spirito, il nostro sforzo, ci consacriamo alla Parola di Dio, se meditiamo la sua Legge giorno e notte, se, dimenticando tutto il resto, siano disponibili per Dio e prendiamo a cuore le sue testimonianze, è proprio tutto questo che significa: essere convertiti al Signore(Origene in Ex., hom. 12). La spiritualità cristiana non è cosa diversa dalla spiritualità del battesimo vissuta nella logica pasquale, che costituisce il suo nucleo essenziale. Il movimento della conversione che fa che ci distogliamo dal peccato, dalla menzogna, dalle futilità, ci fa necessariamente aderire al Dio santo e vero, ed è in particolare proprio nella sua Parola che noi lo incontriamo. Convertirsi, volgersi verso il Signore significa dunque in ultima istanza fidanzarsi con la sua parola: «Quando le tue parole si presentavano, io le divoravo; la tua parola era la mia estasi e la gioia del mio cuore» (Ger 15,16). L’inizio del Salmo 1 appare allora come l’ideale mistico di ogni credente e ritornerà come un motivo conduttore nella penna di ogni scrittore cristiano: «Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte!». La nostalgia del credente, dal momento in cui ha conosciuto Dio e ascoltato la sua Parola, sarà, come diceva Origene, «dimenticando tutto il resto, essere disponibili per Dio» (omissis omnibus, Deo vacare); il profeta Osea esprime questa nostalgia di Israele in termini indimenticabili: «Per questo io la sedurrò, la condurrò al deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). La fede tende segretamente, di per se stessa, verso questo ascolto eterno del Verbo che è la Parola sostanziale e beatificante del Dio vivente. È chiaro che questo movimento spontaneo della fede deve venire a patti con la condizione terrena che lo obbliga a una lunga deviazione e a un’infinita pazienza. La maggior parte dei cristiani, nel mondo, apriranno il Libro unico solo in rari momenti, quando potranno dimenticare per un istante le preoccupazioni della vita terrena, e a loro volta, omissis omnibus, Deo vacare. Quando avverrà questo se non ogni settimana in quel giorno regolare che per eccellenza è giorno del Signore? Vacare Deo: lasciare del tempo libero per Dio, consacrare del tempo a Dio è esattamente il ruolo e il significato della domenica nel ritmo della vita cristiana. Ci sono sei giorni della settimana dedicati al lavoro umano e alle parole umane; il settimo giorno è dedicato al Signore e all’incontro con lui, sia nella sua Parola che nell’Eucaristia. Quando, secondo san Gerolamo (Ep. 22,35), la Regola di Pacomio prescriveva ai monaci «di dedicarsi, ogni domenica, esclusivamente alla preghiera e alle letture», non faceva che applicare in modo più intenso alla vita monastica quello che doveva essere un ideale di ogni cristiano. Ma più precisamente, che cosa caratterizza e differenzia i primi monaci? Il fatto che per loro ogni giorno sarà domenica! Non nel senso che la domenica è astensione dal lavoro; su questo punto anche i monaci obbediranno alla legge universale del lavoro dei sei giorni, ma nel senso che la domenica è innanzitutto il tempo consacrato alla lettura della Parola di Dio. I monaci sono coloro che non possono sopportare di non nutrirsi continuamente di questa Parola, coloro che cercano di vivere alla lettera, fin da quaggiù, quello che la loro conversione misticamente significa: un oblio delle cose del mondo per abbracciare soltanto la Parola di Dio. La lectio divina diventa così, fin dall’inizio, la parte più importante dell’organizzazione monastica. Spigoliamo qualche testimonianza dall’opera di Denys Gorce, La lectio divina des origines du cénobitisme à Saint Benoit et Cassiodore I, Paris 1925.

Sant’ Antonio, il padre del monachesimo, domandava ai discepoli che venivano per mettersi alla sua scuola di « pregare con assiduità, di recitare i salmi prima di addormentarsi e dopo il risveglio, di ruminare nel loro spirito i comandi della Scrittura e di custodire il ricordo degli esempi dei santi in modo che, venendo l’anima stimolata dai precetti divini, essi potessero imitare il loro zelo ».(idem p.66)

La Regola di san Pacomio: « La meditazione delle Scritture … è la linfa del grande albero monastico, la chiave di volta dell’edificio pacomiano, e anche il garante della sua solidità. Essa è il mezzo ascetico per eccellenza per non perdere di vista Cristo neppure un solo istante del giorno, e per custodire la sua presenza lungo le notti. II cenobita pacomiano è la realizzazione della figura del giusto, «che ripone la sua gioia nella legge del Signore e che la medita giorno e notte» » (idem p.79) Sottolineiamo come la regola di san Pacomio subordini alla preghiera e alla lettura ogni altro esercizio fisico di ascesi: « È secondo il canone della chiesa che noi digiuniamo solo per due giomi, per poter avere le forze e non venir meno nel compiere quel che ci viene ordinato, cioè la preghiera continua, le veglie, la meditazione della legge di Dio. » (idem p.71-72)

San Gerolamo, in un modo del tutto personale, ma sull’esempio di questi Anziani, ha ripreso l’ideale di una vita tutta centrata sulla Parola di Dio: il suo insediamento a Betlemme, i suoi lavori esegetici non hanno avuto altro scopo se non quello di penetrare meglio la verità di questa Parola. Questo il suo augurio: «Il sonno vi sorprenda con i libri in mano e, se la vostra testa si piega per la fatica, ricada sulla pagina santa» (idem pg.55). Non vi sono soltanto i monaci che si consacrano alla lectio divina: vescovi come sant’Ambrogio, sant’Agostino e tanti altri, non hanno una spiritualità differente.

Il celebre monaco Cassiano, nel IV secolo, ci esprime la gioia che si irradia da una tale spiritualità. « Raccolte premurosamente (le parole sacre), depositate con cura ed etichettate negli antri dell’anima, munite del sigillo del silenzio, avverrà di esse come di vini dal soave profumo che rallegrano il cuore dell’uomo. Invecchiate da lunghe riflessioni e nelle lentezze della pazienza, le verserete dal ricettacolo del vostro cuore in fiotti di fragrante balsamo; come una fontana che zampilla senza sosta, esse strariperanno dalle vene dell’esperienza e dai canali che spandono virtù; sgorgheranno in fiumi inesauribili dal vostro cuore come da un abisso. » (Jean Cassien, Conférences H, ed. E.Pichery, SC 54, Paris 1958, p. 201)

Infine la regola di san Benedetto fa entrare la lectio divina nella struttura monastica e, con ciò, nella spiritualità di tutto l’Occidente cristiano: lettura collettiva all’ufficio, in particolare a compieta, e al refettorio; lettura personale che durava circa tre ore ogni giorno.

(tratto da «La lectio divina nella chiesa», in Pregare la Bibbia nella vita religiosa, Bose 1983 p. 7-10 oggi disponibile nella collana fascicoli Qiqajon n° 51 pg.1-5)

Publié dans:LECTIO |on 14 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

Your Father’s Name

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Publié dans:immagini sacre |on 13 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

MISTERO DEL NOME DI DIO

http://www.nostreradici.it/nome.htm

MISTERO DEL NOME DI DIO

Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. È come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione, il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il Sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud dice: « Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del Sommo Sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno » (Jomà, VI,2).

Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti: MISTERO DEL NOME DI DIO dans ebraismo tetragraz1- JHWH, dette « Tetragramma sacro », citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.).

Quando nella Bibbia l’ebreo di allora e di oggi trova quelle famose quattro lettere che cosa legge? La risposta ce la offrono quei rabbini noti come Masoreti (« i tradizionali »), ai quali dobbiamo la vocalizzazione del testo consonantico della Bibbia durante l’alto Medioevo. Essi posero sotto le quattro consonanti JHWH le vocali della parola Adonai, « Signore », che essi pronunciano al posto del tetragramma sacro.

Le vocali sono: e – o – a, e servivano a ricordare al lettore che, giunto a tetragraz1 dans EBRAISMO: STUDI , doveva dire Adonai. Nel tardo Medioevo i cristiani non essendo più a conoscenza di questo meccanismo di sostituzione lessero le quattro lettere JHWH con le vocali e – o – a, creando così quello sgorbio che è Jehowah o Geova che è durato fino ai nostri giorni » (Mons. Gianfranco Ravasi « Jesus »6/1990).

Ancor più diffuso tutt’oggi tra i cristiani è purtroppo l’uso di « Jahwè » che non solo è offensivo per gli ebrei, ma è anche del tutto arbitrario, visto che non se ne conosce la pronuncia.

Il Catechismo degli Adulti della Conferenza Episcopale Italiana: « La Verità vi farà liberi » così si esprime circa il Nome di Dio: « La tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo « Adonai », cioè « Signore » o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro » (48,6).

Se questo invito della CEI venisse accolto nelle nostre comunità cristiane, anche certi canti che ripetono all’infinito il Nome di Dio, verrebbero rivisti e corretti. Purtroppo, però, il tetragramma sacro viene ancora troppo spesso vocalizzato da certi sacerdoti, catechisti e da una parte della stampa religiosa.

v.s.

Publié dans:ebraismo, EBRAISMO: STUDI |on 13 janvier, 2016 |Pas de commentaires »
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